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Svolta a destra in Sassonia: non è il momento di lamentarsi, ma di cercare di capire


 Martin Suchanek, Jaqueline Katherina Singh

Dopo le elezioni, in molti ambienti della sinistra tedesca – non solo all’interno della Linke – regna lo sgomento. Tuttavia, dopo sconfitte del genere, lo sgomento non serve a nulla. «Non lamentarsi, non ridere, non odiare, ma capire», consigliava Spinoza. E capire è proprio ciò che occorre fare, se vogliamo trarre una lezione politica dalla vittoria dell’AfD.

Non possiamo continuare per gli anni a venire a fingere che la destra possa essere fermata con appelli al “muro di fuoco”, invocando l’«unità dei democratici», sostenendo i governi della CDU «contro il fascismo» o avviando procedimenti di messa al bando dinanzi alla Corte costituzionale. Questo metodo politico separa nettamente la lotta contro l’AfD da quella contro il governo e la crisi capitalistica. Ma c’è di più: in nome della lotta contro la destra, se necessario, si stringono patti proprio con quelle forze che promuovono lo smantellamento dello Stato sociale, il riarmo e l’isolamento, si mette in secondo piano la lotta di classe e si contribuisce a gestire questa miseria. Questa strategia non ha fermato l’AfD. Anzi, ha contribuito a rafforzare la destra.

Chi vuole trarne delle conclusioni politiche deve quindi innanzitutto capire cosa sia realmente accaduto in queste elezioni.

UNA SVOLTA A DESTRA ANNUNCIATA

Il 77,8%: questa è stata l’affluenza alle urne in Sassonia-Anhalt, superiore a quella registrata in qualsiasi altra elezione per il parlamento di questo Land. Un’alta affluenza alle urne è spesso considerata un buon segno per la democrazia. Queste elezioni sfatano però l’idea che ciò vada automaticamente a vantaggio delle forze progressiste. Infatti, con il 43,8% dei voti, la forza politica più forte è stata l’AfD. Una vittoria elettorale clamorosa, ma per nulla sorprendente: da settimane questo partito populista di destra e razzista superava il 40% nei sondaggi. Nel nuovo parlamento del Land, l’AfD dispone quindi di 39 seggi su 83: mancano solo tre seggi per la maggioranza assoluta. La CDU ottiene 15 seggi, SPD, Verdi e Die Linke ne ottengono 8 ciascuno, il BSW 5. I dati più importanti possono essere riassunti in quattro punti:

Primo: la CDU subisce una sconfitta storica. Il suo consenso crolla di 19,9 punti percentuali, attestandosi al 17,2%. Una débâcle che difficilmente potrà non avere conseguenze per il governo federale, già in difficoltà, e sulle tensioni interne al partito.

Secondo: anche la Linke è tra i grandi sconfitti. Con l’8,6%,6 perde altri 2,4 punti percentuali rispetto al 2021. E già allora aveva ottenuto un risultato estremamente deludente. Sta quindi pagando il prezzo di una campagna elettorale che non ha collegato la lotta contro la destra a una chiara opposizione alla CDU, al governo federale e al sistema capitalista. Anziché presentarsi come un’alternativa di principio, si è di fatto proposta come garante della maggioranza per un governo guidato dalla CDU – un motivo non particolarmente allettante per votarla.

Terzo: il BSW, con il 5,3%, supera di poco la soglia di ingresso e potrebbe proprio ora diventare l’ago della bilancia per l’AfD, prima di scivolare nell’irrilevanza a livello nazionale.

Quarto: il successo dell’AfD non si spiega semplicemente con lo spostamento verso destra degli ex elettori della CDU. Una parte decisiva della crescita è dovuta alla mobilitazione di chi finora non votava. Su un totale di 575.037 voti, secondo i sondaggi circa 170.000 erano di ex astenuti alle ultime elezioni regionali. L’affluenza record alle urne e il successo dell’AfD non sono quindi due fenomeni distinti: sono strettamente legati.

CHI HA VOTATO PER L’AFD E PERCHÉ?

Se consideriamo le categorie lavorative, l’AfD ha ottenuto un numero particolarmente elevato di voti tra gli operai e le operaie (59%). Anche tra gli impiegati ha registrato un risultato superiore alla media, con il 46%. Tra le persone in condizioni economiche precarie ha raggiunto il 65%! In altre parole, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta nella classe lavoratrice. Sebbene non esistano ancora sondaggi specifici sul comportamento elettorale dei membri dei sindacati, possiamo presumere che anche in questo caso l’AfD sia diventato il partito più votato con un netto distacco. Questo fenomeno non è nuovo, ma in Sassonia-Anhalt ha raggiunto un nuovo, drammatico picco.

A differenza di tutti gli altri partiti, l’AfD è riuscita a mobilitare e incanalare a proprio vantaggio l’insoddisfazione, l’insicurezza e la rabbia della popolazione nei confronti del governo e delle conseguenze del continuo peggioramento della situazione sociale.

A differenza di tutti gli altri partiti – compresa la Linke – l’AfD si presenta come un’opposizione radicale al governo e al «sistema». Naturalmente la sua «opposizione» è in definitiva solo di facciata, come in ogni forma di populismo di destra. L’AfD sostiene – non diversamente da altre figure di destra come Milei – un programma economico ultraliberista e lo combina con un razzismo aggressivo. Il razzismo è il programma sociale dell’AfD, che accusa l’imperialismo tedesco di non preoccuparsi della Germania, ma del mondo, dell’Ucraina e dei rifugiati. Il fatto che lo stesso governo agisca in modo massiccio contro i rifugiati e i migranti, e che il sostegno all’Ucraina sia motivato esclusivamente dagli interessi economici e geostrategici della Germania, non cambia nulla. L’AfD, tuttavia – e questo è di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri – non rappresenta solo uno sfogatoio di destra per l’insoddisfazione, ma si presenta anche come un’alternativa per la classe dominante in Germania. E proprio tra gli artigiani, gli strati piccolo-capitalisti e la cosiddetta «classe media» (capitali di medie dimensioni) sta trovando sempre più sostenitori.

COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?

Con queste elezioni, è probabile che si formi un primo governo dell’AfD. Il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht) ha già dichiarato che sarebbe opportuno aiutare un governatore dell’Land dell’AfD a ottenere la maggioranza. Tuttavia, non vuole una coalizione formale, bensì un governo di minoranza da sostenere a targhe alterne. L’AfD, comprensibilmente, rifiuta questa proposta, ma nei prossimi giorni e settimane spererà in defezioni dalla CDU o dal BSW oppure di riuscire comunque a convincere il BSW a formare una coalizione.

Resta da vedere se si arriverà a un governo dell’AfD o piuttosto a nuove elezioni (che probabilmente solleverebbero nuovamente la stessa questione e per le quali l’AfD sarebbe in posizione di vantaggio). In ogni caso, la borghesia tedesca (e anche la CDU) potrebbe considerare la Sassonia-Anhalt come un banco di prova per verificare se l’AfD si rivelerà un difensore affidabile del capitale e se il leader dell’AfD Siegmund si trasformerà in una sorta di «mini-Meloni».

RIPERCUSSIONI SULLA POLITICA FEDERALE

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno diverse ripercussioni sulla politica federale. Innanzitutto, aggravano la crisi politica all’interno della CDU. Il cancelliere Merz non si dimetterà, ma esce dalle elezioni nettamente indebolito. Anche il governo, già in difficoltà, subirà ulteriori perdite.

Ciò non significa affatto che cambierà rotta. Continuerà l’attacco generale contro i lavoratori dipendenti, il massiccio riarmo e la militarizzazione. Cercherà di recuperare terreno rispetto all’AfD con ulteriori attacchi razzisti, leggi sulla sicurezza più severe e una politica di “law and order”. In realtà, così facendo spingerà verso destra quei sostenitori che preferiscono votare l’originale razzista e populista piuttosto che la sua imitazione.

La crisi, la militarizzazione e la paura del futuro continueranno ad attirare elettori verso l’AfD, tanto più che non sono solo l’SPD e i Verdi ad essere strettamente coinvolti nella politica del governo. Anche i sindacati, con la loro politica di costante cedimento nei confronti del padronato e di cogestione dei licenziamenti di massa – come nel caso della VW – sostengono il governo; anzi, sono uno dei suoi pilastri sociali più affidabili.

La loro politica di collaborazione di classe con il capitale paralizza la classe operaia, impedendole di emergere come forza di opposizione. Allo stesso tempo, aggrava le divisioni esistenti, rafforzando sciovinismo sociale, nazionalismo e razzismo tra i salariati.

Se si vogliono difendere le imprese tedesche sul mercato mondiale dalla concorrenza straniera, allora è logico anche esigere che i posti di lavoro vadano prima ai tedeschi. Il fatto che centinaia di migliaia di salariati votino l’AfD anche per il suo nazionalismo tedesco dichiarato e il suo razzismo, o che lo accettino senza problemi, e che una parte significativa della classe operaia abbia una mentalità razzista, è in ultima analisi anche il risultato di una «politica operaia» concertativa e riformista, secondo la quale il capitale «nazionale» , il gruppo aziendale «del proprio paese» è più “vicino” rispetto alla classe lavoratrice dei paesi e delle aziende «stranieri».

IL DISASTRO DELLA LINKE

Non solo la CDU ha subito una debacle politica in Sassonia-Anhalt. Anche la Linke ha perso il 2,4% e, con l’8,6% e appena 112.541 voti, ha ottenuto il peggior risultato di sempre nel Land. Naturalmente, a ciò hanno contribuito anche fattori congiunturali, come i voti tattici a favore dell’SPD e dei Verdi. Naturalmente, una parte degli ex elettori è passata al BSW. Ma l’intera campagna elettorale è stata praticamente un invito a non votare la Linke. Il partito si era instancabilmente ingraziato la CDU, quasi supplicandola di avviare trattative per una futura collaborazione dopo le elezioni.

Anche il ridicolo tentativo di contendere all’AfD il termine “Heimat” (patria, ndt)– da tempo associato alle correnti conservatrici e nazionaliste – si è rivelato controproducente. Mentre a livello nazionale il partito ama presentarsi come un “partito di classe organizzato”, in Sassonia-Anhalt ha rinunciato a questa strategia, agendo piuttosto come l’ennesima associazione patriottica.

Se la Linke vuole prendere qualcosa dall’AfD, che sia almeno il modo in cui quest’ultima si presenta come opposizione intransigente. Di fronte alla finta opposizione della destra, la Linke deve fare propria, a livello politico e programmatico, una vera opposizione radicale non solo contro la destra e contro l’AfD, ma anche contro il sistema che le genera.

Chi si presenta solo come il partito della cogestione “ragionevole”, del governo condiviso e della tolleranza dello status quo, è destinato a fallire. La classe operaia non ha bisogno di un altro partito che, in caso di necessità, sostenga la CDU. Ha bisogno di un vero partito di classe rivoluzionario – e la Linke ne è ben lontana. Non è nemmeno un partito particolarmente combattivo che si opponga al capitale tedesco, alla sua ragion di Stato, al governo e ai suoi attacchi. Per questo motivo, all’interno della Linke è necessaria un’opposizione di sinistra organizzata e i rivoluzionari devono lottare al suo interno per un programma rivoluzionario.

CHE COSA FARE?

Capire non è un’azione fine a sé stessa. La domanda è: quali conseguenze politiche ne traiamo?

A) Basta con gli appelli all’unità dei «democratici»

Si tratta comunque di una finzione politica. Eppure costringe la Linke a nascondere sotto il tappeto proprio quelle contraddizioni che questo sistema capitalistico produce. Chi difende lo status quo insieme alla CDU, alla SPD e ai Verdi, lascia in balia dell’AfD coloro che ne sono delusi e se ne allontanano disillusi.

Come socialist* – e come esponenti della sinistra all’interno della Linke – dobbiamo quindi chiederci: per chi vogliamo davvero lottare? Perché gli elettori delusi dei Verdi e dell’SPD dovrebbero rivolgersi alla Linke, se alla fine si vuole comunque governare insieme a loro – e per di più alle loro condizioni? E come si possono conquistare, a maggior ragione, i milioni di astenuti, lavoratori e giovani che da tempo non ripongono più alcuna speranza in questo sistema politico?

Ciò significa non fare un solo millimetro di passo indietro in materia di antirazzismo, diritti delle donne o diritti LGBTIAQ. Al contrario: significa collegare queste lotte a una prospettiva sociale. Il nostro obiettivo non può essere quello di sottrarre qua e là uno o due punti percentuali all’AfD. Dobbiamo difendere rivendicazioni e obiettivi per tutta la nostra classe e dobbiamo condurre le lotte in modo tale da realizzarli insieme – e in questo modo indicare la strada da percorrere per rompere con il sistema capitalistico stesso.

B) Organizzare la resistenza invece di limitarsi a proclamare l’opposizione

Né la minimizzazione né l’adeguamento riusciranno a fermare l’AfD. Il compito della Linke deve essere quello di organizzare la resistenza contro i suoi attacchi razzisti, sociali, autoritari e militari e di svolgere in questo un ruolo centrale.

Ma ciò potrà avere successo solo se la sua risposta andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza e la diversità. Contro i tagli, l’aumento dei prezzi, la crisi abitativa o il degrado delle infrastrutture pubbliche occorre una risposta socialista: non calpestare chi sta sotto e litigare per briciole sempre più piccole, ma attaccare chi trae profitto da questo sistema. Non mettere i migranti contro i lavoratori tedeschi, ma condurre insieme la lotta di classe contro il capitale e il governo.

A tal fine, la Linke dovrebbe, tra l’altro, avvalersi del proprio radicamento, dei propri membri e dei propri seggi per organizzare lotte concrete, unirle e portarle alla vittoria. Infatti, la risposta all’ascesa dell’AfD non può consistere nel difendere lo status quo contro la destra e fermarsi lì. Che ciò sia possibile lo dimostrano le controproteste organizzate a Sangerhausen contro la fabbrica di armi che si intende costruire in quella città.

Spetta a noi dimostrare che esiste un’alternativa a questa situazione – e che insieme abbiamo il potere di conquistarla. Ciò è possibile, tuttavia, solo se siamo disposti a combattere e ad affrontare lo scontro.

Reform: un partito di padroni in vestiti populisti

 


KD Tait


Il 7 maggio Reform UK ha assunto il controllo di 14 consigli comunali inglesi, ha conquistato 17 seggi a Holyrood (parlamento scozzase) – la sua prima rappresentanza elettiva in quel parlamento – ed è diventata l’opposizione ufficiale nel Senedd (parlamento del Galles) con 34 membri. Altrove abbiamo analizzato i risultati delle elezioni. Qui ci chiediamo che tipo di progetto politico sia Reform, quali interessi serva, e come dovrebbero rispondere i socialisti all’affermazione secondo la quale questo partito stia parlando a nome della classe lavoratrice.

Reform UK è l’ultimo veicolo di una corrente con una storia ben più antica. Le sue radici affondano nello sciovinismo “della piccola Inghilterra” della destra conservatrice postimperiale: il Bruges Group, i ribelli di Maastricht, il Referendum Party, l’UKIP e il Brexit Party. È definito dall’ostilità all’integrazione europea e all’immigrazione, e agli impegni normativi ad esse associate. Per gran parte della sua storia, questa è stata una corrente minoritaria nella destra politica britannica.

La Brexit ha cambiato tutto. Il referendum del 2016 ha trasformato una tradizione marginale in una forza politica di massa e ha fornito a una particolare fazione del capitale britannico uno strumento per un progetto di classe concreto: rompere con l’UE e con il più ampio quadro normativo europeo, le cui regole in materia di lavoro, ambiente e aiuti di stato ponevano dei limiti, per quanto deboli, alla libertà di capitale.

Ciò ha significato deregolamentazione del mercato del lavoro, attacchi alla spesa sociale, accelerazione della mercificazione del Servizio Sanitario Nazionale (NHS), abbandono dell’obiettivo di zero emissioni nette per proteggere gli interessi dei combustibili fossili, liberazione del settore finanziario dalla supervisione europea e apertura ad accordi commerciali con gli Stati Uniti. La visione positiva, per quanto ve ne fosse una, era quella di un’economia a bassa tassazione e bassa regolamentazione, trainata dalla finanza e orientata verso circuiti di capitale redditizi negli Stati Uniti, nel Golfo e in Asia, piuttosto che verso il mercato europeo.

Il suo patriottismo implicava anche il riarmo e un atteggiamento imperialista più aggressivo all’estero, come dimostrato da Nigel Farage e Richard Tice nel loro iniziale sostegno alla guerra di Trump contro l’Iran, prima di ritirarsi quando si è rivelata impopolare.

Naturalmente, questo progetto non poteva essere dichiarato apertamente. Una campagna per allungare la giornata lavorativa e privatizzare i servizi pubblici non avrebbe vinto un referendum. La fazione di capitalisti dietro la Brexit ha fatto ciò che tali fazioni hanno sempre fatto: ha costruito una base di massa su slogan razzisti, nazionalisti e autoritari, fabbricando una “crisi” per incanalare la legittima rabbia della classe lavoratrice verso politiche reazionarie. “Riprendiamoci il controllo” era la formula, ma il controllo da riprendere era quello del capitale, non quello dei lavoratori.

ANDANDO OLTRE LA BREXIT

Reform UK porta avanti quel progetto. Sebbene i conservatori abbiano realizzato più o meno una “hard Brexit” (Brexit dura), in seguito la pandemia, la guerra in Ucraina e il protezionismo di Trump hanno reso più difficile la realizzazione di una Britannia corsara indipendente. Reform sostiene quindi che la promessa centrale della Brexit – quella di «riprendere il controllo» delle frontiere – sia stata tradita dai conservatori, i cui nuovi accordi commerciali e fallimenti economici hanno ridotto l’immigrazione europea ma aumentato quella non bianca. Reform sostiene inoltre che il Labour desideri segretamente rientrare nell’UE.

I finanziatori di Reform provengono dalla stessa corrente della destra Brexit, ora consolidata attorno al partito: finanza speculativa, hedge fund, ricchezze legate alle criptovalute e interessi legati ai combustibili fossili. Tra questi figurano Jeremy Hosking e Christopher Harborne, insieme a una rete transatlantica che collega la destra britannica all’asse MAGA, alla lobby dei combustibili fossili e all’apparato politico dei think tank di estrema destra e pro libero mercato.

Il partito ha attinto anche all’apparato ideologico che ruota attorno all’ala del nazionalconservatorismo britannico: il teologo di Cambridge James Orr, scrittori postliberali e nazionalconservatori, nonché i conduttori di GB News che fungono da propagandisti interni.

La piattaforma di Reform si è spostata ulteriormente a destra dopo la Brexit, incoraggiata dal crescente sostegno e dall’esempio di Trump. Il ritiro dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo si accompagna a politiche anti-migranti modellate sull’ICE americano. Tagli fiscali per le imprese e i redditi alti finanziati da tagli alla spesa pubblica. L’abolizione dell’obiettivo zero emissioni protegge gli interessi dei combustibili fossili. La riforma “incentrata sulle assicurazioni” del Servizio Sanitario Nazionale (NHS) presenta la privatizzazione come una libera scelta. La sua agenda autoritaria di guerra culturale e di controllo poliziesco prende di mira i sindacati, i manifestanti, gli attivisti per il clima e le minoranze.

Il razzismo serve a giustificare la crisi abitativa, la stagnazione salariale e il collasso dei servizi pubblici dopo quattro decenni di neoliberismo. La colpa è dei richiedenti asilo, dei consigli comunali “woke” e della massa informe di Westminster. I proprietari immobiliari, gli azionisti e la City vengono risparmiati.

Il carattere elitario di Reform è dimostrato dal susseguirsi di esponenti di spicco dei Tories che vi hanno aderito. Andrea Jenkyns ha lasciato il Partito Conservatore ed è stata eletta sindaca di Greater Lincolnshire per Reform. Danny Kruger, Robert Jenrick, Suella Braverman e Andrew Rosindell l’hanno seguita, tutti provenienti dall’ala destra parlamentare dei Tories. Malcolm Offord, ex membro della Camera dei Lord con i Tories, è ora a capo di Reform in Scozia e siede a Holyrood.

Si tratta di un partito populista di destra, profondamente capitalista nella sua gestione finanziaria, nella sua ideologia e nella sua leadership, che maschera le sue politiche a favore dei ricchi con pregiudizi di “buon senso” mentre Farage sorride alle telecamere, con un boccale di birra e una sigaretta in mano.

IL MITO DELLA “CLASSE OPERAIA BIANCA”

Nonostante gli sforzi di una lobby ben finanziata per sostenere il contrario, l’ascesa di Reform non è semplicemente una rivolta della classe lavoratrice. La sua base principale comprende ex elettori del Partito Conservatore, lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, pensionati ed elettori anziani e socialmente conservatori dell’Inghilterra meridionale e costiera: fasce di popolazione da tempo ricettive alle politiche anti-immigrazione e ostili alla redistribuzione.

Ma Reform sta attirando anche lavoratori anziani provenienti da aree deindustrializzate come Sunderland, Tameside, le valli gallesi e il bacino carbonifero di Durham, dove il ritiro del Partito Laburista e dei sindacati dalla loro base operaia ha svuotato i legami di classe.

La cosiddetta “classe operaia bianca” è una costruzione ideologica, non una realtà sociologica. Essa razzializza la classe, tratta i lavoratori neri e asiatici come anomalie e ignora le reali divisioni di classe tra imprenditori, lavoratori autonomi e salariati. La “guerra al woke” di Reform contrappone gli oppressi e i poveri agli abitanti delle città e dei quartieri “dimenticati”.

Reform, come il Blue Labour (i settori più di destra del Partito Laburista, ndr), usa un linguaggio di classe per presentare gli attacchi ai lavoratori come una difesa dei loro interessi. Il suo scopo è quello di spostare la politica a destra su temi come l’immigrazione, il welfare e la cultura.

Per alcuni elettori, votare per Reform non è tanto un’approvazione di Farage quanto una protesta contro “l’establishment”. Ma è comunque più di una protesta. Significa dare sostegno a un programma sempre più di destra e apertamente razzista: privare i migranti dei loro diritti, attaccare i cittadini britannici non bianchi, espulsioni di massa e campi di detenzione modellati sull’America di Trump. Non è un voto contro l’establishment, è un voto per la reazione populista di destra.

Non c’è dubbio che Reform abbia attratto un numero considerevole di elettori della classe lavoratrice ed ex elettori laburisti. Gran parte della responsabilità è da attribuire al Partito Laburista. Esso non è riuscito a contrastare le politiche anti-immigrati come usate come spiegazione automatica per la carenza di alloggi, la disoccupazione e il declino sociale. Al governo e nei consigli comunali, il Partito Laburista ha anche contribuito a creare le condizioni che ora Reform sfrutta: austerità, tagli, politiche abitative fallimentari e peggioramento dei servizi pubblici.

CHE FARE?

Decenni di arretramento del Partito Laburista dall’insediamento nella classe, di compromessi su welfare e immigrazione, e di assecondamento degli interessi dei padroni hanno creato il vuoto politico che Reform ora colma. In alcune aree, il Partito Laburista sta perdendo elettori in direzioni opposte: a favore di Reform a destra e dei Verdi a sinistra. Sotto Starmer, una retorica più dura su frontiere, proteste, welfare e difesa si è combinata con politiche di austerità che peggiorano le condizioni dei lavoratori. Il partito che afferma di contrastare Reform gli sta spianando la strada.

Ciò che può contrastare Reform è la ricostruzione del potere della classe lavoratrice. Ciò significa lotta di classe, antirazzismo e antifascismo nei luoghi di lavoro, nei sindacati e nelle comunità. Significa un programma anticapitalista sui contenuti che Reform sfrutta: alloggi, salari, servizi pubblici e diritti democratici. E significa rivolgere la rabbia contro i padroni, i proprietari terrieri e le istituzioni statali responsabili della crisi.

Né il Partito Laburista né i Verdi sono disposti o in grado di organizzare questo scontro con il capitale. Il compito spetta ai socialisti, ai militanti sindacali e alle organizzazioni di classe: smascherare Reform come partito dei padroni, combattere il razzismo ovunque si manifesti e costruire un’alternativa politica radicata nella lotta di classe.

È il tempo di redimersi: i carnefici hanno gli occhi lucidi

 


Una lettura dell’intervista di Repubblica allo scrittore David Grossman: un tentativo di creare dei sionisti buoni davanti all’evidenza della strage

3 Agosto 2025

La Repubblica del 1° agosto ha dedicato due pagine di intervista a David Grossman, scrittore sionista di fama internazionale. Grossman ha dichiarato che, nonostante gli si «spezzi il cuore» deve constatare che quello in corso a Gaza «è un genocidio». Si chiede come uscire «da questa associazione fra Israele e il genocidio» e riduce l’intera attività storica di Israele agli atti di «gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra)» a cui governare uno stato potente come Israele sembra avere dato alla testa. Dal 7 ottobre tante persone conosciute da Grossman «hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra».

Lo sforzo di Grossman è quello di stabilire un ‘noi’ e un ‘loro’ all’interno del sionismo. Il ‘noi’ nel nuovo paradigma per lavarsi la coscienza senza rinunciare alle proprie idee razziste comprende i presunti buoni, i sionisti liberali fantasiosamente «di sinistra». Ebbene, tali sionisti di sinistra hanno avvertito il pericolo che il mondo si prepara a presentargli il conto per la loro posizione storica di complicità con Israele. Ci si deve domandare, però, se non sia già un ossimoro pensare che possa esistere un suprematismo di sinistra.

Dal canto suo La Repubblica ne approfitta per riabilitarsi agli occhi di tutta la sua platea vagamente progressista davanti alla quale ha perso credibilità, grazie alla sua efferata propaganda sionista. Quale occasione migliore per salvare capra e cavoli, sionisti israeliani e stampa italiana, di un israeliano che pronuncia la parola proibita: «genocidio». Ovviamente ribadendo una falsità storica e giustificazionista: che senza il 7 ottobre il genocidio non sarebbe esistito. Fa tenerezza però constatare che a questi pianificatori dell’assenso, almeno, gli si «spezzi il cuore».

Grossman prosegue il suo sforzo muscolare-nervoso: «il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla (Gaza, nda) in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele». Si arriva all’assurdo: i palestinesi sarebbero colpevoli delle azioni dei sionisti. Israele avrebbe agito come una furia divina, fatale e inarrestabile, per conseguenza della poca lungimiranza dei palestinesi.

È un’operazione retorica macabra quella di Grossman, che rassomiglia a un carnefice che dice alla vittima di non battere i pugni sulle sue braccia, mentre la strangola. Va detto che l’estremismo islamico di Hamas, come i pugni sulle braccia, è un sottoprodotto dell’efferatezza sionista e imperialista occidentale. Ma Hamas ha garantito alla resistenza palestinese - che non è Hamas - la capacità militare utile a continuare ad esistere. Anche qui le parole di Grossman sembrano essere le parole della linea editoriale de La Repubblica. Insieme compiono il tentativo estremo di passare dalla parte dei presunti buoni, senza rinunciare alle proprie posizioni.

L’operazione è quella di costruire mediaticamente un nuovo paradigma della vittima: inventare la figura del sionista dissidente, del sionista che vorrebbe ma non può far nulla per evitare che il suo stato suprematista smetta di compiere crimini inenarrabili.

Coerentemente con la subdola visione suprematista della borghesia italiana benpensante, i palestinesi diventano una macchietta che ha il diritto di salvarsi solo se Israele ne ha la volontà. Questa volontà, come quella di un dio sadico, dipende dalla volontà dei palestinesi di arrendersi al proprio sterminio.

Riferirsi all’occupazione israeliana del 1967 dei territori palestinesi nei termini di una «maledizione» che ha colpito Israele (così dice Grossman), è un’operazione utile a sollevare dalla responsabilità storica il sionismo e i sionisti, ancora nell’ottica di una lettura della storia totalmente metaforica, astratta e retorica.
Se i palestinesi non avessero commesso l’errore storico di voler continuare a vivere senza che gli si dicesse a quali condizioni farlo, continua Grossman, «magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa».

Così Grossman ribadisce l’idea di riconoscere uno stato palestinese, ma a «condizioni ben precise: niente armi». Sarebbe una bella prospettiva, se si ammettesse il disarmo globale. Ma ciò non è possibile, perché Israele in primis esiste come laboratorio di tecnologia militare degli imperialismi occidentali, che ben fanno profitto sulla morte.

In questi stessi giorni la Francia e la Gran Bretagna hanno dichiarato di voler riconoscere uno stato palestinese. Il riallineamento della stampa nazionale e internazionale risponde anche all’esigenza del Governo Meloni di non isolarsi davanti a questa nuova spaccatura europea. Ma l’atto simbolico di riconoscere uno stato di Palestina da parte di Macron e Starmer è vile perché arriva nel momento in cui l’80% della Striscia di Gaza è occupata dall’esercito israeliano, in cui l’apartheid e il controllo anche in Cisgiordania si inasprisce tremendamente e a favore dei nuovi insediamenti dei coloni. Ma soprattutto arriva nel momento in cui, con il loro benestare, l’economia agricola palestinese è stata annientata con le ruspe, rendendo sterili i campi coltivati, in cui i centri abitati sono stati ridotti in macerie, e in cui nessuna forza politica palestinese sarebbe capace in questo momento di rimediare senza indebitarsi fino al collo con i capitali a prestito dei suoi stessi carnefici.

Gli imperialismi europei continuano nei fatti a sostenere Israele come ben illustrato dal report ONU elaborato da Francesca Albanese, non a caso ostracizzata e isolata con forza da queste stesse forze sioniste. Tentano di rimediare al dissenso interno con azioni di solidarietà vuote e di facciata. La stampa borghese si affanna per riposizionarsi coerentemente senza perdere la faccia dopo aver costruito narrazioni fasulle e tendenziose per decenni, e specialmente nell’ultimo anno. Non lo fa dando parola ai palestinesi, ma dando parola ai sionisti redenti, agli oppressori che hanno deciso di considerare come degna di attenzione la realtà vissuta dagli oppressi, conducendone la narrativa.

Ma su una cosa ha ragione Grossman: «più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele […], l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato». Questa presa di consapevolezza non arriva dal cielo, non è una maledizione. È invece frutto del movimento globale che ha dimostrato la capacità di costruire l’isolamento di Israele. È frutto della resistenza armata palestinese, senza cui la questione oggi non si porrebbe perché lo sterminio sarebbe stato attuato.

Consci di questa grande occasione storica, è necessario ora fare un salto di qualità approfondendo le lotte antisioniste e legando la questione palestinese a quella imperialista.

Perciò il compito dei comunisti rivoluzionari risulta oggi fondamentale: per liquidare una volta per tutte lo stato suprematista, razzista e antidemocratico di Israele, per la creazione di un’unico stato palestinese che garantisca a ogni essere umano i propri diritti individuali e sociali, è necessario innanzitutto volgere le armi verso l’imperialismo di casa propria. E noi verso il governo Meloni e la borghesia italiana, diretti colpevoli e sostenitori consapevoli di questo genocidio.

Per una Palestina libera, laica e socialista.

Emerigo C.

Elezioni regionali in Turingia e Sassonia: lo spostamento a destra continua

 


Pubblichiamo l'analisi dei compagni di ArbeiterInnenmacht delle elezioni in Turingia e Sassonia, che per la prima volta nella Germania del dopoguerra hanno visto vincitrice una formazione di estrema destra.



I risultati delle elezioni in Sassonia e Turingia, due stati della Germania dell'Est, non sono sorprendenti. Ma costituiscono un altro serio avvertimento alla classe lavoratrice e alla sinistra tedesca. In Turingia il risultato è il seguente: AfD: 32,8% (+9,4), CDU 23,6% (+1,9), BSW [Bewegung Sahra Wagenknecht, Movimento Sahra Wagenknecht] 15,8% (+15,8), la Linke 13,1% (-17,9), SPD 6,1% (-2,1), Verdi 3,2% (-2), FDP 1,1% (-3,9). Per la Sassonia i risultati sono i seguenti: CDU: 31,9% (-0,2%), AfD: 30,6% (+3,1%), BSW 11,8% (+11,8), SPD 7,3% (-0,4), Verdi 5,1% (-3,5), Linke 4,5% (-5,9), FPD 0,9% (-3,6).


TRE VINCITORI

Ci sono tre vincitori elettorali in entrambi i länder. In primo luogo, ovviamente, l’AfD, che è diventato il partito più forte in Turingia ed è al secondo posto in Sassonia. In entrambi gli stati AfD è riuscito soprattutto a mobilitare gli astenuti alle precedenti elezioni. Il razzismo e il populismo di destra non scoraggiano nessuno, ovviamente, anzi: sono accettabili da tempo in entrambi gli stati federali.

La maggior parte degli elettori dell'AfD non sono più solo voti di protesta: il partito di estrema destra ha effettivamente creato una base sociale significativa. Questo è ancora più allarmante perché in Turingia e in Sassonia gli elementi più a destra e semifascisti come Björn Höcke dominano il partito e aumenteranno ulteriormente la loro influenza nazionale. Inoltre, la base elettorale dell'AfD non comprende solo la piccola borghesia e le piccole imprese orientate al mercato interno, ma è diventata il partito più forte tra operai e i giovani!

In secondo luogo la CDU, che è riuscita a tenere sia in Turingia che in Sassonia, guadagnando addirittura un leggero aumento in Turingia. È probabile che in futuro riuscirà a guidare il governo statale in entrambi i casi e che continuerà a guadagnare slancio in vista delle elezioni federali. L'unico aspetto negativo è che non riuscirà ad evitare in nessuno dei due stati la partecipazione al governo del BSW [partito di Sahra Wagenknecht, scissione del partito Linke, ndt].

In Turingia, persino un governo formato da CDU, BSW e SPD potrà contare solo su 44 seggi su 88, e potrà essere bloccato dall'opposizione su qualsiasi legge. D'altra parte, potrebbe essere possibile per un governo di questo tipo fare accordi con la LINKE o addirittura con l'AfD. Per lo meno CDU e BSW potrebbero essere pronti a farlo su alcune questioni.

In terzo luogo, il BSW, che ha buone possibilità di entrare nel governo come partner di coalizione per i conservatori in entrambi i paesi. La volontà politica di Wagenknecht e soci non manca, come dimostrano le prime interviste effettuate la sera stessa delle elezioni.
Anche se sarà difficile negoziare una posizione comune sulla guerra in Ucraina, dove Wagenknecht ha di fatto una posizione campista filorussa, c'è molto accordo con i conservatori e la SPD sulla richiesta di leggi ancora più severe sull'immigrazione e sul rafforzamento della politica “legge e ordine”.


GLI SCONFITTI

Gli sconfitti sono altrettanto chiari. Come nel 2019, in entrambi gli stati la SPD è rimasta al di sotto della soglia del 10%. I Verdi sono riusciti a malapena a entrare nel parlamento della Sassonia, ma in Turingia non avranno più una rappresentanza. L’unico risultato positivo di queste elezioni dal punto di vista della sinistra è stata la prestazione devastante del FDP [Partito Liberale Democratico], che ha raggiunto poco più dell’1%. La Linke ha subìto il disastro previsto. In entrambi gli stati, in termini assoluti, ha perso più della metà dei suoi elettori e circa due terzi della sua quota di elettorato.


COSA SIGNIFICA IL RISULTATO?

Al di là del significato per i due länder federali, il risultato ha anche un grande significato politico nazionale.

1. Spostamento a destra e plebiscito razzista
I risultati non solo consolidano lo spostamento a destra a livello nazionale negli ultimi anni. Dopo gli omicidi di Solingen, una vera e propria isteria e agitazione razzista si è diffusa nel paese, che si è manifestata in ulteriori restrizioni al diritto di asilo, controlli più severi alle frontiere e espulsioni più facili. Solamente due giorni prima delle elezioni, il governo federale ha approvato nuove restrizioni sull'asilo e nuove leggi di sicurezza.

In occasione di grandi eventi pubblici, come competizioni sportive o festival, sarà imposto il divieto assoluto di portare con sé coltelli; la stessa misura potrebbe essere estesa ai cosiddetti “luoghi ad alto tasso di criminalità”, come le stazioni ferroviarie o i terminal degli autobus. In secondo luogo, sarà estesa la sorveglianza di (presunti) islamisti e “terroristi”. In terzo luogo, sono previsti tagli al sostegno finanziario e sociale per i migranti che sono entrati nell'UE attraverso un altro Stato. In futuro, si vorrebbe costringere i suddetti Stati a riprendersi questi migranti e a pagare per il loro alloggio e il loro reddito minimo. Infine, i rifugiati dovrebbero essere deportati in Paesi come l'Afghanistan e la Siria.

Mentre i conservatori della CDU/CSU, l'AfD e il BSW sostengono queste misure e non mancano di sottolineare che il governo ha accolto alcune delle loro richieste, essi non si accontentano e vogliono di più. L'AfD vuole un programma razzista a tutti gli effetti, per costringere milioni di persone a lasciare la Germania. La CDU/CSU, l'AfD e il BSW chiedono controlli permanenti sull'immigrazione e respingimenti alle frontiere: di fatto una sospensione e una rinegoziazione degli accordi di Schengen.

I risultati in Turingia e Sassonia rappresentano anche una sorta di plebiscito razzista, in cui hanno potuto vincere solo i partiti che hanno attaccato il governo da destra sui temi dell'immigrazione e dei rifugiati. Le perdite dei partiti al governo SPD, Verdi e FDP, che negli ultimi anni hanno ripetutamente accettato e fatto proprie le rivendicazioni razziste della destra, dimostrano chiaramente che questo adeguamento all’AfD e alla CDU (e recentemente anche al BSW) è inutile. Gli elettori razzisti preferiscono sempre scegliere l’originale di destra o conservatore piuttosto che la copia verde-liberale-socialdemocratica.

2. Punizione per il governo
Ma c'è un'altra ragione per la sconfitta dei partiti di governo: la politica stessa del governo. Durante la campagna elettorale, i contenuti della politica locale hanno lasciato il posto sempre più ai dibattiti sulle carenze del governo federale.

La coalizione cosiddetta “progressista” ha posizionato l'imperialismo tedesco come forte sostenitore e alleato degli Stati Uniti nella nuova guerra fredda contro Russia e Cina. Ha aumentato massicciamente le spese militari, compreso un pacchetto extra-bilancio di 100 miliardi di euro per l'esercito. Allo stesso tempo, l'inflazione ha ridotto i salari, i sussidi di disoccupazione e le pensioni. I servizi sanitari, l'istruzione e il welfare sono sottofinanziati e rischiano ulteriori tagli a causa delle restrizioni di bilancio. Il non molto radicale “Green new deal” per l'ambiente è stato sacrificato agli interessi del grande capitale tedesco. Infine, il governo - e l'imperialismo tedesco in quanto tale - è diviso sulla sua futura strategia generale e su come risolvere la crisi dell'UE.

In questa situazione, la CDU/CSU si sta preparando a tornare al governo alle prossime elezioni. L’AfD trae vantaggio dalla crisi in corso, dalle fonti di conflitto globali e dagli attacchi alla classe operaia, presentandosi come una pseudo-opposizione pseudo-radicale, nazionalista ed estremamente sciovinista. Il BSW sta cercando di costruirsi some un'opposizione populista, «conservatrice di sinistra» [secondo la definizione che questo partito dà di sé stesso, ndt], centrata sulla nazione, e più razionalmente socialsciovinista.

3. La situazione nei länder della Germania dell'est
Le perdite per i partiti al governo non sono certamente immeritate. Questi partiti hanno persino difeso il miserabile status quo nelle amministrazioni locali e sono rimasti inattivi quando intere regioni sono andate in declino. Governano come “gestori” dell’Est deindustrializzato, la cui popolazione continua a migrare. Ancora oggi qui gli orari di lavoro sono più lunghi e gli stipendi e le pensioni più bassi che negli stati della Germania occidentale. Le regioni rurali in particolare non solo soffrono a causa della migrazione, ma sono anche lasciate indietro nello sviluppo delle infrastrutture. Gli insediamenti industriali e della logistica rappresentano isole commerciali in una regione svantaggiata, e non “paesaggi fioriti”.

L’ulteriore “frammentazione” dell’attuale sistema partitico è particolarmente evidente nei parlamenti degli stati della Germania dell’est. L’SPD, ma anche la Linke, stanno perdendo la loro base di massa, o l’hanno già persa. Anche la CDU è toccata da questo processo, nonostante sia riuscita ad affermarsi alle elezioni come “partito popolare”.

Non è un caso che questo processo sia particolarmente pronunciato nell'Est, perché la classe capitalista locale è più debole, e i piccolo-borghesi e le classi medie rappresentano un ambiente meno stabile, che ha potuto sviluppare meno fiducia nel “loro” Stato e nei “loro” partiti che all'Ovest. Ciò che rende il populismo di destra dell’AfD ancora più efficace. Si alimenta anche della delusione e della frustrazione di quei settori di classe operaia politicamente arretrati riguardo alle politiche dell’SPD e della Linke, per i quali i Verdi sembrano essere un’alternativa in misura minore che nell'Ovest.

Nella situazione attuale, la base elettorale instabile dei partiti storici non va solo a vantaggio dell’AfD, ma anche dei «conservatori di sinistra» della BSW. L’AfD ha indubbiamente consolidato una base sociale stabile. I prossimi anni dimostreranno se i successi del BSW dureranno o si riveleranno un fuoco di paglia, data la sua probabile partecipazione al governo come partner della CDU.


LA DEBACLE DELLA LINKE

La Linke entra nel parlamento regionale della Turingia avendo perso moltissimi voti. In Sassonia resta ben al di sotto della soglia del 5%, anche se è entrata comunque in parlamento regionale attraverso l'elezione diretta di due rappresentanti nella città di Lipsia. Un mandato è stato ottenuto da Juliane Nagel, dell'ala destra del partito, con il 36,5%; l'altro da Nam Duy Nguyen, sostenitore di Marx21 [una delle correnti della sinistra del partito, ndt], con il 39,8%.

Questi risultati, tuttavia, non possono essere motivo di compiacimento. Lipsia è tradizionalmente una roccaforte della sinistra in Sassonia, e il fatto che il partito sia riuscito a entrare in parlamento non dovrebbe impedirci di riconoscere la debacle elettorale della Linke. Questo partito non trova una risposta convincente a molte domande, come il cambiamento climatico, il riarmo, i tagli sociali, la crisi sanitaria e il fallimento del sistema di istruzione.

Sulle guerre a Gaza e in Ucraina, si limita al massimo a risposte pacifiste. Sulla questione del razzismo, pur rifiutando le nuove leggi e difendendo il diritto di asilo, non mobilita i propri membri ed elettori – così come non li mobilita su molti altri temi – in opposizione a questi attacchi.

In breve, la Linke non rappresenta per le masse un'opposizione anticapitalista e nemmeno un’alternativa radicale, anche se tra i suoi elettori sia in Sassonia che in Turingia ci sono i settori più politicamente consapevoli della classe operaia e dei giovani che, soggettivamente, vogliono seriamente opporsi a questo spostamento a destra. Il disastro della Linke è reso ancora più drammatico dall'assenza di qualsiasi valida alternativa di massa a sinistra, sia in Turingia che in Sassonia.


LA LOTTA CONTRO LA DESTRA SIGNIFICA LOTTA DI CLASSE

Indipendentemente da come andrà a finire con la formazione dei governi in Turingia e Sassonia, nei prossimi anni saremo esposti a un ulteriore spostamento a destra in entrambi gli stati, il che significherà anche razzismo aperto nelle strade e attacchi ai migranti, ma anche ai militanti antirazzisti e antifascisti.

Se si vuole davvero fare la differenza, bisogna essere pronti a lottare per cambiamenti seri, contro il governo e il capitale. Chi parla di conventio ad excludendum nei confronti della destra e del razzismo non devono rimanere in silenzio sulle cause dello spostamento a destra, e devono assumere una chiara posizione di classe.

Per cambiare effettivamente gli attuali equilibri di potere, i membri attivi delle organizzazioni di classe e delle organizzazioni dei migranti, compresi sindacati, Linke e perfino SPD, devono essere chiamati a organizzare riunioni e mobilitazioni nei loro luoghi di lavoro, scuole e università, e a condurre attivamente la discussione sul razzismo e la crisi economica che lo alimenta. Le manifestazioni e i cortei – come la mobilitazione contro il congresso di AfD – possono essere utilizzati come punto di partenza. Tuttavia, l’obiettivo deve essere quello di creare comitati d’azione.

Per avere un chiaro profilo politico sono necessarie rivendicazioni chiare. Anche se è la crisi economica a dare slancio alla destra, non si deve pensare che sia sufficiente limitarsi a semplici miglioramenti economici. Alla base delle azioni comuni bisogna proporre:

- No alle leggi razziste! Stop alle espulsioni! Frontiere aperte e pieni diritti di cittadinanza per tutti coloro che vivono qui!
- Lotta congiunta contro le radici sociali del fascismo e del razzismo!
- Lotta congiunta contro l’inflazione, i bassi salari, la povertà e la carenza di alloggi!
- Salario minimo di 15 euro l'ora, pensione minima e indennità di disoccupazione di 1.600 euro al mese per tutti!
- Cento miliardi [la stessa cifra che Scholz ha dichiarato di voler devolvere al fondo permanente per le spese miliari, ndt] per l’istruzione, l’ambiente, le pensioni e la sanità, invece del riarmo, finanziati tassando i ricchi!

Inoltre, è compito dei rivoluzionari lottare per mettere in pratica la richiesta di autodifesa organizzata democraticamente contro gli attacchi razzisti. Gli attacchi contro le case per i rifugiati, i migranti, e ora anche contro i politici di sinistra durante le campagne elettorali dimostrano che questa non è una fantasia avventata, ma piuttosto un'amara necessità, se si vuole davvero portare nelle strade posizioni di sinistra, soprattutto negli ambienti rurali e nell'Est.


PROSPETTIVE

Queste richieste non solo devono essere avanzate, ma bisogna anche lottare attivamente per ottenerle. Al momento i sindacati sono più parte del problema che della soluzione. Le loro leadership sono strettamente intrecciate al SPD e alla Linke e, per mantenere il loro apparato burocratico, continuano a sostenere e a coprire la loro politica.
I rappresentanti del SPD nei sindacati continuano persino ora a sostenere il governo. Questa cosa deve finire! Se vogliamo vincere la lotta contro la destra, dobbiamo garantire che i sindacati non si corresponsabilizzino più nella gestione della crisi e nella partecipazione aziendale con i padroni! Devono invece lottare per miglioramenti reali, contro l’austerità e i tagli sociali, e combinare attivamente questa lotta con quella contro il razzismo.

Ciò significa anche difendere l’ingresso degli immigrati e dei rifugiati nei sindacati e pronunciarsi apertamente contro tutte le espulsioni e gli accordi che tengono in piedi la Fortezza Europa, e non esitare a rivendicare l’esproprio sotto il controllo dei dipendenti come prospettiva all’ordine del giorno se qualcuno risponde che purtroppo non ci sono soldi per la spesa sociale. Ma un movimento che metta al centro queste domande non cade semplicemente dal cielo, bisogna lottare per esso. Per questo, abbiamo bisogno di una forza politica cosciente, un partito rivoluzionario, che si batta per questa prospettiva e per un programma che non sia diretto solo contro l'estrema destra e gli attacchi dei governi borghesi, ma anche contro il sistema che alimenta il razzismo.

Valentin Lambert, Susanne Kühn

La polizia di Berlino interrompe il Congresso sulla Palestina. La libertà di parola diventa una farsa

 


Con un'azione che ha pochi precedenti recenti di questo tipo, il governo tedesco è arrivato a disturbare, fino all'impedimento fisico, il Congresso sulla Palestina, una conferenza internazionale con centinaia di attivisti e militanti.

Pubblichiamo il resoconto della conferenza e delle gesta censorie delle autorità scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht, anch'essi oggetto di repressione poliziesca. A loro, e al movimento per la Palestina in Germania, va la nostra solidarietà.



Le restrizioni ai diritti democratici fanno ormai parte del normale stato di "democrazia". La "solidarietà incondizionata" con Israele, dichiarata da Angela Merkel e Olaf Scholz come la ragion d'essere dello stato tedesco, è chiaramente incompatibile con la libertà di espressione.

Libertà di espressione che è stata messa nel mirino, come raramente prima, il 12 aprile a Berlino, una città che può vantare una lunga storia di violenza e arbitrio da parte della polizia.

Ma mentre tale repressione si concentra "normalmente" su manifestazioni, occupazioni, blocchi stradali, oltre che su atti di disobbedienza civile o sulla ribellione di precari, questa volta l'attacco alla libertà di espressione ha avuto come obiettivo una conferenza organizzata democraticamente, il Congresso sulla Palestina.


RAGIONE DI STATO

La solidarietà con Israele è stata dichiarata, anzi esaltata, come interesse primario della Germania, anche se le sue forze armate hanno appena ucciso circa 40.000 persone, e a Gaza oltre un milione di persone sono state cacciate dalle loro case e le loro città ridotte in macerie. Ora centinaia di migliaia di persone sono minacciate dalla fame. Il governo tedesco, l'opposizione borghese e i media, di fatto coalizzati, si aggrappano alla finzione che Israele stia solo esercitando il suo "diritto all'autodifesa", invece di condurre una guerra di aggressione genocida. E non è tutto: la Germania sostiene la guerra non solo politicamente e diplomaticamente, ma anche militarmente. Solo nel 2023, le esportazioni di armi verso Israele sono decuplicate.

Di conseguenza, questa guerra viene portata avanti anche in Germania. Da un lato, ciò ha lo scopo di lavare ideologicamente la colpa dell'imperialismo tedesco per l'Olocausto, mentre dall'altro, lo stato tedesco sta perseguendo i suoi tangibili interessi economici e, soprattutto, geostrategici.

Lo stesso esercizio del diritto alla libertà di parola è quindi diventato un'attività quasi criminale. Per settimane, gli opinionisti "democratici", sia reazionari che liberali, hanno chiesto ai media di vietare il Congresso sulla Palestina. Poiché ciò non era legalmente possibile, per giorni sono state avanzate richieste e minacce, che sono poi state messe in atto dalla polizia il 12 aprile. Il sindaco conservatore di destra di Berlino Karl Wegner ha minacciato per settimane un "intervento rigoroso" al "minimo sospetto" di dichiarazioni illegali. In parole semplici, ciò non significa altro che la minaccia di criminalizzare qualsiasi critica aperta allo Stato di Israele e alle sue basi razziste, qualsiasi solidarietà con la Palestina, qualsiasi posizione antisionista e qualsiasi difesa dei diritti democratici del popolo palestinese, in particolare del suo diritto all'autodeterminazione nazionale.


UNA PROVOCAZIONE

La giornata di apertura del Congresso sulla Palestina ha quindi avuto inizio con vessazioni inverosimili e assurde. Le norme antincendio ed edilizie sono state usate come pretesto per far entrare solo 250 persone in un locale che può ospitarne 600. Fin dall'inizio, quindi, è stato impedito a centinaia di persone di partecipare all'evento. Inoltre, la polizia ha prolungato artificialmente per ore l'intero processo di ammissione dei partecipanti.

Mentre le autorità negavano l'ingresso a centinaia di persone munite di biglietto, la polizia ha fatto entrare di nascosto giornalisti filosionisti e provocatori del quotidiano conservatore Die Welt, che aveva condotto una campagna gravemente diffamatoria contro l'evento e i diritti dei suoi organizzatori. Inoltre, la polizia ha posto come condizione per l'inizio dei lavori la presenza massiccia di agenti (in uniforme e in borghese). La polizia di Berlino ha schierato circa 900 agenti per ottenere questo risultato e portare a termine questa missione politica. Ed è riuscita a farlo.


IL DISCORSO DI HEBH JAMAL

Nonostante tutte queste vessazioni, provocazioni e metodi da stato di polizia (da cui Putin, Erdogan, Netanyahu, Biden, ma anche Meloni e Macron potrebbero ancora imparare qualcosa), il Congresso è iniziato con un discorso commovente, quello di Hebh Jamal, una giornalista palestinese-americana residente in Germania. Nel suo intervento ha esposto le menzogne, ma anche la cooperazione degli oppressori di tutto il mondo, una cooperazione che non è una teoria del complotto, ma rivela gli interessi comuni di tutte le classi dominanti in un ordine imperialista basato sullo sfruttamento e sull'oppressione. Soprattutto, Hebh Jamal ha chiarito che una conferenza che mette in evidenza i crimini della Nakba, l'espulsione e l'oppressione dei palestinesi, e la complicità dell'imperialismo tedesco, è di per sé un atto di resistenza.

La condanna di questa politica, che la conferenza si è impegnata a promuovere, è necessaria e fa parte della rottura del silenzio. È stato un momento di solidarietà che ci spinge ad agire, ad aumentare e a migliorare il coordinamento del nostro movimento.

Questo è esattamente ciò che l'intero establishment politico tedesco vuole evitare a tutti i costi. Questo "fronte unico" comprende i partiti della coalizione di governo, SPD, Verdi e Liberaldemocratici (FDP), e la principale forza di opposizione, i cristiano-democratici e cristiano-sociali della CDU-CSU, oltre all'estrema destra dell'AfD. Ma, vergognosamente, comprende anche parti del partito di sinistr Die Linke.


ECCO COS'È LA "DEMOCRAZIA" IMPERIALISTA

Il videomessaggio di Salman Abu Sitta, autore e ricercatore palestinese, cui lo stato tedesco aveva vietato l'ingresso nel paese a causa del suo coinvolgimento nel movimento di resistenza, è stato fermato dalla polizia dopo pochi minuti dall'inizio e senza alcun motivo apparente. Alla fine, all'avvocato degli organizzatori sono state fornite diverse motivazioni contraddittorie, molto discutibili anche dal punto di vista legale. A un certo punto la polizia ha spiegato che il discorso poteva contenere passaggi che potevano costituire un incitamento all'odio, e che ciò sarebbe stato oggetto di indagine. Sulla base del fatto che non si possono chiedere troppe "ragioni" per l'operato della polizia, è stato poi aggiunto che Salman Abu Sitta è stato bandito dall'attività politica in Germania.

La polizia non ha saputo dire quando e da chi ciò sia stato deciso, né se la riproduzione di un videomessaggio rientrasse nel divieto. Ma chi ha bisogno di motivazioni quando si ha a disposizione il monopolio dell'uso della forza? E per fugare ogni dubbio che il diritto alla libertà di riunione e di parola fosse calpestato, il congresso e tutti gli eventi successivi sono stati vietati e annullati sia il sabato che la domenica seguenti.

La polizia è così riuscita a interrompere e disperdere il Congresso. Ma non ci faranno tacere e non raggiungeranno il loro obiettivo di distruggere il nostro movimento, che sta crescendo e diventando sempre più forte.

Al contrario. Lo scioglimento arbitrario del congresso e l'attacco alla libertà di espressione non solo rivelano il carattere repressivo della polizia. Illustrano anche il carattere antidemocratico della politica del governo tedesco. E mostrano lo stretto legame tra la politica imperialista e la necessità di mantenere il monopolio dell'opinione pubblica. Oltre alla repressione, ci troviamo di fronte anche ad agitazioni e calunnie orchestrate, inclusa una massiccia ondata di razzismo antipalestinese, antimusulmano e antiarabo.

A nostro avviso, il fatto che i media tedeschi abbiano puntato anche i compagni dell'organizzazione ArbeiterInnenmacht [sezione tedesca della League for the Fifth International] e del suo gruppo giovanile REVOLUTION dimostra che abbiamo fatto qualcosa di buono. Tuttavia non vogliamo dimenticare che nelle ultime settimane l'establishment tedesco non ha nemmeno mancato di mostrare il suo lato antisemita, quando ha diffamato pubblicamente gli ebrei antisionisti, in particolare i compagni della Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East, e la cassa di risparmio di Berlino ha bloccato il loro conto associativo. Ma non dobbiamo dimenticare che sono soprattutto i nostri compagni palestinesi a essere brutalmente attaccati, le cui associazioni e organizzazioni sono minacciate e criminalizzate, e su cui pende la spada di Damocle dell'espulsione, mentre allo stesso tempo i loro amici e parenti muoiono o vengono buttati fuori dalle loro terre.

Oggi, 12 aprile 2024, i Wegner e i Giffey, gli Scholz e i Baerbock hanno potuto sciogliere il nostro congresso. Hanno i mezzi per farlo. Ma potrebbero non essere troppo sicuri del loro "successo", della loro "vittoria" sui nostri diritti democratici, e di certo non se la godranno troppo a lungo. Anche se sono riusciti a sciogliere il nostro congresso, esso è diventato - come una delle piccole ironie della storia - ancora più noto in tutto il mondo. Soprattutto, la repressione ha sensibilizzato molte più persone sul carattere reazionario e antidemocratico del capitalismo tedesco di quanto avrebbero potuto fare i nostri discorsi, contributi, discussioni e risoluzioni. L'imperialismo tedesco, in particolare, ha trascorso decenni a costruirsi l'immagine di essere relativamente "democratico" e "basato sui valori". Ma ora sta smascherando questa bugia autocelebrativa.

Faremo in modo che gli vada di traverso. Possono vietare un congresso, ma non spezzeranno la nostra resistenza, la nostra volontà di combattere, la nostra determinazione. Perché, a differenza loro, noi lottiamo per una causa giusta, per la libertà e l'autodeterminazione del popolo palestinese, per un mondo senza sfruttamento e oppressione.

Martin Suchanek

L'assedio di Gaza è lo specchio del sionismo

 


Non c'è soluzione della questione palestinese senza chiamare in causa lo Stato d'Israele

23 Ottobre 2023

A Gaza siamo in presenza di un assedio disumano a due milioni di palestinesi, un crimine di massa silenzioso che si aggiunge alle vittime dei bombardamenti su case, scuole, chiese e ospedali. Tale è la privazione di acqua, cibo, medicinali, elettricità, benzina, quella che moltiplica i morti ogni giorno, ogni ora, nelle corsie d'ospedale, nelle case, sotto le tende, tutte già bombardate. Quella che persino l'Organizzazione Mondiale della Sanità si vede costretta a denunciare.

Ogni persona dotata di un minimo senso di umanità dovrebbe provare ribrezzo per questo cinismo criminale, esibito agli occhi del mondo con la più indifferente arroganza.

Il punto è che lo Stato d'Israele si fa forte del sostegno delle potenze “democratiche” d'Occidente. Un sostegno politico, economico, militare. Lo stesso sostegno che già viene offerto alla prossima annunciata invasione di terra. Lo stesso sostegno di cui Israele ha goduto nei 75 anni di occupazione della Palestina.

Lo Stato d'Israele non si tocca”. Questa è la sintesi della diplomazia mondiale, ma anche della pubblica informazione. Uno stuolo infinito di intellettuali e commentatori di estrazione liberale o addirittura “democratica” fanno a gara nel presentarsi ovunque come tutori dello Stato sionista. Tutti i sepolcri imbiancati che ogni giorno recitano il rosario sulle vittime israeliane del 7 ottobre tacciono sul crimine immensamente più grande che si sta consumando contro i civili palestinesi in queste ore sotto gli occhi dell'umanità intera. Noi abbiamo denunciato da sempre la natura reazionaria di Hamas e le sue azioni contro i civili. Ma un conto è criticare Hamas dentro il campo della resistenza palestinese, un altro è usare cinicamente l'azione di Hamas per coprire i crimini del sionismo contro i palestinesi e la loro resistenza. Crimini storici e crimini in corso. In ogni caso crimini incomparabilmente più numerosi, prolungati, efferati. O qualcuno vuol dire che incendiare villaggi, torturare prigionieri, deportare settecentomila palestinesi come nella Nakba del 1948, con uno strascico di orrori senza fine, sarebbe legittima difesa umanitaria?

La verità è che lo scempio di Gaza è un tragico fascio di luce sulla natura reale d'Israele. “Grande democrazia del Medio Oriente”? È uno Stato che non ha Costituzione, che non riconosce i propri confini orientali, che nega a due milioni di propri cittadini arabi l'uguaglianza elementare dei diritti nel nome dello Stato dei soli ebrei, che promuove e protegge la colonizzazione dei territori occupati col carico di distruzioni, umiliazioni, assassinii che la colonizzazione comporta ogni giorno... Sarebbe questa la democrazia?

Difendiamo Israele perché gli ebrei sono state vittima dell'Olocausto”. Ma perché l'infinito orrore dell'Olocausto nazista contro gli ebrei, il peggio della storia intera del Novecento, senza paragone alcuno, dovrebbe legittimare la pulizia etnica contro i palestinesi, la loro storica deportazione e oppressione? Semmai dovrebbe essere una ragione in più per rifiutare ogni oppressione e persecuzione. Perché nessun popolo può essere libero se ne opprime un altro. Eppure la più sconcia assimilazione di antisionismo e antisemitismo è assunta come clava nel dibattito pubblico, come forma di intimidazione verso il sostegno alla Palestina, come scudo protettivo dei crimini d'Israele.

Due popoli, due Stati” concedono al più i benpensanti. Curioso. Dopo essere stata osannata per mezzo secolo dalle sinistre riformiste di tutto il mondo, la formula “due popoli, due Stati” è oggi talmente vuota e ipocrita da essere assunta in prima persona da tutti i peggiori sostenitori della guerra d'Israele contro Gaza. Dall'immancabile imperialismo USA sino a Giorgia Meloni. Passando per quei regimi arabi che per mezzo secolo hanno scaricato i palestinesi quando non li hanno direttamente repressi e ammazzati (Settembre nero in Giordania, 1970). E per i nuovi imperialismi russo e cinese che cercano nuovi clienti tra questi stessi regimi sfruttando la crisi dell'egemonia americana.

Di grazia, dove dovrebbe situarsi uno Stato palestinese a fianco dell'intoccabile Israele? Basta porre questa domanda elementare per diradare la nuvola di fumo. La risposta sta nei famosi accordi di Oslo: accordi truffa che in cambio del riconoscimento dello Stato sionista relegavano i palestinesi in piccoli bantustan senza futuro, territori occupati e colonizzati dallo Stato sionista con la complicità crescente della stessa leadership palestinese.
Oggi peraltro la Cisgiordania è occupata da settecentomila coloni israeliani, armati dalla testa ai piedi, che scorrazzano impuniti e protetti dalle truppe, e Gaza è sotto un assedio genocida. Dunque chiediamo nuovamente: dove dovrebbe situarsi un fantomatico Stato palestinese rispettoso dello Stato d'Israele? I sei milioni di palestinesi dei campi profughi, i quattro milioni di palestinesi di Cisgiordania, i due milioni di palestinesi di Gaza, i due milioni di arabi israeliani, una netta maggioranza della popolazione di Palestina (e ancor più, in proiezione demografica) in quale sgabuzzino dovrebbe rassegnarsi a vivere?

La verità è che ogni soluzione della questione palestinese passa per il diritto al ritorno. E ogni diritto al ritorno mette in discussione l'esistenza dell'attuale Stato d'Israele. Non degli ebrei naturalmente, ma dello Stato sionista. Di uno Stato coloniale nato dall'espulsione di un altro popolo.
Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l'autodeterminazione del popolo palestinese, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica. Solo una simile soluzione consentirebbe la pacifica convivenza di arabi ed ebrei.

Ma questo significherebbe cancellare l'attuale geografia del Medio Oriente” protestano in nome del realismo non pochi progressisti. Sì, significherebbe esattamente questo. Significherebbe cancellare quello che le potenze imperialiste e lo Stato sionista hanno disegnato con riga e compasso in terra araba, con tanto di guerre d'invasione e di massacri. Significherebbe mettere in discussione gli stessi corrotti regimi arabi. Significherebbe saldare la rivoluzione palestinese con una rivoluzione nazionale araba, in direzione di una federazione socialista araba e del Medio Oriente.

Le grandi mobilitazioni delle masse arabe in questi giorni, in Algeria, in Egitto, in Tunisia, e soprattutto in Giordania e in Iraq, ci dicono che la grande maggioranza della popolazione araba, al di là degli attuali confini, vive la questione palestinese come una propria ragione di liberazione e di riscatto. Non a caso proprio il timore di una grande rivolta araba agita le cancellerie di tutto il mondo, e tutte le borghesie del Medio Oriente.

Sviluppare ed estendere la ribellione araba a fianco del popolo palestinese, guadagnarla ad una prospettiva antimperialista e antisionista, è il compito dei marxisti rivoluzionari palestinesi e arabi. In alternativa ad ogni fondamentalismo panislamista, ad ogni conciliazione col sionismo, a ogni forma di subordinazione agli imperialismi, vecchi e nuovi che siano.

Marco Ferrando

Contro la transfobia e tutte le oppressioni di genere. Contro la violenza del capitalismo

 


20 novembre, Transgender Day of Remembrance

Il Transgender Day of Remembrance (TDoR) è una delle giornate più importanti ed impegnative del calendario della comunità LGBT*QIA+. Si tratta del momento in cui la comunità si stringe attorno ad una delle sue componenti più esposte e oppresse, la popolazione trans*, per ricordare tutte le vittime di transfobia del mondo e per rivendicare un cambiamento reale nell’esistenza di queste persone.

Solo negli ultimi decenni l’attivismo della comunità T* e dell* solidali ha permesso che si cominciasse a parlare seriamente di transfobia e di lotta ad essa. Secondo il progetto di ricerca, monitoraggio e analisi internazionale Trans Respect versus Transphobia (TvT) “2021 is set to be the deadliest year for trans and gender-diverse people” [il 2021 è destinato a essere l'anno più mortale per le persone trans e gender-diverse]. Questo dato dovrebbe farci riflettere sulla gravità della situazione.

Nel periodo intercorso tra 1° ottobre 2020 e 30 settembre 2021, secondo i dati raccolti da tale progetto, le persone morte per cause riconducibili alla transfobia sono 375 (in percentuale il 7% in più rispetto all’anno precedente quando erano state 350) con un’età media di 30 anni. Guardando allo storico del rilevamento si sono registrate 4042 morti violente a sfondo transfobico nel mondo tra il 1° gennaio 2008 e il 30 settembre 2021. Queste cifre sono sicuramente e ampiamente in difetto a causa delle differenze di trattamento - anche legale e giudiziario - che le persone trans* subiscono nei diversi paesi, dei tanti luoghi in cui è difficile o impossibile effettuare il monitoraggio e la raccolta dei dati necessari, della tendenza da parte di conoscenti o familiari delle vittime di non denunciare i reati transfobici o peggio della loro connivenza in azioni atte ad invisibilizzare l’identità della persona scomparsa (misgendering in atti ufficiali o durante le cerimonie funebri, eccetera…).

Un’analisi più approfondita dei dati mostra come la transfobia sia saldamente intrecciata anche ad altre forme di oppressione e discriminazione, oltre che a determinati contesti sociali e geografici. Infatti, sul totale dei casi di quest’anno, il 96% ha coinvolto donne trans o persone transfemminili dimostrando l’interdipendenza esistente tra oppressione femminile (e i fenomeni correlati quali, per esempio, femminicidi e altre forme di violenza e molestia) e oppressione della comunità LGBT*QIA+ (e in particolar modo delle persone T*); il 70% è avvenuto in America Latina ovvero una delle zone del mondo in cui sono più evidenti il divario socio-economico tra le classi e la rapacità del sistema di sfruttamento capitalistico, il 58% delle vittime mondiali è costituito da sex workers (molt* dell* quali uccis* in situazioni o per cause correlate alla loro condizione). Guardando a due casi circoscritti, possiamo notare come anche xenofobia e razzismo abbiano un ruolo non indifferente nella genesi di crimini transfobici: negli USA l’89% delle vittime totali è costituito da persone di colore e in Europa il 43% da migranti. Infine, non possiamo evitare di ricordare come la condizione di classe abbia un ruolo fondamentale nell’oppressione e molto spesso nella morte delle persone T*. Le difficoltà insormontabili a cui si va incontro nel mondo del lavoro, l’isolamento e l’allontanamento dal proprio contesto sociale che molto spesso segue al coming out, lo smantellamento totale dei sistemi di welfare, l’inesistenza in molti paesi di leggi adeguate alla tutela delle minoranze, l’attuale debolezza delle reti associative e dell’attivismo queer e l’impossibilità di ricevere un adeguato supporto socio-sanitario e psicologico, fanno sì che molt* appartenenti alla comunità si ritrovino in condizioni di completa emarginazione e in contesti di disagio sociale ed economico molto marcati (un certo numero di persone trans*, per esempio, è homeless o vive sotto la soglia di povertà o in condizioni di precarietà assoluta). Tutte condizioni ottime per il maturare di situazioni di rischio potenzialmente mortali.

Il silenzio ipocrita e l’indifferenza che regnano in Italia sul tema nascondono una situazione a dir poco pericolosa e su cui non è possibile sorvolare in una occasione come questa. L’Italia detiene il triste primato di paese con il più alto numero di crimini di matrice transfobica in Europa (42 quelli registrati dal 1° gennaio 2008 al 30 settembre 2020) e nell’ultimo anno qui sono state uccise 5 persone trans* (erano state 7 – il numero più alto in assoluto in tutta Europa - l’anno scorso). Quest’anno il nostro paese ha registrato purtroppo anche la più giovane vittima di transfobia nel mondo, un* student* di 13 anni che si è suicidat* - a causa di frequenti atti di bullismo transfobico avvenuti in ambito scolastico – il 6 giugno scorso a Roma. Nonostante tutto ciò, durante i vari passaggi parlamentari del DDL Zan, si sono registrate diverse dichiarazioni di natura transfobica da parte di esponenti del cosiddetto centrodestra. Forse la più eclatante e assurda è quella secondo cui il riconoscimento delle identità non binarie da parte di una legge provocherebbe il caos nell’impianto giuridico del paese e perciò tale legge deve essere rigettata.

Il problema della transfobia non si può ridurre ad una questione di educazione, ad un fattore puramente culturale che si può risolvere con tanta buona volontà, un po’ di informazione e magari qualche legge dal carattere simbolico, deterrente e punitivo. La transfobia è solamente una delle molte facce, probabilmente una delle peggiori, del sistema capitalista ed eterocispatriarcale. Un sistema costruito, come abbiamo ripetuto molte volte, sulla prevaricazione, la violenza e lo sfruttamento di ogni essere vivente e sulla repressione di qualunque forma di ribellione o semplicemente di vita ritenuta “fuorinorma”. Un sistema che viene protetto e rafforzato dagli ambienti ecclesiastici e clericali – che in nome di una concezione bigotta e reazionaria della società e interessati a conservare la propria egemonia hanno sempre agito per evitare o disinnescare qualsiasi anche minimo avanzamento progressivo – e dai molteplici settori della reazione, più o meno dichiaratamente fascisti e fondamentalisti, a loro volta – come ben sappiamo – semplici strumenti nelle mani di chi detiene il controllo dei rapporti sociali in questa fase storica. L’esistenza delle persone T* (come quella di tutte le persone LGBQIA+, delle donne, delle persone disabili e delle popolazioni razzializzate) non potrà mai essere realmente accolta entro i ristretti orizzonti di questa società e anzi, finché esisterà il sistema attuale, la loro esistenza sarà sempre messa in discussione e minacciata. Come ha dimostrato anche il recentissimo e gravissimo affossamento del DDL Zan, qualunque illusione riformista od opportunista sulla possibilità di ottenere migliori condizioni di vita senza mettere in discussione lo status quo è ormai priva di ogni validità e di ogni razionale fiducia. L’unica via ancora aperta è quella che conduce alla rottura rivoluzionaria dell’esistente e all’abbattimento del capitalismo e conseguentemente dell’eterocispatriarcato e di tutte le altre forme strutturali di oppressione.

È quindi fondamentale e necessario secondo noi rilanciare l’importanza dell’autorganizzazione nelle lotte per i diritti civili e sociali e ribadire l’esigenza dell’autodifesa per il movimento e per la comunità intera. Soltanto il protagonismo unitario e combattivo delle soggettività oppresse – un protagonismo capace anche di costruire reti durature di solidarietà, supporto e tutela - potrà infatti agire tempestivamente e contrastare con successo le offensive reazionarie e clerico-fasciste di chi difende ogni giorno senza alcuna remora l’esistente, ovvero coloro che attentano ogni giorno alla vita di ogni oppress*.

Anche la lotta alla transfobia e alla cisnormatività deve partire dalle piazze, dalle strade, dai luoghi dove le soggettività trans* vivono e agiscono (gli stessi dove di frequente si consumano violenza e discriminazione), evitando inutili ipocrisie (talvolta istituzionali) e vaghi atti simbolici.

Le soggettività trans* hanno diritto, in particolar modo, ad un’esistenza che non debba più passare per le forche caudine della patologizzazione e della medicalizzazione forzata dei loro desideri e dei loro corpi (che in molti contesti sono solamente forme subdole e socialmente accettate di violenza). Inoltre, è ormai evidente come sia necessario distruggere il paradigma del binarismo che imbriglia ogni essere vivente nel binomio essenzialista maschio-femmina togliendo legittimità e visibilità a qualsiasi tipo di identità non binaria e genderqueer. Purtroppo diverse leggi varate nel corso degli ultimi quarant’anni a tutela della popolazione trans* (per esempio la Legge 164/82 sulla rettifica del nome vigente in Italia) hanno un’impostazione di tipo patologizzante e intrinsecamente binaria e talvolta obbligano la persona trans* alla medicalizzazione per ottenere il riconoscimento della propria condizione. Tale impianto legislativo è decisamente arretrato, discriminatorio e ambiguo in fatto di rispetto dei diritti civili e va eliminato al più presto.

La diffusa condizione di sex worker tra le soggettività trans* – dettata molto spesso dalla semplice necessità di sopravvivere all’interno di un sistema sociale che impedisce loro di emergere come soggettività autodeterminate e libere o peggio da ricatti e coercizioni – ci porta anche a ribadire come sia importante, senza porci per questo in modo stigmatizzante ed escludente nei confronti dell* lavorator* sessuali, ottenere un futuro in cui nessun* sia costrett* per sopravvivere a sessualizzare il proprio corpo e quindi a lottare contro l’esclusione dal mondo del lavoro delle soggettività reputate non conformi e più in generale contro le condizioni di precarietà, ipersfruttamento e ricatto economico che il capitalismo impone a tutt* l* sfruttat* in questa fase.

Molte soggettività trans/non-binary (ma più in generale moltissime persone LGBQIA+) sono costrette ad abbandonare il luogo in cui sono nat* (molto spesso per motivi legati proprio alla loro identità di genere o al proprio orientamento sessuale). Quasi sempre l’allontanamento dal paese d’origine non determina però un miglioramento nelle condizioni di vita. Anzi per la maggior parte dei migranti LGBT*QIA+ l’arrivo in un altro paese significa ghettizzazione, xenofobia e razzismo oltre che frequentemente completa emarginazione all’interno della comunità dei propri connazionali. Lo stesso ottenimento dello status di rifugiato LGBT non garantisce alcuna prospettiva di miglioramento della propria esistenza, ma si trasforma molto spesso in un lungo e insidioso percorso burocratico che espone l* richiedente a stress inutili.

È necessario allora lottare per l’abbattimento delle frontiere e per la fine dei fenomeni sistemici di razzismo in un’ottica internazionalista e rivoluzionaria rifiutando anche i rigurgiti xenofobi latenti nella stessa comunità LGBT*QIA+.

Visto quanto accade quotidianamente attorno a noi riteniamo importante che il movimento LGBT*QIA+ riparta da posizioni coerentemente rivoluzionarie e dalla solidarietà con tutte le altre lotte progressive (come già si sta facendo con i movimenti femminista, antirazzista e contro l'abilismo, ma cercando di allargare il campo anche al movimento operaio e a quello ambientalista). Per ottenere questo scopo, oltre a smarcarsi in via definitiva da ogni velleità riformistica, si renderà obbligatorio anche contrastare tutte quelle posizioni, tipiche di una certa parte delle formazioni staliniste e di altre aree sedicenti comuniste, che tendono a sminuire l’importanza dei diritti civili per l’avanzamento delle lotte e che talvolta assumono pose smaccatamente machiste, misogine e omo-lesbo-bi-transfobiche; nonché abbattere tutte quelle posizioni, sì residuali ma a cui non possiamo restare indifferenti, del femminismo essenzialista, incapace di comprendere la questione relativa all’identità di genere, se non addirittura schierato su posizioni assimilabili a quelle dei peggiori movimenti reazionari.

Il nostro obiettivo resta la costruzione di una società socialista, una società senza classi in cui non esistono più sfruttamento ed oppressione e dove ogni soggettività è libera di autodeteminarsi. Per questo lottiamo a fianco di tutt* l* oppress* e contro ogni singolo oppressore.


- Per l’unità e l’autoorganizzazione dei movimenti per i diritti civili in una direzione conseguentemente rivoluzionaria e perciò anticapitalista, femminista, antifascista e anticlericale. Solamente con questa parola d’ordine sarà possibile ottenere un vero cambiamento nelle vite delle donne, delle persone LGBT*QIA+ e delle minoranze razzializzate.

- Per l’autodifesa della comunità LGBT*QIA+. Soltanto rispondendo colpo su colpo sarà possibile ridurre lo straziante stillicidio di vite umane a cui assistiamo ogni anno ed affrontare ad armi pari gli assalti reazionari e clerico-fascisti alle vite e ai diritti delle persone LGBT*QIA+.

- Per il superamento della Legge 164/82 in Italia e di tutte le leggi che patologizzano la vita delle persone trans* e per il pieno diritto all’autodeterminazione di tutt*.

- Per la fine dell’oppressione e della violenza xenofoba e razzista sulle donne, sugli uomini e sulle soggettività LGBT*QIA+ migranti.

- Contro lo stalinismo e l’essenzialismo. Non esiste nessun conflitto e nessuna competizione tra diritti sociali e diritti civili: la lotta per i diritti deve essere portata avanti senza inutili compartimentazioni e privilegi. Non esiste nessuna essenza biologica binaria, standardizzata e insormontabile: le identità trans e gender-diverse sono tutte valide e non sono affatto misogine.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere