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18 e 19 dicembre ancora in piazza!

 


Per difendere la salute e la vita delle proletarie e dei proletari! Per far pagare ai padroni i costi della crisi!

Per milioni di lavoratori, precari e disoccupati la seconda ondata pandemica è stata peggiore della prima: l'Italia è al primo posto in Europa e tra i primissimi nel mondo sia per numero di morti che per rapporto tra contagiati e deceduti. Mentre il governo Conte, l’opposizione e gli enti locali fingono di litigare tra loro sul MES ma già inciuciano su come spartirsi – destra, centro e “sinistra” – i proventi del Recovery Plan, due sole cose sono certe: 1) la sanità è posta all'ultimissimo posto rispetto alla fiumana di miliardi per le imprese 4.0 e 'ecologiche'; 2) si fa di tutto per occultare la catastrofe prodotta dal collasso del sistema sanitario frutto di decenni di tagli e di aziendalizzazioni, e il fallimento completo delle misure di prevenzione, orientate più a salvare i profitti che a fronteggiare gli effetti del CoViD-19.
Altro che “andrà tutto bene”!

Il programma “anticrisi” dei padroni va delineandosi in maniera sempre più chiara: dopo il “regalone” della CIG elargita ai 4 venti e senza alcuna verifica sull'effettivo stato di crisi aziendale e il “regalino” dei ristori alla piccola e media borghesia, milioni di lavoratori si sono trovati con salari dimezzati, e circa 800 mila precari sono finiti per strada.

Intanto, nelle fabbriche e nei magazzini si continua a lavorare a ritmi infernali, a contagiarsi e a morire, il più delle volte senza il benché minimo strumento di tutela della salute e della sicurezza, per non parlare del personale sanitario stremato da mesi di turni massacranti in cambio di salari da fame
.

Le parole del capo della Confindustria maceratese Guzzini “anche se qualcuno morirà, pazienza”, riassumono con freddo cinismo la linea di condotta dell'intero fronte padronale: i loro profitti valgono più delle vite di milioni di proletari e proletarie.

A fronte della catastrofe attuale e della valanga ancor più rovinosa che si preannuncia in primavera, con la fine della moratoria sui licenziamenti coincidente con una terza ondata oramai quasi scontata, occorre qui ed ora rilanciare l'autorganizzazione e la lotta degli sfruttati.

La difesa economica e sanitaria dalla pandemia e dalle altre patologie pandemiche (tumori, morti sul lavoro e patologie cardiocircolatorie oscurate dal Covid) non verrà mai dalle aule istituzionali né tanto meno dai teatrini elettorali, ma passa necessariamente dalla ripresa del protagonismo di classe e da un programma di rivendicazioni centrato sugli interessi autonomi dei proletari e che passi per la costruzione di un vero sciopero generale e di una grande mobilitazione nazionale nelle giornate del 29-30 gennaio:


- Contro la mercificazione della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione, con l'obbligatorietà dello screening e dei tamponi gratuiti a tutti i lavoratori e i disoccupati e il varo di misure stringenti per la prevenzione dei contagi sui luoghi di lavoro e nei territori;

- Lavoro stabile e sicuro o salario garantito per disoccupati, precari e cassintegrati;

- Patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione i cui proventi vanno destinati ai salari e alla spesa sociale;

- Riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, lavorare tutti; per il lavoro socialmente necessario;

- Diritto al lavoro per tutte le donne, contro la precarizzazione e il lavoro a distanza; per il potenziamento dei servizi di welfare, contro la conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico; per il diritto di aborto assistito e l’autodeterminazione delle donne; contro il sessismo e la violenza sociale e domestica, cresciuti in questa crisi;

- Libertà di sciopero e abrogazione dei decreti-sicurezza: contro ogni criminalizzazione delle lotte sociali e sindacali;

- Permesso di soggiorno europeo a tempo indeterminato per tutti gli immigrati e le immigrate; completa equiparazione salariale, di accesso ai servizi sociali e di diritti; abolizione delle attuali leggi italiane ed europee sull'immigrazione e chiusura immediata dei CPR; immediata applicazione della sentenza della Corte di giustizia europea che impone all'INPS di pagare gli assegni familiari anche per i congiunti residenti all'estero.

- Drastico taglio alle spese militari (un F35 costa quanto 7113 ventilatori polmonari) e alle grandi opere inutili e dannose (quali TAV, TAP, MUOS);

- Contro le politiche di devastazione ambientale e il saccheggio indiscriminato della natura e dell'ecosistema in nome dei profitti e della speculazione;

- Piano straordinario di edilizia scolastica e di assunzione di personale docente e non docente per garantire la salute nelle scuole e, appena possibile, la didattica in presenza. Abolizione dell’alternanza scuola-lavoro, programmi di formazione pagati a salario pieno. Critica della cultura, dell'arte e della scienza al servizio del profitto;

- Blocco immediato degli affitti, dei mutui sulla prima casa e di tutte le utenze (luce, acqua, gas, internet) per i disoccupati e i cassintegrati; blocco a tempo indeterminato degli sgomberi per tutte le occupazioni a scopo abitativo.

- Revoca di qualsiasi progetto di “Autonomia differenziata”, che penalizza i proletari e i lavoratori del Sud;

- Amnistia e misure alternative per garantire la salute di tutti i proletari e le proletarie detenuti.

Patto d'azione anticapitalista - per il fronte unico di classe

Il tavolo annunciato del patto sociale

Bonomi abbaia, Landini sussurra

Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei padroni, il capo del più grande sindacato italiano non propone nessuna mobilitazione, nessuna piattaforma, nessuna rivendicazione, persino nessuna chiara contestazione verbale

Il governo annuncia con squillo di trombe l'avvio del Patto per la rinascita. Tutti gli “attori sociali e istituzionali”, governo e opposizioni, padroni e sindacati, governatori e sindaci, saranno chiamati al tavolo per concertare la gestione di una crisi drammatica.

Il nuovo Presidente di Confindustria si candida a ricomporre attorno a sé la grande borghesia italiana su un programma di sfondamento: mano libera sulla forza lavoro, cancellazione del contratto nazionale, liberalizzazione totale degli appalti, cancellazione totale dell'IRAP. C'è in questo posizionamento la volontà di massimizzare la propria pressione sul governo per incassare tutto ciò che si può. Ma c'è anche e soprattutto il peso di una catastrofe economica reale: calo dei profitti del 60% sul 2020 tra le società quotate, impossibilità di rilanciare sulle esportazioni per via della recessione mondiale, collasso dei consumi interni con 7 milioni di lavoratori in cassa integrazione. C'è una sola via per tamponare la crisi: comprimere i cosiddetti costi del lavoro, incrementare il tasso di sfruttamento, ottenere nuovi sgravi fiscali. La “rinascita”, per i padroni, è sempre quella dei propri profitti.

Il governo asseconda il programma padronale. La sua maggioranza parlamentare è gracile, tanto più a fronte dell'enormità della crisi. Le contraddizioni attraversano i partiti che lo compongono, tra un M5S in cerca d'autore e un PD privo di baricentro. L'unica stella polare comune è la salvezza del capitalismo italiano.
La crisi italiana è talmente profonda che la Germania e la Francia acconsentono di destinare all'Italia una straordinaria pioggia di miliardi per evitarne il tracollo, e con esso il disfacimento dell'UE. Negoziare l'importo e la ripartizione delle risorse annunciate è ormai la principale ragione di sopravvivenza del governo e della sua capacità contrattuale anche sul fronte interno.

Non è semplice, perché i tempi pressano. I fondi per la cassa integrazione stanno finendo. Gli aiuti del recovery fund attendono il 2021, mentre il MES è un calice troppo amaro per i pentastellati. In mezzo cade la fine del blocco dei licenziamenti, a partire da agosto. Il governo dovrà chiedere al Parlamento un nuovo scostamento di bilancio (cioè nuovo deficit) negoziandolo con le opposizioni e con la benedizione di Mattarella. Ma per gestire l'operazione ha bisogno di appoggiarsi alle parti sociali disinnescando ogni ostilità e atteggiandosi a indispensabile mediatore.

Il padronato denuncia formalmente l'irresolutezza del governo nel mentre ne ottiene i servigi e ne usa la fragilità.
Ha ottenuto la copertura dei crediti bancari con gigantesche garanzie pubbliche e la cancellazione di 4 miliardi di IRAP. Ora chiede di completare la detassazione delle imprese, di capitalizzare il grosso delle risorse europee, di disporre la libertà dei subappalti nel nome del “modello Genova”. Ma al tempo stesso Bonomi si dichiara insoddisfatto, per tenere il governo sotto schiaffo e segnare il campo negoziale. E intanto minaccia un milione e duecentomila licenziamenti per strappare una copertura di cassa integrazione per due anni, con salari taglieggiati a carico della Stato e a beneficio delle imprese. Il tavolo del patto sociale ha già il suo terreno di gioco, quale che sia il punto di mediazione.

E il sindacato? Già, il sindacato. Intervistato dal Manifesto, che gli chiede semplicemente un giudizio sul piano Bonomi e sulla cancellazione dell'IRAP, Maurizio Landini riesce a non dir nulla, ma proprio nulla, se non il fatto che... così si rischia il conflitto. E che invece lavoro e imprese hanno oggi davanti a sé «l'obiettivo comune da assumere: quello di migliorare contemporaneamente le condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti e la capacita competitività e di innovazione delle imprese».
Un ecumenismo commovente. Di fronte alla più grande crisi sociale del dopoguerra e a un attacco frontale dei padroni al lavoro, nessuna mobilitazione, nessuna piattaforma di riferimento, persino nessuna chiara contestazione verbale, neppure sul Manifesto: solo la paura del conflitto e la prenotazione del tavolo istituzionale.
Chi si può seriamente stupire se Confindustria procede a testa bassa, alzando ogni volta la posta? Chi pecora si fa il lupo se la mangia, dice un vecchio adagio popolare. In questo caso, fuor di metafora, Bonomi non vuole mangiare (distruggere) la burocrazia sindacale, perché sa bene che può funzionare come ammortizzatore del conflitto. Ciò che vuole distruggere è quel che resta dei diritti del lavoro. Tanto meglio con la complicità della burocrazia.
“Quando è ora in piazza si va” conclude Landini. Ma se non ora, quando?
Il capo della CGIL, ex avversario di Marchionne, ha appena benedetto i 6,5 miliardi di copertura pubblica ai crediti bancari per FCA, senza neppure uno straccio di garanzia sui post di lavoro, né ovviamente sulla sede fiscale. Non può essere questa una direzione fiduciaria per il movimento operaio di fronte alla prova di uno scontro sociale drammatico. Con questi dirigenti si va a sbattere, esattamente come dieci anni fa.
Partito Comunista dei Lavoratori

Lo scambio tra il MES e la cancellazione dell'IRAP

I soldi del MES servono ai capitalisti italiani, altro che “subordinazione alla Germania”

Confindustria non tiene pudore.
Dopo essere stata determinante nella precipitazione dell'epidemia e delle morti in Lombardia, dopo aver dettato i tempi della ripresa produttiva in tutta Italia senza reali condizioni di sicurezza per i lavoratori e le lavoratrici spesso persino sui terreni più elementari (mascherine, tamponi, test, riorganizzazione dei trasporti), ora i vertici di Confindustria non solo chiedono lo scudo penale sui casi di Covid-19 in azienda, ma rivendicano con rullo di tamburi la cancellazione dell'IRAP, cioè di quella tassa sulle attività produttive che in Italia finanza la sanità pubblica o ciò che ne resta.

«È ciò che serve in questo momento. La proposta più immediata, senza interventi a pioggia. È semplice ed automatica e si toglierebbe pure un adempimento. Abolirla è giusto eticamente, perché così si sostengono le imprese che finora hanno pagato le tasse» dichiara testualmente Emanuele Orsini, vicepresidente di Confindustria (Il Sole 24 Ore, 12 maggio).
Ora, lasciamo perdere in questa sede chi paga le tasse e chi no, quando salariati e pensionati reggono l'80% del carico fiscale e la tassa sui profitti (IRES) è stata portata dal 34,5% a poco più del 20% nel giro di poco più di dieci anni. Invece vogliamo soffermarci sull'eticità della soppressione della principale fonte di sostegno del Servizio Sanitario Nazionale nel momento della più grande epidemia del dopoguerra. Dopo più di 30000 morti e centinaia di decessi tra medici e infermieri. Dopo la verifica devastante di decenni di tagli alla sanità richiesti prima di tutto da Confindustria.

Guardiamo le cifre. La soppressione dell'IRAP significa, secondo gli stessi calcoli confindustriali, la cancellazione di 9 miliardi annui di introito fiscale destinati alla sanità. Non proprio bruscolini. Nove miliardi travasati sui profitti, nel momento in cui ne occorrerebbero bel dodici in più solo per adeguare le postazioni di terapia intensiva.

Domanda: cosa vuole ancora tagliare Confindustria nel servizio sanitario nazionale?
Confindustria schiva la domanda imbarazzante con una replica preventiva: «Ha un senso ricorrere a tutte le risorse europee, a partire da quelle destinate alle spese sanitarie, in modo da liberare spazi nel bilancio italiano e recuperare risorse da destinare a politiche industriali. Eliminare l’IRAP, comunque, non vuol dire, sottrarre risorse alla sanità, si possono prevedere diverse fonti di finanziamento che sostengano le Regioni.»

E quali sarebbero, di grazia, le “diverse fonti di finanziamento” cui attingere? Non certo una patrimoniale sulle grandi fortune, che per i padroni è bestemmia. Non certo l'IRES, di cui hanno chiesto il continuo ribasso. Restano le “risorse europee”.
Ecco. La partita sul MES acquista ora un significato più chiaro. Perché i padroni chiedono in coro di ricorrere ai 36 miliardi del MES? Non per sottomettere la nazione alla Germania, o alla dittatura di Bruxelles, come blaterano gli ambienti nazionalisti reazionari e i sovranisti “di sinistra” a rimorchio, ma per l'interesse del proprio portafoglio tricolore. I miliardi del MES servono a finanziare di fatto la cancellazione dell'IRAP a vantaggio dei capitalisti italiani. Altro che investimenti sulla sanità.
Peraltro l'accordo sul MES parla non solo di spese sanitarie dirette ma anche indirette, guarda caso su precisa richiesta italiana. Significa che coi soldi del MES, oltre al taglio dell'IRAP verranno finanziati i costi delle riorganizzazioni aziendali connesse alla pandemia, dai dispositivi individuali alle sanificazioni. Il tutto naturalmente a debito, e dunque scaricando i costi, prima o poi, sulle tasse. Quelle pagate sempre più dai lavoratori e sempre meno dai capitalisti. E qui il cerchio si chiude.

Il nemico è in casa nostra, come dicevano i comunisti un secolo fa contro i propri sovranismi. È una linea di confine tanto più invalicabile oggi.
Partito Comunista dei Lavoratori

Paghi chi non ha mai pagato!

Le ragioni di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco

Novemilasettecentoquarantatre (9743) miliardi di euro – cinque volte il Pil nazionale – sono la somma dei patrimoni detenuti in Italia secondo uno studio di Banca Italia del 2018. Quasi due terzi (5246 miliardi) sono immobili residenziali, 679 miliardi immobili non residenziali, 223 miliardi terreni coltivati. Un terzo i patrimoni finanziari, di cui oltre 1000 miliardi in azioni. In tutto, dunque, quasi 10000 miliardi.

Questi dati in sé non dicono molto, ma dicono tutto se si studia la loro composizione sociale. Il 10% della popolazione italiana possiede un patrimonio che vale 7 volte quello che detiene la metà più povera della popolazione. Nel solo ambito finanziario tra il 2006 e il 2017, il patrimonio in mano al 50% di famiglie più povere è sceso sotto l'11%, mentre quello del 10% più ricco è salito al 52%. Oggi in Italia 10701 persone detengono un patrimonio superiore a 30 milioni di dollari (al mondo sono 513000). Secondo il Wealth Report 2020 della società Knight Frank, il maggior incremento delle grandi ricchezze nel 2019 si è avuto proprio in Italia, con un incremento del 21%, il più elevato di tutta Europa e il secondo al mondo dopo la Corea del Sud. Un incremento tanto più significativo a fronte di un reddito nazionale sostanzialmente stagnante.

La grande crisi di dieci anni fa ha dato un forte impulso alla concentrazione dei patrimoni. La nuova grande crisi spingerà nella medesima direzione. Ad esempio in questo mese di crisi le azioni di Ferrari (supercar) e San Lorenzo (yacht) sono cresciute nella Borsa di Piazza Affari del 18% e nel 16% rispettivamente. Yachts e macchine di lusso non sono in terapia intensiva, e soprattutto non lo sono i loro azionisti. I capitalisti comprano e ricomprano le loro stesse azioni per gonfiarne il valore di borsa e i relativi dividendi. Il mondo del capitale finanziario si eleva al di sopra del mondo reale, e persino della produzione materiale. Più ristagna il saggio di profitto nell'economia reale, più si gonfia il parassitismo finanziario. È la misura della decadenza della società borghese.

E tuttavia questo parassitismo si appoggia sullo sfruttamento del lavoro, e si alimenta di debito pubblico e tagli sociali. Il taglio di posti letto, personale sanitario, ospedali, ha contribuito al parassitismo finanziario non meno del taglio alle pensioni e al lavoro. Per questo è inaccettabile tanto più oggi qualsiasi riproposizione di austerità e sacrifici per i lavoratori. Altro che nuovo indebitamento con le banche italiane o con la BCE o col MES, come se per i lavoratori e le lavoratrici ci fosse differenza tra ripagare il debito a Banca Intesa o a Bruxelles. È necessario rovesciare questa logica. Paghi il 10% più ricco con una patrimoniale straordinaria del 10%! Paghi chi non ha mai pagato! Per ricostruire la sanità pubblica, prima di tutto.
Partito Comunista dei Lavoratori

La recita su MES all'ombra del coronavirus

Le bugie di Conte, la faccia di bronzo di Salvini e Meloni

13 Aprile 2020
Dice un vecchio adagio che le falsità sono verità incomplete. In questo senso la performance di Conte, Salvini e Meloni attorno agli accordi stipulati a Bruxelles rappresentano un'ampia collezione di falsità belle e buone, recitate con appassionata disinvoltura, e anche per questo massimamente ipocrite.

Il Presidente del Consiglio ha magnificato i risultati strappati a Bruxelles nell'”interesse dell'Italia”. Sfrondato della retorica nazionalista e interclassista, non ha tutti i torti. Il capitalismo italiano qualcosa ha ottenuto, nell'ultimo mese, in sede europea. Prima l'onda d'urto continentale del coronavirus ha costretto la Commissione Europea a sospendere il Fiscal Compact e i relativi adempimenti, offrendo un margine di manovra più ampio al governo italiano. Poi la BCE ha stanziato 750 miliardi di acquisti di titoli pubblici (e obbligazioni private) contribuendo in modo determinante a tener bassi i tassi di interesse in Italia, a ulteriore vantaggio degli spazi di spesa del governo. Ora l'Eurogruppo vara altre linee di credito, con cifre apparentemente importanti: “cento miliardi a sostegno degli ammortizzatori sociali” (SURE); “duecento miliardi erogati dalla Banca Europea degli Investimenti”; 240 miliardi del Meccanismo Europeo di Stabilità (il famigerato MES) “senza condizionalità per le spese sanitarie dirette e indirette”. Cui si aggiunge l'allusione al prossimo possibile varo dell'European Recovery Fund, quale anticipazione degli eurobond.


IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO FA IL BARO

Giuseppe Conte, al netto del distinguo sul MES, ha esibito come trofeo l'insieme di queste cifre per dare l'idea di “un risultato storico”. Ma ha barato clamorosamente.

Non solo e non tanto perché le cifre esibite riguardano in realtà l'intera Unione Europea e non la sola l'Italia, che ne riceve una minima quota parte (ad esempio 15 miliardi per gli ammortizzatori che coprono di fatto, con l'aria che tira, un solo mese di cassa integrazione). Quanto soprattutto per il fatto che non si tratta di erogazioni, ma per lo più di fondi creditizi: fondi che prima si formano con versamenti degli Stati membri, poi emettono titoli sul mercato finanziario, infine ripagano gli acquirenti dei titoli. Tutte operazioni a debito: finanziate da risorse pubbliche a beneficio di profitti privati. Soldi presi in ultima analisi dal portafoglio dei lavoratori, attraverso il fisco, e girati alla fine nel portafoglio dei capitalisti.

Il MES è uno di questi fondi, con una differenza. Mentre gli altri vanno ancora costituiti e finanziati (sia il fondo SURE per gli ammortizzatori che l'aumento di capitale di 25 miliardi deciso per la BEI), il MES dispone già di un fondo proprio di 450 miliardi, attivabile nell'immediato. È un fondo intergovernativo, l'Italia controlla la parte del fondo proporzionale al contributo che ha offerto per la sua formazione (sempre pagato dai salariati). In base all'accordo raggiunto, il MES mette a disposizione una linea di credito di 240 miliardi su scala continentale sino a un massimo del 2% del Pil dello Stato membro richiedente. Il 2% del Pil italiano – nel caso l'Italia volesse ricorrere al MES – sono circa 36 miliardi. Questa cifra verrebbe prestata “senza condizionalità e per le spese sanitarie dirette e indirette!”, sottolineano con enfasi il PD e lo stesso Conte per attribuire un intento sociale e caritatevole al MES. Ma è un inganno.

Innanzitutto perché le spese sanitarie «dirette e indirette» (espressione voluta proprio dall'Italia) possono comprendere di tutto, anche il finanziamento delle spese aziendali dei padroni in fatto di “sicurezza” nei luoghi di lavoro, un bel vantaggio per i profitti. Ma soprattutto perché ogni creditore vuole indietro i soldi prestati. La vera condizione di ogni prestito è per definizione questa, al netto degli interessi previsti. E per pagare un debito bisogna essere nelle condizioni di farlo. Per questo l'accordo europeo prevede che alla fine dell'emergenza sanitaria gli Stati dovranno rafforzare i fondamentali economici, coerentemente con le regole fiscali della UE. Detto in parole povere, dovranno mettersi nelle condizioni di pagare i creditori. E per pagare i creditori, le terapie d'urto sono già state sperimentate: sulla pelle dei sistemi sanitari, delle pensioni, dell'istruzione.


SALVINI E MELONI, UNA MENZOGNA PER DUE

Ma le bugie di Conte sfigurano di fronte alla faccia di bronzo di Salvini e Meloni.
Com'è noto, Salvini e Meloni si scagliano contro il MES denunciandolo come cappio al collo della sovranità nazionale. Conte li accusa di compromettere l'interesse dell'Italia al tavolo negoziale europeo? Loro accusano Conte di tradire l'Italia svendendola alla Germania e condannandola al ruolo della Grecia. Una sciocchezza, purtroppo ripresa a pappagallo da ambienti sovranisti “di sinistra”.

In primo luogo l'Italia non è la Grecia. La Grecia è un paese semidipendente. L'Italia è la seconda potenza industriale d'Europa. Il debito greco era nella pancia delle banche tedesche, francesi e... italiane. Il debito italiano è prevalentemente in pancia alle banche tricolori. I creditori dell'Italia sono innanzitutto le italianissime Banca Intesa e Unicredit, quelle del salotto buono, le stesse banche rapinatrici che controllano parte importante del debito estero di Romania, Bulgaria, Serbia, Albania, in concorrenza con le banche tedesche.
Il MES è una creatura degli imperialismi europei, Italia inclusa. Se anche l'Italia un domani ricorresse al fondo comune intergovernativo del MES, come ha fatto a suo tempo l'imperialismo spagnolo, non cesserebbe per questo di essere un paese imperialista, creditore verso altri paesi. Semplicemente attingerebbe alla cassa di resistenza comune del capitale finanziario continentale di cui è membro onorario, impegnandosi a ripagare il debito a questa cassa comune a spese dei propri salariati. Non è in gioco la sovranità dell'Italia, ma gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, quelli che Salvini e Meloni vogliono abbindolare sventolando la bandiera tricolore.

Ma la faccia di bronzo di Salvini e Meloni sta soprattutto nel fatto che il MES è... (anche) roba loro. Conte lo ha ricordato con un riferimento impreciso (Meloni ministro nel 2012) e Meloni, «indignata», lo ha accusato di falso. Ma la controaccusa è più falsa dell'accusa. È vero, Meloni nel 2012 non era ministro, perché al governo c'era Monti. Ma Meloni stava nella maggioranza del governo Monti (a differenza della Lega), e dunque ne condivideva le responsabilità politiche: non solo il sostegno alla legge Fornero, ma anche il varo del MES.
Di più. Il MES costituisce l'evoluzione del precedente Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria (FESF), entrambi preparati e decisi a livello europeo nel 2010-2011, quando l'Italia era governata da Berlusconi, e Giorgia Meloni era ministro della gioventù. La ministra Giorgia Meloni è stata dunque pienamente corresponsabile di quel MES che oggi denuncia come sventura biblica, assieme allo smemorato Matteo Salvini, allora eurodeputato della Lega, parte attiva del governo del Cavaliere, e poi sostenitore del pareggio di bilancio nella Costituzione (relatore Giorgetti).

Che dire? I politici borghesi sono tutti parte della stessa ciurma di mentitori seriali. È l'unica via per cercare di ottenere il voto dei lavoratori e al tempo stesso continuare a frodarli. Ma prima o poi il gioco può saltare. E allora per bari e bugiardi possono prepararsi brutte sorprese.
Partito Comunista dei Lavoratori

Coordinare le sinistre di opposizione per contrastare governo Conte e destre reazionarie

Intervista a Marco Ferrando

4 Dicembre 2019
dal sito Il Pane e le rose
Sabato 7 dicembre, a Roma, si svolgerà un’iniziativa di notevole rilievo: l’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione. Un passaggio convocato da tre organizzazioni (Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Comunista Italiano, Sinistra Anticapitalista) che ha sin qui ricevuto le adesioni di numerose realtà. Ottenendo un primo, significativo risultato proprio nel rendere più evidente l’esistenza di settori politici che non si appiattiscono sulla logica del “meno peggio” e sul sostegno (più o meno critico) all’attuale governo. Nell’intervista che ci ha rilasciato, Marco Ferrando, portavoce nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori, spiega che il punto, ora, è valorizzare questo dato per delineare azioni e campagne comuni, così da iniziare a contrastare la presa esercitata dal blocco sociale reazionario sulla nostra classe di riferimento.


Quali sono, a tuo avviso, le differenze e i motivi di continuità tra il primo e il secondo Governo Conte?

Il primo governo Conte (Di Maio-Salvini) si basava su due partiti diversamente reazionari che portavano in dote al grande capitale il controllo su un vasto blocco sociale a direzione medio-borghese (il capitalismo dei distretti per la Lega, le libere professioni per il M5S), purtroppo arruolando nelle proprie file anche un ampio settore dei lavoratori salariati. Il secondo governo Conte, col ritorno al governo del PD, vede di nuovo la presenza diretta del grande capitale al posto di comando. Per questo la sua formazione ha registrato il plauso del grande capitale finanziario, delle cancellerie europee, dell'establishment. L'elemento di continuità è dato non solo ovviamente dal comune rispetto delle compatibilità capitalistiche, al di là della maggiore linearità di relazioni con l'Unione Europea da parte dell'esecutivo attuale, ma dalla conservazione di tutte le peggiori misure reazionarie del Conte uno (Decreti sicurezza in particolare) e più in generale di tutte le misure antioperaie dell'ultimo decennio (Job Acts e Legge Fornero in primis).


Sinora, ci sono stati pochi momenti di opposizione da sinistra al governo attuale, tra i quali un certo rilievo ha avuto lo sciopero generale organizzato da alcuni sindacati di base il 25 ottobre...

Purtroppo il secondo governo Conte si regge non solo sul sostegno di tutta la residua sinistra parlamentare (Liberi e Uguali e Sinistra italiana), ma anche sull'appoggio della burocrazia sindacale, a partire dalla burocrazia CGIL. Possiamo anzi dire che paradossalmente la sua politica padronale si regga oggi più sulla burocrazia sindacale che su Confindustria. Le associazioni confindustriali del Nord, inizialmente fiduciose, sono rimaste deluse per gli insufficienti investimenti infrastrutturali, e sono oggi critiche verso la Legge di stabilità in cantiere, nonostante le sue nuove regalie ai profitti. La segreteria CGIL è invece appagata dalla ritrovata concertazione col governo, e lo circonda di una cintura protettiva su ogni versante, a partire dalle vertenze aziendali (Ilva, Whirlpool), nonostante il fatto che l’esecutivo non dia nulla ai lavoratori salariati, meno ancora delle elemosine concesse dal corso populista precedente ("quota 100"). Il risultato è che con questa politica le direzioni sindacali concorrono a preservare il blocco sociale reazionario: un disastro non solo sindacale ma politico. La ripresa della Lega e l'ascesa di Fratelli d'Italia sono emblematici. L'azione di sciopero del 25 ottobre è stata positiva, ma ha avuto un carattere di stretta avanguardia, per quanto importante. Tra avanguardia di classe e il grosso del proletariato esiste oggi purtroppo una divaricazione ampia. Tanto più in questo quadro, la frammentazione delle iniziative, in seno all'avanguardia, risulta negativa e penalizzante, a vantaggio del padronato e delle burocrazie.


Cosa puoi dire a chi teme che, inasprendo la polemica contro l’odierno esecutivo, si favoriscano le destre reazionarie?

Che lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa al padronato e al governo è una necessità ineludibile e urgente. È l'unica via per ribaltare i rapporti di forza tra le classi nei luoghi di lavoro e nella società. È l'unica via attraverso cui la classe operaia può scrollarsi di dosso i pregiudizi reazionari (per esempio verso i migranti), ricomporre la propria unità, diventare riferimento degli altri movimenti sociali e politici progressivi (antirazzisti, ambientalisti, femministi), favorire lo sviluppo della loro coscienza. L'arretratezza profonda dell’attuale movimento delle “sardine” è anche un portato del riflusso del movimento operaio. Solo una ripresa di massa della lotta operaia può fare egemonia sul senso comune di quella giovanissima generazione che (positivamente) si sta affacciando nelle piazze, introducendo nel suo immaginario il riferimento di classe e costruendo un nuovo blocco egemone. Inoltre è questa l'unica via per disgregare il blocco sociale reazionario e la sua presa tra i lavoratori.


È una nostra impressione o alcuni settori dell’establishment cominciano ad aprire alla possibilità di un governo guidato dalla Lega?

È così. Il capitale non ha valori ma solo interessi. Una parte della grande borghesia del Nord, delusa dal governo Conte, apre un canale di credito alla Lega in vista di una sua possibile leadership in un futuro governo. Sono ambienti che frequentano i governatori leghisti, fanno affari con questi, incoraggiano la "secessione dei ricchi" in funzione di nuove privatizzazioni e saccheggi dei territori. Giorgetti è il loro uomo di riferimento nella Lega, non a caso è colui che più si preoccupa di predisporre un quadro di governabilità istituzionale per un futuro governo a direzione leghista. Le aperture di Salvini a Draghi, gli incontri con Ruini, sono un tentativo di moderare il profilo della Lega agli occhi dell'establishment. Ma la concorrenza di Meloni sulla destra complica l'operazione e costringe Salvini a indossare l'abito intransigente sul MES (Meccanismo europeo di stabilità), un fondo in realtà utile al capitale finanziario di ogni paese, incluse le banche italiane, e a carico di tutti i lavoratori europei. La campagna nazionalista contro il MES "tedesco" serve solo a nascondere dietro abiti patriottici questa sua valenza di classe contro i salariati, italiani e tedeschi. Ma di certo l'establishment non gradisce.


Cosa ti aspetti, in concreto, dall’Assemblea del 7 dicembre?

L'assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione del 7 dicembre è un fatto importante. Mira a unificare l'azione di tutte le sinistre che si collocano all'opposizione del governo del capitale, in controtendenza con le dinamiche di dispersione e frammentazione di questi anni. Non si muove in un'ottica elettorale o di nuovi soggetti politici costruiti in laboratorio. Si muove sul terreno dell'intervento di classe e di massa. Non mette in discussione l'autonomia politica dei diversi soggetti che vi concorrono, ma vuole valorizzare una battaglia comune al servizio del proprio campo sociale, in contrapposizione a ogni logica settaria, in funzione dell'unificazione delle lotte. Il numero crescente delle adesioni collettive raccolte, e la partecipazione che si annuncia, confermano la corrispondenza di questa proposta con un sentire diffuso dell'avanguardia. Dalla assemblea uscirà un passo avanti nel coordinamento dell'azione comune e nella definizione delle campagne unitarie dell'opposizione, dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici.
Stefano Macera