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Dichiarazione sulla crisi afghano-pakistana


 In un comunicato stampa congiunto della Campagna per la Difesa dei Sindacati del Pakistan (PTUDC), dal Fronte Studentesco Rivoluzionario (RSF), dalla Federazione Nazionale degli Studenti del Jammu Kashmir (JKNSF) e dal Fronte Popolare Rivoluzionario (PRF), è stato affermato che l’escalation della disputa pakistano-afghana verso una guerra aperta sulla questione del terrorismo transfrontaliero costituisce a tutti gli effetti una tragedia. Ancora una volta saranno le masse povere su entrambi i lati della Linea Durand (1) – in particolare le popolazioni pashtun – a sopportare il peso di questo conflitto. Questa situazione non è maturata dall’oggi al domani: essa è piuttosto il risultato di politiche decennali perseguite dall’imperialismo statunitense, dalle monarchie del Golfo e dagli Stati regionali, incluso il Pakistan, politiche che hanno portato a questo punto critico.

Dall’inizio della “Jihad del dollaro” (2) per schiacciare la Rivoluzione di Saur in Afghanistan (3) perseguendo la cosiddetta politica di “profondità strategica” (da parte dello stato pakistano), questi gruppi fondamentalisti armati (operanti in varie forme e sotto nomi diversi, incluse diverse fazioni dei talebani e dell’ISIS) sono stati patrocinati e utilizzati per procura da parte degli imperialisti. A tal proposito, è stata istituita una vasta rete di migliaia di madrasse (seminari religiosi) per il reclutamento e il finanziamento. Sono stati facilitati i cosiddetti gruppi fondamentalisti, politici o missionari “pacifici”, e con la collaborazione della CIA fu avviata l’impresa criminale di produzione e contrabbando di droga. Disoccupazione diffusa, povertà, alienazione di milioni di giovani, insieme all’offensiva di retoriche e di ideologie reazionarie, attraverso l’uso di istituzioni educative e media, crearono un ambiente favorevole a questo progetto imperialista. Questi sono i fatti storici amari che sono stati costantemente nascosti. Oggi, tuttavia, rappresentanti chiave degli USA e del Pakistan — inclusi coloro che hanno celebrato la ripresa del potere dei talebani a Kabul nell’agosto 2021 — sono ora costretti a riconoscerli.

Col tempo, tuttavia, tutto questo processo ha acquisito una logica relativamente autonoma. Questi gruppi jihadisti sono cresciuti non solo in numero ma anche in capacità militare e forza finanziaria, sfuggendo gradualmente al controllo dei loro ex patrocinatori. Con il coinvolgimento di nuove potenze imperialiste e subimperialiste, come Cina, India, Turchia ed Emirati Arabi Uniti, questa nuova era del “Grande gioco” è diventata ancora più complessa. Dopo due decenni di spargimenti di sangue in Afghanistan, l’imperialismo statunitense e i suoi alleati sono fuggiti da un giorno all’altro, lasciando dietro di sé grandi quantità di sistemi d’arma tra i più avanzati. Questo ha incoraggiato non solo i talebani ma anche altri gruppi fondamentalisti, concedendo loro maggiore autonomia e un ambiente operativo più favorevole. Dopo aver conquistato Kabul, i talebani hanno scatenato una brutale repressione contro il popolo afghano – in particolare le donne – e sono determinati a riportare l’Afghanistan all’età della pietra. Nel frattempo, gli attacchi terroristici in Pakistan da parte di gruppi affiliati come il TTP (i talebani pakistani, per lo più operanti dall’Afghanistan) si sono moltiplicati. In questi attacchi, non solo poliziotti e personale di sicurezza (la maggior parte dei quali proviene da famiglie operaie povere) ma anche civili comuni vengono uccisi in gran numero.

Non solo l’esperienza dell’ultimo decennio e mezzo, ma anche una comprensione appena sommaria della mentalità, dei metodi e delle fondamenta economiche di questi gruppi terroristici, rende chiaro che qualsiasi negoziazione o riconciliazione con loro è impossibile. L’insistenza sulle “negoziazioni” – fino a tempi recenti – da parte di alcune fazioni all’interno dello Stato e di forze filofondamentaliste, come Jamaat-e-Islami e Imran Khan, equivaleva a facilitare e incoraggiare questi gruppi. La confusione è stata diffusa deliberatamente nel nome dei colloqui e, insieme alla politica della distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi’, ha giocato un ruolo nel portare la situazione a questo punto. Come esito di queste esitazioni, ambiguità, e dell’approccio di limare parzialmente piuttosto che eliminare alla radice il problema, le operazioni militari non hanno prodotto risultati significativi, nonostante le pesanti perdite umane e materiali tra le popolazioni tribali e le forze di sicurezza. Anzi, la situazione è peggiorata. Tuttavia, contrariamente al pensiero ufficiale e alle illusioni liberali, vogliamo chiarire che questa questione non può essere risolta con mezzi puramente militari. Finché non si intraprenderà una massiccia lotta politica, sociale, economica e culturale – sostenuta dalle ampie masse della regione – non solo contro tali fanatici religiosi armati ma contro ogni forma di fondamentalismo, non sarà possibile una pace e una stabilità durature.

A questo proposito, chiediamo:

– L’abbandono della dottrina della “profondità strategica” e delle relative politiche di distinzione tra talebani “buoni” e “cattivi”, dei gruppi agenti per procura o i cosiddetti “asset”.

– Fine del sostegno e di indirette agevolazioni a tali gruppi “jihadisti” non solo lungo il confine occidentale ma anche in Kashmir e in altre parti del paese e dei territori amministrati. Le loro reti di finanziamento – le cosiddette donazioni e associazioni benefiche, attività commerciali legali e illegali, rapimenti a scopo di estorsione, traffico di droga, omicidi su commissione – devono essere smantellate.

– Nelle aree colpite dal terrorismo, amministrazione locale, polizia e difesa devono essere organizzate tramite panchayat/jirga (sostanzialmente forme locali di consigli popolari) elette su base territoriale. Comitati armati di difesa sotto il controllo e la partecipazione di studenti, lavoratori e delle più ampie fasce popolari sono l’unico mezzo per affrontare e sconfiggere elementi perturbatori, fascisti e terroristici.

– La trasparenza nelle indagini sugli attentati transfrontalieri e sulle operazioni antiterrorismo interne deve essere garantita attraverso il coinvolgimento di rappresentanti popolari di base (e, quando necessario, di altre persone non colluse e affidabili). Le azioni extragiudiziarie e le sparizioni forzate devono cessare, e coloro che sono coinvolti nel terrorismo devono essere perseguiti attraverso i tribunali regolari. Rimuovere ritardi e ostacoli procedurali è responsabilità dello Stato.

– Siamo convinti che i talebani non abbiano nulla a che fare con la sicurezza e la sovranità dell’Afghanistan. Sono una forza fanatica, fascisteggiante e occupante, imposta al popolo afghano dall’imperialismo, e rappresentano la più grande minaccia all’integrità dell’Afghanistan. È quindi dovere di lavoratori, studenti e attivisti politici progressisti in tutto il Pakistan, incluso il Punjab, offrire solidarietà e sostegno politico alla lotta del popolo afghano contro questo mostro.

– Decine di migliaia di madrasse in tutto il paese sono diventate delle fabbriche di fondamentalismo, dove bambini indigenti provenienti da contesti poveri sono sottoposti alle peggiori forme di abuso e usati come materia prima per il terrorismo. Questa è una gigantesca tragedia umana che nasce sia dalle agevolazioni di Stato sia dall’abdicazione di responsabilità. Fintanto che queste istituzioni non sono nazionalizzate e integrate in un sistema educativo moderno, il fondamentalismo e la violenza ad esso associata non possono essere sradicati.

– Le condizioni sociali oggettive che sostengono il fanatismo religioso e il terrorismo – povertà, disoccupazione, disperazione e alienazione – devono essere affrontate. Ogni forma di capitalismo in Pakistan, incluso il modello neoliberista, ha fallito, portando a inflazione, difficoltà economiche e un accesso sempre più ristretto a un impiego dignitoso, all’istruzione e alla sanità. Queste condizioni spingono molti giovani verso droghe, criminalità, o tendenze fondamentaliste al fine di un sostegno sociale ed economico. Chiediamo l’abbandono delle politiche imperialiste neoliberiste basate su privatizzazioni, austerità, trappole del debito pubblico e leggi antioperaie. Lo Stato deve assumersi la responsabilità di istruzione, sanità, abitazione e occupazione, come diritti umani fondamentali attraverso una pianificazione economica concreta.

– Tutte le organizzazioni politiche e non politiche, istituzioni e congregazioni, che promuovono direttamente o indirettamente l’estremismo religioso, il fanatismo e la violenza – e che spesso fungono da nido per gruppi terroristici armati – devono perdere il sostegno pubblico. I loro beni devono essere confiscati dallo Stato e i loro canali televisivi e i giornali correlati devono essere interdetti.

– Il materiale reazionario, dogmatico e non scientifico, va rimosso dai programmi educativi e dal sistema educativo, che deve essere allineato ai requisiti contemporanei.

– Invece di spendere enormi risorse in guerre e in operazioni militari, deve essere avviato un piano di sviluppo d’emergenza da cinque a dieci anni per le aree tribali (precedentemente FATA) (4) sotto la supervisione e il controllo di rappresentanti eletti localmente. Queste aree devono essere dotate di adeguati sistemi di approvvigionamento idrico e di drenaggio, ospedali e istituzioni educative moderne (incluse università), industrie e istituti di servizi adatti alle risorse e alle esigenze locali (dando priorità all’occupazione locale), trasporti pubblici accessibili e dignitosi e unità abitative. Coloro che si occupano della coltivazione e del commercio di droga devono essere forniti di mezzi di sussistenza alternativi. I piccoli agricoltori e le piccole imprese devono ricevere prestiti facilitati e senza interessi.

– L’interdizione dei sindacati studenteschi imposta durante la oscura dittatura di Zia-ul-Haq non solo ha facilitato le tendenze fondamentaliste, ma ha permesso anche la fioritura di tendenze fasciste e del culto della personalità, come quelle associate al PTI (5). La repressione dell’attività politica e della sindacalizzazione nelle istituzioni educative hanno gravemente danneggiato la coscienza degli studenti e portato a crisi ideologiche e culturali. Pertanto, il divieto dei sindacati studenteschi deve essere revocato nella pratica – e non solo retoricamente – per promuovere processi politici sani, valori democratici e dibattiti intellettuali.

– L’attuale clima di guerra e di operazioni militari ha alimentato pregiudizi linguistici reciproci e odio nazionale. Questo è profondamente preoccupante e deplorevole. L’ostilità reciproca tra gli oppressi avvantaggia sempre le classi sfruttatrici e dominanti, sia lo Stato pakistano che i talebani afghani. Nelle condizioni attuali, alcuni circoli nazionalisti e liberali pashtun, insieme a elementi reazionari come il PTI, sostengono i talebani solo per ostilità verso lo Stato pakistano o sulla base di uno sciovinismo nazionale. Questa è una posizione antipopolare, reazionaria e opportunistica. D’altra parte, non mancano i sciovinisti punjabi/pakistani che spargono veleno contro afghani o pashtun, una posizione altrettanto tossica e condannabile. Queste tendenze apparentemente opposte sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, che si rafforzano e si completano a vicenda. Ogni individuo cosciente deve opporsi a queste tendenze e combattere non gli oppressi di un’altra nazione ma il vero nemico in casa propria.

– Rifiutiamo tutte le forme di pregiudizio etnico, odio e ostilità nazionalista o statale tra i popoli di Afghanistan e Pakistan. Vogliamo anche chiarire che, nel caso in cui il regime talebano dovesse ipoteticamente cadere a seguito di un attacco esterno del Pakistan o di qualsiasi altra potenza, esso non sarebbe automaticamente sostituito da un governo sano, democratico e favorevole alle masse popolari. Come abbiamo già visto sotto la forma di un governo fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti, tali risultati non portano a un cambiamento reale. La crisi è diventata così grave che non può essere curata senza un intervento chirurgico rivoluzionario. Solo attraverso la solidarietà di classe tra gli oppressi e gli sfruttati di tutte le nazioni, e la lotta contro il sistema capitalista imperialista che genera guerre, terrorismo, povertà e fame, si può garantire una pace duratura, uno sviluppo e una prosperità di vasta portata.

Asian Marxist Review (The Struggle, LIS Pakistan)

Note del traduttore

(1) Linea Durand. Tipica creatura imperialistica, la “Linea” è nata da un accordo del 1893 tra l’emiro afghano Abdur Rahman e il diplomatico inglese Mortimer Durand (dopo i vani sforzi militari della Gran Bretagna di occupare il paese). È il confine che separa l’Afghanistan dal Pakistan. Oggetto di contesa annosa tra i due Stati a partire dagli anni ’30 del XX secolo. Subì varie ratifiche con i trattati del 1905, 1919 e 1921. Il Pakistan sostiene di aver acquisito la piena sovranità sulle aree e sul popolo a est della Linea Durand in quanto Stato successore dell’India britannica. La locale presenza militare USA svolge un ruolo di mediazione tra i governi di Islamabad e quello talebano sulle spalle dell’autodeterminazione del Pashtunistan.

(2) “Jihad del dollaro”, ovvero i massicci finanziamenti provenienti dagli USA e dall’Arabia Saudita, e transitati operativamente tramite i servizi di intelligence pakistani, per sostenere l’azione armata dei mujaheddin afghani contro l’Unione Sovietica e l’allora governo di Kabul del PDPA tra il 1979 e il 1992. I fondi hanno sostenuto la crescita delle madrasse nella regione di confine tra Pakistan e Afghanistan, che sono diventate centri chiave di reclutamento e anche oggi svolgono un ruolo nell’attività terroristica islamista.

(3) La Rivoluzione di Saur (Rivoluzione d’aprile) è il colpo di stato avvenuto in Afghanistan il 27-28 aprile 1978 che ha portato al potere il Partito Democratico Popolare dell’Afghanistan (PDPA).

(4) FATA, Federally Administered Tribal Areas. Aree tribali di amministrazione federale. Comprese tra il confine afghano e la Provincia della Frontiera Nord-Occidentale, riguardavano essenzialmente il territorio della popolazione pashtun. Le FATA sono state soppresse con l’emendamento alla Costituzione pakistana del 31 maggio 2018.

(5) PTI, Pakistan Tehreek-e-Insaf, Movimento per la Giustizia del Pakistan. Partito fondato nel 1996 dal miliardario filantropo Imran Kahn, già primo ministro tra l’agosto 2018 e l’aprile 2022 e arrestato in una vicenda legata a fondi ricevuti dagli Emirati Arabi Uniti. Il partito è radicato particolarmente nel Punjab, di cui Kahn fu anche governatore, ed è tra i principali attori politici del paese. Formazione borghese di orientamento islamista e populista, alle ultime elezioni per l’Assemblea Nazionale del febbraio 2024 si è confermato il primo partito.

Scemi di guerra e ipocriti di pace

 


La strana infatuazione della sinistra “radicale” per Marco Travaglio

Scemi di guerra. Un paese pacifista preso in ostaggio dai no pax è il nuovo best seller di Marco Travaglio. Ma è anche la nuova Bibbia di tanta parte della sinistra cosiddetta radicale in tema di Ucraina e di guerra.

Diciamo subito che la capacità di attrazione del travaglismo a sinistra è un fenomeno sconcertante. Travaglio non avrebbe nulla nel suo pedigree per meritare simpatie a sinistra. Allievo di Indro Montanelli, è stato il nume tutelare del giustizialismo manettaro negli ultimi vent'anni e passa, facendo leva sull'antiberlusconismo. È stato l'inquisitore di Lotta Continua sul caso Calabresi, in omaggio alla campagna dei PM. Il paladino di Antonio Di Pietro nel 2001 quando respingeva l'inchiesta parlamentare sul G8 di Genova a difesa dell'onorabilità della polizia. È stato il cantore di Beppe Grillo nel 2013 quando inveiva contro l'esistenza stessa dei sindacati. È stato la sponda giornalistica di Giuseppe Conte nel 2018 quando governava con Salvini e di Di Maio contro «i taxi del mare». Ha inoltre sostenuto le inchieste giudiziarie più maldestre contro le ONG, le sentenze forcaiole contro Mimmo Lucano, la campagna contro Alfredo Cospito a difesa del 41 bis... La simpatia che Travaglio incontra a sinistra è solo la misura dell'eclisse culturale di quest'ultima. Il travaglismo è la malattia senile di un riformismo in disarmo.

Ma è sulla guerra in Ucraina che questo connubio incontra la traduzione più imbarazzante.
La posizione di Travaglio in fatto di Ucraina è, in buona sostanza, che gli ucraini se la sono cercata, che la Russia è stata provocata, che la guerra al fondo è una guerra americana contro la Russia, che gli italiani sono ostaggi di una guerra americana, che la fine della guerra è cessare di armare l'Ucraina. Punto.
Non è una posizione originale. Coincide esattamente con la rappresentazione propagandistica di Putin, in funzione dei suoi propri interessi. Ma coincide anche con la pubblica opinione di Berlusconi, esternata in clamorose dichiarazioni. Con le opinioni di Matteo Salvini, di Marine Le Pen e dell'estrema destra tedesca. Con le posizioni pubbliche di Donald Trump, che ne fa addirittura un asse della propria campagna elettorale per le le presidenziali. Non a caso Il Fatto Quotidiano ha ospitato di recente un editoriale di Massimo Fini, antiecologista radicale, proprio a sostegno esplicito di Donald Trump nel nome della pace in Ucraina.

Il fatto nuovo è che Travaglio ha sentito il bisogno di riciclare tali posizioni in libro di 457 pagine, e che buona parte del campo pacifista pende dalle labbra di questo libro. Questa è l'unica ragione per cui ce ne occupiamo.

Il libro è costruito su un impianto retorico abile. Per liberarsi dell'accusa di filoputinismo enumera gli infiniti accreditamenti di cui Putin ha goduto in passato da parte degli attuali atlantisti di ogni sponda politica. E qui indubbiamente non ha che da scegliere. “Ipocriti, oggi date a me del putiniano quando siete stati voi a sostenere l'autocrate”, dichiara Travaglio con puntuali citazioni politiche e giornalistiche a 360 gradi prese dalla cronaca degli ultimi vent'anni. Se non che l'ipocrisia degli altri non assolve la propria ipocrisia. Semplicemente la maschera.


LA RIMOZIONE DEI FINI DICHIARATI DELL'INVASIONE RUSSA

La “guerra per procura” è la tesi di fondo del libro. Letteralmente, se le parole hanno un senso, significa che l'Ucraina è stata spinta in guerra dagli USA e che gli USA punterebbero attraverso l'Ucraina all'escalation militare. Non potendo negare l'invasione russa del 24 febbraio del 2022, Travaglio la presenta come una sorta di trappolone ordito dagli USA in cui Putin sarebbe caduto. L'invasione dell'Ucraina sarebbe stata letteralmente un augurio e un auspicio di Biden, che avrebbe spinto per l'invasione contro un Putin disponibile al dialogo. Questa rappresentazione, assai popolare in alcuni ambienti della sinistra, è costruita innanzitutto sulla negazione dei fatti. Più precisamente sulla negazione del ruolo reale di ogni protagonista.

In primo luogo, nega la natura e gli scopi dichiarati dell'invasione russa. Nel discorso a reti unificate del 21 febbraio è Putin stesso ad aver presentato al mondo le ragioni dell'imminente invasione: non la difesa del Donbass ma l'annessione dell'Ucraina.

«Cittadini della Russia... questo mio discorso riguarda gli eventi in Ucraina e perché sono così importanti per noi per la Russia... Vorrei sottolineare ancora una volta che l'Ucraina per noi non è solo un paese vicino: è una parte inalienabile della nostra storia, della nostra cultura, e del nostro spazio spirituale... L'Ucraina moderna è stata interamente creata dalla Russia, o per essere più precisi dalla Russia bolscevica e comunista. Questo processo iniziò praticamente subito dopo la rivoluzione del 1917, e Lenin e i suoi compagni lo portarono avanti in un modo che risultò estremamente duro per la Russia, separando quella che è storicamente terra russa... L'Ucraina sovietica è il risultato della politica dei bolscevichi e può essere giustamente chiamata l'Ucraina di Vladimir Lenin... Uno stato confederativo e uno slogan sul diritto all'autodeterminazione delle nazioni, fino alla secessione, furono posti alla base della struttura sovietica... L'URSS è stata fondata al posto dell'ex impero russo nel 1922... La disintegrazione del nostro paese unito è stata causata dagli errori dei leader bolscevichi... È un vero peccato che le basi del nostro Stato non siano state ripulite dalle odiose e utopiche fantasie ispirate dalla rivoluzione che sono distruttive per qualsiasi stato normale... Volete la decomunistizzazione? Molto bene, ma perché fermarsi a metà strada? Siamo pronti a mostrare cosa significherebbe per l'Ucraina una vera decomunistizzazione...»

Dunque l'invasione dell'Ucraina aveva come obiettivo pubblicamente dichiarato il suo ritorno alla terra russa; la fine della sua autodeterminazione nazionale voluta dai comunisti di Lenin, e il ritorno dell'impero russo in Ucraina. Colpisce come tanta parte degli estimatori “comunisti” di Putin rimuovano la retorica ferocemente anticomunista che ha accompagnato l'invasione russa dell'Ucraina.
Ma non è di questo che ora ci occupiamo. Ci occupiamo del fatto che l'invasione è stata dettata dalle autonome ragioni dell'imperialismo russo, non da quelle dell'imperialismo americano. Negare questa verità dichiarata, attribuire l'invasione alla trama USA, come fa Travaglio, è la prima bufala del libro.

Significa allora che la NATO non ha alcuna responsabilità nella esplosione della guerra? Certo che no. L'espansione dei confini NATO in Europa dopo il crollo dell'URSS ha sicuramente concorso al contesto storico della guerra. Ma se è per quello vi ha concorso anche (e soprattutto) la disfatta dell'imperialismo USA prima in Iraq e poi in Afghanistan, combinata con l'ascesa mondiale dell'imperialismo cinese a ridosso della crisi capitalistica internazionale del 2008. Se l'imperialismo russo voleva riprendersi l'Ucraina è perché puntava a capitalizzare l'indebolimento USA, l'ascesa cinese, i nuovi equilibri mondiali. Si può non vederlo?


LA NEGAZIONE DEI FATTI, DELLA DINAMICA DI GUERRA, DEL TEATRO STESSO DELLA GUERRA

Un secondo risvolto della cosiddetta guerra per procura passa per la negazione dei fatti intercorsi al piede di partenza del conflitto.

Un fatto accertato – da tutti riconosciuto e da nessuno negato – è che nei giorni successivi all'invasione gli USA abbiano offerto a Zelensky un possibile asilo politico in Florida. Non solo non gli hanno chiesto di resistere, ma gli hanno offerto la fuga. Pura beneficienza? No. L'imperialismo USA in quei giorni era convinto che l'Ucraina avrebbe ceduto inevitabilmente all'imponente superiorità russa, e che ogni resistenza sarebbe stata vana e avventurosa. Era la stessa opinione di Scholz. Fu la scelta ucraina della resistenza militare all'invasione (“Non ho bisogno di un passaporto ma di armi” rispose Zelensky) a modificare il quadro della guerra, contro le previsioni USA e tedesche.
Fu solo a fronte della imprevista resistenza ucraina che l'imperialismo USA e gli imperialismi NATO scelsero di sostenerla per interesse proprio. Una scelta diversa infatti avrebbe messo a rischio la tenuta stessa della NATO sul versante nord-europeo e un crollo di credibilità dell'imperialismo USA su scala mondiale, a tutto vantaggio della Cina, che è il vero avversario strategico degli USA. La teoria della guerra per procura (mandiamo avanti Zelensky per fare guerra alla Russia) si appoggia dunque sul capovolgimento della realtà.

Un terzo risvolto della teoria della guerra per procura passa per l'incomprensione della dinamica di guerra. Davvero gli USA spingono per l'escalation militare in Ucraina? Davvero spingono in direzione della guerra NATO contro la Russia? È questa, com'è noto, la tesi propagandistica del Cremlino, ma non regge alla prova dell'evidenza. Certo, gli imperialismi NATO hanno profuso aiuti militari importanti e determinanti, per un totale al momento di 65 miliardi di dollari. L'imperialismo USA e poi l'imperialismo britannico sono i principali contributori. Senza il loro sostegno sarebbe stata e sarebbe vana la resistenza ucraina contro una potenza russa enormemente superiore in fatto di riserve umane (milioni di reclutabili), carri armati (oltre 10000), aerei da combattimento (circa 3000).

Ma tutto questo non significa affatto che gli USA puntino sull'escalation. In realtà la durata della guerra, e a maggior ragione una sua radicalizzazione, sono un serio problema per gli USA. Per le casse federali, a fronte di un debito pubblico americano mai così alto. Per la campagna elettorale di Biden, insidiata dalla propaganda “pacifista” di Trump. Per la tenuta alla lunga delle alleanze USA in Europa sul fronte franco-tedesco, come emerge nelle posture altalenanti di Macron. Per l'evidente crisi di egemonia mondiale degli USA a fronte dell'allargamento dell'iniziativa diplomatica cinese in America Latina (Brasile), in Medio Oriente (Arabia Saudita e Iran), e naturalmente in Africa.
La verità è che gli USA cercano una via d'uscita dalla guerra che eviti sia la sconfitta ucraina che la guerra NATO contro la Russia. Un equilibrio molto difficile da ottenere, e permanentemente a rischio. Nel frattempo chiedono all'Ucraina di non attaccare in profondità il territorio russo, respingono ogni ipotesi di no fly zone, rifiutano l'adesione dell'Ucraina alla NATO durante la guerra in corso... Naturalmente non lo fanno perché "pacifisti". Lo fanno, al contrario, perché hanno da pensare alla possibile guerra futura contro la Cina sui mari del Pacifico, il vero crinale di una futura possibile terza guerra mondiale. È la ragione per cui paradossalmente proprio il Pentagono frena sugli aiuti a Kiev: “Non possiamo disarmarci, dobbiamo pensare a Taiwan”.

Il quarto risvolto della teoria della guerra per procura è la rimozione della popolazione ucraina. Che è la vittima quotidiana della guerra vera. Quella promossa dall'invasione russa a partire dal 24 febbraio 2022. Quella che non a caso si combatte in Ucraina, non in Russia, nel paese invaso, non nel paese imperialista invasore. Quella che conta ogni giorno morti, feriti, innumerevoli privazioni per la popolazione civile aggredita per via della distruzione di case, scuole, ospedali, fabbriche in tutte le regioni dell'Ucraina. Quella che ha fatto più di dieci milioni di sfollati ucraini. Questo elementare principio di realtà è rimosso da tutte le letture geopolitiche del conflitto. Che addirittura, come nel caso di Travaglio e del professor Orsini, rappresentano le sofferenze ucraine non come il prodotto dei bombardamenti russi ma come il portato della resistenza ai bombardamenti, cioè... della “guerra voluta dalla NATO”. Con un capovolgimento così radicale della logica da richiedere l'attenzione della psicoanalisi.


A PROPOSITO DEL DONBASS

Per replicare alla verità, Travaglio richiama la guerra ucraina contro il Donbass del 2014. È uno dei motivi portanti del libro. «Se la gente scoprisse la verità capirebbe che il mantra atlantista “Putin aggressore e Zelensky aggredito” vale solo dal 2022; prima per otto anni gli aggressori erano i governi di Kiev...».
In realtà se tanti compagni scoprissero la verità comprenderebbero che Travaglio bara. Perché scomodare la guerra del 2014 per spiegare la guerra del 2022? La guerra del nazionalismo reazionario ucraino della destra di Poroshenko contro i diritti linguistici delle popolazioni russofone del Donbass è un'altra guerra. Colpiva i diritti di autodeterminazione del Donbass nel nome della “grande Ucraina”. Per questo coerentemente ci schierammo a fianco delle popolazioni russofone e delle Repubbliche separatiste contro il governo ucraino post-Maidan, nonostante la natura rossobruna dei governi separatisti e il sostegno loro accordato dall'imperialismo russo. È il caso di ricordare che Zelensky nel 2019 raccolse una massa di voti nel Donbass proprio perché si presentò in contrapposizione alla destra di Poroshenko.

La guerra attuale non è affatto il prolungamento della guerra del 2014. È la guerra dell'imperialismo russo contro il diritto di autodeterminazione dell'Ucraina e la sua stessa legittimità storica. Non a caso si è tradotta nell'annessione del 23% del territorio ucraino, ben al di là della Crimea e del Donbass. Un'annessione imperialista con forze militari di occupazione, referendum farsa, misure di deportazione, legge marziale... Kherson non è il Donbass, come non lo è Zaporizhzhia.
Eppure delle province ucraine militarmente occupate da Putin non c'è traccia nelle 457 pagine del libro di Travaglio. Come non vi è traccia della pubblica dichiarazione di Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, secondo cui «l'unica soluzione della guerra accettabile per la Russia è la scomparsa dell'Ucraina con la sua spartizione: l'Ucraina ovest alla UE e le sue regioni centrali e dell'Est alla Russia» (25 maggio 2023). Testuale. Mentre il governatore russo di Belgorod, con l'appoggio di Mosca, già rivendica l'annessione alla Russia della provincia ucraina di Kharkiv, per aggiungerla all'attuale bottino di guerra. Altro che “difesa del Donbass”. Confondere la guerra dell'imperialismo russo con la difesa del Donbass significa solo fare il verso alla retorica nazionalista di Putin, la stessa retorica che presenta l'invasione dell'Ucraina come continuità della "guerra nazionale patriottica” contro il nazismo. In compagnia dei mercenari paranazisti della Wagner e delle bande cecene islamofasciste di Kadyrov, con la benedizione del patriarca ex KGB Kyrill e della sua campagna antisatanista.

Denunciare la guerra imperialista russa, difendere il diritto di autodeterminazione ucraina, non significa affatto per parte nostra sposare il nazionalismo ucraino. Né ieri né oggi. Denunciamo la rivendicazione ucraina della riconquista della Crimea (che è e deve restare russa) come rivendichiamo i diritti di autodecisione del Donbass. Di più. Diciamo che se la guerra di difesa dell'Ucraina dall'invasione russa si trasformasse domani in una guerra di riconquista ucraina della Crimea e delle repubbliche di Donetsk e di Lugansk muterebbe di conseguenza la nostra posizione sulla guerra. Ma oggi l'Ucraina ha diritto a difendersi e a liberare i territori occupati e annessi dalla Russia dopo il 24 febbraio. Ciò che implica il ritiro e il respingimento delle forze di occupazione russe entro i confini del febbraio 2022. Peraltro la stessa libera autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass, se non è compatibile coi sogni di rivincita del nazionalismo ucraino, non lo è neppure con la permanenza delle truppe di occupazione russe. Tanto più dopo l'esperienza della guerra d'invasione.


LA CONFUSIONE SULL'INVIO DELLE ARMI

L'opposizione all'invio di armi all'Ucraina è l'alfa e l'omega del libro di Travaglio. Sull'argomento, dopo oltre un anno di guerra regna a sinistra la massima confusione. Che confonde in un calderone indistinto il sacrosanto rifiuto della guerra col rifiuto di ogni sostegno alla sue vittime, sotto l'incenso della predicazione della pace.

Ragioniamo con ordine.
Siamo contro la guerra imperialista, come siamo contro lo sfruttamento capitalista. Siamo per una società del mondo libera da queste piaghe. Ma essere contro lo sfruttamento ci esime forse dal chiederci chi è lo sfruttatore e chi lo sfruttato? Certo che no, naturalmente. Chi rivendicasse “la pace” tra sfruttato e sfruttatore – tra l'operaio e il padrone – nel nome del rifiuto dello sfruttamento, contraddirebbe proprio la lotta allo sfruttamento. Lo stesso vale per una guerra. Siamo contro ogni guerra imperialista. Ma possiamo forse per questo ignorare la distinzione tra la potenza imperialista che promuove la guerra e la nazione non imperialista che la subisce? Rifiutare il sostegno alla nazione invasa nel nome della pace con l'imperialismo invasore contraddice la lotta contro l'imperialismo, e quindi contro la guerra. È l'abc di una riflessione elementare. Purtroppo è l'abc che viene rimosso. La voluminosa teoria della guerra per procura, cara a Travaglio, ha come fine questa rimozione.

La fascinazione della guerra per procura come chiave di lettura della vicenda ucraina ha il vantaggio della semplicità e del richiamo della tradizione. Nulla è più semplice che vedere al mondo il solo imperialismo USA e NATO. È l'imperialismo riconosciuto e combattuto dalle generazioni del dopoguerra per più di mezzo secolo. È sicuramente tutt'oggi l'imperialismo politicamente dominante su scala mondiale. Il punto è che non è più, da almeno vent'anni, l'unico polo imperialista. Dalla restaurazione capitalista prima in Russia e dopo in Cina sono emersi nuovi imperialismi, coi loro interessi, le loro ambizioni, le loro politiche di potenza, le loro guerre. La guerra in Ucraina condensa nella sua complessità il nuovo scenario internazionale rivelando al tempo stesso natura e ruolo dei diversi imperialismi, delle loro contraddizioni, del loro intreccio con l'autodeterminazione nazionale. La questione delle armi è solo un riflesso di questo groviglio.

Vediamo bene gli interessi degli imperialismi NATO in questa guerra e le ragioni del loro sostegno all'Ucraina. Come abbiamo detto e scritto, gli imperialismi NATO sostengono l'Ucraina come la corda sostiene l'impiccato: il loro aiuto militare è politicamente finalizzato ai propri interessi imperialistici. Che sono anche il consolidamento del proprio controllo sull'Ucraina (finanziario, strategico, militare).
Una piena autodeterminazione dell'Ucraina richiederà pertanto indubbiamente la rottura con gli imperialismi NATO dentro una soluzione socialista. Per questa semplice ragione non rivendichiamo l'invio delle armi da parte dell'imperialismo di casa nostra. E anzi denunciamo le sue finalità politiche. Così come denunciamo più in generale ogni sviluppo delle spese in armamenti (ovunque stratosfericamente più grande degli aiuti militari all'Ucraina).

E tuttavia è altrettanto indubbio che oggi l'Ucraina ha prima di tutto il diritto a difendersi da una guerra imperialista d'invasione (al pari di ogni nazione non imperialista invasa) che minaccia la sua stessa sovranità e annette parti del suo territorio. E può farlo nelle condizioni attuali solo usando le armi che gli imperialismi NATO le forniscono. È un fatto. Opporsi all'invio di armi è negare il diritto di resistenza dell'Ucraina all'invasione russa. Nei fatti è parteggiare per l'imperialismo russo, favorire la sua politica di annessione, chiedere la resa dell'Ucraina all'invasione. Perché senza armi nessuna resistenza è possibile.

Pertanto non rivendicare l'invio delle armi da parte NATO e al tempo stesso non boicottare il diritto ad usarle da parte ucraina è una posizione coerente con la complessità dello scenario mondiale. Tiene insieme l'autonomia politica dall'imperialismo di casa nostra e il sostegno a chi si difende dall'imperialismo altrui. Distingue la guerra d'invasione e la guerra di difesa nazionale dall'invasione. Contrasta frontalmente la prima, riconosce i diritti della seconda, senza accordare naturalmente alcun appoggio politico al governo borghese di Zelensky.


La GUERRA IN UCRAINA E L'ARTICOLO 11 DELLA COSTITUZIONE

Travaglio protesta contro questa rappresentazione nel nome della pace. «Pace diventa sinonimo di resa: chi chiede un negoziato e un cessate il fuoco viene accusato di negare la legittimità della splendida ed eroica resistenza di tanti ucraini e di pretendere che questi si arrendano, anche se non l'ha mai detto né pensato. Anzi, tutti riconoscono il loro sacrosanto diritto di difendersi. Ma con le loro armi e con quelle di chi può inviarle, non con quelle dell'Italia che non può per Costituzione».
Il riferimento è al famoso articolo 11 sull'Italia che ripudia la guerra come strumento di soluzione di controversie internazionali. Un democratico borghese potrebbe replicare che è la Russia a promuovere una guerra d'invasione e che “ripudiare” questa guerra rientra nei parametri costituzionali. Ma noi non siamo uomini di legge come Travaglio, non ci identifichiamo nella Costituzione di De Gasperi e Togliatti, non mettiamo la Legge al di sopra dell'umanità di chi deve difendersi da un'aggressione. Se l'Ucraina ha il «sacrosanto diritto di difendersi», come Travaglio a denti stretti riconosce, avrà pure il diritto di esercitarlo. O no? Esercitarlo è il diritto a usare le armi di cui può disporre indipendentemente dalla loro provenienza.

Quanto alla richiesta di negoziato, cui nessuno obietta, si tratta di evitare ambiguità pelose. «Il ritiro delle truppe da che mondo è mondo viene dopo le trattative non prima» dichiara Travaglio. Quanto ai tempi e alle condizioni delle trattative... «con tutti i miliardi e le armi che invia all'Ucraina è mai possibile che l'Occidente non debba avere voce in capitolo?».
Difficile a questo punto raccapezzarsi. Da un lato si rivendica il negoziato al posto dell'invio delle armi. Dall'altro si dichiara che proprio l'invio delle armi consentirebbe di avere voce in capitolo nel negoziato. Salvo l'Italia, par di capire, che non potendole inviare per impedimento costituzionale non avrebbe dunque voce in capitolo nel negoziato... che tuttavia si rivendica nel nome della Costituzione italiana. Che dire, l'uomo di legge Travaglio si è un po' ingarbugliato. Quanto a noi, che non siamo uomini di legge (borghese), vorremmo solo sapere da Travaglio qual è la richiesta che vorrebbe portare al negoziato. Chiede si o no il ritiro delle truppe russe d'occupazione entro i confini del febbraio 2022? Le 457 pagine non rispondono a questa domanda elementare. E anzi tutto il senso dell'argomentazione sulla guerra per procura porta alla conclusione che la fine della guerra richiede semplicemente la fine dell'invio delle armi all'Ucraina. Ciò che significherebbe l'annessione dell'Ucraina o di una sua parte per mano dell'imperialismo russo. Sicuramente Travaglio non è putiniano, ma Putin e Medvedev sono d'accordo con lui.


«DOVREMMO FORSE INTERVENIRE IN TUTTE LE GUERRE?»

L'uomo di legge non ha finito di dire la sua. «In ogni guerra che si rispetti c'è sempre un aggressore e un aggredito. Dunque l'Italia dovrebbe intervenire in tutte le guerre del pianeta». E giù l'elenco delle guerre dimenticate del mondo, dai curdi alla Palestina. Questo argomento, molto popolare a sinistra, combina il cretinismo istituzionale con il rovesciamento della logica più elementare. Potremmo rispondere a Travaglio che noi non ci identifichiamo nell'Italia capitalista, e che l'imperialismo italiano è ben presente con uomini e armamenti in tanti teatri di guerra persino in tempi di pace (dall'Iraq al Libano al Kosovo) in funzione degli interessi propri e/o della NATO, senza che Travaglio abbia mai per questo sollevato scandalo o problemi. Invece siamo noi a declinare in senso antimperialista, e da un'angolazione indipendente, proprio l'argomento di Travaglio. Per quale ragione rivendicare i diritti di liberazione dei popoli oppressi “in tutte le guerre del pianeta” e voltare le spalle al popolo ucraino di fronte all'imperialismo russo? Perché due pesi e due misure? Non si cacci la palla in tribuna dicendo che sono contesti diversi, perché ogni contesto è sempre diverso dall'altro.
Ciò che non può cambiare è la difesa di popoli invasi, colpiti dalla politica di potenza di questa o quella potenza imperialista, anche quando la loro lotta viene appoggiata strumentalmente dagli imperialismi rivali. I curdi hanno combattuto per la propria causa con armi e istruttori americani. Era forse una ragione per voltare le spalle ai curdi? Il Negus difese l'Etiopia dall'aggressione mussoliniana col sostegno militare britannico. Era forse una ragione per voltare le spalle alla resistenza etiope?
Gli ucraini oggi combattono con armi NATO, anche (in misura minima) italiane. È questa una ragione per negare loro il diritto a difendersi dall'invasione russa? I migliori sindacati ucraini, giustamente all'opposizione di Zelensky e delle sua politiche sociali antioperaie, sono tutti impegnati nella difesa di fabbriche, case, scuole, ospedali dai bombardamenti russi, e per questo partecipano alla difesa del paese. Dovremmo dire loro che si sbagliano e boicottare la loro autodifesa?


LA “GUERRA GIUSTA” DEL PATRIOTA TRAVAGLIO

«La verità è semplice come la lingua in cui è scritta la Costituzione. L'unica guerra giusta è quella per difendere la patria: la nostra, non quella degli altri, a meno che con gli altri non abbiamo stipulato trattati che ci vincolano al soccorso armato. E non è il caso dell'Ucraina».
Qui tutta l'essenza del travaglismo risplende alla luce del sole. La difesa della patria tricolore e dei suoi alleati internazionali è l'unica guerra giusta che Travaglio rivendica. La patria degli altri, quando invasa da un paese oppressore, non interessa. Interessa solamente la propria patria, imperialista, e i suoi legami internazionali, imperialisti.
Dunque se un paese della NATO fosse attaccato, Travaglio sosterrebbe l'ingresso “giusto” dell'Italia in guerra, perché in quel caso “la patria” sarebbe vincolata dall'articolo 5 del trattato di Alleanza Atlantica.

Notevole che larga parte del pacifismo italiano abbia Travaglio come proprio punto di riferimento. Soprattutto in un tempo storico in cui rullano davvero tamburi di guerra; in cui si impenna la corsa agli armamenti di tutte le potenze imperialiste lungo una scala di grandezza di quasi tremila miliardi al mondo; in cui la NATO si allarga in Nord Europa e Asia, col ridispiegamento di proprie truppe, anche italiane, ai confini; in cui persino la Germania riarma e il Giappone raddoppia il proprio bilancio militare; in cui si ammassano nel Mar Cinese Meridionale le navi militari di tutto il mondo, incluse navi italiane...
Di fronte a tutto questo Travaglio contrappone la possibile “guerra giusta” di difesa della “nostra” patria o di suoi alleati NATO al diritto di difesa dell'Ucraina dalla Russia. L'importante, secondo Travaglio, è «partecipare all'Alleanza Atlantica da alleati, non da camerieri. In posizione eretta. Non sdraiati o a 90 gradi». È la stessa posizione di tanti generali in pensione ospitati dal Fatto Quotidiano, già comandanti in capo di missioni imperialiste del passato, e oggi dispensatori di pace. Tutti patriottici e atlantisti, ma..."eretti” contro l'Ucraina.

Marco Travaglio non contesta né la NATO né i bilanci militari della patria italiana. Non a caso il Presidente del consiglio Giuseppe Conte, da lui sostenuto, ha accresciuto le spese in armamenti e la loro percentuale sul PIL senza che il nostro pacifista (o il suo amico Di Battista) avesse qualcosa da ridire. Così, il referendum sostenuto dal Fatto Quotidiano contro l'invio di armi all'Ucraina non contesta la crescita in prospettiva del bilancio militare della Difesa da 25 a 38 miliardi (prospettiva accettata a suo tempo da Conte), né l'ordinaria fornitura di armi da parte dell'Italia a regimi odiosi come quello egiziano (“non sono mica in guerra”), né l'ordinaria partecipazione italiana a missioni militari di mezzo mondo dentro e fuori la NATO. Insomma non mette in discussione l'ordinario imperialismo italiano, la sua conformità costituzionale, le sua alleanze internazionali. Si occupa solo di contrastare il diritto di autodifesa dell'Ucraina. Questo sì nel nome della Costituzione. Il fatto che l'arco dei promotori del referendum vada dal no vax integralista Ugo Mattei a tutta la galassia rossobruna dichiaratamente putiniana sino allo storico fascista Franco Cardini, apologeta della Repubblica di Salò, non fa meraviglia. La fa il coinvolgimento di democratici e pacifisti ingenui, tutti a rimorchio di un Marco Travaglio qualunque.

A differenza di Marco Travaglio, e di chi lo segue a sinistra, ci opponiamo a tutti gli imperialismi vecchi e nuovi, e a difesa di tutti i popoli oppressi da questi aggrediti. Lo abbiamo fatto a suo tempo rivendicando il diritto di resistenza irachena, serba, afghana, contro le stesse truppe di occupazione italiane, nel totale silenzio dei tanti Travaglio, lo facciamo rivendicando il diritto di resistenza ucraina contro le truppe di occupazione russe.
Per noi l'unica guerra giusta è quella degli oppressi contro i loro oppressori. L'unica “nostra patria” sono i lavoratori e i popoli oppressi a tutte le latitudini del mondo. La “nostra Costituzione” è quella dell'URSS di Lenin e di Trotsky che rivendicava la rivoluzione socialista internazionale quale antidoto risolutivo contro la guerra, fuori da ogni sciovinismo e da ogni cinica indifferenza.

Partito Comunista dei Lavoratori

È uscito il nuovo numero di Unità di Classe

 


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13 Ottobre 2021

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In questo numero:


GKN. Allargare la breccia, unificare le lotte. Editoriale - Marco Ferrando

Appello nazionale "Unire la lotta contro i licenziamenti"

Dalla parte di quale Afghanistan? - Salvo Lo Galbo

Germania. La Linke, tra opportunismo e mancanza di prospettive - Alessandro Infurna

Opporsi ai padroni e al governo, non alla vaccinazione di massa!

La questione energetica: i soviet più l'elettricità - Luca Gagliano

Partito Comunista dei Lavoratori

Il compagno Turigliatto e la missione italiana in Afghanistan

 


“La verità è rivoluzionaria” Antonio Gramsci


“La verità è sempre rivoluzionaria, la falsità può servire solo a salvare le false autorità” – Lev Trotsky



Le ultime vicende afghane hanno spinto Franco Turigliatto, principale dirigente di Sinistra Anticapitalista, a riflettere ancora una volta (La guerra, ovverosia la prova del nove per la sinistra) sul momento in cui Rifondazione Comunista votò il rifinanziamento alla missione di guerra al tempo del secondo governo Prodi (2006-2008).

Turigliatto, ancora una volta, si presenta come coerente oppositore a tale scelta. Senza volere scrivere qui un articolo dettagliato, vorremmo ristabilire, per utilità di tutti i compagni che si considerano comunisti rivoluzionari e anticapitalisti, la verità storica dei fatti.

Sull’Afghanistan Turigliatto non votò mai contro. Nel 2006 votò a favore, come obtorto collo riconosce in una nota del suo stesso articolo. Parla di pressioni immense (sic!) che lo obbligarono a tale scelta. Al di là dell’insussistenza di una simile argomentazione, per un compagno che si richiama al marxismo rivoluzionario (cosa dovremmo dire delle pressioni a cui erano sottoposti i deputati tedeschi il 4 agosto del 1914?), come riporta un articolo ironico del Corriere di allora (lo alleghiamo sotto, ndr), Turigliatto fu molto più parco, dichiarando che rientrava nei ranghi per non mettere in questione la «stabilità del governo».

Ricostruendo gli avvenimenti del febbraio 2007 in una riunione interna ai deputati di Rifondazione, Turigliatto disse che mai avrebbe rivotato il finanziamento. In realtà, come riportato dai principali giornali di allora, in sede di dichiarazione di voto Turigliatto chiese a D'Alema, ministro degli esteri e relatore, di fare appello ad una conferenza di pace, promettendo in tal caso di votare a favore del rifinanziamento. D’Alema, convinto di aver la maggioranza di un voto e forse per fare una delle sue contorte manovre, lo mandò a quel paese. Ma anche a quel punto Turigliatto non votò contro, ma se ne tornò a casa “a coltivare le sue rose” (testuale) senza votare contro o astenersi per “non far cadere il governo”. Questo cadde perché il senatore Pininfarina (che non capiva più niente) e Andreotti (per motivi che non c'entravano niente con l’Afghanistan) votarono contro.

Nacque il Prodi II di quella legislatura, su un programma più reazionario di prima, e l'espulso Turigliatto votò a suo favore, dichiarando di farlo a nome di Sinistra Critica.

Su tutta l’esperienza di Sinistra Critica, antesignana di Sinistra Anticapitalista, consigliamo la rilettura dell'articolo che abbiamo scritto a suo tempo: Il prode Turigliatto e il governo Prodi.

Aggiungiamo solo che in quest’ultimo suo articolo, Turigliatto dice testualmente: «Nella costruzione di un progetto alternativo si può essere sconfitti e dover ripiegare, ma non si possono fare o gestire scelte che contrastano con gli obbiettivi immediati e storici delle classi lavoratrici». Vorremmo chiedere al compagno Turigliatto se votare 7 miliardi di riduzione di imposte l’anno ai capitalisti e poi, già dopo l’espulsione, altri tre miliardi a banche e assicurazioni, rientri negli interessi storici o anche solo immediati della classe operaia.

Siamo certi che la pubblicazione di questa nostra nota provocherà reazioni diverse e anche ostili. Se si tratterà di insulti non risponderemo, perché non ci occupiamo di spazzatura. Invece a chi ci potrà criticare per aver rivolto i nostri strali contro una componente della sinistra, ricordiamo qui un concetto che ci pare fondamentale: noi consideriamo Turigliatto e Sinistra Anticapitalista come centristi, cioè oscillanti o intermedi tra riformismo e marxismo rivoluzionario, anche se la storia di Turigliatto oscilla molto di più verso il riformismo. Il punto è che il centrismo è sempre stato nella storia del movimento operaio un ostacolo pesante per la costruzione di veri partiti rivoluzionari.

Da Marx contro Proudhon e cento altri nell’estrema sinistra di allora, a Lenin contro gli economicisti e contro i menscevichi, a Trotsky contro i centristi degli anni ’30, questa polemica è stata al centro della loro battaglia politica e produzione teorica. Nel nostro piccolo, noi dobbiamo continuarla, anche per cercare di chiarire ai compagni dentro o vicini a Sinistra Anticapitalista che se cercano il trotskismo o semplicemente un anticapitalismo conseguente hanno sbagliato indirizzo, e dovrebbero unire i loro sforzi ai nostri.

Partito Comunista dei Lavoratori


La lezione di Kabul

 


16 Agosto 2021

Vent'anni di occupazione imperialista hanno spianato la strada ai tagliagole talebani


Vent'anni fa, dopo l'attentato terrorista alle Torri Gemelle, l'imperialismo USA lanciò la guerra contro l'Afghanistan, coalizzando attorno a sé un'ampia schiera di potenze alleate. L'imperialismo italiano fu subito della partita, come già nella prima guerra del Golfo e poi con l'intervento militare in Serbia.

Il governo reazionario dei talebani a Kabul fu accusato di complicità coi terroristi. Per questo l'imperialismo si arrogò il diritto di punirlo. L'aggressione all'Afghanistan fu motivata come battaglia di civiltà contro la barbarie. Il mezzo usato dalla “civiltà” fu il bombardamento a tappeto dei villaggi afghani, e l'inizio di un'occupazione militare che è durata vent'anni.

Il regime talebano fu rovesciato, e al suo posto venne instaurato prima il governo fantoccio di Hamid Karzai, poi dal 2009 il governo fantoccio di Ghani. Entrambi si sono appoggiati sulle forze di occupazione, e sui finanziamenti occidentali. Gli USA hanno speso per la missione afghana duemila miliardi di dollari, la Gran Bretagna 25 miliardi, l'Italia 8 miliardi. Tutti a carico dei contribuenti, prevalentemente dei salariati. A chi sollevava obiezioni veniva contrapposta la ragione morale superiore: “La battaglia per la democrazia e per l'umanità non ha prezzo”. Se non per chi muore sotto le bombe e chi le paga.

Ora, dopo vent'anni di “civiltà”, torna al potere la reazione talebana, col consenso di quei civilizzatori che l'avevano additata come ragione di guerra.
Il ritorno della reazione talebana a Kabul è stata pattuita tra imperialismo USA e capi talebani a Doha nel febbraio 2020. Biden ha gestito convintamente la scelta di Trump. L'imperialismo USA ha deciso che i costi della missione afghana erano troppo grandi rispetto ai vantaggi, sia dal punto di vista economico che sotto quello del consenso interno. Disfarsi della missione afghana è stata la promessa comune della campagna elettorale americana, una promessa che non si poteva tradire. Ma la... civiltà dove è finita? Prosegue indefessa in tante altre parti del mondo, ovunque esistono truppe di occupazione. In Afghanistan si è presa una vacanza.

I tagliagole di vent'anni fa tornano trionfanti a Kabul, per di più col passo di corsa e con tutti gli onori. La stessa stampa borghese che vent'anni fa aveva suonato la carica della “guerra giusta” non sa come presentare la fuga da Kabul di tutte le democrazie umanitarie. Sono forse cambiati i talebani? Non pare. Si è forse consolidata una democrazia in Afghanistan, fosse pure su basi borghesi, capace di reggere l'urto della reazione religiosa? L'evidenza ci dice l'opposto. E allora perché la fuga umiliante da Kabul della più grande potenza militare del mondo, di fronte agli studenti delle madrasse armati di kalashinkov e Corano? La risposta è nella montagna di menzogne delle guerre imperialiste, vomitata da tutti i partiti borghesi (e non solo) a tutte le latitudini del mondo.

La guerra di aggressione all'Afghanistan fu parte dell'escalation militarista dell'imperialismo americano dopo il crollo dell'URSS.
Caduto il contrappeso, per quanto distorto, all'imperialismo, gli USA inaugurarono un lungo corso politico guerrafondaio che unì la prima guerra del Golfo, la guerra alla Serbia, la guerra all'Afghanistan, la guerra all'Iraq. Dietro la cortina fumogena di motivazioni umanitarie e di falsi spudorati (le inesistenti armi nucleari in gestazione di Saddam), il corso guerrafondaio dei Clinton e dei Bush mirava ad affermare l'onnipotenza militare degli USA, consolidare l'egemonia americana sugli imperialismi europei, scoraggiando ogni loro ambizione di polo autonomo e concorrente, conquistare una nuova postazione strategica in Medio Oriente quale ponte sull'Asia, intimidire ogni possibile movimento antimperialista e anticoloniale nel mondo. Infine a ingrassare il portafoglio dell'industria militare, e rilanciare lo sciovinismo USA come strumento di raccolta di consenso in patria presso ampi settori di classe media. Fu insomma il tentativo su larga scala dell'imperialismo USA di liberarsi della sindrome del Vietnam, e di disegnare un nuovo ordine mondiale dettato dalla propria forza.

La disfatta in Iraq nel 2003 fu la tomba di quel disegno. Saddam Hussein fu rovesciato dalla soverchiante superiorità militare della coalizione imperialista internazionale, ma la distruzione dell'apparato statale iracheno, a base sunnita, senza soluzione di ricambio, finì col regalare l'Iraq all'influenza del regime sciita iraniano, grande avversario dello stato sionista e degli USA; mentre l'odio antiamericano in tanta parte delle masse arabe, unito alla crisi del vecchio nazionalismo arabo, diventò il brodo di coltura del panislamismo integralista più reazionario, nuovo fattore di destabilizzazione e di crisi del Medio Oriente. Era difficile immaginare un rovescio più clamoroso.

L'occupazione militare dell'Afghanistan non ha conosciuto sorte migliore. L'eredità di un corso politico rovinoso non poteva concludersi che con una nuova disfatta. Che è innanzitutto la disfatta della menzogna.
Per vent'anni si è presentata la missione afghana come missione di pace. La montagna di bombe scaricata sui civili, le stesse morti al fronte di 3500 militari occidentali, furono coperte dalle cartoline umanitarie che immortalavano la nascita di un ospedale o la costruzione di una scuola, con l'immancabile consegna di fiori ai militari da parte di civili plaudenti e riconoscenti: le classiche cartoline agiografiche del colonialismo di ogni tempo. La realtà era diversa. Era la realtà della guerra, una guerra durata vent'anni, con quasi centomila civili afghani morti sotto le bombe, e settantottomila militari afghani morti in combattimento o per attentati terroristici dei talebani.
I governi afghani di Karzai e Ghani sono apparsi per quello che erano: i garanti della continuità della guerra, i portavoce delle forze di occupazione, gli amministratori corrotti dei finanziamenti occidentali.

La costruzione di un apparato statale afghano sotto controllo imperialista si è rivelato un fallimento totale.
La centralizzazione amministrativa nella città di Kabul ha lasciato ai capi tribali il controllo di larga parte del territorio, in cambio di regalie e privilegi. Le forze di occupazione presidiavano le città, come forze di polizia, lasciando la grande campagna afghana (i tre quarti del territorio) ai notabili del luogo, ricoperti di doni e riconoscimenti. L'esercito afghano che formalmente dichiarava trecentomila unità era in larga parte una costruzione artificiale: composto da volontari improvvisati, disoccupati in cerca di lavoro, privi di ogni motivazione che non fosse quella di sopravvivere alla guerra, gonfiati nei numeri dai loro ufficiali per massimizzare i finanziamenti delle forze occupanti.
La resa dell'esercito afghano alle milizie talebane, e i numerosi passaggi di campo dei loro capi militari, pur di aver salva la pelle, è il portato inevitabile di tutto questo. La garanzia della capacità di resistenza dell'esercito afghano, fornita dagli USA, era una ipocrita fanfaronata per motivare il proprio ritiro.

L'imperialismo USA sapeva bene che il proprio ritiro avrebbe comportato il ritorno dei tagliagole talebani. Semmai si era illuso di poter negoziare il trapasso invece di subirlo in soli dieci giorni.
L'imperialismo inglese aveva proposto alle potenze alleate di restare in Afghanistan sotto il proprio comando, rimpiazzando gli USA, anche per lustrare il ritorno della potenza britannica dopo la Brexit. Ma Italia, Francia e Spagna hanno declinato, per evitare di farsi carico in proprio dei costi dell'occupazione e della guerra, largamente finanziata dagli USA. Di certo il frettoloso abbandono del campo da parte degli imperialisti a vantaggio dei talebani ha dimostrato alla stessa popolazione delle città che le ragioni degli occupanti non avevano nulla a che fare con quelle esibite (le ragioni delle donne, della democrazia, dei diritti). Gli imperialisti erano giunti per i propri interessi, e per i propri interessi se ne sono andati. La fuga di massa disperata di centinaia di migliaia di afghani dalle città ora occupate dai talebani è anche un atto di accusa contro il cinismo delle potenze imperialiste, reso ancor più odioso dalla politica dei rimpatri dei migranti afghani o dal blocco delle frontiere per chi fugge.

Il potere talebano che si sta insediando intende coltivare buone relazioni con l'imperialismo. Ha trattato con gli americani, tratta parallelamente con la Russia e soprattutto la Cina; sa di trovarsi in un crocevia di interessi strategici nel gioco delle grandi potenze e cerca di massimizzarne gli utili in tutte le direzioni. Del resto quali sono le condizioni che gli imperialisti hanno posto loro in cambio di riconoscimento? Gli USA hanno semplicemente chiesto di non attaccare l'ambasciata americana e le truppe che stanno rientrando. La Russia ha chiesto di non alimentare tensioni ai propri confini con le popolazioni di religione islamica. La Cina, assai interessata all'Afghanistan, come già al Pakistan, chiede di non occuparsi del Xinjiang e degli uiguri. I talebani hanno fornito a tutti garanzie a buon mercato. Che interesse avrebbero oggi a danneggiare il proprio trionfo?

Il nuovo potere colpirà invece le vittime designate. Innanzitutto le donne afghane. Del resto c'è forse una potenza imperialista che si è occupata di loro, che ha chiesto garanzie a loro difesa? Nessuna. Le uniche “beneficiarie” parziali e indirette della sconfitta dei talebani nel 2001 erano state le donne di Kabul e delle principali città, in particolare della classe media. Cioè quelle che hanno potuto studiare, iscriversi all'università, semplicemente lavorare, a differenza di larga parte della popolazione femminile della campagna profonda che ha continuato a subire le leggi immutate della sharia anche sotto l'occupazione occidentale. Ma ora? Ora la reazione talebana ha mano libera nei loro confronti, e già la sta esercitando in questi giorni nelle provincie occupate fuori Kabul. Donne allontanate dai propri uffici; donne nuovamente costrette al burka; donne tra i 15 e i 40 anni offerte in dono ai capi militari talebani come trofeo di guerra e gesto di pace. Lo stupro delle donne è il primo biglietto da visita del nuovo potere. Ed è solo l'inizio.
Peraltro non sono le donne le uniche vittime del nuovo Emirato afghano. Ad esempio il nuovo potere ha bloccato la vaccinazione anti-covid, che molto lentamente era iniziata. Il vaccino non è previsto dal Corano, la natura è una legge di Dio. Degli ammalati si occuperà Allah, non il vaccino. Tanti no vax di casa nostra hanno trovato finalmente un alleato contro la “dittatura sanitaria”. Si attendono le nuove leggi talebane contro la musica, i cinema, gli aquiloni.

La lezione di tutto questo è una sola: non sarà mai l'imperialismo a liberare un popolo, o anche solo a garantire la democrazia. Anche quando una potenza imperialista, per i propri interessi, rovescia occasionalmente un regime reazionario, si tratta di un breve episodio senza futuro. Prima o poi la reazione ritorna, a volte più forte di prima. La guerra imperialista è sempre portatrice di barbarie.

Vent'anni fa i marxisti rivoluzionari si opposero alla guerra imperialista contro l'Afghanistan, nonostante fosse controllato dai talebani. Ed anzi si batterono coerentemente con la parola d'ordine della sconfitta dell'imperialismo, del proprio imperialismo, in quella guerra, così come si erano battuti contro i bombardamenti su Belgrado (varati da D'Alema e votati da Rizzo), nonostante Milosevic, così come si batteranno contro la guerra imperialista all'Iraq, nonostante il regime dispotico di Saddam Hussein. La nostra parola d'ordine non fu “né con gli USA né con i talebani” o “né con gli USA né con Saddam Hussein” come faceva la direzione del Partito della Rifondazione Comunista e del movimento no global con una posizione equidistante classicamente pacifista. Noi difendemmo incondizionatamente l'Afghanistan, la Serbia, l'Iraq, indipendentemente da Mohammed Omar, da Milosevic, da Saddam Hussein.
Contro l'imperialismo ci si schiera sempre, sempre si rivendica la sua sconfitta. Al tempo stesso la difesa militare incondizionata di una nazione oppressa non ha mai significato appoggio politico a forze o regimi reazionari, come hanno fatto e fanno a più riprese alcune formazioni di estrazione stalinista. Semplicemente un conto è se quei regimi sono rovesciati dall'imperialismo, un conto è se sono rovesciati da una rivoluzione, cioè dalle masse che quei regimi opprimono.

Ora la lotta dei lavoratori, delle masse oppresse dell'Afghanistan, innanzitutto delle donne, non può che indirizzarsi contro il regime dei tagliagole talebani, cui l'imperialismo ancora una volta ha riaperto la strada. L'idea per cui quelle nazioni non sono adatte alla democrazia e al socialismo è un pregiudizio reazionario, smentito dalle sollevazioni delle masse arabe nell'ultimo decennio, smentito dalla stessa storia, poco conosciuta, dell'Afghanistan.
Nel 1978 la ribellione delle masse afghane, in particolare della gioventù e dei lavoratori pubblici, portò al potere il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), di natura nazionalstalinista. Nonostante la guerra per bande che attraversò la vita interna di quel partito – in cui ogni controversia veniva risolta con i plotoni di esecuzione – è indubbio che la fase che aprì fosse di natura progressista, segnata da importanti conquiste democratiche, seppur parziali, in particolare dei lavoratori e delle donne. Per anni il regime progressista fronteggiò la controrivoluzione feudal-integralista dei mujaheddin, finanziata dall'imperialismo. Prima con l'appoggio militare dell'Unione Sovietica, poi autonomamente, col sostegno della popolazione cittadina. Noi ci schierammo a difesa dell'Afghanistan e dell'URSS contro la reazione integralista e imperialista, ma al tempo stesso sottolineammo il limite profondo e decisivo di quella esperienza: aver contenuto il processo rivoluzionario entro i confini di un regime elitario, senza autorganizzazione democratica di massa, e a scapito di una vera riforma agraria. Solo un governo operaio e contadino avrebbe potuto portare sino in fondo le stesse realizzazioni democratiche saldandole con misure anticapitaliste e socialiste. Ma questa prospettiva richiedeva un'altra direzione e prospettiva, quella che l'Internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky aveva proposto nel 1920 al congresso di Baku dei popoli d'Oriente, e che poi lo stalinismo rimosse.

È la prospettiva strategica che l'Afghanistan ripropone obiettivamente oggi. L'intera esperienza dell'ultimo mezzo secolo di storia afghana dimostra che la liberazione sociale e democratica delle masse oppresse dell'Afghanistan è incompatibile con ogni illusione nell'imperialismo. Non passa né per l'aiuto americano né per quello dell'emergente imperialismo cinese. Passa per una prospettiva di sollevazione delle masse afghane e di rivoluzione socialista. Per la prospettiva di un governo operaio e contadino.




Sulla guerra in Afghanistan del 2001, leggi qui l'analisi e la posizione dell'Associazione marxista rivoluzionaria Proposta (predecessore del PCL) e del Movimento per la Rifondazione della Quarta Internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Via le truppe italiane da tutte le missioni militari!

Via le truppe italiane da tutte le missioni di guerra, a partire dall'Iraq, dal Libano, dall'Afghanistan. Questa è la parola d'ordine imposta, tanto più oggi, dagli avvenimenti internazionali. È una parola d'ordine che deve risuonare ovunque.

L'Italia è seconda solo agli Stati Uniti in fatto di partecipazione alle missioni militari nel mondo. Per cosa? Per la “democrazia”, la “giustizia”, la “pace”? Mai come oggi questa retorica appare penosa. In Iraq le truppe italiane addestrano la polizia irachena, la stessa che ha fatto 400 morti nelle piazze tra coloro che chiedevano pane e democrazia. In Libia conduciamo la guerra sporca dei droni al fianco di al-Sarraj, dei tagliagole mercenari panislamisti, e ora della Turchia di Erdogan. In Libano l'Italia guida la missione militare varata da Prodi nel 2007 a garanzia dei confini dello Stato sionista e di un regime confessionale libanese corrotto ormai contestato e rigettato in massa. In Afghanistan l'Italia è partecipe di una missione di guerra che nel nome della democrazia ha ammazzato decine di migliaia di civili bombardando persino le cerimonie nuziali e ha finito col favorire la rivincita dei talebani, i quali ormai controllano i due terzi del territorio e trattano coi comandi americani.

Ben altre sono le ragioni vere delle missioni. Compiacere l'alleato USA certamente, all'interno di una NATO presentata per mezzo secolo come strumento di difesa dall'URSS, ma guarda caso in progressiva espansione proprio dopo il suo crollo. E tuttavia non solo questo. Si tratta anche dell'interesse imperialista del capitalismo italiano. In Libia “ci siamo” per spalleggiare ENI contro Total. In Iraq fu l'ENI a premere pubblicamente sul governo italiano per l'interessamento ai pozzi di Nassirya prima ancora del rovesciamento di Saddam Hussein, e proprio per motivare la partecipazione alla guerra. Ovunque la partecipazione alle missioni significa prenotazione di commesse per le aziende tricolori, in fatto di ricostruzione, infrastrutture, vendita di armi. Le missioni all'estero sono solo un'appendice dei comitati d'affari che governano in patria. Comanda il profitto, il resto segue.

E tutto questo ha avuto e ha un costo enorme. Non solo in fatto di vittime in divisa, ogni volta omaggiate con solenni cerimonie di retorica patriottica, in realtà sacrificate ai capitani d'industria. Parliamo del costo sociale delle missioni. Quasi 30 miliardi spesi ogni anno per la Difesa, un miliardo l'anno per le sole missioni: risorse sottratte alla sanità, alle pensioni, all'istruzione, al lavoro, e dunque pagate dai lavoratori e dalle lavoratrici. Per cosa? Per ingrassare gli affari in giro per il mondo dei capitalisti che ci sfruttano in casa nostra.

Allora, via le truppe italiane da tutti i teatri di guerra! Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, che il PCL ha contribuito a costruire, ha lanciato il 7 dicembre questa campagna nazionale, che ora diventa centrale. È necessaria la mobilitazione più larga attorno a questo obiettivo, e al tempo stesso portare al suo interno una voce anticapitalista e antimperialista forte e chiara. Innanzitutto contro l'imperialismo di casa nostra. Se non ora, quando?


Partito Comunista dei Lavoratori

Il prode Turigliatto e il governo Prodi


A proposito del "trotskista" che non silurò il centrosinistra

Sul Corriere del 26 gennaio è uscito un pezzo dedicato a Franco Turigliatto, il principale dirigente di Sinistra Anticapitalista. Come i nostri lettori sanno bene, Sinistra Anticapitalista, dopo mesi di avanti e indietro, a volte ridicoli, rispetto alla prospettiva di blocco elettorale di organizzazioni di estrema sinistra che ha poi dato vita a "Per una sinistra rivoluzionaria", ha subìto immediatamente il "richiamo della foresta" riformista, mascherato da movimentista, aderendo dalla sera alla mattina a Potere al Popolo.
Questo dimostra che l'evoluzione parziale di Sinistra Anticapitalista, in conseguenza della rottura della vecchia Sinistra Critica, se mai è esistita non si è consolidata, e SA è rimasta in pieno un'organizzazione opportunista che col trotskismo reale, cioè col suo metodo e programma, non ha niente a che fare.
Franco Turigliatto viene presentato nell'articolo come «il trotskista che silurò Prodi». Si tratta di una fantasia sostanziale, da cui, del resto, lo stesso Turigliatto cerca - molto cautamente - di smarcarsi un poco.
E tuttavia tale caratterizzazione, o analoga, è stata ripetuta molte volte dal 2008 ad oggi. Poiché la verità è rivoluzionaria ed ha una grande importanza politica, noi abbiamo alcune (poche) volte deciso di mettere i puntini sulle i. Ci sembra questo il caso, oggi. Per questo ripubblichiamo un testo di alcuni anni fa riferito ad un'intervista del nostro a La Repubblica. Naturalmente, non essendoci stata ancora la scissione di Sinistra Critica, si fa riferimento al nome di quella organizzazione. Come detto, materializzata nella persona di Turigliatto, la continuita di SA con SC è totale.
Buona lettura.



Il “rivoluzionario Turigliatto” e le 23 fiducie a Prodi
a proposito di disinformazione “democratica” de La Repubblica

La Repubblica di giovedì 9 agosto ha pubblicato una breve intervista col compagno Franco Turigliatto, dirigente di Sinistra Critica ed ex senatore all'epoca del governo Prodi, dal titolo «Torna il rivoluzionario Turigliatto: “Monti il peggiore, va fermato”».
Nel soprattitolo lo presenta come “l'uomo che fece cadere Prodi”.
A dire il vero il buon Turigliatto nega questa falsità, accusando politicamente della caduta di Prodi le manovre di Veltroni.
L'intervistatore, per replicare a questo diniego, afferma: «lei ha votato per anno contro tutte le fiducie a Prodi», e qui la risposta è ambigua.
Rimettiamo in ordine le cose.
Turigliatto non fece assolutamente cadere il governo Prodi. Fu Mastella a ritirargli la fiducia, anche in riferimento alle sue vicende personali-familiari-giudiziarie. Che dietro questo ci possano essere state anche le manovre di un Veltroni, desideroso di primeggiare, è del tutto plausibile.
Quanto alla fiducie, Turigliatto (e il suo compagno Cannavò che sedeva alla Camera) ne ha votate 23, fino alla vigilia della caduta del governo, con le elezioni anticipate.
Turigliatto non ha votato la fiducia del febbraio 2007 rispetto al rifinanziamento della missione in Afghanistan, cosa per cui aveva precedentemente votato. Lo fece solo dopo che il relatore D'Alema aveva respinto la sua richiesta di adoperarsi per una futura e generica “conferenza di pace”, cui Turigliatto condizionava il voto al proseguimento della guerra imperialista. Ma anche in quel caso il governo non andò in minoranza a causa di Turigliatto, il quale non votò contro, ma proprio per non mettere in questione l'esecutivo si limitò a non partecipare al voto. Furono due senatori a vita, che fino ad allora avevano sostenuto il governo, a votare contro: il padrone Pininfarina (che si sbagliò) e Belzebù Andreotti (che votò contro per dare un segnale al governo, per conto del Vaticano, rispetto alle aperture sulle unioni civili).
Da quel momento in poi il buon “rivoluzionario” riprese a votare tutte le fiducie a Prodi, a partire da quella di reinsediamento del suo governo, nell'aprile 2007, su basi dichiaratamente ancora più reazionarie di prima. Turigliatto era già stato espulso da Rifondazione Comunista per la reazione isterica dei poltronieri del partito, che temevano ogni possibile disturbo alla loro collaborazione di classe col centrosinistra. Ed infatti presentò nella dichiarazione parlamentare il suo voto favorevole al governo come espressione dell'“appoggio critico” non del PRC, ma di Sinistra Critica.
L'atteggiamento di collaborazione di classe di Turigliatto - e di Cannavò alla Camera dei deputati: non c'è una responsabilità individuale, ma quella di Sinistra Critica - arrivo fino al punto di votare, giusto alla fine del 2007 e quindi alla vigilia della caduta di Prodi, per una riduzione di imposte a banche ed assicurazioni di tre miliardi di euro annui (che si aggiunsero ai 7 miliardi di riduzione, sempre annua, ai capitalisti dell'industria che i due “anticapitalisti” di SC avevano votato in precedenza).
Altro che non votare fiducie per un anno.
Diciamo però che non riteniamo responsabile di questa totale falsità il moderatissimo ma onesto Turigliatto.
Come detto, la sua risposta a La Repubblica è ambigua, ma non sembra proprio confermare il suo presunto voto contrario alle fiducie «per un anno». Ecco le parole di Turigliatto: «Sulla guerra, sul precariato, sulle pensioni proponevano progetti di destra. Soffrivo. Prodi mi diceva di portare pazienza, prometteva, ma poi non succedeva mai niente».
Benché non ci sia il no chiaro all'ipotesi di un passaggio al voto negativo, pare evidente che Turigliatto si riferisca alla sua costante sofferenza nel votare le schifezze di destra del governo, che però, evidentemente uso ad obbedir tacendo, il nostro accettava, sperando nel conforto di... Romano Prodi (eccezionale!).
In realtà è probabile che, come spesso capita - anche a noi - il giornalista di Repubblica abbia fatto una chiacchierata telefonica con Turigliatto e poi l'abbia ricostruita come una vera intervista a domande e risposte, con una costruzione funzionale al suo argomento: Prodi è caduto per responsabilità della "sinistra radicale”.
In realtà questo è lo schema che tutta la stampa e gli altri organi di informazione e dibattito politico accreditano costantemente. Il messaggio che tutti questi veicolano alle masse è che il centrosinistra è stato vittima delle sue contraddizioni, in particolare delle costanti resistenze della “sinistra radicale”. Ora, chiunque si ricordi o ricostruisca con esattezza e onestà quel periodo sa che la verità è esattamente opposta. Il PRC e il PdCI accettarono tutto senza fiatare, cercando solo, agli occhi delle masse, di stravolgere la realtà (il famoso “Anche i ricchi piangono” in un manifesto di Rifondazione, riferendosi ad una finanziaria assolutamente a vantaggio di capitalisti e ricchi).
L'elenco fatto nella frase riportata dal sofferente Turigliatto, con l'aggiunta della già ricordata riduzione delle tasse a capitalisti e banchieri, è indicativo dei temi principali del controriformismo del centrosinistra “organico”.
Ma allora, perché il ricordato schema falsificatorio di tutti i media e le forze politiche? Perché, come dicevano sia Gramsci che Trotsky, la verità è rivoluzionaria. Presentare i fatti come sono andati significherebbe mettere in questione il teatrino della politica borghese. La destra può contare sul voto di piccolo-borghesi e anche lavoratori sciocchi e reazionari perché presenta il PD e il centrosinistra come postcomunisti innamorati delle tassazioni alla proprietà. Il PD e amici devono presentarsi come amici dei lavoratori, che cercano di creare una situazione di sacrifici “equi”, di fronte ad una realtà oggettiva immodificabile. Il PRC, SEL e PdCI devono far credere di aver tentato di difendere gli interessi dei lavoratori e dei movimenti (magari riconoscendo a parole che il governo Prodi è stato un errore, come ha detto recentemente l'ex ministro Ferrero, che sarebbe come se Al Capone avesse detto - e forse lo ha fatto - che c'era troppa violenza nella Chicago fine anni '20). Sinistra Critica (che cerca costantemente di nascondere di aver sostenuto il Prodi) deve presentarsi come “anticapitalista”.
Questo scenario fittizio, introiettato dalle masse e anche da molti dei suoi presentatori, serve al dominio del capitale. Se no apparirebbe ai lavoratori che la destra non ha ragione di esistere, il PD è un partito organicamente borghese, la sinistra “radicale”, al momento della prova (perché quando le condizioni non ci sono è facile fare demagogia e presentarsi come anticapitalisti) si subordina al capitale; moltissimi di loro cercherebbero, quindi, un'alternativa realmente anticapitalistica. Potendo trovarla, nel caso concreto, nel partito che giustamente unico può rivendicare di non aver mai tradito, cioè il nostro PCL (non pensiamo, ovviamente, che ad oggi ci sia un complotto specificamente contro il nostro piccolo partito, ma lo scopo della falsificazione della realtà è preventivo contro ogni sviluppo realmente antisistema).
Smascherare il teatrino dell'informazione borghese e dell'autorappresentazione bugiarda della sinistra opportunista è un compito fondamentale nella battaglia per la prospettiva rivoluzionaria.
Per cui, per tornare all'oggetto principale di questa nota, quando saremo chiamati, come militanti, aderenti o sostenitori del PCL, a chiarire ciò che ci differenzia da Sinistra Critica, dovremo ricordare che non si tratta delle pur importantissime e profondissime divergenze teoriche con il revisionismo di SC, e neppure le pur fondamentali differenze di prospettive e di metodo (obbiettivi minimi contro obbiettivi transitori, utopiche 'Europe sociali' contro l'Europa socialista dei lavoratori), ma in primo luogo del fatto che, in un momento topico come quello del governo Prodi, SC si è schierata contro gli interessi dei lavoratori, appoggiando (con un'ottica tutta politicista, alla faccia del movimentismo) le schifezze del centrosinistra, in particolare con 23 voti di fiducia.
Dimenticavamo. Mentre i Bertinotti, Ferrero e Vendola appoggiavano quanto sopra godendo per le poltrone ottenute, il buon Turigliatto (e anche il duro Cannavò? attendiamo lumi) lo faceva soffrendo. Poverino, e povera anche Sinistra "Critica".

FG
Partito Comunista dei Lavoratori