Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta scala mobile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta scala mobile. Mostra tutti i post

No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

LA GUERRA IMPERIALISTA E PATRIARCALE SULLA PELLE DELLE DONNE E DELLE SOGGETTIVITÀ OPPRESSE

 


Il 2026 si è aperto nel segno dell’instabilità geopolitica ed economica determinata dalla crisi dell’ordine capitalistico. Una crisi le cui conseguenze più nefande ricadono sul proletariato e soprattutto sulle fasce più deboli: le donne e le persone queer proletarie, insieme ai popoli oppressi dall’insaziabile macchina imperialista.

All’interno di questa dinamica assistiamo da anni al montare della competizione interimperialista – che ha portato, per esempio, all’invasione dell’Ucraina, al genocidio del popolo palestinese, all’escalation militare in Medio Oriente Iran e Libano -, all’intervento USA in Venezuela, alla guerra civile in Sudan -, ma anche alla progressiva riduzione degli spazi democratici all’interno degli stessi stati imperialisti con la conseguente stretta repressiva che colpisce chiunque osi mettere in dubbio il mantra dello sviluppo illimitato e del profitto. Una postura muscolare e violenta che va a peggiorare le condizioni materiali in cui vive il proletariato, rappresentato e percepito come nemico interno da sorvegliare e, quando necessario, punire in modo esemplare. In Italia abbiamo assistito alla trasformazione di ogni emergenza sociale in un problema di ordine pubblico da risolvere con un “decreto sicurezza”, con la militarizzazione e con l’inasprimento delle pene. Questa impostazione ha interessato anche la questione di genere (vedi la L. 181/2025 sul femminicidio o l’assurdo emendamento Bongiorno sulla violenza sessuale) con risultati aberranti che sembrano semplici provocazioni nei confronti dei movimenti femminista e LGBTQIAP+. Il peggioramento delle condizioni di esistenza del proletariato e l’appiattimento dei bilanci pubblici sulla tutela dei profitti delle borghesie nazionali e sul riarmo finisce per pesare ancora una volta sulle spalle delle proletarie, dato che la scomparsa di qualunque forma residuale di stato sociale impone il lavoro di cura domestico. Nel frattempo la costante richiesta di pace sociale e stabilità fatta dalla borghesia ha dato la stura alle peggiori pulsioni dell’estrema destra reazionaria e sciovinista, ormai sdoganata in tutto il mondo. Sono così iniziate campagne contro i diritti civili, spesso di carattere sovranazionale, e movimenti volti a implementare la falsa coscienza reazionaria oggi dominante: dalle teorie suprematiste e razziste (come la cosiddetta “remigrazione”), che fanno da stampella ideologica alle politiche xenofobe di diversi governi europei e all’operazione di deportazioni di massa attuata da Trump, alla crociata “antigender” e “antiwoke” che oggi prende di mira, oltre alla comunità LGBTQIAP+, anche la proposta di introdurre l’educazione sessuo-affettiva e la cultura del consenso nei programmi scolastici, passando per l’emergere di movimenti apertamente antifemministi (la cosiddetta “maschiosfera”) e legati al fanatismo religioso che contribuiscono a normalizzare ideali e comportamenti misogini, omolesbobitransafobici, machisti e xenofobi, portando in molti casi a forme di violenza (bullismo, molestie, stupri, femminicidi, trans*cidi, pestaggi motivati da odio razziale o omolesbobitransafobia, in alcuni casi atti terroristici). Senza poi dimenticare la sempreverde lotta antiabortista che, complice l’arretramento del movimento operaio e il dilagare delle destre radicali, ha incassato vittorie fondamentali negli ultimi anni (annullamento della sentenza Roe v. Wade nel 2022) e riesce in modo sempre più efficace, anche in Italia, a limitare il diritto delle donne all’autodeterminazione riproduttiva.

Nonostante le recenti perturbazioni degli equilibri voluti dall’imperialismo (le cosiddette “rivolte della Gen Z” in diversi paesi, il movimento globale in solidarietà alla resistenza palestinese, il forte movimento contro gli ayatollah in Iran, le partecipate manifestazioni in numerose città statunitensi contro il governo Trump e poi contro le operazioni dell’ICE, l’ancora timido risveglio del movimento operaio registrato anche in Italia nell’autunno 2025) ad ora manca una prospettiva capace di riunire tutte queste lotte dando loro un obiettivo comune.

L’UNICA VERA ALTERNATIVA? QUELLA DI SISTEMA!

Questa prospettiva deve essere anticapitalista e rivoluzionaria, capace di superare gli steccati ideologici del femminismo piccolo-borghese e di contrapporsi alla via riformista e gradualista, che ha disperso la forza dei movimenti femministi e LGBTQIAP+ sui frangiflutti delle compatibilità di sistema. Infatti la prospettiva della rivoluzione socialista internazionale è l’unica in grado di sciogliere tutte le contraddizioni di questa società a partire da quella fondamentale: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la divisione in classi, ovvero l’esistenza di sfruttatori e sfruttatɜ e di oppressori e oppressɜ. Nessun governo borghese, nemmeno il più progressista, potrà sostenerci nella lotta contro il patriarcato, perché non potrà mai risolvere le cause dell’esistenza del patriarcato e di ogni altra forma di oppressione. Solo l’unione della lotta femminista e queer con la lotta di classe può farlo. Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori può sostenerci nella liberazione dallo sfruttamento capitalistico e dall’oppressione ciseteropatriarcale.

È necessario confrontarsi e costruire collettivamente l’organizzazione rivoluzionaria, indispensabile nella realizzazione di quella nuova società in cui le donne e le persone queer saranno libere dall’uomo e tuttɜ insieme saranno liberɜ dal capitale. Per questa ragione abbiamo deciso, in questo otto marzo, di rilanciare la costruzione di una tendenza femminista marxista rivoluzionaria come primo, piccolo passo del lungo cammino verso la nostra autodeterminazione.

Il nostro programma?

  • Diritto ad un lavoro stabile e dignitoso. Abolizione di ogni forma di precarietà e flessibilità: ripristino dei diritti sindacali conquistati e perduti dal movimento operaio, abolizione delle leggi antioperaie e repressive
  • Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario: lavorare meno, ridistribuire il lavoro tra chi non ce l’ha e avere piùtempo libero
  • Salario di disoccupazione dignitoso per chi il lavoro l’ha perso
  • Salario minimo ben oltre la soglia del lavoro necessario, a favore delle/dei lavoratorɜ e non dei padroni!
  • Reintroduzione della scala mobile: adeguamento del salario all’aumento dell’inflazione.
  • Lottiamo per un sistema retributivo, per una pensione minima sopra i livelli della mera sussistenza, contro l’allungamento dell’età pensionabile.
  • Riduzione dell’età pensionabile per i lavori usuranti
  • Nazionalizzazione sotto il controllo operaio e senza indennizzo delle imprese che licenziano o delocalizzano.
  • Sicurezza e tutela sul lavoro sotto il controllo operaio, per condizioni di lavoro più sicure e più salubri
  • Abolizione di tutte le leggi che comprimono i diritti sindacali e di sciopero, abolizione del reato di blocco stradale, no alle precettazioni illegittime
  • Istituzione del reato di omicidio sul lavoro
  • Lotta alla schiavitù, al caporalato e alle molestie, ai ricatti e alla violenza sessuale nei luoghi di lavoro
  • Socializzazione del lavoro di cura contro qualsiasi proposta di salario alle casalinghe o reddito di esistenza. Compiti di cura socializzati.
  • Congedi parentali prolungati e retribuiti al 100% estesi a tutti i genitori, la responsabilità genitoriale non è solo delle donne!
  • Nazionalizzare sotto il controllo sociale i servizi privati legati alla cura, abolizione del welfare aziendale e dirottamento dei fondi verso i servizi pubblici
  • Istituzione di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare scuola e sanità, e tutti i servizi legati alla cura della persona.
  • Abolizione di tutte le leggi che patologizzano le soggettività LGBTQIAP+ (come la L. 164/82) e istituzione di percorsi di autodeterminazione tutelati, gratuiti e garantiti
  • Lotta allo sfruttamento della prostituzione e alla tratta di esseri umani
  • Creazione di un percorso garantito per le vittime della violenza eterocispatriarcale ma rifiuto della denuncia obbligatoria
  • Aborto libero, sicuro, gratuito e garantito, promozione dell’aborto farmacologico, abolizione del colloquio preliminare – Contraccezione gratuita, liberamente disponibile e garantita
  • Sostegno effettivo alla maternità con la socializzazione dei compiti di cura e adeguate strutture a sostegno delle madri – Lotta alla violenza ostetrica, misogina e omolesbobitransafobica nelle cure alle donne e alle persone LGBTQIAP+. Contro la medicina ciseteropatriarcale!
  • Educazione sessuo-affettiva in tutte le scuole indipendentemente dalla morale reazionaria dominante. Contrastare attivamente ogni forma di discriminazione e violenza ciseteropatriarcale all’interno del mondo della scuola e dell’università.
  • Blocco a tempo indeterminato degli sfratti. No alla criminalizzazione di chi occupa e alle leggi repressive e securitarie contro i movimenti per la casa
  • Contro lo sgombero degli spazi sociali – luoghi dove spesso la comunità LGBTQIAP+, le donne e le persone razzializzate possono autodeterminarsi – e la repressione del movimento di solidarietà anti-imperialista con la Palestina.
  • Libertà di migrare, abolizione dei CPR e dei centri di detenzione per migranti
  • Accoglienza e tutela delle donne e delle soggettività LGBTQIAP+ migranti e ius soli, permessi di soggiorno, documenti e diritto alla residenza
  • No alle guerre dell’imperialismo e alle spese militari, cessate il fuoco immediato in Palestina, Ucraina e tutti i teatri di guerra del capitale. A fianco della resistenza di tutti i popoli contro l’imperialismo e per l’autodecisione: dalla Palestina all’Ucraina, dal Kurdistan al Sahara Occidentale, fino alla lotta dei kanak in Nuova Caledonia
  • No all’ondata reazionaria del postfascismo mondiale, per la ripresa delle lotte antifasciste, in saldatura diretta con l’anticapitalismo
  • Per un mondo pulito: produrre e consumare ciò che serve, accesso a acqua, terra, aria puliti, esproprio e nazionalizzazione delle imprese che inquinano.

Contro ogni forma di oppressione e pregiudizio verso le persone disabili e neurodivergenti. Per il diritto al lavoro, unica forma di autodeterminazione, senza categorie speciali ghettizzanti. Per la costruzione di percorsi educativi e didattici realmente inclusivi.

Costruiamo il movimento femminista marxista rivoluzionario!

Nessuno sconto a questa finanziaria di lacrime e sangue

 


Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre

La Finanziaria 2026 è la fotografia più chiara della direzione presa da chi governa: un Paese dove chi lavora deve pagare tutto, mentre chi comanda continua a vivere al riparo da ogni sacrificio: l’ennesimo assalto ai diritti, ai salari e alla dignità della classe lavoratrice.

Aumentano le imposte indirette, diminuiscono le detrazioni, si riduce ciò che resta in busta paga. Ancora una volta, l’inflazione la pagano gli operai, i turnisti, i precari, chi vive davvero del proprio sudore. Chi sta al governo, invece, continua a recitare la farsa dei “redditi da tutelare”, mentre svuota le tasche proprio di quelli che lavorano per tenere in piedi ospedali, scuole, fabbriche, trasporti.

Un altro colpo arriva sul fronte del welfare. Invece di rafforzare le tutele in un paese dove milioni di persone sono intrappolate nella precarietà, la manovra taglia ancora. Meno fondi per la formazione, meno risorse per chi perde il lavoro, meno strumenti per affrontare transizioni industriali sempre più brutali.

E poi c’è la questione delle pensioni. Con la Finanziaria 2026 diventa ancora più difficile andare in pensione in tempi umani. Nuovi requisiti, nuove restrizioni, nuovi ostacoli. Come se chi ha passato una vita nei reparti, nelle officine, sui turni di notte o nei lavori usuranti potesse continuare eternamente.

Il tratto più rivelatore di questa manovra, però, è la totale assenza di un piano per alzare i salari, per creare occupazione stabile, per ridurre gli orari, per investire nei settori strategici. Zero. Solo tagli a difesa di un sistema che continua a imporre sacrifici a chi lavora mentre garantisce margini e rendite a chi vive di profitti.

La Finanziaria 2026 non è un incidente né un errore tecnico: è un documento politico che racconta chiaramente da che parte sta il potere. E non è certo dalla parte dei lavoratori. È dalla parte di chi considera la forza-lavoro un costo da ridurre. Dalla parte di chi preferisce alleggerire i conti dei privilegiati anziché riconoscere il valore della fatica quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori. Nel 2026, a quanto pare, chi lavora deve ancora pagare per tutti. È questa la linea: colpire chi crea la ricchezza per continuare a favorire
chi la accumula.

Nonostante le potenzialità che tutti abbiamo visto il 3-4 ottobre, la CGIL ed i sindacati di base non hanno trovato una data unitaria per dare vita ad una vertenza generale unificante in grado di contrapporsi a questa aggressione che il governo Meloni porta ai diritti della classe lavoratrice.

È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere:

aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di
quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400- 500 euro;

ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario;

abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici;

abolizione dell’autonomia differenziata, che riduce salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud;

abolizione di tutte le leggi antisciopero e del Decreto legge sicurezza che criminalizza le lotte;

nemmeno un euro per il riarmo! In Italia si passerà da 45 miliardi nel 2025 a oltre 146 miliardi annui nel 2035 (più dell’importo della spesa per la sanità pubblica), arrivando in un decennio a circa 964 miliardi per il riarmo.

Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un'assemblea di delegati e delegate eletti nei luoghi di lavoro, che guidi la lotta da Stellantis alla GKN, dalla ex Ilva a tutte le altre mille vertenze sparse per il paese, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Metalmeccanici, un contratto da bocciare

 


FIM, FIOM E UILM erano partiti chiedendo 280 euro di aumento in tre anni e una riduzione d’orario a 35 ore a parità di salario; hanno firmato invece per 205 euro in quattro anni (2025-2028), allungando pure di sedici ore la flessibilità (l’orario plurisettimanale, cioè i sabati mezzo gratuiti, non pagati come straordinario, i quali passano da 80 ore a 96). Per la stragrande maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici l’aumento si aggira tra i 185 e i 192 euro lordi.


Un risultato disastroso che si commenta da solo, e a tutto vantaggio della controparte. Per due anni, fino al giugno del 2026, i metalmeccanici non andranno più in là dei 27 euro lordi erogati a giugno 2025 per l’ultrattività del vecchio contratto scaduto. Per recuperare il costo delle 40 ore di sciopero fatte per ottenere questa misera cifra dovranno aspettare grosso modo la prima busta paga dell’anno 2027.

I vertici sindacali sbandierano come vittoria il mantenimento della clausola di salvaguardia, cioè la salvaguardia dell’indice IPCA, un indice che è al di sotto dell’“inflazione programmata” degli anni ‘90 con cui i padroni smantellarono la scala mobile.

La partita non si giocava sulla “clausola di salvaguardia” ma sull’“assorbibilità” che nello scorso contratto in buona parte delle fabbriche si è mangiata l’aumento. E questa resta tale e quale a prima. Dal 2017, infatti, i vertici sindacali hanno accettato che i minimi aumentino solo nel caso lavoratrici e lavoratori non abbiano superminimi o altri emolumenti aggiuntivi. In quel caso sono sotto ricatto delle aziende.

Si arretra anche sui PAR, due in meno a disposizione individuale e due in più per le chiusure collettive. Il resto è poca cosa: la stabilizzazione (dal 2027) del 20% dei precari, prima di poter assumere altri precari con causali, si perde in un dedalo di precisazioni che la controparte facilmente aggirerà; lo staff leasing limitato a 48 mesi significa che dopo 48 mesi un’azienda assumerà un altro staff leasing lasciando a casa il primo.

Era ampiamente prevedibile una capitolazione del genere, a fronte di scioperi telefonati e fatti per fare il meno male possibile, dividendo territorialmente il fronte. A ciò si aggiunga che gli scioperi hanno messo in discussione solo la piattaforma di Federmeccanica, ma non l’impianto generale del contratto, incardinato su quel Patto della Fabbrica, firmato da CGIL, CISL e UIL nel 2018, che vincola al ribasso gli aumenti, sposta tutto sul welfare (50 euro in più rispetto ai 200 dello scorso contratto, e naturalmente confermati Metasalute e Fondo Cometa per la distruzione di pensioni e sanità pubbliche) ed è fatto su misura per i padroni.

Bisogna riprendere la lotta per un aumento serio e che parta subito, non tra un anno. Un aumento almeno doppio e vincolato all’unico vero indice che tenga dietro all’inflazione: la scala mobile. E per un aumento doppio ci vanno scioperi veri e prolungati, senza preavviso di un mese ma con casse di resistenza che lo supportino. Solo così si possono ottenere riduzione serie di orario e mettere fine ai contratti precari di qualunque tipo.

I metalmeccanici inoltre non devono viaggiare da soli, tanto più che il loro bastione più importante, quel che resta di FIAT-Stellantis, per la miopia dei vertici, è ormai lasciato al suo destino a combattere da solo. Invece per noi va riaccorpato al resto della truppa e unificato a tutte le altre categorie per un unico rinnovo generale che pieghi finalmente il padronato.

L’attuale lotta all’Ilva può essere il punto di partenza per portare a casa finalmente una vittoria e non rassegnarsi a questi aumenti da clochard. Nel referendum che viene, i vertici sindacali punteranno proprio su questo, sulla rassegnazione per far ingoiare ai metalmeccanici l’ennesimo rospo. Bisogna farlo ingoiare a loro. Sarà come farlo ingoiare a Federmeccanica, l’unica a far guadagni principeschi con questo contratto bidone.

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra commerciale tra imperialismi

 


La svolta di Trump alla prova del protezionismo. L'interesse indipendente della classe operaia internazionale

7 Aprile 2025

English version

Il grande rilancio del protezionismo segna il nuovo corso di Donald Trump. Il ricorso a politiche protezioniste non rappresenta naturalmente un fatto inedito, anche in tempi recenti. Dopo la grande crisi del 2008, e in particolare nell'ultimo decennio, l'innalzamento delle tariffe doganali sulle importazioni è diventato uno strumento diffuso nella concorrenza tra imperialismi. Anche negli USA, dove fu inaugurato dalla prima amministrazione Trump e in larga parte mantenuto, non a caso, dalla successiva amministrazione Biden. Il fatto nuovo, oggi, sta nel rilancio del ricorso protezionista su larga scala, e nel significato politico che questo assume.

Le misure protezioniste varate da Trump nel cosiddetto “giorno della liberazione dell'America” (2 aprile) si estendono alla maggioranza dei settori produttivi nell'intero globo. La loro distribuzione segue un criterio politico, non solo economico. La Cina è sommamente colpita, assieme a larga parte dei mercati asiatici; seguono a ruota le esportazioni europee; la Russia è l'unico paese risparmiato. È il riflesso di una politica di apertura all'imperialismo russo con l'obiettivo della sua separazione dall'imperialismo cinese. Una politica che offre alla Russia il riconoscimento di un ruolo negoziale globale, a scapito degli imperialismi europei, e conferma la Cina come avversario strategico degli USA.


GLI OBIETTIVI ECONOMICI DEL NUOVO CORSO DI TRUMP

Dal punto di vista economico, il nuovo corso protezionista di Trump persegue una combinazione di obiettivi diversi e complementari.

Il primo è riequilibrare la bilancia commerciale, e di riflesso la bilancia dei pagamenti degli USA. Il calcolo dei nuovi dazi in base alle tariffe praticate dai capitalismi concorrenti (con una ritorsione dimezzata a riprova di una presunta “generosità” trumpiana) è arbitrario da un punto di vista economico, perché attribuisce interamente ai dazi subiti la responsabilità dello squilibrio commerciale americano, ma è chiarissimo nella sua finalità: imporre ai capitalismi concorrenti sul mercato americano il costo della loro invadenza, a vantaggio dello Stato americano.

Il secondo obiettivo è riportare negli USA investimenti e produzioni industriali emigrati in Asia e in Europa negli anni della grande espansione della globalizzazione capitalista. “Fare di nuovo l'America grande” è prima di tutto rilanciare il suo ruolo di prima potenza industriale. Imporre dazi alti sulle esportazioni asiatiche ed europee, e promettere al tempo stesso un'ulteriore riduzione della tassazione sui profitti per chi investe negli USA, è un chiaro messaggio ai capitalisti di tutto il mondo: se volete evitare la mannaia dei dazi, per di più guadagnandoci sopra, dovete venire o tornare a produrre in America. L'età dell'oro sarà soprattutto la vostra.

Il terzo obiettivo è quello di massimizzare la pressione internazionale per l'acquisto del debito pubblico statunitense. Possibilmente acquisto di debito a lunghissima scadenza, addirittura centenaria (i cosiddetti “matusalem bond”). Il debito americano verso il resto del mondo ha raggiunto i 23 mila miliardi di dollari. Una mole gigantesca. La sua crescita esponenziale negli ultimi venticinque anni (dal 50% del PIL del 2000 al 125% attuale) è una mina potenziale di grande rilevanza per l'imperialismo USA, e va riportata sotto controllo. Volete evitare la mannaia dei dazi sui vostri prodotti? Comprate titoli di Stato americani per l'eternità, senza pretendere di vederveli ripagati con gli interessi. Trump chiede contropartite «fenomenali» in cambio di una propria (eventuale) indulgenza.


LA REAZIONE DEGLI IMPERIALISMI CONCORRENTI.
I RIFLESSI SULL'ECONOMIA MONDIALE


Gli obiettivi sono chiari, e peraltro dichiarati secondo la logica dell'America First. I loro risultati sono invece del tutto ipotetici, perché esposti a due variabili imprevedibili: la dinamica del negoziato interimperialista e quello dell'economia mondiale.

La prima reazione degli imperialismi concorrenti alla svolta protezionista americana appare diversificata. Gli imperialismi europei temono conseguenze serie per la loro UE: dovendo affrontare parallelamente la guerra dei dazi, l'emarginazione dal negoziato ucraino, l'annunciato disimpegno USA dal teatro europeo, le nuove spese del proprio riarmo.
Le regole europee prevedono che in fatto di relazioni commerciali il potere negoziale sia della Commissione, non dei governi nazionali. Ma ciò scarica sulla UE la contraddizione tra interessi nazionali diversi, tra chi è massimamente esposto sul mercato americano e chi lo è meno, tra chi è più esposto in un settore e chi in un altro, tra chi vuole intestarsi la guida di una replica europea (la Francia) e chi cerca a fatica una relazione privilegiata con Trump (l'Italia). In ogni caso, la forte crescita del peso del commercio internazionale nel PIL della zona d'euro (dal 31% del 1999 al 55% attuale) misura la maggiore esposizione dell'Europa sul fronte della guerra commerciale rispetto ai propri concorrenti. L'economia delle relazioni transatlantiche pesa per ben il 33% del PIL mondiale. Dunque a Bruxelles la parola d'ordine è cercare altri mercati di esportazione, come il Mercosur e il Messico.

La Cina ha invece risposto immediatamente agli USA con una ritorsione immediata e consistente. È la reazione obbligata della grande potenza avversaria. L'imperialismo cinese cerca di trarre un vantaggio politico dalla svolta americana, provando ad offrirsi agli imperialismi europei e persino al Giappone come interlocutore affidabile in quanto garante delle regole del WTO. L'incontro fra i ministri degli Esteri di Cina, Giappone, Corea del Sud attorno al tema delle proprie relazioni commerciali sta in questo quadro. Così come i segnali di fumo tra la Cina e l'Unione Europea: terrorizzata dal rischio di un'invasione di merci cinesi a basso costo sui propri mercati, quale conseguenza del protezionismo USA, ma al tempo stesso interessata ad aprirsi un proprio spazio di manovra capace di rafforzare il proprio potere negoziale con gli USA.
Nelle relazioni interimperialiste, la tradizionale guerra di posizione sembra lasciare il passo ad una sorta di guerra di movimento.

L'aprirsi di una guerra commerciale dispiegata all'insegna del protezionismo può avere un forte impatto sull'economia mondiale. Il mercato globale è la somma dei mercati nazionali e continentali. Se ogni paese o blocco imperialista protegge il proprio mercato con più elevate barriere tariffarie contro i capitalismi rivali, la risultante inevitabile sarà la contrazione del mercato mondiale. Non a caso il tema di una possibile recessione è entrato prepotentemente nel confronto internazionale, e nella stessa dinamica delle Borse mondiali. I ripetuti crolli delle azioni e il calo vistoso del prezzo del petrolio sono sintomi eloquenti della grande paura di una recessione.


L'INCOGNITA SULLA TENUTA DEL BLOCCO SOCIALE DI TRUMP, E I SUOI RIFLESSI SULLA POLITICA MONDIALE

All'interno degli USA il blocco sociale di consenso raccolto da Trump sarà messo alla prova degli effetti del protezionismo. A differenza che in Europa (e a maggior ragione in Italia), l'investimento in azioni di Borsa coinvolge negli USA un ampio settore di aristocrazia operaia e della classe media, un pezzo importante della base sociale del trumpismo. Non a caso Trump si è affrettato a rassicurare la propria base elettorale circa i futuri effetti miracolosi della svolta protezionista. Certo è che il fascino retorico dei suoi annunci dovrà confrontarsi con la dura materialità del portafoglio. Lo stesso ambiente del grande capitale americano, ricollocatosi attorno a Trump, dà segni di nervosismo.

Quel che è certo è che la tenuta di Trump sul versante interno sarà decisiva per la stessa credibilità della sua politica estera. E non solo sul versante economico. L'obiettivo politico-strategico della separazione della Russia dalla Cina dipende dalla tenuta interna del trumpismo. La stabilità politica istituzionale della Cina è infatti ben superiore a quella di Trump, che dovrà affrontare fra due anni il delicato passaggio delle elezioni di medio termine. Il regime di Putin è lusingato e tentato dall'offerta americana di un ruolo mondiale di grande potenza, ma può pensare di cambiare cavallo solo in presenza di garanzie politiche affidabili, a partire dalla tenuta regime trumpiano. È un caso che Trump abbia iniziato ad alludere ad un suo possibile (ma improbabile) terzo mandato, contro i limiti della Costituzione americana?


PER L'INTERESSE INDIPENDENTE DELLA CLASSE OPERAIA INTERNAZIONALE

Il protezionismo ,come sempre, ha e avrà un portato ideologico. Ogni paese e/o blocco imperialista cercherà di arruolare i salariati nella propria guerra commerciale contro gli imperialismi rivali. Trump invoca il sostegno della classe operaia americana contro i «parassiti» europei che hanno truffato l'America. Gli imperialismi europei cercheranno il consenso dei propri operai a possibili ritorsioni contro “l'irresponsabile” amministrazione americana. L'imperialismo cinese rafforzerà il proprio richiamo nazionalista a sostegno della replica protezionista anti-USA. Ovunque si cercherà di contrapporre i salariati ad altri salariati nel nome degli interessi della propria nazione, o schieramento, imperialista.

Ma la classe operaia internazionale non ha alcun interesse a farsi arruolare nelle guerre commerciali tra i capitalisti e i loro Stati. Ha invece interesse a lottare per i propri interessi indipendenti e un'alternativa di società.

Il protezionismo avrà conseguenze sociali per la classe operaia. Trascinerà ovunque un aumento dei prezzi e dunque un erosione dei salari, una diffusa riorganizzazione delle catene produttive, con il taglio di posti di lavoro e di diritti sindacali, una possibile recessione, messa sul conto dei proletari.
La rivendicazione della scala mobile dei salari, della ripartizione del lavoro attraverso la riduzione drastica dell'orario a parità di paga, della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle imprese che chiudono e licenziano, può e deve essere la prima risposta unificante nella tempesta in arrivo: in ogni paese, su scala continentale, su scala mondiale.

Se i capitalisti si fanno la guerra prendendo in ostaggio i propri salariati, i salariati hanno interesse a difendere il proprio interesse comune, al di là di ogni divisione nazionale. L'alternativa al protezionismo non è l'improbabile ritorno al libero scambio della precedente globalizzazione. È l'alternativa al capitalismo, al di là di ogni divisione di frontiera.
Sviluppare la coscienza politica di questa verità rivoluzionaria è il compito dei marxisti rivoluzionari, ad ogni latitudine del mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

SCIOPERARE OGGI PER RIVOLTARSI DOMANI!

 


Testo del volantino che distribuiremo alle manifestazioni in concomitanza con lo sciopero generale di venerdì 29 novembre

È sicuramente positivo che Cgil-Uil e buona parte dei sindacati di base, scioperino oggi nella giornata internazionale della solidarietà al popolo palestinese massacrato a Gaza dal sionismo colonizzatore e dagli imperialismi occidentali che lo coprono nonostante i mandati d’arresto per criminali impuniti come Netanyahu. La prima considerazione elementare, quindi, è che la mobilitazione di oggi non sia solo una fortuita coincidenza ma continui domani nelle piazze di Roma e Milano, per ribadire che la lotta dei lavoratori e quella del popolo palestinese sono una cosa sola!

 Avremmo preferito un solo luogo e un’unica piazza, non due, una per sindacati confederali e una per sindacati di base, ma vogliamo pensare in positivo e lottiamo perché quello di oggi sia solo il preludio a scioperi unitari e di massa di tutto il variopinto arco sindacale. Inoltre crediamo che gli scioperi non debbano ridursi a meri rituali. Anche quest’anno lo sciopero Cgil-Uil contro la manovra del governo arriva senza un bilancio del precedente. L’anno scorso si disse “adesso basta”, oggi si incita giustamente alla “rivolta sociale” per fermare la Meloni, ma oggi come allora non la fermeremo con uno sciopero testimoniale. Analogo discorso si può fare per lo sciopero dei sindacati di base, sempre più simile a quello dei confederali, ma ancora più dispersivo (Usb sciopererà tristemente da sola il 13 Dicembre).

 L’annuale rito dello sciopero conferma però l’estrema gravità della situazione della nostra classe. 6 i milioni di poveri assoluti in Italia. 3 milioni, invece, i precari ufficiali, ma non fidatevi troppo delle statistiche borghesi, sono molti di più. Ci sono soldi per le armi (record di oltre 30 miliardi), per i soliti sgravi alla Chiesa, per sanità e scuola privata, e di conseguenza c’è n’è sempre meno per quella pubblica. Meno ancora ce n’è per lavoratori e lavoratrici che devono accontentarsi sempre dello sgravio del cuneo fiscale… per i padroni, unico modo che il capitalismo ha per dare con una mano pochi spicci ai salariati, per poi riprenderseli attraverso tagli a servizi e pensioni (confermata la Legge Fornero, con buona pace di chi ha creduto alla propaganda elettorale di Salvini). Lavoratrici e lavoratori che hanno tenuto il Tfr in azienda devono anche stare attenti al nuovo tentativo di scippo tramite silenzio assenso. 

 il nuovo attacco di Salvini, che con un ignobile provvedimento ha precettato i lavoratori dei trasporti riducendo il loro sciopero a sole 4 ore nonostante lo scorso anno il TAR del Lazio avesse dichiarato illegittima un’analoga ordinanza, dà ancor più la misura, se mai ce ne fosse bisogno, della torsione autoritaria di questo governo e della necessità di una risposta di massa da parte della classe lavoratrice.

 Purtroppo, invece, Lo sciopero avviene col solito metodo di una generica protesta, con rivendicazioni vaghe la Cgil e appena più precise il sindacalismo di base. Nessuna piattaforma è stata veramente discussa, condivisa e approvata dai lavoratori. La Cgil parla di inflazione da profitti e di perdita di potere d’acquisto dei salari per i rinnovi dei contratti, come nel pubblico, che coprono appena 1/3 dell’inflazione. Ma nel privato non va tanto meglio. L’elogiato rinnovo dei tessili, al massimo copre 2/3 di inflazione, cioè 2/3 del minimo sindacale. L’obbiettivo minimo dovrebbe essere fuori dalla contrattazione, infatti quando c’era la scala mobile si contrattava per ripartire la ricchezza prodotta, non per ridurre soltanto la miseria accumulata.

 Gli altri rinnovi non si scostano più di tanto dal rinnovo dei tessili. Ottenuti con poche o addirittura nessuna giornata di sciopero come negli alimentaristi, non cambiano l’impianto degli attuali contratti nazionali, il cui asse è il continuo spostamento dei soldi veri e reali, verso il welfare e i fondi pensione e salute che continuano a non essere messi in discussione da Cgil e Uil, con buona pace della richiesta di finanziamento straordinario per la sanità. Il sindacalismo di base lo denuncia, ma deve riflettere sul fatto che a tutt’oggi la sua coscienza è pari alla sua debolezza, incapace di fermare l’andazzo. 

 Rispetto all’anno scorso, quest’anno lo sciopero va in scena pressoché in concomitanza con la rottura delle trattative nel settore nevralgico della nostra storia: quello dei metalmeccanici. I metalmeccanici raddoppieranno lo sciopero – verosimilmente a gennaio – ma è evidente che da questo settore dipenderà lo sviluppo o meno della mobilitazione. E poiché in questo settore, pure nell’automotive si è scioperato, le condizioni ci sono tutte per una riunificazione dei metalmeccanici in un unico contratto. Anzi sarebbe ora che tutte le categorie venissero riunite in tre soli contratti: dell’industria, del pubblico e dei servizi.

 Niente come l’automotive e nella fattispecie Stellantis mette a nudo il vero volto della crisi. Sono praticamente due anni di calo consecutivo della produzione industriale, ma mentre il padronato piange, aumentano i profitti e gli stipendi dei manager. Tavares che sta cercando di dare il benservito ad altri 3000 operai, si è aumentato lo stipendio in due anni del 55%. E così gli altri dirigenti che a luglio hanno preso un bonus per l’efficienza con cui spremono i lavoratori. 

 È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere: aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400-500 euro; ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario; abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici; abolizione dell’autonomia differenziata, che è solo il modo per ridurre salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud; abolizione di tutte le leggi antisciopero e del decreto sicurezza solo per il profitto (DdL 1660) che criminalizza le lotte. È incredibile che ci siano più sindacalisti indagati che padroni!

 Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un’assemblea di delegati e delegate che guidi la lotta da Stellantis alla Gkn, dalla Beko (ex Whirpool) a tutte le altre mille vertenze sparse per lo Stivale, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo. Solo una massa enorme di lavoratori e lavoratrici con uno scopo comune può piegare governo e padronato.

 Non si dica che queste rivendicazioni sono impossibili. In altre parti del mondo, pensiamo all’IG Metall in Germania o al sindacato UAW negli Stati Uniti proprio contro Stellantis, sono stati in grado di ottenere importanti vittorie, nettamente superiori ai rinnovi che vediamo in Italia. E le hanno ottenute innanzitutto perché hanno proprio le casse di resistenza a supportare gli scioperi. Le hanno ottenute, inoltre, perché hanno usato un altro metodo di lotta: si sono date un obbiettivo e l’hanno perseguito fino in fondo bloccando il profitto.

 Gli obbiettivi sindacali vanno però unificati agli obbiettivi politici e questo dovrebbe capirlo innanzitutto il sindacalismo di base, cioè di classe. Il capitalismo italiano ha mille partiti e un unico sindacato: la Confindustria; Gli operai hanno cento sindacati di classe e nessuno di loro che pensi al partito. Non comprendere la necessità di unire la battaglia sindacale alla costruzione del partito rivoluzionario, significa non avere la testa per colpire al cuore il capitalismo. Se leggi e sei d’accordo con questa necessità, sei perfetto per il nostro Partito Comunista dei Lavoratori, l’unico che vuole tenere insieme questi due aspetti, senza i quali semplicemente non si può vincere. Iscriviti al PCL!

Basta pace sociale, è ora di un vero sciopero generale!

 


Basta regalare la pace sociale a Meloni. È l'ora di una lotta vera. È l'ora di uno sciopero generale vero


Per un anno intero Giorgia Meloni ha macinato politiche contro il lavoro. Eppure, ha goduto di una pace sociale senza pari in Europa. Francia, Gran Bretagna, Germania, ora anche gli Stati Uniti, sono stati attraversati da mobilitazioni di massa dei salariati. Il governo italiano a guida postfascista, e il padronato di casa nostra, sono stati invece risparmiati. Nonostante la massima precipitazione dei salari italiani, l’ulteriore ampliamento della precarietà del lavoro, la cancellazione del reddito di cittadinanza, la liberalizzazione criminogena degli appalti, il rifiuto di ogni forma di salario minimo, etc. La verità è che la burocrazia sindacale, con la sua straordinaria passività, ha contribuito alla stabilizzazione del governo. A Meloni si è addirittura offerta la passerella del congresso nazionale della CGIL in funzione della “correttezza delle relazioni”. Incredibile.

La nuova legge di stabilità che Meloni annuncia è una truffa per i salariati. Il taglio del cuneo fiscale (purtroppo esaltato per anni dalla burocrazia sindacale) è messo a carico dei lavoratori attraverso il ricorso al debito senza che i padroni debbano scucire un euro. In cambio si offre ai padroni un “concordato preventivo biennale”: se i loro profitti salgono le tasse per loro resteranno le stesse. E questo proprio mentre salgono ovunque i profitti che spingono a loro volta l’aumento dei prezzi falcidiando i salari... Infine si annunciano per i prossimi anni altri 20 miliardi di privatizzazioni!

È allora necessaria una svolta di fondo. Non basta la manifestazione del 7 ottobre e neppure un eventuale “sciopero generale” pro forma e una tantum, che, come in passato, servirebbe solo a testimoniare la presenza senza incidere realmente sui rapporti di forza e senza ottenere lo straccio di un risultato. È l’ora finalmente di una lotta vera. Di una piattaforma generale di lotta che milioni di lavoratrici e di lavoratori possano sentire come propria. Di una mobilitazione prolungata che punti a vincere.

Per un aumento salariale di almeno 300 euro netti per tutte le lavoratrici e i lavoratori
Per il ritorno della scala mobile dei salari
Per un salario minimo intercategoriale di 12 euro l’ora (1500 euro mensili).
Per un salario dignitoso ai disoccupati di almeno 1200 euro
Per la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro varate dai governi di ogni colore negli ultimi vent’anni
Per il controllo operaio sulle condizioni del lavoro, a partire dalla sicurezza
Per una riduzione generale dell’orario di lavoro a 30/32 ore a parità di paga
Per una patrimoniale straordinaria di almeno 10% sul 10% più ricco, al fine di raddoppiare l’investimento nella sanità, nell’istruzione, nel risanamento ambientale del territorio, nelle energie rinnovabili
Per l’abbattimento delle spese militari e la cancellazione del debito pubblico verso le banche (ormai 100 miliardi di soli interessi ogni anno!)


È necessaria una assemblea nazionale di delegati eletti che possa definire una piattaforma di svolta e decidere un serio piano di lotta a suo sostegno. È necessario accompagnare la mobilitazione con una svolta radicale delle forme di lotta
, attraverso l’occupazione di tutte le aziende che licenziano (come hanno fatto in GKN) e la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio. Tutti i sindacati di classe dovrebbero unire le proprie forze nell’azione comune.

Il principio è semplice: occorre unire 18 milioni di salariati contro il fronte padronale e governativo; occorre contrapporre alla radicalità dei padroni una radicalità uguale e contraria dei lavoratori. È l’unica via per strappare risultati.

Una mobilitazione radicale ha bisogno di una prospettiva politica generale. Il sistema capitalistico è fallito. Ovunque compressione dei diritti sociali. Ovunque saccheggio dell’ambiente naturale. Ovunque sviluppo delle spese militari. Vecchi e nuovi imperialismi si contendono la spartizione del mondo. La barbara guerra d’invasione dell’imperialismo russo in Ucraina si combina coi piani di allargamento degli imperialismi NATO e lo sviluppo di tutti i bilanci militari: non solo in Russia e Cina ma anche negli USA, in Europa, in Giappone. Mentre si propagano vecchie e nuove ondate xenofobe contro chi fugge dalla fame e dalle guerre.


Non c’è futuro per i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, non c’è futuro per la salvezza ecologica del pianeta, non c’è futuro per la pace senza mettere in discussione il capitalismo e l’imperialismo. Senza una prospettiva di rivoluzione che in ogni paese e su scala mondiale punti a riorganizzare alla radice la società umana, liberandola dalla dittatura del profitto. Questa verità profonda è confermata, giorno dopo giorno, dall’esperienza dei fatti.

Occorre elevare la coscienza della classe lavoratrice all’altezza di questa verità. Per questo è necessario un partito che sviluppi contro corrente tale consapevolezza.

La classe operaia italiana è priva di un proprio partito. Nessuna sinistra italiana si pone il compito di costruirlo. Il fronte liberalprogressista (PD, M5S, Calenda), che ha governato a lungo contro il lavoro, si offre come carta di ricambio della borghesia italiana. Sinistra Italiana e Verdi si aggregano alla carovana del centrosinistra liberale. Ciò che resta di Rifondazione Comunista si subordina ciclicamente a personaggi in cerca d’autore, prima Ingroia, poi De Magistris, ora Santoro, rimuovendo la centralità della rappresentanza autonoma del lavoro.

Il PCL si batte per un partito indipendente della classe lavoratrice, basato su un programma anticapitalista, per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori. E vuole unire nella stessa organizzazione tutte e tutti coloro che condividono questo programma. Sul piano nazionale e internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Meloni, un anno dopo

 


C'è bisogno di una lotta vera

22 Settembre 2023

Testo del volantino nazionale del PCL

È passato un anno da quando è nato il governo Meloni. Parlano i fatti.
I salari delle lavoratrici e dei lavoratori, privati e pubblici, hanno continuato la loro discesa, come in nessun altro paese d’Europa.
Il caro prezzi sul carrello della spesa è trainato dall’aumento dei profitti, gli stessi che il governo vuole ulteriormente detassare.
Le accise sulla benzina, che Meloni aveva promesso di “cancellare”, sono state integralmente ripristinate dal governo stesso.
I mutui variabili hanno conosciuto una impennata a tutto beneficio delle banche che hanno fatto utili record (altro che microtassa sugli extraprofitti da 0,1%).
Aumentano ovunque gli omicidi sul lavoro, grazie a un precariato dilagante e alla liberalizzazione degli appalti che Meloni ha esteso.
Il sistema sanitario è a pezzi, con liste d’attesa infinite, mentre la sanità privata che il governo protegge fa affari d’oro in Borsa.
Le uniche spese in crescita sono quelle per gli armamenti e per pagare il debito pubblico alle banche e alle compagnie di assicurazione. Come con tutti i governi precedenti, nessuno escluso.

Meloni vanta “l’attenzione ai redditi medio bassi”. Quanta ipocrisia! La principale misura del governo è stata la cancellazione del reddito di cittadinanza, cioè il diritto di sopravvivenza dei disoccupati, in funzione dell’abbassamento dei salari. Il rifiuto scandaloso di ogni forma di salario minimo completa il quadro. Per di più, con l’“autonomia differenziata”, vogliono indirizzare verso i padroni del Nord le risorse sottratte alla popolazione più povera del paese. Altro che destra... “sociale”.

Meloni vuole rivendere per la prossima legge di stabilità la “riduzione del cuneo fiscale”. Ma è uno specchietto per le allodole. Chi paga i contributi tagliati? I lavoratori e le lavoratrici, o attraverso il fisco, o attraverso il debito pubblico, o attraverso i tagli ai servizi. I padroni, e i loro profitti, non versano un euro. Per questo il capo di Confindustria è così entusiasta dell’operazione. Tutela semplicemente gli interessi dei capitalisti.

È necessario allora che la classe lavoratrice tuteli i propri interessi. Lavoratrici e lavoratori francesi, inglesi, tedeschi, americani sono scesi ripetutamente in lotta nell’ultimo anno per rivendicare i propri diritti sociali e forti aumenti salariali. Occorre imitare il loro esempio. Occorre una lotta vera, unitaria, radicale, di massa che ponga al centro dello scenario politico le ragioni di chi lavora.

• Per un forte aumento salariale di almeno 300 euro netti per tutti i lavoratori e le lavoratrici
• Per la reintroduzione della scala mobile dei salari
• Per un salario minimo intercategoriale di almeno 12 euro l’ora
• Per un reddito dignitoso ai disoccupati
• Per la cancellazione di tutte le misure di precarizzazione del lavoro e della attuale legislazione sugli appalti
• Per il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori sulle condizioni del lavoro, e la decuplicazione di ispettori e ispezioni
• Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40
• Per una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, che possa finanziare il raddoppio della spesa sanitaria, un vasto piano di assunzioni nei servizi, un forte investimento in risanamento ambientale ed energie rinnovabili
• Per la cancellazione del debito pubblico alle banche e l’abbattimento delle spese militari


Occorre far emergere in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i sindacati di classe, questa piattaforma generale unificante. L’ora delle chiacchiere è finita. Per un anno intero le burocrazie dirigenti del sindacato hanno garantito a governo e padroni la pace sociale, limitandosi a critiche innocue.
Adesso basta. Non è sufficiente una pur positiva manifestazione a Roma, come non lo sarebbe uno sciopero generale pro forma del tutto simbolico come abbiamo visto in passato. È necessario preparare uno sciopero generale vero, a carattere prolungato, su una piattaforma generale di rivendicazioni che le lavoratrici e i lavoratori possano sentire come propria. Un'assemblea nazionale di delegate e delegati eletti può varare questa piattaforma.

Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori potrà realizzare una svolta vera. Che è anticapitalistica o non è. C’è bisogno di un partito della classe lavoratrice che lotti per questa svolta. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte ogni giorno per costruirlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

I profitti spingono il carovita. Per la scala mobile dei salari!

 


In questi giorni l'emergenza del caro bollette domina il dibattito pubblico. Siamo intervenuti sul tema con una nostra analisi e proposta di lotta. Vi torneremo. Ma c'è un aspetto che la stampa padronale e tutti i partiti borghesi volutamente ignorano: l'enormità dei profitti padronali nei primi sei mesi dell'anno. Non si tratta dei soli arcinoti extraprofitti delle grandi aziende energetiche, ma dei profitti di larga parte dei grandi gruppi capitalisti in tutti i settori dell'economia.


Non è un fenomeno solo italiano. La Confederazione europea dei sindacati ha documentato come in tutta l'Unione Europea il primo semestre del 2022 abbia visto dividendi d'oro tra i grandi gruppi industriali e bancari, con una crescita esponenziale: più 25,1% in Belgio, più 32,7% in Francia, più 36,3% in Germania, più 23,4% in Olanda, più 97,7% in Spagna (all'ombra del governo “di sinistra” PSOE-Podemos). Una crescita impetuosa che corrisponde a circa venti volte l'evoluzione parallela dei salari, sostanzialmente al palo. In altri termini, un incremento ovunque del tasso di sfruttamento capitalistico del lavoro.

L'Italia si colloca in classifica subito dopo la Spagna con un incremento dei dividendi del 72,2%. Tutti i settori sono coinvolti dal fenomeno. Il settore automobilistico di Stellantis con l'incremento del 15% e 8 miliardi di utile. Il gruppo ENI con quasi 7,4 miliardi di utile a fronte dell'1,1 del primo semestre (più 700%). Ma il salto maggiore lo compie Atlantia dei Benetton, che grazie alla vendita di Autostrade a CDP passa da 33 milioni a 5,9 miliardi di utile. Seguono Banca Intesa, Unicredit, ENEL, Generali, Banca Bper, Tenaris, Poste Italiane. Complessivamente, i dividendi passano da 24,345 a 39,669 miliardi. In soli sei mesi!

Si dirà: “ora però il rincaro dell'energia ha invertito la rotta”. Sbagliato. O per lo meno inesatto. In parte l'onda della crescita dei dividendi è alimentata proprio dal rincaro dell'energia con le relative speculazioni, in parte si è scaricata sui prezzi alimentando l'inflazione. «Molte aziende sono state in grado di espandere i propri profitti unitari in un contesto di eccesso di domanda globale nonostante l'aumento dei prezzi dell'energia» e «in media i profitti hanno contribuito in modo chiave all'inflazione interna totale, al di sopra del loro contributo storico», dichiara Isabel Schnabel, membro tedesco del board della BCE.

I profitti sono dunque un volano del carovita pagato dai salariati. Altro che “caro bollette, male comune”. No. Il male non è comune nei suoi effetti sociali, e neppure nei suoi fattori scatenanti.

È una ragione in più per porre la rivendicazione di un aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti e della scala mobile dei salari come obiettivo centrale di questa fase. È il caso di dire “paghi chi non ha mai pagato”.

Partito Comunista dei Lavoratori