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La questione energetica: i soviet più l’elettricità
Il controllo delle risorse energetiche da parte del proletariato si rivela l'unica alternativa possibile per la salvaguardia del pianeta
Consideriamo ora uno dei principali problemi ambientali, ovvero il cambiamento climatico: si tratta dell’innalzamento delle temperature medie globali come conseguenza dell’attività umana. Il principale motivo per cui si ha questo innalzamento è l’immissione nell’atmosfera di gas ser
ra. E qual è la principale fonte di immissione di gas serra nell’atmosfera? La risposta ce la fornisce l’ISPRA: «Il settore energetico è […] responsabile della quota emissiva prevalente, circa 80% delle emissioni totali. Il settore elettrico costituisce a sua volta una quota rilevante del settore energetico, rappresentando in termini emissivi circa il 30% delle emissioni nazionali di origine energetica.».
La questione energetica domina la società moderna, da un lato dal punto di vista politico, economico e sociale e dall’altro con la sua enorme influenza sull’inquinamento. Si possono studiare nuovi indicatori sociali, come il consumo energetico pro capite, e usarli come stima di “benessere” e sviluppo di una nazione. Per esempio, il consumo annuale di kilowattora pro-capite in Norvegia si aggira sui 24 mila, invece spostandoci in Africa i consumi sono molto più contenuti: in Sudafrica si toccano i 4 mila kilowattora annui pro capite, mentre in altri Paesi più poveri, come la Guinea Bissau, il consumo pro capite si ferma a 17 kilowattora. All’Africa corrisponde l’uso del 4% del consumo globale di energia elettrica, nonostante sia il continente che ospita un quinto della popolazione mondiale.
Le proiezioni su questo tema sono preoccupanti, secondo l’Agenzia Statistica e Analitica del Dipartimento dell’energia degli USA (EIA), il consumo mondiale di energia crescerà del quasi 50% tra il 2019 e il 2050. La crescita si focalizzerà prevalentemente nel settore industriale. Si prevede, infatti, che il consumo di energia nel mondo cresca all’aumentare del consumo di merci. La crescita del consumo totale e mondiale di energia causerà un parallelo aumento (pari al 79%) nella generazione di elettricità. E chi consuma di più nel mondo energia? Oltre a essere i responsabili dei maggiori problemi ambientali, sono i paesi industrializzati i maggiori consumatori di energia al mondo: nonostante rappresentino il 15% della popolazione globale, il loro consumo energetico supera il 50% dell’energia consumata in totale.
PROGRAMMA DI TRANSIZIONE
“Il socialismo è uguale ai soviet più l’elettrificazione” fu lo slogan politico della campagna politica per elettrificazione della Russia nel 1920 (piano GOLERO), dove Lenin, in modo brillante, anticipa ed individua nell’elettrificazione un elemento di primaria importanza per lo sviluppo economico e sociale della Russia.
Tutt’oggi, soddisfare il bisogno energetico diventa un obiettivo politico immediato per i comunisti ed una necessità per il proletariato mondiale. La peculiarità di questo nuovo periodo storico sta anche nel contenere i consumi dei paesi avanzati, i quali, come abbiamo appena visto, sono esagerati e distruttivi.
Il mercato capitalista porta ad una produzione di merci (e quindi impiego di energia) sempre maggiore e senza razionalità, con l’unico fine di accrescere il capitale. Perciò è da rivendicare l’esproprio di tutto il settore energetico, centralizzarlo in un unico programma a livello mondiale, in modo da poter pianificare un futuro sostenibile, ponderare la distribuzione di energia e creare nuovi impianti di forniture energetiche nei paesi in via di sviluppo. Le fonti energetiche rinnovabili e non rinnovabili devono essere censite e tenute rigorosamente sotto il controllo dei lavoratori per la loro sostenibilità a lungo termine. In questo modo si va a gestire l’energia per la produzione di beni e non di merci, nel quadro di un programma eco-compatibile.
DALLA CRISI AMBIENTALE ALLA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA SOCIETÀ
Il superamento del capitalismo non può fondarsi semplicemente sui buoni propositi della politica, ma deve avere delle corrette fondamenta economiche e scientifiche. Questo lo chiarirono Marx ed Engels nella battaglia politica contro il socialismo utopistico; tuttavia, nelle loro analisi mancavano concetti chiave come l’entropia, che pone dei limiti oggettivi allo sfruttamento energetico. Marx ed Engels, nonostante riconobbero i problemi di inquinamento collegati allo sfruttamento della natura, considerarono “gratuite” le forze-naturali. Ora entra in gioco l’energia (o forza-naturale) come “nuova” (nel senso non più ignorabile) condizione da considerare nel sistema economico-sociale: si inserisce nel processo produttivo oggettivizzandosi in una merce ma non rimane semplicemente “gratuita” poiché presenta dei costi. Infatti, per via del concetto di aumento di entropia in una trasformazione irreversibile (tutte quelle che avvengono in natura), l’energia è direttamente collegata alla degradazione di materia e alla produzione di rifiuti inutilizzabili.
Visto che nel capitalismo le forze-naturali sono una merce, possiamo calcolare il loro valore facendo un parallelismo con la forza-lavoro: è pari al valore dei mezzi di "sussistenza” necessari a riprodurla, che, tradotto, è la capacità delle fonti energetiche primarie (sono quelle fonti che sono presenti in natura e quindi non derivano dalla trasformazione di nessun’altra forma di energia; rientrano sia fonti rinnovabili come l’energia solare, sia fonti esauribili come il petrolio) di rigenerarsi. Così come per l’uomo, che si affatica ogni volta in cui cede forza-lavoro, così anche in una trasformazione irreversibile si hanno dei “costi”, poiché si va ad aumentare l’entropia del sistema chiuso, e questi “costi” vanno messi a bilancio.
Per la precisione, quando abbiamo un aumento di entropia, una parte di energia va “persa”, ma non è effettivamente andata distrutta; infatti, non si può contraddire il Primo Principio (conservazione dell’energia): essa si è solo degradata in una forma non più utilizzabile per produrre lavoro (che è il modo in cui l’energia e la forza-lavoro si estrinsecano per dare valore ad una merce). Già nel 1880 un giovane socialista ucraino, Podolinskij, partendo dai principi della termodinamica, aveva proposto una revisione della teoria marxiana della produzione. La fecondità delle idee di Podolinskij, tuttavia, non fu intesa adeguatamente da Marx ed Engels; Engels si espresse in proposito in modo sostanzialmente (anche se non interamente) negativo in due lettere a Marx del dicembre 1882. Entrambi furono ostacolati nel giudizio poiché non avevano ancora fatto approfonditamente i conti con il principio di entropia e le sue implicazioni.
Inoltre, se definiamo l’energia “l’attitudine di un sistema o di un corpo a compiere un determinato lavoro”, possiamo considerare anche la forza-lavoro come una forza-naturale. Andando a conclusione, dato che l’accrescimento di capitale è fondato sulla mercificazione della forza-lavoro e quindi della forza-naturale, l’emancipazione umana e naturale in una società superiore passa per la liberazione della forza-lavoro e delle forze-naturali dalla posizione di merce.
Con ciò si vuole cercare di spiegare che una prospettiva ecologica deve demolire la causa prima di degradazione ambientale, che è il capitalismo, altrimenti si attueranno soltanto delle “toppe” al sistema che non risolveranno mai completamente il problema. C’è anche dell’altro: ossia che una prospettiva anticapitalista deve basarsi su precisi fondamenti economici e sociali, aggiornarsi con le nuove conoscenze scientifiche e considerare fattori che prima di ora non sono stati appieno calcolati.
Luca Gagliano
Perché il reddito di cittadinanza non libera le donne
20 Giugno 2017
In Italia il percorso dell’8 marzo è stato declinato territorialmente e in molte città italiane sono stati organizzati cortei, presidi e iniziative pubbliche. Le manifestazioni cittadine sono state molto partecipate anche se lo sciopero “produttivo e riproduttivo” ha assunto una dimensione più simbolica che reale. Vanno comunque segnalate alcune realtà di controtendenza: ad esempio FP-SGIL, SIAL Cobas e CUB hanno avuto un ruolo chiave nella mobilitazione delle lavoratrici del comune di Milano, inoltre in alcune fabbriche come l’Electrolux di Susegana vi è stata un’adesione allo sciopero che ha raggiunto l’80%.
Il movimento Non una di meno si configura attualmente come un’esperienza eterogenea, plurale e indiscutibilmente rappresenta un terreno importante in cui intervenire per far emergere quelle posizioni classiste e rivoluzionarie che abbiano la forza di far inquadrare la battaglia contro il patriarcato e il tema della liberazione delle donna e di tutte le minoranze oppresse nell’orizzonte del conflitto fra capitale e lavoro. Una battaglia che non può essere o solo anticapitalista o esclusivamente antipatriarcale, ma necessariamente entrambe: anticapitalista e antipatriarcale.
Dopo le prime tappe romane dell’8 ottobre e del 27 novembre 2016, il 4 e 5 febbraio 2017 a Bologna si è tenuto un incontro nazionale di due giorni del movimento. Anche questo è stato un evento molto partecipato, nel quale sono intervenute quasi duemila attiviste, divisesi in otto tavoli tematici per portare avanti la scrittura del Piano femminista contro la violenza. In questo percorso sono state fatte proprie dal movimento alcune rivendicazioni minime ma certamente importanti quali la battaglia per i diritti civili ai migranti, per la chiusura dei CIE, per lo Ius soli, nonché la battaglia per il pieno funzionamento della legge 194 (interruzione volontaria di gravidanza) e per l’abolizione dell’obiezione di coscienza che rappresenta una questione centrale per la sessualità e la vita di tutte le donne. Ad oggi dunque questa nuova ondata femminista è riuscita a smarcarsi da istanze e problematiche portate avanti dal femminismo borghese come ad esempio la battaglia per la rappresentanza femminile nelle istituzioni e le quote rosa, nonché quella dal sapore moralista come quella contro la "mercificazione delle donne in politica" che sono state il cavallo di battaglia di "Se non ora quando?".
Ma dal percorso di Non una di meno sono emerse anche delle criticità che possono minare lo sviluppo futuro del movimento e portarlo a arenarsi in una involuzione istituzionale.
Dalla lettura del report uscito dal tavolo “Legislativo e giuridico” e soprattutto dalla rivendicazione centrale del reddito di cittadinanza assunta dal tavolo “Lavoro e welfare”, emerge una visione pericolosamente neutra e poco critica dello Stato borghese, nonché uno sguardo ambiguo nei confronti dell’Unione Europea; ciò si evince ad esempio dal richiamo della necessità di ottenere la piena attuazione dei principi della Convenzione di Istanbul del 2011 sulla “prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” o dalla richiesta che le aziende facciano “corsi di formazione” sulle tematiche della violenza di genere.
Come si può considerare un promotore della liberazione delle donne quello stesso Stato che dello sfruttamento e dell’oppressione è il garante? E come non si può riconoscere che la liberazione delle donne si inscrive in un processo di messa in discussione e necessaria trasformazione dei rapporti di forza vigenti?
Questa incomprensione del ruolo antagonista dello Stato borghese e del sistema economico emerge chiaramente dalla più importante delle rivendicazioni assunte attualmente dal movimento, ossia il reddito di cittadinanza (o di autodeterminazione come viene definito).
Quella per il reddito rappresenta una rivendicazione di retroguardia: già in uso in molti paesi a capitalismo avanzato per prevenire il calo dei consumi causato dalla crisi economica, esso non ha mai rappresentato il frutto di una conquista del movimento operaio poiché non mette minimamente in discussione i privilegi del padronato e anzi, in una certa misura li istituzionalizza ulteriormente, poiché è un’istanza che disconosce il ruolo della lotta di classe come motore della Storia e per questo non riconosce la centralità del lavoro come terreno in cui si produce la contraddizione fra capitale e lavoro, e dunque quelle condizioni necessarie per la rottura rivoluzionaria con il sistema capitalista. È inoltre una istanza che nasce da analisi pseudoscientifiche che non riconoscono la proprietà privata come base delle diseguaglianze sociali e lo sfruttamento come estrazione di plusvalore dal lavoro salariato. È quindi una forma di sussidio non di emancipazione.
Inoltre è uno strumento particolarmente discutibile, tanto in un’ottica marxista quanto femminista, proprio perché rimuove la centralità del lavoro come orizzonte di autodeterminazione delle donne nei confronti della famiglia e la conseguente partecipazione attiva alle dinamiche della lotta di classe come mezzo di conquista di un proprio ruolo politico nella società.
È la stessa esperienza della rivoluzione bolscevica a ricordarcelo. Negli immediatamente anni successivi all’Ottobre vennero infatti messi in moto due processi intimamente connessi: da un lato vennero introdotte in massa le donne all’interno del lavoro produttivo con tutte le conseguenze economiche e politiche che ne conseguivano (diritto di voto e di elezione all’interno dei soviet, autonomia economica e acquisizione della piena cittadinanza); dall’altro lato vennero attuati i primi provvedimenti volti alla liberazione sessuale delle donne, ossia quelle istanze che si ponevano l’obiettivo di svincolarle dal destino biologico e sociale a cui il patriarcato le aveva relegate e di cui la morale borghese e la religione erano i moderni portavoce.
Così la Repubblica dei Soviet fra il 1918 e il 1922 legalizzò l’aborto e il divorzio, approvò le unioni civili, abolì la patria potestas e le differenze fra figli “legittimi” e “illegittimi”; dette avvio anche a una prima fase di socializzazione del lavoro di cura con l’apertura di mense pubbliche, di lavanderie pubbliche e di asili per l’infanzia, affinché fossero dei lavoratori salariati a occuparsi di quei lavori che per secoli le donne avevano dovuto svolgere gratuitamente all’interno della famiglia e in condizioni di subalternità.
Il reddito di cittadinanza invece non contempla tutto ciò; pone gli inoccupati alle dipendenze dello Stato e alla sua disponibilità o meno di elargire denaro (siamo in tempi di crisi economica, quindi o reddito o servizi) e non dunque indipendenti e liberati dalla “schiavitù del lavoro” come sostengono i vari settori movimentisti; tutto questo rischia di rendere ancora più subalterne le donne non solo nei confronti della famiglia, dove la violenta crisi economica le sta rigettando e vincolando al lavoro di cura, ma anche nei confronti dello Stato borghese, lo stesso stato che garantisce i medici obiettori, che fa tagli alla sanità, che riconosce la sacralità di un certo tipo di famiglia e un certo modo di essere genitore a discapito di tutti gli altri, che fa regalie al padronato e alle banche, che garantisce privilegi fiscali alla Chiesa cattolica e l’insegnamento confessionale nella scuola pubblica. Dunque, il reddito di cittadinanza rischia di divenire a tutti gli effetti un salario domestico per casalinghe.
Ma il movimento Non Una di Meno ha ancora il potenziale e la disponibilità di energie per intraprendere un’altra strada e un’altra battaglia per la liberazione delle donne e di tutte le minoranze oppresse, ossia quella per creare nuove condizioni materiali e nuovi rapporti di forza che permettano alle donne di lavorare per se stesse e essere autonome (così che se costruiranno una famiglia, lo faranno da donne libere e per scelta, non per necessità o per mancanza di orizzonti) e a questa battaglia va aggiunta quella per i diritti delle lavoratrici per poter garantir loro gli strumenti di autodeterminazione dentro gli stessi luoghi di lavoro, senza che rischino di perdere il posto e senza che debbano accettare di subire pratiche sessiste (oggi come ieri molto frequenti). Il movimento deve dunque fare propria la battaglia per la redistribuzione del lavoro esistente fra tutti e tutte e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, l’abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, il reintegro dell’articolo 18 esteso a tutti i lavoratori dipendenti, l’abolizione dell’obiezione di coscienza in tutte le strutture sanitarie pubbliche, l’abolizione della riforma della Buona scuola e dell’insegnamento religioso nella scuola pubblica, la separazione fra Stato e Chiesa e dunque l’abolizione del Concordato.


