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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

Tricolore in armi


 L’Italia aumenta l’export di armi del 157%, lungo la rotta del Piano Mattei

Grande festa sui mercati dell’industria bellica. Tra il 2021 e il 2025 l’Italia ha aumentato l’esportazione di armi del 157%. Il maggior incremento percentuale su scala mondiale.

Rivelatrice è la rotta dell’export italiano. «Il 59% delle esportazioni italiane è stata destinata al Medio Oriente , il 16% è andato in Asia e Oceania, il 13% in Europa» documenta Il Sole 24 Ore (10 marzo). Dunque la stragrande maggioranza dell’export militare non è andato “all’Ucraina”, come magari pensa qualche sprovveduto campista. È andato in misura preponderante a Israele, Egitto e monarchie del Golfo. È la rotta dell’imperialismo italiano, è la rotta del piano Mattei.

Le armi non sono solo procacciatrici di profitti per azionisti e mercanti del settore. Tracciano anche aree di influenza, lubrificano relazioni diplomatiche. L’Italia si muove da tempo in direzione dell’ampliamento del proprio raggio di affari e relazioni in Medio Oriente. ENI, Enel, Leonardo, Fincantieri seguono ed ispirano il tracciato, a danno per lo più della Francia, e con sponda americana. Questa rotta non è stata inventata da Meloni. Ha almeno dieci anni di lavorio alle spalle, con i contributi del governo Renzi (Arabia Saudita), Gentiloni-Minniti (Nord Africa), Draghi (Golfo). È vero invece che il governo Meloni ha dato un assetto più complessivo e sistemico al disegno. Anche per legittimarsi presso il grande capitale italiano e raccogliere i suoi favori. Trasversali.

Non a caso la grande stampa borghese del gruppo GEDI (La Stampa e Repubblica) come quella del gruppo Cairo (Corriere della Sera) ha lustrato il piano Mattei, anche al di là del proprio posizionamento politico verso il governo. Come non è un caso che i partiti borghesi dell’opposizione liberale, PD e M5S, abbiano votato a favore della missione navale in Golfo Persico, contro gli houthi e al fianco di Israele, assieme a Meloni, in pieno genocidio. Una missione militare tuttora operativa ed anzi pericolosamente rafforzata di cui nessuna “opposizione” in Parlamento, guarda caso, reclama la revoca. Neppure in presenza della nuova guerra sionista americana, e della minacciata riapertura manu militari del Canale di Hormuz da parte di Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia.

Sì, il Board of Peace ha diviso il fronte borghese. La tavola trumpiana è troppo grottesca e provocatoria, troppo divisiva verso la UE, per essere accettata dagli europeisti liberali in Italia. Ma attenzione: un conto è la tavola, e un conto è il menù. E il menù sono gli interessi superiori dell’imperialismo italiano, quelli che vanno al di là di ogni confine politico.

Una coalizione liberale di centrosinistra che si candida ad alternanza di sistema non romperà mai con lo Stato sionista, con le monarchie petrolifere, con l’industria bellica, con la loro rotta d’affari. Il piano coloniale di Trump a settembre non vide un solo voto contrario nel Parlamento italiano. Ai vertici della Fondazione Leonardo siedono uomini del PD o provenienti dalle sue file (Minniti). Nella Commissione Difesa il personale politico del PD è da sempre procacciatore d’affari per l’industria bellica, sia quando è al governo (Roberta Pinotti) sia quando è all’opposizione (Lorenzo Guerini). Quanto al “pacifista” Giuseppe Conte, ha anticipato il proprio sostegno ad una partecipazione italiana alla futura “forza di stabilizzazione” per Gaza, come al rafforzamento dei Carabinieri in Cisgiordania quali formatori della polizia palestinese (collaborazionista) di Abu Mazen («l’Italia potrebbe svolgere un ruolo a Gaza, abbiamo dei professionisti apprezzati sempre in tutto il mondo»)Giorgia Meloni ha significativamente dichiarato che quel passaggio potrebbe registrare un voto unanime del Parlamento.

L’esperienza dimostra che non si può rompere con l’industria bellica e col militarismo coloniale senza rompere con il capitalismo e l’imperialismo italiano. Il fatto che la rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell’industria bellica sia oggi avanzata in Italia dal solo Partito Comunista dei Lavoratori ci parla non solo della subalternità della sinistra, ma anche dell’attualità di una sinistra rivoluzionaria quale strumento di lotta coerente contro la guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Bandiere tricolori in Africa

 

Retorica e realtà. Il “nuovo modello di business” del piano Mattei

Bandierine tricolori festanti in mano ad un’ignara scolaresca hanno accolto la recente visita di Meloni ad Addis Abeba. Un classico della coreografia coloniale. Una visita regolarmente accompagnata dal capitalismo italiano al gran completo: ENI, Enel, Leonardo, Acea, Terna, Snam, con le rispettive delegazioni di amministratori delegati.

Una presenza comprensibile. L’obiettivo di fondo del Piano Mattei in Africa è allargare la presenza italiana negli spazi scoperti dalla crisi del vecchio colonialismo francese, e al tempo stesso interagire con gli interessi americani ed europei (Global Gateway) nel contenimento dell’espansionismo imperialista cinese.

L’Etiopia è un punto cruciale dell’operazione. Lo è in quanto vecchia eredità del (peggiore) colonialismo italiano. Lo è in termini di posizionamento strategico quale crocevia di Nord Africa, Corno d’Africa e Golfo, lungo un crinale di profonda instabilità in cui si affacciano nuove medie potenze, quali Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Lo è in termini di affari economici, grazie alle politiche di liberalizzazione imposte all’Etiopia dal Fondo Monetario Internazionale, a partire da telecomunicazioni e banche, ciò che consente (anche) ai capitali italiani una più agevole penetrazione. Del resto, in Africa tutto ormai è stato interamente privatizzato nell’ultimo quarto di secolo, sanità ed istruzione incluse. L’Etiopia non fa certo eccezione. E l’Italia partecipa al banchetto.

La retorica di accompagnamento della sorella d’Italia è scontata: l’Italia porterebbe in Africa una logica nuova “non predatoria”, “non assistenziale”, mirata allo “sviluppo”. Lo proverebbe ad esempio una esibita disponibilità italiana verso l’enorme esposizione debitoria dell’Etiopia, e più in generale di larga parte degli Stati africani: in caso di catastrofe climatica, dichiara Meloni, l’Italia sarebbe disponibile a “sospendere” la propria richiesta di incasso sui prestiti elargiti.

È facile osservare che la catastrofe climatica, anche in Africa, è una realtà del presente, non una eventualità futura, e che l’attuale rinuncia degli imperialismi (tutti) persino alle promesse di “transizione ecologica” – col governo italiano in prima fila nella ritirata – è uno dei fattori che vi concorre.

Ma c’è di più. L’Italia propone in realtà la cosiddetta conversione del debito africano. Volete che vi sospendiamo il pagamento del debito? Basta che lo “convertiate” in nuove offerte decennali vantaggiose per le nostre aziende e i nostri monopoli. Tutti in prima fila ad accaparrarsi commesse, infrastrutture, materie prime, terre. Naturalmente… per beneficenza. Il sostegno italiano ad Addis Abeba nel suo duro contenzioso con l’Egitto in fatto di risorse idriche (vedi lo scontro sulla Diga della Rinascita etiope) rientra in questa logica di scambio.

Non è solo una questione di Etiopia. Il Piano Mattei candida l’Italia a “ponte privilegiato” fra L’Africa e l’Europa, coinvolgendo ben quattordici paesi africani, tra cui l’Angola, il Ghana, il Kenya, la Mauritania, il Mozambico, il Congo. ENI, prima azienda estera in tutta l’Africa, sta moltiplicando la scoperta di nuovi giacimenti di gas e petrolio, dalla Costa d’Avorio al Mozambico all’Angola. Ma fa solo da apripista di altri interessi e operazioni.

Il Congo è, sotto questo profilo, esemplare. «In Congo è pronta la prima farm agricola made in Italy» dichiara gongolante Il Sole 24 Ore (10 febbraio), presentando il nuovo investimento agroalimentare di BF International in quel di Malolo come «un nuovo modello di business per tutta l’Africa». Che sia un business è indubbio. L’azienda ottiene 10000 ettari di terra in concessione per 49 anni, naturalmente rinnovabile. Godrà di esenzioni doganali e fiscali e di procedure organizzative accelerate. Produrrà innanzitutto soia a volontà per il mangime destinato agli allevamenti del Presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso, grande proprietario e investitore nel settore. Ma potrà anche «offrire lo stesso servizio di gestione ad altri committenti del medesimo Paese oppure di Paesi vicini». Insomma carta bianca, pieni poteri. «Abbiamo una sconfinata capacità di crescita», afferma l’amministratore delegato dell’impresa, «la superficie fondiaria che possiamo intercettare con i nostri servizi è enorme, milioni di ettari su cui generare valore senza comprare la terra». Non a caso BF International sta esportando lo stesso modello di business in Senegal, Ghana, Algeria… Naturalmente «col supporto delle istituzioni alle spalle», dichiara sorridente l’amministratore delegato.

La bandiera tricolore avvolge solo un nuovo modello di business per i capitalisti di casa nostra (e non solo). In un continente nel quale quasi seicento milioni di persone risultano prive delle risorse vitali più elementari, si va scatenando una nuova grande corsa al saccheggio imperialista. L’imperialismo italiano vuole semplicemente un posto a tavola. Per meglio dire, un nuovo posto al sole.

Solo un’alternativa socialista potrà liberare l’Africa dal vecchio e nuovo colonialismo, comunque mascherato. Le sezioni africane della Lega Internazionale Socialista sono e saranno in prima fila in questa lotta di liberazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Sciopero per la Palestina!

 


No all'aggressione alla Flottilla. No al piano Trump-Blair-Netanyahu

2 Ottobre 2025

Testo del volantino che verrà distribuito in occasione dello sciopero generale del 3 ottobre


English version


Mentre Trump e Netanyahu varano un piano neocoloniale per la Palestina e per Gaza, la marina militare dello Stato sionista tutela il proprio blocco navale nel mare di Gaza minacciando, aggredendo, sequestrando le imbarcazioni della Flotilla. È un fatto gravissimo e inaccettabile.

Il blocco navale di Gaza che dura da diciotto anni (...altro che 7 ottobre) è di fatto parte integrante della guerra genocida che Netanyahu ha scatenato contro il popolo palestinese. Denunciarlo e contestarlo non solo è un diritto ma un dovere. Questo è lo scopo dichiarato della Global Sumud Flotilla.

L'aggressione alla Flotilla da parte di Israele è la riprova, se ve ne era bisogno, che lo Stato sionista conosce una sola legge: quella della prevaricazione e del terrore contro ogni turbativa, persino simbolica, dei suoi interessi di Stato oppressore. È la stessa pratica del terrore di questi due anni di guerra a Gaza e in Cisgiornania col loro carico di morte e distruzioni. Una pratica non solo impunita, ma sostenuta, finanziata, armata da tutti i governi cosiddetti democratici. E avallata da tutte le potenze imperialiste, vecchie e nuove.

Il governo italiano ha fornito a Israele una copertura totale. Sino ad addossare agli attivisti della Flotilla la responsabilità dell'aggressione di Israele nei suoi confronti. Nessuna meraviglia: è lo stesso governo che tutela l'accordo militare dell'Italia con Israele, che offre l'aeroporto di Sigonella al rifornimento degli aerei israeliani, che fornisce a Israele attraverso Leonardo elicotteri da impiegare contro la resistenza, che concede all'ENI il mare di Gaza per ricavarne profitti.

La definizione di Israele come “paese amico”, e della Flotilla come presenza ostile, sta in questo quadro. L'appello corale alla Flotilla da parte della Presidenza della Repubblica, dei vertici della Chiesa, di larga parte della cosiddetta opposizione parlamentare, perché rinunciasse a violare il blocco navale accontentandosi di qualche pacca sulle spalle misura solamente la complicità istituzionale con Israele di tutta la politica borghese. La stessa che un anno fa in Parlamento votò la spedizione navale in Golfo Persico contro gli houthi, al fianco di Israele e contro la resistenza palestinese.

L'aggressione alla Flotilla e la complicità di cui quest'aggressione gode è un ulteriore fascio di luce sul vero volto del piano Trump-Netanyahu. La pace eterna che il piano rivendica è quella dei cimiteri. Una pietra tombale sull'autodeterminazione della Palestina. I palestinesi sono privati di ogni voce in capitolo sulla loro sorte. Ogni loro resistenza è minacciata di distruzione totale. Sulla Cisgiordania si lascia mano libera a Netanyahu, mentre Gaza è affidata ad un protettorato coloniale angloamericano con tanto di occupazione militare. A garanzia di Israele, degli interessi imperialisti, degli appetiti di affaristi e immobiliaristi. Una infamia. Di cui sono complici tutti i governi arabi e tutti gli Stati imperialisti, incluse la Russia e la Cina, che dichiarano il proprio appoggio al piano di pace di Trump augurandogli pieno successo.

È la riprova che i palestinesi non hanno amici in alto, ma solo in basso. Nel coraggio della loro resistenza, nella mobilitazione pro Palestina della giovane generazione di tutto il mondo, nella classe lavoratrice internazionale.

Viva lo sciopero per la Palestina contro lo Stato coloniale di Israele e la sua barbarie genocida!

Per il blocco a oltranza nei porti e negli aeroporti di ogni traffico con Israele, con potere di controllo e di veto dei lavoratori sulle merci in entrata e in uscita.

Giù le mani dalla Flottilla.

No al protettorato neocoloniale previsto dal Piano Trump-Blair-Netanyahu.

Per la piena autodeterminazione del popolo palestinese.

Per il diritto del ritorno dei palestinesi nella propria terra.

Per una Palestina unita dal fiume al mare, libera dal sionismo, dall'imperialismo, da ogni forma di colonialismo.

Per una Palestina laica e socialista, in un Medio Oriente socialista.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra Africa

 


La vera natura del Piano Mattei

31 Gennaio 2024

Il governo Meloni sventola il Piano Mattei. Le opposizioni borghesi liberali (PD, M5S, Azione) criticano l'insufficienza dei mezzi e le modalità operative, ma condividono i suoi obiettivi. In definitiva tutti i partiti borghesi e l'intera stampa padronale salutano la proiezione in Africa come occasione storica dell'Italia. Vediamo allora di cosa si tratta.

L'Africa è oggi un terreno strategico della competizione sfrenata fra i poli imperialisti, vecchi e nuovi. Non è un caso. La sua popolazione ha un tasso di crescita senza paragoni al mondo. L'età media è bassissima. La riserva di manodopera a basso costo è potenzialmente immensa. Le materie prime di cui l'Africa dispone, sia nel campo delle energie fossili che in quello delle nuove materie prime (litio e cobalto in primis), rappresentano una ricchezza sterminata. La superficie di terra non coltivata – 40% – non ha pari in altri continenti. La corsa all'Africa ha qui le sue prime ragioni materiali.

Seguono le ragioni politiche e strategiche. Le vecchie potenze imperialiste di tradizione coloniale, a partire dalla Francia, hanno subito lo sfaldamento della propria area di influenza e controllo. Le nuove potenze imperialiste, Cina e Russia, nel corso dell'ultimo decennio hanno allargato a dismisura la propria presenza nel continente: la Cina investendo prevalentemente in infrastrutture (Nuova Via della Seta), la Russia offrendo protezioni militari e diplomatiche (Burkina Faso, Mali, Repubblica Centrafricana, Niger). Gli Stati Uniti e l'Unione Europea cercano ora uno spazio di recupero.

L'Italia si candida a paese pivot dell'impresa. L'imperialismo italiano gioca una partita multipla: si offre agli USA come alleato affidabile, senza le posture grandeur dell'imperialismo francese; cerca di rimpiazzare la Francia nell'Africa subsahariana capitalizzando in proprio il suo declino; si presenta in sede UE come naturale apripista di un rilancio europeo in Africa, e come crocevia strategico in fatto di rifornimenti energetici (Italia come hub del gas nel Mediterraneo). Il Piano Mattei è la leva centrale dell'operazione. Il protagonismo dell'Italia nella missione navale nel Mar Rosso, il nuovo investimento nel militarismo italiano annunciato dal ministro Crosetto rientrano in questa politica estera.

Il Piano Mattei è fortemente centralizzato nella sua struttura di comando. La presidenza del Consiglio dei Ministri capeggia la sua cabina di regia. Il PD contesta questa modalità di gestione perché taglia fuori strutture e ambienti dell'alta burocrazia statale, nel campo della cooperazione e degli affari esteri, con cui il PD ha tradizionalmente buone entrature. Ma non è questo che interessa a noi. A noi interessa il contenuto della missione. Un contenuto classicamente imperialista.

All'incontro con venticinque capi di stato africani sedevano non a caso i gioielli di famiglia del capitalismo italiano. ENI, ENEL, Fincantieri, Leonardo, SNAM, Terna, ACEA, Salini Impregilo. ENI svolge il ruolo centrale. Si tratta della principale azienda straniera operante nel continente africano. Il suo obiettivo è estendere il controllo su giacimenti di gas e petrolio, dall'Algeria al Mozambico all'Angola, o strappando nuove concessioni da gestire in proprio o attraverso accordi di cartello con aziende locali (come la Sonatrach algerina). L'essenziale è evitare che se ne approprino concorrenti.

Tra marzo 2022 e maggio 2023 ENI ha realizzato in Africa ben undici intese strategiche (Benin, Egitto, Repubblica Democratica del Congo, Mozambico, due intese rispettivamente in Libia, Algeria, Angola). L'azienda sbandiera la propria disponibilità a lasciare al mercato domestico il 90% del gas che produce in Africa e nel mondo, secondo le parole di Descalzi. Balle. Sono le promesse che ENI sventola da decenni, puntualmente smentite dalla stessa composizione della bilancia commerciale italiana e dall'immiserimento progressivo dei paesi ospitanti. Peraltro nel caso neppure consultati, come ha dichiarato, a denti stretti, il presidente dell'Unione Africana Moussa Faki. La coltivazione estensiva di biocarburanti è un altro aspetto della missione ENI. La ottiene o strappando la concessione di terre incolte, sottratte così alla produzione agricola, o attraverso l'esproprio indotto di contadini e terre ad altro adibite. Nell'un caso come nell'altro una spoliazione di ricchezza in un continente già segnato dalla fame.

È la stessa logica predatoria che presiede l'azione del capitalismo italiano in altri settori. Operano in Africa 1600 imprese italiane, in segmenti che vanno dai prodotti chimici ai macchinari alle infrastrutture. Nel campo delle infrastrutture domina il gruppo Salini Impregilo, impegnato in particolare nel settore idroelettrico. Le sue dighe in Etiopia sono oggetto di contestazione da parte di contadini poveri, privati per questa via dell'accesso all'acqua per le proprie colture. Ed è solo un esempio tra i tanti.

Il debito è una leva centrale del Piano Mattei.
La questione del debito estero africano sta letteralmente esplodendo. Il debito estero continentale ammonta oggi a 655 miliardi di dollari (282 verso investitori privati, 223 verso organizzazioni multinazionali, 149 accordi bilaterali). Rappresenta un terzo del debito pubblico complessivo (1800 miliardi di dollari). È cresciuto di quasi il 200% tra il 2010 e il 2020. La recente impennata dei prezzi dei beni alimentari, che i paesi africani sono costretti a importare a causa del saccheggio cui sono sottoposti, ha ulteriormente pesato sulla loro bilancia dei pagamenti, e dunque sul debito estero. L'innalzamento generale dei tassi d'interesse ha fatto il resto. Ghana, Zambia, Etiopia hanno dichiarato il default. Kenya e Senegal seguono a ruota. Il solo pagamento degli interessi sul debito estero sta prosciugando le riserve valutarie del grosso dei paesi africani, a scapito di sanità, istruzione, servizi sociali, già disastrati.

Il Piano Mattei partecipa a questa rapina. I cinque miliardi stanziati – presi peraltro dal Fondo per il Clima e da quello di Cooperazione – si risolvono prevalentemente in prestiti. Cassa Depositi e Prestiti, SACE, SIMEST, sono tutte coinvolte nell'operazione, e per questo erano presenti all'incontro di Roma. L'Italia fa leva sulla disperazione finanziaria dei clienti africani per ottenere in cambio di prestiti importanti concessioni in fatto di giacimenti, terre, materie prime.
Il debito estero è insomma il nodo scorsoio dell'operazione.

Non c'è solo un utile economico. Il blocco delle migrazioni dall'Africa è l'altro obiettivo del Piano Mattei, a uso e consumo delle esigenze elettorali del governo, e di Fratelli d'Italia in particolare.
La retorica di Giorgia Meloni secondo cui lo sviluppo e prosperità garantiti all'Africa dal Piano provvederebbero a disincentivare le partenze appartiene al genere letterario dell'imperialismo umanitario, che ha alle spalle più di un secolo di storia. Storia di crimini e di sangue. La verità è esattamente opposta. La continuità della rapina dell'Africa, cui il Piano Mattei per la sua parte concorre, è una garanzia della continuità delle migrazioni. Proprio per questo il governo interviene sui paesi africani chiedendo loro, in cambio di prestiti, di bloccare militarmente i flussi con misure d'ordine e di polizia, e di predisporre sul proprio territorio i centri di detenzione dei migranti. È la logica dell'accordo Italia-Tunisia, e dell'accordo con la Turchia sul versante Haftar in Libia. È la logica dell'intesa fra Italia e Albania, oggi esportata in Africa.

Questo nuovo protagonismo italiano in politica estera non appartiene solo alla destra. Ha il sostegno di ambienti liberali e dei poteri decisivi dell'establishment. Il Corriere della Sera, La Stampa, e la rivista Limes in particolare, sono da tempo impegnati nel sollecitare una politica estera italiana all'altezza delle nuove sfide. Tutta la loro argomentazione si basa sul fatto che la politica mondiale ha ormai rotto gli argini delle vecchie diplomazie del dopoguerra, e che l'Italia deve riscoprire il proprio “interesse nazionale” dotandosi degli strumenti adatti, naturalmente entro il quadro della concertazione europea. La campagna favorevole alla nuova corsa agli armamenti dei paesi UE da parte di tutta la borghesia italiana muove da qui. Il piano Mattei è parte di un riposizionamento generale dell'imperialismo di casa nostra.

Solo una sinistra anticapitalista e rivoluzionaria può sviluppare nel movimento operaio l'opposizione all'imperialismo tricolore.

Partito Comunista dei Lavoratori

La baldoria dei profitti


I record di Piazza Affari

Ci sono voluti quindici anni per riguadagnare i livelli del 2008, ma l'impresa è riuscita. La Borsa di Piazza Affari festeggia l'aumento del 19% dei propri listini dall'inizio dell'anno. È «la Borsa migliore d'Europa» dichiara La Stampa con ostentata soddisfazione.
I dati sono effettivamente impressionanti. In particolare per le grandi banche tricolori. L'aumento dei tassi d'interesse da parte della BCE si è tradotto nell'impennata dei tassi variabili dei mutui, con un dramma insostenibile per milioni di famiglie. Ma per le banche è stata una ragione di gioia: Banca Intesa Sanpaolo ha accresciuto del 15% le proprie quotazione da gennaio. Le azioni di Unicredit hanno visto nel medesimo periodo una crescita abnorme del 62%!

L'euforia di Borsa non riguarda solo le banche. Un big del petrolio come ENI, nel primo semestre 2023, ha realizzato una valorizzazione azionaria del 24%, l'ENEL del 24%. Le grandi aziende del made in Italy, come Ferrari, Moncler e Tod's, fiori all'occhiello della retorica governativa, hanno visto crescite di Borsa tra il 30% e il 40%. Lo stesso vale per le compagnie aeree, che dopo i lockdown per il Covid hanno conosciuto una ripresa poderosa, costruita sul supersfruttamento del lavoro e sull'aumento di prezzo dei voli. Più in generale l'aumento dei prezzi che falcidia i salari si presenta sempre più come avidità dei profitti.

Tutto questo non solo dimostra la necessità e l'urgenza di una grande battaglia per forti aumenti salariali (di almeno 300 euro netti) per l'intero lavoro salariato, entro una piattaforma di lotta generale, ma rivela anche una volta di più la stessa anatomia della società borghese e delle sue leggi. Una piccola minoranza di grandi capitalisti, banchieri, azionisti costruisce quotidianamente le proprie fortune sulla spoliazione dei lavoratori e della maggioranza della società.

Rovesciare la dittatura di questa classe, affermare un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, è l'unica vera alternativa. Costruire il ponte tra le battaglie immediate e questa prospettiva è la ragione programmatica del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

L'ENI in guerra... contro l'Ucraina

 


L'ipocrisia dell'imperialismo italiano e dei suoi affari

22 Giugno 2023

L'invio delle armi all'Ucraina è da tempo oggetto del confronto pubblico. Chi lo rivendica lo fa nel nome della NATO. Chi lo boicotta lo fa contro la NATO e la resistenza ucraina, dipinta come pura appendice della NATO. Noi difendiamo il diritto alla resistenza ucraina contro la guerra d'invasione russa senza per questo cessare un solo istante di denunciare la natura della NATO e dell'imperialismo di casa nostra. Per questo siamo bersaglio congiunto degli atlantisti e dei rossobruni.

Solo che intervengono fatti che sbugiardano l'ipocrisia di entrambi.

L'ENI è il cuore economico dell'imperialismo italiano. Il grande ispiratore della sua politica estera. La principale azienda capitalista nel continente africano. L'imperialismo italiano si sente tutelato dall'Alleanza Atlantica, e così l'ENI. Ma non al prezzo di sacrificare i propri affari su scala mondiale. Accade così che, mentre l'Italia invia armi all'Ucraina, ENI rifornisce la Russia di prodotti petroliferi essenziali per la sua guerra contro l'Ucraina.

Avete capito bene. Nel Kazakistan uno dei più grandi giacimenti di gas e petrolio esistenti al mondo, quello di Karachaganak, di proprietà ENI, produce elio, un gas indispensabile per l'industria militare ed aerospaziale, usato in particolare dalla Russia per quattro tipi di armi (i razzi spaziali di tipo Angara, quelli di tipo Sojuz, il veicolo spaziale KTDU, il missile intercontinentale SS-19 Stiletto). La produzione di elio in Kazakistan finisce direttamente alla Russia. Serve a trasportare in orbita i satelliti militari spia che permettono di controllare impianti ucraini per poterli colpire con armi di alta precisione. Le bombe che in Ucraina distruggono centrali elettriche, case, ospedali, scuole, godono anche di un contributo italiano.

Naturalmente con ciò non diciamo affatto che allora “l'Italia è in guerra al fianco della Russia”. Perché sappiamo bene che così non è, e la demagogia un tanto al chilo non ci appartiene. E tuttavia due cose colpiscono. In primo luogo, l'ipocrisia dell'imperialismo italiano e dei suoi gioielli di casa, che da un lato osannano il governo liberista di Zelensky (con un occhio al mercato della ricostruzione futura dell'Ucraina) e dall'altro aiutano i bombardamenti russi che distruggono l'Ucraina. In secondo luogo, il silenzio di rossobruni e di tanti pacifisti, che essendo impegnati a denunciare la resistenza ucraina contro l'invasione russa, non sanno bene che dire di fronte alla complicità dell'ENI nei bombardamenti russi. Quindi preferiscono tacere.

Quanto a noi, ne ricaviamo l'ennesima conferma. La resistenza ucraina contro la guerra d'invasione dell'imperialismo russo ha un solo possibile alleato sicuro: il proletariato russo e la classe operaia internazionale. Non certo gli imperialismi d'Occidente. Da questi, gli ucraini ricevono oggi le armi con cui hanno diritto a difendersi, ma non avranno mai un sostegno coerente, se non nei limiti dei loro interessi imperialistici. Interessi che giocano sempre su tutti i tavoli, sempre sulla pelle dei popoli. Il popolo curdo, che giustamente ha usato nella propria lotta di resistenza anche le armi di provenienza americana, è stato rapidamente scaricato dalle “democrazie” d'Occidente, pur di allargare la NATO a Svezia e Finlandia. È una lezione che il popolo ucraino e la sua resistenza farà bene a ricordare.

La lotta per la pace o è una lotta contro tutti gli imperialismi o non è.

Partito Comunista dei Lavoratori

Cento giorni di Meloni, cento giorni senza opposizione

 


Per una svolta di lotta unificante, che porti in Italia il vento di Francia e Gran Bretagna

La stampa borghese commenta positivamente i primi cento giorni del governo Meloni.
La borghesia liberale ha fatto un'apertura di credito al nuovo governo a guida postfascista. Laddove sottolinea l'incoerenza tra promesse elettorali e misure realizzate, lo fa proprio per plaudere a tali misure, come nel caso della sobrietà dei conti pubblici, cioè delle politiche di austerità (Corriere della Sera). Laddove critica questa o quell'altra misura (condoni, decreto pasticciato sui rave party, innalzamento del tetto al contante) lo fa per invocare l'interesse generale di sistema al di sopra di quello delle lobby (la Repubblica).

L'unica vera preoccupazione del grande capitale non riguarda la politica del governo, ma la sua tenuta. Gli interrogativi sulla soppressione del reddito di cittadinanza (peraltro richiesta da Confindustria) o sui progetti di autonomia differenziata (peraltro graditi alla piccola e media borghesia del Nord) guardano al rischio di linee di frattura sul fronte sociale e dell'unità amministrativa dello Stato. Ma l'apertura della borghesia liberale alla riforma istituzionale presidenzialista è ormai pubblica, pur dissertando se sia preferibile l'elezione diretta del Presidente della Repubblica o quella del Presidente del Consiglio. Ciò che non è in discussione è il rafforzamento ulteriore dell'esecutivo a scapito del Parlamento e nel nome della stabilità.

Quanto alla politica estera il plauso al governo è corale. Non riguarda solo o principalmente il sostegno all'Ucraina, su cui anzi si aprono crepe o preoccupate riserve, come mostra la Stampa di Giannini, ma l'aumento programmato della spesa militare e soprattutto la proiezione dell'imperialismo italiano sul Mediterraneo (Algeria, Libia, Egitto) col patrocinio indiretto dell'imperialismo USA e in concorrenza con Francia, Turchia, Russia. È la partita dell'ENI e dei migranti sulla frontiera esterna della UE. Il giornale Repubblica è giunto a chiedere a Giorgia Meloni di costituire un proprio comitato di sicurezza nazionale politico militare capace di fronteggiare le nuove emergenze energetiche e di guerra. Un neocolonialismo tricolore.

Naturalmente non mancano nel governo e nella maggioranza su cui si regge conflitti sotterranei, tensioni malcelate, ruggini e rancori di diverso peso. Ma non sono tali da impensierire a oggi la tenuta dell'esecutivo.
Quanto alle “opposizioni” borghesi liberali o liberalprogressiste presenti in Parlamento, sono o avvitate nella propria crisi esistenziale (PD) o impegnate nella difesa del proprio spazio (M5S) o votate al mercanteggiamento aperto con l'esecutivo (Azione e Italia Viva). In ogni caso, non rappresentano alcun problema per Giorgia Meloni. Che anzi fa della manifesta impotenza delle opposizioni, o del loro fallimento, un pezzo centrale della propria retorica. Del resto quale reale opposizione potrebbero fare PD e M5S quando hanno governato per tutta l'ultima legislatura nei governi di ogni colore (M5S) o in larga parte dell'ultimo decennio (PD)?

Ciò che resta clamorosamente vuoto è il campo dell'opposizione sociale. Tutto si può dire tranne che siano mancati in questi cento giorni motivi di contrasto e di mobilitazione. Il governo ha cancellato il reddito di 700.000 “occupabili” a partire dal prossimo agosto a fronte dell'enorme espansione della povertà nell'ultimo triennio; ha programmato il taglio di quasi 30 miliardi di spesa pubblica nei prossimi anni per ridurre il deficit pubblico, con pesanti conseguenze sulla sanità e sulla scuola; ha annunciato la soppressione totale dell'IRAP, con un nuovo colpo inevitabile alla sanità pubblica; ha dato la flat tax al 15% alle partite IVA sino agli 85.000 euro di reddito, con un'ulteriore provocazione verso il lavoro dipendente che regge sulla propria schiena la quasi totalità del carico fiscale; non ha stanziato un euro sul finanziamento dei contratti pubblici fra il 2022 e il 2024 con un nuovo colpo al potere d'acquisto di milioni di lavoratori; ha riproposto le accise sulla benzina in spregio a ogni promessa, con effetti moltiplicatori sull'inflazione e sui salari; ha reintrodotto i famigerati voucher e soppresso ogni limite all'uso dei contratti a termine, nel segno di un ulteriore allargamento del precariato; ha annunciato stipendi differenziati per gli insegnanti tra Nord e Sud, tra regioni ricche e povere, assieme all'ulteriore ingresso dei privati nella scuola; programma con l'autonomia differenziata un nuovo colpo al Meridione d'Italia e alla popolazione povera del paese; infine aumenta la spesa militare in direzione del 2% del PIL partecipando a pieno titolo alla nuova corsa agli armamenti che attraversa il mondo.

C'era bisogno di altro per mettere in piedi una risposta di massa, tanto radicale quanto lo è la politica governativa? Tanto più che in questo caso non esiste l'alibi truffaldino del cosiddetto governo progressista verso cui avere un'attenzione – suicida – di riguardo. C'è un governo a guida postfascista, il più a destra dell'Italia del dopoguerra.

Eppure il nulla. Tutto prosegue nella più grigia delle routine. Le burocrazie di CGIL e UIL fanno uno sciopericchio pro forma in ordine sparso senza una sola rivendicazione riconoscibile (16 dicembre). I sindacati di base fanno la propria azione di sciopero rituale di calendario (2 dicembre) per coprire il proprio spazio. Le sinistre politiche riformiste benedicono passivamente gli uni e gli altri, senza lo straccio di una proposta. Tutto, insomma, resta com'era. Lo stesso livello di partecipazione a questi scioperi simbolici misura la loro bassa credibilità presso la classe dei salariati.

C'è bisogno invece di uscire dalla routine. Di lavorare realmente a una mobilitazione vera capace di motivare milioni di salariati. Di far emergere una piattaforma di rivendicazioni unificanti in cui la classe operaia si possa riconoscere, a partire dalla richiesta di forti aumenti salariali di almeno trecento euro netti e di una scala mobile dei salari. Di convocare un'assemblea nazionale di delegati intercategoriale che possa aprire una vertenza generale, decidere la piattaforma della lotta, promuovere una mobilitazione che la supporti. Sono le parole d'ordine che il nostro partito sta portando in ogni sede, in ogni sindacato di classe, in ogni assemblea di lavoratori.

Si guardi a ciò che accade altrove. In Gran Bretagna è in corso la più grande ondata di scioperi per forti aumenti salariali dai tempi di Margaret Thatcher. In Francia si è aperto uno scontro sociale centrale contro l'innalzamento dell'età pensionabile a 64 anni con una dinamica di scioperi che sta investendo l'intero paese. E in Italia? Forse il governo a guida postfascista merita un trattamento migliore di quello riservato a Sunak e a Macron?
È l'ora di una svolta. Tutte le avanguardie di classe, ovunque collocate sindacalmente, debbono unire la propria azione in questa direzione. Per portare nelle grandi masse del lavoro salariato il vento che si è levato in Europa. Finalmente.

Partito Comunista dei Lavoratori

L'imperialismo italiano gioca la sua partita

 


Ai margini dell'incontro tra Giorgia Meloni e il boia al-Sisi

9 Novembre 2022

La nuova presidente del Consiglio ha esordito in sede internazionale stringendo le mani insanguinate del boia Abdel al-Sisi, nell'interesse del sovranissimo imperialismo italiano. Altro che la verità su Regeni.

L'Italia vuole vendere all'Egitto propri gioielli militari. Dopo le due fregate di Fincantieri vendute da Conte al Cairo nel 2021 per 1,2 miliardi, è ora la volta di più succosi affari: la vendita di ventiquattro jet da addestramento Aermacchi M-346 per pattugliare i mari egiziani, e la vendita di uno stock di caccia Eurofighter per oltre 4 miliardi a vantaggio del gruppo Leonardo. Siccome la Francia ha venduto in Egitto trenta caccia Rafale per 4,5 miliardi, l'imperialismo italiano sente l'esigenza di un recupero sulla concorrenza. In cambio, l'Italia chiede ad al-Sisi garanzie per ENI in ordine allo sfruttamento del giacimento di gas di Zohr – scoperto da ENI stessa nel 2015 e di cui ENI è proprietario azionario – e un appoggio dell'Egitto nel contrasto dei flussi migratori verso l'Italia.

Quest'ultimo punto è importante. L'Egitto è alleato del generale Haftar a Bengasi, in lotta col governo di Tripoli per il controllo della Libia. L'appoggio di Haftar per impedire le partenze dei migranti dalla Libia (o per andare a riacciuffarli in mare e riportarli nei lager libici) è centrale per il governo italiano. Al-Sisi può mettere al riguardo una buona parola.

L'imperialismo italiano sta giocando la propria partita nello scenario internazionale. La guerra in Ucraina sposta verso nord il baricentro della NATO. L'Italia chiede allora agli USA un riequilibrio NATO sul fronte sud a proprio vantaggio. Di fronte a un imperialismo tedesco che accentua la propria autonomia in sede UE anche nel rapporto con la Cina, e di fronte a un imperialismo francese che non disdegna proprie velleità di ruolo in diversi scacchieri, l'imperialismo italiano offre la propria fedeltà alla politica estera americana in cambio di un sostegno USA agli interessi italiani in Nord Africa, in Centro Africa, in Corno d'Africa.
Nella lotta per le sfere d'influenza ogni potenza, grande o piccola, muove le proprie pedine. Chi vede l'Italia come “colonia” USA o di Bruxelles è incapace di capire la realtà, mascherando la natura dell'imperialismo di casa nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

I profitti spingono il carovita. Per la scala mobile dei salari!

 


In questi giorni l'emergenza del caro bollette domina il dibattito pubblico. Siamo intervenuti sul tema con una nostra analisi e proposta di lotta. Vi torneremo. Ma c'è un aspetto che la stampa padronale e tutti i partiti borghesi volutamente ignorano: l'enormità dei profitti padronali nei primi sei mesi dell'anno. Non si tratta dei soli arcinoti extraprofitti delle grandi aziende energetiche, ma dei profitti di larga parte dei grandi gruppi capitalisti in tutti i settori dell'economia.


Non è un fenomeno solo italiano. La Confederazione europea dei sindacati ha documentato come in tutta l'Unione Europea il primo semestre del 2022 abbia visto dividendi d'oro tra i grandi gruppi industriali e bancari, con una crescita esponenziale: più 25,1% in Belgio, più 32,7% in Francia, più 36,3% in Germania, più 23,4% in Olanda, più 97,7% in Spagna (all'ombra del governo “di sinistra” PSOE-Podemos). Una crescita impetuosa che corrisponde a circa venti volte l'evoluzione parallela dei salari, sostanzialmente al palo. In altri termini, un incremento ovunque del tasso di sfruttamento capitalistico del lavoro.

L'Italia si colloca in classifica subito dopo la Spagna con un incremento dei dividendi del 72,2%. Tutti i settori sono coinvolti dal fenomeno. Il settore automobilistico di Stellantis con l'incremento del 15% e 8 miliardi di utile. Il gruppo ENI con quasi 7,4 miliardi di utile a fronte dell'1,1 del primo semestre (più 700%). Ma il salto maggiore lo compie Atlantia dei Benetton, che grazie alla vendita di Autostrade a CDP passa da 33 milioni a 5,9 miliardi di utile. Seguono Banca Intesa, Unicredit, ENEL, Generali, Banca Bper, Tenaris, Poste Italiane. Complessivamente, i dividendi passano da 24,345 a 39,669 miliardi. In soli sei mesi!

Si dirà: “ora però il rincaro dell'energia ha invertito la rotta”. Sbagliato. O per lo meno inesatto. In parte l'onda della crescita dei dividendi è alimentata proprio dal rincaro dell'energia con le relative speculazioni, in parte si è scaricata sui prezzi alimentando l'inflazione. «Molte aziende sono state in grado di espandere i propri profitti unitari in un contesto di eccesso di domanda globale nonostante l'aumento dei prezzi dell'energia» e «in media i profitti hanno contribuito in modo chiave all'inflazione interna totale, al di sopra del loro contributo storico», dichiara Isabel Schnabel, membro tedesco del board della BCE.

I profitti sono dunque un volano del carovita pagato dai salariati. Altro che “caro bollette, male comune”. No. Il male non è comune nei suoi effetti sociali, e neppure nei suoi fattori scatenanti.

È una ragione in più per porre la rivendicazione di un aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti e della scala mobile dei salari come obiettivo centrale di questa fase. È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato”.

Partito Comunista dei Lavoratori