Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta la Repubblica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta la Repubblica. Mostra tutti i post

Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

È il tempo di redimersi: i carnefici hanno gli occhi lucidi

 


Una lettura dell’intervista di Repubblica allo scrittore David Grossman: un tentativo di creare dei sionisti buoni davanti all’evidenza della strage

3 Agosto 2025

La Repubblica del 1° agosto ha dedicato due pagine di intervista a David Grossman, scrittore sionista di fama internazionale. Grossman ha dichiarato che, nonostante gli si «spezzi il cuore» deve constatare che quello in corso a Gaza «è un genocidio». Si chiede come uscire «da questa associazione fra Israele e il genocidio» e riduce l’intera attività storica di Israele agli atti di «gente come Smotrich e Ben Gvir (due ministri israeliani di estrema destra)» a cui governare uno stato potente come Israele sembra avere dato alla testa. Dal 7 ottobre tante persone conosciute da Grossman «hanno abbandonato i nostri comuni valori di sinistra».

Lo sforzo di Grossman è quello di stabilire un ‘noi’ e un ‘loro’ all’interno del sionismo. Il ‘noi’ nel nuovo paradigma per lavarsi la coscienza senza rinunciare alle proprie idee razziste comprende i presunti buoni, i sionisti liberali fantasiosamente «di sinistra». Ebbene, tali sionisti di sinistra hanno avvertito il pericolo che il mondo si prepara a presentargli il conto per la loro posizione storica di complicità con Israele. Ci si deve domandare, però, se non sia già un ossimoro pensare che possa esistere un suprematismo di sinistra.

Dal canto suo La Repubblica ne approfitta per riabilitarsi agli occhi di tutta la sua platea vagamente progressista davanti alla quale ha perso credibilità, grazie alla sua efferata propaganda sionista. Quale occasione migliore per salvare capra e cavoli, sionisti israeliani e stampa italiana, di un israeliano che pronuncia la parola proibita: «genocidio». Ovviamente ribadendo una falsità storica e giustificazionista: che senza il 7 ottobre il genocidio non sarebbe esistito. Fa tenerezza però constatare che a questi pianificatori dell’assenso, almeno, gli si «spezzi il cuore».

Grossman prosegue il suo sforzo muscolare-nervoso: «il grande errore dei palestinesi sta nel fatto che avrebbero potuto trasformarla (Gaza, nda) in un luogo fiorente: invece hanno ceduto al fanatismo e l’hanno usata come rampa di lancio per i missili contro Israele». Si arriva all’assurdo: i palestinesi sarebbero colpevoli delle azioni dei sionisti. Israele avrebbe agito come una furia divina, fatale e inarrestabile, per conseguenza della poca lungimiranza dei palestinesi.

È un’operazione retorica macabra quella di Grossman, che rassomiglia a un carnefice che dice alla vittima di non battere i pugni sulle sue braccia, mentre la strangola. Va detto che l’estremismo islamico di Hamas, come i pugni sulle braccia, è un sottoprodotto dell’efferatezza sionista e imperialista occidentale. Ma Hamas ha garantito alla resistenza palestinese - che non è Hamas - la capacità militare utile a continuare ad esistere. Anche qui le parole di Grossman sembrano essere le parole della linea editoriale de La Repubblica. Insieme compiono il tentativo estremo di passare dalla parte dei presunti buoni, senza rinunciare alle proprie posizioni.

L’operazione è quella di costruire mediaticamente un nuovo paradigma della vittima: inventare la figura del sionista dissidente, del sionista che vorrebbe ma non può far nulla per evitare che il suo stato suprematista smetta di compiere crimini inenarrabili.

Coerentemente con la subdola visione suprematista della borghesia italiana benpensante, i palestinesi diventano una macchietta che ha il diritto di salvarsi solo se Israele ne ha la volontà. Questa volontà, come quella di un dio sadico, dipende dalla volontà dei palestinesi di arrendersi al proprio sterminio.

Riferirsi all’occupazione israeliana del 1967 dei territori palestinesi nei termini di una «maledizione» che ha colpito Israele (così dice Grossman), è un’operazione utile a sollevare dalla responsabilità storica il sionismo e i sionisti, ancora nell’ottica di una lettura della storia totalmente metaforica, astratta e retorica.
Se i palestinesi non avessero commesso l’errore storico di voler continuare a vivere senza che gli si dicesse a quali condizioni farlo, continua Grossman, «magari questo avrebbe spinto Israele a cedere anche la Cisgiordania e a mettere fine all’Occupazione anni fa».

Così Grossman ribadisce l’idea di riconoscere uno stato palestinese, ma a «condizioni ben precise: niente armi». Sarebbe una bella prospettiva, se si ammettesse il disarmo globale. Ma ciò non è possibile, perché Israele in primis esiste come laboratorio di tecnologia militare degli imperialismi occidentali, che ben fanno profitto sulla morte.

In questi stessi giorni la Francia e la Gran Bretagna hanno dichiarato di voler riconoscere uno stato palestinese. Il riallineamento della stampa nazionale e internazionale risponde anche all’esigenza del Governo Meloni di non isolarsi davanti a questa nuova spaccatura europea. Ma l’atto simbolico di riconoscere uno stato di Palestina da parte di Macron e Starmer è vile perché arriva nel momento in cui l’80% della Striscia di Gaza è occupata dall’esercito israeliano, in cui l’apartheid e il controllo anche in Cisgiordania si inasprisce tremendamente e a favore dei nuovi insediamenti dei coloni. Ma soprattutto arriva nel momento in cui, con il loro benestare, l’economia agricola palestinese è stata annientata con le ruspe, rendendo sterili i campi coltivati, in cui i centri abitati sono stati ridotti in macerie, e in cui nessuna forza politica palestinese sarebbe capace in questo momento di rimediare senza indebitarsi fino al collo con i capitali a prestito dei suoi stessi carnefici.

Gli imperialismi europei continuano nei fatti a sostenere Israele come ben illustrato dal report ONU elaborato da Francesca Albanese, non a caso ostracizzata e isolata con forza da queste stesse forze sioniste. Tentano di rimediare al dissenso interno con azioni di solidarietà vuote e di facciata. La stampa borghese si affanna per riposizionarsi coerentemente senza perdere la faccia dopo aver costruito narrazioni fasulle e tendenziose per decenni, e specialmente nell’ultimo anno. Non lo fa dando parola ai palestinesi, ma dando parola ai sionisti redenti, agli oppressori che hanno deciso di considerare come degna di attenzione la realtà vissuta dagli oppressi, conducendone la narrativa.

Ma su una cosa ha ragione Grossman: «più cedi alla paura, più sei isolato e odiato al di fuori di Israele […], l’isolamento cresce e tu ti ritrovi in una trappola sempre più profonda, da cui uscire è complicato». Questa presa di consapevolezza non arriva dal cielo, non è una maledizione. È invece frutto del movimento globale che ha dimostrato la capacità di costruire l’isolamento di Israele. È frutto della resistenza armata palestinese, senza cui la questione oggi non si porrebbe perché lo sterminio sarebbe stato attuato.

Consci di questa grande occasione storica, è necessario ora fare un salto di qualità approfondendo le lotte antisioniste e legando la questione palestinese a quella imperialista.

Perciò il compito dei comunisti rivoluzionari risulta oggi fondamentale: per liquidare una volta per tutte lo stato suprematista, razzista e antidemocratico di Israele, per la creazione di un’unico stato palestinese che garantisca a ogni essere umano i propri diritti individuali e sociali, è necessario innanzitutto volgere le armi verso l’imperialismo di casa propria. E noi verso il governo Meloni e la borghesia italiana, diretti colpevoli e sostenitori consapevoli di questo genocidio.

Per una Palestina libera, laica e socialista.

Emerigo C.

Il caso Tempest e la corsa alle armi

 


L'imperialismo tricolore in prima fila

La nuova corsa agli armamenti attraversa il mondo. USA, Russia, Cina battono ogni record precedente in fatto incidenza della propria spesa militare sul PIL. La Germania “riarma”, con 100 miliardi di nuovi investimenti nella difesa. Il Giappone addirittura raddoppia il proprio bilancio militare.

La corsa alle armi travalica le vecchie frontiere tecnologiche, nel mentre ripropone le contraddizioni tra potenze persino all'interno dello stesso campo internazionale. L'industria militare aeronautica è sotto questo profilo esemplare, con un ruolo di primo piano dell'imperialismo italiano. Si tratta del progetto di velivolo militare “di sesta generazione” mirato all'abbattimento degli aerei nemici. Una sorta di macchina militare volante dotata di straordinarie capacità distruttive, con tanto di piattaforme elettroniche onnicomprensive e possibile guida artificiale.

Due cordate rivali si contendono la sua costruzione e i relativi spazi di mercato. Da un lato la cordata Gran Bretagna, Italia, Giappone attorno al cosiddetto progetto Tempest. Dall'altro la cordata di Francia e Germania attorno al cosiddetto progetto FCAS (Future Combat Air System). Due progetti concorrenziali tra loro, che naturalmente sospingono anche per questo il raddoppio delle spese, a carico dei salariati, della sanità, dell'istruzione. Si calcola che il progetto Tempest, che conta di essere operativo nel 2035, avrà una spesa complessiva di 25 miliardi di cui 8 miliardi per la sola fase di sviluppo. Il gruppo italiano Leonardo, controllato dalla stato italiano, collabora con la BAE Systems britannica nell'operazione. Se avrà successo, Tempest supererà in fatto di capacità militare i livelli raggiunti da USA, Russia, Cina.

Non si tratta di un risvolto indiretto dell'invasione russa dell'Ucraina. Tanto meno degli aiuti militari a Kiev, più che mai scoperta oltretutto proprio nei cieli. Il calendario stesso è rivelatore. In Italia il progetto Tempest venne intrapreso dal governo Conte uno (2018) e poi confermato dal Conte due (2020), per essere infine ereditato dal governo Draghi. Meloni ovviamente segue la pratica. La verità è che tutti i governi e tutti i partiti borghesi ovunque schierati sostengono attivamente il militarismo italiano, cercando di assicurargli le migliori fortune.

Lo sguardo non è sull'Ucraina ma sulle guerre del futuro. «Cosa dovrà fare un aereo di combattimento fra trent'anni?» si chiede La Repubblica (19 dicembre) nell'esaltare Tempest. Non senza aggiungere: «La forza lavoro impiegata nel supercaccia diventa sempre più giovane, il 40% sono trentenni e il 20% ventenni, sottolineano alla BAE. Speriamo che l'Italia si allinei, permettendo di far decollare una nuova leva di costruttori di futuro».
Dunque la costruzione del futuro da affidare ai giovani è la corsa alla guerra. Leonardo non a caso è terreno di carriera degli ex ministri degli interni, come Minniti. Mentre il nuovo ministro Crosetto viene direttamente dal lobbismo militare tricolore.

Opporsi alla guerra e alla corsa agli armamenti significa per noi opporci innanzitutto all'imperialismo di casa nostra, alle sue spese militari, e a tutti i soggetti che le sostengono. Inclusi quelli che parlano di pace dopo aver varato progetti di guerra, magari nelle vesti di Presidenti del Consiglio.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sinistra Italiana va dove la porta il cuore

 


Il Cocomero è già marcio

«Non chiudo ad Azione» dichiara Nicola Fratoianni a La Repunblica (28 luglio). Più chiaro di così...

Era in Parlamento l'”opposizione di sinistra” al governo Draghi. Ora si allea con l'area Draghi sino a Calenda, nel momento stesso in cui il PD innalza il vessillo di Draghi come linea di demarcazione col resto del mondo. C'è del metodo in questa follia? Eccome se c'è. Il metodo è la subordinazione al PD, un cordone ombelicale di dipendenza dal partito-sistema della Seconda Repubblica, che si è rivelato inossidabile. SEL nacque nel 2008 da una scissione a destra di Rifondazione Comunista nel nome della continuità dell'accordo strategico col PD. Si alleò col PD di Bersani nelle politiche 2013 dopo che questi aveva sostenuto con Monti tutto il peggio delle politiche antioperaie, legge Fornero in testa. Come Sinistra Italiana ha perseguito alleanze organiche col PD nelle giunte di centrosinistra di tutta Italia, anche negli anni di Renzi, scambiando assessorati con tagli sociali. Chi può meravigliarsi se oggi capitola addirittura a Calenda nel momento in cui questi è il principale alleato del PD?

Certo, il fatto colpisce. Fratoianni si era costruito, immeritatamente, un'immagine di apparente coerenza sul terreno delle posizioni sociali e ambientaliste. In realtà un minimalismo progressista che nel deserto generale appariva (falsamente) radicale. Il nuovo Cocomero (alleanza "rosso-verde" fra Sinistra Italiana e Europa Verde) intendeva confezionare questo profilo rassicurante di “vero riformismo”. Ma cosa ha a che vedere tutto questo con l'iperliberismo di Calenda, più draghiano di Draghi, campione di privatizzazioni, moltiplicatore di trivelle, nuclearista ideologico, militarista atlantista come pochi? Più banalmente, cosa ha a che vedere col PD, tanto più nel momento in cui Enrico Letta assume l'agenda Draghi come bandiera elettorale, per ingraziarsi il grande capitale, le cancellerie europee, la domanda di conservazione di settori piccolo e medio borghesi del Nord?

Si dice: “Lo impone la legge elettorale e la necessità di sconfiggere le destre”. È l'argomento cui si è impiccata la sinistra cosiddetta radicale degli ultimi trent'anni. Prima con l'Alleanza dei Progressisti, poi con l'Ulivo, poi con l'Unione, poi con l'Italia Bene Comune... Il risultato è che Meloni, Salvini, Berlusconi hanno consolidato un blocco sociale reazionario ampiamente maggioritario portando dalla propria parte milioni di lavoratori e lavoratrici, colpiti dai liberali e traditi dalle sinistre alleate dei liberali. Il suicidio di Rifondazione si consumò nel nome dell'Unione col PD contro Berlusconi. Ora Bertinotti è ai giardinetti, mentre Berlusconi aspira alla presidenza del Senato, Salvini al ministero degli interni, Meloni alla presidenza del consiglio. L'alleanza coi liberali contro la destra ha nutrito la destra e distrutto la sinistra. Fratoianni non inventa nulla di nuovo, marcia sul solco tracciato da Bertinotti, suo mentore. Solo che la prima volta fu tragedia e la seconda una farsa.

Peraltro, come in passato, l'alleanza contro la destra non è solo elettorale, come si vuol far credere. Prevede un comune sbocco di governo in caso di vittoria, sulla base di un programma comune. «Non mi troverete mai in un governo di larghe intese» dichiara Fratoianni a La Repubblica del 28 luglio, con l'aria di chi intende rassicurare la propria base. Ma un governo di larghe intese tra liberali e destre non avrebbe bisogno di Fratoianni, come ha dimostrato il governo Draghi. Ne avrebbe invece bisogno, come copertura a sinistra, un governo Letta-Calenda. In quel governo siederebbe anche Fratoianni. Questo è il portato del "patto repubblicano".

Ai militanti e agli iscritti di Sinistra Italiana una domanda sincera: fino a quando vi subordinerete a un partito che è organicamente subalterno al PD?

Partito Comunista dei Lavoratori

Landini per Draghi

 


ll Segretario della CGIL si allinea al coro padronale a sostegno di Draghi

Abbiamo bisogno di un governo nel pieno delle sue funzioni” dichiara Maurizio Landini. Sul quotidiano La Repubblica che gli chiede se questo significa una difesa di Draghi, il segretario si schermisce dicendo che non è suo compito entrare nel merito della crisi politica. Ma ci tiene a ribadire ripetutamente lo stesso concetto per evitare che non venga inteso: “Occorre un governo nel pieno delle sue funzioni”. È il mantra di Landini in queste ore. Chiunque non sia scemo o ipocrita capisce che il suo significato è uno solo: la burocrazia CGIL offre sponda al governo (tuttora) in carica e al suo Presidente del Consiglio nel momento stesso in cui tutte le organizzazioni dei capitalisti stanno facendo campagna a sua difesa.

Perché le organizzazioni padronali si stiano spendendo per Draghi è sin troppo chiaro: difendono il nuovo pacchetto di miliardi targati PNRR in arrivo nelle loro tasche, l’impegno a tagliare il cuneo fiscale a carico dell’erario pubblico (cioè delle lavoratrici e dei lavoratori) per scongiurare rivendicazioni salariali, una delega fiscale che promette la cancellazione definitiva dell’IRAP (che oggi finanzia la sanità pubblica), un DDL Concorrenza che estende liberalizzazione e privatizzazione dei servizi, l’aumento annunciato delle spese militari con tanto di laute commesse per l’industria di guerra tricolore... Draghi è il più autorevole garante di tutto questo, in Italia e in Europa. Perché non dovrebbe riscuotere il plauso corale del capitale?

La ragione invece per cui la CGIL senta il bisogno di associarsi alla campagna dei capitalisti si può spiegare solo in un modo: la subalternità della burocrazia sindacale alla classe dominante e ai suoi interessi di stabilità e governabilità. Che determina non solo l’assenza di una piattaforma di lotta generale attorno alle ragioni del lavoro (assieme alla convergenza su rivendicazioni centrali della piattaforma confindustriale, come sul cuneo fiscale), ma anche l’allineamento della CGIL alla santificazione di Draghi come uomo della “salvezza nazionale”. Nonostante il fatto (oltretutto) che l’attuale governo, come e più dei governi borghesi precedenti, abbia relegato le burocrazie sindacali in anticamera, privandole di uno spazio reale di concertazione, e prendendole regolarmente a schiaffi. Evidentemente la governabilità del sistema capitalista per Maurizio Landini è un valore superiore allo stesso prestigio della burocrazia sindacale.

È il caso di dire che ciò che manca alle lavoratrici e ai lavoratori non è il governo dell’avversario, ma un proprio sindacato. Un sindacato che stia dalla parte del lavoro, in contrapposizione a ogni governo padronale (sia esso Conte o Draghi). “Un sindacato nel pieno delle sue funzioni”, innanzitutto quelle più elementari.

Partito Comunista dei Lavoratori

Guerra in Ucraina. Intervista a Repubblica

 


Pubblichiamo un'intervista di Repubblica a Marco Ferrando, portavoce nazionale del PCL

FERRANDO SU PUTIN E LA GUERRA IN UCRAINA: "IL ROSSOBRUNISMO È REALTÀ INTERNAZIONALE, MALAPIANTA DELLO STALINISMO"


Marco Ferrando, fondatore del trotskista Partito comunista dei lavoratori, creato nel 2006 dopo aver sancito la rottura con Rifondazione comunista, ha alle spalle una lunga stagione di 'eresia' in tema di politica estera. Proprio per aver difeso il diritto degli iracheni alla propria resistenza fu depennato dalle liste elettorali del Prc durante la segretaria di Fausto Bertinotti. Oggi, dice, "anche gli ucraini hanno diritto alla difesa e all'autodeterminazione come popolo, in coerenza con l'insegnamento di Lenin".

Nell'area della sinistra radicale, i 'rossobruni' che invece difendono le ragioni della Russia esistono davvero? O sono una invenzione, o montatura, giornalistica?

"Il rossobrunismo è una realtà internazionale, che è esistito in Russia attorno all'esperienza di Limonov, esiste in Ucraina ai vertici delle repubbliche popolari soprattutto del Donbass, con Donetsk che mette fuorilegge cinque organizzazioni di sinistra, e anche di Lugansk. In Italia abbiamo il Partito comunista di Marco Rizzo, o ad esempio Patria socialista".


Che origine ha?

"È un prodotto ibrido di tante cose diverse: l'arretramento generale del mondo operaio, ma pure un effetto di rimbalzo dell'avversione al capitalismo e all'imperialismo".


Ma ritiene il rossobrunismo un fenomeno isolato, marginale, nella galassia della sinistra-sinistra?

"In termine organici è limitato, però la fascinazione culturale ha un bacino più esteso, ha una influenza indiretta che si esprime anche attraverso una sottovalutazione o una simpatia latente del putinismo. Rimuovendo le ragioni pubbliche della sua guerra: Putin in Russia l'ha presentato come un conflitto anticomunista, contro i bolscevichi, è curioso che oggi un comunista possa appoggiarla".


Però Putin ha anche parlato di 'denazificare' l'Ucraina, il che forse richiama antichi miti a sinistra.

"La costruzione rossubruna pesca nella grande guerra patriottica, ma quella è la rivendicazione dell'Urss come grande potenza, non come paese socialista. Poi certo che i nazisti in Ucraina ci sono, certo che il nazionalismo ucraino esiste, ma nello sciovinismo russo vediamo fenomeni simili, penso ad esempio a Dugin che rivendica la morte agli ucraini. Dopodiché aggiungo a scanso di equivoci che siamo per i diritti di autodeterminazione delle popolazioni russofile del Donbass, ma come lo si esercita questo diritto con delle truppe di occupazione in casa propria?".


Lei come definirebbe Putin?

"Un Bonaparte reazionario ai vertici di un apparato statale verticalizzato, capo di una grande borghesia erede della grande burocrazia staliniana, che ha dato vita a un gruppo monopolistico e capitalistico enorme: le prime 15 imprese del Paese hanno in mano il 51 per cento del Pil".


La Russia è uno stato imperialista?

"Lo è come per noi lo è la Cina, con la differenza che la seconda ha in corso uno sviluppo economico enorme, e può ambire a sottrarre l'egemonia mondiale agli Stati Uniti. La Russia è meno solida sul piano economica ma eredita una forza militare estesa che ora sta utilizzando con una politica neozarista. Sarà pure vero che la Russia vuole contenere la Nato ma allo stesso tempo cerca di inserirsi nelle debolezze degli Usa, non solo in senso difensivo, ma attivamente in mezzo mondo, penso alle milizie Wagner in giro per il mondo".


Cosa ne pensa dello slogan 'né con Putin né con la Nato' di Rifondazione?

"È anche uno dei nostri slogan, ma non il solo. Russia e Nato si contendono il controllo imperialistico dell'Ucraina, seppur con metodi diversi, per noi quindi il né-né significa contrapposizione al potere capitalistico su entrambi i fronti. Non abbiamo nulla a che spartire al Pd e ai partiti borghesi che oggi rivendicano il riarmo, le politiche di guerra e il maccartismo. Né siamo a favore delle sanzioni perché sono un meccanismo di guerra all'interno di questo imperialismo che poi ricade soprattutto sulle popolazioni".


Però l'invasione oggi è russa, la guerra è scatenata da Putin. Perché non limitarsi a prendere le distanze dalla Russia?

"Perché la Nato in mezzo c'è, le politiche del Fmi in Ucraina che hanno tagliato le spese sociali sono quelle di oppressione imperialistica occidentale. Se poi si aprisse un confronto aperto tra Nato e Russia, noi ci sposteremmo in una posizione di disfattismo bilaterale".


Gli ucraini, per voi, cosa possono fare?

"L'Ucraina è una nazione che ha subito un'oppressione prima zarista e poi staliniana, per noi è del tutto naturale la propria difesa, il principio di autodeterminazione non è in discussione ed è coerente con la nostra storia politica. Un diritto che difendiamo indipendentemente dal governo Zelensky, del quale siamo in opposizione, ma un principio è un principio".


Questo sostegno lo si può esprimere anche attraverso l'invio di armi?

"La resistenza è tale se ha a disposizione delle armi, la mitologia assolutista della non violenza si pone al di fuori della realtà e della lotta tra oppressi e oppressori. C'è un invio funzionale che si fa affinché l'Ucraina passi dall'influenza dell'imperialismo occidentale a quello russo, ma la Resistenza ha diritto a utilizzare ogni arma difensiva possibile. Poi ricordiamo che se ostacoli i bombardamenti o i carri armati le vite le salvi. In Parlamento voteremmo no all'invio di armamenti, però il diritto a usarle c'è tutto".


In Russia invece i comunisti come si stanno posizionando?

"Come PCL abbiamo un'organizzazione di riferimento, il Partito operaio rivoluzionario russo, che ha invitato a scioperare contro la guerra e ha tenuto una propria manifestazione a Mosca in occasione della fondazione dell'Armata rossa poco prima dell'inizio del conflitto. Viceversa il Partito comunista di Zjuganov ha votato i crediti di guerra e le misure restrittive in corso, inoltre ha espulso propri dirigenti che erano critici rispetto all'appoggio della guerra".


Da buon trotskista, lei direbbe - immagino - che alla fine il problema è sempre lo stalinismo.

"Se si pensa al rossobrunismo, sicuramente si sviluppa come malapianta dal ceppo dello stalinismo e tutte le tendenze di questo tipo hanno il mito di Stalin. Storicamente comunque Lenin rivendicava il principio di autodeterminazione, anche eventualmente come separazione, dei popoli dell'Unione sovietica. Contrariamente a Stalin. Noi oggi pensiamo che 'se vuoi la pace prepara la rivoluzione', una citazione di Karl Liebknecht, nel senso che la rivoluzione il rovesciamento del capitalismo è la condizione di una pace durevole e giusta".

Mattero Pucciarelli

A proposito del voto italiano su Cuba all'ONU

 


Chi sono gli amici della rivoluzione cubana?

Il governo italiano, all'insegna del rinnovato atlantismo, ha votato contro la proposta di sospensione delle sanzioni avanzata dal Consiglio per i Diritti Umani dell'ONU, in considerazione della pandemia mondiale. Il voto è stato oggetto di discussioni in Italia attorno alla sua rilevanza o meno per Cuba. Cuba è coinvolta o no dal voto ONU? Il posizionamento italiano riguarda o no l'embargo su Cuba? Qual è la vera valenza del voto?

La risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU non cita espressamente Cuba. È una risoluzione che afferma da un punto di vista generale l'irrilevanza delle politiche sanzionatorie ai fini della difesa dei diritti umani, e la loro inopportunità in ogni caso nell'attuale crisi sanitaria internazionale.
La risoluzione, proposta in primo luogo dalla Cina, non è innocente. La Cina mira a mettere sotto accusa l'uso delle sanzioni da parte dell'imperialismo USA come arma della politica mondiale. Lo fa per tutelare i propri interessi e gli interessi dei propri alleati (vedi giunta militare sanguinaria birmana). Non c'è nulla di progressivo in sé nella proposta cinese. Non c'è nulla di progressivo più in generale nella natura sociale della Cina, da tempo una grande potenza imperialista in ascesa che contende agli USA l'egemonia mondiale, che colonizza larga parte dell'Africa, che sfrutta i propri salariati, che opprime il popolo degli Uiguri. Quanto ai rapporti della Cina con Cuba, non riguardano per nulla la rivoluzione cubana. Semmai l'aspirazione ad assorbire Cuba sotto il proprio dominio, offrendosi come sponda ai settori filocinesi delle burocrazia cubana, quelli che sognano di “fare come in Cina”, restaurare il capitalismo ma preservare il monopolio del potere nelle mani del partito cosiddetto comunista (che in Cina conta nelle proprie file, per dare l'idea, i capitalisti supermiliardari come Jack Ma).

Ma è forse innocente il voto contrario alla risoluzione da parte degli USA? Per nulla, naturalmente. La dottrina USA sui diritti umani è il più grande concentrato di ipocrisia della diplomazia mondiale. L'imperialismo USA è il principale saccheggiatore dei diritti al mondo di tutto il secondo dopoguerra. Sostenitore dei peggiori golpe reazionari e fascisti in America latina negli anni '60 e '70, esportatore delle cosiddette guerre umanitarie in Afghanistan e in Iraq, principale sostegno dello Stato sionista in terra araba e della pulizia etnica contro il popolo palestinese...
Sentire il gendarme del mondo evocare i diritti umani fa davvero venire il voltastomaco. Le politiche sanzionatorie promosse dagli USA in difesa dei “diritti” sono solo strumenti della loro politica di potenza, uno strumento di intimidazione e minaccia nei confronti di popoli e Stati che non rientrano nella loro influenza, che sono nemici dei propri amici (come nel caso dell'Iran rispetto a Israele), o che sono amici dei propri nemici (come nel caso della Corea del Nord rispetto alla Cina).
Naturalmente questo non significa affatto che la dittatura teocratica iraniana che impicca i sindacalisti o il regime dinastico di natura stalinista della Corea del Nord (ancora basata su una economia pianificata), con i suoi campi di concentramento, siano Stati democratici o progressivi, come vorrebbero le scuole campiste. Come non significa che l'oppressione nazionale della popolazione Uigura da parte della Cina non esista per il solo fatto che siano gli USA, in modo ipocrita, a parlarne. Significa invece che va respinta ovunque la pretesa USA di ergersi a gendarme del mondo. E che vanno difesi contro sanzioni o aggressioni militari dell'imperialismo tutti i paesi dipendenti, quale che sia il loro regime statuale. Come difendemmo ad esempio l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione militare imperialista e le sanzioni genocide targate ONU, senza per questo cantar le lodi del suo regime. Sono i lavoratori e le lavoratrici di quei paesi che hanno diritto a rovesciare i propri despoti, non certo l'imperialismo al posto dei popoli e contro i popoli oppressi.

Il voto italiano contro la sospensione generale delle sanzioni, al fianco degli Stati Uniti, significa un pronunciamento a favore del diritto sanzionatorio degli stati imperialisti contro altri paesi, Cuba inclusa, ma non solo Cuba. Nel concreto è un atto formale di solidarietà atlantista con gli Stati Uniti, oltre che un atto ostile (anche) verso Cuba.
Nello scontro fra USA e Cina che la proposta di risoluzione evidenziava, l'imperialismo italiano sceglie gli USA.
È un atto significativo. L'Italia fu due anni fa, sotto il primo governo Conte, il primo paese imperialista europeo ad aprire alla Nuova Via della Seta. Una scelta che sollevò le proteste americane. Il voto del 24 marzo in sede ONU è in qualche modo un gesto di riparazione nelle relazioni col principale alleato. Ed è anche un segno di allineamento italiano a quella polarizzazione anticinese che gli USA promuovono e dirigono, tanto più oggi nel quadro di una ricomposizione della frattura tra USA e UE, provocata a suo tempo dalla gestione Trump.
L'orientamento iperatlantista di parte importante della stampa borghese italiana (La Repubblica) è indicativo del clima, come a suo modo la stessa vicenda minore del militare italiano in combutta coi russi in cambio di mazzette, dove la punizione dell'ufficiale e l'espulsione di funzionari russi è esibita dal ministero degli esteri come prova di allineamento atlantico dell'Italia.

L'Italia dunque vassallo degli USA, o addirittura semicolonia americana, come afferma L'Antidiplomatico e tutto il suo seguito campista? Niente affatto. L'Italia cerca l'accordo con gli USA in funzione dei propri interessi indipendenti di potenza imperialista mediterranea. Cerca i buoni rapporti con gli USA per ottenere in cambio il loro patrocinio alla riconquista italiana della Libia, nel contenzioso con la Turchia, con la Russia, ma anche con la Francia. Per aprirsi grandi spazi nell'armamento degli Stati arabi del golfo Persico, come il Qatar, con tanto di sontuose commesse per l'industria militare italiana. Per rafforzare le proprie posizioni nella lotta con la Germania per l'egemonia nei Balcani.
La seconda potenza industriale in Europa, la settima potenza imperialista al mondo, non è colonia o semicolonia di nessuno. Era «imperialismo straccione» (Lenin) un secolo fa, a maggior ragione è uno stato imperialista oggi, con un capitale finanziario enormemente più sviluppato rispetto ad allora. Tutte le posizioni che rivendicano la “sovranità nazionale” italiana sono subalterne all'imperialismo di casa nostra, che è sempre, invece, come diceva Lenin, il nemico principale.

La complessità dei rapporti tra imperialismo italiano e imperialismo USA emerge proprio nel caso di Cuba. L'Italia che ha votato con gli USA contro la sospensione delle sanzioni in presenza dell'epidemia, ha votato per legittimare la continuità delle sanzioni anche contro Cuba. Ma è lo stesso paese che nel 2019, in occasione dell'ultimo voto in sede ONU sul bloqueo, ha votato contro il rinnovo dell'embargo.

Dunque? Dunque l'imperialismo italiano si barcamena nelle relazioni diplomatiche come nel campo degli affari, così come fanno tutti gli stati imperialisti. Da un lato segnala la fedeltà atlantica contro la Cina, dall'altro non vuol perdere il proprio spazio per gli investimenti italiani a Cuba, secondi solo a quelli spagnoli. Tanto più in un contesto in cui l'apertura al mercato da parte del regime cubano allarga lo spazio del capitale straniero e dell'iniziativa privata.

Anche negli USA peraltro stanno discutendo sul rapporto con Cuba. Tutto l'imperialismo USA persegue la restaurazione capitalistica nell'isola, ma è diviso su come procedere: se puntare al rovesciamento del regime cubano in combutta con la mafia cubana di Miami, discendente dai vecchi capitalisti espropriati dalla rivoluzione, oppure se incoraggiare le tendenze interne alla burocrazia cubana ad imitare la soluzione cinese, cioè a gestire direttamente la restaurazione capitalista conservando la struttura del regime.
Diciamo che l'imperialismo italiano, non da oggi, punta alla seconda via. Che significa cercare di fare affari a Cuba.

Non sta a noi dire “come avrebbe dovuto votare l'Italia” in sede ONU. Perché l'Italia che siede all'ONU è in ogni caso l'Italia dei capitalisti, non quella dei lavoratori. E perché l'ONU è da sempre un «covo di briganti», come i comunisti definivano la Società delle Nazioni dell'epoca, prima che Stalin la sdoganasse e vi iscrivesse l'URSS.

Possiamo dire invece che siamo noi gli amici veri della rivoluzione cubana. Non gli esaltatori del suo regime politico burocratico, che non ha nulla della democrazia operaia, e che oggi allarga pericolosamente il varco della restaurazione capitalista nell'isola. Ma chi difende, contro la restaurazione, le strutture, per quanto indebolite, dell'economia pianificata. Che grazie all'esproprio rivoluzionario dei capitalisti ha consentito ad esempio una sanità pubblica che non ha eguali in tutta l'America latina, la stessa che l'embargo americano vuol continuare a privare di ventilatori polmonari, persino in tempo di pandemia.
Per questo diciamo “Giù le mani da Cuba!”. L'embargo verso Cuba va definitivamente cancellato.

Partito Comunista dei Lavoratori

Colpo gobbo al Senato: inammissibile la vendita della canapa light

Ovvero, quando i neuroni vagano nel nulla

20 Dicembre 2019
Se la situazione non fosse drammatica verrebbe quasi da ridere per la stupidità bipartisan di questa vicenda, anche se del grottesco si può ridere e piangere ugualmente, cioè sghignazzare con le lacrime agli occhi. Lunedì scorso, ricorrendo a un marchingegno tecno-burocratico, la Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati è riuscita a espellere dalla legge finanziaria la controversa norma sulla commercializzazione della cannabis light, con principio attivo THC inferiore allo 0,5%. Il sub-emendamento, contestatissimo dall’opposizione, già approvato in commissione bilancio al Senato, non passa perché inammissibile. Esulta la destra, esultano i bigotti forcaioli e i fascisti; se ne dolgono gli agricoltori, che hanno investito nella coltivazione, e i commercianti della cannabis per scopi terapeutici. I primi gridano felici: “Lo Stato non si è fatto spacciatore”; i secondi dichiarano basiti che questo impedirà lo sviluppo di un mercato in rapida espansione, e quindi la creazione di migliaia di posti di lavoro.

Come al solito, da ormai troppi anni, la questione della “droga” si esprime nell’ambito legislativo e nel dibattito pubblico, piuttosto striminzito, con due concezioni: quella demagogica della destra, che cerca consensi nel nebuloso mondo dell’ignoranza, e quella democratico-liberale, che vorrebbe sviluppare un business tanto promettente. Ma entrambe sostengono il proibizionismo, che è il modo migliore per consentire la crescita dei profitti della malavita organizzata. Infatti in particolare la ‘ndrangheta ha esteso la sua influenza nella politica e nell’economia proprio con il capitale realizzato col mercato clandestino degli stupefacenti. Come documentato da una ricerca recente, pubblicata sul quotidiano La Repubblica, il mercato illegale risulta in forte crescita, specialmente quello delle sostanze sintetiche, le più dannose per la salute. Quindi, anche se la norma sulla canapa light fosse stata approvata, non avrebbe minimamente cambiato la situazione drammatica del mercato clandestino, con relativi episodi di sangue e migliaia di consumatori, magari occasionali, perseguiti penalmente per il possesso di pochi grammi di cannabis.

Il fallimento del proibizionismo è sotto gli occhi di tutti, verità conclamata e ignorata per convenienza politica, ma nelle istituzioni gli eletti si “scannano” – solo a parole, si intende – per una questione che riguarda pochi imprenditori furbetti (che hanno subodorato l’affare, investendo senza nemmeno documentarsi) e non considerano il problema di milioni di persone. Certo è, comunque, che la coltivazione della canapa per l’industria sarebbe un ottimo sostitutivo delle plastiche, con la produzione di numerosissime tipologie di oggetti di uso comune: cordami, tessuti, contenitori, abbigliamento, eccetera, ma fino a che questo magnifico prodotto della natura verrà criminalizzato sarà difficile il decollo di un ramo importante della produzione ecologica.
Insomma, fatte salve poche eccezioni, i bigotti fascistoidi-clericali e i democratici pusillanimi seguaci della green economy si rendono complici, più o meno consapevolmente, non solo delle mafie ma anche delle industrie chimiche – plastificatrici – del pianeta e dei vampiri delle multinazionali dei farmaci.
In quanto alla canapa light, anche lì i neuroni non passano, perché è come vendere acqua colorata al posto del vino, ma al prezzo di un grande vino di annata. Siamo vicini alla truffa commerciale, come in altri ambiti del resto, ma qui la gravità è maggiore per la vastità delle implicazioni sociali ed economiche.

Il delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), in realtà, è il componente più conosciuto della cannabis: fa parte della più ampia classe dei cannabinoidi ed è causa dell’euforia comunemente associata alla cannabis, ma è anche responsabile di molti degli effetti terapeutici della cannabis stessa. Il THC agisce principalmente sui recettori presenti nel cervello, ed è il motivo per cui ha tali forti proprietà psicoattive. Possiede numerose proprietà medicinali che sono utili in una vasta gamma di disturbi, alcuni dei quali comprendono: il morbo di Alzheimer, l’aterosclerosi, il glaucoma, la sclerosi multipla, il morbo di Parkinson, l’apnea del sonno, la sindrome di Tourette, il cancro (in varie forme) e molti altri. Il THC ha anche proprietà antiemetiche (anti-nausea) che lo rendono utile per il trattamento di AIDS e per pazienti in chemioterapia.
Vari studi su animali hanno dimostrato che è notevolmente atossico. Non un singolo caso di morte umana per overdose THC è mai stato documentato. Il THC ha anche dimostrato di avere una serie di effetti positivi sulle cellule cerebrali: può favorire la crescita di nuove cellule cerebrali attraverso un processo noto come neurogenesi. Se la maggior parte delle droghe ricreative sono neurotossiche, il THC è considerato un neuroprotettore; significa che può proteggere le cellule cerebrali dai danni causati, ad esempio, da infiammazione e stress ossidativo. In quanto all’altra sostanza importante contenuta nella canapa, il CBD (cannabidiolo), che non essendo psicoattivo era consentito nella normativa bocciata in Senato, è un anticonvulsivante, ansiolitico, antiemetico e utile per il trattamento delle psicosi e dell’epilessia; tutte proprietà virtuose, ma che si trovano in altri prodotti erboristici da decenni in commercio. Insomma, senza il THC, le proprietà terapeutiche della cannabis si riducono, in qualità, quantità e concentrazione, tanto da renderla un prodotto simile ad altri. Questo è ciò che sappiamo allo stato attuale della ricerca scientifica.

In conclusione, a prescindere dalle scoperte future sulle proprietà della canapa (in particolare sul CBD), è necessario che la questione della “droga”, come emergenza sociale, torni a far parte del programma e del dibattito delle sinistre di opposizione, senza indulgere a moralismi o affermazioni di principio come è stato in passato, ma ricorrendo all’analisi della realtà. ”Giusto o sbagliato non può essere reato!” si diceva una volta nei movimenti antiproibizionisti, ma ora si può affermare che sia più giusto di allora: la rivendicazione dell’abolizione di queste leggi, nemiche del buon senso e della ragione, non è solo una questione di diritti civili, libertà individuali e giustizia sociale, ma una necessità ecologica e politicamente importante. Che chiarisce, cioè, l’identità pubblica dei comunisti e degli anticapitalisti in generale, distinguendoli dagli stalinisti bigotti e settari e dai movimenti dei falsi progressisti borghesi e piccolo-borghesi. Dunque: legalizzazione della canapa e dei suoi derivati; distribuzione gratuita e regolata degli altri generi di stupefacenti, tramite strutture di proprietà pubblica e sotto il controllo degli utenti e delle loro famiglie. Una prospettiva che deve tornare attuale.
Stefano Falai

Libertà di stampa in Italia: il monopolio del capitale

La notizia è del 30 novembre: John Elkann ha "scalato" il gruppo Gedi. La CIR Group spa (Compagnie Industriali Riunite), holding della famiglia De Benedetti, aveva confermato: «Ci sono in corso discussioni con Exor [la holding lussemburghese degli Agnelli-Elkann] per una possibile operazione di riassetto»; oppure, come ha scritto La Repubblica, quotidiano di punta del gruppo, «la holding CIR è in trattativa con Exor per vendere la quota di controllo di Gedi». Senza contare il fatto che John Elkann è già vicepresidente del gruppo.
Le vicende familiari di due lignaggi del tutto rilevanti del capitalismo italiano si riflettono sulle sorti dell’informazione nazionale.
L'interlocuzione tra le parti è cominciata, a quanto pare, a causa di litigi familiari dei De Benedetti. Secondo la ricostruzione del Messaggero, oltre al tentativo di scalata degli Agnelli-Elkann ci sarebbe anche l’interesse di più parti, come il fondo Peninsula di Luca Cordero di Montezemolo e Flavio Cattaneo, così come del gruppo che fa capo a Vincent Bolloré, a cui si rimanda all’articolo del 2017 di Marta Gatti pubblicato sulla rivista Nigrizia.


GIGANTE GEDI: TRE QUOTIDIANI E UN CROGIOLO DI TESTATE

Numeri e nomi a parte, il Gruppo Gedi ed Exor hanno per diverso tempo rispettivamente confermato il reciproco interesse nella fase di interlocuzione in atto. Già prima della scalata della Giovanni Agnelli BV, questa era azionista per il 6,9% di Gedi. Al momento, come riportato da Repubblica in un articolo del 29 novembre, il capitale ordinario della società era così suddiviso: «Cir 43,78% (pari al 45,753% della quota sul capitale volante), Exor 5,992% (pari al 6,262 della quota volante)».
Il gruppo editoriale in oggetto, tuttavia, non è solo «Repubblica», «La Stampa» e «Il Secolo XIX», che di per sé rappresenterebbe una fetta imponente dell’informazione, o come si è soliti dire in questi decenni disgraziati, del “mercato dell’informazione”. Rappresenta, tuttavia, anche una porzione imponente del flusso di notizie (senza calcolare tutti gli inserti dei quotidiani prima citati) che passano attraverso i giornali e periodici a diffusione nazionale e a pubblicazione settimanale, mensile o bimestrale, quali: «Il Tirreno», «Il messaggero» (Udine), «Il Piccolo» (Trieste) , «La Provincia» (Pavia), «Il Mattino» (Padova), «La Gazzetta di Mantova», «La Nuova Ferrara,», «La Nuova Venezia», «Il Corriere delle Alpi» (Belluno), «La Sentinella» (Ivrea), «La Tribuna» di Treviso, «La gazzetta di Modena», la «Gazzetta di Reggio» (Reggio Emilia)»; «L’Espresso», «National Geographic», «Mind», «Limes» «Le Scienze», «MicroMega», «Travellers» passando per le testate nazionali digitali come «Huffington Post Italia», «Mashable Italia», «Business Insider» e il portale «Kataweb», senza contare le emittenti radiofoniche (Deejay, Capital, m2O). Un impero dell’informazione che può vantare 648,7 milioni di euro di ricavi.


RCS: L'OCCHIO DEL CAIRO

Andando ad esaminare gli azionisti di un altro colosso dell’informazione italiana, che da anni si contende il primato con Gedi, notiamo che l’azionista di maggioranza è Urbano Cairo col 59,831%, seguito da Mediobanca e da Diego Della Valle (rispettivamente aventi il 9,930% e il 7,624%), non meno importanti gli ultimi due azionisti: Unipol (4,891%) e la China National Chemical Corporation (4,732%).
Il gruppo Rcs, tuttavia, rappresenta anche un colosso transnazionale, detenendo «El Mundo», «Expansiòn» e «Marca», così come gestendo le seguenti pubblicazioni quotidiane a diffusione nazionale e digitale: «Corriere della Sera» (con relativi inserti «Economia», «La Lettura», «Corriere Salute», «Corriere Innovazione» e la Tv Corriere Tv), «Diritti e risposte», «La Gazzetta dello Sport», «Buone notizie», «Il rumore della memoria» e il portale di Milena Gabanelli «Dataroom».
Le testate locali che fanno capo al gruppo sono: «Corriere di Bergamo», «Corriere di Bologna», «Corriere di Brescia», «Corriere Fiorentino», «Corriere Milano», «Corriere Roma», «Corriere del Mezzogiorno», «Corriere Torino», «Corriere Veneto» senza contare i periodici cartacei e digitali (1).
Ultimo dato importante, l’apertura della casa editrice Solferino, parte del gruppo stesso, ça va sans dire.

Se ci limitassimo a prendere in esame solamente i casi più grandi dei gruppi industriali legati all’informazione, ci si renderebbe presto conto che la libertà d’informazione è del tutto legata al profitto e ad interessi che tutto concernono tranne quello che dovrebbe guidare un quotidiano o un periodico. Fornire, cioè, una lettura di quel che accade, dare una propria interpretazione sui fatti, fornire la base per la formazione di una propria opinione in lettori che non sempre sono “addetti ai lavori” di quel che accade nelle stanze della politica o dei retroscena legati a questo o quel personaggio politico, e avviare un dibattito che sia il più aperto e scevro dalle posizioni da “tifoseria” di questi ultimi venti/trent’anni.

La funzione della carta stampata è, nel corso degli anni, diventata del tutto altra rispetto a come la si intendeva negli anni ’80 o ’90, o come poteva essere quella di partito, quando questi non erano semplicemente dei comitati elettorali permanenti e attenti solo alla mediaticità del piatto di pasta mangiato dal leader su Instagram o della foto con il tenero asinello postata su Facebook.
Di fronte alla volontà di soppressione del finanziamento pubblico all’editoria, che certamente ha generato casi tutt’altro che onorevoli riguardo al suo utilizzo, l’informazione dell’Italia del 2000 rappresenta il prodotto della transnazionalizzazione delle imprese che traggono profitto dall’informazione e che gestiscono quotidiani e periodici in base all’utile che ne ricavano.
I giornali diventano, così, delle veline che molto spesso riempiono le proprie pagine di retroscena e di interviste ben calibrate a personaggi in cerca di ribalta, o che devono porre in essere il proprio pensiero in articoli che spesso non arrivano al concetto e si limitano a rimanere sulla superficie delle cose.
Il pensiero diventa unico, ed è quello del capitalismo e dei suoi alfieri. Con buona pace di Giorgia Meloni, che ritiene come il pensiero unico sia quello LGBT. Il quotidiano resta un vettore di notizie, le quali debbono, necessariamente, possedere "notiziabilità", altrimenti non presentano alcun margine di interesse da parte di chi la pubblica. E se non possiede interesse (leggi: possibile ritorno di profitto) per chi la pubblica, automaticamente non è da proporre al lettore.

L’interesse delle aziende transnazionali ad avere un proprio gruppo editoriale sta nel fatto che, più o meno, i maggiori gruppi industriali di ogni paese hanno un legame con il mondo dell’informazione: la compenetrazione tra aziende, holding, banche, società assicurative e quant’altro, rende estremamente complicato il districarsi del lettore tra le pagine dei giornali e tra le notizie proposte: discernere la veridicità dei fatti con quanto accaduto nella realtà (vedi Arthur Schopenhauer, “Velo di Maya” e affini), formarsi un’opinione che non sia già nell’alveo di quelle già pre-confezionate dai quotidiani nazionali (e anche locali, come abbiamo visto) è molto complicato, per non dire impossibile.

L’interconnessione degli interessi dei gruppi industriali nel creare profitto là dove ci dovrebbe essere un interesse pubblico sovrasta qualsiasi buona intenzione, di cui la strada del capitalismo (non già del proverbiale inferno) è lastricatissima: le grandi acquisizioni da parte di aziende transnazionali o holdings rappresentano il volto più spietato della distorsione delle coscienze nel nostro paese. Non più formazione, bensì aprioristica distorsione.
A questo si affiancherebbe il dibattito relativo al ruolo del giornalista, stante la situazione attuale, ma questa è un’altra storia.



(1) http://www.rcsmediagroup.it/pagine/brands/#i-periodici
Marco Piccinelli

Il posto a tavola. Landini, la CGIL e il governo

Dal sito dell'area Riconquistiamo tutto - il sindacato un’altra cosa

Qualche settimana dopo la costituzione del nuovo governo Conte bis, Crozza ha realizzato la cena delle beffe: un Salvini solo e sotto la pioggia guarda dietro a una vetrina i protagonisti della nascita del nuovo esecutivo bere, mangiare, ridere e scherzare. Sono Conte, Grillo, Zingaretti, Berlusconi, Gentiloni, Mattarella e… Landini. Il quale ricorda a tutti di aver fatto la ola con la Camusso, ma anche che tra gli operai la Lega è ancora forte... “sembra me negli anni Novanta”. Come spesso accade, con le sue caricature Crozza riesce a cogliere l’anima di un passaggio politico.

Nella crisi estiva, infatti, la CGIL si è seduta a pieno titolo intorno a quel tavolo. Prima sospingendo la formazione di un nuovo esecutivo (anche con le dichiarazioni pubbliche di Landini, proprio nei momenti cruciali in cui la segreteria PD non era convinta della soluzione e non era convinta di Conte). Poi instradando alcuni suoi cardini programmatici, a partire dalla defiscalizzazione dei salari come strumento per aumentare i redditi.

Una linea pienamente confermata dal Direttivo CGIL, con una nuova dinamica che ha fluidificato gli schieramenti congressuali nella maggioranza. Una scelta confermata anche nei mesi successivi, nell’azione dell’organizzazione. Di fronte al rischio dei "pieni poteri" di Salvini, di fronte alla possibilità di un governo reazionario a guida leghista, la CGIL ha infatti aperto un credito senza fine nei confronti dell’esecutivo. Da una parte, in ogni settore ed a livello generale, ha incontrato maggioranza e ministri sulle più disparate questioni, cercando sia di indirizzarne gli interventi sia di legittimarsi nell’interlocuzione. Dall’altra parte, ha sospeso e bloccato ogni mobilitazione di massa, per evitare che la pressione sociale mettesse in discussione una compagine che si è rivelata molto più fragile del previsto.

In questi mesi, però, la CGIL ed il lavoro hanno raccolto poco o niente. Sul terreno dei diritti sociali e civili, non una sola norma del precedente governo Conte-Salvini è stata toccata (comprese quelle più infami, come i decreti sicurezza o gli accordi libici). Nella scuola, la maggioranza ha sconfessato le intese sul precariato sottoscritte prima dell’estate (già molto contenute, con un concorso straordinario limitato a 24 mila posti ed uno ordinario per altrettanti, oltre a percorsi abilitanti straordinari per tutti), per poi ricostruirle solo parzialmente, rivedendole continuamente con un travagliato percorso parlamentare (non ancora concluso). Nelle politiche economiche, la conferma dell’austerità europea ha tagliato sul nascere ogni logica di ripresa degli investimenti pubblici, a partire da scuola, sanità e servizi sociali (che hanno visto confermati i tagli e gli impianti neoliberisti degli scorsi anni). Nella legge di bilancio, dopo aver garantito aziende e liberi professionisti, lo spazio per l’aumento dei redditi attraverso la riduzione del cuneo fiscale si è molto ridotto, senza poter nemmeno garantire una solida spinta alla stagione di rinnovi contrattuali appena avviata. I contratti pubblici, nonostante le attese, sono stati nuovamente rimandati (ancora una volta alla fine del triennio di competenza) e sono tuttora schiacciati sull’IPCA, senza alcun recupero del lungo blocco salariale e senza nessuna fuoriuscita dalla logica gerarchica della Brunetta e della Madia. I pensionati e la previdenza sono stati semplicemente messi da parte. Sull’autonomia differenziata, dopo un primo inabissamento autunnale, la bozza Boccia sta riportando in auge il processo della differenziazione dei diritti e dei servizi universali, sotto il fragile velo dei LEP (improbabilmente definiti entro un anno e comunque soggetti alla logica neoliberista dei costi minimi) e con l’esclusione di un vero coinvolgimento parlamentare. La tragedia dell’Ilva, l’ennesima crisi di Alitalia, la vicenda Whirlpool e la ripresa di una stagione di ristrutturazioni sospinta dalla congiuntura incerta hanno evidenziato l’assenza di ogni politica industriale, la confusione programmatica e, soprattutto, l’anima padronale di questo governo.

Non solo. In questi mesi il governo Conte bis ha evidenziato tutta la sua inconsistenza. La maggioranza 5 Stelle, PD, Italia Viva (Renzi) e LeU (sinistra) non ha solo incontrato evidenti limiti di consenso nel paese (come hanno mostrato i risultati delle elezioni autunnali, a partire dall’Umbria). Si è anche avvitata nei contrasti dei suoi diversi protagonisti e persino all’interno dei diversi partiti che la compongono. Soprattutto, dalla legge di Bilancio all’Ilva, dalla gestione di scuola e dell’università (l’agenzia della ricerca, i 3 miliardi di fondi aggiuntivi, il decreto precari) al MES (il fondo di salvaguardia europeo), la maggioranza ha mostrato tutte le sue contraddizioni e tutte le sue incapacità. In un tempo sospeso, tra le incertezze di uno scontro interimperialista sempre più acuto e ripetuti segnali di una nuova precipitazione della Grande Crisi, si è rapidamente sfaldata ogni illusione sulla solidità e le prospettive di questo governo. L’argine ai "pieni poteri" di Salvini si sta sempre più rivelando l’incubatore di un’ulteriore svolta a destra a livello di massa, con un consolidamento dell’egemonia reazionaria nelle classi subalterne trascinato non solo da una Lega che rimane ben salda nel consenso popolare ma che si salda con la significativa crescita di Fratelli d’Italia.

Nonostante questo, la CGIL si è ben guardata dall'alzarsi dal tavolo. Nonostante il dibattito di settembre sull’eventuale necessità di riprendere la mobilitazione se dal governo non fosse arrivata una svolta reale (con i relativi apparenti solchi nella maggioranza), la segreteria CGIL ha tenuto il freno a mano tirato. Anzi, nel Direttivo del 19 ottobre e poi nell’Assemblea Generale della settimana scorsa (6 dicembre) ha confermato l’impostazione dei mesi precedenti: ha continuato a sottolineare la priorità della salvaguardia di questo quadro politico, per evitare ogni precipitazione elettorale e ogni rischio che la destra conquisti il governo; ha quindi continuato a dar credito all’esecutivo ed alle sue prospettive; ha evitato in ogni modo di dispiegare mobilitazioni di massa, anche dove la pentola bolliva e l’urgenza delle cose era evidente (dalla scuola all’autonomia differenziata, dai contratti pubblici all’Ilva). Solo i pensionati hanno riempito il Circo Massimo, a segnalare la loro particolare delusione. Nessun corteo nazionale è stato programmato, nessuno sciopero generale è stato indetto. Per evitare di lasciar le piazze completamente vuote, a fronte del pugno di mosche concesso dal governo, la segreteria CGIL ha lanciato tre comizi/presidi in una piccola piazza romana (Santi Apostoli), in giornate lavorative ma senza sciopero. La pantomima di una mobilitazione, senza rivendicazioni concrete, per di più in tono minore perché anche solo l’ombra di una contestazione reale potrebbe metter in discussione tutta la fragile impalcatura che sorregge il governo.

Ci si poteva limitare a questo. La conquista della CGIL da parte di Landini, con le tante aspettative che aveva sollevato in ampi strati di delegati e attivisti di una ripresa di iniziativa e di conflitto (il sindacato di strada), poteva spegnersi così, festosamente e un po’ malinconicamente, nella partecipazione alle tavolate di Conte. Subordinando gli interessi del lavoro alle priorità e gli equilibri del quadro politico, tenendo congelate le energie e le risorse dell’unica struttura di massa rimasta nel campo della sinistra sociale, sperando di guadagnar tempo e così, magari grazie alla provvidenza, evitare un ritorno al potere del fronte reazionario. Lasciando ad altri le piazze, a partire dalle provvidenziali sardine (giovani, perbene e socialmente neutre), per segnare un punto di svolta nel senso comune di massa e quindi nelle speranze elettorali della destra reazionaria. E così senza porsi il problema della composizione sociale di quelle piazze, delle sue rivendicazioni, del solco di classe che le segna, del ripiegamento e dello scompaginamento della moltitudine del lavoro.

Il saldatore della patria però difficilmente si lascia inscrivere in un ruolo a margine. È troppo grande la tentazione, nel vuoto e nella fragilità del governo, di conquistarsi un ruolo al centro della tavola, sotto i riflettori della ribalta. Così sta provando a trasformare in strategia una linea congiunturale dettata dalla rigidità del quadro politico, senza alcuna riflessione d’insieme e senza nessun dibattito nell’organizzazione. Lunedì 9 dicembre, infatti, Landini ha rilasciato una lunga intervista a La Repubblica, per rilanciare un ruolo straordinario al sindacato ed alla sua iniziativa. Molte cose colpiscono di questa intervista. In primo luogo, colpisce l’assenza quasi completa di ogni riferimento al rilancio dell’unità sindacale (solo un breve passaggio sulle piazze di questa settimana): dopo averne fatto la cifra della sua conquista della segreteria ed averla rilanciata in un’intervista di pari segno lo scorso primo maggio, nell’autunno la sua dinamica effettiva è sembrata arenarsi (al di là di quella riconquistata unità di azione che segna gli ultimi anni); oggi sembra quasi evaporare in un'intervista in cui il soggetto centrale e ripetuto è la CGIL. In secondo luogo, colpisce la rivendicazione fatua e leggera di esser oggi nelle piazze insieme a sardine e Fridays For Future: suona francamente un po’ ridicola considerando che le ultime iniziative di massa del sindacato risalgono ad un’altra stagione (il corteo romano di febbraio e lo sciopero metalmeccanico di giugno). In terzo, ma non ultimo luogo, colpisce la dichiarazione che non si vede «un intervento pubblico in sostituzione di quello privato»: compito del pubblico sarebbe solo quello di «orientare lo sviluppo» (sollecitando, indirizzando e accompagnando gli spiriti animali del mercato, mi immagino), evitando quindi ogni richiesta di un «intervento massiccio del pubblico in economia» (come esplicitamente indicava la domanda); scompare qui, mi sembra, ogni minima traccia di quell’aspirazione alla trasformazione sociale della produzione e della società attraverso l’intervento pubblico che segnava e significava l’impianto riformista della CGIL (persino il suo recente Piano del lavoro), superando quindi in una sola battuta un’intera tradizione ed un’intera prospettiva che hanno animato questo sindacato. Quello che però colpisce di più è soprattutto il fulcro della sua intervista, sin dal titolo: «Un’alleanza con governo e imprese per impedire che il paese si sbricioli» (una proposta che, non a caso, ha subito trovato l’adesione entusiasta di Conte e di Zingaretti, che ne stanno quasi facendo la pietra su cui provare a rilanciare il governo a gennaio).

La CGIL, infatti, da qualche anno aveva archiviato le politiche concertative. Certo, negli ultimi decenni questa era effettivamente stata la sua strategia di riferimento per affrontare le crisi più significative. Però con la Grande Crisi apertasi nel 2007/'08, con i due picchi recessivi del 2009 e del 2012 e la lunga stagnazione successiva, si era rivelato impossibile replicarla. I governi della crisi, tecnici e politici (Berlusconi, Monti, Letta e poi con ancora maggior nettezza quelli Renzi e Gentiloni, seguito senza particolari innovazioni su questo fronte da Conte) avevano infatti praticato politiche di disintermediazione più o meno accentuate. La gestione capitalistica della crisi, segnata dalla constatazione di Draghi del superamento del modello sociale europeo, spingeva da una parte allo smantellamento dei diritti e dei servizi universali (anche con le relative modifiche costituzionali), dall’altro ad una politica di diretto sostegno pubblico al sistema produttivo (difesa dei margini di profitto e della competitività internazionale). Si esauriva così ogni ruolo ed ogni spazio di ulteriore mediazione sociale per il governo. Il gruppo dirigente della CGIL si era quindi rassegnato a trattare direttamente e solamente con l’impresa (la continua e vana ricerca di un patto di fabbrica) e parallelamente a intervenire direttamente sulle politiche del governo: da una parte con la presentazione del Piano del lavoro e la richiesta di una politica di massicci investimenti pubblici (con un nuovo protagonismo dello Stato nell’economia e nello sviluppo industriale), dall’altra con specifiche iniziative di proposta e intervento a livello politico-parlamentare (dalla "carta dei diritti" ai referendum).

La concertazione, in realtà, non aveva mai funzionato nel nostro paese. Il modello viene dal nord Europa (vedi la seconda delle Sette note sul salario globale: 1992/2017): definiva (nel quadro neocorporativo di trattative trilaterali tra sindacati, governo e padronato) uno scambio per cui l’autolimitazione nelle rivendicazioni stipendiali (allora per contenere l’inflazione) era compensata da welfare e investimenti pubblici. In pratica, i sindacati scambiavano una quota potenziale di salario diretto in cambio di salario sociale (con convenienza, of course, del padronato). Quel modello fu però sviluppato in una fase espansiva: già negli anni '70, con il cambio del ciclo, collassò con lo sviluppo progressivo di politiche neoliberiste anche in quei paesi (Svezia, Danimarca, Norvegia, ecc). La particolarità italiana è che questa strategia di regolazione sociale è stata introdotta non per gestire l’espansione, ma le crisi.

Due sono i punti di riferimento che hanno segnato la storia del sindacato. Il primo è la “svolta dell’Eur” (febbraio 1978), quando CGIL CISL UIL definirono una linea imperniata sui sacrifici (accettazione dei licenziamenti e delle ristrutturazioni) come contropartita di un programma di investimenti per il rilancio dell’industria (una svolta in realtà contrastata dal lungo '69, a partire dai rinnovi contrattuali di quella stagione e dallo sciopero FLM del 1979 che portò alla caduta del governo di unità nazionale, ma che alla fine si impose dopo i 35 giorni della FIAT con il cosiddetto “lodo Scotti” del 1983). Il secondo è “la concertazione” (1992/'93), quando CGIL CISL e UIL accettarono prima lo smantellamento della scala mobile e poi un modello contrattuale a due livelli, imperniato sulla moderazione salariale, in cambio di una promessa di investimenti per la ricerca, la formazione e una nuova politica industriale (un percorso in realtà molto contrastato da lavoratori e lavoratrici, che inaspettatamente ripresero le piazze anche con forme radicali e autorganizzate di lotta, prima nel cosiddetto autunno dei bulloni nel 1992 e poi nell’autunno del 1994 per difendere le pensioni, ma che alla fine si impose nei rinnovi contrattuali successivi e con la riforma Dini, fatta passare con un referendum che sollevò polemiche, in cui nei metalmeccanici prevalse il "no" ed il "sì" si limitò complessivamente al 65%).

Entrambe quelle esperienze segnarono un netto peggioramento dei salari e delle condizioni di lavoro. In una stagione di crisi, infatti, vennero assunti dal sindacato non solo gli obbiettivi di riduzione dell’inflazione, ma anche quelli padronali di riconquista dei margini di profitto (neocorporativismo all’italiana). Così la pratica concertativa non si limitava ad una semplice politica di moderazione degli stipendi (la cosiddetta “politica dei redditi”), ma diventava un vero e proprio contenimento anche del salario sociale (in contraddizione con lo stesso impianto neocorporativo), in cambio della promessa di un “secondo tempo” di investimenti che non si vide mai. Negli anni Ottanta la politica di sacrifici in cambio di investimenti pubblici si trasformò in una di sacrifici e basta, negli anni Novanta la concertazione si trasformò in blocco dei salari, privatizzazioni e precarizzazione diffusa, che permisero il trasferimento al capitale di oltre 10 punti di ricchezza del paese.

Oggi Landini tira fuori dall’armadio questo abito vecchio, lo spazzola un po’ e lo ripresenta come nuovo. Non è però un vestito che si adatta a questa stagione. Il problema infatti non sono solo i limiti ed i risultati storici di questa strategia. Il problema è che l’archiviazione delle politiche concertative da parte della CGIL non è stata determinata solo dall’assenza, o dalla debolezza, degli amici del sindacato nelle compagini governative. È stata soprattutto determinata da una gestione capitalistica della crisi che comprime gli spazi di un ruolo sociale dello Stato e quindi di una politica espansiva di stampo keynesiano. Il governo Conte bis non ha nessuna possibilità di recuperare oggi questi spazi. Perché la dinamica della crisi non è stata superata (anzi, proprio in questa stagione si sta incubando una sua prossima nuova precipitazione) e anzi spinge ancora prepotentemente sulla compressione del salario globale. Perché non ne ha nessuna intenzione: questa compagine di governo è nata proprio sotto l’egida della conferma dei vincoli e delle politiche neoliberiste di gestione della crisi imposte dall’Europa e conseguentemente non ha nessun impulso a superarle.

La nuova concertazione di Landini, allora, tratteggia un pauroso arretramento di classe ed un’ulteriore trasformazione del sindacato confederale. In una stagione in cui lo Stato rinuncia al suo ruolo di mediazione (fine del modello sociale europeo) per svolgere una funzione di supporto diretto al sistema produttivo (piegando tutte le sue infrastrutture al servizio delle imprese e del loro capitale umano), l’assunzione di una strategia concertativa da parte del sindacato lo spinge ad assumere un ruolo di organizzatore della forza lavoro più che di rappresentanza di lavoratori e lavoratrici (cancellando ogni autonomia del lavoro dal capitale). È una spinta in azione da tempo e che si è rafforzata proprio nell’ultimo decennio di crisi, con la moltiplicazione delle funzioni e delle strutture sussidiarie alla produzione (dagli enti bilaterali al welfare aziendale). L’assunzione oggi di una strategia concertativa rischia però di farne la cifra dominante del sindacalismo confederale.

Lo si vede nelle rivendicazioni congiunturali e nelle argomentazioni che oggi sostengono questa proposta di alleanza con governo e imprese. Nella linea di questi mesi, la CGIL si è focalizzata soprattutto su due rivendicazioni: lo sblocco delle grandi opere (come strumento immediato di crescita della domanda aggregata in funzione anticrisi) e la defiscalizzazione dei salari (per aumentare i redditi del lavoro). Sono due proposte congiunturali che si fanno carico della compatibilità e degli interessi delle imprese, subordinando ad essi quelli del lavoro. Le grandi opere (a fronte della crisi radicale delle grandi imprese di costruzione), non la priorità agli investimenti pubblici su scuola, sanità e servizi sociali. La defiscalizzazione per aumentare i redditi (a spese del bilancio dello Stato), non aumenti salariali diretti nei rinnovi contrattuali. Addirittura, pur di non uscire dal solco di questa logica, si sospingono politiche fiscali regressive (che favoriscono i redditi maggiori) come la defiscalizzazione degli aumenti salariali.

Nell’intervista su Repubblica l’alleanza tra governo, imprese e sindacati viene finalizzata ad orientare lo sviluppo industriale. Come? Con un protagonismo statale indiretto (Cassa Depositi e Prestiti), con un ruolo delle fondazioni bancarie e anche … dei fondi integrativi pensionistici (certo, con le opportune garanzie). E si propone anche una diretta compartecipazione del lavoro alla gestione dell’impresa: «cogestione? Non mi interessano formule», serve la «contrattazione preventiva» e la «partecipazione alle scelte» dei lavoratori e delle lavoratrici. Quello che colpisce, in questa intervista, è la leggerezza con cui vengono sdoganati concetti e prospettive sinora estranee alla CGIL, travolgendo ogni confine di classe attraverso il coinvolgimento diretto del salario differito nella gestione del capitale (fondi pensionistici come strumento di intervento nelle grandi crisi aziendali del paese), come del lavoro nella gestione delle imprese (la partecipazione alle scelte aziendali, a partire dall’innovazione tecnologica, non la contrattazione dell’organizzazione del lavoro partendo da interessi contrapposti).

Le interviste di Landini, in questa stagione, spesso alludono a possibili prospettive senza praticarle concretamente. Come sull’unità sindacale. Però, come sull’unità sindacale, queste parole e queste allusioni non sono senza conseguenze. Perché tracciano percorsi ed immaginari che penetrano nell’organizzazione, nella classe e nel senso comune. Tanto più se a tracciarli è una figura iconica come quella di Maurizio Landini, il saldatore della patria, che all’inizio di questa stagione di Grande Crisi ha rappresentato proprio la tenuta del lavoro contro l’assoluta centralità dell’impresa (la resistenza a Marchionne tra il 2010 ed il 2012).

Alzarsi dal tavolo è allora sempre più una necessità. In questa lunga cena delle beffe, infatti, non rischia solo di perdersi questa o quella rivendicazione, questo o quello tra gli interessi del lavoro. La CGIL rischia di smarrire le ragioni di fondo della sua parte sociale, contribuendo in prima persona a quello sfaldamento progressivo che sta attraversando la coscienza di classe e quindi paradossalmente favorendo in questo modo il consolidamento di quell’egemonia reazionaria che sta scavando proprio nelle classi subalterne. Diventa allora prioritario rompere quella cappa che preme sull’iniziativa sindacale, abbandonare quel tavolo ora, subito, prima che sia troppo tardi.

Come una puntina nel posto sbagliato, piccoli ma fastidiosi, il nostro compito è oggi quello di spingere in quella direzione.
Luca Scacchi

Uno spaccato ordinario del capitalismo reale

Mentre le procure inquisiscono ArcelorMittal per frode, aggiotaggio, appropriazione indebita, la nuova proprietà straccia il contratto di un anno fa e dimezza i propri dipendenti, già colpiti dalla dismissione delle manutenzioni, dall'aumento dei morti sul lavoro, dalla tragedia dei carcinomi. Il governo continua a negoziare con una proprietà criminale.

Mentre la magistratura accerta che gli amministratori delegati di Atlantia, controllata dai Benetton, hanno falsificato per decenni le risultanze dei controlli tecnici dei viadotti (persino dopo il crollo del ponte Morandi) al solo scopo di ingrassare i profitti dei Benetton, i Benetton stanno trattando la partecipazione all'acquisto di Alitalia. Il governo revoca loro (forse) la concessione autostradale, ma solo in cambio dell'annunciata compensazione.

Mentre lo Stato allunga un nuovo prestito ad Alitalia in attesa di svenderla sul mercato, cresce lo sgomitamento tra gli aspiranti acquirenti di un annunciato spezzatino, con Lufthansa in pole position, e i gruppi Delta e Ferrovie dello Stato compartecipi dell'affare. Il prezzo dell'acquisto sono altre migliaia di licenziamenti. I commissari incaricati stanno trattando per l'appunto il prezzo.

Mentre FCA annuncia l'affare della fusione con Peugeot, col guadagno netto di 5 miliardi per gli azionisti, e nuovi esuberi tra gli operai, la società finanziaria di casa Agnelli, Exor, compra il quotidiano La Repubblica e il settimanale L'Espresso. L'informazione “democratica” è servita.

Sono questi gli annunci di copertina del notiziario degli ultimi giorni, uno spaccato ordinario della società borghese e del suo Stato: i capitalisti comandano; il loro parassitismo cresce, a scapito della produzione, del lavoro, della vita della grande maggioranza della società; lo Stato è più che mai, come diceva Marx, il loro “comitato d'affari”; il crimine è inseparabile dal profitto.

La prospettiva rivoluzionaria non è allora un pregiudizio ideologico, ma l'unica soluzione possibile. Il vero pregiudizio è pensare vi siano altre soluzioni.
Partito Comunista dei Lavoratori

Quanto vale una bimba rom?

25 luglio 2018 - Immaginate per un attimo lo scenario seguente: un rom imbraccia il fucile e dal balcone di casa spara a una bambina italiana di 13 mesi colpendola alla schiena e condannandola alla probabile paralisi. Tutti i TG si aprirebbero su questa infamia. Il nuovo ministro degli Interni parlerebbe a reti unificate urlando ancora che “la pacchia è finita” e che i rom vanno cacciati una volta per tutte, essendo provato che sono delinquenti e anche assassini. Il giorno dopo, rastrellamenti polizieschi nei campi rom a uso delle telecamere e deportazioni esemplari. La stampa liberaldemocratica, in imbarazzo, confesserebbe penitente il proprio eccesso di buonismo verso la criminalità rom, avallando le misure poliziesche. Sui social si scatenerebbe un'isteria incontrollata, e Salvini raggiungerebbe nei sondaggi il 32%.

Invece la scena reale è esattamente capovolta. È un italiano ad aver sparato a una bimba rom con un fucile che voleva “testare”. Naturalmente dichiara: «non sono razzista», «il colpo è partito per caso», anche se la mira è stata perfetta. Sui TG si dà la notizia sottovoce, parlando di “accertamenti in corso su un episodio...”, (dopo aver alluso per 48 ore a una “faida interna tra rom”!). La stampa reazionaria accusa “la sinistra” di montare un caso inesistente per proteggere “i delinquenti rom”, che naturalmente, se anche fosse, se la sono cercata. La stampa “progressista” (La Repubblica) ne parla in diciannovesima pagina, tra i fatti di cronaca inquietanti. Intanto, la sindaca Raggi butta su una strada i rom del Camping River, persino la Corte di Strasburgo ha da ridire, e Salvini denuncia il buonismo della UE...
Così la vita prosegue indisturbata, giorno dopo giorno. La bimba rom e la sua mamma avranno una vita intera per farsene una ragione.

Nulla più di questo episodio criminale e della sua viltà misura l'ipocrisia reazionaria. Due pesi e due misure, una morale pubblica da un tanto al chilo a misura del nuovo governo giallo-verde. Un governo che dà la stura ai peggiori sentimenti reazionari, quelli dei bassifondi dell'animo umano, quelli più inconfessabili. Quelli che oggi possono armare un fucile, e un domani sospingere i pogrom.

Non solo la storia, ma anche la cronaca - come si vede - la scrivono i vincitori. E tuttavia i vincitori di oggi che si credono eterni, che credono di potersi consentire impunemente tutta l'immondizia della propria subcultura, mangeranno la polvere quando girerà il vento, come sempre è accaduto a tutti i parvenu inebriati dal successo. E il vento prima o poi girerà, come sempre, nonostante tutto. Noi lavoriamo perché possa trovare un progetto di rivoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori