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Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Legge di bilancio. Bilancio della legge

 


Una cartina al tornasole della società capitalista, e della natura di chi la governa. Del governo Meloni e non solo

23 Dicembre 2025

Depositata la polvere delle tormentate schermaglie parlamentari, la legge di bilancio del governo Meloni appare per quello che è: un regalo a Confindustria e al capitale finanziario pagato dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Come già avevamo osservato al piede di partenza della legge, la sua ossatura è dettata dalla volontà di uscire dalla procedura di infrazione europea. Rientrare sotto il tetto del 3% di deficit è stato l'imperativo categorico del governo.
La ragione immediata di questo imperativo è stata candidamente dichiarata dallo stesso governo: uscire dalla procedura d'inflazione è la condizione prevista per poter attingere al prestito europeo SAFE ai fini del grande riarmo. Per l'Italia un ricorso obbligato. Perché a differenza dell'imperialismo tedesco, l'Italia non dispone dei margini di bilancio necessari per finanziare autonomamente il proprio riarmo. Ha bisogno di credito agevolato. Tutto il complesso militar-industriale tricolore, da Leonardo a Fincantieri, in piena espansione di affari e di utili, ha esercitato in questo senso una pressione decisiva. E Fratelli d'Italia, Crosetto in primis, ha costruito con questo mondo, e non da oggi, una relazione politica privilegiata.

Ma non è questa la sola ragione dell'impostazione “austera” della manovra di bilancio.

Il debito pubblico italiano continua a crescere. La produzione industriale è in ritirata. I 190 miliardi di PNRR non hanno garantito il rilancio economico ma solo evitato la recessione, e per di più si esauriscono nel 2026, mentre la BCE ha ridotto in termini strutturali l'acquisto dei debiti pubblici nazionali, debito italiano incluso.
Devo collocare ogni anno 400 miliardi di titoli sul mercato finanziario, e i tassi d'interesse previsti non sono più a zero o sotto zero come qualche anno fa” ha dichiarato Giorgetti nel suo discorso di replica in Parlamento. È vero. Per pagare ogni anno circa 100 miliardi di interessi sul debito a banche, assicurazioni, fondi finanziari – grandi acquirenti dei titoli di Stato – bisogna rendere i titoli appetibili. E per renderli appetibili occorre offrire garanzie ai creditori, cioè “i conti in ordine”. Per questo il giudizio positivo delle agenzie di rating sul rigore finanziario della manovra è la medaglia che Giorgetti e Meloni si appuntano al petto.

La nostra prudenza di oggi servirà anche ai governi futuri, a chi eventualmente verrà dopo di noi” dichiara il ministro dell'Economia con ammiccamento bipartisan. E i partiti borghesi di opposizione, critici su altri aspetti, non hanno minimamente contestato il rigore sui conti, al contrario. Non è un caso, essendo stati negli anni e decenni i principali garanti dell'austerità.
Peraltro il governo ha ringraziato pubblicamente il “senso di responsabilità delle opposizioni” in Commissione Bilancio per aver evitato ogni forma di ostruzionismo e il relativo ricorso all'esercizio provvisorio. Tra gentiluomini del capitale tutto torna, al di là delle parti in commedia.

Tuttavia, la quadratura del cerchio per il governo Meloni è stata più difficile che in altre occasioni. Con la seconda amministrazione Trump, e il potente rilancio del protezionismo, la competizione capitalistica sul mercato globale si è inasprita pesantemente a ogni latitudine. In particolare per l'Europa, stretta sempre più nella morsa tra dazi USA e “invasione” cinese. E ancor più per l'Italia, massicciamente esposta sul versante delle esportazioni (essendo ormai il quarto esportatore mondiale). Da qui le pressioni incalzanti di Confindustria sul governo Meloni per incassare aiuti “vitali”: in fatto di ulteriori agevolazioni fiscali, cancellazione di vincoli (in particolare ambientali), altre liberalizzazioni di mercato, riduzione dei costi dell'energia, apertura di nuovi mercati (Mercosur).
Una pressione peraltro presente in tutti i paesi su tutti i governi da parte dei capitalisti di ogni bandiera.

Il governo Meloni ha raccolto il grido di dolore delle imprese in cambio del loro sostegno politico. La legge di bilancio parla chiaro: Confindustria ha incassato un iper-ammortamento triennale per l'acquisto di macchinari, compensazioni per il caro materiali in edilizia, l'estensione dei vantaggi fiscali della ZES (Zona Economica Speciale) all'intero territorio nazionale, l'impegno italiano in sede europea per ridurre ulteriormente i vincoli della cosiddetta transizione ambientale (già peraltro in piena ritirata continentale). In tutto altri tre miliardi e cinquecento milioni versati nelle tasche dei padroni, dopo anni di profitti sontuosi e arricchimenti di Borsa. Non a caso il nuovo Presidente confindustriale Orsini ha dichiarato pubblicamente la propria soddisfazione, confermando l'appoggio politico al governo.

Il conto lo hanno pagato i lavoratori e le lavoratrici, con l'ulteriore aumento di fatto dell'età pensionabile, i colpi assestati ai lavoratori precoci e usuranti, la cancellazione anche formale di Opzione donna, e persino l'abolizione della possibilità di uscire dal lavoro cumulando contributi INPS e previdenza complementare. Oltre ai tagli di 7 miliardi ai ministeri in tre anni, con ricadute a pioggia su enti locali e servizi, e all'aumento di numerose imposte indirette. Una rapina. Tanto più clamorosa se compiuta da coloro che dovevano “abolire la Fornero” e “cancellare le accise”.

Abbiamo fatto pagare ben 11 miliardi alle banche e alle assicurazioni!” rispondono Salvini e Meloni. Nulla di più falso. La verità è opposta. Metà di quella cifra è solo un anticipo di liquidità che sarà recuperato dopo il 2029, o una ritenuta anticipata (0,5% nel 2028, 1% dal 2009) per i pagamenti tra imprese. Il resto è un aumento irrisorio dell'IRAP del 2% spalmato su tre anni, a fronte di profitti netti di oltre 50 miliardi realizzati dalle banche in un solo anno. Una carezza. In cambio, le assicurazioni incassano l'obbligo della polizza per eventi catastrofali, il trasferimento del TFR ai fondi pensionistici privati attraverso il meccanismo truffa del silenzio-assenso, la liberalizzazione degli investimenti dei fondi pensionistici privati in tutti i settori, dalle infrastrutture alla sanità. Ma soprattutto incassano la certezza del pagamento del debito pubblico, di cui assieme alle banche sono i principali acquirenti.

Del resto, la grande corsa alla riduzione delle tasse sui profitti, praticata in tutto il mondo per attrarre gli investimenti – in una spietata concorrenza tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) – è la base strutturale del crescente ricorso all'indebitamento pubblico degli Stati borghesi con le banche, a vantaggio del capitale finanziario.

L'oro di Banca Italia è del popolo” esclamano Meloni e Salvini per ingannare gli sciocchi. La verità è che l'”oro del popolo” è quello rubato quotidianamente a chi produce la ricchezza e versato nel portafoglio dei capitalisti, banche incluse. La legge di bilancio lo documenta una volta di più. In questo senso è una cartina al tornasole della società capitalista e del governo che la presiede (come di ogni governo) quale suo comitato d'affari.

La conclusione è semplice, se guardiamo le cose dal versante del movimento operaio. Non si tratta di rivendicare “un'altra politica economica”, come ripetono instancabilmente le sinistre riformiste di tutte le salse quando stanno all'opposizione (salvo poi una volta al governo realizzare inevitabilmente le stesse politiche). Si tratta di battersi per un'altra struttura dell'economia, che liberi la società dalla dittatura dei capitalisti, e la consegni a un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa possibile. L'unica che possa riorganizzare la società dalle fondamenta in base ai bisogni della maggioranza. L'unica vera democrazia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il protocollo sul caldo fra governo, padroni e sindacati

 


La logica di un'intesa colabrodo

8 Luglio 2025

Nella primavera del 2020 l'accordo fra governo Conte, Confindustria e sindacati per gestire l'irruzione travolgente della pandemia nei luoghi di lavoro non prevedeva sanzioni per chi lo avesse violato. La sua unica funzione fu quella di stoppare l'onda di scioperi dal basso di centinaia di migliaia di lavoratori (marzo 2020) che chiedevano misure di sicurezza sanitaria nelle fabbriche contro il cinismo padronale. Quel cinismo capitalista che poco prima in Val Brembana aveva posto il veto su misure di recinzione sanitaria, come a Codogno, per consentire la continuità di produzione e profitti (“Bergamo is running”), col risultato di moltiplicare le morti per Covid a livelli di record (mondiale).

Il protocollo di accordo fra governo, sindacati, organizzazioni padronali, dei primi di luglio 2025 sulla gestione del lavoro durante l'ondata di caldo – in un quadro certo meno drammatico ma non meno serio – ricalca, in forma diversa, la stessa logica del 2020. Una somma di buoni proponimenti: l'invito ai padroni a consultare il bollettino meteo, il suggerimento di eventuali flessibilizzazioni concordate degli orari, la disponibilità del governo a coprire con la cassa integrazione eventuali sospensioni del lavoro imposte dal caldo, l'appello alle parti sociali a contemperare la tutela dei lavoratori con la continuità del lavoro a partire dai “lavori di pubblica utilità”, l'invito alle Regioni a predisporre apposite ordinanze dentro lo spirito dell'accordo, l'immancabile retorica sulla collaborazione fra le parti.
L'elemento centrale del protocollo siglato è l'assenza di ogni impegno vincolante per i padroni, e dunque la sostanziale assenza di misure sanzionatorie. Nella sostanza, un liberi tutti.

Il governo Meloni ha naturalmente esultato presentando l'accordo come proprio successo politico (“avete visto, anche Landini ha firmato, altro che governo antioperaio”); Confindustria e tutte le organizzazioni padronali hanno applaudito il governo e la “responsabilità” sindacale (anche a futura memoria, in vista dei contratti); le burocrazie sindacali CGIL-CISL-UIL, unite, hanno esaltato la collaborazione fra le parti come paradigma di nuove possibili relazioni con padronato e governo, nel segno di quel riconoscimento di ruolo che è l'unica vera aspirazione delle burocrazie.

Ma il risultato per i lavoratori? È quello documentato dalla cronaca delle giornate successive: nessuna reale garanzia di protezione del lavoro. Le ordinanze regionali, quando vi sono state, sono state non solo le più diverse – sancendo la disparità dei diritti a parità di condizioni – ma anche per lo più inosservate. Nei cantieri edili la “salvaguardia delle opere di pubblica utilità” ha significato quasi ovunque continuità di lavori massacranti nelle fasce orarie più torride, spesso nelle regioni più calde, come la Sicilia. Nelle campagne, come nell'Agro Pontino, il lavoro è continuato come sempre nelle ore di punta, condannando in particolare i lavoratori immigrati a condizioni insostenibili. La logistica (trasporti, magazzini, rider) è stata a volte persino ignorata dalle ordinanze, come in Veneto e Toscana, mentre altre volte le relative ordinanze sono state inevase dai padroni. Altrettanto può dirsi per l'industria, in particolare per la piccola e media impresa: gli scioperi operai in Elettrolux di Forlì, e in alcune aziende del milanese e del mantovano, hanno denunciato le condizioni del lavoro in fabbrica, ed anche, di fatto, la natura truffaldina dell'intesa nazionale fra le parti.

Sulla base di un elementare criterio classista, la rivendicazione sindacale unificante avrebbe dovuto e dovrebbe concentrarsi su una misura semplice di valenza generale: una legge che dica che in presenza di temperature superiori a 30 gradi e con un tasso di umidità superiore al 70% il lavoro viene interrotto. Ovunque e senza deroghe (se non quelle legate a prestazioni sanitarie urgenti), con un potere di controllo e di veto degli RSL, e con piena garanzia di salario. Punto. Ma una rivendicazione così chiara richiede una logica opposta a quella delle burocrazie. Una logica che contrapponga le ragioni del lavoro a quelle del capitale. Una logica da vertenza generale e di reale mobilitazione.
È la logica con cui il PCL si batte in ogni luogo di lavoro e in ogni sindacato di classe.

Partito Comunista dei Lavoratori

La legge finanziaria del governo Meloni

 


La legge di stabilità del governo Meloni è la prima legge finanziaria dopo il varo del nuovo Patto di stabilità europeo, sottoscritto da tutti i governi capitalisti dell'Unione Europea e dall'insieme della vecchia e nuova maggioranza che sorregge la Commissione Europea (per intenderci, dal PD a Giorgia Meloni, sul versante italiano).


L'obiettivo della manovra economica è dichiarato: ottenere il placet di Bruxelles, dopo la procedura d'infrazione subita in estate, e un giudizio positivo del capitale finanziario e delle relative agenzie di rating, quelle che debbono certificare il grado di solvibilità di un paese sul proprio debito pubblico.
Su entrambi i lati, il governo ha ottenuto ciò che cercava. Ursula Von Der Leyen ha tutto l'interesse a incassare il sostegno di Giorgia Meloni e di buona parte del blocco del Partito dei Conservatori Europei, guadagnando uno spazio di azione più ampio. Meloni a sua volta ha interesse a proseguire sulla linea del proprio accreditamento politico e personale presso le cancellerie del continente, valorizzando la stabilità del proprio governo, a fronte della crisi politica di Francia e Germania, e quindi attestandosi quale diretta interlocutrice della nuova amministrazione americana. La nomina di Fitto tra i vicepresidenti della Commissione UE è un obiettivo successo di questa politica di scambio.

In tale cornice si colloca la manovra Meloni-Giorgetti, che la stessa stampa borghese saluta, con linguaggio improprio ma significativo, come “ritorno dell'austerità”.
7,7 miliardi di tagli ai ministeri, con conseguenze multiple, tra cui 702 milioni di tagli all'università e alla ricerca, e il blocco del turnover al 75% in una pubblica amministrazione già disossata; 5,6 miliardi di tagli agli enti locali, che significano riduzione della spesa sociale, ulteriore ridimensionamento dei servizi essenziali (asili, trasporto locale, welfare) e spinta a un nuovo aumento della tassazione comunale e regionale (IRPEF); continuità dei tagli al disastrato sistema sanitario, ormai ridotto al 6,2% del PIL; ulteriore peggioramento del sistema pensionistico, con l'innalzamento prima a 25 e poi a 30 anni degli anni di contributi necessari (per chi è in regime solo contributivo) al fine di poter accedere alla pensione anticipata a 64 anni, con parallelo rafforzamento della previdenza privata. L'unica spesa pubblica che sale è quella militare, ed in particolare in armamenti, in sintonia con lo scenario mondiale e l'indirizzo UE.

Parallelamente il governo offre un concordato fiscale biennale alle partite IVA (tassazione preventivamente concordata indipendentemente dalla crescita dei profitti, quindi detassazione preventiva degli stessi), combinata con la diretta riduzione dell'IRES sugli utili aziendali (dal 24% al 20%): la cosiddetta “IRES premiale” chiesta a gran voce da Confindustria. Un ulteriore abbassamento, seppur condizionato, della tassa piatta sui profitti, in sé scandalosa. Una tassa peraltro già ridotta verticalmente negli ultimi vent'anni: prima dal secondo governo di Romano Prodi che nel 2007 la portò addirittura dal 34% al 27% (col sostegno di Rifondazione); poi da tutti i governi successivi, in particolare dal governo Renzi.
È la risultante della concorrenza fiscale tra gli stati capitalisti della stessa UE nell'offrire condizioni di favore al capitale. La manovra Meloni è solo l'ennesimo passaggio di questa partita infinita. Le banche italiane sono chiamate a favorire l'operazione con un semplice anticipo, senza pagare un euro in più sui propri utili.

La grancassa propagandistica del governo (“abbiamo aumentato i salari”) ruota attorno al famoso taglio del cuneo fiscale, ora reso “strutturale”, attraverso una combinazione di taglio contributivo e detrazioni fiscali. Si tratta in realtà di una truffa, perchè finge di aumentare i salari quando in realtà mette a loro carico l'operazione attraverso il fisco: in altri termini, una fiscalizzazione della vecchia decontribuzione varata da Draghi, una grande partita di giro a saldo zero. E per di più, nell'ultima versione, persino peggiorativa: perché agendo attraverso il gioco delle detrazioni finisce per ridurre i salari di un'ampia fascia di salariati.
Il vero fine del taglio del cuneo fiscale era ed è quello di proteggere i profitti d'impresa dal rischio di forti rivendicazioni salariali. È un caso che Confindustria sia la più convinta sostenitrice del taglio del cuneo, che infatti vorrebbe ancor più consistente?

Tutto ciò acquista il suo pieno significato nel quadro più generale della cosiddetta dinamica dei redditi. Lo studio condotto al riguardo da un gruppo di ricerca della Facoltà di Ingegneria dell'Università La Sapienza in ottobre, e presentato con disinvoltura dal quotidiano di Confindustria, è eloquente: «Il travaso di ricchezza dal lavoro al capitale è stato pazzesco. I soci hanno prelevato come dividendi l'80% degli utili netti e hanno lasciato il 20% come autofinanziamento di nuovi investimenti... Oltretutto i rari investimenti delle imprese sono stati per il 40% materiali nelle fabbriche e per il 60% finanziari in partecipazioni» (Il Sole 24 Ore, 22 ottobre 2024). Lo scrivono i padroni. È la confessione testuale del parassitismo della borghesia.

A ciò si aggiunge una altrettanto eloquente informativa dell'Istat (29 ottobre): «I 46 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 47,5% dei dipendenti... i contratti che a fine settembre 2024 sono in attesa di rinnovo ammontano a 29 e coinvolgono il 52,5% del totale dei dipendenti». Significa che la maggioranza dei salariati lavora con contratti scaduti. Con una ennesima diminuzione dei salari.
L'attuale aggravamento della crisi recessiva in Germania, a partire dall'industria automobilistica, viene usata dal padronato come ulteriore leva di chiusura verso le richieste contrattuali, come mostra lo stallo del rinnovo contrattuale dei metalmeccanici.

La richiesta di un forte aumento salariale per tutti i lavoratori e le lavoratrici, di almeno 400 euro netti, si impone sempre più come esigenza generale della classe lavoratrice, al di là dei confini di categoria, assieme alla rivendicazione di una tassa patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Paghi chi non ha mai pagato. Paghino i profitti di banche e imprese. È la voce necessaria di una piattaforma unificante per la vertenza generale dell'intero lavoro salariato, pubblico e privato. L'unica via per prendere sul serio l'evocazione della “rivolta sociale”. Evitando di ridurla a recita ipocrita da talk show, o a comizio di piazza una tantum.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Nadef annuncia una manovra di classe

 


Governo e padronato scaricano sui salariati il proprio costo sociale e politico

28 Settembre 2023

Il governo anticipa con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) la cornice della prossima legge di stabilità.

Il margine di manovra del governo Meloni è ristretto da un combinato di fattori: un abbassamento verticale del tasso di crescita economica dell'Italia, zavorrata dalla recessione tedesca; un aumento netto del costo dell'energia connesso anche alla guerra; l'aumento progressivo dei tassi di interesse di tutte le banche centrali (con l'eccezione del Giappone), inclusa la BCE, che porta il solo pagamento degli interessi sul debito alle banche in Italia alla cifra di 95 miliardi annui. A ciò si aggiunge l'incognita del nuovo Patto di Stabilità in via di negoziazione in sede UE. Un nuovo Patto che comunque riproporrà la stretta sulle politiche di bilancio dopo la sospensione legata alla pandemia. Non a caso la Nadef annuncia già per il 2025/2026 un drastico abbassamento del ricorso al deficit rispetto al biennio precedente, con un taglio di ben 20 miliardi.

Dentro la camicia di forza di queste compatibilità capitaliste, l'attuale manovra annunciata si fonda un extradeficit di 14 miliardi con cui verrà principalmente finanziato il taglio contributivo del cuneo fiscale. Una partita di giro con cui il governo dà un ritocchino ai salari a spese dei salariati stessi (attraverso il debito) senza che il padronato debba scucire un euro. Non a caso Confindustria chiede formalmente che il taglio contributivo del cuneo fiscale ammonti addirittura a 16 miliardi, ben oltre i 10 che il governo predispone. Una Confindustria sensibile ai salari operai? Al contrario. Confindustria vuole scongiurare lotte e rivendicazioni salariali che possano intaccare i suoi profitti, in forte crescita. Quale migliore soluzione che mettere il tutto a carico dei salariati?

Per il resto, il governo deve conciliare l'operazione sul cuneo con l'esigenza di tutelare il proprio blocco sociale piccolo medio borghese. L'anno scorso gli si diede in pasto la cancellazione del reddito di cittadinanza, in funzione dell'abbassamento dei salari. Quest'anno gli si offre una pioggia di condoni e la trovata del concordato fiscale preventivo biennale: se i tuoi profitti crescono nel biennio non pagherai un euro in più avendo concordato preventivamente con lo Stato.
Per tappare i relativi buchi si annunciano altri due miliardi di tagli alla spesa pubblica, disposti centralmente del ministero dell'economia per le resistenze dei diversi ministeri, e un nuovo giro di privatizzazioni e dismissioni.
Tutte misure contro i lavoratori, per effetti diretti e indiretti. Quanto al rinnovo dei contratti pubblici, solo poche briciole cadute dal tavolo. Illuminante il dispositivo allo studio sulla sanità: non l'aumento dell'investimento nel servizio pubblico, non un vero aumento dei salari e delle assunzioni in un settore disastrato, ma la detassazione degli straordinari di medici e infermieri costretti a spaccarsi la schiena per coprire il servizio.

È l'ora di una grande mobilitazione prolungata di tutto il mondo del lavoro contro il governo e il padronato su una piattaforma di lotta generale. È l'ora di una lotta vera. Di un vero sciopero generale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Autunno precario per la scuola

 


L’ennesimo settembre all’insegna del precariato e delle incertezze per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola

Anche quest’anno scolastico, come i precedenti, è iniziato all’insegna dell’incertezza per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola che, in mancanza di un reale piano di stabilizzazione, si vedono per l’ennesima volta in una snervante attesa che si sta prolungando anche oltre l’inizio dell’anno scolastico, iniziato con decine di migliaia di cattedre vacanti, visto che neanche quest’anno verranno coperti tutti i posti vacanti e disponibili, con il 200% di insegnanti precari in più rispetto al 2015. Circa 150mila sono i posti in organico di fatto di cui almeno 117mila sono per il sostegno agli alunni con disabilità. Una situazione che vede nei fatti la negazione della continuità didattica per circa la metà delle alunne e degli alunni con disabilità. Anche per quanto riguarda il personale ATA la situazione non è affatto rosea, con le nomine autorizzate, infatti, che andrebbero a coprire a malapena il 30% dei posti vacanti, quando gli incarichi ATA coperti con supplenze vanno a costituire più del 10% del totale.


GPS NEL CAOS: IL CASO DELLA LOMBARDIA

L’attesa per migliaia di insegnanti è stata resa ancora più snervante dagli errori nella convocazione tramite GPS, dove precari storici con un punteggio alto si sono visti scavalcare nella nomina da colleghe e colleghi con un punteggio molto più basso, e supplenze annuali conferite a docenti già inseriti in ruolo da concorso straordinario bis e concorso ordinario. Questa situazione sta penalizzando fortemente i docenti che avevano espresso la preferenza per cattedre che di fatto allo stato attuale sono rimaste vacanti, poiché i docenti con assegnazione finalizzata al ruolo non assumeranno ovviamente servizio nell’altra sede. Una logica del “figli e figliastri” che sta danneggiando docenti e studenti, attaccando salario e dignità dei primi, negando la necessità della continuità didattica per i secondi, soprattutto per le studentesse e gli studenti con disabilità. Queste sedi verranno assegnate, in seconda convocazione, a docenti con punteggio in graduatoria molto inferiore a quello dei colleghi che ne avrebbero avuto diritto. Parecchi docenti che avrebbero avuto diritto alla cattedra annuale, se le procedure fossero state eseguite all’insegna del rispetto dei diritti e della dignità degli insegnanti, risultano allo stato attuale destinatari di cattedra con termine 30 giugno, ed in molti casi di un incarico che nemmeno raggiunge le 18 ore settimanali, con forti ripercussioni anche sul salario e quindi sulla qualità della vita di centinaia, se non migliaia, di docenti.


LA TOTALE CHIUSURA DELL’UST DI MILANO

In tutto ciò le dirigenze dell’ufficio scolastico di Milano, differentemente da quanto sta capitando in altri uffici scolastici provinciali, come Mantova e Cremona, hanno ribadito di non avere alcuna intenzione di ripetere la nomina del primo turno di convocazioni da GPS, rimuovendo dal sistema i docenti che hanno già preso servizio nelle sedi designate per il ruolo.Penalizzando i docenti delle GPS con maggiore punteggio a favore di quelli con punteggio inferiore che, non essendo stati ancora convocati, potranno ottenere incarichi fino al 31 agosto. Ciò vuol dire, oltre l’attuare una letterale umiliazione nei confronti di tanti docenti, della loro dignità come anche della loro anzianità di servizio, la gran parte dei quali provenienti dalle più remote province del Meridione, il cui unico desiderio è quello di poter riprendere a lavorare dopo il licenziamento estivo, il fomentare una vera e propria guerra tra poveri della quale se ne avvantaggeranno soltanto le realtà sindacali corporativistiche e la propaganda dei partiti reazionari come la Lega che sul precariato stanno provando da anni a costruire un bacino di voti.


SE MILANO PIANGE, ROMA NON RIDE

Non troppo diversa è la situazione delle GPS nella capitale. A Roma migliaia di precari hanno vissuto momenti poco piacevoli agli inizi di agosto, quando un errore nelle GPS ha causato punteggi errati, gettando nel panico gli insegnanti e causando un enorme carico di lavoro per l’ufficio scolastico provinciale. Pochi giorni fa, al momento dell’assegnazione, l’algoritmo delle GPS ha assegnato a numerosi docenti incarichi in scuole dove non vi era alcuna sede vacante. Oltre al danno la beffa.
Situazioni simili a quelle di Milano e Roma si sono riscontrate anche in altri territori, come in Toscana, con numerose proteste.


UNA SITUAZIONE CHE NON È PIÙ TOLLERABILE!

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola, portato avanti indistintamente dai governi di centrodestra e centrosinistra a favore di multinazionali e Chiesa ci battiamo per queste rivendicazioni:

La stabilizzazione di tutti i precari della scuola, insegnanti e ATA

Siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto, e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione che non sia diviso, a differenza di come hanno sinora fatto i governi, con il risultato che migliaia di insegnanti abilitati sono ancora senza ruolo (basti pensare alle eterne attese di migliaia di vincitori del concorso 2016 e del concorso 2018, abilitati con le SSIS ed i PAS, del concorso straordinario 2020 come anche dell’ultimo concorso ordinario e dello straordinario bis).

Abolizione dell'algoritmo e convocazioni in presenza

Assistiamo da anni a errori nelle convocazioni dovute alle impostazioni dell'algoritmo. Tutto questo porta a ripetute cancellazioni e ripetizioni delle nomine da GPS che allungano i tempi ad ogni inizio di anno scolastico. Il ripristino delle convocazioni in presenza permetterebbe un più equo scorrimento della graduatoria, evitando che chi ha più punteggio si veda scavalcare da chi è in posizione inferiore per un vizio di forma.
-pubblicazione delle disponibilità al momento della scelta delle sedi. Terribilmente grave è l'inesattezza delle disponibilità, che aumenta nelle migliaia di docenti presenti nelle GPS un senso di incertezza e angoscia che ogni estate si rinnova. È accertato come spesso nei file pubblicati dagli uffici territoriali risultino molte meno cattedre di quelle realmente esistenti.

Lauree abilitanti

Per porre fine al mercimonio dei crediti formativi post-laurea; nello specifico un biennio magistrale abilitante per posto comune e un percorso analogo abilitante per il sostegno.

No al blocco per i neoassunti, sì a pensioni dignitose

Ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare dove preferisce. Con ciò condanniamo fermamente il blocco triennale dei neoassunti contenuto nell’ultimo CCNL 2019/2021. Oggi i docenti over 60 ( dato del 2022) sono il 18%: praticamente il doppio della media europea.( 9%)

Analogo il dato dei docenti ultracinquantenni: il 20% dei docenti ha infatti tra i 54 e i 59 anni, mentre il 19% ha tra i 50 e i 54 anni.Più della metà degli insegnanti italiani ha più di 50 anni, con una percentuale complessiva del 57,2%. La media di docenti over 50 in Europa è di circa il 36% (dati SBC del 05/08/2023).

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, soprattutto nel Meridione, riducendo l’esodo delle mobilità che ogni anno coinvolge migliaia di docenti e ATA, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

- In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.

- Pensione pari all’80% dell’ultimo salario con ripristino del calcolo retributivo

Internalizzare tutti gli educatori

Il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con salari minimi. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.
Con queste rivendicazioni, come lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori, siamo intervenuti in tutti gli scioperi dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola degli ultimi anni, e restiamo al fianco dei precari per bloccare ogni scellerato progetto di privatizzazione e divisione della scuola e degli insegnanti.


VIA IL GOVERNO MELONI, VIA BANCHE E CONFINDUSTRIA, POTERE AI LAVORATORI!

Solo con la lotta questo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato , burocrazia CGIL e Landini in primis, e di quelle di alcune realtà del sindacalismo di base, che perseguono una politica di microburocrazie, con una politica settaria, divisiva e autocentrata. Ma anche e soprattutto contro ogni logica corporativistica. Perché solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Lavoratori e Lavoratrici della scuola – Partito Comunista dei Lavoratori

Il decreto del primo maggio

 


Misure padronali e balbettio sindacale

Il "decreto del primo maggio" sottolinea una volta di più lo scarto tra la determinazione del governo e il balbettio delle burocrazie sindacali.

Il governo ha esteso innanzitutto l'uso dei contratti a termine, la forma più classica di lavoro precario, esattamente come chiede Confindustria. Il Sole 24 Ore non a caso esulta.
In secondo luogo ha smantellato, come annunciato, il vecchio reddito di cittadinanza, sostituendolo con una misura che limita pesantemente la platea interessata, l'importo erogato, la durata dell'importo. Con ciò ha accolto la richiesta pressante del padronato, che vuole eliminare ogni possibile intralcio, per quanto debole, ai salari da fame, e capitalizzare a proprio vantaggio quote ancor più ampie di spesa pubblica.
In terzo luogo ha realizzato il famoso taglio del cuneo fiscale, cioè il taglio dei contributi previdenziali, presentandolo come grande sostegno ai salari. Una truffa bella e buona, per la ragione più semplice: i contributi sono messo a carico del debito pubblico (scostamento di bilancio) e della fiscalità generale, cioè sostanzialmente a carico dei salariati “beneficiari”. In compenso si chiede ai “beneficiari” di non rivendicare aumenti salariali, per i quali infatti non è previsto un euro in relazione al rinnovo dei contratti pubblici. È la ragione per cui Confindustria plaude al taglio del cuneo fiscale, e anzi lo chiede ancor più consistente. Si tratta di una misura di protezione dei profitti, gli stessi profitti in forte crescita che stanno trainando l'aumento dei prezzi e falcidiando i salari.

Vi sarebbero dunque tutte le condizioni di una forte mobilitazione. Tanto più contro un governo a guida postfascista che non ha regalato alle burocrazie neppure la finzione di una trattativa, limitandosi alla pura comunicazione delle decisioni prese.
Ma i burocrati sindacali non vanno al di là di garbatissime parole di insoddisfazione per il trattamento subito, unite alla solita preghiera a futura memoria di un proprio riconoscimento di ruolo, mentre nel merito coprono l'operazione sul cuneo fiscale che li vede allineati a Confindustria, contro ogni vero aumento dei salari a carico dei profitti. Uno scenario di pace sociale che il quadro di mobilitazioni in Europa per forti aumenti salariali – come in Gran Bretagna e persino in Germania – rende ancor impressionante.

Non solo. Questa scandalosa passività delle burocrazie sindacali di casa nostra rischia di regalare al governo Meloni uno spazio d'immagine agli occhi di molti lavoratori. “I sindacati chiacchierano, noi aumentiamo le buste paga di chi lavora, scegliete voi con chi stare”, ha dichiarato la capa del governo a reti unificate. Una manovra propagandistica tanto più insidiosa perché combinandosi col taglio del reddito di cittadinanza mira a contrapporre i salariati ai disoccupati, quindi a dividere ancor di più il blocco delle classi subalterne.

Lo ribadiamo. La lotta per una vertenza unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, contro il padronato e il suo governo reazionario, è inseparabile dalla battaglia per un'altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Sanità di Confindustria, e quella dei lavoratori

 


Confessione e scopi del quotidiano dei padroni

5 Settembre 2022

A parlare è il quotidiano di Confindustria, al di sopra di ogni sospetto (ma, come vedremo, non innocente). Domenica 4 settembre titolo “Sanità, le sette emergenze dimenticate”. Seguono cifre impietose che sbugiardano tutti i partiti borghesi. Gli stanziamenti per la sanità sono l'ultima voce di spesa del favoleggiato PNRR, meno dell'8% dell'operazione complessiva (operazione a debito, da restituire con gli interessi).

La spesa sanitaria prevista dal Documento di Economia e Finanza si riduce dello 0,6% ogni anno da qui al 2026, passando dal 6,6% del PIL nel 2023 al 6,2% del 2025. Le nuove “Case di Comunità” strombazzate da Speranza non dispongono di risorse certe, secondo lo stesso Ufficio parlamentare di bilancio. Permane il vincolo di spesa che impedisce di superare la spesa del 2004, ridotta dell'1,4%. Resta il numero chiuso in Medicina. La mancanza di personale si aggrava. Mancano oltre 20.000 medici e infermieri solo per tornare a livelli di dieci anni fa, di fronte a esigenze enormemente accresciute. Il grosso delle nuove assunzioni è con contratti a tempo determinato, del tipo “usa e getta” già sperimentato col Covid. I pronto soccorso, prima trincea degli ospedali, sono ovunque al collasso, col personale in fuga per il carico di lavoro insostenibile. Le liste d'attesa per visite e cure si allungano oltre ogni limite, al punto che in alcuni casi sono addirittura “sospese” (San Martino di Genova).

Tutto questo accade dopo gli anni della pandemia, dopo che tutti i partiti borghesi si sono stracciati le vesti per il taglio dei 37 miliardi del precedente decennio, dopo che tutti hanno giurato in ore drammatiche che “nulla sarà più come prima”. Invece tutto è come prima, ed anzi peggio di prima.
Le promesse elettorali stanno a zero come in passato, contano i fatti. Ed oggi la nuova crisi delle bollette, che si scarica anche sulle strutture ospedaliere, minaccia semmai nuovi tagli al servizio e costi più alti per le prestazioni.

C'è un solo settore della sanità che prospera a gonfie vele. Si tratta della sanità privata. Quella che trionfa in Borsa grazie al sostegno delle risorse pubbliche. L'8 agosto il Corriere della Sera ha ospitato un editoriale di Gianfelice Rocca, presidente dell'Istituto Clinico Humanitas, dal titolo “Più investimenti privati per cambiare la sanità”. «Stante i vincoli finanziari della finanza pubblica, dobbiamo mobilitare massicciamente le risorse private». L'argomentazione è di mercato. «Nel 2070, secondo le previsioni dell'Istat, [coloro che avranno più di 65 anni] supereranno il 65% [della popolazione] […] Dobbiamo costruire la sanità di domani, ma dobbiamo farlo anche tenendo conto di un vincolo di bilancio sempre più pressante». Da qui anche la richiesta allo Stato di maggiori agevolazioni fiscali ai privati e di un innalzamento delle tariffe che tengano il passo dell'inflazione.
Tutto quadra. Il Sole 24 Ore che lamenta la dimenticanza della sanità pubblica lo fa per invocare quella privata. I governi borghesi sono solo comitati d'affari dei suoi interessi.

Non si cambia il volto della sanità senza una svolta anticapitalista. La sanità privata va nazionalizzata, sotto controllo sociale. La spesa pubblica per la sanità va raddoppiata, con un piano di assunzione a tempo indeterminato di 100.000 unità tra medici e infermieri, la ricostruzione della medicina territoriale, la riapertura degli oltre duecento ospedali chiusi, un investimento massiccio in tecnologie sanitarie, nei sistemi di tracciamento, nei laboratori, nella ricerca medica. È possibile solo con una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco (oltre i due milioni di euro), che detiene nelle proprie mani una ricchezza finanziaria di 4000 miliardi. È possibile solo con l'annullamento del debito pubblico verso le banche, che ogni anno sottrae alle casse pubbliche 70-80 miliardi di soli interessi.

Solamente un governo dei lavoratori può realizzare queste misure. Solo una rivoluzione può cambiare le cose.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà ai compagni di Torino arrestati

 


Le misure cautelari della Digos di Torino contro undici studenti (quattro arresti domiciliari e obbligo di firma per gli altri), accusati di lesione e resistenza a pubblico ufficiale per gli scontri intervenuti durante le manifestazioni presso Confindustria contro l'alternanza scuola-lavoro, sono emblematiche della giustizia borghese. L'alternanza scuola-lavoro può continuare indisturbata a macinare sfruttamento e crimini, ma chi porta la denuncia di sfruttamento e crimini sotto le sedi delle organizzazioni padronali viene portato alla sbarra. È il riflesso di un mondo capovolto, fondato sul capitale contro il lavoro. Ai compagni torinesi colpiti va la piena solidarietà del PCL. Libertà per i compagni arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

No al riarmo!

 


Per una mobilitazione generale contro l'imperialismo di casa nostra

«Per difendere la sua pace oggi l'Europa deve prepararsi alla guerra. Non per combatterla, si spera, ma per dissuadere gli altri dal fargliela».

Così, il 10 marzo, il quotidiano di Confindustria saluta gli imponenti piani di riarmo che percorrono il vecchio continente. Come sempre, gli imperialismi preparano le guerre nel nome della pace.
La guerra in Ucraina è il pretesto. Il riarmo tedesco è la locomotiva.

L'imperialismo USA aveva chiesto da quasi un decennio agli imperialismi alleati di elevare al 2% del PIL le spese militari. Dovendo concentrarsi sulla grande sfida cinese, e alle prese con problemi di debito e di cassa, la più grande potenza imperialista vuole socializzare gli oneri finanziari della NATO tra tutti i membri dell'Alleanza. Partendo dalla vetta di 800 miliardi annui per la Difesa, l'imperialismo USA non può più reggere sulle proprie spalle i nuovi costi imposti dai venti di guerra.

Gli imperialismi europei, uno dopo l'altro, seguono la direttiva americana. Il 2% del PIL non è stabilito da alcun trattato, si fonda su un accordo politico. Per rispettare l'accordo tutti i governi imperialisti d'Europa hanno accresciuto negli ultimi dieci anni, chi più chi meno, i propri bilanci militari. Tutti. Non senza contraddizioni tra loro.
Il tema dell'esercito europeo è emblematico. Macron pochi mesi or sono aveva definito la NATO un “morto cerebrale”, candidando la Francia a guida di un militarismo continentale, in quanto unica potenza nucleare della UE dopo la Brexit. Ma gli stessi USA che sollecitano un maggior impegno militare degli alleati guardano con diffidenza le ambizioni francesi, temendo un parziale sganciamento europeo dalla NATO. Soprattutto l'imperialismo tedesco non è certo disposto a mettersi a rimorchio dei generali francesi. I 100 nuovi miliardi che la Germania destina al proprio riarmo – tutti presi dal proprio bilancio statale – sono anche una risposta indiretta alla Francia. E in prospettiva una ragione di sottile inquietudine per Parigi.

Impossibilitati a seguire il ritmo tedesco, gli altri imperialismi europei vorrebbero affidare i costi del proprio riarmo alle casse comuni dell'Unione Europea, attraverso il ricorso all'indebitamento continentale. Si è fatto il recovery fund per il Covid, perché non fare lo stesso per la difesa? Nuovo debito a carico dei salariati... Ma la richiesta cozza con l'interesse opposto dei capitalismi nordici, Germania inclusa, che premono invece per il ritorno alle vecchie regole fiscali del patto di stabilità. Dunque la stessa guerra russo-ucraina che sospinge il generale riarmo ripropone all'Unione Europea i nodi irrisolti della propria costruzione. Mentre l'emergenza bellica rilancia l'egemonia americana in Europa.

E l'Italia? L'imperialismo italiano è in prima fila nei piani di riarmo. Cerca di accreditarsi agli occhi degli USA come garante della compattezza NATO, a fronte delle velleità francesi e delle “ambiguità tedesche” verso la Russia.
Il riarmo italiano non è un fatto nuovo. Giuseppe Conte che oggi sbandiera ipocrite posture pacifiste per ragioni elettorali, ha diretto da Presidente del Consiglio un sensibile incremento delle spese militari: rispettivamente del 5% e del 7% nei due governi da lui presieduti. Peraltro Luigi Di Maio, suo concorrente interno di partito, sta studiando da gran commis della borghesia italiana proprio in fatto di politica estera e di difesa.

Dunque Italia “serva” di Washington, come recitano i nostri sovranisti? Niente affatto. L'imperialismo italiano segue la bussola dei propri interessi. In accordo con gli USA ma pensando a sé. Il Gruppo Leonardo è la principale azienda militare in Europa, per fatturato e numero dei dipendenti. Più di Airbus, BAE, MBDA, Indra. Persino il pensionato D'Alema si occupa di procurargli affari nella lontana Colombia. I suoi lobbisti sono di casa presso l'Agenzia europea della Difesa. Non a caso Leonardo ha incassato il grosso dei finanziamenti previsti, e oggi sta spingendo, col pieno supporto di Draghi, per una convenzione europea che riformi i trattati in direzione del potenziamento militare della UE. Quanto alle fortune economiche del gruppo, basta osservare l'impennata verticale delle azioni di Leonardo in Borsa lungo il mese della guerra Ucraina. I venti di guerra soffiano, come sempre, nelle vele dei profitti militari.

Ma il riarmo non è solo un fatto economico. Ogni Stato imperialista mette sul piatto delle proprie ambizioni politiche la forza della propria industria militare, che a sua volta è fattore decisivo della forza del proprio esercito. La guerra in Ucraina è una frustata alla competizione imperialista su scala globale. L'Italia non vuol restare indietro. La grande stampa liberaldemocratica ha indossato l'uniforme. L'avversione all'imperialismo russo è fattore di arruolamento dell'opinione pubblica dell'imperialismo italiano. L'isteria maccartista contro chi si oppone al riarmo misura la febbre dell'ora. «C'è un senso di pericolo imminente, rischio nucleare compreso, e di mobilitazione generale mai vista prima», insiste il quotidiano di Confindustria. La diserzione non è ammessa nell'ora del pericolo. I diritti di resistenza dell'Ucraina contro l'imperialismo russo diventano pretesto degli imperialismi rivali ai fini del grande riarmo.

Preparano la guerra perché preparano la guerra. È necessaria e urgente una mobilitazione di massa contro il riarmo, e contro gli imperialismi NATO che lo promuovono.

NON UN UOMO, NON UN SOLDO PER IL RIARMO!
IL NEMICO È IN CASA NOSTRA!
LA RIVOLUZIONE È L'UNICA VIA DELLA PACE

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia di guerra? La paghino i padroni

 


No ai sacrifici per l'imperialismo tricolore. Per un piano d'emergenza anticapitalista

Dopo due anni di Covid, l'emergenza guerra. Tutti i governi capitalisti scaricano sulla classe operaia i costi diretti o indiretti della guerra in Ucraina. Il Presidente Draghi in conferenza stampa non esclude per il futuro persino piani di razionamento viveri. Si prepara l'opinione pubblica a possibili “economie di guerra”.

Intendiamoci, “non siamo in guerra”, nel senso che ad oggi tra Russia e NATO non c'è una guerra diretta e dispiegata. La NATO sostiene l'Ucraina per i propri interessi imperialistici, ma non muove la guerra alla Russia (niente no fly zone, come vorrebbe Zelensky). La Russia attacca l'Ucraina per assoggettarla ai propri interessi imperialisti ma non muove guerra alla NATO (niente attacco a Polonia e repubbliche baltiche). La terza guerra mondiale non è affatto già iniziata, e chi lo afferma non sa quello che dice, scambiando una terribile possibilità futura con la realtà presente

Tuttavia fenomeni da economia di guerra stanno compiendo primi passi in più direzioni, anche in Italia. I prezzi del gas, della corrente elettrica, degli idrocarburi, erano già in forte ascesa per l'effetto combinato della ripresa capitalista (aumento della domanda), della strozzatura di forniture e approvvigionamenti, delle speculazioni finanziarie (mercato dei future). La precipitazione della guerra russa all'Ucraina ha moltiplicato tutti questi fenomeni. Tutti i generi di prima necessità conoscono un'inflazione sconosciuta negli ultimi decenni. Il pane è colpito dal crollo dell'importazione di grano da Ucraina e Russia. La produzione agroalimentare è sconvolta dal disinvestimento nella filiera del pomodoro a vantaggio della ben più remunerativa produzione sostitutiva del grano ucraino. Ovunque avanza la ricerca del massimo profitto.

I capitalisti scaricano l'aumento dei costi sul prezzo delle merci, cioè innanzitutto sui salariati. Un ruolo indubbio lo giocano le speculazioni, che persino il ministro Cingolani a denti stretti ha dovuto riconoscere come “scandalo”, salvo poi minimizzare. In realtà la speculazione finanziaria non solo è consentita ma è pratica corrente della società borghese. Se gli operatori finanziari prevedono che gas, petrolio, carbone aumenteranno di prezzo in futuro, si affrettano a comprare quote di gas e petrolio sul mercato finanziario per poi rivenderle e guadagnarci. È quello che sta accadendo. Gas, petrolio, carbone, elettricità promettono affari d'oro, dunque vanno alla grande su questo mercato parallelo, al di là e al di sopra del mondo reale delle merci. Ma sulle merci e sul loro prezzo si scarica anche il costo di quell'operazione speculativa. I capitalisti si arricchiscono, i salariati si impoveriscono.

Naturalmente i capitalisti che si arricchiscono maggiormente sono i produttori di energia elettrica, gas e carburanti. Le loro azioni vanno a ruba e dunque il loro patrimonio si gonfia. Le loro merci sono sempre più care e dunque garantiscono profitti straordinariamente elevati. Poiché si tratta di materie prime che rappresentano un costo anche per i capitalisti delle aziende energivore (a partire dalla siderurgia), Confindustria ha chiesto al governo un intervento a favore delle imprese. Il governo ha subito provveduto stanziando nuovi fondi pubblici come credito d'imposta e garanzia del credito bancario (la banca faccia pure libero credito all'impresa, se l'impresa non paga provvede lo stato a pagare la banca). Fondi che si aggiungono ai 140 miliardi di risorse pubbliche messe a disposizione dei capitalisti nei due anni della pandemia. Risorse pagate dai salariati: o perché messe a carico del debito pubblico che va poi ripagato (coi relativi interessi) o perché finanziate dai tagli sociali.

La cosiddetta tassa sugli extraprofitti sbandierata dal governo è una truffa. La tassa interviene su produttori, distributori, venditori e importatori di energia elettrica, gas, prodotti petroliferi. Ma dura solamente fino a giugno, riguarda solo il 10% dell'extraprofitto realizzato, non vale sotto la soglia di 5 milioni di extraguadagno. Più che la tassa del 10%, è la piena salvaguardia del 90% degli enormi extraprofitti realizzati. Non a caso il vantaggio per i consumatori è minimo: la miseria di 25 centesimi al litro fino al 30 aprile, mentre le imprese avranno uno sgravio del credito d'imposta del 12% sulla bolletta elettrica e del 20% di quella del gas. Un altro ordine di grandezza. Tutto questo a fronte di aziende energetiche che hanno già realizzato nel 2021 profitti d'oro: la sola ENI 4,12 miliardi di profitto netto e dividendi da favola per gli azionisti.

Parallelamente il governo porta la spesa militare al 2% del PIL, che equivale a 38 miliardi annui dai 25 attuali, nel momento stesso in cui la spesa in sanità vedrà una contrazione di 6 miliardi a regime col completamento del famigerato PNRR. Uno scandalo. Ma anche una festa per l'industria militare italiana. Il gruppo Leonardo si è visto riconoscere un ruolo guida nel riarmo continentale, grazie alla triangolazione con imprese francesi e tedesche. Le azioni del gruppo, come le azioni di tutto il complesso industrial-militare su scala mondiale, vedono crescere verticalmente il proprio valore.
Se negli anni della pandemia si sono arricchite le aziende farmaceutiche, gli anni del riarmo e della guerra vedranno la moltiplicazione dei profitti militari. È la legge eterna del capitalismo e dell'imperialismo, di un ordine capovolto della società in cui sofferenza e morte sono fattori di guadagno di pochi a spese dei molti. Non a caso la corsa al riarmo si combina con la riattivazione delle centrali a carbone e delle trivellazioni senza limiti, anche questo nel segno dell'emergenza bellica.

Intanto le sanzioni degli imperialismi occidentali contro l'imperialismo russo moltiplicano le crisi industriali. Le imprese italiane più esposte sul mercato russo (siderurgia, pelletteria, calzaturiero, mobilifici, tessile e moda) annunciano «inevitabili ristrutturazioni» sulla pelle dei propri operai. In parte per mungere nuove risorse pubbliche, in parte con l'obiettivo reale di riorganizzare la produzione, delocalizzare altrove, licenziare. Alcune economie di distretto, tipiche del capitalismo italiano, registrano già una sostanziale paralisi, come nel caso di Fermo. Ed è solo l'inizio.
Se la guerra si prolungherà, chiusure e ristrutturazioni si moltiplicheranno in diversi paesi. Tanto più che le banche mondiali a partire dalla Fed stanno alzando i tassi di interesse, o stanno riducendo gli acquisti di titoli pubblici (BCE), per cercare di contenere l'inflazione e l'abnorme indebitamento mondiale (pubblico e privato), ciò che esporrà la stessa ripresa capitalista a molte incognite.

Di fronte a tutto questo, le burocrazie sindacali non fanno che balbettare, mentre le sinistre riformiste, cosiddette radicali, sanno solo evocare l'intervento «di pace» dell'ONU imperialista o gesti simbolici e innocui.
È necessaria invece una mobilitazione vera del movimento operaio e dell'insieme delle sue organizzazioni che ponga al centro l'interesse dei salariati attorno a una piattaforma di lotta indipendente.

Nel mentre sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro l'imperialismo russo, fuori da ogni logica di puro pacifismo, ci contrapponiamo all'“economia di guerra” dell'imperialismo di casa nostra, che è sempre per noi il nemico principale. La guerra in corso dell'imperialismo russo contro l'Ucraina è parte della contesa tra poli imperialisti per la spartizione delle zone d'influenza nella stessa Europa. Non possono essere i proletari a pagare i costi della lotta tra imperialismi per il controllo del pianeta. Né in Russia né in Ucraina né in Occidente. Se la guerra è scatenata dal capitalismo, siano i capitalisti a pagarne i costi. Ovunque. Se c'è l'emergenza si impongono misure di emergenza, ma contro i capitalisti, non contro i proletari.

- Abolizione del segreto commerciale e controllo operaio sui prezzi.

- Blocco delle tariffe di gas, luce, benzina.

- Ripristino della scala mobile dei salari.

- Patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, per finanziare un piano di riconversione energetica fondato sulle energie rinnovabili.

- Nessun licenziamento per ragioni di guerra: le aziende che licenziano siano nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori.

- Requisizione integrale dei sovraprofitti realizzati dalle grandi aziende energetiche e loro investimento nella protezione ambientale. Nazionalizzazione senza indennizzo di tali aziende, a partire da ENI, sotto il controllo dei lavoratori.

- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle grandi aziende del complesso industrial-militare, a partire dal gruppo Leonardo.



Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare queste misure.

IL NEMICO PRINCIPALE È IN CASA NOSTRA!

Partito Comunista dei Lavoratori

La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Non è il green pass la frontiera dello scontro

 


Un commento del Collettivo di fabbrica GKN a una dichiarazione dei portuali di Genova

Pubblichiamo questo post dei lavoratori del Collettivo di fabbrica GKN sulla vicenda del green pass, che ci pare positiva e significativa. Non ricalca esattamente la nostra posizione ma va, a nostro avviso, nella giusta direzione. Non solo perché evita di assumere come riferimento il sindacato autonomo a direzione reazionaria del porto di Trieste, distinguendolo nettamente dal Collettivo dei portuali di Genova segnato al contrario da un profilo chiaramente classista e antifascista («la nostra famiglia»), ma soprattutto perché denuncia la falsità del terreno “no green pass” come frontiera dello scontro, ponendo invece la necessità di una mobilitazione generale della classe operaia che ponga al centro un programma complessivo su licenziamenti, delocalizzazioni, appalti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica. Le questioni vere dello scontro sociale.

È vero, come dicono i compagni della GKN, nei luoghi di lavoro la misura è colma. Non a causa di un certificato ma a causa dello sfruttamento capitalista, del governo che lo rappresenta, di una burocrazia sindacale che non lo combatte ed anzi lo copre. È in questo quadro d'insieme che si debbono contrastare le modalità di gestione del green pass da parte di governo e Confindustria (cancellazione dello stipendio, frequente inaccessibilità dei tamponi, abusi padronali...). Invece dirottare la rabbia sociale sul green pass in quanto tale significa muoversi oggettivamente a rimorchio dei no vax e di pulsioni reazionarie, indipendentemente da ogni illusione soggettiva, lasciando passare così la vera offensiva dei padroni e di Draghi. Ci pare che i compagni del collettivo GKN, con la loro nota, aiutino a capirlo.





Noi conosciamo i portuali di Genova, il Calp Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali. I portuali di Genova sono la nostra famiglia. Di loro ci fidiamo. Ci fidiamo del loro antifascismo. Un antifascismo doc, storico, vero, radicato, serio, costante, partigiano.

Dentro la nostra famiglia si discute e si può avere anche posizioni diverse. Noi però siamo sicuri che dentro la nostra famiglia concetti come responsabilità collettiva e sicurezza sul lavoro sono usati correttamente e non come spot o peggio come clava per colpevolizzare e penalizzare il mondo del lavoro.

Governo e Confindustria, per quanto ci riguarda, non hanno invece la credibilità di entrare nel merito di questi concetti. Nè possono pensare di scaricare sul mondo del lavoro il disastro della gestione pandemica.

In questo video parla la nostra famiglia e lascia chiaro un concetto importante: nei luoghi di lavoro la misura è colma.

Il rischio è che il disagio profondo che si vive si scarichi esclusivamente sul tema green pass sì, green pass no. Invece tale discussione va riportata al centro di un programma complessivo che tocchi temi come appalti, delocalizzazioni, salari, licenziamenti, precariato, pensioni, sicurezza sul lavoro, sanità pubblica.

Se oggi in Italia il mondo del lavoro rischia di essere attraversato quindi da logiche divisive e lo scontento rischia di scaricarsi interamente sulla questione del green pass, la colpa per quanto ci riguarda sta in capo a chi ad oggi si rifiuta di prendere in considerazione una lotta aperta, a tutto campo, con lo sciopero generale, per unificare le lotte e dare a questo profondo scontento uno sbocco organizzato e di classe.

Se non ti organizzi per insorgere, non ti lamentare se chi insorge non lo fa secondo i tuoi canoni. Noi #insorgiamo e ripartiamo dalla manifestazione del 18 settembre.

Collettivo di fabbrica - Lavoratori GKN Firenze

Verso lo sciopero generale dell'11 ottobre

 


9 Ottobre 2021

Unire l'azione d'avanguardia, proiettarla verso la massa più larga del lavoro salariato. Per un fronte unico di classe e di massa

Il governo Draghi esce rafforzato dall'esito delle elezioni amministrative del 3 e 4 ottobre.

Nessuno dei partiti borghesi ha oggi l'interesse e la volontà di ritirare il proprio sostegno al governo. Non certo il PD e la sua succursale a Cinque Stelle, che fa dell'identificazione in Mario Draghi una delle proprie ragioni di partito organico dell'establishment. Non la Lega, indebolita dal voto e percorsa da forti tensioni interne, con un segretario sotto pressione a favore di una politica di governo più lineare e convinta, senza ammiccamenti populisti.

Prima dell'elezione del nuovo Presidente della Repubblica non sono alle viste cambiamenti politici di sorta. Il grosso del capitale finanziario chiede che Draghi continui a rappresentare l'interesse generale di sistema per gestire i fondi europei, negoziare il nuovo Patto di stabilità continentale, preparare le politiche di rientro dall'enorme indebitamento. L'incertezza dei circoli dominanti è solo sul modo di garantire la continuità: se assicurando a Draghi la presidenza della Repubblica, mettendolo al sicuro per sette anni, oppure puntare sulla sua permanenza come Presidente del Consiglio sino al 2023, e intanto varare una riforma elettorale che consenta di poterlo ripescare come Presidente del Consiglio anche per il dopo voto.

La risultante immediata è la continuità dell'azione di governo. Sblocco progressivo dei licenziamenti, con la sua estensione al settore tessile e alla piccola impresa. Archiviazione di "quota 100" in direzione di una riforma pensionistica che aumenta di fatto l'età pensionabile entro il quadro della Legge Fornero. Riforma peggiorativa del reddito di cittadinanza, per allargare il lavoro precario e sottopagato. Continuità di una politica sanitaria che destina al servizio pubblico la voce di spesa più bassa del PNRR mentre rafforza la sanità privata. Continuità di una politica scolastica che copre dietro il sipario della vaccinazione la conservazione delle classi pollaio e l'assenza di trasporti locali che garantiscano sicurezza. Riforma fiscale fondata sulla cancellazione dell'IRAP, che oggi finanzia la spesa pubblica, e su una riduzione della tassazione delle rendite finanziarie (dal 26% al 23%).
Il tutto dentro la cornice di una Nota di aggiornamento al DEF che prevede per il 2022 una riduzione del deficit di bilancio da 11,8% al 5,9%. «Ben 120 miliardi in un anno di minori spese pubbliche e maggiori entrate fiscali» (Il Sole 24 Ore, 5 ottobre).

Questa politica prosegue il proprio corso col sostegno della burocrazia sindacale. Dopo aver concesso lo sblocco dei licenziamenti a Draghi e Confindustria a fine giugno, in cambio di un “avviso comune” che è stato semplicemente una truffa, la burocrazia insiste per essere coinvolta nel negoziato di questa politica di governo. Ma il governo è talmente forte della sua unità nazionale e soprattutto del plauso di tutta la stampa borghese che può permettersi di tenere i sindacati in anticamera, sapendo bene che le loro minacce di mobilitazione sono solo recite da talk show alle quali non seguirà nessuna azione concreta. A sua volta la totale passività sindacale moltiplica i suoi effetti di disorientamento nei luoghi di lavoro, mentre il moltiplicarsi degli omicidi bianchi nelle fabbriche e nei cantieri, a partire dalle ditte d'appalto, misura gli effetti drammatici della precarizzazione del lavoro e della mano libera concessa ai padroni.

In questo quadro l'azione di sciopero generale promossa unitariamente dall'insieme del sindacalismo di classe ha un significato molto positivo. Non ci nascondiamo i limiti dell'azione di sciopero annunciata, a fronte dell'imponenza dello schieramento avversario, né il permanere di pulsioni settarie e microconcorrenziali. E tuttavia è la prima volta dopo tanto tempo che si supera la logica dello sciopero di sigla, autocentrato, in direzione di una convergenza unitaria d'azione.
La piattaforma unitaria su cui è stato convocato lo sciopero ha un forte profilo classista. L'apertura al "no green pass" da parte di alcune delle organizzazioni promotrici pensiamo sia un grave errore, su cui ci siamo già pubblicamente espressi, che potrebbe essere usato strumentalmente dal circuito mediatico per distorcere il significato della giornata di lotta e nascondere la piattaforma classista di convocazione dello sciopero. A maggior ragione, su questa piattaforma, siamo impegnati a sostenere attivamente lo sciopero dell'11 ottobre in tutti i luoghi di lavoro e in ogni organizzazione sindacale. L'opposizione interna nella CGIL (area programmatica Riconquistiamo tutto) ha espresso pubblicamente un appoggio allo sciopero che è importante si traduca in azione reale e presenza diretta nelle manifestazioni annunciate.

Al tempo stesso è necessario ricondurre lo sciopero dell'11 ottobre a un piano d'azione più generale: alla costruzione di un fronte unitario di classe di massa che punti a coinvolgere e rimotivare quella maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici che oggi si attesta per responsabilità delle burocrazie su una posizione di passività, di sfiducia, di scetticismo. Per costruire realmente un fronte unitario di massa e non ridurlo ad una evocazione retorica è essenziale far leva sulle lotte più avanzate che si sono prodotte, per unificarle e dare loro una prospettiva.

GKN, Whirlpool, Alitalia: decine e centinaia di lotte in corso restano ad oggi frantumate e disperse, senza una piattaforma unificante e un'azione comune.
L'appello promosso da centinaia di lavoratori di avanguardia e quadri sindacali di diversa appartenenza “Per l'unità di lotta contro i licenziamenti” mira esattamente a questo. Occupare le aziende che licenziano, creare una cassa nazionale di resistenza, rivendicare la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio, significa cercare di far leva sulle esperienze di lotta più radicali (GKN), generalizzare la loro lezione, unificarle al livello più alto, indirizzarle verso una prospettiva anticapitalista.
Per questo porteremo questa proposta dentro lo sciopero dell'11 ottobre e nelle manifestazioni di piazza di quella giornata, per estendere il sostegno all'appello e sviluppare la nostra campagna. Al servizio come sempre di tutto il movimento dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori