Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Gerusalemme. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gerusalemme. Mostra tutti i post

LA GIUNTA OPPORTUNISTA ED IL TRAM FILOSIONISTA


 

Con l'arrivo del tanto atteso tram a Bologna, al netto di tutto ciò che può essere detto sull'opera stessa, un dettaglio salta all'occhio, e cioè chi ha prodotto il tanto agognato mezzo.


Trattasi di CAF, impresa basca impegnata a collaborare con lo stato sionista e genocidiario israeliano; un'azienda che si sta occupando del progetto della Jerusalem Light Rail, infrastruttura che connetterà Gerusalemme stessa con gli avamposti dei coloni israeliani, avamposti costruiti strappando terre ai palestinesi che le vivono grazie alla collaborazione fra le formazioni paramilitari dei coloni stessi  e le forze militari e di polizia israeliane.


È un progetto (come sottolinea BDS) dipendente dall'espropriazione dei palestinesi e che rafforza il network degli avamposti coloniali israeliani; un progetto che implicitamente sostiene la politica coloniale e genocidiaria sionista, nella quale quindi CAF è coinvolta


Ci teniamo a ricordare che la giunta che ha commissionato questo mezzo da questa specifica azienda ha voluto a più riprese pubblicizzare il proprio sostegno alla causa palestinese; per l'ennesima volta, tuttavia, si rende evidente che si tratta di un posizionamento puramente propagantistico e di facciata.

Alle forze del campolargo (in città e nazionalmente) ha fatto comodo cavalcare l'onda del supporto per la causa palestinese, in quella che si è dimostrata un'operazione pubblicitaria a basso costo - ma hanno dimostrato ad ogni occasione la natura puramente cosmetica di questo posizionamento, che sia nazionalmente o localmente, con operazioni filosioniste (si pensi al ddl Delrio) o col continuare gli affari con chi facilita il rafforzamento delle politiche genocidiarie.


Come Partito Comunista dei Lavoratori, la nostra posizione è netta: non diamo solo un generico supporto alla causa palestinese, ma denunciamo attivamente la natura coloniale ed imperialista di Israele e riteniamo che solo la sua distruzione rivoluzionaria e la costruzione di un unico stato palestinese inserito in una federazione socialista possa essere la soluzione ultima ai problemi della regione. Alla luce di questa linea, questa e mille altre collaborazioni con chi fa affari con i responsabili di un genocidio devono cessare immediatamente, come pure deve essere denunciata l'ipocrisia di chi cerca consensi facili, speculando politicamente sulla distruzione di un popolo, ma al momento del dunque rivela la propria vera appartenenza.

Il nuovo governo arcireazionario di Netanyahu


 “L'unica democrazia del Medio Oriente”: così i borghesi liberali di ogni conio e tutti gli stati imperialisti sono soliti chiamare lo stato d'Israele. Una spudorata menzogna, parlando di uno Stato coloniale nato manu militari dalla cacciata dei palestinesi e dall'impedimento del loro ritorno. Ma ora la menzogna diventa impresentabile di fronte al nuovo governo Netanyahu, il governo più reazionario che lo Stato sionista abbia mai avuto.


Il nuovo governo coinvolge al proprio interno tutti i partiti ultraortodossi di ertrema destra. Sia quelli nazionalreligiosi di Potere Ebraico (Ben-Gvir) e del Partito Sionista Religioso (Bezalel Smotrich), sia quelli per così dire “etnici” dello Shas sefardita (Aryeh Deri) e degli askenaziti di Torah Unita. I nazionalisti rivendicano la millenaria Torah come fonte di legge per il XXI secolo. Gli “etnici” chiedono il riconoscimento formale delle proprie regole immutate nel corpo legislativo dello Stato. Uno Stato che peraltro già nel 2018 si è codificato come «Stato dei soli ebrei».

“Una metà della Nazione studierà la Torah, l'altra metà servirà nell'esercito”, ha dichiarato un deputato della nuova maggioranza di governo. Una sintesi programmatica compiuta di confessionalismo e militarismo, di sacerdoti e di guerrieri. E anche una divisione dei ruoli: i militari difenderanno il privilegio di chi può limitarsi alla preghiera senza prestare servizio e senza pagare le tasse. Già oggi peraltro gli israeliani laici pagano il 90% delle tasse del paese, gli haredim il 2%.

Cosa significhi tutto questo è scritto nero su bianco nella dichiarazione programmatica del nuovo governo: «Il popolo ebraico ha un diritto esclusivo e indiscutibile su tutte le Terre d'Israele». Il governo «promuoverà e svilupperà gli insediamenti in ogni parte della Terra d'Israele». Il riferimento ovviamente è ai territori palestinesi occupati. Il programma del nuovo governo è dunque dichiaratamente un programma di guerra contro la popolazione araba. Quella dei territori, già privata dei più elementari diritti umani (terra, acqua, abitazioni, libertà), ma anche quella che vive entro le mura di Israele, oltre il 20% della popolazione del paese. Per tutti suona la campana della guerra.

Netanyahu, sotto processo per tre gravi casi di corruzione, ha visto nell'accordo con l'estrema destra un possibile salvacondotto, mentre Biden e Putin si sono affrettati a riconoscere il nuovo governo e a complimentarsi con Netanyahu. Nessuna meraviglia. La più grande potenza imperialista è da sempre il baluardo storico del sionismo. Il regime reazionario dell'imperialismo russo e il patriarca Kyrill trovano sintonia con il sionismo e cercano con questi buone relazioni.

Eppure secondo il New York Times il nuovo esecutivo di Gerusalemme è una minaccia significativa per il futuro d'Israele, alla sua direzione, alla sua sicurezza, e persino all'idea di una patria ebraica. È la riprova che gli ambienti più avveduti dell'imperialismo temono che il nuovo governo arcireazionario di Gerusalemme possa favorire il contraccolpo di una rivoluzione palestinese e araba. Ciò che rovinerebbe i piani dell'imperialismo USA in Medio Oriente.

Di certo tanto più ora la rivoluzione palestinese e araba è l'unica risposta vera alla reazione sionista. Le vecchie litanie su “due popoli, due Stati”, cari al liberalismo borghese progressista e alle sinistre riformiste di tutto il mondo, sono tanto più oggi carta straccia. Solo la resistenza palestinese può fronteggiare l'onda d'urto del nuovo governo israeliano. Solo la distruzione di uno Stato sionista che si regge sull'annientamento dei palestinesi può restituire loro terra e diritti. Solo una rivoluzione palestinese e araba può realizzare la prospettiva di una Palestina unita e indipendente, laica e socialista, che riconosca i diritti nazionali della minoranza ebraica, dentro una federazione socialista araba e del Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una terza intifada, per un progetto di liberazione

 


I fatti di Gerusalemme riportano all'attenzione la questione palestinese

Come sempre, sono piccoli episodi a innescare grandi avvenimenti.
Israele intendeva tenere l'annuale Marcia delle bandiere nella città vecchia di Gerusalemme per celebrare la propria conquista. A tal fine il governo di Tel Aviv ha transennato la piazza antistante la Porta di Damasco per impedire che potesse diventare un luogo di concentrazione della protesta palestinese contro la marcia. Ma il blocco degli accessi alla Spianata delle moschee è apparso un affronto alla popolazione araba, tanto più dopo il lungo periodo di limitazioni imposto dalla pandemia. La ribellione palestinese, al prezzo di 278 feriti, ha costretto le autorità sioniste a cambiare il percorso della marcia. Una piccola vittoria.

Negli stessi giorni nel quartiere arabo di Gerusalemme, Sheikh Jarrah, il piano di demolizione delle case palestinesi, spaventosamente incrementato sotto la pressione dei coloni, è inciampato nella volontà di resistenza di ventotto famiglie palestinesi che rivendicano i propri diritti di proprietà sulle case abitate e rifiutano di sloggiare. Una piccola resistenza che diventa il simbolo della volontà di ribellione al sionismo. La Corte suprema israeliana ha dovuto sospendere la sentenza per evitare di dar fuoco alle polveri, ma così ha confermato le difficoltà di Israele.


I NODI AL PETTINE

In realtà molti nodi stanno venendo al pettine. Gli “accordi di Abramo” tra Stato sionista e Stati Uniti, che sanciscono l'annessione della Cisgiordania e fanno di Gerusalemme la capitale d'Israele, sono stati celebrati troppo presto dalle potenze imperialiste.
Trump ha pensato di risolvere una questione storica incoronando l'onnipotenza di Israele in cambio di una manciata di soldi ai “vinti”. Biden non sembra avere intenzione di modificare gli accordi. Le borghesie arabe di diversi paesi si sono strette alla corte del sionismo incassando la contropartita di concessioni finanziarie e commerciali. Gli imperialismi europei hanno avallato il tutto col proprio silenzio, cercando di ricavarne un utile per i propri interessi.
Ma il quadro si va complicando in fretta su ogni versante.

Lo Stato d'Israele sta conoscendo una crisi politica interna senza precedenti. Quattro elezioni politiche in due anni misurano la difficoltà di trovare una stabilizzazione di governo. Il premier Netanyahu non riesce a trovare una maggioranza parlamentare nel mentre è inseguito da scandali finanziari e processi. Il rafforzamento delle organizzazioni di estrema destra sionista, incoraggiate dagli accordi di Abramo e dunque dallo stesso premier israeliano, complica ogni soluzione politica. Il fatto che oggi la ricerca di una maggioranza alternativa al Likud debba affidarsi ad un tentativo di accordo tra un'organizzazione reazionaria di coloni ipersionisti e un partito arabo israeliano dà la misura delle difficoltà. Netanyahu cerca di drammatizzare lo scontro militare con Hamas con tanto di bombardamenti su Gaza per restare in sella nel nome dell'emergenza nazionale contro “il nemico”. Ma è un gioco troppo ripetuto, in un contesto troppo logorato, per funzionare come in passato.

Problemi non meno gravi si pongono per la politica palestinese.
Il governo corrotto dell'ANP ha voluto rinviare le elezioni palestinesi nei territori occupati per timore di un esito catastrofico per al-Fatah, ma così perpetua una situazione di manifesta illegalità. Il mandato di Mahmoud Abbas è infatti scaduto nel 2009. Questa situazione sta disgregando l'unità interna di al-Fatah. La candidatura di Mohammed Dahlan, ex capo dei servizi segreti dell'ANP, da dieci anni in esilio, ha l'appoggio degli Emirati e di al-Sisi. Al polo opposto la candidatura di Marwan Barghouti, prigioniero da anni nelle carceri sioniste, richiama agli occhi dei palestinesi la domanda di rottura con le politiche collaborazioniste di Abbas. Il rinvio delle elezioni a data da destinarsi è il tentativo di sottrarsi all'esplosione interna di al-Fatah, ma contribuisce di fatto a radicalizzarla.
Quanto ad Hamas, l'unico vero obiettivo è preservare il proprio controllo su Gaza, costi quel che costi, coi metodi dell'integralismo confessionale e del dispotismo. La polarizzazione dello scontro con Israele serve solo a intestarsi il primato simbolico della contrapposizione al sionismo in funzione dello status quo.


UNA PROSPETTIVA DI LIBERAZIONE

Di certo nessuna delle componenti del gruppo dirigente palestinese avanza una prospettiva di liberazione del proprio popolo. Ciò proprio nel momento in cui si stringe la morsa degli accordi di Abramo e al tempo stesso si moltiplicano le difficoltà della loro attuazione.
In queste condizioni, uno spettro si aggira nella Spianata delle Moschee e per i vicoli di Gerusalemme: quello di una terza intifada. Fu nel miglio sacro di Gerusalemme che presero slancio l'intifada degli anni '80, e quella degli anni 2000, quando una grande massa di palestinesi si sollevò contro l'occupazione per chiedere la liberazione della propria terra. Questa è oggi la vera preoccupazione dei circoli sionisti e delle potenze imperialiste. Non temono né al-Fatah né Hamas, temono la sollevazione della giovane generazione palestinese. Un timore che percorre le élite al potere nei paesi arabi, asservite all'imperialismo, perché sanno che una sollevazione palestinese potrebbe richiamare, come già in passato, la mobilitazione della popolazione araba e scuotere di conseguenza il loro potere.

Certo proprio l'esperienza delle grandi intifade mostra la necessità di una prospettiva strategica verso cui indirizzarle. Non c'è possibile soluzione storica della questione palestinese senza il diritto al ritorno nella propria terra. Non c'è diritto al ritorno nella propria terra senza la dissoluzione rivoluzionaria dello stato d'Israele, con la distruzione delle sue basi confessionali, giuridiche, militari. L'idea dei “due popoli, due Stati” su cui si sono abbarbicate le sinistre riformiste di tutto il mondo, ha rappresentato per lungo tempo una mistificazione insostenibile: l'idea della possibile soluzione della questione palestinese all'ombra del sionismo. Oggi è morta la stessa credibilità di quella illusione.
Non c'è soluzione della questione palestinese fuori da una prospettiva di rivoluzione, che unisca la ribellione delle masse palestinesi e delle popolazioni arabe con la mobilitazione antisionista della parte migliore della popolazione ebraica. Per una Palestina unita e socialista, dentro una federazione socialista araba, nel rispetto dei diritti della minoranza ebraica: la prospettiva strategica della Terza Internazionale comunista dei suoi anni rivoluzionari. La prospettiva della Quarta Internazionale delle origini.

La storia reale riporta le cose ai fondamentali. Senza ripartire da lì, senza ricostruire una direzione rivoluzionaria del popolo palestinese e della nazione araba che sappia battersi per la grande causa della liberazione dall'oppressione sionista e dall'imperialismo, la storia della Palestina e del Medio Oriente resterà segnata dalla barbarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

I palestinesi non si faranno né intimidire né comprare

La cosiddetta “soluzione per la Palestina” cucinata da Trump e Netanyahu è una provocazione per i palestinesi e la nazione araba. L'occupazione israeliana della Cisgiordania si trasforma in annessione diretta. Legittimazione definitiva degli insediamenti coloniali. Gerusalemme capitale d'Israele. Una entità palestinese senza controllo dei propri confini, senza esercito proprio, senza continuità territoriale. In conclusione un bantustan, una riserva coloniale sotto il tallone della potenza sionista. Altro che “Stato palestinese”!

L'imperialismo USA chiude così il lungo tragitto dei famosi accordi di Oslo del 1993 siglati da Clinton e Arafat. La promessa era quella di un futuro Stato palestinese nei territori di Gaza e Cisgiordania. Ad Arafat si concedeva l'amministrazione “autonoma” dei territori nella prospettiva di una futura indipendenza. Nei fatti la direzione di Al Fatah pattuiva con Israele la propria funzione di polizia nei territori occupati, in cambio di laute prebende. Tutta la sinistra internazionale applaudì all'epoca all'“accordo di pace”, incluso il neonato PRC. La parola d'ordine “due popoli due Stati” venne celebrata negli ambienti riformisti di tutto il mondo come la soluzione democratica finalmente scoperta per la Palestina; una soluzione che le stesse diplomazie imperialiste hanno a lungo recitato come un mantra.

In realtà quella promessa era semplicemente una truffa, come tale denunciata dalla sinistra palestinese e a maggior ragione dai marxisti rivoluzionari. Come potevano due minuscoli territori accerchiati da Israele rappresentare il luogo dell'autodeterminazione palestinese? Il diritto dei palestinesi a ritornare nella terra da cui furono cacciati era la prima vittima degli accordi di Oslo. La degenerazione di Al Fatah e del suo gruppo dirigente, sospinta dalla corruzione dilagante e dalla collaborazione con le forze di occupazione, fu il suo inevitabile risvolto. Hamas e il panislamismo reazionario capitalizzarono a Gaza la deriva di Al Fatah in Cisgiordania.

Ora Trump e Netanyahu forniscono agli accordi di Oslo la loro concreta traduzione politica. “Due popoli due Stati” diventano una enclave palestinese sotto la dominazione di Israele, una dominazione militare, politica, territoriale, accompagnata da una pioggia di miliardi per chi volesse vendersi. Una prigione a cielo aperto e senza vie d'uscita, benedetta dalle monarchie del Golfo. Un ultimatum provocatorio per le stesse direzioni palestinesi, alle quali si chiede semplicemente una resa definitiva e umiliante agli occhi del loro stesso popolo.

Trump e Netanyahu esibiscono la propria “soluzione” anche a fini di politica interna. Trump, oggetto di impeachment, punta alla propria rielezione a novembre. Netanyahu, sotto processo per corruzione, deve affrontare la terza competizione elettorale nel solo ultimo anno. La cancellazione della questione palestinese è solo merce di scambio nei loro calcoli cinici. Hanno scelto non a caso, per fare l'annuncio, il giorno internazionale della memoria della Shoah, per fornire al colonialismo sionista la maschera di un popolo oppresso. Come se il terribile sterminio degli ebrei da parte del mostro nazista potesse legittimare l'oppressione dei palestinesi. Come se l'ebraismo potesse essere arruolato nel sionismo.

Ma la questione palestinese non si farà cancellare da Trump. Nessuna oppressione nazionale può essere cancellata sulla carta nel momento stesso in cui è riproposta in tutta la sua brutalità materiale. Il popolo palestinese ha dimostrato nella propria storia l'eroismo di cui è capace un popolo oppresso. Non si farà né intimidire né comprare. Ma certo la provocazione dell'imperialismo e del sionismo sottrae ogni spazio alle illusioni. Il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese non troverà un proprio spazio all'ombra dello Stato di Israele, né ora né mai. Uno Stato che si regge sulla negazione del diritto al ritorno, sui privilegi confessionali, sulla potenza militare, sulla discriminazione della sua stessa minoranza araba, è incompatibile coi diritti dei palestinesi. Solo la dissoluzione dello Stato d'Israele può consentire il diritto al ritorno. Solo una sollevazione rivoluzionaria della popolazione palestinese ed araba, combinandosi con la migliore opposizione ebraica al sionismo, può dissolvere lo Stato d'Israele, aprendo la via all'unica possibile soluzione storicamente progressiva: quella di uno Stato nazionale palestinese, laico, democratico, socialista, rispettoso dei diritti nazionali della minoranza ebraica, dentro una federazione socialista della nazione araba e del Medio Oriente.

È una prospettiva terribilmente difficile, ma è l'unica reale. Ogni altra soluzione, negoziata con l'imperialismo e col sionismo, può essere solo un inganno. E dunque fonte di nuove tragedie e sofferenze.

Peraltro in larga parte del Medio Oriente e della nazione araba si è levato da tempo un vento nuovo. Le ribellioni democratiche e di massa di dieci anni fa in Tunisia, in Egitto, in Siria si sono risolte in drammatici rovesci, per responsabilità delle loro direzioni liberali e dell'imperialismo. Ma la rivoluzione ha rialzato la testa in Algeria, in Sudan, in Iraq, in Libano, mentre in Iran un nuovo movimento sfida l'oppressione del regime. Ovunque la giovane generazione si ribella alle divisioni confessionali, al dispotismo di regimi teocratici, alla presenza di forze di occupazione. Le ragioni del popolo palestinese possono dunque trovare nuove energie nelle masse oppresse della regione. Ma è necessaria una nuova direzione, all'altezza di un vero progetto di liberazione: una direzione rivoluzionaria e socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori

Bandiera sionista, sangue palestinese. Come settanta anni fa

«Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggendo i villaggi, dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e di controllo, circondando i villaggi e facendo retate all'interno...»
(Piano Dalet, 10 marzo 1948)

«...Dobbiamo essere precisi nei tempi, nei luoghi, nei bersagli... Dobbiamo colpire tutti senza pietà, comprese le donne e i bambini. Altrimenti non sarà un'operazione efficace...»
(Diario di Ben Gurion, 1 gennaio 1948)


Mentre Donald Trump saluta commosso “il grande giorno per Israele” nell'anniversario della sua nascita, Israele rovescia una pioggia di piombo contro i palestinesi. In un solo giorno oltre cinquanta palestinesi assassinati e migliaia di feriti lungo il confine di Gaza segnano la continuità di una mattanza nauseante. Una mattanza apertamente rivendicata dal governo di Tel Aviv, consentita dalla complicità di tutte le potenze imperialiste, coperta dall'infinita ipocrisia della stampa borghese internazionale, inclusa quella di casa nostra.

L'ipocrisia non è solo quella di chi apertamente sostiene l'azione criminale del governo israeliano, attribuendone cinicamente la responsabilità alle vittime dell'eccidio, colpevoli di non sopportare in silenzio la propria oppressione. L'ipocrisia è anche di chi “rimprovera” a Netanyahu un uso sproporzionato della forza, un “eccesso” di autodifesa, una politica “sbagliata” e “controproducente” per Israele; perché in forma diversa ripropone la difesa dello Stato sionista e delle sue ragioni, l'eterno equivoco di un possibile sionismo pacifico e democratico.

La verità è che lo Stato sionista è per sua natura uno Stato criminale, perché nasce da un crimine: la cacciata di 750.000 palestinesi dalla propria terra, dai propri villaggi, dalle proprie case, per imporre uno Stato artificiale e coloniale. Una pulizia etnica pianificata (Piano Dalet), attuata coi metodi del terrore, avallata dagli imperialismi democratici e dalle Nazioni Unite. Armata dall'URSS di Stalin (con 24.500 fucili, 5.200 mitragliatrici, 54 milioni di proiettili), primo paese assieme agli USA a riconoscere nel 1948 lo Stato d'Israele.

Uno Stato è inseparabile dalle sue radici. Uno Stato coloniale nato dal terrore può perpetuare la propria oppressione solo col terrore. In questo senso il massacro di oggi è il degno festeggiamento da parte sionista dei settant'anni dello Stato d'Israele. Per questo tutti i democratici sinceri, tutti coloro che sentono come propria l'oppressione palestinese, tutti coloro che vivono con un senso di rabbia e di impotenza la cronaca drammatica di queste ore, hanno un solo modo di dare un futuro alla propria indignazione: battersi innanzitutto per la verità. Che è sempre rivoluzionaria, in Palestina e ovunque.
Partito Comunista dei Lavoratori

Contro Trump, contro il sionismo, al fianco dei palestinesi

9 Dicembre 2017
Col sostegno alla pretesa di fare di Gerusalemme la capitale ufficiale dello Stato sionista, l'amministrazione Trump ha levato ogni maschera formale all'imperialismo USA. Senza veli diplomartici ipocriti, la più grande potenza del mondo dichiara il proprio appoggio pubblico alla colonizzazione sionista della Palestina, sino alle pretese più estreme.


LA LOGICA DI DONALD TRUMP 

C'è una logica. Di fronte alla crisi della tradizionale egemonia americana in Medio Oriente, al rafforzamento dell'asse sciita nella lunga guerra siriana, all'inserimento dell'imperialismo russo nella spartizione degli equilibri regionali, l'amministrazione di Donald Trump punta a rinsaldare attorno a sé le roccaforti storiche della presenza USA in terra araba: la monarchia assolutista dell'Arabia Saudita e lo Stato sionista di Israele. Come sui mari del Pacifico così in Medio Oriente, Trump dichiara al mondo che la ricreazione è finita, che la ritirata americana è terminata. Naturalmente non è semplice per Trump tradurre in pratica il nuovo corso nell'attuale quadro mondiale. Ma il segnale politico vuole essere inequivoco anche nei suoi aspetti simbolici ed evocativi. “Gerusalemme capitale d'Israele” risponde sicuramente allo scopo.


LA REALTÀ DELLO STATO SIONISTA 


La mossa di Trump ha riportato una volta di più la questione palestinese alla propria realtà. La realtà dell'occupazione coloniale della Palestina da parte dello Stato sionista. Uno Stato nato dalla Nakba, dall'espulsione dei palestinesi dalla loro terra attraverso i metodi del terrore (e con l'appoggio di Stalin). Uno Stato fondato su basi confessionali, senza dettato costituzionale, senza confini definiti. Uno Stato basato sulla negazione del diritto al ritorno dei palestinesi nella propria terra e sulla continua espansione della colonizzazione della Palestina. Uno Stato che per sua natura può reggersi solo sull'esercizio dell'oppressione contro la popolazione araba, a partire dai territori occupati e negli stessi confini di Israele. Uno Stato che ha il bisogno vitale dell'appoggio politico e militare degli imperialismi (americano ed europei). Uno Stato permanentemente in guerra.
La pretesa arrogante dello Stato sionista e del sionismo in genere di presentarsi sotto le vesti della “nazione ebraica” è un insulto verso le tradizioni democratiche, socialiste, antisioniste, di tanta parte della storia e della cultura dell'ebraismo.


PER LA LIBERAZIONE DELLA PALESTINA 


Di certo, l'idea stessa di una soluzione pacifica e concordata della questione palestinese (“due popoli, due Stati”) si rivela tanto più oggi una truffa. Una truffa alimentata dall'ipocrisia degli imperialismi europei, dai regimi arabi vecchi e nuovi (nessuno escluso, a partire dal regime egiziano e dalla monarchia giordana), dalla stessa cosiddetta Autorità Nazionale Palestinese, finanziata dallo Stato d'Israele come strumento di controllo sulle masse palestinesi. Purtroppo il fallimento annunciato di questa truffa è stato spesso capitalizzato da tendenze politiche reazionarie islamiche, sia da quelle affiliate alla Fratellanza Musulmana (Hamas), sia da quelle salafite e jihadiste, che mascherano con vessilli religiosi il proprio odio verso ogni libertà.

In contrasto con le sinistre politiche riformiste di ogni estrazione (socialdemocratica, stalinista, populista) che hanno sostenuto per decenni la truffa “due popoli, due Stati”, e tuttora “riconoscono” lo Stato d'Israele, ribadiamo l'attualità della posizione storica del marxismo rivoluzionario sulla questione palestinese.

I palestinesi hanno il pieno diritto alla propria autodeterminazione. Non può esservi autodeterminazione senza il diritto del ritorno nella propria terra. Non può esservi il diritto al ritorno dei palestinesi senza la dissoluzione delle basi giuridiche, confessionali, militari, dello Stato sionista d'Israele. Non può esservi questa dissoluzione se non per effetto del congiungersi della rivolta di massa palestinese, della sollevazione più generale della popolazione araba, della ribellione delle migliori forze antisioniste dei lavoratori israeliani. È la prospettiva di una Palestina libera, laica, socialista, rispettosa dei diritti nazionali della minoranza ebraica, dentro una federazione socialista araba e del Medio Oriente.
Solo una rivoluzione palestinese ed araba può liberare la via di questa prospettiva storica. A cento anni dalla dichiarazione di Balfour (1917) con cui l'imperialismo inglese apriva la via alla colonizzazione sionista della Palestina, in funzione della spartizione dell'impero ottomano, solo una prospettiva rivoluzionaria, antimperialista, socialista, potrà ridare la Palestina al suo popolo.

Certo è una prospettiva difficile e apparentemente lontana. Ma è l'unica vera soluzione della questione palestinese. L'alternativa, come i fatti dimostrano, è la continuità dell'oppressione e della sua barbarie.

A partire da questo programma generale, siamo oggi al fianco delle mobilitazioni di massa dei giovani palestinesi contro le truppe d'occupazione sioniste e contro l'arroganza dell'imperialismo. Per una nuova intifada, fino alla vittoria.


NO ALL'ARROGANZA DI TRUMP E DELL'IMPERIALISMO USA!

GERUSALEMME È CAPITALE DELLA PALESTINA, NON DI UNO STATO COLONIALE!

VIA LE TRUPPE D'OCCUPAZIONE SIONISTA DA TUTTA LA PALESTINA!

PER UNA PALESTINA LIBERA, LAICA, SOCIALISTA, IN UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA ARABA E DEL MEDIO ORIENTE!
Partito Comunista dei Lavoratori