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Zohran Mamdani vince le primarie democratiche a New York

 


Buona notizia per l'affluenza, nessuna soluzione per la città

28 Giugno 2025

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Il 24 giugno il socialdemocratico Zohran Mamdani ha vinto le primarie del Partito Democratico per la carica di sindaco di New York City, anche se le vittoria è per ora ufficiosa, dato che le primarie hanno utilizzato il sistema di voto alternativo (voto a scelta classificata, ranked choice) e i risultati finali non saranno pubblicati prima del primo luglio.

Mamdani ha ottenuto il 43,5% dei voti di prima scelta; Andrew Cuomo, il suo avversario espressione dell'establishment del Partito Democratico, ha ottenuto il 36,4%; e Brad Lander ha ottenuto l'11,3% . Poiché Mamdani e Lander prima del voto si sono dichiarati sostegno reciproco, i voti di seconda scelta dati a Lander sarebbero presumibilmente andati a Mamdani, garantendogli la maggioranza. Piuttosto che prolungare l'umiliazione, Cuomo ha ammesso la sconfitta.

Mamdani ha basato la sua campagna elettorale su un programma di riforme municipali, tra cui il congelamento degli affitti per 1 milione di appartamenti a canone calmierato, l'abolizione delle tariffe sugli autobus, l'assistenza all'infanzia gratuita (o sovvenzionata), la creazione di negozi di alimentari di proprietà comunale nei cosiddetti “deserti alimentari”, e l'aumento del salario minimo nella città di New York a 30 dollari l'ora. La sua elezione ha dimostrato un ampio sostegno a tali misure.

Mamdani ha trentatré anni, è un musulmano di origini indiane e proviene da una famiglia benestante. Ha un passato di attivismo studentesco e locale, e di solidarietà con la Palestina. È membro dei Democrati Socialists of America (DSA). Nella sua campagna elettorale non ha messo in evidenza il suo attivismo e la sua appartenenza ai DSA, ma non li ha rinnegati.

La campagna di Mamdani ha fatto uso abilmente dei social media e ha coinvolto migliaia di giovani volontari. Mamdani ha ottenuto buoni risultati tra gli elettori bianchi, latini, asiatici e giovani, mentre non ha avuto lo stesso successo tra gli elettori neri, ebrei e anziani.

Mamdani ha buone possibilità di diventare sindaco di New York, a novembre, ma la sua vittoria non è certa. Il New York Times e il Washington Post sono i principali mezzi di informazione liberal (progressisti, ndt) della classe dirigente statunitense. Il Washington Post è di proprietà di Jeff Bezos, che possiede anche Amazon ed era l'uomo più ricco del mondo fino a quando Elon Musk non lo ha scalzato. Bezos potrebbe riconquistare il titolo di più ricco, dato che le buffonate politiche di Musk stanno trascinando Tesla verso il basso, e i suoi razzi Starship continuano a esplodere. Ecco il punto di vista capitalista liberal del Washington Post sulle elezioni di Mamdani, citato per esteso perché molto rivelatore:

«La vittoria di Zohran Mamdani è un male per New York e per il Partito Democratico. [titolo]

[...] Ora, un uomo che crede che il capitalismo sia un “furto” è in lizza per guidare la città più grande del Paese e la capitale finanziaria del mondo. Le sue idee principali sono “negozi di alimentari di proprietà della città”, gratuità dei trasporti pubblici, congelamento degli affitti su 1 milione di appartamenti regolamentati e aumento del salario minimo a 30 dollari. Senza dubbio queste potrebbero sembrare idee allettanti ad alcuni elettori. Ma, come per molte proposte dell'estrema sinistra americana, queste scelte danneggerebbero proprio le persone che dovrebbero aiutare.

Un salario minimo elevato avrebbe un effetto negativo sull'occupazione dei lavoratori poco qualificati. Il congelamento degli affitti ridurrebbe l'offerta di alloggi e ne diminuirebbe la qualità. Il taglio delle tariffe degli autobus creerebbe un buco nei finanziamenti dei trasporti pubblici che, se non venisse in qualche modo colmato, comprometterebbe il servizio. Nel frattempo, il settore alimentare opera con margini ridotti, e il progetto di negozi gestiti dalla città porterebbe probabilmente a una riduzione delle scelte, a un servizio scadente e a carenze di prodotti, poiché i negozi privati chiuderebbero piuttosto che cercare di competere con quelli sovvenzionati dalla città.

Mamdani in precedenza aveva chiesto di tagliare i fondi alla polizia e di smantellarla. Anche se ha moderato le sue posizioni, continua a opporsi all'assunzione di nuovi agenti.

Almeno una cosa Mamdani la ammette: il candidato vuole tasse ancora più elevate in una città dove sono già molto pesanti. Vuole un'imposta patrimoniale annuale del 2% sull'1% più ricco dei newyorkesi, e aumentare l'aliquota dell'imposta sulle aziende dallo 7,25% all'11,5%. La Grande Mela già soffre di fuga di capitali. Gli hedge fund e altri soggetti finanziari si sono trasferiti in luoghi più favorevoli alle imprese, come la Florida. I piani fiscali di Mamdani stimolerebbero un esodo delle imprese e spingerebbero più persone ricche a lasciare la città, minando la base imponibile e rendendo più difficile mantenere i servizi esistenti
».

I ricchi finanziatori e i media di establishment faranno pressione sul Partito Democratico affinché saboti la campagna di Mamdani negandogli il proprio sostegno e i propri finanziamenti. Cuomo e l'attuale sindaco democratico Eric Adams, entrambi candidati come indipendenti alle elezioni di novembre, potrebbero stringere un accordo in base al quale uno dei due si ritirerebbe a favore dell'altro.

Se Mamdani vincerà, dovrà affrontare grandi ostacoli. Egli propone di finanziare le sue riforme con una patrimoniale e un aumento delle tasse sul reddito d'impresa. Ma il sindaco non ha alcun controllo su nessuna delle due cose, e il governatore dello stato di New York Kathy Hochul ha escluso qualsiasi aumento delle tasse. Senza finanziamenti, le riforme di Mamdani sarebbero sconfitte dalle forze del mercato, e lui non durerebbe a lungo in carica.

Se la massa dei lavoratori e degli oppressi si mobilitassero, Mamdani potrebbe superare la resistenza dei capitalisti. Ma non siamo ancora in quel mondo.

In assenza di una mobilitazione di massa, Mamdani rischia piuttosto di diventare un altro Brandon Johnson, l'attuale sindaco di Chicago. Le credenziali di Johnson tra la base e gli elettori erano persino migliori di quelle di Mamdani, dato che è stato insegnante nelle scuole pubbliche di Chicago per molti anni e membro del sindacato Chicago Teachers Union (CTU). Accettando i limiti imposti dalla sua carica di sindaco, Johnson non è riuscito a portare avanti le sue riforme progressiste, ha deluso la sua base e avrà difficoltà a vincere un secondo mandato nel 2027.

La vittoria di Mamdani ha entusiasmato gli attivisti di base, che vogliono credere nella possibilità di ottenere riforme attraverso le elezioni, e rivendicano la conquista del Partito Democratico come partito del popolo. Avevano quasi rinunciato al loro impegno dopo le delusioni delle amministrazioni di Barack Obama e Joe Biden, le candidature di Hillary Clinton e Kamala Harris, il dietrofront di Bernie Sanders e l'integrazione di Alexandria Ocasio-Cortez e della Squad (gruppo di deputati e deputate vicini/e politicamente a Ocasio-Cortez, ndt) nell'ordine congressuale.

Il titolo di un articolo del 25 giugno di Liza Featherstone sul sito Jacobin coglie il cambiamento: «In un momento politico cupo, Zohran Mamdani offre speranza».

La vittoria di Mamdani conferma ciò che stiamo vedendo nelle grandi manifestazioni contro Donald Trump. Un gran numero di lavoratori e giovani vogliono opporsi e resistere. I marxisti rivoluzionari ripettano questo impulso. Allo stesso tempo, dobbiamo spiegare con pazienza che il Partito Democratico è un partito neoliberista e guerrafondaio. I loro politici sono costretti a scegliere tra acconsentire a ciò che sanno essere sbagliato o essere buttati fuori dai loro incarichi.

I marxisti rivoluzionari non dovrebbero candidarsi nel Partito Democratico né sostenere i democratici. Di conseguenza, è improbabile che i candidati che invece sosteniamo possano vincere le elezioni al di sopra del livello dei consigli comunali. Ma per noi, con l'attuale livello della lotta di classe, le elezioni servono a diffondere le nostre idee, non a conquistare cariche pubbliche.

Man mano che i lavoratori e gli oppressi si mobiliteranno, la situazione cambierà. I lavoratori in movimento chiederanno una rappresentanza politica, un partito di massa della classe lavoratrice. Le elezioni continueranno a riguardare principalmente la propaganda, ma l'elezione di lavoratori e rivoluzionari consentirà una maggiore diffusione di tale propaganda.

Le lotte decisive emergeranno dall'organizzazione sul posto di lavoro, nella comunità locali e nell'esercito, con manifestazioni, scioperi, picchetti, occupazioni e autodifesa organizzata. Per vincere, i lavoratori avranno bisogno di un partito rivoluzionario di massa, non solo di un partito che partecipa alle elezioni. Un discorso che dobbiamo iniziare.

Peter Solenberger

La fine dell'Occidente?


Il ciclone del trumpismo e la crisi verticale dell'asse transatlantico

11 Marzo 2025

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Due grandi potenze imperialiste, USA e Russia, hanno aperto un negoziato per la spartizione dell'Ucraina. Gli imperialismi europei, scaricati da Trump e ignorati da Putin, cercano la via per ritornare in scena e partecipare al banchetto, ma subiscono una pesante marginalizzazione di ruolo. Zelensky è disposto a donare agli USA le risorse minerarie del proprio paese in cambio di protezione militare, salvo venir umiliato in mondovisione da quell'imperialismo americano che ha sempre presentato al popolo ucraino come “amico”. Putin, dal canto suo, plaude entusiasta alla svolta di Trump nel mentre prosegue il bombardamento quotidiano dell'Ucraina e l'annessione delle regioni conquistate con l'invasione.

Questi fatti di assoluta evidenza agli occhi del mondo – e su cui torneremo nei prossimi giorni – sono solo la punta emergente di un profondo sommovimento delle relazioni mondiali. Un processo in pieno svolgimento, con passo accelerato. Un processo che va analizzato, con metodo marxista, per approssimazioni successive.


LA SVOLTA DEL SECONDO TRUMP

La seconda amministrazione Trump non è la continuità della prima (2016-2020). Il Trump che entrò nel 2016 alla Casa Bianca – quale outsider sorpreso dal suo stesso successo – si trovò a contrastare la resistenza di un Partito Repubblicano non ancora espugnato, l'ostilità della grande borghesia di Wall Street e della Silicon Valley, e la grande mobilitazione di massa di Black Lives Matter e delle donne. La drammatica esperienza Covid e la grande recessione capitalistica che l'accompagnò diedero il colpo di grazia al primo governo Trump, immortalato dal celebre assalto finale al Campidoglio e dai successivi trascinamenti giudiziari.

Oggi tutto è diverso. Donald Trump è ritornato a Washington da vincitore. Dispone di un consenso elettorale consolidato. Di un Partito Repubblicano ormai plasmato a propria immagine e somiglianza. Di una maggioranza, seppur risicata, in entrambe le camere del Congresso. Ma soprattutto del sostegno del grande capitale americano, a partire dai giganteschi monopoli tecnologici: monopoli direttamente coinvolti, nel caso di Musk, all'interno del governo federale, con poteri straordinari di intervento, privi di base legale, sull'intero corpo della pubblica amministrazione.

Trump sta di fatto costruendo attorno a sé un proprio sistema di potere, al tempo stesso interno e parallelo alle istituzioni tradizionali dello stato borghese americano. È il potenziale di un cambio di regime, non solo di governo. Un cambio che alza da subito il livello di attacco ai diritti dei lavoratori, delle donne, dei migranti latino-americani, di tutti i settori oppressi della società. L'avanzata reazionaria internazionale, anche in Europa, offre a Trump un vento più favorevole, mentre a sua volta riceve dal trumpismo nuovo impulso. Intanto l'opposizione sociale e democratica negli USA fatica a riprendersi dall'enorme delusione dell'esperienza Biden, ed è ancora molto lontana, al momento, dai livelli di mobilitazione del 2016-2018.


LA GRANDE SVOLTA DELLA POLITICA ESTERA USA

La discontinuità del secondo Trump si manifesta anche e soprattutto nella politica estera. Sfrondata da elementi pragmatici, buffoneschi o di pura improvvisazione, sicuramente presenti nel personaggio Trump, la linea internazionale del presidente USA segue una nuova bussola strategica. Una risposta nuova alla crisi profonda dell'imperialismo USA nel mondo. Non una risposta isolazionista (obiettivamente impraticabile per una potenza planetaria come gli USA), ma una diversa razionalizzazione del proprio indirizzo globale.

In primo luogo, l'amministrazione Trump punta a ridurre drasticamente il volume di spesa della politica estera USA, a fronte dell'arretramento del peso specifico dell'economia americana nel mondo. L'imperialismo USA vive da molto tempo al di sopra delle proprie possibilità materiali. La quota USA del capitale manifatturiero mondiale è passato nell'ultimo mezzo secolo dal 50% del secondo dopoguerra al 15% attuale. Il debito pubblico USA è raddoppiato nell'ultimo decennio, e il solo pagamento degli interessi sul debito vale ormai il 16% della spesa federale americana. Pertanto il nuovo imperativo della politica trumpiana è tagliare i costi di finanziamento di attività e funzioni giudicate superflue.

Sul piano interno, un colpo di scure alla spesa sociale, in funzione dell'ulteriore riduzione delle tasse sui profitti aziendali (dal 23% al 15%). Sul piano della politica estera, uno sfoltimento drastico dei costi di mantenimento dell'area di influenza americana su scala globale. La rottura con la OMS, l'uscita da decine di strutture multilaterali diplomatiche o assistenziali, il progetto di legge repubblicano di recesso USA dall'ONU, il taglio annunciato del contributo USA alle spese NATO a carico degli imperialismi europei, persino il progettato taglio di una parte delle basi militari USA (sono quasi 800 su scala planetaria) sono parte di questo nuovo indirizzo. Lo stesso vale per l'uscita da teatri di guerra considerati non strategici, o non più tali. Fu il primo Trump a programmare il ritiro dall'Afghanistan, poi realizzato da Biden. È Trump che oggi vuole la fine del sostegno all'Ucraina, denunciando i precedenti aiuti.

In secondo luogo, e parallelamente, Trump sceglie di concentrare il grosso delle risorse disponibili sul versante del contrasto dell'imperialismo cinese, il vero concorrente strategico dell'imperialismo USA su scala internazionale. È questo il criterio ispiratore della nuova politica estera USA. Naturalmente la centralità strategica del confronto con la Cina non è un'improvvisazione di Trump. La inaugurò Obama nel 2008 (il “pivot to Asia”), a fronte della grande crisi capitalistica mondiale e della potente ascesa dell'imperialismo cinese. Ma è nuova la modalità di perseguimento di questa rotta.

Non più la linea tradizionale di egemonia americana sul campo largo degli imperialismi alleati, a partire dagli imperialismi europei (linea rivelatasi fallimentare proprio nel contrasto dell'imperialismo cinese, come mostra il consolidamento del blocco tra Mosca e Pechino, e il progressivo allargamento dei BRICS). Ma una politica di potenza autocentrata dettata dall'interesse indipendente dell'imperialismo USA, anche a scapito degli alleati e persino in rottura con vecchi alleati. Il clamoroso avvio da parte di Trump di un negoziato diretto con Putin sulla guerra d'Ucraina, scavalcando sia Zelensky che gli imperialismi europei, ha esattamente questo segno.


IL TENTATIVO DI SEPARARE LA RUSSIA DALLA CINA

Ma non solo questo. Con il negoziato diretto con Putin, Trump prova a separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese. È il tentativo di riorganizzazione su basi nuove delle relazioni mondiali, attorno ad un equilibrio tripolare fra le grandi potenze: gli USA, la Russia, la Cina. Una sorta di “seconda Yalta”: la negoziazione di una nuova spartizione del mondo.

Il momento dell'offerta americana a Putin non è casuale. Da un lato intende subito segnare il battesimo d'esordio del nuovo governo USA sullo scenario mondiale, a misura della radicalità della svolta. Dall'altro coglie il momento in cui la Russia ha subìto uno scacco pesante in Medio Oriente, con la caduta di Assad, l'arretramento di Hezbollah, il ridimensionamento complessivo dell'Iran, alleato di Mosca; e nel quale la Russia inizia a temere il rischio di un proprio inglobamento subalterno nell'area di influenza cinese, anche a partire dalla progressiva espansione della Cina nelle repubbliche centroasiatiche postsovietiche. In questo contesto gli USA offrono alla Russia una possibile opzione alternativa. Un'altra possibile sponda.

L'offerta negoziale di Trump riguarda innanzitutto l'Ucraina. L'imperialismo americano sta offrendo all'imperialismo russo il ritiro del proprio sostegno all'Ucraina, la revoca progressiva delle sanzioni, il riconoscimento alla Russia di quanto ha già conquistato sul campo di battaglia. In altri termini, Trump offre a Putin la capitolazione del paese che ha invaso. Di più: Trump offre a Mosca l'umiliazione pubblica di Zelensky, sino alla richiesta della sua uscita di scena, in perfetta corrispondenza con la richiesta russa. Cui aggiunge il diritto di saccheggio delle riserve minerarie ucraine quale forma di indennizzo del precedente aiuto militare a Kiev.

Una postura tipicamente neocoloniale. Peraltro, le riserve minerarie ucraine, soprattutto in fatto di terre rare, sono preziose per gli USA proprio in funzione della competizione con la Cina. L'interesse USA per la Groenlandia e le riserve dell'Artico conferma la loro valenza strategica.

Ma l'offerta negoziale di Trump non riguarda solo l'Ucraina. Trump offre all'imperialismo russo un ruolo negoziale globale da potenza a potenza. L'annunciato disimpegno militare USA dall'Europa, ancora incerto nella sua portata, ma già formalmente tracciato; la conseguente richiesta agli imperialismi europei di provvedere alle proprie necessità militari con un massiccio incremento dei propri investimenti nella difesa (con la consapevolezza delle difficoltà materiali degli imperialismi europei a farvi fronte); l'archiviazione definitiva di ogni futuro ingresso dell'Ucraina nella NATO (ipotesi peraltro mai concretamente esistita, se non nella propaganda di Mosca o in qualche futuribile evocazione retorica); la propria disponibilità ad allentare i vincoli NATO circa l'applicazione del famigerato articolo 5, escluso in ogni caso per eventuali missioni future di peacekeeping; persino il riferimento incidentale di Trump a un ipotetico futuro nel quale “l'Ucraina potrebbe essere russa”... sono tutti segnali neppure troppo cifrati alla Russia di Putin della disponibilità americana a negoziare con Putin gli equilibri interni al Vecchio continente, e il riconoscimento del diritto della Russia a ricostruire la propria area di influenza in Europa. Non a caso Putin ha dichiarato: «Il nuovo indirizzo della presidenza Trump è convergente con la nostra impostazione ed è per noi ragione di speranza».


PRECIPITA LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

In questo quadro generale si pone la nuova linea di Trump verso l'Unione Europea. Non si tratta semplicemente della marginalizzazione negoziale della UE, fosse pur clamorosa. Si tratta di una linea di intervento mirata alla disarticolazione dell'UE. Il sostegno pubblico americano all'estrema destra tedesca rappresenta un intervento inedito degli USA nella politica borghese europea, proprio nel momento della massima crisi dei suoi assetti (Germania e Francia in primis). L'offensiva americana sui dazi di importazione delle merci europee completa il quadro.

Combinata con la riduzione delle tasse sui capitalisti che producono negli USA, la politica dei dazi mira a riportare in America produzioni e investimenti che ne sono usciti. Vale per l'Europa come per il Canada o per il Messico. Naturalmente, esistono sempre in questo campo margini negoziali. Ma la direzione di marcia è chiara. L'imperialismo americano vuole “tornare grande” anche attraendo capitali dall'Europa, dunque rafforzando le sue dinamiche di deindustrializzazione. Acciaio e alluminio, siderurgia e automobile – il cuore della produzione industriale europea – sono oggi colpiti non solo dalla concorrenza cinese ma anche da quella americana.

L'attuale precipitazione della crisi UE di fronte alla svolta trumpiana è indicativa. Mario Draghi ha evocato solennemente nel Parlamento UE la necessità di uno stato federale paneuropeo quale unica reale risposta strategica al trumpismo. Ma ha confessato lui stesso di non avere idea di come arrivarvi. Non è un caso. Gli imperialismi nazionali del Vecchio continente sono strutturalmente incapaci di unificare l'Europa. La svolta trumpiana approfondisce infatti tutte le loro contraddizioni.

La Francia punta ad intestarsi la guida di una risposta europea al disimpegno americano, forte del proprio primato militare. L'Italia rifiuta ogni possibile egemonia della Francia, cui contende spazi e ruolo, a partire da Mediterraneo e Nord Africa. La Gran Bretagna cerca un proprio reinserimento nel gioco europeo, ma si trova stretta nel contenzioso franco-italiano. Gran Bretagna, Italia, Polonia concorrono tra loro al ruolo di pontieri tra l'Europa e Trump, ma proprio la radicalità della svolta di Trump riduce pesantemente il loro spazio di manovra.
La Germania è concentrata sulla soluzione interna della propria crisi politica e recessione economica, ma ha difficoltà a trovare i numeri parlamentari necessari per aggirare i vincoli costituzionali di bilancio. Ungheria e Slovacchia, a loro volta, rafforzano nel nuovo scenario il proprio gioco di sponda tra imperialismo USA e imperialismo russo in funzione anti-UE.

Non si può escludere che in questo quadro convulso possano prodursi in futuro cooperazioni rafforzate tra alcuni paesi imperialisti europei cosiddetti “volonterosi”. Ma solo entro spazi limitati, senza rilevanza istituzionale, nella impossibilità di modificare i trattati.
L'unica vera certezza europea è oggi la corsa generale agli armamenti con lo scorporo delle spese militari dal nuovo Patto di stabilità e con nuove forme di indebitamento; ma nella lotta spietata tra le industrie militari nazionali per accaparrarsi mercato e commesse. Tutte le aziende del complesso militare-industriale trionfano in Borsa, mentre i grandi produttori d'armi americani si candidano a principali beneficiari della corsa agli armamenti in Europa.

La crisi europea amplia a sua volta gli spazi di inserimento dell'imperialismo russo e dell'imperialismo americano nel Vecchio continente. All'interno delle destre europee, dove dispongono entrambi di agganci e relazioni, talora combinate (AfD, Lega salviniana). O all'interno della penisola balcanica, dove l'imperialismo russo cerca di capitalizzare l'arresto del processo di integrazione in UE di diversi paesi. Non a caso il peso specifico di formazioni filorusse si consolida in aree significative dell'Est europeo.

La verità è che L'Unione Europea a ventisette membri, già paralizzata dalla regola dell'unanimità, a garanzia dei capitalismi nazionali, ha ormai concluso da tempo la propria dinamica di espansione. L'attuale ondata sovranista ha messo al riguardo il sigillo finale. Non a caso, la stessa integrazione dell'Ucraina nella UE è bloccata dai veti dei paesi concorrenti nel campo dell'agricoltura e dei sussidi. La celebrata solidarietà con l'Ucraina si ferma alle soglie del portafoglio dei capitalisti.


LE NUOVE RELAZIONI IMPERIALISTE SUL BANCO DI PROVA DEL MEDIO ORIENTE

L'offerta di un ruolo negoziale alla Russia si estende alla crisi Medio Orientale. È lo scenario più complicato e ad oggi irrisolto della nuova relazione russo-americana. Il disegno trumpiano mira a capitalizzare la profonda sconfitta dell'Iran dopo i subiti bombardamenti sionisti e il crollo di Assad, per provare a rilanciare e allargare i famosi accordi di Abramo tra i regimi arabi e Israele (sino a provare a coinvolgervi non solo l'Arabia Saudita ma persino il Libano e la nuova Siria). È l'operazione promossa a suo tempo dal primo governo Trump, con l'obiettivo di un nuovo equilibrio stabile del Medio Oriente, che consenta agli USA di concentrarsi contro la Cina in Asia.

Il secondo governo Trump agisce oggi su due direttrici combinate. Da un lato propone alla Russia di scaricare l'Iran – primo esportatore di petrolio in Cina – in cambio di rassicurazioni compensative per gli interessi russi in Siria (salvaguardia delle basi militari di Tartus, Latakia e Khmeimim): operazione appoggiata apertamente da Netanyahu per riequilibrare e contenere l'influenza turca. Dall'altro lato massimizza la pressione su Egitto e Giordania affinché aprano le proprie frontiere all'annunciata deportazione dei palestinesi di Gaza, e accettino di fatto l'annessione sionista della Cisgiordania.

Ma la quadra del cerchio, a dispetto di Trump, è ancora in alto mare. Lo stato sionista, forte dei propri successi militari, non ha ancora spento i motori della propria guerra sterminatrice, a beneficio della tenuta politica di Netanyahu. E l'odio di cui è circondato in tutta la regione blocca lo spazio di manovra dei regimi arabi. Non perché questi siano minimamente interessati alle sorti dei palestinesi, ma perché un loro accordo oggi con Israele li esporrebbe al rischio di una rivoluzione in casa sotto la bandiera della Palestina. La memoria delle sollevazioni di massa del 2010-2011 in Tunisia, in Egitto, e inizialmente nella stessa Siria, è ben presente nelle borghesie arabe.
Il rivoltante video cartolina del resort di Gaza, tra gli sghignazzi di Trump, Musk, Netanyahu, ha rafforzato le loro preoccupazioni. Tanto più a fronte del tracollo di ogni residua finzione diplomatica attorno alla “soluzione due popoli per due Stati” che possa fornire ai governi arabi lo straccio di una copertura cui aggrapparsi. Lo spettro della rivoluzione araba resta ad oggi una pietra d'inciampo per la strategia di Donald Trump in Medio Oriente.


“L'AMERICA AGLI AMERICANI”

Il nuovo corso di Trump procede al tempo stesso con passo sicuro nel grande continente americano. “Via la Cina” dal canale di Panama. Intimidazione annessionista verso il Canada, quale possibile cinquantunesimo stato americano. Minaccia sfrontata contro il Messico, col diritto a intervenire militarmente in terra messicana contro i cartelli della droga. Respingimento di ogni nuova migrazione negli Stati Uniti e deportazione in catene di migliaia di immigrati. Ridenominazione provocatoria del Golfo del Messico in Golfo d'America. Partneriato strategico col regime argentino di Milei, nella prospettiva di una (difficile) riconquista dell'egemonia USA in America Latina

È una sorta di riformulazione, due secoli dopo, della storica dottrina Monroe che rivendicava “l'America agli americani”. Allora si presentava come rivendicazione della libertà del continente americano dal vecchio colonialismo europeo, in realtà una ipocrita giustificazione preventiva del proprio futuro progetto imperialista. Oggi quell'antica petizione in bocca a Trump può fare a meno di ogni finzione. Gli USA intendono “liberare” l'America Latina dalla massiccia penetrazione di capitali e merci dell'imperialismo cinese. Via la Cina dall'America Latina in cambio di una futura apertura alla Cina su Taiwan? È troppo presto per simili congetture. Tuttavia Trump ha dichiarato che Taiwan ha derubato gli USA in fatto di microprocessori, e che dovrebbe provvedere alla propria difesa portando le spese militari al 10% del PIL. L'imperialismo giapponese e la Corea del Sud sono significativamente inquieti.


IN CONCLUSIONE

Non è possibile avanzare previsioni certe sullo sviluppo del nuovo scenario mondiale. Tutto appare in movimento, con passo accelerato, lungo nuove linee di faglia. Può essere che l'intera operazione di Trump si concluda alla fine con un fallimento, con la tenuta del blocco imperialista russo-cinese e la conseguente ricomposizione dell'asse transatlantico tra USA ed Europa; come può essere invece che si sviluppi in direzione sua propria, con effetti domino dirompenti su ogni scacchiere.
Di certo è in atto un tentativo serio della nuova amministrazione americana di riorganizzare su basi nuove le relazioni imperialiste, quale risposta alla propria crisi di egemonia. Il vecchio assetto degli equilibri globali, già in crisi profonda dopo il 2008, sembra precipitare, mentre nuovi assetti sono ancora lontani dal prendere forma. Una stagione di grande instabilità attende il mondo.

Marco Ferrando

 

Stati Uniti: primi impatti del secondo mandato di Trump

 


Da quando ha assunto la carica per il suo secondo mandato, il 20 gennaio, Trump ha lanciato un'offensiva reazionaria, autoritaria e imperialista. Questa volta è accompagnato dall'establishment, con l'appoggio di un Partito Repubblicano schierato dietro di lui, il sostegno esplicito dei principali magnati capitalisti e l'atteggiamento permissivo dei democratici e della burocrazia sindacale.


Quest'ultimo fattore ha certamente contribuito al fatto che non siano emerse le grandi mobilitazioni di opposizione che lo accolsero nel 2016, ma la crescente polarizzazione sociale e politica alimenta anche la radicalizzazione di un settore disposto a lottare per fermarlo, e il suo programma reazionario non passerà senza provocare resistenza.

I rivoluzionari avranno un ruolo fondamentale nelle lotte che arriveranno e nell'organizzazione i combattenti che le guideranno.


UN PROCESSO GLOBALE

L'ascesa dell'estrema destra è un fenomeno globale. Varie espressioni di essa sono al governo in sette paesi dell'Unione Europea (Italia, Paesi Bassi, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, Slovacchia e Finlandia), in Austria è prossima al governo ed è in aumento in Francia, Germania e Regno Unito.

Alcune delle sue espressioni più estreme e stravaganti, come il presidente argentino Milei e il presidente salvadoregno Bukele, sono promosse come esempi da seguire a livello internazionale. Il bolsonarismo rimane una forza importante in Brasile, nonostante non sia più al governo.

Il regime fondamentalista di Modi in India e il regime autoritario di Putin in Russia condividono caratteristiche centrali con l'estrema destra occidentale. Anche al di là di queste espressioni politiche, c'è una tendenza generale nel mondo verso regimi più autoritari e repressivi in tutto l'arco politico capitalista.

L'estrema destra globale non è omogenea, ci sono settori più radicali o più vicini alla destra classica, più nazionalisti o più neoliberisti. Ma al di là della diversità, essi costituiscono la punta di diamante di una decisiva svolta globale a destra della borghesia, che ha rafforzato un settore reazionario della società.


UN PRODOTTO DELLA CRISI SISTEMICA

La crisi sistemica che il capitalismo sta attraversando dal 2008 è paragonabile solo a quelle che hanno preceduto le due guerre mondiali del secolo scorso. La distruzione e la concentrazione del capitale causato da quelle guerre permisero alla borghesia di recuperare la redditività necessaria per superare quelle crisi. Oggi la borghesia, non vedendosi per il momento in grado di affrontare una nuova guerra mondiale, cerca di recuperare la redditività aumentando lo sfruttamento.

A causa della profondità della crisi, non è sufficiente aver messo fine allo stato sociale e alla maggior parte delle conquiste ottenute nel secondo dopoguerra, né è sufficiente la flessibilità del neoliberismo. La borghesia ha bisogno di porre fine ai diritti più elementari delle masse lavoratrici e di ridurci al lavoro fino al collasso fisico, in cambio del minimo necessario per sopravvivere e continuare a lavorare. Consapevoli che ciò danneggia la stragrande maggioranza della popolazione, genera opposizione e provoca resistenza, la borghesia deve ridurre al minimo i meccanismi democratici e rafforzare al massimo i dispositivi repressivi.

Il fatto che l'estrema destra esprima più chiaramente questo bisogno della borghesia imperialista nel suo insieme spiega in larga misura la sua rapida accettazione e assimilazione da parte dei regimi borghesi e dei partiti politici, e contribuisce in modo significativo alla sua ascesa globale.

A sua volta, il fenomeno dell'estrema destra fa parte di un processo globale di polarizzazione, che provoca anche mobilitazioni di massa, ribellioni e rivoluzioni, compresi grandi scioperi che hanno rianimato alcuni dei settori più potenti della classe lavoratrice nel mondo. Si tratta di un processo ineguale, perché nonostante le gigantesche lotte e la radicalizzazione a sinistra di settori importanti, in questo polo non è emersa un'espressione politica, come invece è emersa a destra.

Tuttavia, poiché la borhesia è riuscita a schiacciare la volontà di resistere, ciò che predomina è l'instabilità. E finché le masse continueranno a combattere, i rivoluzionari avranno il dovere di portare avanti queste lotte e di sfruttare l'opportunità di organizzare i combattenti più determinati, il che ci permette di costruire e rafforzare le nostre organizzazioni rivoluzionarie.


IL 2025 NON È IL 2016

Questo trionfo di Trump è parte del fenomeno globale dell'ascesa dell'estrema destra, si nutre di esso e, a sua volta, rafforza tutte le sue espressioni. Quest'azione di ritorno spiega, in larga misura, la sicurezza con cui Trump e i suoi partner abbiano lanciato, appena insediati, un'offensiva così completa e profonda.

Al momento del suo primo mandato nel 2016, Trump è stata una delle prime espressioni dell'estrema destra. In quel periodo non era il candidato preferito della borghesia, che vedeva più rischi che opportunità nel suo governo. Dovette affrontare grandi mobilitazioni contro di lui, così come l'opposizione o la mancanza di collaborazione di gran parte dell'establishment. Non è riuscito ad attuare molte delle sue iniziative, e ha perso la rielezione per il secondo mandato nel 2020. È stato anche processato e condannato per diversi crimini. Ma ha consolidato una base sociale radicalizzata, rappresentativa di una minoranza ma importante; mentre le aree politiche tradizionali continuavano a disintegrarsi.

L'amministrazione democratica di Biden, succeduta a Trump, ha mantenuto alcune delle politiche chiave di Trump (come la politica sull'immigrazione e i tagli alle tasse per le imprese e i ricchi), ha contrastato movimenti di scioperi, ha sostenuto zelantemente il genocidio sionista a Gaza, oltre a reprimere gli studenti che hanno mostrato solidarietà con la Palestina. A contribuire a questa delusione è stata la capitolazione di Bernie Sanders e dei Socialisti Democratici d'America (DSA), che avevano generato aspettative negli anni precedenti, i quali hanno continuato a sostenere senza tante remore la rielezione di "Genocide Joe", e poi di Harris. Come conseguenza, i democratici hanno perso circa sei milioni di voti.

Nel frattempo Trump si è rafforzato all'interno delle file repubblicane come il leader di opposizione più coerente, come una figura radicale perseguitata dall'establishment e, fondamentalmente, come espressione dell'estrema destra, che durante i quattro anni di Biden è avanzata a livello internazionale.

A differenza di quanto accaduto nel 2016, il Partito Repubblicano si è schierato dietro la sua candidatura e ha costruito una coalizione con più di cento organizzazioni della destra radicale e un ambizioso programma reazionario, dettagliato nel Progetto 2025 della Heritage Foundation. La grande borghesia, che era divisa durante il suo primo mandato, è ora apertamente coinvolta, come espresso chiaramente dal sostegno pubblico a Trump dei magnati della tecnologia e degli uomini più ricchi del mondo come Musk, Zuckerberg e Bezos, che fino ad ora avevano dato di sé un'immagine molto più progressista.

L'amministrazione Trump gode anche di una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema, del controllo di entrambe le camere dei rappresentanti, e di una leadership democratica che è più collaborazionista che di opposizione.

Nel loro insieme, questi elementi mostrano che la classe dominante imperialista ha un maggiore livello di unità sulla necessità di adottare un orientamento più reazionario. Avendo valutato che il primo mandato di Trump è fallito perché non è andato a fondo in modo più deciso, la classe dominante sostiene ora l'attuale politica per cercare di imporre cambiamenti più profondi, e più rapidamente. Una dinamica simile ha portato anche la borghesia di altri paesi a dare il proprio sostegno all'estrema destra, ad esempio in Argentina.

Di conseguenza, Trump e i suoi collaboratori sono arrivati alla Casa Bianca traboccanti di fiducia. Ma il loro vero sostegno è costituito da una minoranza nell'insieme della società. Trump ha vinto le elezioni con un margine di appena l'1,5%, e l'astensione di un terzo dell'elettorato significa che solo un terzo lo ha eletto. Non possiamo perdere di vista questa debolezza strutturale del governo, dietro la sua attuale fiducia apparentemente illimitata.


LA DIMENSIONE DELL'OFFENSIVA

Da quando è entrato in carica, Trump ha lanciato una serie di attacchi su tutti i fronti, misure contro i lavoratori, gli oppressi, i diritti democratici, le normative ambientali, e dichiarazioni di aggressione imperialista.

In una delle sue prime mosse, Trump ha dato l'indulto ai manifestanti condannati per l'attacco del 6 gennaio 2021 al Congresso, molti dei quali fascisti dichiarati. Il suo gabinetto costituisce il governo più oligarchico e reazionario dal XIX secolo. La posizione del magnate Elon Musk, con poteri straordinari sul bilancio, è indicativa.

Indipendentemente da quanto sia realistico il suo obiettivo dichiarato di tagliare più di un quarto il bilancio nazionale, Musk ha già licenziato decine di migliaia di lavoratori statali e sta spingendo per il pensionamento "volontario" di altri due milioni. Ha cambiato la categorizzazione dei lavoratori statali per arrogarsi il potere di licenziare senza impedimenti milioni di lavoratori, precedentemente considerati di natura non-politica. Tra gli altri problemi causati, il governo Trump ha interrotto tutta l'assistenza sociale nazionale e gli aiuti internazionali, causando una crisi globale dell'accesso ai farmaci per l'HIV.

Ha scatenato un massiccio raid da parte dell'ICE, la polizia dell'immigrazione, arrestando migliaia di persone, e trasferendone decine nei campi di detenzione e tortura di Guantánamo. Ha firmato decreti che tolgono i diritti alle persone trans, criminalizzano gli attivisti pro Palestina ed eliminano i programmi contro la discriminazione razziale e di genere.

Ha annullato le tiepide normative ambientali che Biden aveva attuato, ha ritirato il Paese dagli Accordi di Parigi e dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.

Alcune di queste misure sono state bloccate a livello giudiziario, ma le possibilità che molte di esse vengano ratificate, invece che annullate, sono maggiori oggi, dato l'attuale contesto politico e la natura del potere giudiziario.

Ci sono anche molti annunci di misure che non sono molto realizzabili, ma che rinvigoriscono la base sociale reazionaria. In questo senso, il saluto nazista di Elon Musk, anche se in seguito ha negato che lo fosse, è un messaggio potente al settore radicalizzato della destra, su cui questo governo cerca di fare affidamento per affrontare l'inevitabile resistenza all'attuazione del suo programma.

Questa azione cerca di "inondare il campo" con numerose misure estremamente reazionarie ma irrealizzabili, così che sia impossibile rispondere a tutta questa serie di attacchi. In questo modo, le misure che essi intenderanno davvero portare a termine sembreranno meno terribili o passeranno inosservate. Ma ciò è anche parte di una battaglia culturale per il "senso comune". In questo modo Trump cerca di espandere radicalmente gli atteggiamenti e le azioni razziste, sessiste, xenofobe, omofobe e generalmente reazionarie che sono considerate accettabili, e di stabilire quali diritti sono considerati "privilegi" o veri e propri crimini.

Questa battaglia non ha un'importanza minore. Il suo obiettivo è quello di rafforzare e motivare l'azione dei settori più estremisti, violenti e direttamente fascisti che costituiscono il nocciolo duro della base sociale dell'estrema destra; e indebolire e demoralizzare i lavoratori e le persone oppresse in generale, e gli attivisti disposti a fronteggiare tali attacchi.


LA DOTTRINA TRUMP

Uno degli aspetti centrali della crisi sistemica in corso del capitalismo è la crisi dell'egemonia imperialista. Gli Stati Uniti, che sono tuttora la prima potenza mondiale, sono in netto declino, mentre le potenze regionali si rafforzano e la Cina emerge come concorrente globale.

Nel 2016 gran parte della borghesia si è opposta alle tendenze protezionistiche e isolazioniste di Trump, e dal 2020 Biden sta cercando di recuperare l'orientamento precedente. Ora sembra prevalere la conclusione che la strategia multilaterale, con la quale l'imperialismo statunitense ha dominato il mondo per molti decenni, non funziona più, e che è necessario un cambiamento importante per riconquistare il potere globale con la forza.

Pertanto, la brusca svolta del nuovo governo in direzione di un forte protezionismo commerciale e un nazionalismo espansionista più aggressivo ha il sostegno dell'establishment.

Trump ha iniziato annunciando nuovi dazi commerciali contro Messico, Canada e Cina; e ha dichiarato la sua intenzione di riprendere il controllo del Canale di Panama, annettere la Groenlandia e colonizzare Gaza. Sebbene questi ultimi obiettivi siano generalmente considerati irrealizzabili, e le tariffe per il Canada e il Messico siano state successivamente negoziate, gli annunci sono serviti come dichiarazione di intenti.

Da allora, gli Stati Uniti hanno aumentato le tariffe commerciali praticamente verso tutti, scaricando parte della crisi sul resto del mondo, rafforzando i profitti aziendali statunitensi a spese di altri. Ciò aggrava la crisi economica di tutti i partner commerciali degli Stati Uniti, compresi alleati storici come l'Europa e Taiwan, e i paesi in cui governano altri leader di estrema destra come l'Argentina. Pertanto, questa politica genererà un maggiore attrito diplomatico e politico USA e alleati, e acuirà il conflitto interimperialista con Cina e Russia.

Trump sta anche intensificando un intervento politico internazionale più aggressivo e unilaterale. Ha svolto un ruolo centrale e visibile nell'applicazione del cessate il fuoco a Gaza, e poi ha proposto l'espulsione più rapida possibile della popolazione palestinese. Ora ha aperto i negoziati con Putin per concordare la consegna del territorio ucraino alla Russia, alle spalle del popolo ucraino.

Tuttavia, il tentativo di consolidarsi con la forza contiene anche un elemento di disperazione, e comporta un rischio non trascurabile. Rafforzarsi economicamente e geopoliticamente a spese degli altri, compresi i suoi alleati storici, aggrava la crisi e l'instabilità economica e politica in tutto il mondo. Questo disordine e i conflitti, le guerre, le ribellioni e le rivoluzioni che esso provoca sono, a loro volta, il più grande pericolo per i piani dell'imperialismo.


COME AFFRONTARLI

L'offensiva della nuova amministrazione Trump apre una nuova situazione politica, segnata da un attacco capitalistico reazionario, qualitativamente superiore al precedente, e che cambierà in modo significativo le dinamiche della lotta di classe.

Sebbene Trump e il suo governo non intendano ancora uscire dalla cornice generale delle istituzioni democratico-borghesi ed eliminare completamente le organizzazioni sindacali e politiche non borghesi, il salto autoritario e repressivo che cercano di imporre è profondo. Implica tagli drastici ai diritti democratici e un approfondimento della repressione statale, della violenza parastatale contro gli oppressi contro l'attivismo sindacale e di sinistra.

I democratici, che alle elezioni hanno minacciato che se Trump avesse vinto sarebbe arrivato il fascismo, ora minimizzano i rischi che fino a poco tempo fa esageravano. Con l'avvicinarsi delle prossime elezioni, si ricorderanno di quanto sia pericoloso Trump per presentarsi come l'unica alternativa. Ma la necessità di affrontare Trump e lottare per fermare i suoi piani è immediata.

I democratici, al contrario, si sono sforzati di garantire una transizione senza intoppi e ora stanno cercando modi per collaborare con la nuova amministrazione. Vogliono impedire l'emergere di movimenti di lotta che alla fine richiederanno tempo e sforzi per smobilitarli e incanalarli in attività di lobbying ed elettorale a proprio vantaggio.

I rivoluzionari devono agire in modo diametralmente opposto. Non possiamo minimizzare il pericolo rappresentato dagli attacchi del nuovo governo, né dobbiamo esagerarli. Al di là della caratterizzazione che ne diamo, dobbiamo essere in prima linea nel denunciare le misure di questo governo, trasmettendo l'urgenza di organizzarci per affrontarle e facendo appello alla più ampia unità per combattere questa lotta, con la massima forza possibile.

Allo stesso tempo, dobbiamo smascherare i democratici, che parlano del pericolo di Trump per chiedere voti, ma non per affrontarlo quando è più importante farlo. Dobbiamo spiegare la loro responsabilità nell'aprirgli la porta, nel disarmare i movimenti che potevano affrontarlo con più forza, e spiegare la necessità di costruire un'alternativa politica indipendente dai capitalisti e dai loro interessi.

Dobbiamo continuare le lotte economiche e sociali che abbiamo finora condotto per il salario e per il diritto di organizzazione sindacale; contro il razzismo istituzionale e la violenza della polizia; in difesa degli immigrati, per il diritto all'aborto, per l'identità e tutti i diritti di genere, tra gli altri. Queste lotte si intensificheranno. Così come in passato abbiamo iniziato a lottare per stabilire che le vite dei neri contano ("black lives matter"), dovremo ora lottare per difendere le vite delle persone trans, dei migranti e delle donne.

Ma le lotte democratiche in particolare stanno per assumere un nuovo ruolo. Dobbiamo assumerci il compito di organizzare l'autodifesa contro i settori fascisti che ora agiranno con maggiore fiducia, affrontare la persecuzione e la repressione, difendere politicamente e fisicamente il diritto di manifestare e tutti i diritti democratici; e portare avanti queste lotte in una forma che non si riproponeva da molto tempo.


VOGLIA DI COMBATTERE

La demoralizzazione accumulata durante il mandato di Biden, la disattivazione dei movimenti degli ultimi anni ad opera del Partito Democratico e la loro decisione di non organizzare proteste nazionali per l'insediamento di Trump, spiegano in gran parte perché questa volta non ci sono state manifestazioni di massa come nel 2016.

Tuttavia, c'è un'avanguardia che vede la necessità e l'urgenza di organizzare la resistenza. Sono migliaia di giovani radicalizzati dal movimento di solidarietà con la Palestina, sono i lavoratori attivi negli scioperi di Amazon o dello United Auto Workers, donne, LGBT+, immigrati, attivisti neri che hanno visto i loro movimenti disattivati dai democratici e comprendono la necessità immediata di organizzare una lotta seria, contro un pericolo molto reale.

L'offensiva di Trump provocherà inevitabilmente resistenza all'interno degli USA e in tutto il mondo. La forza e le possibilità che questa resistenza avrà dipendono in larga misura dal livello di organizzazione e di orientamento politico di questa avanguardia radicalizzata. Questo pone un compito per i rivoluzionari di oggi, una di quelle sfide in cui è importante cosa facciamo o non facciamo, cosa otteniamo o non otteniamo.

Oggi è possibile e necessario organizzare migliaia di attivisti e lavoratori politicamente radicalizzati disposti a lottare per un progetto rivoluzionario, per influenzare il corso delle lotte a venire e per gettare le basi di un partito rivoluzionario che rappresenti la classe lavoratrice e combatta per il socialismo negli Stati Uniti e nel mondo. Ciò può essere fatto da un lavoro di raggruppamento dei rivoluzionari nel paese e a livello internazionale, una prospettiva che la Lega Internazionale Socialista sostiene fermamente.

Alejandro Bodart, Vince Gaynor

USA. Dopo le elezioni

 


14 Novembre 2024

English translation

Le operazioni di voto delle dolorose e dispendiose elezioni americane 2024 sono terminate il 5 di novembre. La conta dei voti sta andando avanti mentre sto scrivendo, 10 novembre, ma i risultati generali sono chiari.

Donald Trump ha vinto il suo secondo mandato presidenziale. I repubblicani hanno la maggioranza al Senato e sembrano avviati verso una sottile maggioranza alla Camera dei Rappresentanti. L'equilibrio nei governatorati statali è invariato. Sette dei dieci referendum statali sull'aborto sono stati vinti dalla parte pro choice. In Florida, un'iniziativa a favore dell'aborto ha ottenuto il 57% dei voti, ma non ha superato la soglia del 60% per l'approvazione.

In questo articolo, che fa seguito al mio precedente, affronterò quattro domande: 1) Cosa è successo nelle elezioni statunitensi del 2024? 2) Perché è successo? 3) Cosa succederà dopo? 4) Cosa si deve fare?


CHE COSA È SUCCESSO NELLE ELEZIONI 2024?

Si stima che siano stati 154,8 milioni di persone ad aver votato alle elezioni statunitensi del 2024, su 244,7 milioni di aventi diritto al voto.
Un tasso di partecipazione del 63,3%. Questo dato è in calo rispetto al tasso di partecipazione del 2020, pari al 66,4%, ma è ancora piuttosto elevato per gli standard statunitensi.

Trump ha attualmente 74,7 milioni di voti, il 50,5% del conteggio. Kamala Harris ha 71,0 milioni di voti, il 48,0% del conteggio. Questi numeri cambieranno man mano che verranno conteggiati altri voti. Molto probabilmente Harris ridurrà il divario tra il suo totale e quello di Trump, dal momento che la maggior parte dei voti non conteggiati si trova in aree democratiche, ma il divario è troppo grande perché possa recuperare. Trump ha attualmente un vantaggio di 312 a 226 nel Collegio Elettorale, un dato che difficilmente cambierà.

I repubblicani hanno guadagnato tre seggi al Senato e probabilmente ne guadagneranno un altro, ottenendo così una maggioranza di 53 a 47. Finora i repubblicani hanno conquistato 213 seggi alla Camera, i democratici 205 seggi, in 17 competizioni sono testa a testa. Quando queste saranno decise, è probabile che i repubblicani avranno mantenuto la loro risicata maggioranza.

A livello statale, come già detto, nessun governatore è passato di mano, e le battaglie per il diritto dell'aborto hanno vinto in sette referendum, hanno ottenuto la maggioranza in otto e hanno perso solo in due.

L'attuale risultato di Trump, pari a 74,7 milioni di voti, è in leggero aumento rispetto a quello del 2020, pari a 74,2 milioni. L'attuale risultato di Harris, pari a 71,0 milioni, è in netto calo rispetto al conteggio di Biden per il 2020, pari a 81,3 milioni. Il divario potrebbe ridursi man mano che vengono conteggiati altri voti, ma il dato principale sembra chiaro: milioni di persone che hanno votato per Biden nel 2020 non hanno votato per Harris.

I tre candidati presidenti di sinistra hanno ottenuto quasi 900,000 voti: 699,151 per Jill Stein del Green Party, 124,635 per Claudia De la Cruz del Party of Socialism and Liberation (PSL), e 67,867 per Cornel West, un indipendente nero radicale.


PERCHÉ È SUCCESSO?

La sconfitta di Harris è in parte espressione del razzismo e del sessismo endemici nella politica statunitense e fomentati dalla demagogia di Trump. La candidatura di Barack Obama riuscì nel 2008 a superare la barriera razziale. La candidatura di Hillary Clinton non riuscì a superare la barriera di genere nel 2016. La candidatura di Harris non è riuscita a sfondare la doppia barriera nel 2024.

La sconfitta di Harris è anche un'espressione del funzionamento del sistema politico statunitense, già descritto in Capitalismo, democrazia ed elezioni americane del 2024. La separazione dei poteri, il sistema di pesi e contrappesi, il collegio elettorale, il Senato, l'ostruzionismo, la nomina a vita dei giudici della Corte Suprema, i diritti degli Stati, l'influenza corruttrice del denaro in politica, la porta girevole tra governo e imprese, i media istituzionali e tutti gli altri aspetti antidemocratici del sistema politico statunitense fanno sì che il governo possa fare solo ciò che la classe dirigente vuole.

Il risultato a livello federale è un'alternanza di governo tra i due partiti capitalisti, generalmente ogni otto anni. Un partito fa promesse, mobilita la sua base, viene eletto, non riesce a mantenere le sue promesse, scoraggia la sua base, non viene votato, dando all'altro partito il suo turno. L'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella ricerca infinita del male minore.

Nel 2008, Barack Obama ha promesso un «change we can believe in» (cambiamento in cui credere), non è riuscito a mantenerlo e ha deluso la base democratica. Nel 2016, Hillary Clinton, Segretario di Stato di Obama, si è candidata come continuatrice dell'amministrazione Obama. Un numero sufficiente di elettori l'ha abbandonata e ha perso, consegnando la presidenza a Trump.

Nel 2020, Joe Biden è stato eletto grazie alla repulsione popolare nei confronti di Trump, ma questo ha interrotto, piuttosto che annullato, lo schema. L'amministrazione Biden ha prodotto pochi cambiamenti nella politica del governo, anche in materia di immigrazione, dove la retorica di Biden e Trump era molto diversa. Nel luglio 2024, l'amministrazione Biden è tornata alla politica di Trump di respingimento di tutti i richiedenti asilo al confine meridionale rimandandoli in Messico.

Nel 2024, Trump ha conquistato la maggioranza degli elettori bianchi della classe lavoratrice grazie a due temi principali: l'economia e l'immigrazione. L'amministrazione Biden si è vantata di quanto l'economia stesse andando bene: un “atterraggio morbido” dalla crisi del Covid. Ma per la maggior parte dei lavoratori, questo “atterraggio morbido” è stato un ritorno al punto in cui si trovavano sotto Trump prima del Covid, con la differenza che i tassi di interesse e i costi di cibo, energia e abitazioni erano adesso molto più alti. Per quanto riguarda l'immigrazione, l'amministrazione democratica è sembrata aver adottato la politica di Trump.

I democratici non hanno dato una risposta adeguata né sull'economia né sull'immigrazione. Non hanno potuto sostenere misure per redistribuire il reddito dai capitalisti ai lavoratori, perché sono nelle mani dei capitalisti. Non sono abbastanza coraggiosi da dire che gli Stati Uniti hanno bisogno di più immigrati per compensare l'invecchiamento della popolazione, e che gli immigrati hanno bisogno di pari diritti.

Harris e i democratici hanno fatto campagna elettorale principalmente sul tema della democrazia e sul diritto all'aborto. La democrazia era un argomento forte per i progressisti relativamente benestanti, ma aveva poca risonanza con la maggior parte degli elettori. I democratici erano troppo corresponsabili della deportazione degli immigrati, dello smantellamento degli accampamenti dei senzatetto, della militarizzazione della polizia e della repressione delle azioni di solidarietà con la Palestina per essere credibili. I loro tentativi di perseguire penalmente Trump hanno avuto l'apparenza di un utilizzo delle loro cariche per punire i loro nemici.

Il diritto all'aborto è stato il tema più sentito dai democratici. Trump ha dichiarato di essere stato contrario a un divieto di aborto a livello nazionale. e che porrebbe il veto se arrivasse sulla sua scrivania. Ma ci si può aspettare che sosterrà misure per impedire alle donne, negli Stati che vietano l'aborto, di ottenere aborti terapeutici o fuori dallo Stato. L'argomento aborto era forte, ma non era sufficiente.


COSA CI ASPETTA?

Se i repubblicani conquistano la Camera dei Rappresentanti avranno realizato una tripletta – la presidenza ed entrambe le camere del Congresso – e una maggioranza dia sei a tre alla Corte Suprema. Il secondo governo Trump si muoverà sicuramente per estendere i tagli fiscali per i ricchi varati dal primo governo Trump e destinati a scadere l'anno prossimo.

Cercherà di ridurre i regolamenti governativi sui limiti alle emissioni, alle trivellazioni e al fracking per il petrolio e il gas, e a quelli per promuovere i veicoli elettrici. I tagli saranno dannosi, ma il governo Biden non stava facendo neanche minimamente abbastanza. E l'amministrazione ha i suoi conflitti interni: il più grande sostenitore di Trump è Elon Musk, che guadagna miliardi vendendo veicoli elettrici.

L'amministrazione Trump renderà più duro il controllo delle frontiere, ma l'amministrazione Biden era già tornata alla politica trumpiana di respingimento dei richiedenti asilo. Trump parla di radunare e deportare gli immigrati privi di documenti, ma l'economia statunitense ha bisogno di loro, in particolare nell'agricoltura, nell'edilizia, nella lavorazione della carne, nei ristoranti e negli alberghi. Lo stesso Trump guadagna milioni di euro grazie a lavoratori senza documenti nei suoi hotel, casinò e campi da golf. Questo limiterà ciò che potrà fare, a parte sbraitare.

La Corte Suprema ha stabilito che gli Stati possono fissare le condizioni del diritto all'aborto. La maggioranza degli Stati ora protegge questo diritto, compresi i sette che hanno votato in tal senso quest'anno. Sarebbe molto difficile per i governi degli Stati anti-choice (anti-aborto) impedire alle donne di recarsi in altri Stati per abortire o di ottenere mifepristone e misoprostolo per aborti terapeutici.

Il Dipartimento di Giustizia di Trump tornerà probabilmente alla posizione del 2017, secondo cui il Titolo VII della Legge sui diritti civili del 1964, che vieta la discriminazione basata sul sesso, non si applica all'identità di genere. Negli Stati più progressisti, le persone transessuali saranno ancora protette dalla legge statale, ma i loro diritti saranno costantemente attaccati.

Nel complesso, Trump aspira a fare più danni di quanti ne possa fare. La sua amministrazione sarà crudele e odiosa, ma anche inetta. Probabilmente presiederà alla prossima recessione, che potrebbe condannare il prossimo candidato repubblicano.


CHE FARE?

L'elezione di Trump è un duro colpo, ma non è la fine della democrazia statunitense o della lotta di classe. La democrazia è ancora il miglior involucro possibile per il capitalismo, e il sistema bipartitico serve ancora molto bene i capitalisti. La lotta deve continuare nei picchetti e nelle strade.

I compiti dei rivoluzionari rimangono fondamentalmente quelli di prima: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, promuovere la democrazia e la militanza, guidare le lotte, smascherare il capitalismo, l'imperialismo e il sistema bipartitico, resistere al militarismo e alla guerra, creare solidarietà con la Palestina e impegnarsi in tutte le altre lotte contro l'oppressione, costruire partiti dei lavoratori, partiti rivoluzionari e un'Internazionale rivoluzionaria.


(traduzione di Antonio Banchetti)

Peter Solenberger

Capitalismo, democrazia ed elezioni USA 2024

 


3 Novembre 2024

English translation

In tutte le principali elezioni statunitensi, il coro di liberali, socialdemocratici, stalinisti e poststalinisti esorta a votare per i candidati del Partito Democratico. “I democratici hanno i loro difetti”, dicono, "ma una vittoria repubblicana sarebbe un disastro".

Quest'anno il coro è più forte che mai. “È in gioco la democrazia!”, dicono i sostenitori del voto per i democratici. Ma è vero? L'elezione di Donald Trump distruggerebbe la democrazia negli Stati Uniti? L'elezione di Kamala Harris lo impedirebbe? In realtà, nessuna delle due asserzioni è vera.

Negli USA le ezioni sono divenute sempre più polarizzate negli ultimi trent'anni. Il Partito Repubblicano si è fatto sempre più stridente nella sua retorica sull'immigrazione, la criminalità, l'aborto, il gender, le tasse, i vincoli governativi “che ammazzano il lavoro”, e le élite liberali "woke". Il Partito Democratico si è presentato principalmente come il partito moderato, il partito del “loro no”, il partito del mantenimento dello status quo. La campagna di Bernie Sanders del 2016 è stata solo una parentesi.

I democratici sono il male minore, rispetto ai repubblicani, ma a parte la retorica, poco è cambiato dall'amministrazione Trump a quella Biden. La politica del governo è rimasta in gran parte la stessa, non solo per quanto riguarda il militarismo, la guerra e l'economia, ma anche per quanto riguarda la polizia, l'immigrazione e l'ambiente.

Nonostante l'aumento della polarizzazione, la democrazia rimane il miglior involucro possibile per il governo capitalista, e il sistema bipartitico funziona bene per i padroni. Il governo può fare solo ciò che la classe dominante vuole che esso faccia, e l'alternanza tra democratici e repubblicani intrappola i lavoratori nella continua ricerca del male minore.

I rivoluzionari dovrebbero sfruttare il momento didattico delle elezioni per educare i lavoratori alla trappola del male minore dei capitalisti, alla necessità di un partito operaio di massa, al nostro programma per quel partito, ai limiti della politica elettorale e alla necessità di un'azione di massa per resistere efficacemente.

Non dovremmo entrare in dispute con i lavoratori sul come votare, ma dovremmo raccomandare ai lavoratori politicamente avanzati che vogliono andare oltre la ricerca del male minore di votare per un candidato verde, indipendente o altri candidati non capitalisti, piuttosto che astenersi passivamente.


DEMOCRAZIA E FASCISMO

Una parte della sinistra statunitense dipinge le elezioni del 2024 come una battaglia tra democrazia e fascismo. Entrambi i termini devono essere esaminati. In Stato e rivoluzione, Lenin, citando Engels, descrive la democrazia come “il miglior involucro possibile per il capitalismo”:

«Nella repubblica democratica – continua Engels – "la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura", in primo luogo con la "corruzione diretta dei funzionari" (America), in secondo luogo con "l'alleanza tra governo e Borsa" (Francia e America).

Nel momento attuale, l'imperialismo e il dominio delle banche "hanno sviluppato" sino a farne un'arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell'onnipotenza della ricchezza. [...]

La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito [...] di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell'ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.
»

Il fascismo è un movimento reazionario di massa con componenti politiche, sociali, culturali, elettorali e paramilitari. Si basa su settori della popolazione che si sentono minacciati dalla crisi economica e dai cambiamenti sociali, in particolare la classe media, ma anche settori della classe operaia. Utilizza una demagogia razzista, sciovinista, xenofoba e sessista. Promette di rendere di nuovo grande la nazione e il suo popolo.

Storicamente, i capitalisti si sono rivolti al fascismo per schiacciare il movimento operaio durante le gravi crisi in cui la classe operaia si solleva e il miglior guscio possibile dei capitalisti non è in grado di contenere la rivolta. Se una leadership timida fa vacillare i lavoratori, i fascisti colgono l'occasione.

Il ricorso al fascismo è rischioso per i capitalisti. I fascisti hanno interessi e basi proprie, che li rendono, nel migliore dei casi, un parassita pericoloso e costoso. Possono provocare una rivoluzione operaia e perdere. Se vincono, possono portare il paese al disastro. I capitalisti non sceglieranno questa strada se non quando temeranno, in caso non la scegliessero, di perdere tutto.


IL SISTEMA POLITICO STATUNITENSE

Il sistema politico degli Stati Uniti è stato progettato e perfezionato per far sì che l'azione del governo si limiti solo a ciò che vuole la classe dirigente, ovvero ciò che vuole la totalità o la maggioranza della classe dirigente.

Gli Stati Uniti hanno tre livelli di governo: il governo federale, i cinquanta governi statali e migliaia di governi locali. All'interno di ogni unità governativa, i rami legislativo, esecutivo e giudiziario hanno poteri separati. Possono controllarsi e bilanciarsi a vicenda, come dicono i libri di scuola. I rami esecutivi hanno burocrazie permanenti di vario tipo, tra cui la polizia e l'esercito, che possono minare le decisioni democratiche.

Il Presidente degli Stati Uniti è scelto dal Collegio elettorale, non dal voto popolare. Ogni Stato ha un numero di elettori pari al numero di membri della Camera dei Rappresentanti e del Senato. Nella maggior parte degli Stati, il partito che vince la maggioranza del voto popolare ottiene tutti gli elettori. Nel 2016 Hillary Clinton ha vinto il voto popolare con tre milioni di voti, ma ha perso il Collegio elettorale. Nel 2020, Joe Biden ha dovuto vincere il voto popolare con sette milioni di voti per vincere il Collegio elettorale.

La Camera dei Rappresentanti dovrebbe essere il ramo più democratico del governo federale, eppure raramente riesce ad approvare leggi progressive. Il Senato è meno democratico, con due senatori per ogni Stato, indipendentemente dalle dimensioni, e regole che richiedono una supermaggioranza del 60% per approvare tutte le leggi tranne quelle di routine. Tuttavia, il Senato serve spesso a moderare le misure reazionarie adottate dalla Camera.

La Corte Suprema è il ramo meno democratico del governo federale. I suoi nove giudici, nominati dal Presidente con l'approvazione del Senato, restano in carica a vita. Eppure la Corte Suprema ha ripetutamente avviato riforme che il Presidente e il Congresso non hanno avuto il coraggio di avviare, dalla desegregazione scolastica negli anni Cinquanta al diritto all'aborto nel 1973, fino al matrimonio omosessuale nel 2015.

Con la nomina di tre giudici da parte di Donald Trump durante il suo primo mandato, la Corte è tornata al suo precedente ruolo di blocco delle riforme. Un sistema disfunzionante da cima a fondo, tranne quando la classe dirigente vuole agire.


DEMOCRATICI E REPUBBLICANI

A questa struttura si sovrappone il sistema bipartitico. I democratici e i repubblicani sono entrambi partiti capitalisti. Dipendono dalle donazioni dei capitalisti e dal riconoscimento dei media capitalisti. I loro politici di punta fanno la spola tra il governo, l'esercito, le imprese e il mondo accademico. Se non sono già ricchi personalmente quando entrano in politica, lo diventano rapidamente.

Sin dall'amministrazione di Woodrow Wilson del 1912-20, i democratici si sono posizionati come il partito capitalista liberale, o di centrosinistra, mentre i repubblicani si sono posizionati come il partito capitalista conservatore, o di centrodestra. Il loro terreno comune è l'agenda della classe dominante, che da oltre quarant'anni è l'imperialismo neoliberista.

Ci sono differenze tra i due partiti capitalisti. I democratici sono favorevoli a un maggiore intervento del governo per promuovere l'occupazione, ridurre la povertà e proteggere l'ambiente. Sono più favorevoli ai diritti civili, ai diritti riproduttivi e ai diritti LGBTQ+. Sono favorevoli al multilateralismo in politica estera.

I repubblicani sono favorevoli a tasse più basse, a una minore regolamentazione governativa e a lasciare le questioni economiche al mercato e quelle politiche ai singoli stati (e non al governo federale). Hanno un'ala isolazionista che vuole una politica estera ispirata all'“America first”. Proiettano un'immagine di legge e ordine, e proclamano le virtù del matrimonio, dei nuclei famigliari e della religione.

Il sistema bipartitico riduce la maggior parte delle differenze alla retorica. I democratici hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato con le elezioni del 1992, 2008 e 2020, senza cambiare nulla di fondamentale. I repubblicani hanno controllato la presidenza, la Camera e il Senato nel 2000 e nel 2016, e non hanno cambiato nulla di fondamentale. Negli altri anni, l'amministrazione è stata divisa, e ha potuto realizzare ben poco.

Le amministrazioni Trump e Biden hanno aumentato la spesa militare annuale a oltre 750 miliardi di dollari di spesa diretta e 1.500 miliardi di dollari di spesa totale (diretta e indiretta). Le amministrazioni hanno stanziato 3,5 trilioni di dollari ciascuna per contrastare la pandemia di Covid e lo sconvolgimento economico che ha causato. Trump ha imposto ingenti dazi sulle merci cinesi per aiutare la produzione statunitense a competere. Biden ha mantenuto le tariffe e ha aggiunto 1.000 miliardi di dollari di sussidi “buy American”.

Nonostante una retorica più umanitaria, l'amministrazione Biden ha attuato le politiche dell'amministrazione Trump per rendere chiuso il confine degli Stati Uniti con il Messico e tenere lontani i richiedenti asilo. I due partiti cercano di superarsi a vicenda sul sostegno a Israele.


KAMALA HARRIS E DONALD TRUMP

Le elezioni del 2020 hanno registrato la più alta affluenza alle urne dal 1952. Un terzo degli aventi diritto al voto ha scelto di non esercitare il suo diritto. Poco più di un terzo ha votato per Biden. Poco meno di un terzo ha votato per Trump. Le elezioni presidenziali del 2024 si preannunciano con un margine di risultato ancora più stretto.

I non votanti sono per lo più disillusi. Non hanno fiducia in nessuno dei due partiti, non credono che il governo agirà nel loro interesse, ripongono la loro fiducia unicamente in se stessi, nella famiglia e negli amici.

La base tradizionale dei democratici fin dagli anni '30 è costituita da lavoratori sindacalizzati, neri, latinos e altre persone di colore, liberi professionisti e capitalisti illuminati. Questa base si è frammentata, poiché il partito ha abbracciato il neoliberismo e si è spostato a destra. Alcuni elettori democratici credono alla retorica del partito; la maggior parte vede Harris e i democratici come il male minore, soprattutto per quanto riguarda l'aborto.

La base repubblicana tradizionale è costituita da grandi capitalisti, manager, piccoli imprenditori, agricoltori e lavoratori delle periferie e delle piccole città. Alcuni elettori repubblicani sono razzisti, xenofobi, autoritari e persino fascisti. Ma la maggior parte vede Trump e i repubblicani come il male minore, in base alla percezione dei loro interessi economici e alle loro opinioni sull'aborto e su altre questioni.

Una seconda amministrazione Trump renderebbe la politica degli Stati Uniti ancora più incattivita, ma il principale effetto pratico sarebbe sul diritto all'aborto. Con la sentenza Roe v. Wade del 1973, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha deciso che la Costituzione dà alle donne il diritto di abortire fino alla vitalità fetale. Nel 2022, la Corte Suprema, con tre giudici nominati da Trump, ha rovesciato questa decisione.

La battaglia si è ora spostata nei singoli Stati. Un terzo degli Stati vieta l'aborto, un altro sesto lo consente in circostanze limitate, la metà di essi lo protegge. Le donne negli Stati che vietano l'aborto si recano in altri Stati per abortire, se hanno le risorse per farlo, oppure ricorrono ad aborti medici attraverso reti che aggirano i divieti. In alcuni Stati in cui i legislatori hanno emanato dei divieti, i cittadini hanno lanciato dei referendum per annullarli.

È improbabile che una seconda amministrazione Trump sia in grado di emanare un divieto di aborto a livello nazionale, dal momento che una maggioranza sostanziale della popolazione è favorevole al diritto all'aborto. Ma l'amministrazione potrebbe interferire con la distribuzione di mifepristone e misoprostolo, rendendo più difficile l'aggiramento delle leggi statali.


LA NECESSITÀ DI UN PARTITO DEI LAVORATORI DI MASSA

La guerra genocida di Israele contro Gaza, la pulizia etnica della Cisgiordania, l'attacco al Libano e l'escalation con l'Iran hanno mostrato a molti non solo la natura coloniale del sionismo, ma anche la complicità degli Stati Uniti in tutto ciò che Israele fa. L'opinione popolare si è sostanzialmente spostata dall'essere filoisraeliana a essere filopalestinese.

Gli elettori progressisti si trovano in una posizione difficile. Dovrebbero votare per Harris per proteggere il diritto all'aborto, sapendo che lei sostiene il genocidio di Israele? O dovrebbero rifiutare di acconsentire al genocidio e rischiare un'ulteriore restrizione del diritto all'aborto? Non c'è modo di uscire da questo dilemma rimanendo all'interno del sistema bipartitico.

Il problema è più generale. I lavoratori vogliono un lavoro, una pensione, l'assistenza sanitaria, l'istruzione, del tempo da trascorrere con le persone che amano e l'opportunità di perseguire i propri interessi. La maggior parte di loro è favorevole alla parità di diritti e di opportunità. Vogliono un ambiente pulito.
Dubitano che queste cose siano possibili, perché non le hanno mai viste, e i politici e i media dicono loro che sono impossibili da ottenere. Inseguono quello che percepiscono come il male minore, poiché non vedono la strada per qualcosa di meglio.

All'inizio degli anni '90, il Labor Party Advocates (LPA) aveva uno slogan accattivante: “I padroni hanno due partiti. A noi serve uno per noi”. Questo punto di vista era condiviso dalla maggior parte dei militanti della sinistra di classe nel mondo del lavoro e dai leader di alcuni sindacati, tra cui l'Oil, Chemical and Atomic Workers (OCAW), lo United Electrical Workers (UE), l'International Longshore and Warehousemen's Union (ILWU), la California Nurses Association (CNA), e altri.

Un congresso tenutosi nel giugno 1996 ha dato vita al Labor Party, guidato da questi sindacati. Il congresso ha adottato un programma socialdemocratico che, incoerentemente, non includeva il diritto all'aborto. Un congresso del 1998 ha rettificato la situazione.

Il Labor Party ha adottato quello che ha definito un “nuovo modello organizzativo per la politica”. Il modello consisteva nel “costruire il potere” prima che il partito presentasse i propri candidati alle elezioni. Questo linguaggio nascondeva un compromesso in base al quale i sindacati principali concedevano ai sindacati vicini al LPA di divertirsi nel loro parco giochi, a patto che non presentassero effettivamente candidati contro il Partito Democratico. Non avendo alcuna vera utilità, il Labor Party si è presto affievolito, dissolvendosi nel 2007.

Questo schema si è ripetuto più volte nei sindacati, nei movimenti sociali e nelle organizzazioni politiche socialdemocratiche, compresi i DSA (Democratic Socialists of America) resuscitati a nuova vita. Essi concedono al Partito Democratico il monopolio della rappresentanza politica. I loro leader sostengono che non è possibile fare altro. Questo rende i democratici il male minore rispetto ai repubblicani, il che porta quasi tutti gli attivisti a votare per loro. Una profezia che si autoavvera.


CHE TIPO DI PARTITO DEI LAVORATORI?

Il fondo di verità nel modello di costruzione del potere prima di correre alle elezioni è che non c'è modo di vincere le elezioni negli Stati Uniti senza avere un potere extraparlamentare. Il potere dei capitalisti è la loro ricchezza e il controllo che questa dà loro sulla vita politica. I partiti capitalisti spenderanno 12 miliardi di dollari per le elezioni del 2024, due miliardi solo per le elezioni presidenziali [si terranno elezioni anche per rieleggere la Camera dei Rappresentanti, un terzo dei seggi del Senato e numerose altre cariche locali, ndt]. Nemmeno i sindacati sono in grado di eguagliare questa cifra, per non parlare degli svantaggi derivanti dal mancato controllo dei media e dell'amministrazione.

L'azione di massa potrebbe superare l'impasse: costruire sindacati e altre organizzazioni di massa, organizzare manifestazioni, scioperi e occupazioni. Queste potrebbero creare una situazione in cui i capitalisti dovrebbero scegliere tra l'abbandono della democrazia e l'attuazione di riforme elettorali e di altro tipo che permettano a un partito dei lavoratori di poter competere efficacemente.

Ai capitalisti ciò non piacerebbe, e potrebbero provare ad impedirlo dapprima con misure autoritarie. Ma in tutti gli altri paesi capitalistici avanzati, i padroni hanno imparato da tempo a convivere con i partiti operai borghesi, cioè con partiti con una base operaia e con una linea politica di riforma del capitalismo attraverso l'azione di governo.

I rivoluzionari dovrebbero sostenere anche un partito operaio riformista come passo avanti per la classe operaia statunitense. Ma noi proponiamo per questo partito un programma di transizione anticapitalista: un programma per il lavoro, la sanità, l'istruzione, l'abolizione della polizia e delle carceri, i diritti riproduttivi, i diritti LGBTQ+, i tagli drastici alle spese militari, la pace e una giusta transizione verso l'energia pulita, l'industria, i trasporti, l'edilizia e l'agricoltura, che solo un governo dei lavoratori potrebbe attuare.

Proponiamo che questo partito non si limiti a partecipare alle elezioni, ma mobiliti i lavoratori per affrontare i capitalisti e il loro governo, per difendere il movimento operaio, per costruire consigli e altri organi del potere operaio e della democrazia operaia, al fine di istituire un governo operaio.

In Gran Bretagna, in Canada e in molti altri Paesi, il livello di lotta in cui la classe lavoratrice ha ottenuto una rappresentanza politica era troppo basso perché il partito dei lavoratori potesse essere rivoluzionario fin dalla nascita. Se questo si rivelerà essere anche il caso degli Stati Uniti, i rivoluzionari si troveranno sul terreno già noto della lotta al riformismo.

Tutto questo, ovviamente, è musica del futuro. Non accadrà nel 2024. Ma i rivoluzionari dovrebbero alzare lo sguardo e impegnarsi fin da ora su questo.


LA TATTICA ELETTORALE MARXISTA

I marxisti, a partire da Karl Marx e Friederich Engels, hanno visto le elezioni come un momento in cui i lavoratori sono più concentrati del solito sulla politica, un momento in cui i comunisti dovrebbero presentare le loro opinioni. Come spiegarono Marx ed Engels nel 1850 nell'Indirizzo del Comitato Centrale alla Lega dei Comunisti:

«A questo proposito il proletariato deve curare: 1) Che per nessun cavillo di autorità locali o di commissari del governo sia escluso, sotto nessun pretesto, un certo numero di operai. 2) Che dappertutto, accanto ai candidati democratici borghesi, siano presenti candidati operai, i quali dovranno il più che è possibile essere scelti fra i membri della Lega e per la cui elezione si deve lavorare con tutti i mezzi. Anche là dove non esiste nessuna speranza di successo, gli operai debbono presentare i loro candidati, per salvaguardare la loro indipendenza, per contare le proprie forze, per manifestare pubblicamente la loro posizione rivoluzionaria e il punto di vista del partito».

Quando un partito rivoluzionario non può presentare i propri candidati, o decide di non farlo per ragioni tattiche, il sostegno critico ai candidati di altri partiti può essere un modo per promuovere le proprie idee. La spiegazione più famosa di questa politica è quella di Lenin nel capitolo "Il comunismo di sinistra in Inghilterra", tratto da L’estremismo, malattia infantile del comunismo.

Oggi negli Stati Uniti non esistono partiti rivoluzionari in grado di organizzare una campagna elettorale a livello nazionale. Alle elezioni presidenziali del 2024, gli unici candidati non filocapitalisti sulla scheda elettorale nella maggior parte degli Stati sono Jill Stein del Partito Verde e Cornel West, un nero della sinistra radicale che corre da indipendente. Nel 2012 Jill Stein ha ottenuto 0,47 milioni di voti, nel 2016 ha ottenuto 1,45 milioni.

Stein e West hanno essenzialmente lo stesso programma socialdemocratico. Sono candidati piccolo-borghesi, cioè interclassisti, non candidati di un partito dei lavoratori. Ma non sono capitalisti, e il loro programma si colloca a sinistra di qualsiasi partito del Nouveau Front Populaire (NFP) in Francia.

I dirigenti del Partito Democratico preferirebbero che la sinistra votasse per i democratici. Ma la loro preoccupazione maggiore è quella di preservare il monopolio della rappresentanza politica. Finché lo avranno, la logica del male minore intrappolerà la maggior parte degli attivisti a sostenerli. “Non competere alle elezioni” è la loro linea rossa con i sindacati e i movimenti.

Per i rivoluzionari e gli anticapitalisti, la scelta tattica è quella di sostenere il voto per Stein o West o di astenersi. Io sono favorevole a sostenere il voto per Stein o West, per incoraggiare i sindacalisti, gli attivisti dei movimenti, i DSA – e, prima o poi, le loro organizzazioni – a superare la linea rossa imposta dai democratici.

Peter Solenberger

Il nuovo governo arcireazionario di Netanyahu


 “L'unica democrazia del Medio Oriente”: così i borghesi liberali di ogni conio e tutti gli stati imperialisti sono soliti chiamare lo stato d'Israele. Una spudorata menzogna, parlando di uno Stato coloniale nato manu militari dalla cacciata dei palestinesi e dall'impedimento del loro ritorno. Ma ora la menzogna diventa impresentabile di fronte al nuovo governo Netanyahu, il governo più reazionario che lo Stato sionista abbia mai avuto.


Il nuovo governo coinvolge al proprio interno tutti i partiti ultraortodossi di ertrema destra. Sia quelli nazionalreligiosi di Potere Ebraico (Ben-Gvir) e del Partito Sionista Religioso (Bezalel Smotrich), sia quelli per così dire “etnici” dello Shas sefardita (Aryeh Deri) e degli askenaziti di Torah Unita. I nazionalisti rivendicano la millenaria Torah come fonte di legge per il XXI secolo. Gli “etnici” chiedono il riconoscimento formale delle proprie regole immutate nel corpo legislativo dello Stato. Uno Stato che peraltro già nel 2018 si è codificato come «Stato dei soli ebrei».

“Una metà della Nazione studierà la Torah, l'altra metà servirà nell'esercito”, ha dichiarato un deputato della nuova maggioranza di governo. Una sintesi programmatica compiuta di confessionalismo e militarismo, di sacerdoti e di guerrieri. E anche una divisione dei ruoli: i militari difenderanno il privilegio di chi può limitarsi alla preghiera senza prestare servizio e senza pagare le tasse. Già oggi peraltro gli israeliani laici pagano il 90% delle tasse del paese, gli haredim il 2%.

Cosa significhi tutto questo è scritto nero su bianco nella dichiarazione programmatica del nuovo governo: «Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e indiscutibile su tutte le Terre d'Israele». Il governo «promuoverà e svilupperà gli insediamenti in ogni parte della Terra d'Israele». Il riferimento ovviamente è ai territori palestinesi occupati. Il programma del nuovo governo è dunque dichiaratamente un programma di guerra contro la popolazione araba. Quella dei territori, già privata dei più elementari diritti umani (terra, acqua, abitazioni, libertà), ma anche quella che vive entro le mura di Israele, oltre il 20% della popolazione del paese. Per tutti suona la campana della guerra.

Netanyahu, sotto processo per tre gravi casi di corruzione, ha visto nell'accordo con l'estrema destra un possibile salvacondotto, mentre Biden e Putin si sono affrettati a riconoscere il nuovo governo e a complimentarsi con Netanyahu. Nessuna meraviglia. La più grande potenza imperialista è da sempre il baluardo storico del sionismo. Il regime reazionario dell'imperialismo russo e il patriarca Kyrill trovano sintonia con il sionismo e cercano con questi buone relazioni.

Eppure secondo il New York Times il nuovo esecutivo di Gerusalemme è una minaccia significativa per il futuro d'Israele, alla sua direzione, alla sua sicurezza, e persino all'idea di una patria ebraica. È la riprova che gli ambienti più avveduti dell'imperialismo temono che il nuovo governo arcireazionario di Gerusalemme possa favorire il contraccolpo di una rivoluzione palestinese e araba. Ciò che rovinerebbe i piani dell'imperialismo USA in Medio Oriente.

Di certo tanto più ora la rivoluzione palestinese e araba è l'unica risposta vera alla reazione sionista. Le vecchie litanie su “due popoli, due Stati”, cari al liberalismo borghese progressista e alle sinistre riformiste di tutto il mondo, sono tanto più oggi carta straccia. Solo la resistenza palestinese può fronteggiare l'onda d'urto del nuovo governo israeliano. Solo la distruzione di uno Stato sionista che si regge sull'annientamento dei palestinesi può restituire loro terra e diritti. Solo una rivoluzione palestinese e araba può realizzare la prospettiva di una Palestina unita e indipendente, laica e socialista, che riconosca i diritti nazionali della minoranza ebraica, dentro una federazione socialista araba e del Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

USA: nel 2022 gli omicidi della polizia sono aumentati, e i neri sono il principale obiettivo

 


Pubblichiamo un articolo di Malik Miah, marxista e attivista dei diritti civili negli Stati Uniti da oltre cinquant'anni.



I neri costituiscono il 13% della popolazione degli Stati Uniti, ma rappresentano il 24% delle persone uccise dalla polizia.

Più di 1176 persone sono state uccise dalla polizia nel 2022, in aumento rispetto all'anno precedente, rendendolo «l'anno più letale per la violenza della polizia da quando gli esperti hanno iniziato a monitorare le uccisioni», ha scritto Sam Levin del Guardian. Eppure è raro che qualche poliziotto venga sanzionato o perseguito.

La classe dominante vede la polizia (sia essa federale, statale, di contea e municipale) come centrale per l'oppressione nazionale degli afroamericani e il supersfruttamento della classe operaia.

«La polizia in tutto il Paese ha ucciso in media più di tre persone al giorno, o quasi cento persone al mese lo scorso anno», ha scritto Levin. Le cifre provengono dal gruppo di ricerca non profit Mapping Police Violence (MPV), che gestisce un database di morti avvenute ad opera della polizia, tra cui sparatorie mortali, pestaggi, uso di taser e contenzioni fisiche.

Il governo non raccoglie tali dati a causa dell'opposizione della lobby pro-armi. L'FBI ha creato il suo database sulla violenza della polizia solo nel 2019 e collabora con circa 18.000 enti di polizia locali e statali. Il Congresso si è opposto all'obbligo di raccolta dei dati.

«La pubblicazione dei dati arriva due anni dopo che l'omicidio di George Floyd ha scatenato rivolte nazionali che chiedono giustizia razziale, riduzione dei finanziamenti e delle dimensioni delle forze di polizia, e che la polizia risponda delle sue azioni», ha scritto Levin.

«Nonostante l'attenzione internazionale e alcuni sforzi locali per ridurre la brutalità della polizia, si è intensificata la reazione contraria alla riforma della giustizia penale e il numero complessivo di omicidi è rimasto allarmantemente alto».

In effetti, anche le più modeste riforme della polizia sono state annullate o bloccate, e il Congresso e l'amministrazione del presidente Joe Biden hanno spinto per maggiori finanziamenti ai dipartimenti di polizia e si sono opposti agli sforzi del movimento popolare indipendente che cercava cambiamenti più radicali.

Levin ha parlato con Bianca Austin, zia di Breonna Taylor, la cui uccisione nel marzo 2020 in Kentucky ha scatenato le prime proteste di massa. "Non si ferma mai", ha detto Austin. "C'è stato un movimento e una sollevazione in tutto il mondo, e continuiamo ad avere altri omicidi? Dov'è che sbagliamo? È così scoraggiante".

Ci sono circostanze sempre uguali che precedono le uccisioni da parte della polizia, e i poliziotti sono protetti dall'azione penale perché dichiarano di aver temuto per la propria vita in quel preciso momento.

Samuel Sinyangwe, esperto di dati e analista politico che ha fondato l'MPV, ha dichiarato a Levin: "Si tratta di semplici azioni di routine della polizia che poi sfociano in omicidi... Ciò che è evidente è che questa dinamica continua a peggiorare e che è profondamente sistemica".

Sinyangwe ha detto che nel 32% dei casi raccolti dal MPV l'anno scorso, "la persona stava fuggendo prima di essere uccisa, generalmente correndo o guidando", cioè in quei momenti in cui, secondo gli esperti, "la forza letale è ingiustificata" e "mette in pericolo i cittadini".

"A giugno, agenti di polizia dell'Ohio hanno sparato decine di colpi contro Jayland Walker, che era disarmato e in fuga. Un mese dopo, un agente in California è uscito da un'auto civetta e ha immediatamente sparato contro Robert Adams, che correva nella direzione opposta", ha detto Sinyangwe.


IL RAZZISMO ALLA RADICE DELLA POLIZIA

"Tra il 2013 e il 2022, i cittadini di colore hanno avuto tre volte più probabilità di essere uccisi dalla polizia statunitense rispetto ai bianchi", ha dichiarato Sinyangwe.

MPV ha documentato che in alcune città, tra cui Minneapolis (dove è stato assassinato George Floyd), la polizia ha ucciso abitanti di colore a un tasso 28 volte superiore rispetto agli abitanti bianchi. A Chicago, il tasso era 25 volte superiore.

"La capacità della polizia di essere giudice, giuria e boia ha subìto un'involuzione. Non importa quanto insistiamo sul fatto che sia sbagliato, la società permette che tutto ciò avvenga", ha detto Jacob Blake, il cui figlio è stato colpito e paralizzato dalla polizia a Kenosha, nel Wisconsin, nel 2020.

Sinyangwe ha affermato che a contribuire all'aumento della violenza della polizia sono le crescenti collaborazioni tra sceriffi e altri organi di polizia, i cui agenti eseguono mandati di perquisizione o inseguimenti che possono causare la morte. Gli uffici degli sceriffi sono anche particolarmente politicizzati durante le elezioni (negli Stati Uniti quella di sceriffo è di solito una carica elettiva, NdT), con una competizione per essere più "duri contro il crimine", che si traduce in dipartimenti sempre più violenti.

La dottoressa Elizabeth Jordie Davies, studiosa della Johns Hopkins University ed esperta di movimenti sociali, ha detto a Levin che il numero costantemente alto di uccisioni da parte della polizia, anno dopo anno, rende evidente che è necessario un ampio cambiamento di sistema per prevenirle.

"In questo Paese c'è un impegno continuo a usare la violenza per controllare le persone e gestire i problemi", ha detto. "E se continuiamo a dare alla polizia più soldi e potere, continueremo a vedere sempre più violenze di polizia".

Il rapporto dell'MPV riguarda solo l'anno scorso. Quest'anno si stanno verificano quotidianamente nuove uccisioni. I video registrati dai passanti e resi pubblici continuano a scatenare ampie e immediate proteste e richieste di giustizia.


L'UCCISIONE DI UN INSEGNANTE NERO

Ad esempio, il 3 gennaio la polizia di Los Angeles ha ucciso Keenan Anderson, 31 anni, ad un posto di blocco. Dopo l'incontro fatale dell'insegnante di colore con i poliziotti, si è scatenata una protesta da parte degli attivisti e della sua famiglia.

La rivista Rolling Stone il 13 gennaio ha raccontato così il caso: «All'inizio di questa settimana, la polizia di Los Angeles ha reso pubbliche le riprese delle body cam degli agenti, estratte da un video informativo sull'incidente. Il filmato mostrava Anderson che implorava aiuto mentre diversi agenti lo tenevano fermo cercando di immobilizzarlo. A un certo punto, Anderson ha gridato: "Stanno cercando di rendermi George Floyd". Mentre Anderson giaceva sul marciapiede, un agente sembrava tenere il gomito sul collo di Anderson. Un altro agente lo stava colpendo più volte con il taser, a volte per diversi secondi alla volta».

Rolling Stone ha riferito che la cofondatrice di Black Lives Matter, Patrisse Cullors (cugina di Anderson), ha dichiarato al Guardian che la morte di Anderson poteva essere evitata. "È stato un incidente stradale. Invece di trattarlo come un potenziale criminale, la polizia avrebbe dovuto chiamare l'ambulanza", ha detto Cullors.

"Se ci fosse stata una prassi che prevedeva, nei casi di incidenti stradali, l'intervento di professionisti disarmati che si recano sul posto semplicemente per aiutare, si sarebbe evitata la morte di mio cugino. E si sarebbero evitate tante altre morti".

Martin Luther King, uno dei più grandi leader afroamericani di tutti i tempi – e l'unico nero cui sia stata dedicata una data di festività civile, il giorno del suo compleanno, il 15 gennaio – si oppose alla violenza della polizia nel Sud della segregazione e nel Nord.

In una parte meno nota del suo famoso discorso "I Have A Dream" della Marcia su Washington del 1963, King disse: "Non potremo mai essere soddisfatti finché i neri continueranno ad essere vittime degli indescrivibili orrori della brutalità poliziesca."

Finché l'istituzione monopolistica della polizia esisterà e sarà sostenuta da entrambi i partiti principali, le uccisioni da parte della polizia continueranno. Ci è voluto un movimento di massa per i diritti civili per porre fine alla segregazione legale. Ci vorrà la stessa cosa per abolire la polizia e questo corrotto sistema di "giustizia".

Malik Miah