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Nessuno sconto a questa finanziaria di lacrime e sangue

 


Testo del volantino distribuito in occasione dello sciopero generale del 12 dicembre

La Finanziaria 2026 è la fotografia più chiara della direzione presa da chi governa: un Paese dove chi lavora deve pagare tutto, mentre chi comanda continua a vivere al riparo da ogni sacrificio: l’ennesimo assalto ai diritti, ai salari e alla dignità della classe lavoratrice.

Aumentano le imposte indirette, diminuiscono le detrazioni, si riduce ciò che resta in busta paga. Ancora una volta, l’inflazione la pagano gli operai, i turnisti, i precari, chi vive davvero del proprio sudore. Chi sta al governo, invece, continua a recitare la farsa dei “redditi da tutelare”, mentre svuota le tasche proprio di quelli che lavorano per tenere in piedi ospedali, scuole, fabbriche, trasporti.

Un altro colpo arriva sul fronte del welfare. Invece di rafforzare le tutele in un paese dove milioni di persone sono intrappolate nella precarietà, la manovra taglia ancora. Meno fondi per la formazione, meno risorse per chi perde il lavoro, meno strumenti per affrontare transizioni industriali sempre più brutali.

E poi c’è la questione delle pensioni. Con la Finanziaria 2026 diventa ancora più difficile andare in pensione in tempi umani. Nuovi requisiti, nuove restrizioni, nuovi ostacoli. Come se chi ha passato una vita nei reparti, nelle officine, sui turni di notte o nei lavori usuranti potesse continuare eternamente.

Il tratto più rivelatore di questa manovra, però, è la totale assenza di un piano per alzare i salari, per creare occupazione stabile, per ridurre gli orari, per investire nei settori strategici. Zero. Solo tagli a difesa di un sistema che continua a imporre sacrifici a chi lavora mentre garantisce margini e rendite a chi vive di profitti.

La Finanziaria 2026 non è un incidente né un errore tecnico: è un documento politico che racconta chiaramente da che parte sta il potere. E non è certo dalla parte dei lavoratori. È dalla parte di chi considera la forza-lavoro un costo da ridurre. Dalla parte di chi preferisce alleggerire i conti dei privilegiati anziché riconoscere il valore della fatica quotidiana di milioni di lavoratrici e lavoratori. Nel 2026, a quanto pare, chi lavora deve ancora pagare per tutti. È questa la linea: colpire chi crea la ricchezza per continuare a favorire
chi la accumula.

Nonostante le potenzialità che tutti abbiamo visto il 3-4 ottobre, la CGIL ed i sindacati di base non hanno trovato una data unitaria per dare vita ad una vertenza generale unificante in grado di contrapporsi a questa aggressione che il governo Meloni porta ai diritti della classe lavoratrice.

È ora di una piattaforma di rivendicazioni vere:

aumenti molto più consistenti per tutti che recuperino la reale inflazione, grosso modo il doppio di
quella segnata dall’indice IPCA, quindi 400- 500 euro;

ripristino della scala mobile e riduzione dell’orario a 30-32 ore settimanali a parità di salario;

abolizione di tutte le leggi sul precariato dal Jobs Act fino al pacchetto Treu; abolizione della Legge Fornero e di tutti i suoi predecessori: in pensione con 35 anni di contributi, 60 di età e con minima almeno a 1500 euro, quindi abolizione di tutti i fondi pensione e salute che smantellano i diritti pubblici;

abolizione dell’autonomia differenziata, che riduce salari e diritti, in maniera indifferenziata, dal nord al sud;

abolizione di tutte le leggi antisciopero e del Decreto legge sicurezza che criminalizza le lotte;

nemmeno un euro per il riarmo! In Italia si passerà da 45 miliardi nel 2025 a oltre 146 miliardi annui nel 2035 (più dell’importo della spesa per la sanità pubblica), arrivando in un decennio a circa 964 miliardi per il riarmo.

Queste rivendicazioni possono essere portate avanti da un'assemblea di delegati e delegate eletti nei luoghi di lavoro, che guidi la lotta da Stellantis alla GKN, dalla ex Ilva a tutte le altre mille vertenze sparse per il paese, e che istituisca casse di resistenza adeguate allo scopo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ferrero va alla guerra contro Acerbo

 

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9 Novembre 2024

Rifondazione va a congresso. Le confessioni di un ex ministro con la faccia di bronzo

È guerra dentro il Partito della Rifondazione Comunista. Paolo Ferrero, già “líder máximo” del partito e ancora fondamentale figura pubblica, con il sostegno di circa il 45% dei dirigenti del PRC è partito lancia in resta per disarcionare l’attuale segretario Maurizio Acerbo, che gode direttamente del sostegno di solo il 35% dei dirigenti, ma è appoggiato dal gruppo “partitista” di Pegolo e Tecce (20%). Per cui il prossimo drammatico congresso di Rifondazione vedrà due documenti contrapposti.
Oltre alle questioni personali, ci sono certamente degli elementi politici. Nella sostanza, Acerbo e i suoi alleati sperano di creare le condizioni per partecipare un domani al “campo largo” con il PD della Schlein. Ferrero, invece, vorrebbe cercare di creare una coalizione riformista di sinistra stabile con Potere al Popolo (salvo eccezioni in caso di convenienza: in Sardegna i ferreriani si sono presentati in una coalizione totalmente borghese).
Detto così, si potrebbe pensare che Ferrero sia a sinistra dei suoi avversari. In un certo senso questo è vero, ma se a una minestra di acqua e sabbia si aggiunge un po’ di sale non cambia molto. Tra l’altro Ferrero, anche per raccogliere gli elementi più stalinisti del partito e per favorire le prospettive, non facili, di rapporto con Potere al Popolo, è ormai arrivato su posizioni campiste, esaltando i BRICS e la loro politica, cioè scegliendo uno dei due campi imperialisti oggi presenti nella sfida mondiale, con posizioni catastrofiste-campiste.

Se questo è il quadro generale, c’è un particolare da aggiungere. Le due frazioni in lotta hanno depositato i documenti congressuali. Qui sotto riportiamo l’inizio del capitolo sul bilancio della storia del PRC (documento Ferrero). Qui si sviluppa una polemica contro Acerbo dichiarando che è totalmente falso dire che la crisi di Rifondazione nasce dal congresso di Chianciano (2008, dove la corrente di Ferrero sconfisse quella di Vendola), ma (citiamo):

«L’estromissione di Rifondazione dal Parlamento e la sua crisi non nascono dal congresso di Chianciano ma prima, ed erano palesemente maturate nella fase in cui apparivamo fortissimi, stavamo in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli ed eravamo tutti i giorni in televisione. Far partire la sconfitta del progetto di Rifondazione da Chianciano determina un unico risultato: costruire una narrazione in cui qualunque ammorbidimento e compromesso nel rapporto con il PD rappresenterebbe un fatto positivo e di buon senso realista rispetto ad una linea “troppo rigida”. La realtà ci dice che la crisi di Rifondazione Comunista è nata quando era nella maggioranza che sosteneva il governo Prodi. Quella collocazione ne ha corroso pesantemente la credibilità, il valore simbolico e i rapporti di massa costruiti dopo le giornate di Genova, nella costruzione del movimento altermondialista e nell’attività di opposizione al governo Berlusconi. A meno che non si voglia usare Rifondazione Comunista per giocare al gioco dell’oca, noi riteniamo sia necessario prendere atto che è la collocazione in maggioranza con il centro sinistra che aperto la nostra crisi come, del resto, la partecipazione alla maggioranza del primo governo Prodi aveva prodotto un nulla di fatto sul piano dei risultati concreti e una pesante scissione del Partito».

Benissimo! Solo c’è un piccolo particolare. Quando Rifondazione stava in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli, Paolo Ferrero era principale sostenitore con Fausto Bertinotti dell’alleanza appunto con i Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli. E quando finalmente i nostri eroi riformisti riuscirono a realizzare i loro sogni, entrando nel governo Prodi nel 2006, Ferrero divenne ministro di quel governo (l’unico ministro del PRC).

In quelle situazioni in cui il PRC era nella maggioranza (1997-98), Ferrero ha sostenuto, tra altre decine di gravi schifezze, la riduzione dell’aliquota massima e contemporaneamente l’aumento di quella minima delle tasse (primo governo della Repubblica a fare una tale operazione); la flessibilità lavorativa selvaggia (pacchetto Treu); l’abolizione dell’equo canone sugli affitti, e non si oppose al blocco navale contro i migranti con la strage degli albanesi della Pasqua 1997 nel canale d’Otranto.
Poi, nel 2006-2007, in seno al governo, Ferrero ha votato tra l’altro, senza alcuna obiezione o riserva: riduzione delle tasse per i capitalisti (quattro miliardi l’anno solo per banche e assicurazioni); aumento delle spese militari (17% in un solo anno); finanziamento alla missione militare imperialista in Afghanistan, oltre ad appoggiare (fuori dal Consiglio dei ministri) l’unico caso ufficiale di costruzione di un muro contro gli immigrati (dall’amico sindaco di Padova).

Addirittura, quando un ormai dimenticato Franco Giordano, un ingenuo dirigente del partito messo a fare il segretario come “uomo di paglia” per il duo Bertinotti-Ferrero, alla fine del 2007, rendendosi conto dei problemi di caduta di immagine del partito, avanzò timidamente l’idea del passaggio del PRC dalla presenza nel governo all’appoggio esterno, non solo Bertinotti, ma anche Ferrero gli chiesero se fosse impazzito.

Pochi mesi dopo Clemente Mastella (e non Bertinotti, come spesso si dice) ritirò il suo partito dal governo e lo fece cadere, ponendo fine all’esperienza governativa di Rifondazione.

Questa la vera storia del ruolo da ministro borghese che il nostro “prode” ha avuto in quegli anni, e che ha portato al disastro il PRC e – quello che più conta – l’insieme dell'avanguardia politica di sinistra in Italia.

Naturalmente Ferrero si guarda bene dal dire che c’era chi, piccolo ma non insignificante, nell’ambito del partito combatté le posizioni che oggi lui rivede, molto parzialmente e totalmente in maniera falsa e strumentale. Eravamo noi, che dicevamo che questa politica era peggio che riformista, filopadronale e anche (visto il voto per il finanziamento della guerra in Afghanistan) pro imperialista. Eravamo noi di Progetto Comunista, di cui il PCL è il continuatore diretto. Avevamo ragione quando dicevamo che quella politica era in primo luogo di tradimento della classe operaia, ma che avrebbe anche portato un partito nato, come dichiarato, “cuore dell'opposizione” al disastro (mentre qualcun altro si metteva un po’ in mezzo, parlando appoggi esterni, critiche, ma senza mai negare il progetto di sostenere il governo dei capitalisti).

Ricordare che una proposta politica contraria alla sua collaborazione di classe, una proposta veramente comunista esisteva nel PRC e fu costretta a uscire per non morire riformista, non poteva essere possibile per un voltagabbana per cui i principi politici valgono evidentemente meno delle scarpe che indossa.
Certo è difficile per noi militanti di un vero partito rivoluzionario capire come ancora tanti compagni e compagne sinceramente di sinistra e che si sentono comunisti, la maggioranza dei quali ha vissuto queste esperienze, possano restare in un partito come il PRC con appunto la sua storia e la sua reale politica di subordinazione alla borghesia. Ma questo, purtroppo, non è una novità, anzi è una costante della tragica storia del movimento operaio. Come diceva Trotsky, il pensiero umano tende ad essere conservatore, e nella sua specificità questo vale anche per l’avanguardia del proletariato.

Certo se tutti e tutte coloro che avrebbero dovuto rompere logicamente col PRC insieme a noi nel 2006 e poi negli anni seguenti lo avessero fatto, oggi il nostro certo combattivo e coerente, ma piccolo PCL sarebbe un partito ancora minoritario nella classe, ma con iscritti e attorno, una gran parte della sua avanguardia in lotta contro il capitalismo e tutti gli imperialisti, insieme a decine di migliaia di altri militanti marxisti rivoluzionari del mondo. Decine di migliaia di militanti e iscritti si sono dispersi, ma non è mai troppo tardi. Perché essere più onestamente riformisti, come Acerbo e Galieni e Pegolo e Tecce, se è moralmente meglio, politicamente non lo è per nulla.
Venga finalmente, di fronte a tutto questo, la comprensione per ogni comunista che il suo posto è fuori da Rifondazione e insieme a noi del Partito Comunista dei Lavoratori.

Franco Grisolia

La lingua batte dove il dente duole

 


Prodi e Acerbo in singolar tenzone

29 Aprile 2021

Breve storia vera del PRC di governo, contro le storie riscritte a proprio uso e consumo

Un passaggio polemico di questi giorni tra Romano Prodi e Maurizio Acerbo getta un fascio di luce su vicende passate, ma anche sul presente e sul futuro (1).

L'episodio è noto. Romano Prodi ha accusato Salvini di essersi «bertinottizzato», cioè di aver assunto un ruolo di lotta e di governo simile a quello usato dal Partito della Rifondazione Comunista tra il 1996 e il 1998 verso il suo esecutivo. Bertinotti risponde attraverso un'intervista al Fatto Quotidiano dicendo che quella di Prodi è un'ossessione compulsiva nei suoi confronti, e che in ogni caso la vicenda riguarda un'altra era geologica e non è il caso di tornarci. Maurizio Acerbo sente invece il bisogno di intervenire da segretario del PRC in difesa della «storia collettiva di un partito che democraticamente fece una scelta di coerenza andando controcorrente e pagando un prezzo enorme per aver detto la verità forse troppo in anticipo sui tempi». Il riferimento è alla scelta di ritirare il sostegno al governo Prodi nel 1998. Ma verità e coerenza, come vedremo, c'entrano davvero poco con la politica del PRC.

Acerbo (oggi) dichiara: «Se nel 1998 [...] Rifondazione Comunista decise di non continuare a regalare voti a un governo che privatizzava e precarizzava [...] [fu] perché quel governo portava avanti un impianto programmatico che andava contro gli interessi di lavoratrici e lavoratori, di precari e disoccupati, perché si operava una trasformazione liberista del centrosinistra seguendo i dettami dei trattati europei che Rifondazione ha il merito storico di aver criticato in anticipo. E se si vogliono proprio fare paragoni fu il suo governo ad attuare il blocco navale contro i profughi albanesi in maniera altrettanto più cruenta dei porti chiusi del leader leghista. Vogliamo ricordare l'unico caso di affondamento di un barcone di immigrati ad opera della marina militare?».

Nulla da eccepire sugli esempi. Potremmo aggiungerne altri. Ma disgraziatamente compromettono tutta l'impostazione del ragionamento di Acerbo. La prima domanda che essi richiamano non è “perché il PRC ruppe con Prodi?”, ma "perché il PRC sostenne per più di due anni un governo così antioperaio e persino criminale?".

Vediamo allora di ricostruire la vicenda raccontandola tutta e per bene. Anche e soprattutto a chi non l'ha vissuta in prima persona.

Nel 1996 Rifondazione Comunista realizzò un accordo politico di desistenza con il centrosinistra nelle elezioni politiche, con la prospettiva di appoggiare il suo governo. La sinistra rivoluzionaria all'interno del PRC si oppose frontalmente e da subito a questa scelta, denunciandone la natura e prevedendo il suo sbocco. La nostra opposizione a tale prospettiva era semplice. Il centrosinistra a guida Prodi era nato come punto di riferimento della grande borghesia italiana. Il suo programma era il programma del padronato, a partire dalla rivendicazione dei trattati di Maastricht. Un sostegno del PRC all'eventuale governo Prodi avrebbe significato appoggiare il governo del capitale contro le ragioni del lavoro, e ridurre a carta straccia lo stesso programma formale del partito.

Ma la maggioranza del gruppo dirigente tirò dritto. Fausto Bertinotti e Armando Cossutta, con l'attivo sostegno di Paolo Ferrero e Marco Rizzo, entrarono nella maggioranza di governo e ne condivisero le responsabilità per oltre due anni. Due anni pesantissimi. Furono gli anni di massimo scardinamento delle conquiste e diritti del movimento operaio: introduzione del lavoro interinale (pacchetto Treu); record delle privatizzazioni in Europa; drastici tagli alla spesa sociale con finanziarie di lacrime e sangue pagate da sanità, lavoro, istruzione; istituzione dei campi di detenzione dei migranti con la legge Turco-Napolitano; militarizzazione del contrasto all'immigrazione coi barconi affondati dalla marina militare nello stretto di Otranto, come (oggi) lo stesso Acerbo ricorda. Tutto ciò che negli anni e decenni successivi avrebbe dilagato fu introdotto in Italia dal primo governo Prodi tra il 1996 e il 1998, sulla scia dei governi Amato (1992) e Dini (1995).

La domanda cui Acerbo dovrebbe rispondere è semplice: perché il PRC per due anni ha sostenuto la politica dei padroni contro gli operai e le ragioni degli oppressi che (oggi) lo stesso Acerbo denuncia? Perché per due anni la maggioranza dirigente del partito ebbe il coraggio di presentare come “finanziarie di svolta” le politiche di austerità e dei sacrifici che (oggi) lo stesso Acerbo descrive?

Il segretario di Rifondazione non solo ignora questi interrogativi elementari, ma complica ulteriormente la sua situazione con gli argomenti successivi: «Per due anni [Rifondazione Comunista] diede appoggio esterno con fin troppa generosità unitaria votando persino provvedimenti come il pacchetto Treu che andavano contro i suoi principi. Prodi pretendeva che Rifondazione supinamente accettasse un programma che non era il proprio...».

Ma Rifondazione aveva accettato e votato per due anni un programma che era l'opposto del proprio, cioè il programma del capitalismo italiano. L'aveva difeso pubblicamente coprendo la burocrazia sindacale e la concertazione. L'aveva difeso all'interno del partito attaccando frontalmente l'opposizione interna, colpevole di non valorizzare successi e risultati del PRC.
Persino il pacchetto Treu che (oggi) Acerbo scopre come contrario ai principi del PRC fu presentato allora nella Direzione Nazionale del partito come successo del gruppo dirigente a difesa dei lavoratori. Furono solo sette i voti contrari in Direzione, in uno scontro durissimo in cui la maggioranza dirigente di Bertinotti, Cossutta, Ferrero e Rizzo richiamò il dovere della disciplina.

Ciò che Romano Prodi «pretendeva» era semplicemente che il PRC proseguisse il cammino compiuto in due anni. Invece Bertinotti decise la rottura. Ruppe forse per ragioni di principio, dopo averle calpestate per due anni? No. La finanziaria del 1998 su cui si realizzò la rottura era oltretutto acqua e sapone rispetto a quella di lacrime e sangue che l'aveva preceduta, e che il PRC aveva elogiato.
Perché allora la rottura? Perché Bertinotti si era convinto che l'appoggio a Prodi era ormai logorato e che la maggioranza di governo richiedeva un ricambio. Fu l'operazione “Dalemone”, come allora la stampa borghese la chiamò. Era l'illusione che, caduto Prodi, il PRC avrebbe potuto negoziare un accordo più avanzato con un governo D'Alema, e presentare anzi come un proprio successo la nascita di un governo guidato da un ex dirigente del PCI. Ciò che Bertinotti non aveva calcolato era la scissione interna da destra di Cossutta, Diliberto e Rizzo, che privò il PRC della maggioranza del suo gruppo parlamentare, fondò il Partito dei Comunisti Italiani e gestì in proprio l'appoggio a D'Alema (bombardamenti su Belgrado inclusi), rendendo irrilevanti i numeri parlamentari ormai residuali del PRC, costretto per questa via all'opposizione.

Perché allora scaricare su Prodi la responsabilità della rottura del 1998? Prodi faceva il suo mestiere di uomo del padronato, quale era sempre stato, e sarà in seguito. Di certo altri non avevano fatto per oltre due anni i difensori dei lavoratori, figuriamoci quello di comunisti.

Peraltro il passaggio all'opposizione del PRC, obbligato dal fallimento dell'operazione Dalemone, non significò in alcun modo un cambiamento di rotta strategica del partito, come pensavano Maitan e Turigliatto (che giunse a parlare addirittura di una svolta rivoluzionaria del PRC). Tanto è vero che il PRC tornò al governo pochi anni dopo con un ministro (Ferrero), diversi sottosegretari, e un Presidente della Camera (Bertinotti). E tanto è vero che per altri due anni riprese la politica di lacrime e sangue del capitale, inclusa la famigerata riduzione delle tasse sui profitti (IRES) passata in un solo anno dal 34% al 27% con la finanziaria del 2007. Chi era il Presidente del Consiglio? Romano Prodi, naturalmente. La sola differenza col primo governo Prodi fu che il PRC era ancor più coinvolto, ancor più remissivo verso il centrosinistra di dieci anni prima. Anche perché doveva farsi perdonare da Prodi la rottura del 1998.

Qualche compagno del PRC obietterà: "d'accordo, avrete pure ragione, ma il partito ha fatto autocritica, basta rinfacciarci vecchi errori”.
Ma l'obiezione non coglie il punto. In primo luogo non si tratta di errori, ma del sostegno a governi padronali e alle loro politiche. O qualcuno può pensare che il voto a favore del lavoro interinale o delle missioni militari sia un errore sulla via del socialismo?
In secondo luogo, non c'è alcuna autocritica nelle parole di Acerbo. Al contrario. Attribuire a Prodi la responsabilità della rottura è non solo rimuovere il bilancio politico di una propria scelta (peraltro ripetuta), ma confermare indirettamente il canovaccio strategico di prospettiva che la ispirò.

Lo prova in modo incontestabile la parte conclusiva del testo di Acerbo: «[Prodi] rifiutò di accettare proposte come la riduzione d'orario di lavoro a parità di salario che in altri paesi come la Francia governi progressisti stavano approvando. [...] Biden per avere il sostegno di Sanders e Cortez ha dovuto far proprie una parte delle loro proposte e [...] il Portogallo, primo paese europeo a presentare il proprio Recovery Plan in Europa, è governato da un centrosinistra con appoggio esterno dei nostri compagni del PCP e del Bloco de Esquerda. Il centrosinistra italiano ha teso col maggioritario invece a radere al suolo la sinistra radicale negandone persino la legittimità delle ragioni».

Qui davvero il cerchio si chiude. L'esempio evocato da Acerbo dimostra infatti qual è la prospettiva strategica vera del gruppo dirigente del PRC: un governo borghese di centrosinistra che negozi con la sinistra cosiddetta radicale, e che quest'ultima possa appoggiare. Può essere un governo Jospin, che bombardò la Serbia col sostegno dei ministri del Partito Comunista Francese. Può essere l'amministrazione Biden, che gestisce con politiche keynesiane il più grande imperialismo del pianeta, col consenso attivo di Wall Street e (purtroppo) di Sanders. Può essere il governo Costa, che in Portogallo ha tagliato drasticamente gli investimenti pubblici col sostegno del Partito Comunista Portoghese e del Bloco de Esquerda. Non vengono citati il governo Tsipras, che ha gestito le politiche della Troika, o l'attuale governo Sanchez di Spagna, che sta negoziando con Podemos l'aumento dell'età pensionabile, ma sarà sicuramente una dimenticanza.

La verità è che chi non fa il bilancio del passato è destinato a ripeterlo. È sempre accaduto in tutta la storia del movimento operaio. Se l'orizzonte strategico del PRC, nonostante e contro l'esperienza di più di vent'anni, resta quello di un governo borghese progressista in cui compromettersi, un interrogativo di fondo dovrà pur porsi circa la riformabilità di quel partito.




(1) Rifondazione: Gravi dichiarazioni di Prodi, incapace di riflettere sui danni che ha fatto al paese, http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=46646

Partito Comunista dei Lavoratori

Alternanza scuola-lavoro: sfruttare uno studente, licenziare un lavoratore


Uno sguardo approfondito sull'alternanza scuola-lavoro, sul suo funzionamento e sui suoi veri obiettivi
Studente di istituto professionale indirizzo meccanico di La Spezia costretto a quaranta giorni di prognosi per frattura alla tibia dovuta ad un muletto ribaltatoglisi addosso, presso un'azienda specializzata nella revisione e riparazione di motori nautici e industriali. Quattro studentesse minorenni molestate sessualmente più volte dal tutor esterno in un centro estetico di Monza, a luglio scorso. Studenti e studentesse camerieri gratis in varie catene di fast food e non solo, a lavorare all'Ilva di Taranto, a volantinare e pulire bagni per 12 ore e senza pausa, a spillare birre... L’elenco è lungo.
Il governo Gentiloni e la ministra Fedeli riconfermano un modello che dai tempi della riforma Moratti nel 2005 passando per la Gelmini nel 2010 diventa finalmente obbligatorio grazie alla Buona scuola, legge 107/2015: non solo una scuola dell'obbligo classista ed elitista disegnata sulle esigenze del mercato, con docenti precari, tagli al budget etc., ma anche e soprattutto la legalizzazione dello sfruttamento dello studente medio direttamente sul mercato del lavoro, in linea con le premesse del Jobs Act e grazie all'ultima finanziaria.


L'ALTERNANZA SCUOLA- LAVORO: ENNESIMA FACCIA DELLA "UBERIZZAZIONE" DEI GIOVANI 

Accanto alla situazione disastrosa che coinvolge gli studenti universitari, fra tirocini e stage dequalificati, fra il sommerso, l'illegale, e il lavoro gratuito; accanto alla situazione dei giovani inseriti, privi di mezzi e tutele, con stipendi da fame e zero potere contrattuale (grazie ai contratti di apprendistato made in Jobs Act), lavori a chiamata, contratti a tutele crescenti, lo sfruttamento 3.0 dei riders fattorini di Deliveroo, Foodora, Just Eat e altri... quest'anno l'offensiva continua, con l'obbligo definitivo di svolgere cosiddetti percorsi di alternanza scuola-lavoro per tutte le studentesse e gli studenti del triennio delle scuole superiori italiane. Un milione e mezzo circa di giovani, soprattutto minorenni, dovranno dedicare a questa ''parte del percorso formativo'' 200 ore nei licei, e 400 ore rispettivamente negli istituti tecnici e professionali. Ma non saranno i primi. Infatti già nell’anno scolastico 2014/2015 gli studenti partecipanti erano 273.000, e il 54% delle scuole aderiva all'alternanza. Nel 2015/2016 i numeri sono aumentati a 652.641 studenti. Gli istituti rientranti nel progetto sono saliti fino al 96%. Si sono moltiplicati i casi da 11.585 a 29.437.
Rispetto solamente agli allievi dell'ultimo anno, se fra il 2014/2015 quelli in alternanza erano 89.752, quest'anno rientreranno nell'obbligo previsto dalla Buona Scuola ben 455.062 iscritti su 502.725, ovvero il 90,6 % del totale delle classi terze, per cui sono stati stanziati 100 milioni l'anno dalla legge 107/2015.

Per avere un'ulteriore idea, basti guardare i numeri per indirizzo, fra licei, istituti tecnici e istituti professionali: rispettivamente dai 12.371 del 2014/2015 ai 227.308 quest'anno, da 31.592 a 140.699 oggi, fino ai 45.789 dei professionali che attualmente sono diventati 87.055.
Come si può notare, l'incremento è significativo: dalla sua introduzione facoltativa via via allargata e divenuta obbligatoria, l'alternanza scuola lavoro indica la volontà di istituzionalizzare in maniera fortemente elusiva i diritti sociali e le tutele dei lavoratori dipendenti; in breve, qualsiasi tipo di rapporto di lavoro normato. Lo studente in alternanza realizza su carta - legalizza - lo stadio ultimo ideale del Jobs Act: zero contratto, zero tutele, zero rimborsi, zero sindacato, zero retribuzione, in balia totale delle esigenze dei padroni, a scapito dell'istruzione pubblica obbligatoria e del diritto allo studio. L'ennesima manna dal cielo del governo a favore delle imprese in corsa per il profitto.

Ma come funziona nello specifico l'alternanza scuola-lavoro?
Ebbene, si è visto che l'istituto si è modellato nel corso di qualche anno, ma la sostanza non è cambiata: si tratta di un cosiddetto progetto formativo che si distingue dallo stage e dal tirocinio, così come dall'apprendistato (che comporta infatti un contratto di lavoro); lo studente in alternanza non è mai un lavoratore, né è equiparato ad un lavoratore minore nel caso, più frequente, sia minorenne. Non essendo un rapporto di lavoro contrattualizzato, lo studente è merce di scambio fra istituzione scolastica e impresa, le quali stipulano tra loro - studente escluso - una convenzione relativa alle forme con cui questo percorso dovrà svolgersi, rendendo di fatto l'impresa non responsabile direttamente rispetto allo studente.
Tutor interno alla scuola e tutor esterno nell'ente di riferimento sono le due figure in capo alle quali si ha un ibrido poco chiaro fra potere disciplinare, di controllo e direttivo, che in realtà si configura in un asset autoritario, incontrovertibile e incontestabile, su cui lo studente ha zero potere contrattuale: si assume semplicemente che se "sgarra" è fuori, con buona pace di qualsiasi possibilità di esercitare diritti sindacali sul luogo di lavoro per contestare le sue condizioni, di qualsiasi tipo di indennità - già lavorando gratis - nonché sobbarcandosi eventuali conseguenze in termini di andamento scolastico.
Infatti lo studente, o chi per lui se minorenne, si trova a prendere atto del percorso prestabilito da altri (scuola e azienda) attraverso una semplice declaratoria di presa visione, e termina così la possibilità di scegliere per lui stesso, per il suo diritto allo studio.

Doveri di puntualità, obbedire in generale alle direttive dei responsabili di quelle che la Buona scuola definisce ''strutture ospitanti'', ma soprattutto rispettare gli obblighi in materia di fedeltà aziendale, segreti aziendali e privacy: in breve, e non è difficile capirlo, si tratta di lavoro nero, se non sfruttamento minorile per azzerare i costi dei datori di lavoro, poiché si tratterebbe a tutti gli effetti di lavoro dipendente mascherato, gratis e sotto-inquadrato.

Dal punto di vista normativo, quindi, in termini di diritto del lavoro, vi è una elusione illegale totale: paradossalmente, si dovrebbe riconoscere a tutti gli studenti, minorenni inclusi, lo status di lavoratori dipendenti, o meglio, come minimo, una paga. Il lavoro - capitalisticamente inteso - o è retribuito o non può essere.
Dal punto di vista educativo, le mansioni che si affidano arbitrariamente a questi studenti non corrispondono alle loro esigenze formative, ma ai bisogni dei padroni, sulla base di esclusive valutazioni di profitto. Non a caso, poi, l'alternanza si svolge spesso in estate (otto volte su dieci), sulla base di offerte "occasionali" di privati (81% delle esperienze) o di piccole e medie imprese interpellate direttamente dai dirigenti scolastici.


JOBS ACT E BUONA SCUOLA: L'ALTERNANZA SFRUTTAMENTO STUDENTI-LAVORATORI 

L'aumento progressivo del numero degli studenti coinvolti, e quindi l'allargamento dell'obbligo, e l'aumento dei percorsi attivati, oltre che delle strutture ricettive; in breve, la definitiva istituzionalizzazione dell'alternanza scuola-lavoro non sono casuali, né tantomeno rispondono a esigenze educative degli studenti, come il governo vuole farci credere, ma appaiono come conseguenze derivanti da specifici fattori economici, e non secondariamente di natura previdenziale.

Innanzitutto il governo Renzi, con la legge finanziaria del 2016, ha previsto a tal fine incentivi finanziari per le aziende, ciò che ha appunto comportato un incremento del +139% degli studenti partecipanti e del 41% delle aziende coinvolte, diventate 149.795. L'importo dei voucher ed annessi incentivi per le imprese vincitrici è infatti stabilito dal bando istituito presso le Camere di commercio italiane a braccetto con il MIUR, e varia in funzione dei percorsi di alternanza attivati presso l'ente stesso.
Tale politica di favore alle imprese è stata il motore che ha permesso di consolidare il legame tra il MIUR e il mercato, nonché di dare definitivamente vita all'alternanza scuola-lavoro, visto l'impegno del Ministero a partire dall'ottobre 2016, con la promozione dell'incontro ''Campioni di alternanza'', al quale hanno partecipato sedici aziende, ordini professionali, associazioni del terzo settore e PA, per un totale di tredici settori coinvolti (servizi, digitale, automotive, alimentare, ristorazione, finanziario, distribuzione, logistica, abbigliamento, arte e cultura, giuridico, manifatturiero, energia), e che ha avuto il fine di sancire una partnership con le scuole per l'attivazione di 27.000 percorsi.

Fra gli enti ''campioni di alternanza'' coinvolti nell'accordo con il MIUR figurava prima di tutti McDonald's, che ha promesso diecimila percorsi per studenti in 500 locali sul territorio. McDonald's in Italia ha circa ventimila dipendenti, sottoposti a condizioni particolarmente vessatorie, e l'ingresso di diecimila studenti a lavorare gratis di certo comporterà delle conseguenze in termini di licenziamenti e aggravamento ulteriore dello status dei suoi dipendenti.

Per definire ulteriormente la finalità di profitto a costo zero, che nulla ha a che vedere con un arricchimento formativo per uno studente, basti sapere che gli altri soggetti erogatori sono, oltre a McDonald's: Accenture, Bosch, Consiglio Nazionale Forense, COOP, Dallara, ENI, Fondo Ambiente Italiano, FCA, General Electric, HPE, IBM, Intesa Sanpaolo, Loccioni, Poste Italiane e Zara.
Non a caso tutte imprese italiane e/o multinazionali non certo famose per essere modelli lavorativi ed economici educativi verso i più basilari principi costituzionali che invocano diritti sociali e sindacali, ma che, anzi, negli ultimi anni e ancora oggi hanno visto e vedono i lavoratori (dalla logistica ai metalmeccanici passando per il pubblico impiego e i trasporti) scendere in piazza in asperrime vertenze e lotte durature contro licenziamenti, tagli al welfare aziendale nelle indennità, nei sussidi, nei fondi pensioni e assicurativi, contro la repressione sindacale e politica, contro accordi capestri... non certo ''Campioni di alternanza'', semmai ''campioni di sfruttamento''.

Ecco in realtà un'altra ragione per cui si capisce come e perché, secondo il MIUR, l'obiettivo per il secondo anno di obbligo dovrebbe appunto arrivare a 1.150.000 di studenti in alternanza (durante questo anno scolastico) e 1,5 milioni a regime: per inserire forza-lavoro già isolata e priva di mezzi di critica, grazie al modello autoritario della Buona scuola; forza-lavoro ''vergine'', a fronte di una classe lavoratrice che, nonostante i rapporti di forza globalmente sfavorevoli attualmente, dopo un congelamento della protesta contro il Jobs Act a causa della politica complice delle direzioni sindacali, dà sempre più fastidio perché, in realtà, si dimostra capace qua e là di invertire la tendenza, e attraverso la forza dell'autorganizzazione dà vita a innumerevoli mobilitazioni politiche ed economiche sparse nel paese, da ultimo all'Ilva di Genova e all'Embraco.

Ma il mondo studentesco non si è prestato a fare da complice del mercato contro i lavoratori, come dimostra la giornata di mobilitazione nazionale indetta il 13 ottobre scorso, importantissimo inizio affinché ci si doti di strumenti, teorici e pratici, per denunciare e respingere l'alternanza scuola-lavoro in quanto abuso e attacco diretto contro il diritto allo studio e ad un'istruzione libera e gratuita, accessibile a tutti.

Il secondo fattore, di natura previdenziale, tocca un aspetto cruciale della condizione in cui lo studente in alternanza si trova, ovvero la salute. Lo studente beneficia, secondo Convenzione e Patto Formativo, di tutele (parzialmente) e doveri (interamente), connessi al d.lgs. 81/2008 TU sulla salute e sulla sicurezza sul lavoro, in attuazione dell'art. 1 della legge 123/2007 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro. Questo, pur non avendo alcun rapporto di lavoro con l'impresa presso cui svolge l'alternanza.
Ciò infatti solleva diverse obiezioni, alla luce della realtà attuale delle cose.
Il MIUR fino al 2016 ha previsto l'obbligo a carico delle singole scuole di formare gli studenti prima dello svolgimento del percorso in materia di sicurezza, norme infortunistiche e privacy sui luoghi di lavoro. La formazione a questi fini, in materia di licenza e retribuzione, non è però stata contestualmente definita, rispetto ai docenti e/o al personale scolastico. Le scuole si sono naturalmente trovate spesso impreparate di fronte a tale obbligo, penalizzando i lavoratori e gli studenti: con la presenza di corsi di formazione erogati da privati e/o Camere di commercio, i cosiddetti ''Alternanza day'', a carico economicamente delle scuole e degli studenti stessi, e a discapito dell'apprendimento in classe. Come dire: lavori gratis e ti formi a pagamento.

Per non parlare del frangente assicurativo: esclusa la convenzione tra istituzione scolastica e INAIL e regime annesso relativamente alla frequentazione degli ambienti scolastici, per i primi due anni di alternanza non vi era nulla più rispetto al d.lgs. 81/2008 a tutela (formale) degli studenti. Lavori gratis, ti formi a pagamento e non hai coperture sufficienti contro gli infortuni, né conoscenze adeguate per tutelarti. [Il lavoro o è sicuro o non è.]
Un accordo di partenariato INAIL-MIUR è arrivato con la circolare 44 del 21 novembre 2016, per chiarire i criteri per la trattazione dei casi di infortunio (e connessi aspetti contributivi), dopo oltre un anno di buio, in cui le studentesse e gli studenti, oltre che i docenti, sono stati abbandonati a loro stessi, quando gli abusi e gli infortuni gravissimi - di cui le sole e uniche vittime sono stati e sono gli studenti - sono stati e sono all'ordine del giorno. [Per formarti, per lavorare non devi rischiare la pelle.]
Tuttavia, questa circolare resta lacunosa e non risolve il problema, anzi: non fornisce indicazioni sulla tutela rispetto alle parti dell'alternanza che si svolgono all'esterno della scuola e nei casi di percorsi svolti all'estero. Infatti manca una tutela degli studenti in itinere, ovvero durante gli spostamenti da casa verso il soggetto ospitante (l'azienda) e viceversa, quando si tratti di attività svolte al di fuori della scuola. Non vi è copertura assicurativa prevista in caso di infortunio, come non vi sono rimborsi previsti relativi ai costi di spostamento, dei trasporti, sempre a carico degli studenti. Da questo discende inoltre che le famiglie potrebbe attivare contenziosi contro la scuola. [Non devi pagare per lavorare, né tantomeno per lavorare gratis ed essere sottoposto ad ogni genere di rischio.]
Sulla realizzazione di corsi di formazione in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro, l'accordo arriva tardi. In questo anno di applicazione della Buona scuola sono stati appunto numerosissimi i casi di corsi di formazione erogati a costi enormi da società di consulenza o singoli professionisti, di denunce di 'pacchetti formativi' effettuati ammassando più classi in solo ambiente, etc.

In sostanza, gli studenti non solo non hanno ricevuto una conoscenza essenziale, di qualità e utile, ma in più hanno dovuto sostenere costi esorbitanti, insieme alle scuole.
Resta perciò fermo il fatto che l'INAIL ha escluso un modello specifico di realizzazione di corsi riferito agli studenti in regime di alternanza scuola-lavoro.
Rispetto alla tutela antinfortunistica, in analogia con la normativa generale, questa si applica per i rischi legati ad attività svolta in ambiente di lavoro, inteso come non solamente il luogo fisico del soggetto ospitante, ma anche «un eventuale cantiere all'aperto o un luogo pubblico, purché in essi si svolga un progetto di alternanza scuola-lavoro».
Rispetto alle prestazioni che l'INAIL eroga, in caso di infortuni e/o malattie professionali, le principali sono: economiche (indennizzo del danno biologico in capitale per menomazioni di integrità psicofisica pari o superiori al 6%, rendita per menomazioni di grado superiore al 16%, assegno per l'assistenza personale continuativa, integrazione della rendita, rimborso spese per farmaci e rimborso viaggi e soggiorno per cure termali e soggiorni climatici), sanitarie (prime cure ambulatoriali, accertamenti medico-legali) e protesiche (fornitura di protesi, ortesi e ausili).
Emerge che gli studenti non hanno diritto all'indennità per inabilità temporanea assoluta.

Ma soprattutto, la responsabilità dell'azienda in caso di infortunio e malattia professionale degli allievi dove sta?
In questo caso, infatti, lo studente deve denunciare l'infortunio al dirigente scolastico o al soggetto incaricato nella convenzione tra scuola e soggetto ospitante. Se lo studente comunica l'infortunio solo all'azienda, quest'ultima deve notificarlo al dirigente scolastico. È compito suo infatti presentare denuncia all'INAIL di infortunio sul lavoro e di malattia professionale degli studenti in alternanza scuola-lavoro. Di conseguenza è l'INAIL che può agire in rivalsa sull'azienda.
Infatti, sulla carta, solo in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro lo studente in alternanza dovrebbe essere equiparato in tutto e per tutto ad un lavoratore dipendente; ma, nei fatti, abbiamo visto che non è così.
A carico dell'azienda si configura l'adempimento di almeno tre obblighi fondamentali, prima di inserire lo studente nell'organizzazione produttiva: la sorveglianza sanitaria, per verificare l'idoneità alla mansione o comunque l'idoneità a essere impiegato in un determinato contesto professionale e ambientale; la formazione relativa ai rischi generali e specifici dell'azienda; la consegna dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) necessari e sufficienti per assicurare allo studente la possibilità di svolgere la sua esperienza in assoluta sicurezza (tipo guanti, casco, etc.)
Rispetto alla sorveglianza sanitaria, l'azienda ne è in pratica totalmente esonerata, visto che le linee guida del Ministero dell'Istruzione prevedono la stipula di accordi in merito affinché gli adempimenti del caso si considerino assolti per il datore grazie ad una semplice visita medica preventiva, da affidare al medico competente dell'istituzione scolastica, ovvero alla ASL. Rispetto alla formazione, si veda sopra. Essa viene rilasciata in maniera generica, quindi inutile a livello teorico, con costi a carico di scuole e studenti e con zero riscontri pratici. In linea con il dato nazionale, secondo cui in Italia l'investimento aziendale in termini di prevenzione è a livelli minimi se non inesistente (visti i numeri degli infortuni e delle morti sul lavoro). Non sono fatalità.

La previsione sulla sua efficacia resta quindi di dubbia portata, in quanto, come ci dimostra l'infortunio quasi mortale subito dallo studente minorenne a La Spezia, le azienda speculano in maniera folle sugli allievi in termini di rischi, appunto, assegnando mansioni assolutamente inutili dal lato formativo ed estremamente pericolose, inadatte sotto ogni punto di vista, dando ampio sfogo a profili di illegalità penale (ammesso anche solo che, per guidare un carrello elevatore, lo studente avrebbe dovuto come minimo possedere una patente apposita, che mancava, come mancavano evidentemente i Dpi e la formazione relativa all'uso del mezzo). Le stesse considerazioni possono essere svolte per ciò che riguarda il caso pugliese degli studenti mandati all'Ilva di Taranto, per non parlare dello stabilimento di Genova. Un'impresa, quella dell'Ilva, che minaccia da ultimo un minimo di 4.000 esuberi, e dove i lavoratori conducono da diversi anni lotte contro condizioni di lavoro disumane e licenziamenti.
Si ricordi ancora che, come sottolineato in precedenza, gli studenti non hanno in nessun caso diritto all'indennità per inabilità temporanea assoluta nel campo delle prestazioni erogate dall'INAIL.

Tutto ciò quando il mercato italiano vede, nel 2017, un aumento delle morti sul lavoro del 5,2%, e zero prevenzione: secondo i dati di settembre 2017, per la prima volta da 25 anni, infatti, infortuni e morti denunciati aumentano nei primi sette mesi dell'anno. 591 morti in sette mesi significa quasi tre al giorno. Di cui la gran parte (431) ha perso la vita sul posto di lavoro, gli altri 160 (in forte crescita) durante il tragitto dall'abitazione al cantiere o alla fabbrica.
Inoltre - e questo varrà chiaramente anche per gli studenti in alternanza con montante da specificarsi, dato che lavorano gratis - bisogna dire che l'indennizzo dell'INAIL (per i lavoratori in genere pari a metà della retribuzione) è legato alla dimostrazione, prova a carico del lavoratore/studente, che l'infortunio sia legato al lavoro svolto. È inoltre necessario essere iscritti all'INAIL prima di perdere la vita. Per i lavoratori viene quindi di solito riconosciuto un 65% dei casi denunciati. Secondo l'Osservatorio indipendente di Bologna che monitora gli infortuni mortali, in teoria, dei numeri del 2017 calcolati fino a settembre si ipotizza che solo 380 degli incidenti mortali saranno indennizzabili. Come dire che il 35%-40% di queste morti non esista, innanzitutto perché i lavoratori non sono iscritti all'INAIL, o sono in nero.
A fronte della realtà italiana, dove non esiste di base la sicurezza di fabbriche e cantieri, e le imprese non investono nella prevenzione tout court, il costo, in termini di salute in primis, ricade solo sullo studente, lanciato in un mercato del lavoro dominato da una logica dei profitti oggi più che mai feroce. Dove il Jobs Act che, in linea con la politica liberista del "pacchetto Treu" e delle leggi di questi ultimi venti anni, ha fornito il seguente quadro (di cui l'alternanza scuola-lavoro è solo l'ultimo tassello): precariato, zero diritti, attacco alla possibilità di scioperare, retribuzioni da fame, lavoro gratuito, dequalificazione, investimenti solamente in incentivi per le aziende in vista dell'abbassamento del costo del lavoro (ovvero degli studenti e dei lavoratori).


STUDENTI CHE LAVORANO GRATIS E LAVORATORI LICENZIATI: ZERO TUTELE E MASSIMO DEI PROFITTI 

L'alternanza scuola-lavoro, la Buona scuola, è quindi l'ennesimo regalo al padronato italiano, dopo il Jobs Act. Il costo per gli studenti e per i lavoratori è altissimo in termini di salute, di formazione, istruzione, di diritti sociali e sindacali. La posta in gioco è troppo alta per restare a guardare l'offensiva padronale che colpisce tutti e tutte, e per questo la risposta deve essere unitaria.
Il padronato italiano, sgravato da costi e responsabilità, sfrutta tutta la forza-lavoro disponibile per vessarla e mantenerla in condizione di ricatto: la prese in carico di studenti a lavorare gratis, a fronte di licenziamenti di personale, comunque precario ma ritenuto troppo costoso. Abbattere i costi, aumentare i profitti e, per farlo, abbattere i diritti, ridurre la formazione, per avere forza-lavoro disorganizzata, divisa e non istruita.

Dal lato degli studenti, nel quadro dell'alternanza-scuola lavoro il padronato sfrutta la filastrocca dell'uberizzazione: l'autorealizzazione, la cosiddetta acquisizione di competenze e strategie produttive per accrescere la propria formazione, volta ad incentivare una filosofia individualista, che con la pretesa generazionale divide. Una filastrocca secondo cui l'obiettivo dello studente, asservito in realtà al mercato il cui interesse è massimizzare il valore del prodotto, non di chi lo produce, è la schermata dell' autoimprenditorialità. L'autoimprenditorialità come obiettivo spacciato dall'economia liberista, alla quale l'istruzione pubblica si piega, nasconde invece la realtà di estremo sfruttamento e precarizzazione, come appunto nel caso dei riders di Foodora, spesso universitari, comunque quasi tutti giovani, la cui consegna in Italia è pagata 3,60 euro netti, con spese di manutenzione della bici e le divise a carico loro, senza premi, malattie, indennizzi e coperture sanitarie/assicurative: sono infatti autoimprenditori.

Per cui la realtà della gig economy attuale cosa dimostra veramente? Che il sogno dell'uberizzazione, dell'autoimprenditorialità, di cui l'alternanza scuola- lavoro viene impregnata, significa isolamento dei lavoratori, impossibilità di esercitare diritti sindacali, di fare sciopero (non essendo formalmente dipendenti a contratto) e rischi altissimi a livello di sicurezza e salute. Il tutto nella totale esenzione, irresponsabilità della azienda, contro cui legalmente per esempio non è possibile impugnare un licenziamento, non essendoci da contratto un rapporto di lavoro subordinato. Non a caso, emerge che l'unico contenzioso di lavoro verificatosi contro Foodora, in Italia, a Torino, sia quello per riconoscere che ricorrono tutti i presupposti perché il rapporto di lavoro venga riconosciuto come subordinato.
Tutto ciò riesce a dare ancora un altro esempio pratico della portata base che assume l'alternanza scuola-lavoro, ma con contorni, nello specifico, aggravati: non vi è retribuzione nemmeno a cottimo, è prestazione gratuita e non è considerata in alcun modo rapporto di lavoro che sia dipendente o autonomo o finto autonomo. E questo non è una ''esperienza'' che lo studente deve fare.


FUORI IL JOBS ACT DALLE SCUOLE E DAI POSTI DI LAVORO! 
Contrastare tutto questo significa opporsi alla divisione fra gli studenti, alla divisione fra studenti e lavoratori che i padroni vogliono imporci, quando invece tutti subiamo lo stesso attacco, che si concretizza in un presente di precarietà assoluta e disoccupazione, che supera in peggio e in termini quantitativi - perché tocca tutta la classe - la condizione della cosiddetta generazione no future.
Questo significa solamente una cosa: è necessario unirsi, attraverso assemblee generali, comitati di mobilitazione, in manifestazioni per rigettare Jobs Act, Buona scuola e i loro effetti che in soli due anni si sono rivelati devastanti; vedendoli come faccia di un'unica medaglia, per rilanciare un movimento contro l'offensiva padronale. Tutto ciò è possibile, come è stato dimostrato nel maggio 2015, quando il movimento degli insegnanti e degli studenti si è mobilitato contro la Buona scuola, mettendo in atto uno dei momenti di lotta più grandi contro il governo Renzi, e uno dei più importanti da decenni.

A questo serve lo strumento dello sciopero generale, e la giornata del 13 ottobre scorso (come le successive date in novembre) contro l'alternanza scuola-lavoro, il lavoro gratuito, per un'istruzione garantita a tutti e tutte, è stata l'occasione per intraprendere questa strada, continuata il 27 ottobre.

Rifiutiamo l'alternanza scuola-lavoro tutti insieme! Per l'autorganizzazione degli studenti e dei lavoratori della scuola, dei lavoratori e degli studenti nei luoghi di lavoro, per la libertà di scegliere e di decidere sulla nostre condizioni di studio, vita e lavoro secondo i nostri bisogni e necessità, non secondo il mercato!
Fuori il Jobs Act dalle scuole e dai posti di lavoro!
Marta Positò

Cala il sipario, il re è nudo


A proposito degli organigrammi di Potere al Popolo

La lista di Potere al Popolo ha definito da giorni (faticosamente) il proprio organigramma interno.
Nove portavoce, uno per organizzazione e partito, incluso il segretario di Rifondazione Comunista, che sicuramente, insieme ai massimi dirigenti dei partiti e gruppi coinvolti, risolverà gli inevitabili problemi che la questione delle candidature porrà. Tutto legittimo, naturalmente. Ma perché non rendere pubblico un accordo tra segreterie di partito e di organizzazione? Se il potere è del popolo, perché almeno non informarlo?
Questa “riservatezza”, chiamiamola così, non è certo casuale. Maschera l'imbarazzo di chi ha raccontato la favola bella della lista di base, costruita dal basso, estranea ai vecchi partiti, al solo scopo di racimolare consenso, e ora si trova nella spiacevole situazione di svelare una realtà ben diversa: quella di un accordo tra i vecchi gruppi dirigenti di una sinistra cosiddetta radicale che ha sulle spalle responsabilità politiche incancellabili (il voto al pacchetto Treu, alle missioni di guerra, alla detassazione dei profitti, ai campi di detenzione per i migranti...) e che per questo preferisce nasconderle dietro il sipario della retorica basista gentilmente offerta da un centro sociale.
Per tanti compagni che non vogliono farsi ingannare, è un ulteriore occasione di riflessione.
Partito Comunista dei Lavoratori

Al popolo del Brancaccio


La lettera che avremmo distribuito all'assemblea del Brancaccio del 18 novembre

13 Novembre 2017





Care compagne e cari compagni,

la crisi del progetto del Brancaccio non è uno spiacevole incidente diplomatico. È l'epilogo annunciato dell'equivoco politico su cui si basava. La pretesa di costruire «una sinistra che non c'é», ma senza rompere con quella che c'è. La pretesa di una radicale discontinuità di metodi e programmi, ma “nel rispetto della Costituzione” e della proprietà. La pretesa di una svolta sociale, ma senza riferimento di classe e senza rottura con il capitale. Dentro la cornice di questo equivoco tutti i gruppi dirigenti della sinistra riformista hanno svolto la propria parte in commedia. Bersani e D'Alema hanno usato il Brancaccio come canale di ricomposizione con Sinistra Italiana. Sinistra Italiana l'ha usato come strumento di pressione anti-Pisapia per stringere l'accordo con Bersani e D'Alema. Maurizio Acerbo l'ha usato come strumento di pressione su Sinistra Italiana, rimuovendo la pregiudiziale anti D'Alema (vedi Sicilia), ma chiedendo adeguate “garanzie”. Montanari e Falcone hanno fatto i vigili del traffico, finendo travolti.

Ma ora la realtà ha strappato il sipario della finzione scenica. Bersani, D'Alema, Fratoianni e Civati (con la iniziale copertura di Montanari e Falcone) propongono al popolo del Brancaccio di accettare il pacchetto completo di un accordo annunciato, attorno alla figura civica di Piero Grasso: dentro la prospettiva di un “nuovo” centrosinistra liberato da Renzi, e con l'esplicita disponibilità di Massimo D'Alema a sostenere un eventuale “governo del Presidente”. È esattamente la prospettiva contro cui tanta parte del popolo del Brancaccio si era giustamente mobilitato.
Su un altro versante, Maurizio Acerbo e il gruppo dirigente del PRC rivendicano di aver rimosso la preclusione verso Bersani e D'Alema, ma rifiutano il fatto compiuto, lamentano un mancato coinvolgimento, chiedono «coerenza» con l'appello originario del Brancaccio. Così facendo non fanno che riproporre l'equivoco di fondo del civismo progressista su cui si fondava quell'appello. Senza un bilancio dell'esperienza di Rifondazione (vedi Ingroia e Rivoluzione Civile), senza un progetto alternativo classista. E per di più continuando ad appellarsi all'”esempio” di Tsipras e Melenchon: una somma confusa di riformismo europeista e sovranista, unita dal richiamo sacrale alla Costituzione borghese pattuita nel 1948 tra De Gasperi e Togliatti. Sarebbe questa l'alternativa proposta da una lista eventuale tra PRC ed Eurostop?


LA VERITÀ VA DETTA TUTTA 

Occorre fare un bilancio vero, e definire un'alternativa reale: dalla parte dei lavoratori e contro il capitalismo, senza reticenze e ambiguità.

È vero: D'Alema e Bersani hanno gestito politiche liberiste e reazionarie, sino a votare in anni recenti la legge Fornero e persino il Jobs Act. La stessa idea di una lista unitaria della sinistra col personale politico che l'ha distrutta (per servire il grande capitale) doveva essere respinta in radice, non sostenuta o avallata (da tutti).
Ma la verità va detta per intero. Perché una verità incompleta diventa una oggettiva falsità.

La verità è che le politiche liberiste e reazionarie varate dai governi di centrosinistra non le hanno votate e gestite i soli D'Alema e Bersani. Le hanno votate e gestite anche i gruppi dirigenti della sinistra cosiddetta radicale. Il famigerato Pacchetto Treu, con l'introduzione del lavoro interinale, fu varato dal primo governo Prodi (1996/98), col sostegno di Bertinotti, Ferrero, Vendola, Rizzo. Così come il record delle privatizzazioni in Europa e i CPT per gli immigrati. La più grande detassazione dei profitti di banche e imprese degli ultimi decenni (riduzione dell'IRES dal 34 al 27,5%) fu realizzata nel 2007 dal secondo governo Prodi, in cui sedeva da ministro Paolo Ferrero. Così per l'aumento delle spese militari e il finanziamento delle missioni di guerra.

I due governi Prodi (1996/98 e 2006/2008), con queste politiche, hanno occupato complessivamente cinque anni di governo negli ultimi venti anni, la durata di una legislatura. Dobbiamo cancellarli da un bilancio politico, come non fossero esistiti? Non si dica (per chi lo dice) che sono stati “errori”. Sono stati crimini sociali e politici. Se dobbiamo rompere con chi ha contribuito a distruggere la credibilità della sinistra, questo criterio non dovrebbe forse valere per tutti?


PASSATO E FUTURO 
Si dirà che tutto questo riguarda il passato e che ora dobbiamo guardare al futuro. Ma è falso. Il bilancio del passato riguarda proprio il futuro. Senza un bilancio del passato ci si condanna infatti a riviverlo.

L'appello originario del Brancaccio rivendica una lunga serie di obiettivi sociali e democratici (difesa del lavoro, progressività fiscale, protezione dei migranti, rifiuto della guerra...). Tutti nobili intenti. Ma questi intenti non figuravano forse regolarmente in tutti i programmi di tutte le sinistre (Rifondazione, SEL, Tsipras, Lula...) spesso oltretutto in termini più radicali? Perché allora si sono realizzate, una volta al governo, politiche opposte?

La verità è che accettare il sistema capitalista e ambire a governarlo significa gestire la sua miseria, al di là di ogni promessa. Lo spazio riformistico fu possibile nel dopoguerra quando c'era il boom ed esisteva l'URSS. Dopo la restaurazione del capitalismo in Russia (per mano della burocrazia stalinista) e l'irrompere della grande crisi, il capitalismo si riprende ovunque quanto era stato costretto a concedere. Dentro l'euro e fuori dall'euro, e con i governi di ogni colore. Cosa dimostra oggi l'esperienza di Syriza in Grecia, se non questo? Si promettevano riforme sociali, si è realizzata la continuità della troika. Non diversamente va in Portogallo dove Partito Comunista e Bloco De Esquerda votano una finanziaria che taglia del 30% gli investimenti pubblici. La realtà è che i gruppi dirigenti della sinistra non hanno altro orizzonte che il governo “progressista” del capitalismo, nonostante e contro l'esperienza della storia. Per questo condannano il proprio popolo a passare di sconfitta in sconfitta, ogni volta nel nome del “nuovo” e sempre ripetendo il “vecchio”.


PER UNA SOLUZIONE ANTICAPITALISTA.
PER UNA SINISTRA DI CLASSE E RIVOLUZIONARIA 


La “sinistra che non c'è ancora” può essere solo una sinistra rivoluzionaria.
Non una generica sinistra “civica” di cittadini progressisti. Né una sinistra che metta insieme sovranismi nazionalisti e costituzioni borghesi. Ma una sinistra di classe, schierata sempre e dovunque dalla parte dei lavoratori, impegnata nella unificazione delle loro lotte e resistenze sociali, a partire dalle rivendicazioni più semplici; ma soprattutto impegnata a ricondurre ogni lotta di opposizione e di resistenza all'unica prospettiva di alternativa vera: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro organizzazione e la loro forza, che rompa col capitalismo e riorganizzi da cima a fondo la società.

Nessuno dei nobili intenti di miglioramento sociale, democratico, ambientale, elencati dal Brancaccio o da Acerbo può essere realizzato nel rispetto del capitalismo. La riduzione dell'orario di lavoro a 30 ore a parità di paga può essere perseguita solo rompendo frontalmente con un padronato che allunga ovunque orari e sfruttamento. La lotta all'evasione fiscale è inseparabile dalla lotta per la nazionalizzazione delle banche (vero tempio della grande evasione), senza indennizzo per i grandi azionisti e sotto il controllo dei lavoratori. L'investimento massiccio in risanamento ambientale e servizi non è possibile senza l'abolizione del debito pubblico verso le banche e le compagnie di assicurazione, che oggi intascano 80 miliardi l'anno di soli interessi.

Si invoca l'applicazione della Costituzione. Ma la realizzazione degli enunciati progressivi della Costituzione è inseparabile dalla rottura con quel sistema capitalista che questa costituzione (borghese) protegge. È forse possibile realizzare “il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, alla dignità sociale” - come recita l'articolo 3 - continuando a rispettare la proprietà privata delle grandi industrie e delle banche, di quella casta dorata del capitale finanziario che concentra nelle proprie mani tutto il potere reale?

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, imposto da una rivoluzione sociale, può realizzare misure di svolta e consentire una democrazia vera.

Certo, la coscienza dei lavoratori e degli sfruttati è lontana dal comprendere questa verità e prospettiva. Tanto più dopo essere stata demoralizzata e confusa dai gruppi dirigenti fallimentari della sinistra. Ma questa è una ragione in più per lavorare controcorrente nel ricostruire la coscienza di classe e anticapitalista che manca, organizzando innanzitutto attorno a questa prospettiva i settori più avanzati della classe lavoratrice.

Questa è la prospettiva per cui in ogni caso si batte il Partito Comunista dei Lavoratori. Una prospettiva che vogliamo sia presente e riconoscibile, nelle forme possibili, alla prossime elezioni politiche.
Partito Comunista dei Lavoratori