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Dichiarazione sulla crisi afghano-pakistana


 In un comunicato stampa congiunto della Campagna per la Difesa dei Sindacati del Pakistan (PTUDC), dal Fronte Studentesco Rivoluzionario (RSF), dalla Federazione Nazionale degli Studenti del Jammu Kashmir (JKNSF) e dal Fronte Popolare Rivoluzionario (PRF), è stato affermato che l’escalation della disputa pakistano-afghana verso una guerra aperta sulla questione del terrorismo transfrontaliero costituisce a tutti gli effetti una tragedia. Ancora una volta saranno le masse povere su entrambi i lati della Linea Durand (1) – in particolare le popolazioni pashtun – a sopportare il peso di questo conflitto. Questa situazione non è maturata dall’oggi al domani: essa è piuttosto il risultato di politiche decennali perseguite dall’imperialismo statunitense, dalle monarchie del Golfo e dagli Stati regionali, incluso il Pakistan, politiche che hanno portato a questo punto critico.

Dall’inizio della “Jihad del dollaro” (2) per schiacciare la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (3) perseguendo la cosiddetta politica di “profondità strategica” (da parte dello stato pakistano), questi gruppi fondamentalisti armati (operanti in varie forme e sotto nomi diversi, incluse diverse fazioni dei talebani e dell’ISIS) sono stati patrocinati e utilizzati per procura da parte degli imperialisti. A tal proposito, è stata istituita una vasta rete di migliaia di madrasse (seminari religiosi) per il reclutamento e il finanziamento. Sono stati facilitati i cosiddetti gruppi fondamentalisti, politici o missionari “pacifici”, e con la collaborazione della CIA fu avviata l’impresa criminale di produzione e contrabbando di droga. Disoccupazione diffusa, povertà, alienazione di milioni di giovani, insieme all’offensiva di retoriche e di ideologie reazionarie, attraverso l’uso di istituzioni educative e media, crearono un ambiente favorevole a questo progetto imperialista. Questi sono i fatti storici amari che sono stati costantemente nascosti. Oggi, tuttavia, rappresentanti chiave degli USA e del Pakistan — inclusi coloro che hanno celebrato la ripresa del potere dei talebani a Kabul nell’agosto 2021 — sono ora costretti a riconoscerli.

Col tempo, tuttavia, tutto questo processo ha acquisito una logica relativamente autonoma. Questi gruppi jihadisti sono cresciuti non solo in numero ma anche in capacità militare e forza finanziaria, sfuggendo gradualmente al controllo dei loro ex patrocinatori. Con il coinvolgimento di nuove potenze imperialiste e subimperialiste, come Cina, India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, questa nuova era del “Grande gioco” è diventata ancora più complessa. Dopo due decenni di spargimenti di sangue in Afghanistan, l’imperialismo statunitense e i suoi alleati sono fuggiti da un giorno all’altro, lasciando dietro di sé grandi quantità di sistemi d’arma tra i più avanzati. Questo ha incoraggiato non solo i talebani ma anche altri gruppi fondamentalisti, concedendo loro maggiore autonomia e un ambiente operativo più favorevole. Dopo aver conquistato Kabul, i talebani hanno scatenato una brutale repressione contro il popolo afghano – in particolare le donne – e sono determinati a riportare l’Afghanistan all’età della pietra. Nel frattempo, gli attacchi terroristici in Pakistan da parte di gruppi affiliati come il TTP (i talebani pakistani, per lo più operanti dall’Afghanistan) si sono moltiplicati. In questi attacchi, non solo poliziotti e personale di sicurezza (la maggior parte dei quali proviene da famiglie operaie povere) ma anche civili comuni vengono uccisi in gran numero.

Non solo l’esperienza dell’ultimo decennio e mezzo, ma anche una comprensione appena sommaria della mentalità, dei metodi e delle fondamenta economiche di questi gruppi terroristici, rende chiaro che qualsiasi negoziazione o riconciliazione con loro è impossibile. L’insistenza sulle “negoziazioni” – fino a tempi recenti – da parte di alcune fazioni all’interno dello Stato e di forze filofondamentaliste, come Jamaat-e-Islami e Imran Khan, equivaleva a facilitare e incoraggiare questi gruppi. La confusione è stata diffusa deliberatamente nel nome dei colloqui e, insieme alla politica della distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi’, ha giocato un ruolo nel portare la situazione a questo punto. Come esito di queste esitazioni, ambiguità, e dell’approccio di limare parzialmente piuttosto che eliminare alla radice il problema, le operazioni militari non hanno prodotto risultati significativi, nonostante le pesanti perdite umane e materiali tra le popolazioni tribali e le forze di sicurezza. Anzi, la situazione è peggiorata. Tuttavia, contrariamente al pensiero ufficiale e alle illusioni liberali, vogliamo chiarire che questa questione non può essere risolta con mezzi puramente militari. Finché non si intraprenderà una massiccia lotta politica, sociale, economica e culturale – sostenuta dalle ampie masse della regione – non solo contro tali fanatici religiosi armati ma contro ogni forma di fondamentalismo, non sarà possibile una pace e una stabilità durature.

A questo proposito, chiediamo:

– L’abbandono della dottrina della “profondità strategica” e delle relative politiche di distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi”, dei gruppi agenti per procura o i cosiddetti “asset”.

– Fine del sostegno e di indirette agevolazioni a tali gruppi “jihadisti” non solo lungo il confine occidentale ma anche in Kashmir e in altre parti del paese e dei territori amministrati. Le loro reti di finanziamento – le cosiddette donazioni e associazioni benefiche, attività commerciali legali e illegali, rapimenti a scopo di estorsione, traffico di droga, omicidi su commissione – devono essere smantellate.

– Nelle aree colpite dal terrorismo, amministrazione locale, polizia e difesa devono essere organizzate tramite panchayat/jirga (sostanzialmente forme locali di consigli popolari) elette su base territoriale. Comitati armati di difesa sotto il controllo e la partecipazione di studenti, lavoratori e delle più ampie fasce popolari sono l’unico mezzo per affrontare e sconfiggere elementi perturbatori, fascisti e terroristici.

– La trasparenza nelle indagini sugli attentati transfrontalieri e sulle operazioni antiterrorismo interne deve essere garantita attraverso il coinvolgimento di rappresentanti popolari di base (e, quando necessario, di altre persone non colluse e affidabili). Le azioni extragiudiziarie e le sparizioni forzate devono cessare, e coloro che sono coinvolti nel terrorismo devono essere perseguiti attraverso i tribunali regolari. Rimuovere ritardi e ostacoli procedurali è responsabilità dello Stato.

– Siamo convinti che i talebani non abbiano nulla a che fare con la sicurezza e la sovranità dell’Afghanistan. Sono una forza fanatica, fascisteggiante e occupante, imposta al popolo afghano dall’imperialismo, e rappresentano la più grande minaccia all’integrità dell’Afghanistan. È quindi dovere di lavoratori, studenti e attivisti politici progressisti in tutto il Pakistan, incluso il Punjab, offrire solidarietà e sostegno politico alla lotta del popolo afghano contro questo mostro.

– Decine di migliaia di madrasse in tutto il paese sono diventate delle fabbriche di fondamentalismo, dove bambini indigenti provenienti da contesti poveri sono sottoposti alle peggiori forme di abuso e usati come materia prima per il terrorismo. Questa è una gigantesca tragedia umana che nasce sia dalle agevolazioni di Stato sia dall’abdicazione di responsabilità. Fintanto che queste istituzioni non sono nazionalizzate e integrate in un sistema educativo moderno, il fondamentalismo e la violenza ad esso associata non possono essere sradicati.

– Le condizioni sociali oggettive che sostengono il fanatismo religioso e il terrorismo – povertà, disoccupazione, disperazione e alienazione – devono essere affrontate. Ogni forma di capitalismo in Pakistan, incluso il modello neoliberista, ha fallito, portando a inflazione, difficoltà economiche e un accesso sempre più ristretto a un impiego dignitoso, all’istruzione e alla sanità. Queste condizioni spingono molti giovani verso droghe, criminalità, o tendenze fondamentaliste al fine di un sostegno sociale ed economico. Chiediamo l’abbandono delle politiche imperialiste neoliberiste basate su privatizzazioni, austerità, trappole del debito pubblico e leggi antioperaie. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di istruzione, sanità, abitazione e occupazione, come diritti umani fondamentali attraverso una pianificazione economica concreta.

– Tutte le organizzazioni politiche e non politiche, istituzioni e congregazioni, che promuovono direttamente o indirettamente l’estremismo religioso, il fanatismo e la violenza – e che spesso fungono da nido per gruppi terroristici armati – devono perdere il sostegno pubblico. I loro beni devono essere confiscati dallo Stato e i loro canali televisivi e i giornali correlati devono essere interdetti.

– Il materiale reazionario, dogmatico e non scientifico, va rimosso dai programmi educativi e dal sistema educativo, che deve essere allineato ai requisiti contemporanei.

– Invece di spendere enormi risorse in guerre e in operazioni militari, deve essere avviato un piano di sviluppo d’emergenza da cinque a dieci anni per le aree tribali (precedentemente FATA) (4) sotto la supervisione e il controllo di rappresentanti eletti localmente. Queste aree devono essere dotate di adeguati sistemi di approvvigionamento idrico e di drenaggio, ospedali e istituzioni educative moderne (incluse università), industrie e istituti di servizi adatti alle risorse e alle esigenze locali (dando priorità all’occupazione locale), trasporti pubblici accessibili e dignitosi e unità abitative. Coloro che si occupano della coltivazione e del commercio di droga devono essere forniti di mezzi di sussistenza alternativi. I piccoli agricoltori e le piccole imprese devono ricevere prestiti facilitati e senza interessi.

– L’interdizione dei sindacati studenteschi imposta durante la oscura dittatura di Zia-ul-Haq non solo ha facilitato le tendenze fondamentaliste, ma ha permesso anche la fioritura di tendenze fasciste e del culto della personalità, come quelle associate al PTI (5). La repressione dell’attività politica e della sindacalizzazione nelle istituzioni educative hanno gravemente danneggiato la coscienza degli studenti e portato a crisi ideologiche e culturali. Pertanto, il divieto dei sindacati studenteschi deve essere revocato nella pratica – e non solo retoricamente – per promuovere processi politici sani, valori democratici e dibattiti intellettuali.

– L’attuale clima di guerra e di operazioni militari ha alimentato pregiudizi linguistici reciproci e odio nazionale. Questo è profondamente preoccupante e deplorevole. L’ostilità reciproca tra gli oppressi avvantaggia sempre le classi sfruttatrici e dominanti, sia lo Stato pakistano che i talebani afghani. Nelle condizioni attuali, alcuni circoli nazionalisti e liberali pashtun, insieme a elementi reazionari come il PTI, sostengono i talebani solo per ostilità verso lo Stato pakistano o sulla base di uno sciovinismo nazionale. Questa è una posizione antipopolare, reazionaria e opportunistica. D’altra parte, non mancano i sciovinisti punjabi/pakistani che spargono veleno contro afghani o pashtun, una posizione altrettanto tossica e condannabile. Queste tendenze apparentemente opposte sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, che si rafforzano e si completano a vicenda. Ogni individuo cosciente deve opporsi a queste tendenze e combattere non gli oppressi di un’altra nazione ma il vero nemico in casa propria.

– Rifiutiamo tutte le forme di pregiudizio etnico, odio e ostilità nazionalista o statale tra i popoli di Afghanistan e Pakistan. Vogliamo anche chiarire che, nel caso in cui il regime talebano dovesse ipoteticamente cadere a seguito di un attacco esterno del Pakistan o di qualsiasi altra potenza, esso non sarebbe automaticamente sostituito da un governo sano, democratico e favorevole alle masse popolari. Come abbiamo già visto sotto la forma di un governo fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti, tali risultati non portano a un cambiamento reale. La crisi è diventata così grave che non può essere curata senza un intervento chirurgico rivoluzionario. Solo attraverso la solidarietà di classe tra gli oppressi e gli sfruttati di tutte le nazioni, e la lotta contro il sistema capitalista imperialista che genera guerre, terrorismo, povertà e fame, si può garantire una pace duratura, uno sviluppo e una prosperità di vasta portata.

Asian Marxist Review (The Struggle, LIS Pakistan)

Note del traduttore

(1) Linea Durand. Tipica creatura imperialistica, la “Linea” è nata da un accordo del 1893 tra l’emiro afghano Abdur Rahman e il diplomatico inglese Mortimer Durand (dopo i vani sforzi militari della Gran Bretagna di occupare il paese). È il confine che separa l’Afghanistan dal Pakistan. Oggetto di contesa annosa tra i due Stati a partire dagli anni ’30 del XX secolo. Subì varie ratifiche con i trattati del 1905, 1919 e 1921. Il Pakistan sostiene di aver acquisito la piena sovranità sulle aree e sul popolo a est della Linea Durand in quanto Stato successore dell’India britannica. La locale presenza militare USA svolge un ruolo di mediazione tra i governi di Islamabad e quello talebano sulle spalle dell’autodeterminazione del Pashtunistan.

(2) “Jihad del dollaro”, ovvero i massicci finanziamenti provenienti dagli USA e dall’Arabia Saudita, e transitati operativamente tramite i servizi di intelligence pakistani, per sostenere l’azione armata dei mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica e l’allora governo di Kabul del PDPA tra il 1979 e il 1992. I fondi hanno sostenuto la crescita delle madrasse nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, che sono diventate centri chiave di reclutamento e anche oggi svolgono un ruolo nell’attività terroristica islamista.

(3) La Rivoluzione di Saur (Rivoluzione d’aprile) è il colpo di stato avvenuto in Afghanistan il 27-28 aprile 1978 che ha portato al potere il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA).

(4) FATA, Federally Administered Tribal Areas. Aree tribali di amministrazione federale. Comprese tra il confine afghano e la Provincia della Frontiera Nord-Occidentale, riguardavano essenzialmente il territorio della popolazione pashtun. Le FATA sono state soppresse con l’emendamento alla Costituzione pakistana del 31 maggio 2018.

(5) PTI, Pakistan Tehreek-e-Insaf, Movimento per la Giustizia del Pakistan. Partito fondato nel 1996 dal miliardario filantropo Imran Kahn, già primo ministro tra l’agosto 2018 e l’aprile 2022 e arrestato in una vicenda legata a fondi ricevuti dagli Emirati Arabi Uniti. Il partito è radicato particolarmente nel Punjab, di cui Kahn fu anche governatore, ed è tra i principali attori politici del paese. Formazione borghese di orientamento islamista e populista, alle ultime elezioni per l’Assemblea Nazionale del febbraio 2024 si è confermato il primo partito.

Gli attacchi di Trump alla Nigeria e il vicolo cieco dell’imperialismo

 


Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Trump, hanno lanciato un’azione militare in Nigeria. Questa escalation è arrivata dopo mesi di retorica mediatica aggressiva, incluse ripetute minacce di intervenire “ad armi spianate” se la Nigeria non avesse posto fine alla violenza contro i cristiani. A fine novembre Trump ha ufficialmente designato la Nigeria come “paese di particolare preoccupazione”, collegando l’insicurezza interna alla persecuzione religiosa e presentando l’intervento militare come una necessità morale.

Il giorno di Natale 2025 le forze statunitensi hanno colpito obiettivi nello Stato nord-occidentale di Sokoto, che Washington ha descritto come legato a gruppi affiliati all’ISIS. Almeno sedici missili da crociera Tomahawk sarebbero stati lanciati da piattaforme navali statunitensi. Il governo federale della Nigeria ha dichiarato che l’operazione è stata condotta con sua accondiscendenza e suo coordinamento. Trump, tuttavia, ha pubblicamente presentato gli attacchi come un’ azione unilaterale di difesa dei cristiani perseguitati.

All’inizio di febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno ufficialmente confermato il dispiegamento di un piccolo contingente militare in Nigeria. Funzionari del Comando degli Stati Uniti in Africa hanno dichiarato che l’iniziativa è stata intrapresa dopo colloqui di alto livello con il governo nigeriano, e mira a rafforzare la cooperazione antiterrorismo di fronte alla persistente violenza e insicurezza jihadista. Questa forza di effettivi è descritta come limitata e focalizzata su intelligence, sorveglianza e supporto, piuttosto che su combattimenti su larga scala, ma segna il primo riconoscimento formale di truppe statunitensi sul suolo della Nigeria dai tempi degli attacchi aerei di Natale. Il dispiegamento segnala uno spostamento dalla pressione militare a distanza a una presenza diretta, sollevando nuove preoccupazioni sulla sovranità, la stabilità regionale e la possibile espansione dell’intervento imperialista in Africa occidentale.

COMPRENDERE L’AZIONE MILITARE STATUNITENSE IN NIGERIA

La giustificazione ufficiale degli Stati Uniti si basa su due argomenti. Il primo è la necessità di fermare la violenza estremista. Il secondo è la presunta difesa dei cristiani che rischiano lo sterminio sistematico. Trump ha ripetutamente affermato che i militanti islamici stavano compiendo un genocidio e che la forza militare era l’unica risposta adeguata.

La realtà sul campo è molto più complessa. La Nigeria soffre di molteplici conflitti sovrapposti determinati da fattori sociali, economici e politici. Questi includono un’insurrezione di lunga durata che coinvolge Boko Haram, il gruppo rivale Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) nel nord-est, l’ascesa di altri gruppi armati localizzati come Lakurawa, che operano in alcune parti del nord-ovest, banditismo diffuso e rapimenti radicati nella povertà e nel collasso dello Stato, conflitti tra agricoltori e pastori nelle regioni centrali dovuti alla pressione sulla terra, allo stress climatico e all’emarginazione etnica.

La violenza in Nigeria non segue un semplice binario religioso. Gruppi armati attaccano sia musulmani che cristiani. Tra le cause dell’insicurezza ci sono la disoccupazione, la disuguaglianza, il degrado ambientale, le istituzioni deboli e la corruzione radicata delle élite.

Gli obiettivi degli attacchi statunitensi erano apparentemente accampamenti associati a Lakurawa, un gruppo emerso nella zona e operante negli Stati di Sokoto e Kebbi. La natura di questo gruppo rimane controversa. Alcuni analisti si chiedono se Lakurawa sia effettivamente un’affiliata dell’ISIS o se funzioni principalmente come una rete armata locale emersa dal collasso economico e politico. Le autorità nigeriane hanno sottolineato che l’operazione non aveva motivazioni religiose e hanno inquadrato la cooperazione con gli Stati Uniti in una strategia più ampia per combattere la violenza.

IMPERIALISMO, NARRAZIONI RELIGIOSE E TEATRO POLITICO

Da una prospettiva socialista rivoluzionaria, l’invocazione della persecuzione religiosa svolge diverse funzioni politiche. Mobilita il sostegno interno negli Stati Uniti, soprattutto tra i settori evangelici e conservatori, inquadra l’intervento militare come un salvataggio morale e non come una proiezione di potere. Infine, distoglie l’attenzione dalle cause strutturali dell’insicurezza radicate nel capitalismo e nel fallimento dello Stato.

Le potenze imperialiste hanno sempre avvolto i loro interventi nel linguaggio della protezione e del dovere umanitario. Che si tratti di difendere le minoranze, diffondere la democrazia o combattere il terrorismo, queste narrazioni nascondono obiettivi strategici. Il controllo delle regioni, dei mercati, delle risorse e degli Stati clienti rimane la logica di fondo.

La retorica di Trump si inserisce perfettamente in questa tradizione. Il linguaggio morale viene utilizzato per legittimare la violenza oscurando gli interessi di classe che essa serve. Il risultato è un teatro politico che sacrifica vite nigeriane per rafforzare la credibilità imperiale.

LE RADICI DI CLASSE DELLA VIOLENZA E I LIMITI DELLA SUPREMAZIA AEREA

L’insicurezza in Nigeria non può essere risolta con la tecnologia militare. La disoccupazione cronica, la marginalizzazione rurale, il crollo dei servizi pubblici e l’assenza di responsabilità democratica creano condizioni in cui i gruppi armati prosperano. Quando lo Stato si ritira, milizie e reti criminali colmano il vuoto, a volte fornendo ordine, entrate economiche o protezione.

I bombardamenti aerei non risolvono queste contraddizioni. Le armi di precisione possono uccidere i combattenti, ma non possono costruire scuole, redistribuire terre o creare lavoro decente. Nel migliore dei casi, gli attentati sostituiscono la violenza. Nel peggiore dei casi, frammenta i gruppi armati e alimenta cicli di rappresaglie.

I benefici tattici a breve termine spesso comportano costi strategici a lungo termine. L’inquadramento religioso dell’intervento rischia di diventare uno strumento di reclutamento per le organizzazioni militanti. Gli attacchi stranieri aggravano il risentimento, rafforzano la resistenza e minano la legittimità locale.

RIVALITÀ IMPERIALISTE E SOVRANITÀ NIGERIANA

L’intervento americano deve essere considerato anche nel contesto della crescente rivalità interimperialistica in Africa. La crescente presenza economica della Cina e gli accordi di sicurezza con la Russia hanno spinto Washington a riaffermare la propria influenza militare. La Nigeria, essendo il paese più popoloso dell’Africa, occupa una posizione strategica nell’Africa occidentale e nel Sahel.

Nella loro risposta, i governanti nigeriani hanno sottolineato la sovranità e il rispetto reciproco. Tuttavia, la dipendenza dalle potenze imperialiste in materia di sicurezza riflette una debolezza strutturale più profonda. Gli Stati schiacciati dal debito, dall’austerità e dalla condotta predatoria delle élite lottano per perseguire percorsi indipendenti verso la stabilità. La cooperazione militare spesso rafforza la dipendenza piuttosto che l’autonomia.

CRITICA DEL CAMPISMO

I socialisti rivoluzionari rifiutano la logica che divide gli interventi imperiali in campi buoni e cattivi. Che sia giustificata da linguaggio umanitario o da richieste antiterrorismo, la violenza imperialista serve sistematicamente le classi dominanti e non i lavoratori.

In Nigeria le masse sopportano fame, disoccupazione e il crollo delle infrastrutture. Non ottengono nulla dai calcoli strategici americani. La vera sicurezza richiede il controllo democratico delle forze di sicurezza, investimenti massicci nei servizi pubblici, riforme agrarie e una distribuzione equa delle risorse, nonché una cooperazione regionale indipendente dal dominio imperiale.

Questi obiettivi non possono essere raggiunti tramite un intervento militare straniero. Al contrario, l’intervento rafforza le élite locali allineate con gli interessi imperiali e reprime le alternative popolari.

LEZIONI DELLA STORIA

La storia rivoluzionaria offre chiari avvertimenti. Trotsky sosteneva che la liberazione non può essere fornita dalle potenze imperialiste. Le esperienze di Algeria, Vietnam, Iraq e Libia mostrano che l’intervento straniero sostituisce una forma di dominio con un’altra e lascia la società frammentata e instabile.

La Nigeria affronta un pericolo simile. La dipendenza dalla potenza di fuoco statunitense senza trasformazione sociale rischia di riprodurre cicli di violenza. Rapporti di intelligence scarsi e obiettivi poco chiari sollevano serie preoccupazioni riguardo a danni ai civili e forze mal indirizzate. Questi risultati erodono ulteriormente la fiducia e la legittimità.

IL PERCORSO DELLA CLASSE LAVORATRICE VERSO LA SICUREZZA

La sicurezza durevole nasce dal potere collettivo, non dai missili. Una strategia della classe lavoratrice deve concentrarsi sulla mobilitazione democratica e sulla trasformazione sociale. Ciò include la creazione di movimenti sindacali indipendenti che trascendano i confini etnici e religiosi, lo sviluppo di una difesa fondata sulla comunità e responsabile verso il popolo, una lotta per la terra e una rivoluzione delle risorse che elimini le radici economiche della violenza, una lotta per l’espansione dell’accesso all’istruzione, alla salute e all’occupazione, e un collegamento delle lotte delle masse nigeriane alla resistenza globale della classe lavoratrice contro l’imperialismo e alla lotta per il socialismo.

Questo approccio rifiuta sia la repressione autoritaria sia il militarismo straniero. Riconosce che il capitalismo produce insicurezza e che solo le masse organizzate possono smantellarla.

LOTTA E RESISTENZA

Gli attacchi in Nigeria rappresentano una pericolosa escalation dell’intervento imperialista nell’Africa occidentale. Nuove azioni militari probabilmente aggraveranno le fratture sociali e rafforzeranno i discorsi estremisti.

Allo stesso tempo, la resistenza crescerà. Questa resistenza sarà quella dei lavoratori nigeriani che sfidano sia le élite interne sia la dominazione straniera, alleanze su scala regionale di lavoratori in lotta contro la militarizzazione e movimenti internazionali contro la guerra che combattono lo sfruttamento capitalistico.

La solidarietà della classe lavoratrice deve attraversare i confini. I lavoratori nigeriani condividono interessi comuni con quelli di tutta l’Africa e del mondo. Il loro futuro non è nelle potenze imperiali, ma nella lotta collettiva.

Gli attacchi aerei di Trump in Nigeria mettono in luce la bancarotta delle soluzioni imperialiste rispetto alla crisi sociale. Riflettono un calcolo politico e non una preoccupazione umanitaria. Intensificano le criticità che pretendono di risolvere.

La sicurezza e la liberazione non possono essere garantite dagli eserciti stranieri. Devono essere costruiti attraverso un’organizzazione democratica dal basso. Solo un programma della classe lavoratrice basato sul socialismo, sull’uguaglianza e l’internazionalismo offre una via verso la pace, l’autonomia e la dignità per la Nigeria e il continente africano.

Ezra Otieno

Giù le mani dal Rojava! Autodeterminazione per il popolo curdo!

 


Volantino distribuito nelle manifestazioni per il Rojava

Negli ultimi giorni, l'esercito siriano ha ripetutamente attaccato quartieri e città in Siria dove vivono curdi o che sono sotto autogestione curda.
L'esercito siriano è stato supportato nei suoi attacchi dalla Turchia, le cui milizie “proxy” sono coinvolte in modo significativo. È chiaro che la Turchia ha un interesse significativo a strappare l'autogoverno democratico ai curdi, nel nord e nell'est della Siria (Rojava), ed è sempre stata determinata a impedire qualsiasi forma di autogoverno curdo.

Il 18 gennaio, il presidente del governo di transizione siriano, Ahmed al-Scharaa, ha proposto quindi un cessate il fuoco che di fatto priva di potere le SDF (Forze Democratiche Siriane) guidate dai curdi in Siria. In base a questo accordo, le SDF devono essere pienamente integrate nell'esercito siriano. Solo un'unità di polizia locale nelle aree curde, integrata nell'apparato di polizia siriano, potrà continuare ad esistere. In definitiva, tutti gli accordi mirano a disarmare le SDF e anche le unità curde di autodifesa YPG e YPJ.

Inoltre, aree di autogoverno curdo, in particolare Raqqa e Deir ez-Zor, saranno poste sotto il dominio dello stato siriano e l'autonomia curda cesserà. Il controllo sulle prigioni che ospitano sostenitori dell'ISIS e i loro familiari, così come l'accesso a infrastrutture e risorse importanti, sarà trasferito. Sebbene la regione sia stata gravemente danneggiata dalla guerra contro l'ISIS, possiede ancora risorse considerevoli come giacimenti petroliferi e di gas e terreni agricoli particolarmente fertili

Per placare i curdi, al-Scharaa ha riconosciuto ufficialmente il curdo come lingua in un decreto emesso il 16 gennaio. Secondo questo decreto, il curdo può ora essere insegnato come materia secondaria nelle scuole delle aree dove la maggioranza della popolazione è curda. Newroz è stata anche dichiarata festa nazionale, queste sono briciole che non potrebbero essere più piccole.

L'escalation della situazione e gli attacchi all'autogestione democratica della Siria settentrionale e orientale hanno diverse ragioni tattiche. Secondo alcuni resoconti dei media, al-Sharaa sta attualmente negoziando un accordo a Parigi che consentirebbe e legittimerebbe l'occupazione del sud della Siria da parte dell'esercito israeliano. L'attacco alla regione autonoma fungerebbe anche da perfida distrazione per nascondere questo tradimento.
Ma alla fine, questo è solo un aspetto secondario. Gli sforzi di al-Sharaa derivano dallo stesso nazionalismo siriano, che sostiene anche il governo islamista e rifiuta il diritto all'autodeterminazione delle nazioni oppresse. Nel migliore dei casi, il nuovo regime si sente costretto a fare concessioni tattiche e solo temporanee ai curdi.

In secondo luogo, l’escalation è anche strettamente legata al cambiamento nei rapporti di potere imperialisti. Gli Stati Uniti, che un tempo sostenevano militarmente le SDF guidate dai curdi nella lotta contro l'ISIS, stanno voltando loro le spalle. Poiché l'ISIS è stato sconfitto, almeno militarmente, e l'autogoverno curdo non interessa più agli Stati Uniti – al contrario, anzi – il loro atteggiamento è cambiato di conseguenza. I risultati democratici del Rojava non hanno alcuna importanza per gli Stati Uniti, né uno stato decentralizzato che non sia nel loro interesse strategico. Al contrario, gli USA vogliono un governo vassallo filo-occidentale in Siria attraverso il quale possano controllare indirettamente il paese. Non sono solo gli Stati Uniti; anche la comunità internazionale sta diventando sempre più solidale verso il governo siriano. Con questo sostegno, è più facile attaccare i presunti oppositori di uno stato siriano "stabile". L'obiettivo è aprire la Siria al capitale straniero.

Ciò significa anche che al-Sharaa vuole rappresentare uno stato centralizzato in cui il potere è concentrato nelle sue mani. La crisi sociale ed economica in corso e le contraddizioni interne tra le diverse fazioni del governo su cui si basa al-Sharaa rendono praticamente necessaria la necessità di un regime bonapartista che, inoltre, dipende per il bene o per il male dagli Stati Uniti, da altri imperialismi occidentali e da potenze regionali come Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Qualsiasi forma di autogoverno o struttura federalista, come richiesto dalle SDF e dal PYD, si oppone a questo. L'argomento secondo cui tali strutture metterebbero in discussione il nuovo stato emergente e scoraggerebbero gli investitori stranieri viene ripetutamente utilizzato dal regime come giustificazione per sopprimere i risultati.

Ci opponiamo fermamente agli attacchi dell'esercito siriano contro la popolazione e le regioni curde che sono state principalmente sotto autogestione curda da quasi un decennio. Come ogni popolo oppresso, hanno diritto all'autodeterminazione nazionale. È inaccettabile che le strutture relativamente "progressiste" (non pienamente socialiste) e il diritto all'autodifesa vengano minati in questo modo! Questi attacchi non sono solo terribili, ma sono anche di fatto un tradimento: nel marzo 2025, l'accordo tra le SDF e al-Sharaa prometteva di costruire uno stato "democratico, pluralista, decentralizzato". Anche questo fu una sconfitta per il popolo curdo, poiché già prevedeva l'integrazione delle istituzioni o delle strutture amministrative civili curde, e quindi i risultati raggiunti dalle SDF nel corso degli anni, nel governo di transizione.

Nessuna potenza imperialista può essere affidabile per difendere i diritti delle nazioni oppresse – né in Kurdistan né in Ucraina, figuriamoci in Palestina. Solo la classe lavoratrice autorganizzata può sostenere i propri diritti fino alla fine. È nell'interesse di tutti i lavoratori siriani alzarsi ora per i diritti uguali per tutti e, soprattutto, difendere i diritti e i risultati democratici della popolazione curda.

I lavoratori siriani hanno già dimostrato coraggio e tenacia nell'istituire sindacati indipendenti e comitati dei lavoratori, oltre che nel resistere ai tagli di posti di lavoro e alla chiusura delle fabbriche. Ora devono mostrare la stessa fermezza nella lotta per i diritti democratici.
Solo difendendo chiaramente i diritti di tutte le persone oppresse, come le minoranze nazionali e religiose e le donne, potranno costruire una vera alternativa al nazionalismo, all'islamismo e all'imperialismo.

Solo un governo operaio basato su consigli e proprie milizie armate, che includerebbero molti combattenti del movimento curdo, ma anche le restanti forze democratiche in Siria, può offrire una soluzione.

• Giù dal le mani dal Rojava!
• Solidarietà con il popolo curdo e vittoria ai combattenti!
• Sostegno concreto, compreso armamento, al SDF
• Per il diritto all'autodeterminazione nazionale, incluso il diritto all'armamento della popolazione!
• Ritiro immediato dell’esercito siriano dalle aree curde!
• Ritiro di tutte le truppe straniere dalla Siria!
• Per un Kurdistan unito e socialista in una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

No all’accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Dichiarazione congiunta tra Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP), Comitato provvisorio di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) e PCL

Il nostro partito ha preso una chiara posizione di difesa della Ucraina contro l’aggressione dell’imperialismo putiniano. Allo stesso tempo abbiamo ribadito la nostra totale contrapposizione agli imperialismi occidentali, incluso quello italiano, dichiarando che se l'attuale guerra di aggressione russa in Ucraina si fosse trasformata in una vera guerra tra Russia e NATO (o una parte di essa) noi avremmo modificato la nostra posizione, passando a un disfattismo bilaterale contro entrambi gli imperialismi in lotta. Per questo abbiamo in particolare condannato a fine giugno (si veda il nostro sito in data 29/06/2022) l’allargamento della NATO a Svezia e Finlandia, definendolo giustamente “criminale”. A luglio abbiamo realizzato, proprio a partire dal nostro testo, una dichiarazione comune con i compagni del Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP), un'organizzazione trotskista con gruppi in Austria, Francia, Spagna, Turchia. Con questo raggruppamento avevamo già firmato una dichiarazione comune riferita all’aggressione russa all’Ucraina, pubblicata sul nostro sito il 18 luglio scorso. Proprio la vicinanza temporale dei due testi (scontati i tempi di discussione, emendamento e traduzione in varie lingue) avrebbe dato il senso della posizione generale comune con i compagni del CoReP. Purtroppo, prima una incomprensione sull’accettazione o meno di due emendamenti finali al testo, poi gli impegni estivi legati alla presentazione elettorale (anche se limitata in Liguria in forma piena, ma anche in altre regioni senza presentazione effettive), ci ha portato a un ritardo nella pubblicazione in italiano, di cui chiediamo scusa ai nostri lettori e alle nostre lettrici e ai compagni del CoReP. In ogni modo, le posizioni qui espresse restano del tutto valide ad oggi, così come il riferimento alla situazione curda, che ha alcune somiglianze con quella ucraina, in particolare sulla questione dell’armamento del popolo oppresso da parte dell’imperialismo USA, e che inoltre è un punto gravissimo dell’accordo sull’adesione alla NATO di Svezia e Finlandia, perché prevede, su richiesta turca, la fine di ogni aiuto ai rifugiati curdi.



Nel 2014 i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali sedicenti pacifisti o i semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.
Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente, insieme alle truppe USA.

Nel 2015, per conservare la Turchia nella NATO, Trump ha autorizzato l’invasione militare decisa da Erdogan nel Nord della Siria, destinata a cacciare il PKK-YPG. Erdogan aveva dal 2012 al 2015 finanziato e ospitato le bande islamiste della Siria (in particolare Al-Nusra legata a Al-Qaeda).

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. In maggio, il governo riformista di Svezia (SAV, partito socialdemocratico) e il governo di fronte popolare di Finlandia (SDP-Kesk-Vihr-Vas-SFP) hanno deciso di aderire alla NATO. Lo Stato turco ha messo delle condizioni. Il 29 giugno il summit di Madrid della NATO ha accettato la loro richiesta. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte. Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli Stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, Fatah al-Cham (ex Al-Nusra) o ISIS-Daesh, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia russa di distruggerla.

Ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali Stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo Zelensky e una organizzazione piccolo-borghese radicale come il PKK. Ma non sosteniamo le misure sociali prese dal PKK-PDY-YPG nazionalista, il suo culto del capo (Abdullah Ocalan), le sue misure antiarabe nel mini stato del Rojava e i suoi compromessi con l’imperialismo americano.

Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla Turchia dominata dal borghese Kemal contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.

• No all’accordo criminale di allargamento della NATO
• No alle armi al regime reazionario di Erdogan
• Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia
• Terrorista non è il PKK, ma la NATO e l’OTSC (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)
• Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari
• Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi
• Per il diritto incondizionato del popolo curdo alla sua autodeterminazione
• Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Collettivo Rivoluzione Permanente (Austria, Francia, Spagna, Turchia)

Comitato provvisorio internazionale di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI)

Partito Comunista dei Lavoratori (Italia)

No all'accordo criminale di allargamento della NATO!

 


Pochi anni fa i combattenti curdi erano esaltati in Occidente come gli eroi della guerra contro l’organizzazione terroristica islamica ISIS. Largamente armati dalla NATO e in primo luogo dall’imperialismo USA (senza che, giustamente, gli attuali pacifinti e pacitonti semiputitiani ci trovassero niente a che ridire), erano la forza di prima fila di quella guerra.

Pochi obiettarono persino alla scelta – questa secondo noi gravemente errata – del YPG/YPJ di combattere successivamente non solo con l’appoggio, ma materialmente insieme alle truppe USA.
E quando Trump, nell’ambito della sua politica di conciliazione con Putin, come ricompensa per l’appoggio avuto per la vittoria elettorale del 2016, ha ritirato le truppe americane dal Rojava, gli alti comandi militari del Pentagono hanno gridato al tradimento.

Oggi tutto questo è dimenticato in nome del confronto con l’imperialismo russo. Erdogan avrà tutte le armi che vuole, Svezia e Finlandia rinunceranno a ogni residuo di difesa dei rifugiati politici (già si stanno preparando le liste di espulsione).

La nostra condanna di questo criminale accordo non potrebbe essere più forte.
Lo sviluppo e il rafforzamento della NATO rientrano nel nuovo devastante quadro mondiale di scontro, e domani forse guerra aperta, tra le vecchie potenze imperialiste capeggiate dagli USA e il nuovo blocco imperialista Cina-Russia nato dal crollo o trasformazione capitalistica dei vecchi regimi stalinisti.

Di fronte a questa situazione, in cui lo scontro reale è quello tra le borghesie capitalistiche dei due fronti, noi, da leninisti conseguenti, ci dichiariamo per il disfattismo bilaterale e la trasformazione dello scontro imperialistico in guerra civile e rivoluzione socialista. Però, sempre da leninisti, noi sappiamo distinguere tra le potenze imperialiste e gli stati e le nazioni che non lo sono. Per questo siamo incondizionatamente dalla parte del popolo curdo contro tutti i suoi nemici, si chiamino Erdogan, Assad, al-Nusra o ISIS, e siamo perché esso si armi per la sua difesa in qualunque modo e da qualunque fonte possibile, così come continuiamo a sostenere l’Ucraina nella sua lotta per difendere l’indipendenza nazionale dal tentativo dell’oligarchia putiniana di distruggerla.
Tutto ciò senza alcun sostegno politico alle direzioni di tali stati o nazioni, e sempre nella prospettiva della rivoluzione socialista.

Naturalmente riconosciamo la differenza tra il governo borghese di Zelensky e il PKK, organizzazione nazionalista rivoluzionaria piccolo-borghese radicale, soprattutto oggi che ha abbandonato il vecchio stalinismo per aderire alle teorie libertarie confederaliste democratiche dell’americano Murray Bookchin (già quadro sindacale del partito trotskista nordamericano in gioventù). Ma ciò non toglie che la difesa di una nazione aggredita o oppressa sia un dovere in ogni caso, anche quello dell’Ucraina, come fece la Russia rivoluzionaria nel 1920 rispetto alla disastrata Turchia del borghese Kemal Ataturk contro la Grecia appoggiata dall’imperialismo inglese.


No all'accordo criminale di allargamento della NATO

No alle armi al regime reazionario di Erdogan

Giù le mani dai rifugiati curdi in Svezia e Finlandia

Terrorista non è il PKK ma la NATO e l'OCTS (alleanza militare tra Russia e paesi satelliti)

Per lo scioglimento incondizionato dei due blocchi militari

Ritiro delle truppe turche e siriane dai territori curdi

Per un Kurdistan indipendente, unito e socialista, nell'ambito di una federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

Nella politica internazionale contano o no i criteri di classe?

In questi giorni segnati dall'atto terroristico USA a Bagdad, la priorità è la più ampia mobilitazione contro l'imperialismo, per il ritiro delle nostre truppe da tutte le missioni militari, per la rottura dell'Italia con la NATO. Questo è l'impegno del nostro partito, questa è e sarà la campagna del coordinamento delle sinistre di opposizione uscito dall'assemblea nazionale del 7 dicembre, una campagna unitaria che mira a coinvolgere tutte le organizzazioni che condividono questi obiettivi, indipendentemente da ogni divergenza d'analisi e di prospettiva.

Tuttavia una campagna unitaria non rimuove la necessità del libero confronto delle posizioni. Lo dimostrano le posizioni espresse rispettivamente dal segretario del Partito della Rifondazione Comunista, Maurizio Acerbo, e dal capo del Partito Comunista, Marco Rizzo. Posizioni sicuramente diverse, e tuttavia accomunate dalla rimozione di un criterio di classe elementare nella politica internazionale.


MAURIZIO ACERBO E L'APPELLO ALL'UNIONE (CAPITALISTICA) EUROPEA

«Il nostro governo e l’Unione Europea devono attivarsi in un ruolo di pace, frenando le spinte belliciste della Casa Bianca ed agendo con gli altri attori internazionali per l’avvio di un dialogo con l’Iran, a partire dalla rimessa in discussione delle sanzioni comminate unilateralmente dagli USA.» (Maurizio Acerbo)

Difficile riassumere tanto bene in poche righe una concezione così subalterna dell'ordine mondiale.
Ci si appella all'attuale governo italiano e alla Unione Europea per "un ruolo di pace".

Ma il governo italiano non è lo stesso governo padronale che ha giurato fedeltà alla NATO, che finanzia le missioni di guerra più di ogni altro paese della UE, che ovunque procura commesse militari per l'industria tricolore delle armi (Leonardo) presso i regimi più reazionari e impresentabili (dall'Arabia Saudita all'Egitto di al-Sisi)? Chiedere al governo dell'imperialismo italiano di «attivarsi in un ruolo di pace» è una grottesca contraddizione in termini, priva di ogni senso politico e logico.

Si chiede un ruolo di pace all'Unione Europea. Ma l'Unione Europea non è forse l'unione capitalistica dei diversi imperialismi nazionali, al tempo stesso subalterni militarmente agli USA e portatori di propri interessi predatori? Tutti i paesi della UE aumentano i propri bilanci militari, si contendono gli uni contro gli altri le sfere d'influenza, sostengono gli uni contro gli altri le peggiori bande armate e mercenarie (come Francia e Italia in Libia), finanziano e coprono il regime turco di Erdogan e la sua politica guerrafondaia contro i curdi (salvo trovarselo come concorrente scomodo in Libia). Si può chiedere a questi imperialismi di «attivarsi in un ruolo di pace»?

Intendiamoci: è indubbio che né l'Italia né l'Unione Europea (a differenza della Gran Bretagna) hanno condiviso l'iniziativa di Trump contro l'Iran, né tanto meno vorrebbero essere coinvolti in una spirale di guerra in Medio Oriente. Di più: prima che lo chiedesse loro il compagno Acerbo, già si “attivavano” per “frenare le spinte belliciste della Casa Bianca”. Cos'era, del resto, la rimostranza europea verso gli USA al momento della rottura degli accordi nucleari e delle sanzioni economiche contro il regime iraniano?
Il punto è che Italia e UE vogliono "dialogare con l'Iran" (cioè col regime teocratico e oppressivo che da quarant'anni lo domina) non nel nome della pace, ma dei propri interessi imperialisti. Non vogliono perdere il ricco mercato import-export con Teheran, né i propri (enormi) investimenti di capitale finanziario che il regime iraniano ha sempre tutelato, né l'impennata dei prezzi del petrolio che una guerra con l'Iran trascinerebbe con sé (che colpirebbe la UE, non gli USA, ormai largamente autosufficienti dal punto di vista energetico), né più in generale la messa a soqquadro dei propri affari con tutti i governi più o meno banditeschi del Medio Oriente, spesso giocando sulle loro rivalità e i loro appetiti. La “pace” che gli imperialisti vogliono è sempre la pace dei propri interessi, non quella dei lavoratori e dei popoli. Chi rimuove questa verità o semplicemente la copre chiedendo al proprio imperialismo una politica di pace, non sviluppa la coscienza di massa e confonde la stessa avanguardia.


MARCO RIZZO E L'“EROE SOLEIMANI”

Su un altro fronte, sicuramente diverso ma non meno grottesco, si muove Marco Rizzo.
Dopo aver giustamente denunciato l'attacco terroristico dell'imperialismo USA a Bagdad, il segretario del PC ha sentito il bisogno di celebrare «...il generale Soleimani, eroe della difesa della Siria, il numero 2 dell'Iran... l'uomo che più ha vinto l'ISIS».

Ora, è del tutto evidente per i comunisti che in caso di guerra tra USA e Iran sia doveroso difendere per principio e incondizionatamente l'Iran, indipendentemente dal regime che lo governa. È la posizione che abbiamo assunto in tutti i casi di guerra tra un paese imperialista e un paese dipendente, come vuole la tradizione del marxismo rivoluzionario. Ma detto questo, si può rimuovere la natura del regime del paese che (giustamente) si difende dall'imperialismo? Il regime iraniano è un regime teocratico oppressivo che ha condannato a morte in quarant'anni diverse migliaia di attivisti operai e sindacali, perseguita da sempre con particolare accanimento i comunisti, esercita la tortura e la pena di morte contro gli oppositori, nega alle donne le libertà più elementari, calpesta i diritti dei curdi.
Il generale Soleimani è stato la punta di diamante dell'apparato militare di questo regime. Lo è stato sul piano interno, alla guida dei famigerati pasdaran. Lo è stato all'estero, come in Iraq, dove ha guidato la repressione contro la rivolta popolare facendo diverse centinaia di morti; o come in Siria, dove non ha concorso solo (indubbiamente) a sconfiggere l'ISIS – contro il quale peraltro combatterono e vinsero in primo luogo i curdi, non Soleimani – ma anche a reprimere la prima rivolta di massa contro Assad, una repressione che spianò la strada alla reazione dei tagliagola panislamisti prima di Al Qaida e poi dell'ISIS. I crimini che l'imperialismo USA imputa a Soleimani sono una menzogna spudorata. Quelli che gli imputano le sue vittime, dall'altra parte della barricata, sono invece una tragica realtà.
Questa realtà non ci impedisce affatto di difendere l'Iran, incondizionatamente, dall'aggressione imperialista. Come non ci impedì di difendere incondizionatamente l'Argentina del generale Galtieri contro l'aggressione imperialista della Gran Bretagna nel 1982, o la Serbia di Milosevic contro la guerra “umanitaria” del governo D'Alema (che Rizzo sostenne) nel 1999, o l'Iraq di Saddam Hussein contro l'aggressione dell'imperialismo USA nel 1991 e nel 2003. Certo però ci impedisce di chiamare Solemaini “eroe”. Questo è il linguaggio del regime di Teheran, non può essere il linguaggio dei comunisti.

Partito Comunista dei Lavoratori

No al terrorismo imperialista USA!

L'attacco militare ordinato da Trump in Iraq contro l'élite dirigente delle forze militari iraniane è un atto squisitamente terroristico. Esprime l'arroganza della principale potenza imperialista del pianeta, che rivendica il diritto di fare ogni cosa nel mondo che risponda ai superiori interessi americani, fuori persino da qualsiasi concertazione preventiva con le potenze imperialiste alleate o avversarie. "America first" di Donald Trump significa questo: il ritorno in grande stile della politica di potenza degli USA.

L'azione terroristica degli USA si colloca in un contesto preciso della vicenda mediorientale. Da dieci anni la nazione araba e il Medio Oriente vivono un riassetto generale di equilibri e relazioni. L'imperialismo USA ha subìto, più che dirigere, i processi politici della regione. La disfatta politica delle avventure imperialiste in Iraq e in Afghanistan, unita alla grande crisi capitalistica e alla nuova polarizzazione del confronto mondiale tra USA e Cina, ha impedito agli USA di disporre di proprie significative forze militari nella lunga guerra di Siria contro l'ISIS. Di ciò si è avvantaggiata la Russia di Putin, che punta a ricostruire in Medio Oriente l'area di influenza della vecchia URSS, ma anche due potenze regionali chiave della regione, la Turchia di Erdogan e l'Iran di Khamenei. Erdogan si allarga in Siria, massacrando i curdi col lasciapassare americano (e russo), ma anche in Libia, offrendosi come scudo militare di al-Sarraj. Il regime teocratico di Teheran punta a consolidare l'asse sciita nella regione e a incassare sul piano politico il ruolo militare giocato in Siria e in Iraq.
L'amministrazione americana punta ora a riequilibrare i rapporti di forza nella regione. Lo fa ricomponendo l'asse di ferro coi propri alleati di sempre, lo Stato sionista e l'Arabia Saudita, entrambi nemici mortali dell'Iran. La disdetta dell'accordo nucleare con l'Iran, la ripresa delle sanzioni contro Teheran, puntano al cuore della potenza economica e militare iraniana, a vantaggio dei sauditi e di Israele. L'atto terroristico compiuto è in linea con questa impostazione.

L'Iraq è più che mai teatro diretto della contesa tra USA e Iran. Paradossalmente fu la maldestra aggressione imperialista all'Iraq, con il rovesciamento di Saddam Hussein, senza disporre di una soluzione politica di ricambio ed umiliando la minoranza sunnita, a spingere l'Iraq nelle mani della potenza iraniana e di un governo controllato dall'Iran. Ora l'imperialismo USA punta a scalzare l'Iran dall'Iraq. Lo fa nel momento di massimo indebolimento politico della presenza iraniana in Iraq, oggetto di una grande rivolta popolare di massa contro il governo iracheno filoiraniano che ha costretto alle dimissioni il governo Mahdi lasciando 400 morti nelle piazze. Lo fa nel momento di crisi politica dell'influenza iraniana in Libano, dove una grande rivolta di massa ha messo in discussione i vecchi equilibri confessionali. Lo fa nel momento in cui il regime oppressivo iraniano si vede contestato nello stesso Iran dalla più ampia mobilitazione popolare dal 2009.

“Rivolte orchestrate dagli USA e da Israele”, come recitano le veline iraniane, e purtroppo a rimorchio tanti campisti di casa nostra? Nulla di più falso. Sono rivolte popolari di massa innescate dalla miseria, dalla disperazione, dalla volontà di ribellione della giovane generazione contro regimi oppressivi. Gli USA non hanno speso una parola per i 400 giovani e lavoratori assassinati in Iraq dal regime filoiraniano. Ed oggi paradossalmente proprio la drammatizzazione militare dello scontro con l'Iran da parte degli USA potrebbe semmai indebolire la dinamica di massa, consentendo al regime iraniano e ai suoi alleati di capitalizzare il sacrosanto sdegno antiamericano e di recuperare in parte il consenso perduto. Ancora una volta l'imperialismo USA si conferma da ogni punto di vista il principale nemico di ogni rivoluzione progressiva, come fu peraltro a fronte delle rivoluzioni arabe in Egitto, Libia, Siria, quando l'imperialismo, a partire dagli USA, usò tutte le leve politiche e militari di cui disponeva per spezzare le potenzialità delle sollevazioni di massa e dirottarle verso la disfatta e la controrivoluzione.

Il regime iraniano è un regime reazionario e sanguinario che opprime la classe lavoratrice, le nega le libertà sindacali, reprime e tortura chi si ribella. Ma solo i lavoratori e le lavoratrici di Iran possono chiamare il regime sul banco degli imputati costruendo una propria alternativa. Non certo il terrorismo degli USA, il principale gendarme imperialista del mondo.


No al terrorismo imperialista degli USA!
Via le truppe USA dall'Iraq!
Via l'imperialismo e il sionismo dalla nazione araba e dal Medio Oriente!

Pieno sostegno alle rivolte popolari in Iraq e in Iran contro regimi sanguinari oppressivi!
Pieno diritto d autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dai palestinesi e dai curdi!
Per una federazione socialista del Medio Oriente!
Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dai curdi!

Trump lascia i curdi in pasto ad Erdogan

7 Ottobre 2019
English translation below
Come purtroppo era prevedibile, l'imperialismo USA ha deciso di scaricare i curdi siriani, dopo averli usati come fanteria contro l'ISIS. È il cinismo della politica imperialista.

Le milizie curde delle YPG sono state determinanti nella sconfitta politica e militare delle organizzazioni reazionarie panislamiste. A Kobane e in tante altre città del nord siriano uomini e donne curde, armi alla mano, hanno dato prova di un eroismo autentico. Senza la loro avanzata di terra, palmo a palmo, al prezzo di enormi sofferenze e di un grande sacrificio di vite, i soli bombardamenti aerei non avrebbero potuto piegare ISIS. Anche per questo il movimento operaio internazionale e le ragioni degli oppressi di tutto il mondo hanno un debito di riconoscenza nei confronti dei combattenti curdi.

Ora Donald Trump definisce la loro guerra “una guerra ridicola”, e li abbandona alla furia di Erdogan e dell'esercito turco. L'accordo fra Trump ed Erdogan è un esplicito semaforo verde all'invasione turca del Nord siriano, ciò che significa di fatto non solo l'annessione di parte della Siria, a beneficio dei progetti ottomani del nuovo sultano, ma anche e in primo luogo una guerra di annientamento della resistenza curda. Un massacro annunciato.

Nel rapporto contrastato con gli USA, il governo turco ha messo sul piatto della bilancia la propria posizione strategica: quella di principale avamposto della NATO in Medio Oriente e al tempo stesso interlocutore politico e militare della Russia di Putin. L'imperialismo americano non poteva rischiare di spingere Erdogan verso Mosca, per questo gli lascia via libera nella guerra ai curdi. Una guerra di cui Erdogan ha assoluto bisogno anche per ragioni politiche interne, dopo la sconfitta elettorale di Istanbul e nel pieno della recessione economica turca. Issare la bandiera del nazionalismo turco e conquistare manu militari il nord della Siria sono ossigeno prezioso per il regime, come lo è poter respingere nei territori militarmente annessi i rifugiati di guerra siriani, già oggetto di una crescente campagna xenofoba interna.

Quanto agli imperialismi europei, Italia inclusa, l'unica loro preoccupazione per la scelta di Trump è che una nuova guerra nel Nord siriano possa sospingere ulteriori flussi di immigrati in Europa. La UE ha pagato Erdogan fior di miliardi per fargli fare il guardiano delle rotte balcaniche, per questo tace sull'attacco ai diritti democratici in Turchia e sulla natura reale del regime che lo promuove. La macelleria annunciata contro i curdi è solo una sgradita complicazione, nulla più.

Le organizzazioni curde resisteranno con tutte le proprie forze all'annunciata invasione turca. Ma il divario di potenza è enorme. È necessaria la più vasta azione di solidarietà e di sostegno alla resistenza curda da parte del movimento operaio italiano ed europeo, delle organizzazioni sindacali, delle sinistre politiche, dei movimenti antimperialisti. “Giù le mani dai curdi” può e deve diventare da subito la parola d'ordine di una vasta mobilitazione unitaria sotto le ambasciate e i consolati turchi, e contro ogni silenzio e complicità del proprio imperialismo.

Ma gli avvenimenti del Medio Oriente ci consegnano una lezione di fondo che va al di là dell'emergenza e che interroga la prospettiva. I fatti confermano una volta di più che il popolo curdo, come il popolo palestinese, non ha alleati possibili tra le potenze imperialiste, vecchie e nuove. Nessun imperialismo metterà a rischio i propri interessi strategici per la causa nazionale di un popolo oppresso. E l'interesse strategico di tutti gli imperialismi è sostenere la Turchia e lo Stato sionista, quali migliori tutori dei propri affari in Medio Oriente. Tutte le strategie di accomodamento diplomatico con questa o quella potenza imperialista al fine di guadagnarne i favori si sono rivelate illusioni, sia in campo curdo, sia in campo palestinese. Non hanno favorito i popoli oppressi ma solo i loro avversari. I curdi come i palestinesi possono contare solo sulla propria forza e sul sostegno dei lavoratori di tutto il mondo.

La liberazione e unificazione del Kurdistan, come la liberazione della Palestina, possono compiersi solo per via rivoluzionaria, solo attraverso la saldatura della propria causa nazionale con la prospettiva della rivoluzione socialista nella nazione araba e in Medio Oriente. L'unica che può assicurare il pieno diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi.
La costruzione dell'Internazionale rivoluzionaria è condizione decisiva per sviluppare questa prospettiva.



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Hands off the Kurds!


As was, unfortunately, to be unexpected, US imperialism decided to dump Syrian Kurds, after using them as ground troops against IS. This is the cynicism of imperialist policy.

YPG Kurdish militias were a determining factor of the reactionary Islamic forces' political and military defeat. In Kobanî and in many other Northern Syria cities, Kurdish women and men, arms in hand, have proved true heroism. Without their advance on the ground, inch by inch, at the price of enormous pain and sacrifice of lives, aerial bombing alone could not have defeat IS. It is also for this reason that international working class movement and the oppressed worldwide owe a debt of gratitude to the Kurdish fighters.

Now Donald Trump defines their war "ridiculous war", and abandons them to the fury of Erdogan and Turkish army. The deal between Trump and Erdogan is an outspoken green light for the Turkish invasion of Northern Syria, that means, in effect, not merely the annexation of part of Syria, for the benefit of new sultan's Ottoman projects, but also and above all a war of annihilation of Kurdish resistance. A foretold massacre.

In the contrasted relationship with USA, Turkish government throws his strategic position into the scales: the position of the main NATO outpost in the Middle East, and at the same time a political and military interlocutor of Putin's Russia. US imperialism couldn't risk pushing Erdogan toward Moscow: that's the reason of the go-ahead for the war on Kurds. A war that Erdogan definitely needs also for reasons of domestic politics, after the electoral defeat in Istanbul and in the midst of the Turkish economic recession. Raise the flag of Turkish nationalism and take Northern Syria manu militari is precious oxygen for Erdogan's regime, as it is sending Syrian refugees back to annexed territories – refugees object of an escalated internal xenophobic campaign.

As for European imperialist countries, including Italy, their only concern about Trump's decision is that a new war in Northern Syria can push forward further migration flows in Europe. EU paid Erdogan top dollar to do Balkan routes' guardian, that's why it's silent on the attacks on democratic rights in Turkey, and on the real nature of Erdogan's regime. For EU imperislists the foretold slaughterhouse against Kurds is nothing more than an unpleasant burden.

Kurdish forces will resist with all their strength to the proclaimed Turkish invasion. But there is a huge gap of power. The broader solidarity and support action for the Kurdish resistance by the Italian and European working class movement, unions, left-wing and anti-imperialist forces is needed. "Hands off the Kurds!" can and must become immediatly the slogan of a large, united mass mobilization at the embassies and consulates of Turkey, and against every silence and complicity of our own imperialism.

But in the events of Middle East there's a lesson to be learned, which goes beyond the immediate emergency, and which questions the perspective. The facts once again confirm that the Kurdish people, as the Palestinian people, has no friends between imperialist powers, new and old. No imperialist country will put its own interests at risk for the national cause of an oppressed people. And the strategic interest of all imperialist is to support Turkey and the Zionist State, as the best guardian for their business in the Middle East. All the diplomatic appeasement approaches with one or another imperialist power to gain favor with them have proved to be illusions, both for Kurds and for Palestinians. These approaches were helpful not for the oppressed people, but for their enemies. Kurish people, as Palestinian people, can rely only on their own strength and on the support of the world's working class.

Liberation and unification of Kurdistan, as well as liberation of Palestine, can only be achieved by way of revolution. It can only be achieved through the joining of their national cause with the perspective of the socialist revolution in the Arab nation and in the Middle East: the only perspective that can assure the full right to self-determination for all oppressed people.
The construction of the revolutionary International is a decisive condition to foster this future.
Partito Comunista dei Lavoratori

Cinque giorni di sommossa popolare in Iraq

Mentre in Egitto un settore della giovane generazione rialza la testa contro il regime di al-Sisi, una rivolta popolare scuote l'Iraq, coinvolgendo Baghdad e tutte le principali città irachene, a partire dalle città operaie del sud. La repressione sanguinosa del governo ha fatto più di 100 morti ma non ha ancora piegato la rivolta. Verificheremo nelle prossime settimane la sua dinamica, se continuerà o ripiegherà, ma sicuramente è la più grande sommossa popolare in Iraq degli ultimi decenni.


LA BRUSCA SVOLTA

La rivolta popolare era stata annunciata dalle proteste sociali di Bassora un anno fa, e più in generale dalle mobilitazioni dell'estate 2018. Ma la dinamica degli ultimi cinque giorni ha avuto i caratteri di una esplosione, di una brusca svolta dello scenario iracheno. L'innesco è la protesta contro il carovita in un paese ricchissimo di petrolio ma segnato dalla miseria sociale. La repressione militare ha fatto il resto. La radicalizzazione politica contro il governo per la sua cacciata è divenuto in pochi giorni il tratto centrale della mobilitazione. «I manifestanti si dicono pronti a proseguire il movimento sino alla caduta del regime» dichiara l'inviato di Le Monde a Baghdad (6 ottobre). Giovani disoccupati e lavoratori sono i protagonisti della scena.

La coscienza politica del movimento è molto confusa, come spesso accade in un'esplosione improvvisa. Vi confluiscono elementi spuri e contraddittori, come un diffuso rifiuto dei partiti. Ma l'aspetto più interessante è il prevalere del fattore sociale sulla dinamica delle contrapposizioni religiose e settarie. E' un aspetto di possibile svolta nella situazione irachena.

La divisione confessionale tra sunniti e sciiti ha dominato per lungo tempo lo scenario del paese. Il regime nazionalista bonapartista di Saddam Hussein si appoggiava sulla minoranza sunnita contro la maggioranza sciita (e la minoranza kurda). Il rovesciamento del regime da parte dell'imperialismo con la guerra scatenata dagli USA nel 2003, e la successiva occupazione militare dell'Iraq, colpirono ed emarginarono la componente sunnita privandola di ogni leva di potere e dissolvendo le stesse strutture statali in cui era principalmente radicata, a partire dall'esercito, senza peraltro disporre di una soluzione efficace di ricambio. Nel vuoto di potere creato emerse progressivamente una leadership politica sciita, appoggiata dalla maggioranza della popolazione e fortemente ostile ai sunniti. Lo sviluppo di Al Qaida e poi dell'ISIS (proprio a partire dalla scissione della sezione irachena di Al Qaida) si inserì in questa divisione religiosa coi metodi del terrorismo stragista, nel nome del riscatto sunnita. Il regime sciita a sua volta fece leva proprio sulla contrapposizione al terrorismo “sunnita” per consolidare il proprio controllo sulle masse povere dell'Iraq, in parte appoggiandosi sull'imperialismo, in parte appoggiandosi sul regime sciita iraniano, in un equilibrio inedito e instabile.


LA FINE DELLA PAURA

C'è un passaggio importante nella recente vicenda irachena. Nel 2015-2016 quando la forza armata dell'ISIS si allargò in Siria e in Iraq sino a minacciare Baghdad, il regime iracheno in pieno disfacimento fu costretto a ricorrere alla mobilitazione straordinaria delle milizie civili sciite nel nome della difesa della “nazione irachena”. L'operazione riuscì, Baghdad fu salva, l'ISIS conobbe una progressiva rovina militare e politica, sotto la pressione congiunta dell'intervento imperialista, della resistenza kurda, della controffensiva sciita. Ma il sacrificio di vite speso nella resistenza all'ISIS fu enorme, e si sovrappose agli stenti patiti nei lunghi anni dell'occupazione militare. Quel sacrificio presentò il conto al governo. La “vittoria” celebrata dal governo contro il nemico si trasformò in un boomerang. Liberi dalla paura e dall'emergenza, milioni di giovani iracheni hanno iniziato dal 2015 a porre sul piatto le proprie rivendicazioni sociali e politiche. E proprio la maggioranza sciita è entrata progressivamente in collisione coi partiti che governavano in suo nome. Questa è stata la dinamica degli ultimi anni. L'esplosione di questi giorni ne è lo sbocco. “Né sciiti né sunniti, ma iracheni” è, non a caso, una delle parole d'ordine delle manifestazioni popolari. La popolazione povera sciita ha rotto il recinto confessionale in cui era stata costretta.


PRECIPITA LA CRISI POLITICA

Il riflesso politico di questo fatto è stato immediato.
Il governo di Adel Abdul Mahdi si è retto sinora sul sostegno parlamentare dei partiti e/o coalizioni sciite. La ribellione popolare contro il governo e la strage compiuta contro i manifestanti ha scosso questo sostegno. Muqtada al-Sadr, leader della maggiore coalizione parlamentare irachena ha sospeso il sostegno al governo chiedendo elezioni immediate. La massima autorità religiosa sciita in Iraq, al-Sistani, ha dovuto prendere formalmente le distanze dall'esecutivo chiedendogli di rispondere alle richieste del popolo. Il premier Mahdi, che inizialmente aveva scagliato la truppa contro le manifestazioni, cerca ora di offrire alle masse qualche misura simbolica di tipo “populista” per disinnescare la mobilitazione e salvarsi (il taglio del 5% degli stipendi degli alti funzionari pubblici per aiutare i disoccupati, l'aumento delle pensioni...). Ma non sarà semplice dopo il bagno di sangue.

Intanto il regime iraniano interviene in soccorso del governo iracheno accusando la rivolta di essere la longa manus degli USA e di Israele, che vorrebbero così boicottare le celebrazioni religiose sciite del martirio dell'Imam Hussein nel 680 a Kerbala, previste per il 19 ottobre. È il tentativo di ricondurre lo scontro sul terreno confessionale disinnescando la sua portata sociale, anche se qualche “comunista” campista di casa nostra asseconderà naturalmente la versione poliziesca del regime di Teheran.


IL PARTITO COMUNISTA IRACHENO, UN GRANDE PARTITO ROVINATO DALLO STALINISMO

Proprio il ruolo dei comunisti è l'elemento più problematico per molti aspetti degli avvenimenti in corso. Il Partito Comunista Iracheno (PCI) è infatti parte organica della principale coalizione parlamentare (Sairoom, “In Marcia”) su cui si è retto il governo di Adel Abdul Mahdi, lo stesso governo che ha fatto 100 morti nelle piazze.

Sairoom si è presentata alle elezioni del 2018 come coalizione tra il movimento islamico populista di Muqtada al-Sadr e il PCI, una coalizione “democratica” per riforme sociali e contro la corruzione pubblica. La coalizione si è affermata elettoralmente come forza di maggioranza relativa, raccogliendo sicuramente una diffusa domanda di svolta. Ma al-Sadr ha negoziato il proprio sostegno al governo di Mahdi, legato contraddittoriamente sia all'imperialismo che all'Iran, e il PCI si è allineato. Ora al-Sadr si smarca dal governo che ha sostenuto, e il PCI seguirà. L'elemento costante della storia irachena è la subalternità del PCI alle forze borghesi o piccolo-borghesi nazionaliste, siano esse laiche o confessionali.

Il PCI fu per lungo tempo il principale partito comunista del mondo arabo. La sua assimilazione allo stalinismo internazionale ne ha segnato la parabola storica. Il PCUS ha utilizzato il PCI come pedina delle proprie combinazioni diplomatiche e interessi di burocrazia, dettandogli le scelte più sciagurate: prima il sostegno suicida al governo repubblicano dei Liberi Ufficiali di Abd al-Karim Qasim del 1958, con la dispersione della rivolta operaia del 1959 e la conseguente repressione anticomunista che smantellò larga parte del partito; poi il nuovo patto suicida col regime baathista nel 1973, e il conseguente annientamento del PCI da parte di Saddam Hussein nel 1978. Ogni volta il PCI si è consegnato nelle mani dei suoi carnefici per compiacere il Cremlino.

Dopo il crollo dell'URSS, il PCI proseguì per forza d'inerzia la stessa politica governista cui era stato educato, al punto da entrare persino nel consiglio governativo iracheno durante l'occupazione militare imperialista. L'accordo di governo con gli islamisti di al-Sadr del 2018 è solo l'ennesimo giro di valzer della sua tradizione, dopotutto il meno impegnativo.


PER LA COSTRUZIONE DI UN PARTITO OPERAIO MARXISTA RIVOLUZIONARIO IN IRAQ

Gli avvenimenti in corso in Iraq ripropongono la lezione di fondo delle rivoluzioni arabe. Il primo ciclo delle rivoluzioni arabe del 2010-2011 in Tunisia, Egitto, Siria, si è risolto in una drammatica sconfitta per responsabilità delle loro direzioni borghesi e filoimperialiste. Tuttavia la sollevazione popolare in Algeria e Sudan, e poi i fatti dell'Iraq ci dicono che la dinamica rivoluzionaria nella regione non ha esaurito il suo corso, e nuove esplosioni possono prodursi con tutta la loro carica dirompente, ma il punto decisivo resta la questione irrisolta della loro direzione politica. In questo quadro, la costruzione di un partito operaio marxista rivoluzionario che tragga le lezioni dal drammatico fallimento del PCI e dello stalinismo e al tempo stesso recuperi il meglio dell'esperienza storica del movimento operaio dell'Iraq ci pare l'unica vera risposta di prospettiva.
Partito Comunista dei Lavoratori