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Autunno precario per la scuola

 


L’ennesimo settembre all’insegna del precariato e delle incertezze per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola

Anche quest’anno scolastico, come i precedenti, è iniziato all’insegna dell’incertezza per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola che, in mancanza di un reale piano di stabilizzazione, si vedono per l’ennesima volta in una snervante attesa che si sta prolungando anche oltre l’inizio dell’anno scolastico, iniziato con decine di migliaia di cattedre vacanti, visto che neanche quest’anno verranno coperti tutti i posti vacanti e disponibili, con il 200% di insegnanti precari in più rispetto al 2015. Circa 150mila sono i posti in organico di fatto di cui almeno 117mila sono per il sostegno agli alunni con disabilità. Una situazione che vede nei fatti la negazione della continuità didattica per circa la metà delle alunne e degli alunni con disabilità. Anche per quanto riguarda il personale ATA la situazione non è affatto rosea, con le nomine autorizzate, infatti, che andrebbero a coprire a malapena il 30% dei posti vacanti, quando gli incarichi ATA coperti con supplenze vanno a costituire più del 10% del totale.


GPS NEL CAOS: IL CASO DELLA LOMBARDIA

L’attesa per migliaia di insegnanti è stata resa ancora più snervante dagli errori nella convocazione tramite GPS, dove precari storici con un punteggio alto si sono visti scavalcare nella nomina da colleghe e colleghi con un punteggio molto più basso, e supplenze annuali conferite a docenti già inseriti in ruolo da concorso straordinario bis e concorso ordinario. Questa situazione sta penalizzando fortemente i docenti che avevano espresso la preferenza per cattedre che di fatto allo stato attuale sono rimaste vacanti, poiché i docenti con assegnazione finalizzata al ruolo non assumeranno ovviamente servizio nell’altra sede. Una logica del “figli e figliastri” che sta danneggiando docenti e studenti, attaccando salario e dignità dei primi, negando la necessità della continuità didattica per i secondi, soprattutto per le studentesse e gli studenti con disabilità. Queste sedi verranno assegnate, in seconda convocazione, a docenti con punteggio in graduatoria molto inferiore a quello dei colleghi che ne avrebbero avuto diritto. Parecchi docenti che avrebbero avuto diritto alla cattedra annuale, se le procedure fossero state eseguite all’insegna del rispetto dei diritti e della dignità degli insegnanti, risultano allo stato attuale destinatari di cattedra con termine 30 giugno, ed in molti casi di un incarico che nemmeno raggiunge le 18 ore settimanali, con forti ripercussioni anche sul salario e quindi sulla qualità della vita di centinaia, se non migliaia, di docenti.


LA TOTALE CHIUSURA DELL’UST DI MILANO

In tutto ciò le dirigenze dell’ufficio scolastico di Milano, differentemente da quanto sta capitando in altri uffici scolastici provinciali, come Mantova e Cremona, hanno ribadito di non avere alcuna intenzione di ripetere la nomina del primo turno di convocazioni da GPS, rimuovendo dal sistema i docenti che hanno già preso servizio nelle sedi designate per il ruolo.Penalizzando i docenti delle GPS con maggiore punteggio a favore di quelli con punteggio inferiore che, non essendo stati ancora convocati, potranno ottenere incarichi fino al 31 agosto. Ciò vuol dire, oltre l’attuare una letterale umiliazione nei confronti di tanti docenti, della loro dignità come anche della loro anzianità di servizio, la gran parte dei quali provenienti dalle più remote province del Meridione, il cui unico desiderio è quello di poter riprendere a lavorare dopo il licenziamento estivo, il fomentare una vera e propria guerra tra poveri della quale se ne avvantaggeranno soltanto le realtà sindacali corporativistiche e la propaganda dei partiti reazionari come la Lega che sul precariato stanno provando da anni a costruire un bacino di voti.


SE MILANO PIANGE, ROMA NON RIDE

Non troppo diversa è la situazione delle GPS nella capitale. A Roma migliaia di precari hanno vissuto momenti poco piacevoli agli inizi di agosto, quando un errore nelle GPS ha causato punteggi errati, gettando nel panico gli insegnanti e causando un enorme carico di lavoro per l’ufficio scolastico provinciale. Pochi giorni fa, al momento dell’assegnazione, l’algoritmo delle GPS ha assegnato a numerosi docenti incarichi in scuole dove non vi era alcuna sede vacante. Oltre al danno la beffa.
Situazioni simili a quelle di Milano e Roma si sono riscontrate anche in altri territori, come in Toscana, con numerose proteste.


UNA SITUAZIONE CHE NON È PIÙ TOLLERABILE!

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola, portato avanti indistintamente dai governi di centrodestra e centrosinistra a favore di multinazionali e Chiesa ci battiamo per queste rivendicazioni:

La stabilizzazione di tutti i precari della scuola, insegnanti e ATA

Siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto, e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione che non sia diviso, a differenza di come hanno sinora fatto i governi, con il risultato che migliaia di insegnanti abilitati sono ancora senza ruolo (basti pensare alle eterne attese di migliaia di vincitori del concorso 2016 e del concorso 2018, abilitati con le SSIS ed i PAS, del concorso straordinario 2020 come anche dell’ultimo concorso ordinario e dello straordinario bis).

Abolizione dell'algoritmo e convocazioni in presenza

Assistiamo da anni a errori nelle convocazioni dovute alle impostazioni dell'algoritmo. Tutto questo porta a ripetute cancellazioni e ripetizioni delle nomine da GPS che allungano i tempi ad ogni inizio di anno scolastico. Il ripristino delle convocazioni in presenza permetterebbe un più equo scorrimento della graduatoria, evitando che chi ha più punteggio si veda scavalcare da chi è in posizione inferiore per un vizio di forma.
-pubblicazione delle disponibilità al momento della scelta delle sedi. Terribilmente grave è l'inesattezza delle disponibilità, che aumenta nelle migliaia di docenti presenti nelle GPS un senso di incertezza e angoscia che ogni estate si rinnova. È accertato come spesso nei file pubblicati dagli uffici territoriali risultino molte meno cattedre di quelle realmente esistenti.

Lauree abilitanti

Per porre fine al mercimonio dei crediti formativi post-laurea; nello specifico un biennio magistrale abilitante per posto comune e un percorso analogo abilitante per il sostegno.

No al blocco per i neoassunti, sì a pensioni dignitose

Ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare dove preferisce. Con ciò condanniamo fermamente il blocco triennale dei neoassunti contenuto nell’ultimo CCNL 2019/2021. Oggi i docenti over 60 ( dato del 2022) sono il 18%: praticamente il doppio della media europea.( 9%)

Analogo il dato dei docenti ultracinquantenni: il 20% dei docenti ha infatti tra i 54 e i 59 anni, mentre il 19% ha tra i 50 e i 54 anni.Più della metà degli insegnanti italiani ha più di 50 anni, con una percentuale complessiva del 57,2%. La media di docenti over 50 in Europa è di circa il 36% (dati SBC del 05/08/2023).

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, soprattutto nel Meridione, riducendo l’esodo delle mobilità che ogni anno coinvolge migliaia di docenti e ATA, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

- In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.

- Pensione pari all’80% dell’ultimo salario con ripristino del calcolo retributivo

Internalizzare tutti gli educatori

Il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con salari minimi. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.
Con queste rivendicazioni, come lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori, siamo intervenuti in tutti gli scioperi dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola degli ultimi anni, e restiamo al fianco dei precari per bloccare ogni scellerato progetto di privatizzazione e divisione della scuola e degli insegnanti.


VIA IL GOVERNO MELONI, VIA BANCHE E CONFINDUSTRIA, POTERE AI LAVORATORI!

Solo con la lotta questo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato , burocrazia CGIL e Landini in primis, e di quelle di alcune realtà del sindacalismo di base, che perseguono una politica di microburocrazie, con una politica settaria, divisiva e autocentrata. Ma anche e soprattutto contro ogni logica corporativistica. Perché solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Lavoratori e Lavoratrici della scuola – Partito Comunista dei Lavoratori

ALPINI: GIÙ LE MANI!


Apprendiamo con rabbia e sgomento della denuncia di NUDM Rimini in merito alle 150 segnalazioni pervenute a seguito del raduno nazionale degli Alpini in quella città. Tra i tanti casi, una quattordicenne è stata palpeggiata ed è tornata a casa terrorizzata. Diverse bariste sono state molestate da militari ubriachi che allungavano le mani, davano baci, facevano apprezzamenti e proferivano frasi oscene a sfondo sessuale. Una ragazza, in dieci minuti di passeggiata col cane, è stata fermata quattro volte, toccata due e seguita due. Molte bariste e cameriere non hanno potuto reagire alle molestie subite per la paura di perdere il posto di lavoro (se è vero infatti che la presenza dei militari in città porta guadagno ai proprietari dei locali, lo stesso non si può dire purtroppo delle lavoratrici, costrette a subire turni massacranti e molestie di ogni tipo).Condanniamo inoltre la solidarietà espressa al corpo degli alpini da tutto l’arco costituzionale, dal PD a FdI passando per Salvini (che con un vergognoso post su Facebook attacca NUDM scrivendo “Viva gli Alpini, più forti di tutto e tutti!”), nella più classica e retrograda colpevolizzazione delle vittime. Solidarietà ad ognun* delle donne e dei membri delle comunità LGBTQ+ che in questi giorni hanno subito abusi e discriminazioni a seguito dell’adunata militare.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI EMILIA ROMAGNA

Sosteniamo la lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia e di tutte le donne oppresse!

 


Venerdì 15 gennaio 2021 si è tenuto un presidio davanti alla prefettura di Milano per quanto riguarda la vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici dell'Hotel Gallia.

Condividiamo e diffondiamo il comunicato del Comitato 23 settembre, che ha espresso la propria solidarietà a questa lotta contro l'attacco dell'arroganza padronale.
Vorremmo sottolineare che per le donne questa fase di crisi aggravata dalla pandemia si manifesta con la drammatica situazione dell'attacco al lavoro e al salario.
Come se non bastasse, tante donne sono alle prese con una difficile ricollocazione nel mondo del lavoro, sia per motivi legati al lavoro di cura, caricato sulle loro spalle all'interno delle mura domestiche, sia per la repressione in atto da parte dei padroni. A questa poi si aggiunge un particolare e diffuso clima repressivo nei confronti delle donne che si espongono e rischiano per difendere il proprio posto di lavoro: quello di una certa collettività silente o addirittura contraria a queste lotte, che pensa di tacciare come “problematici” gli atteggiamenti di chi sta compiendo delle scelte giuste e inopinabili, lasciandole ai margini come soggetti scomodi.

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene qualsiasi lotta progressiva che miri alla difesa del salario, all'abbattimento del sistema degli appalti e delle esternalizzazioni, che rivendichi un salario di disoccupazione per chi il lavoro non ce l'ha. Appoggia ogni lotta per l'emancipazione delle lavoratrici e di tutte le donne oppresse, per la loro completa autodeterminazione e liberazione dalle catene del capitalismo e del patriarcato.


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione donne e altre oppressioni di genere




Solidarietà alla lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia


Piovono pietre sulle lavoratrici dell’Hotel Gallia.
Gli alberghi di lusso, ecco un settore che negli anni ha avuto nella Milano capitale della moda una inarrestabile espansione, un settore in cui si lucrano ingenti profitti grazie alla clientela di super ricchi e soprattutto al supersfruttamento dei lavoratori che vi operano e, ultimo anello della catena, delle lavoratrici delle pulizie. Le condizioni di lavoro, quando il lavoro c’era, erano una sintesi del peggio: grazie al sistema degli appalti, paghe da fame e lavoro a cottimo! Con il cambiamento continuo delle ditte appaltatrici, malattie e maternità non pagate, mancati rimborsi del 730 e la perdita di ogni diritto al mantenimento del posto di lavoro.

Con l’emergenza Covid, le lavoratrici dell’Hotel Gallia sono in cassa integrazione con uno stipendio da fame: essendo tutte a part time, la cassa per alcune è di 300 euro al mese. Da mesi lottano per il riconoscimento dei loro diritti e prima di tutto per la conferma del posto di lavoro. Presidi, manifestazioni e interminabili trattative sindacali non hanno finora evitato la beffa dell’ennesimo cambiamento della ditta che avrebbe dovuto rilevare l’appalto e quindi riassumerle.

La ripresa della lotta a questo punto è una via obbligata, come è necessario attivare una campagna di solidarietà verso tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore (più di 30.000 nel milanese) che dovranno affrontare lo stesso destino, nella prospettiva della costruzione di una mobilitazione generale prolungata, che preveda, tra i diversi punti rivendicativi, la cancellazione di tutte le esternalizzazioni e privatizzazioni.

Come ogni crisi, anche questa sarà usata dalle grandi imprese (fra cui quelle del turismo di lusso) per ricevere dallo stato più aiuti del solito e ristrutturare, allontanando ulteriormente quella che dovrebbe essere la naturale collocazione delle lavoratrici, e cioè la loro assunzione da parte della struttura in cui si svolge il loro lavoro e il riconoscimento di tutte le garanzie, tra cui la stabilità del posto di lavoro, la garanzia di un salario dignitoso e in particolare, nell’emergenza sanitaria, oltre alla copertura del 100% del salario, il rispetto delle norme di protezione dal contagio.

Il nostro comitato vuole contribuire a rompere il silenzio sulle lotte delle lavoratrici, e di tutte quelle donne, molte delle quali immigrate, che dopo anni di crisi saranno le prime a dover affrontare nei prossimi mesi il licenziamento e la mancanza di servizi programmata per affrontare l’emergenza.

Una situazione difficile che rischia di diventare insostenibile, che non può certo essere risolta a livello individuale.

Denunciando questa situazione, i veri responsabili dello sfruttamento del lavoro, e il carattere sessista e razzista di questo sistema sociale, vogliamo dare voce a tutte le realtà di lotta sui vari fronti dell’oppressione femminile e batterci per creare collegamenti e lotte sempre più estese e unitarie.

Con questo spirito partecipiamo al presidio che si terrà venerdì 15/1, davanti alla prefettura di Milano.



comitato23settembre@gmail.com

Comitato 23 settembr

Solidarietà alla lotta delle lavoratrici della Yoox

 


Pubblichiamo l’intervento del Comitato 23 settembre alla manifestazione bolognese di sostegno alla lotta delle lavoratrici in appalto della Yoox, un’azienda italiana di abbigliamento e beni di lusso attiva nelle vendite on line.

Passando tra appalti e subappalti alle lavoratrici viene imposto uno stravolgimento dell’orario di lavoro e dei turni, in un quadro di aumento dei ritmi produttivi, associati alla riduzione delle pause e a frequenti atti intimidatori e ritorsivi nei confronti delle lavoratrici che hanno preso parte agli scioperi. Un episodio esemplare di attacco padronale, aggravato e favorito dalla fase di crisi sanitaria, che per le aziende attive nell’e-commerce è fonte di maggiore produttività e profitti.
Il dato più significativo ed emblematico della vertenza, dal punto di vista delle condizioni generali delle donne oppresse, è l’elevato numero di lavoratrici costrette a dare le dimissioni (senza potere accedere neanche al sussidio di disoccupazione), costrette a rinunciare al loro lavoro per svolgere il lavoro domestico e di cura.
Secondo l'Ispettorato del Lavoro nel 2019 sono state 37.611 le dimissioni volontarie delle lavoratrici madri a fronte delle 13.947 dei lavoratori padri. Sono state dunque il 73% del totale. Cifre che dimostrano oggettivamente quanto il carico del lavoro di cura sia sulle spalle delle donne.
La lotta delle lavoratrici della Yoox indica la necessità di organizzarci contro ogni attacco dell’arroganza padronale per difendere i nostri bisogni immediati, e di rivendicare con ancora più forza e radicalità in questa fase di crisi sanitaria ed economica, insieme alla difesa del lavoro e del salario, congedi parentali per entrambi i genitori retribuiti al 100% e la necessità di servizi sociali universali e gratuiti, nella prospettiva della socializzazione del lavoro di cura per la nostra autodeterminazione e autonomia
.

Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL




SOLIDARIETÀ MILITANTE ALLA LOTTA DELLE LAVORATRICI DELLA YOOX DA PARTE DEL COMITATO 23 SETTEMBRE

Sabato scorso si è tenuto a Bologna il presidio delle lavoratrici della Yoox, una grande azienda della logistica (circa 600 dipendenti) che ha sferrato di recente un ennesimo attacco alle lavoratrici,  aumentando il numero dei turni in una giornata a orari impossibili; e impedendo di fatto alle lavoratrici con figli di andare a lavorare. Già una cinquantina di esse si è autolicenziata, molte invece stanno resistendo con l'appoggio del SICobas, mentre la CGIL ha già sottoscritto tutto questo e sta contribuendo a intimidire le lavoratrici in sciopero agitando lo spettro della chiusura dell'azienda!
Abbiamo partecipato al presidio molto affollato, che ha imposto la sua presenza in piazza nonostante la folla di addetti allo shopping o al ritrovo al bar (rigorosamente senza mascherina). Le donne della Yoox hanno espresso in prima persona la loro rabbia e la loro volontà di lotta, è intervenuta anche, efficacemente, una bambina, descrivendo cosa era diventata la sua vita quotidiana a causa dei nuovi orari della madre. C'è stato poi un breve corteo fin sotto alla prefettura.  Siamo intervenute come comitato per portare la nostra solidarietà militante a questa lotta. Ecco il nostro intervento:

Solidarietà alla lotta delle lavoratrici della Yoox!

Portiamo la solidarietà militante del Comitato 23 settembre, il comitato che si è costituito di recente in occasione del processo per il femminicidio di Atika, qui a Bologna.
Il nostro comitato si propone di denunciare e combattere tutte le forme di oppressione e di sfruttamento delle donne nel mondo del lavoro e nella vita sociale.
Oggi siamo qui perché riteniamo della più grande importanza la lotta che state conducendo. È una lotta che viene da lontano: sono molti anni infatti che avete iniziato a lottare, contro la bolgia degli appalti e contro le molestie sessuali, e nel corso degli anni, per difendere i vostri diritti. Al tempo stesso questa lotta prefigura il futuro: un futuro durissimo per tutti, ma soprattutto per le donne lavoratrici e disoccupate, che quando finirà il blocco dei licenziamenti perderanno in massa il loro posto di lavoro e si vedranno precipitare dalla povertà alla miseria.
Già oggi è dura per molte la necessità quotidiana di far fronte al lavoro fuori casa e agli impegni di lavoro in famiglia, con sempre meno aiuti dallo stato e poca condivisione in casa. Adesso, con il cambio dei turni, ci ha pensato la Yoox a rendere impossibile questo difficile equilibrio. La colpa non è del Covid: è il padrone che coglie ogni occasione per ristrutturare il lavoro nell'azienda e ingigantire i profitti, la colpa è dello stato che appoggia e aiuta le imprese in ogni modo lasciando ai lavoratori solo le briciole, e tra poco neanche quelle, la colpa è del sistema sociale in cui viviamo, che prospera sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori.
Per quanto dura sia questa lotta, essa è necessaria, perché non riguarda solo voi, né solo noi che siamo qui a sostenervi.
Solo a Bologna, alla fine dell'anno, saranno 1200 lavoratrici costrette a lasciare il posto di lavoro per accudire ai figli. Nel primo semestre 2020 in Italia ben 470.000 donne hanno perso il posto di lavoro; il lavoro è diventato un problema drammatico per le donne con figli, alle quali sono stati concessi 15 giorni di congedo parentale al 50% dello stipendio!
Questa lotta dice a tutte le donne e le lavoratrici che non vogliamo essere costrette a scegliere tra i figli e il lavoro, che vogliamo resistere contro il peggioramento delle nostre condizioni di lavoro come anni fa non abbiamo voluto accettare di subire in silenzio le molestie dei capi pur di conservare il posto di lavoro!
La forza di questa lotta sta nella vostra tenacia e nella possibilità di estendersi alle tante lavoratrici che sono nelle vostre condizioni.
Il nostro comitato, 23 settembre, vuole impegnarsi a contribuire all'allargamento di questa lotta e a collegarla con tutte le lotte delle donne in atto sui vari fronti di oppressione.
La stessa pressione che avete ricevuto per tornare a casa, la pressione che vorrebbe togliere alle donne l'autodeterminazione, è quella che ci penalizza quando siamo madri: in Italia, l'essere madri è la prima fonte di discriminazione sul posto di lavoro. Gli stessi che ci penalizzano quando siamo madri sono quelli che ci impediscono in ogni modo di accedere alla interruzione di gravidanza assistita, che ci costringono al ricovero ospedaliero, in tempi di Covid, quando vogliamo usare la pillola RU486, gli stessi che consentono l'ignobile propaganda che si è vista nei manifesti affissi nelle nostre città.
L'attacco alle donne, ai loro diritti, alla loro condizione di lavoro, alla loro dignità proviene da più parti. Dobbiamo rispondere a tutti questi attacchi! Non abbiamo alternative, se non la lotta. Viva la lotta delle donne, viva la lotta delle lavoratrici della Yoox!

Comitato 23 settembre

Le donne sotto attacco. Il manifesto della vergogna

 


Pubblichiamo il comunicato del Comitato 23 settembre di denuncia dei vergognosi manifesti di Pro Vita & Famiglia, associazione ultrafondamentalista e reazionaria, con legami con Forza Nuova (1), contro la pillola abortiva RU486. I manifesti sono un palese e violento attacco repressivo e prevaricatore ai diritti riproduttivi delle donne e alla loro autodeterminazione, davanti al quale non rimarremo mai in silenzio, impegnandoci a costruire il più ampio fronte contro ogni forma di oppressione e violenza che le donne subiscono.


Commissione donne e altre oppressioni di genere del PCL



Le donne del Comitato 23 settembre esprimono viva condanna e grande sdegno contro la campagna reazionaria contro le donne, messa in atto dall'associazione ultrafascista "Pro Vita & Famiglia". L'ignobile manifesto in formato gigante affisso in molte città d'Italia fa parte di una campagna terroristica di menzogne e ricatti per boicottare l'uso della pillola abortiva RU486 e si inserisce nel quadro di un'aggressione che, a livello europeo, partiti e associazioni di destra, al governo e all'opposizione, stanno sferrando contro le donne.

Già da molto prima della crisi pandemica il diritto all'aborto era minato dalla presenza massiccia degli obiettori di coscienza. L'obiezione è una piaga che trova sempre più spazio all'interno dei pubblici ospedali, rendendo sempre più complicato l'accesso all'aborto libero e medicalmente assistito, mentre nessun atto è volto al ripristino dei consultori autogestiti, conquistati in passato con dure lotte. Questi presidi per le donne, per l'infanzia e l'adolescenza vanno incrementati e diffusi, con l'obiettivo di favorirne l'uso come centri di informazione e prevenzione soprattutto per le più giovani, le più esposte, assieme alle donne immigrate, al rischio di maternità non volute.
La crisi della pandemia ha aggravato la situazione delle donne che vogliono accedere all'aborto: pensiamo al caso dell'Umbria che, in piena emergenza Covid-19, ha abolito la possibilità di praticare l'aborto farmacologico tramite la pillola RU486 in day hospital, ripristinando l'obbligo di ricovero per tre giorni. Proprio quando ci viene consigliato di non accedere alle strutture ospedaliere laddove fosse possibile un'alternativa, la giunta di destra della regione ha reintrodotto il ricovero ospedaliero senza alcuna motivazione terapeutica e senza che il governo facesse nulla. In seguito al caso dell'Umbria, si è "scoperto" che in 15 regioni italiane l'aborto farmacologico è sempre applicato contestualmente al ricovero ospedaliero!

Nella cancellazione dei diritti delle donne pensiamo risieda il vero veleno di questo governo contro le donne, un governo che non ha mosso un dito contro i fascisti di queste pseudoassociazioni e che, consentendo il proliferare dei "cimiteri dei feti", ha mostrato il suo volto più lugubre.

La vergognosa ipocrisia delle istituzioni non si limita a questi casi-limite.
Nel mentre si mette in atto una campagna per convincere le donne a restare a casa e dedicarsi alla cura dei figli e della famiglia, si penalizzano fortemente le lavoratrici madri, costringendo le donne a rinunciare al lavoro, e quindi al salario che è alla base della loro autonomia e molto spesso della sopravvivenza delle loro famiglie.
Questo attacco risulta ancora più crudele se si osservano i dati delle donne che devono lasciare il lavoro quando nasce un figlio. Se nel 2019 le lavoratrici erano costrette ad abbandonare la propria occupazione in sette casi su dieci, nel 2020 la situazione è peggiorata drammaticamente, sia dal punto di vista lavorativo con un aumento significativo della disoccupazione femminile e del carico di lavoro nella sfera domestica, sia nella possibilità di esercitare il diritto di scelta in merito alla maternità. Ricordiamo in particolare che sono le donne della classe lavoratrice a pagare per prime queste scelte, indotte dal padronato pubblico e privato e mai osteggiate apertamente dal governo.
Il nostro comitato si batte a fianco delle lavoratrici, delle lotte di tutte le donne oppresse, che hanno dato in questi anni battaglia in Italia e nel mondo per la difesa dei diritti conquistati, che in questa crisi vengono sistematicamente aggrediti e compromessi. È la lotta l'unica difesa contro il peggioramento della loro condizione materiale e contro l'attacco continuo alla loro dignità.





(1) https://www.provitaefamiglia.it/blog/perche-non-serve-una-legge-sullomotransfobia-dubbi-dati-e-risposte-lo-studio-di-alessandro-fiore-video

https://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/07/06/tutti-legami-pro-vita-forza-nuova-0f71ba70-6254-11e7-84bc-daac3beed6c1.shtml

Comitato 23 settembre

Il Covid e le 'povere donne'. E se parte della soluzione fosse la cara e vecchia socializzazione del lavoro domestico?

 


Che le crisi del capitale colpiscano le classi subalterne, e in particolare le donne, non è una novità. Il Covid non fa eccezione. Il governo a targa 5 Stelle-PD ha preso ben pochi provvedimenti per tutelare le persone nei luoghi dove si ammalano di più: trasporti, luoghi di lavoro, scuola e famiglia.


All’ovvio criterio della tutela della salute di tutti e tutte si è sfacciatamente anteposta la strenua difesa del profitto della classe padronale, già da subito, con la mancata chiusura delle zone più colpite della bergamasca, e ancora più esplicitamente adesso, con il continuo riferimento alla “ripresa” che è necessario “agganciare”.

Il primo argine all’emergenza sanitaria è stato ed è ancora scontato nell’attuale sistema: spingere fuori dal mercato del lavoro decine di migliaia di donne e ricacciarle senza distrazioni “accanto al camino”, alle funzioni di babysitter, assistente, infermiera e insegnante richieste dalla crisi. Dopo il primo lockdown tante donne non sono più tornate ai propri posti di lavoro, ma hanno dovuto forzatamente “scegliere” di rimanere a casa a fare il welfare gratuito, nel tentativo funambolico di conciliare sopravvivenza sanitaria, lavoro e famiglia. Il 72% di chi è tornato al lavoro il 4 maggio era uomo.

Il coro di prefiche su quanto il Covid abbia colpito le donne è stato trasversale: le povere donne sono state compatite da sinistra a destra, dall’Avvenire al Manifesto. Tuttavia ben pochi hanno proposto soluzioni concrete a questo problema bifronte: da un lato di impedire o almeno ostacolare la trasmissione del contagio, soprattutto ai soggetti più deboli, dall’altro garantirsi un reddito. Un problema che smaschera l’impossibilità di trovare soluzioni efficaci nella cornice di questo sistema economico. I due pilastri su cui si doveva intervenire energicamente dovevano essere stato sociale e lavoro. Nessuno dei due è stato seriamente preso in considerazione.

Il primo pilastro, anche e soprattutto per le donne, doveva essere quindi la tutela del posto lavoro. Da un lato si dovevano rinforzare i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non solo posticipare i licenziamenti, norma peraltro facilmente aggirabile. Occorreva ripristinare tutta una serie di diritti che sono stati smantellati nel corso degli ultimi decenni, a partire dall’articolo 18, dal precariato, dalle norme del Jobs Act.

Il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza, in modo da non essere veicolo di contagio. Questa garanzia deve essere verificata dai lavoratori stessi, non dal padronato, perfettamente indifferente da sempre alla salute di chi lavora per loro.

Le donne hanno costituito una parte fondamentale delle figure professionali che hanno consentito al sistema che le sfrutta di andare avanti, pagando un prezzo altissimo in termini di sacrifici e salute: operaie, commesse, cameriere, cuoche, dottoresse, addette alle pulizie, infermiere, maestre, badanti… l’elenco potrebbe continuare all’infinito.

Nessuno ha dato loro qualche tutela in più, nessuno ha esteso qualche diritto negato, qualche aumento di stipendio, qualche riconoscimento contrattuale.

Anche se rimangono al lavoro, le donne (e i lavoratori in genere) devono sacrificarsi per niente, perché questo ci si aspetta che facciano.

L’altro pilastro è lo stato sociale, la cui assenza si fa così drammaticamente sentire in questo momento.

Le misure deboli, inutili e caotiche adottate dal governo borghese non sono bastate alle famiglie, che vedono la chiusura delle scuole come una prospettiva agghiacciante e che sono forzate, per chi un lavoro ancora ce l’ha, a decidere se licenziarsi o far ammalare i genitori.

È ormai opinione diffusa che gran parte dell’impatto di questa pandemia sia dovuta allo smantellamento della sanità pubblica e dello stato sociale. È un’argomentazione facile, ormai anche i più strenui difensori del liberismo condannano i taglia alla sanità che per primi avevano rivendicato, perché il “privato” doveva essere più efficiente. Ma non è possibile illudersi che un po’ più di stato sociale ci avrebbe tenuto al riparo dalle conseguenze delle crisi – sanitarie o finanziarie – generate dal sistema capitalista. Nessun paese capitalista, con una quota maggiore o minore di stato sociale, ha retto all’urto della pandemia.

Questa pandemia ha mostrato il vero volto del capitalismo in ogni paese, ha dimostrato che a prescindere dal grado e dall’intensità con cui il capitalismo viene annacquato con un po’ di stato sociale, il risultato non cambia: dalla civilissima Svezia al Brasile di Bolsonaro, questa organizzazione economica quando va bene fa migliaia di morti al giorno (morti sul lavoro, morte per violenza domestica, morti economici, morti da migrazione, morti da povertà, morti da mancate cure) e quando va male, quando un virus si diffonde, i morti si contano a milioni. Ma il sistema continua con la stessa imperterrita disumanità. È il capitalismo che impedisce all’umanità di reagire al meglio davanti a un disastro sanitario che la sua stessa sete di profitto ha creato, grazie alla distruzione sistematica dell’ambiente.

Se un po’ più di stato sociale non basta, allora che fare?

Forse bisognerebbe rispolverare una “vecchia” rivendicazione del femminismo marxista, ossia la socializzazione del lavoro domestico. Occorre pretendere l’esternalizzazione di tutti quei lavori che le donne compiono da millenni ma che in realtà sono lavori volti alla collettività, sono lavori di cura riproduttivi e produttivi, senza retribuzione e senza riconoscimento. Questo lavoro deve essere retribuito e ricondotto alla sfera pubblica, in condizioni di sicurezza e controllo, ossia deve essere socializzato: l’intera collettività deve farsene carico perché quel lavoro oggi, oltre che di oppressione di genere, è più che mai veicolo di contagio e di morte. Solo un massiccio programma di esternalizzazione dei servizi sociali in condizioni controllate può bloccare i contagi all’interno delle famiglie e tutelare le fasce più deboli della popolazione.

Nonostante forzature e semplificazioni, la socializzazione del lavoro domestico è ben altro che uno stipendio alle casalinghe, da rigettare esattamente come il reddito alle madri di Forza Nuova.

La socializzazione del lavoro domestico non è un’elemosina per continuare a essere forzate nel ruolo di angelo tuttofare. È riconoscere quel lavoro, esternalizzarlo, retribuirlo e renderlo sicuro.

«La famiglia attualmente consuma senza produrre. Le faccende domestiche essenziali di una donna di casa si sono ridotte a quattro: pulizia (pavimento, mobili, stoviglie, ecc.), cucina (preparazione di pranzo e cena), lavaggio e cura della biancheria e dei vestiti della famiglia (rammendare o rattoppare). Questi lavori sono molto stancanti. Consumano tutte le energie, e tutto il tempo della donna lavoratrice che, per di più, deve lavorare in fabbrica. […] Invano la donna lavoratrice passa le giornate da mattina a sera pulendo casa, lavando e stirando i vestiti, consumando energie per sistemare la biancheria rovinata, ammazzandosi per preparare con i suoi scarsi mezzi il miglior pasto possibile, poiché, quando finirà il giorno, non rimarrà alcun risultato materiale di tutto il suo lavoro giornaliero; con le sue mani infaticabili non avrà creato durante il giorno, nulla che possa essere considerato merce nel mercato commerciale. Potrebbe vivere mille anni, ma tutto sarebbe uguale per la donna lavoratrice. Ogni mattina rimuovere la polvere dai mobili, il marito verrebbe la sera con voglia di cenare i bambini tornerebbero a casa con le scarpette piene di fango. Il lavoro della donna di casa diventa ogni giorno meno utile e ogni giorno più improduttivo.[…] Le mogli dei ricchi vivono da molto tempo vivono libere da queste sgradevoli e faticose mansioni. Perché la donna lavoratrice deve continuare a portare questo pesante fardello?» (A. Kollontaj, 1921)

Sono passati quasi cento anni, ma la donna è ancora lì a fare le stesse cose, pochi avanzamenti si sono ottenuti sul lavoro non pagato delle donne.

Quando si avanza la rivendicazione che tale lavoro va pagato ed esternalizzato tutti gridano all’utopia. In realtà però il lavoro domestico è da sempre socializzato. Ma per una classe sola, quella degli sfruttatori. A loro è concesso sfuggire dal destino biologico di genere scaricando su forza lavoro sfruttata tutti quei compiti che non vogliono svolgere. Il lockdown non è stato quello raccontato dalla vulgata dei balconi e dei proclami di unità nazionale al telegiornale: una classe di più o meno ricchi, più o meno borghesi, che poteva permetterselo, ha ricevuto a casa tutti quei beni e servizi che la classe lavoratrice ha continuato a produrre e a consegnare sulla porta di casa. A prezzo della propria salute e di quella dei propri famigliari.

Insomma quando ci dicono che la socializzazione del lavoro domestico è un’utopia, bisogna chiedersi: Per chi? Perché per una certa classe sociale è da sempre una realtà molto concreta.

Eppure, quando si parla di socializzazione del lavoro domestico pare una bestemmia. Quasi avessimo interiorizzato così tanto il destino di vittime sacrificali da non saper immaginare un sistema diverso, in cui siamo libere e liberi da quelle schiavitù e delle fatiche che la classe sfruttatrice ci subappalta per salari ridicoli.

La socializzazione del lavoro domestico è difficilmente rivendicabile, anche a sinistra, perché si capisce immediatamente che, per ottenerla, occorre polverizzare il principio su cui è fondata la nostra società, ossia lo sfruttamento. È una rivendicazione sociale che non ammette una mezza misura, che non si può ottenere per gradi, perché stiamo già verificando in prima persona che le mezze misure non ci hanno tutelato.

E allora bisogna cominciare a pensare che forse non è così sbagliato cambiare completamente paradigma sociale. In prospettiva futura, una volta allentata la necessità del distanziamento sociale, occorre imparare la lezione e fare come all’indomani della Rivoluzione russa, quando i servizi di mensa, asilo, lavanderia, farmacia, ristoranti e servizi assistenziali di varia natura erano collettivizzati e disponibili gratuitamente per tutti.

Non è forse così utopico pensare che sia la vita e la salute dei lavoratori a dover essere tutelata con le misure più efficaci. Non è ammissibile operare un compromesso con interessi diversi da quelli della classe lavoratrice, da quelli di chi produce e lavora. Non è possibile fare rientrare nell’equazione i profitti del padronato.

Anche in tempi di pandemia e di emergenza sanitaria non è utopico pensare di gestire il lavoro domestico in condizioni di sicurezza.

Non solo baby sitter, doposcuola, servizi di assistenza per malati e disabili, ma anche una rete capillare di lavanderie, mense, farmacie e servizi di cura di varia natura per chi ne ha bisogno. Un servizio di pasti che possa raggiungere chi non può più fare la spesa o che deve essere isolato, una rete capillare di luoghi in cui è possibile mangiare gratuitamente in sicurezza, una rete di operatori professionisti che si prendono cura di anziani, disabili e malati, sollevando le famiglie da compiti impossibili da svolgere in solitudine e con la sicurezza necessaria. Questo sistema di socializzazione di tutti quei compiti di cura normalmente assegnati alle donne devono essere svolti in costante collaborazione con un sistema sanitario completamente pubblico e gratuito. Un sistema che ha requisito e nazionalizzato senza indennizzo la sanità privata, ulteriore strumento di profitto del padronato, persino in un momento come questo.

Quanto costa tutto ciò? Pochissimo. Meno di quanto ci costa attualmente essere sfruttate/i. Basta abolire ciò che in un sistema capitalista viene dato per scontato pur essendo incongruo e inutile: il profitto privato ed esorbitante di pochi, l’arricchimento costante di una fascia della popolazione a scapito di un’altra, l’allargamento di una forbice dei redditi che a livello mondiale non conosce pause, la speculazione che ha accelerato persino durante la pandemia.

Il Covid ha messo a dura prova, in negativo, la nostra immaginazione. È tempo di usare la nostra capacità di concepire soluzioni diverse, soluzioni che possono apparire impensabili, com’è utopico e impensabile proseguire con il sistema attuale. Soluzioni che presuppongono che ognuno di noi prenda consapevolezza più concreta dell’assurdità di voler preservare i privilegi di pochi in cambio della vita di molti.

M.G.

Assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi/e - Bologna 27 settembre: la mozione finale e gli interventi delle nostre compagne e dei nostri compagni

 

MOZIONE CONCLUSIVA DELL’ASSEMBLEADEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI COMBATTIVI/E

Questa è la versione definitiva con i contributi e le richieste di modifica ed aggiunte.

L’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi del 27 settembre 2020 a Bologna assume il testo e i propositi contenuti nell’appello d’indizione.

Gli scenari delle ultime settimane confermano come la perdurante crisi sanitaria esasperi una crisi strutturale dell’economia capitalistica, con un impoverimento generalizzato e un peggioramento delle condizioni di vita per milioni di lavoratori e lavoratrici (esacerbando anche le pessime condizioni di salute e sicurezza, con il tragico ripetersi di continui infortuni e morti sul lavoro).

Il prossimo termine della moratoria sui licenziamenti e la sempre più pressante offensiva padronale su questo terreno ne sono un segno evidente.

La Confindustria di Bonomi, il governo Conte (prono agli interessi del padronato) e l’UE (ambito di mediazione degli interessi della borghesia continentale) stanno usando l’emergenza per ottimizzare i profitti e socializzare le perdite, anche alimentando il razzismo sul piano culturale e su quello istituzionale.

In questo quadro, le richieste di patto sociale (sostenute da Recovery Plan e un’espansione del debito che ricadrà su lavoratori e classi popolari) nascondono il sostegno alle ristrutturazioni produttive e l’aumento dello sfruttamento, oggi richiesti dal padronato.

All’attacco a salari e diritti dobbiamo allora contrapporre una piattaforma generale di lotta che su scala nazionale e internazionale sappia rilanciare le parole d’ordine storiche del movimento operaio:

1. riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario;

2. patrimoniale sulle grandi ricchezze per far pagare la crisi ai padroni;

3. salario medio garantito a tutti i proletari occupati e disoccupati, eliminando contratti precari e paghe da fame;

4. eliminazione del razzismo istituzionale a partire dall’abolizione delle attuali leggi sull’immigrazione e da una regolarizzazione di massa slegata dal ricatto del lavoro.

È quindi evidente che la risposta sindacale non può limitarsi a una mera difesa sul piano aziendale o di categoria, ma deve porre le basi di una controffensiva di massa, capace di parlare all’insieme della classe e di mobilitarla in nome dei suoi interessi generali.

Occorre riprendere l’iniziativa sui CCNL: da una parte il loro mancato rinnovo, dall’altra il perpetuarsi del patto di fabbrica (con l’estensione del welfare aziendale) imporrebbero infatti il dominio della contrattazione locale, le gabbie salariali, una liberalizzazione del caporalato istituzionalizzato.

Il settore della scuola, della sanità, del trasporto pubblico, come quello più generale dei diritti sociali, saranno in questi mesi un banco di prova in tal senso.

Serve la stabilizzazione dei precari e l’internalizzazione degli appalti, un piano straordinario di ricostruzione dei servizi universali contro ogni autonomia differenziata che divide i lavoratori.

La dinamica di lotta nei diversi settori di classe si presenta in ogni caso ancora articolata: segnata da cicli diversi di resistenza.

In alcune categorie più combattive, come i Trasporti e la logistica, possono già esser mature le condizioni per giungere nell’immediato a uno sciopero nazionale.

In altre iniziano ad affiorare significative resistenze ai rinnovo-bidone frutto della concertazione. In altre ancora, nonostante l’evidenza del disastro, prevale ancora la confusione e l’incapacità di sviluppare proteste di massa.

Si tratta quindi di attraversare queste controtendenze, spingere per diffonderle e soprattutto cercare di farle convergere in una lotta generale e di massa.

È necessario anche contrastare l’attacco senza precedenti ai diritti e alle agibilità sindacali, che si innesta nel quadro oramai decennale di repressione, criminalizzazione e discriminazione del sindacalismo conflittuale e dei lavoratori combattivi.

Come avvenuto al maxiprocesso contro centinaia di lavoratori della logistica e del settore alimentare per la vertenza Italpizza: per questo motivo l’assemblea aderisce alla manifestazione contro la repressione, contro i decreti sicurezza e per la difesa del diritto di sciopero indetta per il giorno 3 ottobre a Modena (in cui anche il Comitato 23 settembre, che raccoglie compagne di diverse organizzazioni e realtà di lotta, partecipa con un proprio spezzone di lavoratrici e donne delle classi sfruttate).

Nella tempesta della crisi economica e sanitaria, le donne lavoratrici e le donne senza privilegi sociali pagano il costo più alto.

Un costo doppio: come lavoratrici e come donne.

Per questo l’assemblea ritiene non più prorogabile lo sviluppo di un’iniziativa e di una campagna centrata sui diritti e sui bisogni delle donne:

a) per il diritto al lavoro, contro la precarizzazione e le discriminazioni salariali e contrattuali;

b) per il potenziamento del welfare, contro la logica della conciliazione tra lavoro domestico ed extra-domestico;

c) per il diritto di aborto, alla contraccezione medicalmente assistita e all’autodeterminazione delle donne;

d) per la piena regolarizzazione delle lavoratrici immigrate;

e) contro il sessismo e la violenza domestica.

Nessuna ripresa delle mobilitazioni potrà avere reali possibilità di successo se non sarà capace di collegarsi al movimento di classe su scala internazionale e internazionalista: le lotte in corso negli Usa in risposta alle violenze poliziesche, suprematiste e razziste e ai brutali omicidi di questi mesi, i movimenti di opposizione alla devastazione ambientale prodotta dal capitalismo, che hanno animato e continuano ad animare milioni di giovani ai quattro angoli della terra, le lotte di resistenza e le vere e proprie sollevazioni contro gli effetti delle guerre di spartizione imperialistiche e contro le politiche dei regimi nazionali asserviti alle borghesie occidentali.

Alla luce di tutto ciò, l’assemblea del 27 settembre propone:

1) di attraversare le diverse iniziative di lotta e di sciopero che dovessero svilupparsi nelle prossime settimane, anche costruendo percorsi di convergenza e unificazione con le mobilitazioni di disoccupati, gli strike contro la devastazione ambientali e per lo sviluppo delle reti di solidarietà;

2) di organizzare una giornata di iniziativa nazionale per il prossimo 24 ottobre, sviluppandola nei diversi territori e nelle diverse realtà attraverso l’iniziativa di assemblee e coordinamenti locali, che nasceranno sulla base dell’assemblea di oggi;

3) di dare continuità a questo percorso aperto e collettivo di convergenza tra diversi settori e soggettività di classe, ponendosi il problema di sviluppare entro la fine dell’anno un processo di generalizzazione delle lotte e quindi anche di sciopero generale, per contrastare l’offensiva padronale che ha un carattere generale sul fronte dei contratti, della scuola e della sanità come delle più generali politiche economiche del governo;

4) di lanciare un appello ai lavoratori e alle lavoratrici combattivi e agli organismi di lotta di tutta Europa per un’iniziativa comune a partire da tre temi principali: riduzione drastica e generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario per far fronte a licenziamenti e disoccupazione; uniformità degli ammortizzatori sociali elevando il trattamento economico; patrimoniale sulle grandi ricchezze; difesa strenua del diritto di sciopero e delle agibilità sindacali, eliminazione delle politiche europee di controllo sull’immigrazione.

Bologna, 27/09/2020

P.S.: Sono stati approvati dall’assemblea anche altri 4 ordini del giorno che pubblicheremo successivamente (per un iniziativa e proposta ai lavoratori d’Europa, per una chiara presa di posizione in solidarietà con il movimento Black Live Matters, per una piattaforma unitaria delle donne lavoratrici, per combattere le stragi sul lavoro e per la sicurezza sui luoghi di lavoro).

GLI INTERVENTI DELLE NOSTRE COMPAGNE E DEI NOSTRI COMPAGNI:

li puoi trovare su www.facebook.com/PCLavoratori

oppure la playlist: 

 https://www.youtube.com/playlist?list=PLR7gc4aVPjNyR9ckd0e7YQYJcu_DP8QcH

Chi paga il conto della pandemia?


Una enorme valanga si sta per abbattere sui lavoratori e le lavoratrici
. La stessa legge del profitto che ha moltiplicato i morti della pandemia, coi tagli di vent'anni alla sanità pubblica, presenta ora il conto ai salariati.


Altro che “siamo tutti sulla stessa barca”!

In questi mesi, capitalisti, grandi azionisti, uomini d'affari, hanno ottenuto un nuovo taglio di tasse e contributi; hanno beneficiato, a partire da FCA, di crediti bancari coperti da garanzie pubbliche per decine di miliardi; si sono serviti della cassa integrazione anche quando continuavano a macinare fatturato e profitti. Ora annunciano un’ondata di licenziamenti sino alla distruzione (dichiarata) di un milione di posti di lavoro, e il rifiuto di rinnovare i contratti a cinque milioni di lavoratori spesso con la paga falcidiata dalla cassa. Mentre 600.000 precari sono già stati buttati su una strada e centinaia di migliaia di lavoratrici sono state costrette a rinunciare al lavoro nel lockdown per accudire i figli in assenza di asili.
L'emergenza sanitaria è ormai la coperta che giustifica ogni arbitrio nei luoghi di lavoro e nelle fabbriche.

Parallelamente, la famosa pioggia di miliardi annunciati dal governo e dall'Unione Europea e presentati come “la fine dell'austerità” si rivela per quello che è: un nuovo gigantesco debito pubblico, nazionale ed europeo. Soldi ricavati vendendo titoli pubblici alle banche e da ripagare alle banche che li hanno comprati. Soldi messi sul conto dei salariati. Quelli che le tasse le pagano, che non dispongono di paradisi fiscali, che già hanno pagato con trent'anni di sacrifici il debito pubblico col capitale finanziario.
E tutto questo perché? Per tutelare i profitti, le grandi rendite, i grandi patrimoni. Quelli che si sono arricchiti sul precariato, il super sfruttamento, la cancellazione dei diritti, non solo in Italia ma in tutta Europa e nel mondo.

La pandemia ha rivelato agli occhi di tutti il massacro degli ultimi trent'anni e i suoi disastri.
Servizi sanitari ridotti a colabrodo, senza posti letto, senza infermieri, senza medicina territoriale, mentre la sanità privata sbarca in Borsa con profitti da favola e lascia i dipendenti senza contratto da 14 anni. Così la scuola, che non sa come riaprire in sicurezza, perché mancano insegnanti, mancano aule, i mezzi di trasporto locale sono stati tagliati e privatizzati. Né i Comuni possono venire in soccorso perché hanno dismesso il patrimonio pubblico per ovviare ai tagli e pagare anch'essi il debito alle banche.

Tutto questo ha un nome: si chiama capitalismo. Un'organizzazione fallita della società, che non ha più niente da dare ma solo da togliere.

È allora necessario dire basta! È ora di unire in una lotta sola tutte le lotte di resistenza. È ora di contrapporre al programma del padronato un programma di segno uguale e contrario:

- Blocco dei licenziamenti
- Nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori
- Ripartizione fra tutti del lavoro che c'è attraverso la riduzione dell'orario a 30 ore pagate 40
- Grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti pubblici, nel risanamento ambientale
- Tassazione progressiva dei profitti e dei grandi patrimoni
- Cancellazione del debito pubblico verso le banche e nazionalizzazione di quest'ultime

Solo queste misure possono segnare una svolta. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzarle. Solo la generalizzazione della lotta può aprire dal basso questa prospettiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

LA CRISI COLPISCE DURAMENTE: COSTRUIAMO IL PIÙ AMPIO FRONTE UNITARIO PERCHÉ NON LA PAGHI LA CLASSE LAVORATRICE

Il PCL sostiene le manifestazioni dell'15 maggio davanti alle sedi INPS indette unitariamente da SI.COBAS, SGB, ADLCobas e Reddito di quarantena, per la difesa dei salari, il sostegno al reddito di lavoratrici e lavoratori che hanno perso il lavoro o lo stanno perdendo e il rilancio dello stato sociale.



Se ci deve essere una “ripresa” non deve essere quella di profitti, ma quella delle lotte e dei diritti.

Le foto della manifestazione davanti alla sede dell'INPS di Bologna del 15 maggio 2020:




















Partito Comunista dei Lavoratori – Sezione di Bologna

Video: Dopo il virus arrivano licenziamenti, disoccupazione e tagli ai salari e stato sociale: la crisi non devono pagarla le lavoratrici e i lavoratori!

COMUNICATO DEL COORDINAMENTO DELLE SINISTRE DI OPPOSIZIONE DI BOLOGNA


Il coordinamento delle Sinistre di Opposizione di Bologna sostiene con forza il presidio indetto da SGB, ADL Cobas e S.I.COBAS  l'8, maggio presso la sede della Regione Emilia Romagna
Si associa alle rivendicazioni alla base del presidio contro una amministrazione regionale che con sostanziale noncuranza per la sicurezza di lavoratrici e lavoratori si associa al padronato e alle regioni governate dalla destra nel richiedere l'apertura immediata delle attività' produttive senza prevedere un rilancio della Sanità Pubblica e l'ampliamento del trasporto pubblico. 
Soprattutto accoglie e rilancia l'appello all'unita' delle forze sindacali, sociali e politiche che fanno riferimento alla classe lavoratrice lanciato dai promotori del presidio. 
Costruiamo l'unita' più ampia di lavoratrici e lavoratori perché la crisi la paghino, padroni, banche e governi e amministrazioni regionali loro complici. 
Se non ora quando? 

Sinistre di Opposizione di Bologna:
Partito Comunista Italiano
Partito Comunista dei Lavoratori
Partito della Rifondazione Comunista

Il video della manifestazione pienamente riuscita:



P.s. vedi info: https://www.facebook.com/pclbologna/

La condizione degli eroi

I lavoratori e le lavoratrici della sanità e il cinismo ipocrita dei capitalisti

27 Marzo 2020
Medici, infermieri, barellieri, personale di cucina e delle pulizie, un popolo. Il popolo della sanità, oggi al fronte. C'è un naturale sentimento di ammirazione e ringraziamento da parte di tutti per il lavoro del personale sanitario sul fronte di guerra del coronavirus. C'è in quel lavoro una componente di generosità e di coraggio, la consapevolezza di un ruolo sociale e solidale verso altri esseri umani, che è merce rara dopo tanti anni di reazione politica e culturale. Una merce che invece è assente ai piani alti della società borghese. Ciò che più indigna infatti è il trattamento cinico che le classi dirigenti riservano proprio ai lavoratori e alla lavoratrici della sanità.

Tutti conoscono ormai gli orari di lavoro massacranti cui questi lavoratori sono oggi costretti, dalle dodici alle quindici ore giornaliere: un carico “obbligato” non solo dal numero dei ricoveri e degli assistiti, ma anche e soprattutto dal taglio di decine di migliaia di posti di lavoro negli ospedali italiani nel corso degli ultimi 30 anni, sotto i governi di ogni colore, per pagare il debito pubblico alle banche ed elargire miliardi alle imprese. Incluse ovviamente le imprese della sanità privata.

Così tutti sanno della mancanza di dispositivi di sicurezza adeguati per il personale, con operatori costretti a indossare per diversi giorni la stessa mascherina o gli stessi guanti persino nei reparti della terapia intensiva, proprio dove l'esposizione al contagio è più diretta. Ciò che spiega l'altissima percentuale di morti tra medici e infermieri, non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Francia.

Invece non tutti conoscono altri aspetti della loro condizione. Un numero esorbitante di contratti a termine, stipendi miserabili, mancato rinnovo contrattuale (nella sanità privata da ben 13 anni!), pochissime ore di formazione professionale per tagliare i costi aziendali, divieto di congedo parentale, impossibilità di denunciare pubblicamente la propria condizione di servizio senza incorrere nel reato di procurato danno all'azienda, ciò che significa licenziamento certo. Insomma, una situazione di ricatto e di impotenza, resa oggi ancor più pesante non solo dal numero delle ore di lavoro, ma dallo stress emotivo della relazione quotidiana con persone in pericolo di vita, disperatamente sole, per le quali il medico e l'infermiere non è solamente tale ma diventa spesso l'unica presenza affettiva disponibile. Solo se si guarda complessivamente a questa situazione di lavoro si comprendono le conseguenze gravi che a volte ne discendono: la scelta delle dimissioni, in qualche caso estremo persino il suicidio.

Ora, di fronte a tutto questo, fa veramente ribrezzo che la grande stampa borghese, quella che ha predicato per decenni i tagli alla sanità, riservi a questi lavoratori la patente di “eroi”. Tanto più se viene affibbiata, come ieri è accaduto, dal presidente di Confindustria lombarda (Bonometti), primo responsabile della strage quotidiana di Bergamo e di Brescia, escluse per sua volontà dalle misure di Codogno per non turbare produzione e profitti delle imprese metalmeccaniche. Quanto al governo, il prezzo attribuito ai lavoratori della sanità, come ad altri, è un premio di 100 euro in più in busta paga. Un eroismo davvero a basso costo, non c'è che dire. Nulla a confronto dei grassi dividendi di oltre 5 miliardi che le grandi banche tricolore (Intesa Sanpaolo, Banco BPM, UBI, BPER, Unicredit) riservano proprio nella giornata di oggi ai rispettivi grandi azionisti. Respingendo oltretutto l’invito della Federazione bancaria europea (EBF) a rinviare la spartizione degli utili a un momento più “consono”.

Sì, siamo in guerra. Una grande guerra. Coi generali che mandano la truppa a crepare in trincea mentre loro si spartiscono il bottino. Ma i dopoguerra riservano a volte spiacevoli sorprese agli stati maggiori. Così è stato nel secolo scorso, così potrebbe succedere domani.
Partito Comunista dei Lavoratori

Non una di meno: al movimento delle donne servono le lavoratrici


Al movimento 'Non una di meno' si prospetta un passaggio importante; dovrà avere il coraggio di assumere la prospettiva del rovesciamento di questa società, di questi rapporti di produzione, di questo sfruttamento domestico e lavorativo. Poiché disperdersi in rivendicazioni parziali e non sradicando alla radice la causa dell’oppressione patriarcale e dello sfruttamento capitalista farà perdere a noi donne e a tutte le soggettività oppresse la possibilità concreta di conoscere un altro mondo.

Nelle giornate del 4-5 febbraio a Bologna si è svolta l’assemblea nazionale autorganizzata di 'Non una di meno' per continuare la scrittura del “piano nazionale femminista contro la violenza” e definire le modalità dello sciopero globale transnazionale dell’8 marzo, cui l’Italia aderisce insieme ad altri quaranta paesi. L’incontro si è svolto su otto tavoli tematici, in cui sono stati individuati gli otto punti da inserire nel documento comune in vista dello sciopero.

Tuttavia le modalità di gestione della discussione e i risultati del tavolo 'Lavoro e welfare' sono apparsi a nostro avviso poco democratici.
Non condividiamo l’atteggiamento prevenuto delle organizzatrici dell’assemblea nei confronti delle donne appartenenti a un partito politico marxista, come se l'organizzarsi politicamente e avere una collocazione nella politica generale non possa appartenere anche alle donne, o come se le rivendicazioni femministe non abbiano legami con le scelte politiche attuate fino ad ora. E soprattutto non condividiamo la delegittimazione della prospettiva che il femminismo non possa integrarsi con un progetto di radicale trasformazione della società, con la prospettiva cioè dell’abbattimento del capitalismo e la fondazione di una società nuova dove non vige il principio dell’oppressione di una classe sull’altra, dell’uomo sulla donna e dell’uomo sull’ambiente.

Siamo rimaste inoltre basite dall’aggressività mostrata verso alcune compagne che ponevano all’attenzione dell’assemblea alcune rivendicazioni importanti per le donne e totalmente assenti nelle proposte delle organizzatrici dell’assemblea, proprio sul tema del lavoro. I rilievi alle lacune rivendicative, emerse anche dal dibattito del giorno 4, sono stati stigmatizzati come strumentali e facenti parte del movimento operaio – quindi “maschili” – e totalmente omessi nel report del giorno dopo. Il report, peraltro, non contiene affatto tutte le posizioni esposte, ma una sintesi (vagamente censoria) che le stesse organizzatrici si sono rifiutate di emendare in assemblea, e che per di più non è stato votato.
Il punto centrale che è emerso dal tavolo è il reddito di cittadinanza - o di autodeterminazione, come viene definito - assieme a un non meglio precisato salario minimo europeo ispirato al modello americano (15 dollari orari), che potrebbero essere un boomerang: un salario minimo su cui il padronato potrebbe attestarsi, livellando al ribasso le paghe generali, soprattutto se la rivendicazione del salario non viene unita alla battaglia per l’abolizione di tutte le leggi sulla precarietà, dai voucher alle infinite varietà di lavoro sommerso e non pagato. Il reddito di cittadinanza, slegato quindi dalla condizione lavorativa, non garantisce autonomia, ma al contrario, dati i rapporti reali tra i sessi e le classi, prospetta maggiori probabilità di rinchiudere le donne in casa vincolandole definitivamente a sostituire i servizi sociali nel lavoro di cura. Dunque non cambierebbe nulla della società che lo eroga, ma anzi potrebbe aggravare lo stato di cose esistenti; non influenza i rapporti sociali di sfruttamento e oppressione delle donne, ma al contrario rischia di istituzionalizzarli.

In secondo piano, o totalmente assenti, sono alcune rivendicazioni che pongono al centro il lavoro e la battaglia dentro ai luoghi di lavoro come terreno effettivo di autodeterminazione delle donne: la parità salariale, l’introduzione di un salario garantito per chi è in cerca di occupazione, il ripristino della scala mobile dei salari e delle pensioni, il rafforzamento degli ammortizzatori sociali, la lotta contro lo smantellamento della legge 104, la lotta alle vergognose forme di schiavismo a cui sono sottoposte alcune categorie di lavoratrici (badanti, braccianti...), la fine degli incentivi statali alle aziende che delocalizzano o chiudono attraverso accordi e tavoli istituzionali. Tutte queste istanze si ricollegano alla generale battaglia per la redistribuzione del lavoro fra tutti e tutte, e la conseguente riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga con la prospettiva della socializzazione del lavoro di cura: l’unica vertenza che consenta a tutti, e soprattutto a tutte, di definire in piena libertà la forma delle proprie relazioni sentimentali e sessuali, senza subordinarsi ai vincoli imposti dal bisogno materiale.

Anche le modalità dello sciopero dell’8 marzo, che si vuole si svolga su due piani, quello "produttivo" e quello "riproduttivo", non sono veramente efficaci.
Sul piano produttivo, Non una di meno non ha costruito una vera interlocuzione con i sindacati, producendo la possibilità di organizzare lo sciopero su una piattaforma rivendicativa articolata in termini di difesa dei salari e dei diritti delle lavoratrici. Ci si è fermate alla richiesta di un loro appoggio, ma rifiutandosi essenzialmente di condividerne la gestione, cosa che non ha impedito ai sindacati di base di aderire anche se con modalità non unificanti, mentre ha dato sponda alla maggioranza della CGIL di lasciare il tutto nel vago e di non assumersi la sua responsabilità per la riuscita dello sciopero, con risultati che non saranno di grande impatto, malgrado la posizione favorevole dell’area di opposizione interna “Il sindacato è un’altra cosa” e la convocazione dello sciopero da parte della FLC. Dati questi presupposti, si tratta di uno sciopero che temiamo non darà i frutti che avrebbe potuto, e che non darà un segno di reale contrapposizione all’oppressione nei luoghi di lavoro e al capitalismo. Le donne che lavorano faranno fatica a capire perché scioperare senza rivendicazioni in merito ai loro diritti perduti, o per aumenti salariali e miglioramento delle condizioni di lavoro. Perché questo non le fa avanzare di un passo verso quella indipendenza economica necessaria alla liberazione dalla violenza e dalla schiavitù lavorativa e domestica.
Ancora meno efficace ci sembra lo "sciopero riproduttivo", che riguarda tutte quelle donne estromesse dal mondo della produzione capitalista che svolgono attività domestiche, di cura e assistenzialistiche a titolo gratuito al posto dello Stato, oltre a casalinghe, disoccupate, studentesse ecc. Per aderire ideologicamente allo sciopero, queste donne per un giorno non si dovrebbero occupare della cura di anziani e bambini e lavori domestici. In molti casi sarà difficile che qualcun'altro in famiglia lo faccia al loro posto, a meno che non dispongano di un sostegno maschile “democratico”, perché certamente a farlo non sarà lo Stato borghese, che ha scaricato sulle loro spalle una enorme quantità di lavoro invisibile risparmiando ingenti quantità di denaro.
L’evento simbolico non modifica né mette in discussione i rapporti reali.

Noi crediamo che sia invece necessario costruire una piattaforma politica che rivendichi l’abolizione delle leggi e normative sui servizi sociali che sono attualmente scaricati sulle donne (la sussidiarietà, le leggi regionali sulla cura dei malati e degli anziani, il taglio degli investimenti sulla scuola dell’infanzia...) così come delle controriforme della sanità che tolgono esami e screening per una vasta gamma di patologie femminili, tolgono finanziamenti ai centri antiviolenza e trasferiscono fondi ai consultori confessionali, riducendo i servizi dei consultori pubblici, tra l’altro trasformati, questi ultimi, in ambulatori di servizi di base, dove le donne sono semplicemente “utenti”. Ma vogliamo combattere anche contro i finanziamenti a pioggia di fondi ad asili e scuole paritarie, tutte confessionali, dove si formano bambini e bambine a misura di un mondo bigotto e misogino. È dunque di una società realmente laica che le donne e tutte le soggettività oppresse necessitano, una società liberata dagli interessi della Chiesa cattolica. In questo senso la battaglia per l’emancipazione femminile si inscrive in un processo rivoluzionario di rottura con la morale e con l’organizzazione economica e politica della società attuale, che prospetti come passaggio imprescindibile l’abolizione unilaterale del Concordato fra Vaticano e Stato, l’abolizione di tutti i privilegi fiscali, giuridici, normativi, assicurati alla Chiesa cattolica, a partire dalla truffa dell’8 per mille e dall’insegnamento religioso confessionale nella scuola pubblica.

Al movimento Non una di meno si prospetta dunque un passaggio importante: dovrà avere il coraggio di assumere la prospettiva del rovesciamento di questa società, di questi rapporti di produzione, di questo sfruttamento domestico e lavorativo. Poiché disperdersi in rivendicazioni parziali e non sradicando alla radice la causa dell’oppressione patriarcale e dello sfruttamento capitalista farà perdere a noi donne e a tutte le soggettività oppresse la possibilità concreta di conoscere un altro mondo.
Non una marea, ma mille rivoli che in queste condizioni non potranno mettere veramente in discussione chi oggi vive sullo sfruttamento delle donne.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione di genere