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Industria delle armi e imperialismo italiano

 


5 Dicembre 2024

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La vittoria di Trump negli USA è un ulteriore fattore di traino della corsa alle armi in Europa. La corsa è partita da almeno un decennio in tutti gli stati imperialisti del vecchio continente. L'invasione russa dell'Ucraina ha accelerato il suo passo. Ora il passo diventa affannoso.

Già prima delle elezioni americane, e del loro esito prevedibile, il rapporto Draghi aveva sottolineato l'esigenza di una “difesa comune europea” attraverso due vie tra loro combinate: il reperimento delle enormi risorse necessarie con un nuovo indebitamento straordinario continentale (un incremento di 800 miliardi annui, il 5% del PIL dell'Unione Europea), e la progressiva unificazione a livello europeo del complesso industriale-militare. Ma entrambe le vie appaiono ostruite. Da un lato, l'imperialismo tedesco, in profonda crisi, non vuole accollarsi i costi di un nuovo debito europeo. Dall'altro, i diversi monopoli delle industrie militari nazionali sgomitano gli uni contro gli altri per accaparrarsi le accresciute commesse e guadagnare spazi di mercato.

Anche le cooperazioni aziendali transnazionali, che pur si moltiplicano, seguono questa rotta.
La concorrenza nella produzione degli aerei di combattimento è emblematica. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia cooperano nella produzione di Eurofighter, la Francia punta sul proprio Rafale, la Svezia produce il Gripen. Il futuro cacciabombardiere di sesta generazione (Tempest) vede la collaborazione di aziende britanniche, italiane, giapponesi, con la benedizione dei rispettivi governi, ma la Francia gli contrappone un proprio progetto (Future Combat Air System), non volendo collaborare con l'industria militare britannica. Così l'industria militare americana mantiene saldo il proprio primato, e incassa buona parte delle stesse commesse militari europee, con la relativa protesta della Francia.
La spesa militare europea (313 miliardi di dollari nel 2023) è complessivamente il triplo di quella della Russia (che pur è cresciuta nel solo 2023 del 24%), ma resta segnata da una forte frammentazione.

L'imperialismo italiano si muove in questo quadro d'insieme.

La spesa militare italiana è in crescita da dieci anni (+ 61%). E non ha atteso, come molti pensano, la guerra d'Ucraina. Nel 2020, in piena tempesta Covid, il governo presieduto da Giuseppe Conte (quello che oggi fa il “pacifista”) aumentò la spesa militare in un solo anno del 9,6%, dopo aver concordato in sede NATO il famoso impegno per la prospettiva del 2% del PIL. La profonda crisi recessiva a ridosso della pandemia rallentò parzialmente la corsa. Ma l'attuale governo Meloni-Crosetto si impegna a recuperare i “ritardi”, portando la spesa militare al tetto record di 32 miliardi di euro, e le sole spese in nuovi armamenti ad oltre 13 miliardi annui (40 miliardi nel triennio). Ciò che si è tolto a reddito di cittadinanza, sanità, scuola, servizi lo si investe (anche) nel militarismo. Colpisce il raffronto con la spesa prevista per il dissesto idrogeologico: 1,8 miliardi.

Le aziende militari tricolori si muovono nel solco di questa dinamica.
L'azienda Leonardo (ex Finmeccanica), fiore all'occhiello del militarismo patrio, è in piena espansione di utili e di affari. Attualmente è la seconda azienda militare in Europa alle spalle della britannica BAE Systems, con un fatturato che supera gli 11 miliardi. Ma le sue mire vanno oltre. Leonardo punta ad allargare la produzione di elicotteri militari (con cui già equipaggia lo stato sionista) attraverso la collaborazione con Airbus; prova a scalare posizioni nell'economia dello spazio, facendo leva sulla forte partecipazione azionaria (33%) a Thales Alenia Space. Soprattutto, investe sulla produzione di un nuovo carro armato pesante europeo, detto Main Ground Combat System. Decisiva al riguardo la joint venture con la tedesca Rheinmetall, con sede operativa presso la OTO Melara di La Spezia. Mentre un'altra azienda tedesca, Krauss-Maffei Wegmann (gruppo KNDS) che produce il già noto Leopard, gli contende il mercato.

Parallelamente corre Fincantieri. Il suo balzo in Borsa nell'ultimo anno è del 34%. Ha oggi in portafoglio ordini per 41,1 miliardi. Il suo principale obiettivo di investimento è rappresentato dai sommergibili: un mercato mondiale che vale oltre i 400 miliardi.
Le dinamiche di guerra sospingono il grande affare. Come afferma il Corriere della Sera (11 novembre), «i sommergibili sono tra i mezzi più temuti: possono servire per mappare in segreto le infrastrutture critiche dei Paesi nemici oppure, nello scenario peggiore, per sabotare o attaccare le navi commerciali e militari».
I fondali marini peraltro sono più che mai territorio strategico, ospitano oltre 1,4 milioni di km di cavi sottomarini, sui quali scorrono quotidianamente dati e transazioni finanziarie. Nel solo Mediterraneo oltre 320 mila km di gasdotti e oleodotti.
Nella sua storia, Fincantieri ha prodotto più di 180 sommergibili, ed oggi è in prima fila per onorare la nuova domanda tricolore. Sia attraverso la produzione di droni subacquei, con e senza pilota, «mezzi economici e tremendamente efficaci... per la difesa e, nel caso, anche per l'attacco» (Corriere); sia attraverso la progettazione di nuovi sottomarini nucleari commissionati a Fincantieri dal ministero della Difesa, con tanto di coinvolgimento dell'Università di Genova. È il Piano nazionale per la ricerca militare 2023: si chiama "Minerva – Marinizzazione di impianto nucleare per l'energia di bordo di vascelli armati”.
La grande ambizione di Fincantieri è mettere le mani sulla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems, e sui cantieri navali di Kiel, specializzati nella costruzione di navi e sottomarini miliatari. Magari attraverso una joint venture paritetica che consentirebbe un salto enorme di capacità produttiva e peso globale.

La crescita dell'industria militare italiana si combina col ruolo dell'imperialismo patrio su scala internazionale. Sale, non a caso, la spesa programmata per le missioni militari in cui l'Italia è coinvolta, spesso con un ruolo rilevante.

È il caso del ruolo dell'Italia in Medio Oriente. Innanzitutto nel Mar Rosso, in una missione militare votata in parlamento da un ampio fronte di unità nazionale – da Fratelli d'Italia al M5S, passando per il PD – apertamente schierata contro gli houti, a difesa delle navi dirette verso i porti della Palestina occupata. Cioè a difesa di Israele.
Ma anche in Libano, dove l'Italia ha un ruolo centrale nella cosiddetta “missione di pace” UNIFIL (1200 uomini). Una missione intrapresa nel 1978, e poi molto rafforzata nel 2006 col concorso decisivo del governo di Romano Prodi (cui partecipava Rifondazione Comunista). Una missione nata originariamente con lo scopo (fallito) di favorire il disarmo di Hezbollah da parte del governo libanese al fine di compensare e riscattare la sconfitta dell'invasione israeliana del Libano di allora; ed oggi impegnata a rinegoziare con le autorità libanesi il disarmo di Hezbollah sotto la frusta della nuova guerra d'invasione sionista, sullo sfondo del massacro dei palestinesi.

Tanto più oggi l'”applicazione” della famosa risoluzione ONU 1701, quale soluzione di “pace”, significa infatti esattamente questo: aiutare la ricostruzione di una forza militare libanese che possa completare, il più possibile “pacificamente”, il lavoro sporco dello stato sionista, con la benedizione degli altri attori regionali e degli alleati imperialisti. Meloni e Crosetto chiamano “pace” un Libano ripulito dalla resistenza filopalestinese. A tal fine chiedono agli imperialismi alleati di concordare nuove regole d'ingaggio per la missione UNIFIL. Nel mentre, candidano i Carabinieri al ruolo di addestratori di una futura polizia militare per l'ordine pubblico in Palestina, ruolo peraltro già svolto al servizio della polizia di ANP in Cisgiordania.

Ma l'impegno dell'imperialismo italiano si proietta su scala globale, ben al di là del Medio Oriente. «Manovre nel Mar Cinese del Sud, la prima volta delle navi italiane»: così il quotidiano liberalprogressista La Repubblica (13 settembre) saluta enfaticamente il ruolo della portaerei Cavour nelle operazioni militari sul Pacifico.
Per la “prima volta” una portaerei italiana guida un gruppo navale composto da navi americane, francesi, spagnole, tedesche, australiane, giapponesi. «Il gruppo è salpato da Taranto a inizio giugno, ha attraversato il canale di Suez e nel Mar Rosso sono iniziate le attività di addestramento con la portaerei USA Roosevelt, e poi proseguite in Australia partecipando all'esercitazione Pitch Black che ha visto trasferire nelle basi dell'Oceania jet da combattimento delle ultime generazioni...» (La Repubblica). L'addestramento passa per due simulazioni di combattimento: la prima ha visto impegnati i modernissimi caccia F-35B e i più stagionati Harriera nel respingimento virtuale di «squadriglie nemiche»; la seconda ha visto l'azione coordinata di navi, aerei, elicotteri per «dare la caccia a una minaccia negli abissi».
Il ministro Crosetto ha motivato le operazioni, e la relativa partecipazione italiana, con queste parole: “Stiamo stringendo legami più profondi con paesi amici, perché vogliamo mantenere la libertà di navigazione e la sicurezza marittima in questa regione al fine di promuove il commercio e proteggere le catene di approvvigionamento”. Cosa non si fa per la “libertà”...

Il Pacifico si configura sempre più, in prospettiva, come il principale teatro della collisione tra imperialismo USA e imperialismo cinese. Un imperialismo in declino ma ancora dominante e un imperialismo in ascesa con ambizioni crescenti. È la rotta potenziale di una futura grande guerra per la spartizione del mondo. L'estensione della NATO sul Pacifico, con l'arruolamento di Giappone, Corea del Sud, Australia è parte della preparazione alla guerra. Come lo è, sul versante opposto, la stretta cinese su Taiwan. L'imperialismo italiano non è spettatore ma partecipe della grande alleanza a guida USA. E non vuole restare in seconda fila. Come non lo vogliono Leonardo e Fincantieri. L'imperialismo di casa nostra è innanzitutto l'imperialismo tricolore.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Nadef annuncia una manovra di classe

 


Governo e padronato scaricano sui salariati il proprio costo sociale e politico

28 Settembre 2023

Il governo anticipa con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) la cornice della prossima legge di stabilità.

Il margine di manovra del governo Meloni è ristretto da un combinato di fattori: un abbassamento verticale del tasso di crescita economica dell'Italia, zavorrata dalla recessione tedesca; un aumento netto del costo dell'energia connesso anche alla guerra; l'aumento progressivo dei tassi di interesse di tutte le banche centrali (con l'eccezione del Giappone), inclusa la BCE, che porta il solo pagamento degli interessi sul debito alle banche in Italia alla cifra di 95 miliardi annui. A ciò si aggiunge l'incognita del nuovo Patto di Stabilità in via di negoziazione in sede UE. Un nuovo Patto che comunque riproporrà la stretta sulle politiche di bilancio dopo la sospensione legata alla pandemia. Non a caso la Nadef annuncia già per il 2025/2026 un drastico abbassamento del ricorso al deficit rispetto al biennio precedente, con un taglio di ben 20 miliardi.

Dentro la camicia di forza di queste compatibilità capitaliste, l'attuale manovra annunciata si fonda un extradeficit di 14 miliardi con cui verrà principalmente finanziato il taglio contributivo del cuneo fiscale. Una partita di giro con cui il governo dà un ritocchino ai salari a spese dei salariati stessi (attraverso il debito) senza che il padronato debba scucire un euro. Non a caso Confindustria chiede formalmente che il taglio contributivo del cuneo fiscale ammonti addirittura a 16 miliardi, ben oltre i 10 che il governo predispone. Una Confindustria sensibile ai salari operai? Al contrario. Confindustria vuole scongiurare lotte e rivendicazioni salariali che possano intaccare i suoi profitti, in forte crescita. Quale migliore soluzione che mettere il tutto a carico dei salariati?

Per il resto, il governo deve conciliare l'operazione sul cuneo con l'esigenza di tutelare il proprio blocco sociale piccolo medio borghese. L'anno scorso gli si diede in pasto la cancellazione del reddito di cittadinanza, in funzione dell'abbassamento dei salari. Quest'anno gli si offre una pioggia di condoni e la trovata del concordato fiscale preventivo biennale: se i tuoi profitti crescono nel biennio non pagherai un euro in più avendo concordato preventivamente con lo Stato.
Per tappare i relativi buchi si annunciano altri due miliardi di tagli alla spesa pubblica, disposti centralmente del ministero dell'economia per le resistenze dei diversi ministeri, e un nuovo giro di privatizzazioni e dismissioni.
Tutte misure contro i lavoratori, per effetti diretti e indiretti. Quanto al rinnovo dei contratti pubblici, solo poche briciole cadute dal tavolo. Illuminante il dispositivo allo studio sulla sanità: non l'aumento dell'investimento nel servizio pubblico, non un vero aumento dei salari e delle assunzioni in un settore disastrato, ma la detassazione degli straordinari di medici e infermieri costretti a spaccarsi la schiena per coprire il servizio.

È l'ora di una grande mobilitazione prolungata di tutto il mondo del lavoro contro il governo e il padronato su una piattaforma di lotta generale. È l'ora di una lotta vera. Di un vero sciopero generale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Meloni, un anno dopo

 


C'è bisogno di una lotta vera

22 Settembre 2023

Testo del volantino nazionale del PCL

È passato un anno da quando è nato il governo Meloni. Parlano i fatti.
I salari delle lavoratrici e dei lavoratori, privati e pubblici, hanno continuato la loro discesa, come in nessun altro paese d’Europa.
Il caro prezzi sul carrello della spesa è trainato dall’aumento dei profitti, gli stessi che il governo vuole ulteriormente detassare.
Le accise sulla benzina, che Meloni aveva promesso di “cancellare”, sono state integralmente ripristinate dal governo stesso.
I mutui variabili hanno conosciuto una impennata a tutto beneficio delle banche che hanno fatto utili record (altro che microtassa sugli extraprofitti da 0,1%).
Aumentano ovunque gli omicidi sul lavoro, grazie a un precariato dilagante e alla liberalizzazione degli appalti che Meloni ha esteso.
Il sistema sanitario è a pezzi, con liste d’attesa infinite, mentre la sanità privata che il governo protegge fa affari d’oro in Borsa.
Le uniche spese in crescita sono quelle per gli armamenti e per pagare il debito pubblico alle banche e alle compagnie di assicurazione. Come con tutti i governi precedenti, nessuno escluso.

Meloni vanta “l’attenzione ai redditi medio bassi”. Quanta ipocrisia! La principale misura del governo è stata la cancellazione del reddito di cittadinanza, cioè il diritto di sopravvivenza dei disoccupati, in funzione dell’abbassamento dei salari. Il rifiuto scandaloso di ogni forma di salario minimo completa il quadro. Per di più, con l’“autonomia differenziata”, vogliono indirizzare verso i padroni del Nord le risorse sottratte alla popolazione più povera del paese. Altro che destra... “sociale”.

Meloni vuole rivendere per la prossima legge di stabilità la “riduzione del cuneo fiscale”. Ma è uno specchietto per le allodole. Chi paga i contributi tagliati? I lavoratori e le lavoratrici, o attraverso il fisco, o attraverso il debito pubblico, o attraverso i tagli ai servizi. I padroni, e i loro profitti, non versano un euro. Per questo il capo di Confindustria è così entusiasta dell’operazione. Tutela semplicemente gli interessi dei capitalisti.

È necessario allora che la classe lavoratrice tuteli i propri interessi. Lavoratrici e lavoratori francesi, inglesi, tedeschi, americani sono scesi ripetutamente in lotta nell’ultimo anno per rivendicare i propri diritti sociali e forti aumenti salariali. Occorre imitare il loro esempio. Occorre una lotta vera, unitaria, radicale, di massa che ponga al centro dello scenario politico le ragioni di chi lavora.

• Per un forte aumento salariale di almeno 300 euro netti per tutti i lavoratori e le lavoratrici
• Per la reintroduzione della scala mobile dei salari
• Per un salario minimo intercategoriale di almeno 12 euro l’ora
• Per un reddito dignitoso ai disoccupati
• Per la cancellazione di tutte le misure di precarizzazione del lavoro e della attuale legislazione sugli appalti
• Per il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori sulle condizioni del lavoro, e la decuplicazione di ispettori e ispezioni
• Per la riduzione generale dell’orario di lavoro a 30 ore pagate 40
• Per una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, che possa finanziare il raddoppio della spesa sanitaria, un vasto piano di assunzioni nei servizi, un forte investimento in risanamento ambientale ed energie rinnovabili
• Per la cancellazione del debito pubblico alle banche e l’abbattimento delle spese militari


Occorre far emergere in tutti i luoghi di lavoro, in tutti i sindacati di classe, questa piattaforma generale unificante. L’ora delle chiacchiere è finita. Per un anno intero le burocrazie dirigenti del sindacato hanno garantito a governo e padroni la pace sociale, limitandosi a critiche innocue.
Adesso basta. Non è sufficiente una pur positiva manifestazione a Roma, come non lo sarebbe uno sciopero generale pro forma del tutto simbolico come abbiamo visto in passato. È necessario preparare uno sciopero generale vero, a carattere prolungato, su una piattaforma generale di rivendicazioni che le lavoratrici e i lavoratori possano sentire come propria. Un'assemblea nazionale di delegate e delegati eletti può varare questa piattaforma.

Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori potrà realizzare una svolta vera. Che è anticapitalistica o non è. C’è bisogno di un partito della classe lavoratrice che lotti per questa svolta. Il Partito Comunista dei Lavoratori si batte ogni giorno per costruirlo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Giorgia Meloni e gli extraprofitti delle banche

 


Come l'assenza di un'opposizione di classe lustra l'immagine del governo

11 Agosto 2023

Dopo aver privato centinaia di migliaia di famiglie del diritto alla sopravvivenza, cancellando il reddito di cittadinanza, il governo cerca di riequilibrare il proprio profilo d'immagine sul terreno sociale con la trovata della tassa sugli extraprofitti bancari. Lo scopo? L'equità sociale, dichiara Salvini, a vantaggio dei mutuatari e della riduzione delle tasse.
Una somma di balle e di inganni.

Intanto va detto subito che la tassa è irrisoria.
Nei soli primi sei mesi del 2023 i primi cinque gruppi bancari italiani (Intesa, Unicredit, Banco BPM, BPER e MPS) hanno realizzato quasi undici miliardi di profitti con un incremento del 65% sul 2022, e nel 2022 un incremento dei profitti del 60% sul 2021. Ciò che ora viene tassato non può superare lo 0,1% degli attivi. Meno di una spolveratina, che peraltro sarà ulteriormente alleggerita nel passaggio parlamentare previsto.
La cifra che si pensa di far su si abbassa infatti col passare dei giorni. In 48 ore è passata da tre miliardi a poco più di un miliardo. Se pensiamo che la tassazione prevista sugli extraprofitti delle aziende energetiche da parte di Draghi avrebbe dovuto fruttare dieci miliardi e ne sono arrivati meno di due, è lecito supporre che il ricavato dalle banche sarà davvero poco più che simbolico. Tanto più a fronte della continua crescita dei loro patrimoni azionari in Borsa, e soprattutto dei 300 (trecento!) miliardi di garanzie pubbliche – secondo le stime ufficiali della Banca d'Italia del 2022 – che i governi borghesi hanno girato alla banche dopo la crisi pandemica. Una montagna di soldi pubblici messi a copertura dei loro affari privati, e pagati dai salariati.

La finalità dichiarata del contributo richiesto (l'equità sociale) è una bufala. La tassa, oltre che irrisoria, è dichiaratamente una tantum. Come può finanziare misure strutturali? La soppressione del reddito di cittadinanza è strutturale, è per sempre. I mutui bancari hanno una lunga durata, e quelli variabili sono oggi del tutto insostenibili. E semmai c'è il fondato sospetto che le banche riverseranno sui propri clienti i costi del prelievo richiesto, non essendoci nulla che impedisca loro di farlo.
Quanto alla riduzione delle tasse annunciata dalla legge delega, strutturale anch'essa, beneficia unicamente i padroni. Nuovo abbattimento della tassa sui profitti (IRES), ulteriore riduzione della progressività fiscale, concordato preventivo e condoni vari per miliardari e plurimilionari... di quale “equità sociale” va parlando Salvini? A pagare la riduzione delle tasse per i padroni sarà la nuova riduzione annunciata della spesa sanitaria e dell'istruzione.

E tuttavia l'operazione d'immagine del governo Meloni per quanto truffaldina può avere successo grazie alla politica delle opposizioni.
Le opposizioni liberali progressiste oscillano tra il presentare la misura del governo come propria vittoria (“hanno dovuto darci ragione” dicono Conte e Fratoianni) e la preoccupazione di tutelare le banche (“non si può disturbare il mercato e le attese degli investitori” dichiara Calenda). In entrambi i casi un regalo alla propaganda del governo, che con Fazzolari si affretta a dichiarare: «Noi siamo i soli che non tutelano le banche, abbiamo fatto ciò che altri prima di noi non hanno fatto».

Quanto alla CGIL, chiede al governo analoghe misure verso gli extraprofitti di aziende farmaceutiche e alimentari. Un rilancio platonico che ripropone la logica di pressione su Giorgia Meloni senza uno straccio di piattaforma di mobilitazione (reale). La stessa linea fallita dell'ultimo anno, e non solo.

Il risultato è che il governo continua a brillare della miseria altrui. Della assenza di un'opposizione vera che rivendichi una alternativa di società e si batta per conquistarla. Costruire questa opposizione è il fronte della battaglia d'autunno. L'unica via per contrastare la demagogia ingannevole di un governo a guida postfascista, e sviluppare la coscienza politica degli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una immediata mobilitazione davanti alle prefetture

 


La cancellazione via sms del reddito di cittadinanza va resa ingovernabile

31 Luglio 2023

Come Apple o Amazon cancellano posti di lavoro con un sms, così il governo Meloni cancella con un sms, via INPS, il reddito di sopravvivenza di 169000 disoccupati e indigenti. Che diverranno più di 600000 a regime. Una misura tanto più odiosa e provocatoria se combinata con nuovi regali agli evasori fiscali, l'estensione della precarizzazione del lavoro, il rifiuto di ogni forma di salario minimo, e la corsa incontrollata dei prezzi alimentari.

La cosiddetta destra sociale si rivela per quello che è: una carta di ricambio delle politiche capitaliste, al servizio degli interessi d'impresa e di un incremento dei tassi di sfruttamento.
Il fatto che la cancellazione del reddito sia comunicata ad agosto non è casuale, come ha candidamente ammesso un esponente del governo (Lupi): a settembre avremmo rischiato maggiori turbolenze sociali, ha dichiarato. Come dire che un furto ad agosto si spera resti impunito.

Le opposizioni borghesi liberali gridano ora allo scandalo, come la burocrazia sindacale. Ma la cancellazione del reddito di cittadinanza è annunciata da un anno, gli sms di oggi sono solo la traduzione esecutiva della misura presa. Durante l'intero anno il governo ha potuto godere della più grande pace sociale d'Europa. PD e M5S sono unicamente occupati a sgomitare tra loro per strapparsi voti alle prossime elezioni europee. Il loro messaggio è rivolto alla borghesia: la destra rischia una bomba sociale, vi conviene cambiare cavallo. Mentre la burocrazia sindacale, Landini in primis, ha mulinato solo una valanga di chiacchiere e qualche parata simbolica d'apparato senza nessuna reale iniziativa di lotta. Se oggi Meloni può permettersi gli sms cancella-reddito è anche grazie alla latitanza dell'opposizione.

È ora di voltare pagina. Bisogna organizzare innanzitutto una risposta radicale alla cancellazione del reddito. Non domani, ma ora. Organizzare e mobilitare i soggetti colpiti è la prima necessità, con l'assedio delle prefetture di tutta Italia, a partire dal Meridione. La misura va semplicemente revocata, non rinviata, come propone il M5S. Si può imporre la revoca solo ponendo un tema di ordine pubblico, solo mostrando con la mobilitazione l'ingovernabilità della misura presa.
Tutti i sindacati di classe debbono unire la propria azione su questo terreno. La CGIL ha la responsabilità di dimostrare coi fatti la propria forza di massa per contrastare realmente il governo, che è cosa diversa dal rilasciare interviste.

Ma soprattutto va preparata una grande mobilitazione in autunno, che unisca la classe operaia, i precari, i disoccupati. Landini ha annunciato una manifestazione in ottobre e, pare, uno sciopero generale a novembre. Altri sindacati di classe, in concorrenza tra loro e con la CGIL, hanno preannunciato altre date di “propri” scioperi. Rischia di riproporsi il balletto ordinario della frammentazione delle forze, tra chi cerca di salvarsi l'anima con uno sciopero simbolico una tantum senza continuità e prospettiva (la burocrazia CGIL) e chi custodisce la propria rendita di posizione a sinistra della CGIL con qualche sciopero di calendario disertato dalla massa dei lavoratori.

Così non va. È necessario e urgente un grande fronte unico di lotta di tutte le organizzazioni del movimento operaio, grandi e piccole. È necessaria un'assemblea nazionale intercategoriale di delegati che vari una piattaforma di lotta unificante, per una grande vertenza generale contro governo e padronato. È necessaria una lotta vera, tanto radicale quanto lo sono governo e padroni. Lo sciopero generale dev'essere realmente tale, deve combinarsi con una svolta complessiva delle forme di lotta, deve darsi una continuità d'azione. Che è la condizione decisiva per strappare risultati, e ribaltare lo scenario politico.

Il Partito Comunista dei Lavoratori è impegnato in ogni sindacato di classe nell'avanzare questa proposta di svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il decreto del primo maggio

 


Misure padronali e balbettio sindacale

Il "decreto del primo maggio" sottolinea una volta di più lo scarto tra la determinazione del governo e il balbettio delle burocrazie sindacali.

Il governo ha esteso innanzitutto l'uso dei contratti a termine, la forma più classica di lavoro precario, esattamente come chiede Confindustria. Il Sole 24 Ore non a caso esulta.
In secondo luogo ha smantellato, come annunciato, il vecchio reddito di cittadinanza, sostituendolo con una misura che limita pesantemente la platea interessata, l'importo erogato, la durata dell'importo. Con ciò ha accolto la richiesta pressante del padronato, che vuole eliminare ogni possibile intralcio, per quanto debole, ai salari da fame, e capitalizzare a proprio vantaggio quote ancor più ampie di spesa pubblica.
In terzo luogo ha realizzato il famoso taglio del cuneo fiscale, cioè il taglio dei contributi previdenziali, presentandolo come grande sostegno ai salari. Una truffa bella e buona, per la ragione più semplice: i contributi sono messo a carico del debito pubblico (scostamento di bilancio) e della fiscalità generale, cioè sostanzialmente a carico dei salariati “beneficiari”. In compenso si chiede ai “beneficiari” di non rivendicare aumenti salariali, per i quali infatti non è previsto un euro in relazione al rinnovo dei contratti pubblici. È la ragione per cui Confindustria plaude al taglio del cuneo fiscale, e anzi lo chiede ancor più consistente. Si tratta di una misura di protezione dei profitti, gli stessi profitti in forte crescita che stanno trainando l'aumento dei prezzi e falcidiando i salari.

Vi sarebbero dunque tutte le condizioni di una forte mobilitazione. Tanto più contro un governo a guida postfascista che non ha regalato alle burocrazie neppure la finzione di una trattativa, limitandosi alla pura comunicazione delle decisioni prese.
Ma i burocrati sindacali non vanno al di là di garbatissime parole di insoddisfazione per il trattamento subito, unite alla solita preghiera a futura memoria di un proprio riconoscimento di ruolo, mentre nel merito coprono l'operazione sul cuneo fiscale che li vede allineati a Confindustria, contro ogni vero aumento dei salari a carico dei profitti. Uno scenario di pace sociale che il quadro di mobilitazioni in Europa per forti aumenti salariali – come in Gran Bretagna e persino in Germania – rende ancor impressionante.

Non solo. Questa scandalosa passività delle burocrazie sindacali di casa nostra rischia di regalare al governo Meloni uno spazio d'immagine agli occhi di molti lavoratori. “I sindacati chiacchierano, noi aumentiamo le buste paga di chi lavora, scegliete voi con chi stare”, ha dichiarato la capa del governo a reti unificate. Una manovra propagandistica tanto più insidiosa perché combinandosi col taglio del reddito di cittadinanza mira a contrapporre i salariati ai disoccupati, quindi a dividere ancor di più il blocco delle classi subalterne.

Lo ribadiamo. La lotta per una vertenza unificante del mondo del lavoro, dei precari, dei disoccupati, contro il padronato e il suo governo reazionario, è inseparabile dalla battaglia per un'altra direzione del movimento operaio e sindacale.

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra ai poveri di un governo reazionario

 


ll colpo al reddito di cittadinanza per schiacciare ancora di più i salari

Governo Meloni, governo di ladroni

«Quando cerchiamo i giovani per dargli un lavoro abbiamo un grande competitor, che è il reddito di cittadinanza» dichiarava Carlo Bonomi, presidente di Confindustria. Con ciò rivelava di fatto la miseria dei salari italiani, in calo da trent'anni, e le condizioni di sfruttamento dei salariati. Se 500 euro in media per nucleo familiare sono un “competitor”...

Ora in ogni caso ad abrogare il competitor ci pensa il governo Meloni. Lo smantellamento è progressivo e impietoso. Il bersaglio sono “gli occupabili”, cioè i disoccupati. Ma anche gli occupati che ricevono una paga talmente miserabile da ottenere il sussidio integrativo. In primo luogo il sussidio viene ridotto da dodici a sette mesi, poi il nulla. Ne avrà diritto solo chi ha completato la scuola dell'obbligo, tagliando fuori una fetta rilevante di persone bisognose in particolare nel Sud. Ma soprattutto chi non avrà rifiutato una qualsivoglia offerta di lavoro, quale che sia, sull'intero territorio nazionale. La formulazione precedente, peraltro normalmente ignorata, di “offerta di lavoro congrua”, è stata stralciata. D'ora in avanti, persino formalmente, ogni offerta di lavoro va accettata, fosse pure umiliante e all'altro capo della penisola. In caso contrario, la fame.

L'operazione è funzionale a schiacciare i salari verso il basso attraverso una vergognosa pressione ricattatoria. E a ricavare risorse utili da destinare ad evasori fiscali, rendite finanziarie, azionisti, i veri beneficiari della nuova legge di stabilità.

L'esigenza di una piattaforma generale unificante che rivendichi forti aumenti salariali, il salario minimo di 12 euro all'ora, la cancellazione del lavoro precario, la riduzione dell'orario a 30 ore settimanali a parità di retribuzione, il diritto dei disoccupati ad un reddito dignitoso sino all'ottenimento del lavoro, è l'unica risposta seria al governo Meloni e al padronato che lo sostiene.

Occorre una grande assemblea nazionale di delegati che definisca una piattaforma di svolta e una svolta dei metodi di lotta.

Tutte le organizzazioni di classe, ovunque collocate, uniscano le proprie forze attorno a questa prospettiva di azione. È il momento di un grande fronte unico di classe e di massa contro il governo della reazione. Altro che incontri con il Papa, e sciopericchi di facciata.

Partito Comunista dei Lavoratori

La manovra economica della destra

 


Una truffa per i salariati. Un colpo alla popolazione povera

I conti in tasca alla manovra della destra sono molto semplici. Una manovra di 32 miliardi di cui ventuno sulle bollette, recita lo spartito di Palazzo Chigi. Ma non vuol dire nulla. Il punto è capire da chi prendono i soldi e a chi vanno, a fronte di una mattanza salariale senza precedenti (+13% di aumenti sul carrello della spesa con stipendi in calo).

Ventun miliardi “sulle bollette” sono in deficit, cioè ricavati dalla vendita di titoli di stato a banche e assicurazioni, che andranno ripagate con tanto di interessi (a tassi accresciuti). Dunque messi a carico della fiscalità generale (che grava all'80% su salariati e pensionati) o finanziati dal taglio futuro alle spese sociali. In ogni caso pagati da lavoratori e lavoratrici.

In cosa consiste il beneficio, e a chi va? Una prima voce riguarda il sussidio per benzina e gasolio alla pompa. Un sussidio che però si riduce del 40%. Dai 25 centesimi attuali a 15 centesimi, per la durata di tre o quattro mesi. Il mantenimento del sussidio integrale “costerebbe un miliardo al mese” dichiara Fazzolari, responsabile economico di Fdi, e dunque l'elemosina viene dimezzata. I risparmi ricavati andranno in aiuti per il caro bollette di ospedali e amministrazioni locali (costi extra del trasporto pubblico): 1,9 miliardi alla sanità, a fronte di un calo progressivo della spesa sanitaria sul PIL già programmato dal DEF; 350 milioni ai trasporti; più 200 milioni alla regione Marche per le recenti alluvioni. In poche parole qualche cerotto mal messo sulle emergenze sociali a spese della popolazione povera, mentre si alza a 5000 euro il tetto al contante a vantaggio degli evasori, e si revoca persino la misura annunciata del taglio dell'IVA su pane e latte perché “troppo costosa”.

Una voce centrale della manovra riguarda le imprese, che si vedono confermati e maggiorati i benefici elargiti da Draghi. Maggiorazione del credito d'imposta (dal 30% al 35%) per bar, ristoranti, piccole attività. Maggiorazione dal 35% al 40% dei bonus fiscali alle imprese a forte consumo di energia elettrica e gas. Rifinanziamento per 500 milioni delle agevolazioni fiscali per le imprese che investono in macchinari. Rinnovo di un anno del credito d'imposta per attività di formazione 4.0. Sostegno con nuove risorse (pubbliche) al made in Italy. Inoltre si prevede l'estensione della flat tax al 15% per le partite IVA che raggiungono gli 85000 euro l'anno, e una flat tax sempre per le partite IVA sui cosiddetti redditi incrementali, cioè sull'aumento di reddito annuo rispetto alla media dei tre anni precedenti. A fronte di un fisco che già si appoggia quasi integralmente sui salariati, si amplia ulteriormente il principio discriminatorio a loro danno.

Il governo cerca di mascherare la realtà, vantando l'investimento di 4,2 miliardi per aumentare la busta paga dei dipendenti attraverso la riduzione del cuneo fiscale. È una truffa. Si tratta di un taglio dei contributi previdenziali a carico dell'erario pubblico senza che i padroni debbano scucire un solo euro. Non a caso l'operazione cuneo fiscale è una bandiera di Confindustria, che chiede formalmente una riduzione di 16 miliardi pagata col taglio del 4% della spesa pubblica. Il governo dà un primo acconto al padronato muovendosi nella direzione richiesta. Per i salariati un apparente beneficio di 10 euro netti al mese in busta paga (a proprie spese), per i padroni la decontribuzione totale per le assunzioni under 36. Un'operazione simbolo dell'età renziana che ha saccheggiò il bilancio pubblico senza un solo vero occupato in più.

L'abbattimento del reddito di cittadinanza finanzia la riduzione del cuneo fiscale. Il governo muove verso la soppressione del reddito nel 2024 per tutti “gli occupabili”. Ossia per coloro che, tra i 18 e i 59 anni, “possono lavorare”. La misura è odiosa. Colpisce chi non trova lavoro, attribuendogli la colpa della propria miseria. Colpisce coloro che lavorano per 3/4 euro all'ora e per questo beneficiano di un sussidio di integrazione. Complessivamente milioni di persone, concentrate soprattutto nel Sud ma non solo, a fronte di una crescita impressionante della povertà assoluta documentata da tutti i rilevatori. L'operazione risponde a un duplice scopo. Da un lato ricava risorse da destinare alle imprese, dall'altro abbatte uno scudo, per quanto precario, di difesa sociale dal supersfruttamento. Che è la vera ragione della canea piccolo e medio-borghese a favore dell'abolizione del reddito. Il governo onora una cambiale presso il proprio elettorato, ma si espone al rischio di un contraccolpo sociale.

Sulle pensioni la truffa è non meno scoperta. “Evitare il ritorno della legge Fornero” è stata una bandiera propagandistica della destra, in particolare di Salvini. In realtà, com'è noto, la legge Fornero non è stata mai abrogata da nessuno, e nessuno dei partiti borghesi rivendica la sua cancellazione. In una società che invecchia, anche in ragione della miseria crescente, la previdenza è un costo troppo grande (più 50 miliardi entro il 2025) per chi deve pagare il debito pubblico alle banche. Si ragiona pertanto solo di finestre per piccole quote di salariati. La soluzione fresca di giornata è quella di quota 63, 41 anni di anzianità contributiva e 62 di vecchiaia, con penalizzazione per chi ne usufruisce. Per di più, siccome, al netto del deficit sulle bollette, ogni spesa si deve autofinanziare all'interno del proprio settore, l'obolo di quota 63 viene pagato dalla riduzione dell'indicizzazione delle pensioni per chi riceve una pensione di 2100 euro lordi. Mentre le pensioni minime vengono portate a 570 euro: il nulla rispetto ai 1000 euro promessi in campagna elettorale.

La conclusione è una sola. Nel momento della nuova precipitazione della crisi sociale, il governo non ha nulla da offrire alla classe operaia. La sua manovra combina la continuità della politica economica di Draghi con le marchette offerte alla piccola e media borghesia, ai suoi privilegi, ai suoi umori reazionari. La sola rendita di posizione di cui l'esecutivo dispone è la pace sociale offerta dalle burocrazie sindacali. Una piattaforma di lotta generale che possa unire gli sfruttati è l'unico modo di sbarrare la strada alla reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La legge di stabilità del governo Draghi

 


21 Ottobre 2021

Al riparo della cortina fumogena no green pass, il governo procede come un rullo compressore. È ora di una opposizione vera, come chiedono i compagni della GKN

Al riparo della cortina fumogena delle iniziative contro il green pass, il governo Draghi colpisce lavoratori e disoccupati. Le misure annunciate dalla nuova Legge di stabilità parlano chiaro.

Si cancella l'elemosina di "quota 100" tornando a grandi passi verso una legge Fornero a pieno regime (quota 102 il primo anno, quota 104 il secondo...). Si peggiora la miseria del reddito di cittadinanza, con l'obbligo di accettazione della seconda “offerta” pena l'abbattimento del sussidio. Si annuncia una riforma del fisco in cui al momento l'unica cosa certa è l'abbassamento delle tasse sulle rendite finanziarie (dal 26% al 23%), la cancellazione dell'IRAP (che finanzia la sanità pubblica), l'incentivo fiscale alle fusioni d'impresa (altri 4 miliardi ai padroni).
Per la sanità, in piena pandemia, si destinano le briciole (2 miliardi in più al fondo sanitario), meno della metà degli sconti fiscali offerti al padronato e alle banche. Per gli ammortizzatori sociali, la grande riforma epocale annunciata da Orlando, avanzano appena 3 miliardi e rotti: di conseguenza addio all'estensione della cassa integrazione alle imprese di piccole dimensioni (da 1 a 5 addetti). Quanto poi ai famosi provvedimenti contro le delocalizzazioni, il veto di Confindustria ha chiuso l'argomento. I padroni non solo continueranno a licenziare, ma vedranno allargato lo sblocco per la piccola impresa e l'industria tessile già a partire dal 31 ottobre. I padroni che non volessero licenziare possono beneficiare di una cassa gratuita per tredici settimane, a carico delle finanze pubbliche, cioè a carico dei lavoratori. Ma la loro libertà di licenziare è garantita.

“Libertà, libertà” gridano i cortei no vax e no green pass. Libertà dal vaccino o dal tampone o da entrambi. La libertà dai licenziamenti, dalla fatica di 67 anni di lavoro per pensioni da fame, dal precariato e dal lavoro nero, non incrocia la loro sensibilità. In compenso il governo usa il movimento no green pass e l'ambiente reazionario che lo guida per procedere indisturbato come un rullo compressore contro le condizioni dei salariati. Avevano annunciato ai mari e ai monti che i soldi europei avrebbero cambiato il volto dell'Italia, invece serviranno solo a irrorare i portafogli di industriali e banchieri. Per il resto, tutto come prima ed anzi peggio di prima. Con l'attiva corresponsabilità di una burocrazia sindacale che protesta giustamente contro i fascisti ma non muove un dito per difendere i lavoratori. Ed anzi fa leva sull'abbraccio di Draghi per iscriversi all'unità nazionale. Una politica che non tutelando chi lavora lo regala a volte ai demagoghi reazionari di turno, e agli irrazionalismi più demenziali.

Tutta la sinistra di classe, politica e sindacale, deve allora voltare pagina, ritrovando il passo di un'opposizione radicale a padronato e governo sui temi veri dello scontro sociale. Parliamoci chiaro. Lo sciopero dell'11 ottobre è stata un'occasione preziosa buttata al vento per inseguire i no green pass, col risultato di offrire loro una nuova passerella mediatica e di alimentare la confusione anche all'interno dell'avanguardia. Occorre ora cambiare registro. Riprendere la centralità della piattaforma originaria dello sciopero di ottobre. Recuperare le ragioni di classe poste dall'iniziativa di lotta dei lavoratori della GKN e dalla grande manifestazione del 18 settembre a Firenze. È il tema di uno sciopero generale vero, unitario e di massa, attorno a una piattaforma di lotta unificante che interessi diciassette milioni di salariati. Altro che star dietro a sindacati reazionari (Trieste) e alle Madonne di Medjugorje.

Partito Comunista dei Lavoratori

La stagione dei doveri e dei sacrifici

Il nuovo capo di Confindustria e il parassitismo della borghesia

«Bisogna avere ben presente che quella che sta iniziando è la stagione dei doveri e dei sacrifici, per tutti. Quando sento chiedere aumenti contrattuali, per esempio nell'alimentare, significa che a molti la situazione non è chiara.»

La situazione in realtà è chiarissima. Carlo Bonomi ha scelto il Corriere della Sera, quotidiano di Banca Intesa, per rilanciare un messaggio inequivoco: gli industriali non solo si sottraggono ad ogni responsabilità sul crimine compiuto in Val Seriana (l'accusa «mi indigna», recita Bonomi) ma vogliono accollare agli operai il costo della pandemia per tutti gli anni a venire.

«Credo che i problemi vadano messi sul tavolo e su questo vada impostato un discorso serio con i sindacati che il governo dovrebbe agevolare», «C'è un punto invece che non è stato ben compreso: le imprese oggi stanno riaprendo con costi maggiori e con una produttività più bassa perché bisognerà attuare il distanziamento.»

Come soccorrere dunque i poveri capitalisti “incompresi”? Semplice:
«Abbiamo reddito emergenza, reddito di cittadinanza, cassa ordinaria, straordinaria, in deroga, Naspi, Discoll... Potrei continuare. La risposta del governo alla crisi si esaurisce in una distribuzione di danaro a pioggia. Danaro che non avevamo, si badi bene, si tratta di soldi presi a prestito.»

Ecco, si tratterebbe di spostare questi danari dal portafoglio sdrucito di lavoratori, cassaintegrati, precari, disoccupati – cui queste elemosine spesso neppure arrivano – alla cassaforte dorata dei padroni. Quelli che nel solo 2019 hanno fatto in Borsa 23 miliardi di profitti netti, portano nei paradisi fiscali le proprie ricchezze, hanno beneficiato per vent'anni di riduzioni di tasse e privatizzazioni, intascano oggi la copertura statale dei crediti bancari con garanzie pubbliche pagate da tutti... Non è forse questa la vera «distribuzione di danaro a pioggia»? Se lo Stato prende danaro “a prestito” in misura sempre maggiore ingrassando banche e compagnie di assicurazione non è forse anche perché ha detassato profitti e rendite al fine ingrassare gli industriali? E ora questi vorrebbero allungare le mani persino sulle residue protezioni sociali di coloro che hanno gettato su una strada o condannato a una precarietà senza fine?! E pretendono la rinuncia ad aumenti salariali da operai che nell'alimentare pagano quando va bene 8 euro lordi all'ora?!

Nel denunciare il parassitismo dell'aristocrazia del suo tempo, Parini parlava del “giovin signore”, come “colui che da tutti è servito e a nulla serve”. Così è oggi in forme diverse il grande azionista moderno, un Bonomi qualunque: espressione di una classe che vive del lavoro altrui, ma pretende che il mondo si prostri ai suoi piedi e per questo gli ricorda “doveri e sacrifici”. Ed anzi “si indigna”, come la vecchia aristocrazia se si mette in discussione il suo privilegio, che considera naturale ed eterno.

Solo la classe operaia può liberare la società da questa classe parassitaria e riorganizzare il mondo su basi nuove. E per questo non c'è altra via che una prospettiva di rivoluzione.
Partito Comunista dei Lavoratori

L'assemblea nazionale organizzativa di SGB

Un primo importante passo nella giusta direzione

Il 13 e 14 aprile si è svolta l'Assemblea nazionale organizzativa di SGB, con due compiti fondamentali e tra loro intrecciati quale scopo dei suoi lavori: lo sviluppo organizzativo di SGB e la definizione del processo che condurrà all'unione con la CUB.

La discussione delle assemblee territoriali fino all'assise nazionale è stata istruita da un documento che si è dapprima soffermato sull'analisi della crisi economica mondiale e sul cambiamento del ruolo del sindacato.
Per quanto riguarda la prima, è condivisibile l'accento posto sullo scontro interimperialista, il ruolo del governo americano, la costruzione dell'Unione Europea come blocco imperialista, e la necessita della rivendicazione dell'uscita dalla NATO. Anche l'abbozzo di analisi riguardo la politica del governo giallo-verde a tutela degli interessi delle piccole e medie imprese svantaggiate dai processi di globalizzazione economica, e che oggi si basa su un blocco sociale costituito principalmente della piccola-media borghesia esportatrice del nord d'Italia, un blocco sociale fondamentalmente reazionario, appare centrato, anche se bisognoso di approfondimenti e maggiori specificazioni come, ad esempio il ruolo del Movimento 5 Stelle.

Il governo giallo-verde viene chiamato in causa anche per la sua azione volta a cambiare il ruolo del sindacato, che supera la concertazione, la cogestione e la complicità per tentare piuttosto la via della disintermediazione.
La disintermediazione significa nei fatti l'annullamento - almeno tendenziale - del ruolo del sindacato, in ossequio all'idea interclassista del M5S e ad un progetto autoritario e neocorporativo proprio della Lega, di cui il decreto sicurezza rappresenta una esempio di traduzione giuridico-formale.

La proposta strategica si oppone a questa deriva e al progetto che la sottende.
Per questo viene ribadita la necessità del sindacato di classe laddove, anche se con un breve passaggio, si afferma che il sindacalismo di base non può più esser considerato un soggetto unico, essendo attraversato dalla contraddizione tra chi ha cercato di continuare a praticare la lotta sindacale pur tra errori e inadeguatezze, e chi ha ceduto alla complicità (accordo 10 gennaio 2014) o ha imboccato scorciatoie partitiche.
Il processo di unificazione con la CUB è funzionale a questo progetto, ma questo processo non è automatico, va ripreso ed elaborato con un confronto intorno all'idea di sindacato da costruire, un sindacato definito come democratico, conflittuale e indipendente.

Il documento quindi si conclude con le indicazioni operative assegnate all'Assemblea nazionale organizzativa.
Tra i punti operativi compare l'intento di una eventuale affiliazione al WTFU (Federazione Sindacale Mondiale).
Proprio su questo proposito, che non appare giustificato nell'economia del ragionamento svolto nel documento, si sono appuntate le nostre critiche e la proposta di un emendamento sostanzialmente cassatorio.
Il WTFU associa sindacati di regime come quello nord-coreano e quello siriano, che partecipano dell'oppressione dei lavoratori di quei paesi e della negazione dei loro più elementari diritti sindacali, e che pertanto sono in diretta contraddizione con il proposito di costruire un sindacato di democratico, di classe e indipendente.
Questo documento non è stato sottoposto al voto dell'assemblea, segnando una pratica che abbiamo criticato perché in contraddizione con i propositi di costruzione di un'organizzazione rispettosa di tutte le regole sostanziali e formali di democrazia interna.
Ciò, peraltro, ci ha impedito di sottoporre al voto il nostro emendamento.

Nelle giornate del 13 e 14 aprile, alla presenza di circa 100 delegati, si è svolta l'Assemblea nazionale organizzativa.
Alla riunione sono intervenuti anche numerosi compagni dirigenti a vario livello della CUB, con eguali diritti e tempi di intervento.
La riunione è stata introdotta dalla relazione (1) che riprende e rafforza i contenuti del documento preparatorio sottolineando la contrarietà (nel caso della flat tax e dell’autonomia regionale di Lombardia, Veneto ed Emilia) e le critiche ai provvedimenti del governo, anche quelli a cui la propaganda assegna un maggiore rilievo sociale, come il decreto dignità, che non abolisce il precariato; la "quota 100", che non abolisce la legge Fornero; e il reddito di cittadinanza, che non costituisce la fine della povertà.
Senza aderire in nessun modo all’opposizione di stampo liberale e filopadronale al governo, che va da CGIL-CISL-UIL a Confindustria, si ribadisce invece il contrasto alle grandi opere inutili, a cominciare dal TAV, e l’appoggio al movimento ambientalista anche sul terreno esemplare della battaglia sull’Ilva di Taranto. Viene positivamente ribadita l’importanza e il significato dello sciopero generale, che va costruito con una campagna di massa e non svalutato a fini di autorappresentanza. Si individua la necessità di costruire campagne vertenziali che parlino alla maggioranza dei lavoratori, come, con tutta evidenza, la rivendicazione della riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. In generale, alla base della politica sindacale va posta la rivendicazione del movimento operaio di decidere cosa, quanto e come si produce. Per conseguire questo obbiettivo è necessario costruire il sindacato di classe, confederale, di massa, e che in conseguenza degli scopi di lotta della classe lavoratrice non può essere che anticapitalista.
Infine, dopo aver sottolineato il carattere necessariamente confederale del sindacato a salvaguardia dell’unità della classe lavoratrice e del rifiuto dell’autoreferenzialità, che con una certa approssimazione possiamo tradurre dal punto di vista marxista rivoluzionario in un rifiuto del settarismo, viene ribadita l’intento di confluire nella CUB con il congresso nazionale del gennaio 2020.
Tale percorso dovrà riuscire, attraverso un confronto leale e trasparente, nella non facile conformazione organizzativa tra due sindacati che al momento hanno un’architettura interna diversa.
È significativo, dal nostro punto di vista, la scomparsa dell’accenno alla eventuale confluenza nel WTFU, dovuta soprattutto al tradizionale orientamento contrario della CUB, legata piuttosto al coordinamento dei sindacati di base europei, lontani dall’impostazione stalinista che connota molte delle organizzazioni aderenti al WTFU.

Il dibattito ha visto numerosi interventi i quali, in maggioranza, sono stati sostanzialmente d’accordo con la relazione introduttiva incentratasi soprattutto su alcuni aspetti del rilancio organizzativo di SGB (commissioni di settore, comunicazione, sito web e altro). Gli unici interventi critici sono stati quelli di alcuni compagni di SGB Lazio che hanno lamentato soprattutto la precipitosità del percorso di confluenza, e l’impreparazione di SGB a questo passo.
Dopo le riunioni delle commissioni di settore del pomeriggio del 13 aprile, la riunione si è conclusa la mattina del 14 con la votazione della mozione conclusiva (2).
La mozione finale ha avuto il consenso di quasi l’unanimità dei delegati, con un solo voto contrario.
In conclusione, l’assemblea nazionale organizzativa di SGB ha segnato un modesto ma importante passaggio nella direzione giusta, in controtendenza con i processi di scissione e disgregazione che hanno segnato la vita dei sindacati di base negli ultimi decenni, determinandone un’involuzione settaria ed incapace di parlare alla massa della classe lavoratrice.
Come marxisti rivoluzionari non possiamo che accogliere positivamente il processo avviato da SGB e CUB, pur con tutte le difficoltà che si dipaneranno da qui al gennaio 2020. Dovremo dunque intervenire a sostegno di questo processo sia dal versante di SGB che quello della CUB, vigilando e magari approfondendo il carattere democratico della loro fusione e contrastando ogni deriva settaria a danno dell’unità classe lavoratrice e della possibilità della costituzione di un fronte unico di lotta contro le politiche governative e i progetti padronali.


Qui e qui gli interventi dei compagni/e del PCL all'Assemblea.



Note:

(1) Potete leggerla alla pagina: https://www.sindacatosgb.it/it/85-nazionale/928-assemblea-nazionale-organizzativa-relazione-introduttiva

(2) Potete leggerla alla pagina: https://www.sindacatosgb.it/it/85-nazionale/929-mozione-finale-assemblea-organizzativa-nazionale
Federico Bacchiocchi

La manovra del governo del cambia niente

Avevano annunciato "la Manovra del Popolo” nel nome della “sfida ai poteri forti”. Hanno finito con l'accordarsi col capitale finanziario, italiano e europeo, contro la maggioranza del popolo.
È stato il passo del gambero.

Dovevano “abolire la Fornero”. Poi sono scesi a quota 100. Poi l'hanno vincolata ai 38 anni di contributi, discriminando moltissime donne, e trasformandola in quota 101, 102... Poi hanno dilazionato gli accessi di sei mesi per i pubblici, di tre per i privati. Poi hanno ridotto questa pseudo quota 100 alla parentesi di un triennio, promettendo i 41 anni per il 2023, quando il montante pensionistico ridurrà gli assegni. Il risultato è che la legge Fornero non è stata toccata: si sono solo aggiunte delle temporanee finestre di uscita. Centinaia di migliaia di lavoratori o dovranno accettare pensioni da fame o saranno costretti a restare al lavoro. Sino a quando? Sino ai 67 anni, come vuole la Legge Fornero. Mentre i giovani non raggiungeranno mai 41 anni di contributi.

Avevano promesso “il reddito di cittadinanza”. Ma i 17 miliardi della campagna elettorale si sono prima ridotti a 9, poi sono diventati 7. Mentre gli aventi diritto sono passati da 10 milioni a 5. E i conti non tornano: con la cifra stanziata o si taglia l'assegno promesso o si taglia la platea di chi ne ha diritto. L'unica cosa certa è che il sussidio è solo temporaneo, il lavoro (eventualmente) offerto sarà precario, si offriranno alle aziende e ai loro profitti nuovi sgravi (mentre si tagliano 4 miliardi sulla scuola). Altro che “abolizione della povertà”.

Non è tutto. Queste stesse elemosine sociali sono coperte da una gigantesca cambiale: 23 miliardi di aumenti Iva nel 2020, 29 miliardi nel 2021. Dunque, saranno pagate o da un colpo pesante ai salari, o da un taglio corrispondente di spese sociali. Mentre si bloccano le assunzioni in larga parte della pubblica amministrazione (dai ministeri alle università), si dà il via libera a un nuovo aumento delle tasse locali, si taglia l'indicizzazione delle pensioni poco sopra i 1200 euro netti (in pratica, quelle maturate con uno stipendio medio), come volle il governo Monti-Fornero. E, dulcis in fundo, non si prevedono le risorse per i contratti pubblici (segnano così, come nel decennio passato, la dinamica salariale di tutti).

Nel contempo, in fretta ed in silenzio, il governo ha approvato il 21 dicembre il percorso che avvia le autonomie rafforzate, frantumando così i diritti sociali a seconda della residenza: regionalizzando fondi di finanziamento, funzioni, concorsi e contratti; rendendo più ricchi i territori già ricchi e più deprivati quelli già deprivati.

Perché tutto questo? Per rassicurare, come sempre, gli interessi del capitale. Per continuare pagare il debito pubblico alle banche (70 miliardi annui di soli interessi). Per continuare a ridurre le tasse alle imprese. Per tagliare salari e diritti sociali. Per continuare a spendere miliardi nell'acquisto di aerei da guerra. Per continuare a ingrassare i profitti, che ammontano a 41 miliardi nel 2018 solo per le società quotate in Borsa.

Doveva essere “il governo del cambiamento”, è stato solo un cambiamento di governo.

È necessaria una ribellione sociale di massa, l'unica che può strappare risultati. In Francia Macron è arretrato, non a caso, solo per paura di una rivoluzione. 17 milioni di lavoratori e lavoratrici sono una forza enorme. La forza in grado di imporre l'unico possibile cambiamento vero: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari, dei disoccupati, della maggioranza del popolo. Il governo che può far piazza pulita del capitalismo e costruire un'altra società, a misura dell'uomo e non del profitto. Quando i salariati prenderanno coscienza della propria forza nulla li potrà fermare.
Costruire questa coscienza è la ragione del nostro partito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d'insieme. Doveva essere "la manovra del popolo", è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell'indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all'assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell'operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre). Siamo al punto che persino Matteo Renzi sulle colonne del Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact - cioè il patto col capitale finanziario - i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l'operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull'Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021. Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari”, o attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazzasalari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l'«abolizione della povertà», l'«orgoglio ritrovato dell'Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l'anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata. La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell'edilizia scolastica. Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previsti sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici. Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità. Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi. Si tagliano verticalmente, com'è noto, le spese per l'assistenza e l'integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro ne vengono decurtati da 18 a 24, su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All'altro capo della società le cose vanno diversamente. Le imprese incassano la deducibilità dell'Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l'ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro. Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65.000 euro nel 2019, e ai 100.000 nel 2020. Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell'aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d'interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l'intero edificio della società borghese. Nulla muterà per loro. Continueranno a pagare l'80% del carico fiscale. Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico. Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall'abolizione dell'articolo 18. Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l'uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell'organico aziendale). Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale. Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l'interrogativo su quale classe governerà l'Italia: se i padroni o i lavoratori.
2 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Di Maio e i padroni

Il quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore ha ospitato sabato 8 dicembre una lunga lettera aperta agli industriali del Ministro Luigi Di Maio, con tanto di titolo di apertura di prima pagina: “Di Maio alle imprese: lavoriamo insieme”.

Il titolo tiene fede all'articolo. Un ministro del lavoro che ignora le pietose richieste di incontro delle burocrazie sindacali propone formalmente ai padroni «un metodo di confronto continuo»: l'avvio di un «tavolo permanente per le piccole e medie imprese» per «permettervi di fare gli imprenditori» e «capire insieme qual è la direzione che deve prendere lo sviluppo dell'Italia».

Il cuore mieloso della lettera è naturalmente la Legge di stabilità.
Nello stesso momento in cui il governo svuota ulteriormente le proprie elemosine sociali su reddito e pensioni per rassicurare le banche e la Commissione Europea, Di Maio garantisce pubblicamente i padroni sui vantaggi della finanziaria per i loro profitti: abbassamento delle tasse al 15% per le piccole imprese nel 2019, con la promessa di estenderlo nel 2020; abbattimento dell' IRES dal 24% al 15% (anche per chi “assume” lavoro precario); proroga del superammortamento renziano per gli investimenti; sgravio contributivo sino a 80.000 euro l'anno per le assunzioni a tempo indeterminato; un miliardo ogni anno per la sovvenzione degli investimenti in “alta tecnologia”... Infine l'annuncio per il futuro di 200 miliardi mobilitati attraverso la Cassa Depositi e Prestiti per le infrastrutture, e l'ulteriore liberalizzazione del codice degli appalti (quella che moltiplica gli omicidi bianchi).

Dopo l'offerta di un simile bengodi, Di Maio conclude la lettera ai padroni con parole alate: «L'Italia è come una maestosa aquila che si è spezzata le zampe... Se lavoreremo insieme presto potremmo nuovamente spiccare il volo». A prescindere dall'incerta sintassi, il messaggio è inequivoco: il M5S offre le ali ai capitalisti, come hanno fatto negli ultimi decenni tutti i governi padronali, nessuno escluso. Con una differenza duplice: il M5S si rivolge a tutti i padroni, non solo ai grandi; e porta loro in dote il consenso sociale di milioni di operai, impiegati, disoccupati, cioè di quelli che continueranno a pagare l'80% del carico fiscale per finanziare le regalie alle imprese.

In conclusione: Di Maio vuole contendere alla Lega il blocco piccolo-medio borghese proprietario del Nord, per la stessa ragione per cui Salvini vuole scendere a Sud e invadere le roccaforti elettorali 5 Stelle. I due imbroglioni di governo si disputano le grazie dei padroni, mentre invocano i voti degli sfruttati.
Sino a quando reggerà questa truffa?
10 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

Il passo del gambero del governo truffa

Il 27 settembre, esattamente due mesi fa, il vicepremier Luigi Di Maio annunciava l'«abolizione della povertà» dai balconi di Palazzo Chigi, mentre il suo sodale-concorrente Matteo Salvini prometteva l'abolizione della Legge Fornero, opponendo alla UE il fatidico, e già sentito, “me ne frego”. 

Due mesi dopo, il contrordine. Dopo la bocciatura della Commissione Europea, dopo l'impennata dei tassi di interesse sui titoli di Stato combinata con la diserzione delle aste, dopo le pressioni del capitale finanziario e di Confindustria, il governo SalviMaio pone all'ordine del giorno la “rimodulazione” della manovra economica. Il termine è aulico, la sostanza inequivoca: "quota 100" e reddito di cittadinanza saranno entrambe oggetto di revisione. 
Intendiamoci, né la Lega né il M5S possono ammainare di colpo le rispettive bandiere, tanto più alla vigilia delle elezioni europee. La confezione d'immagine sarà dunque il più possibile salvaguardata. Ma sotto la confezione, il contenuto della merce sarà ulteriormente svuotato e impoverito, nella direzione richiesta dal capitale finanziario. Il gambero allunga il suo passo, naturalmente all'indietro. 


C'ERA UNA VOLTA L'ABOLIZIONE DELLA FORNERO

L'abolizione della famigerata legge Fornero è durata solamente per la campagna elettorale. Già il contratto di governo trasformava l'abolizione della Fornero in "quota 100" (somma dell'età anagrafica e contributiva). Poi la stessa “quota 100” ha visto l'introduzione del vincolo dei 38 anni di contributi, ciò che inevitabilmente alza la quota richiesta per centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, con una forte penalizzazione delle donne; e inoltre comporta un'inevitabile riduzione dell'assegno, per via dei minori contributi, per tutti coloro che andranno in pensione anticipatamente rispetto ai 67 anni (il tetto della pensione di vecchiaia stabilito dalla Fornero che resta intatto). 

Ora il nuovo negoziato con la Commissione Europea trascina una nuova corsa al ribasso. Da un lato si rinvia l'entrata in vigore della riforma e si dilatano i tempi di accesso al pensionamento (le cosiddette finestre, tre mesi nel settore privato, sei nel settore pubblico) con l'obiettivo dichiarato di ridurre la spesa. Dall'altro, si mira a ridurre ulteriormente la platea degli interessati, allungando sino a cinque anni il divieto di cumulo con altre fonti di reddito. Lo scopo complessivo dell'operazione è rivelato dal quotidiano di Confindustria: «traghettare da quota 100 ai 41 anni per tutti per il 2023, quando oltre il 65% dei nuovi pensionati avranno un calcolo misto (retributivo più contributivo) e il coefficiente di trasformazione del montante in pensione a 62 anni sarà più penalizzante rendendo naturale il contenimento delle future uscite» (27 novembre). Detto in linguaggio più semplice, si punta a ridurre il ricorso alla pensione anticipata attraverso la deterrenza della “naturale” riduzione degli assegni. In altri termini, una riforma che doveva “abolire” la Fornero punta a spingere i lavoratori il più possibile a “scegliere” di andare in pensione all'età di vecchiaia prevista dalla Fornero. Mentre, in ogni caso, i giovani d'oggi restano condannati dalla riforma a un immutato destino: chi mai maturerà 38 anni di contributi, col precariato dilagante, e a quanto ammonterà una futura pensione interamente contributiva? 


SI CHIAMAVA REDDITO DI CITTADINANZA

Non va diversamente col cosiddetto reddito di cittadinanza. 

Nel 2013 il M5S presentava una proposta di legge che prevedeva di stanziare 17 miliardi l'anno a favore di 9 milioni di poveri, attraverso un reddito minimo di 780 euro al mese. Il famoso contratto di governo recepiva questa proposta di legge, aggiungendovi la pensione di cittadinanza per i pensionati poveri. 
Poi il disegno di legge di bilancio presentato dal governo, ed oggi all'esame della Camera, ha dimezzato al piede di partenza la proposta di legge originaria: i fondi stanziati passano da 17 a 9 miliardi, la platea dei destinatari passa da 9 milioni a 5 milioni. Più precisamente, in base all'indicatore della ricchezza familiare (Isee), assunto come parametro di riferimento della povertà assoluta, si tratterebbe di 1.800.000 famiglie cui destinare mediamente 370 euro al mese. 
La riduzione di cifra e platea si è combinata non a caso con una progressiva moltiplicazione di vincoli: obbligo di otto ore settimanali di lavoro gratuito presso il comune, obbligo di partecipazione a corsi di formazione, obbligo di accettazione, entro il limite di tre, delle offerte di lavoro (anche precarie, e dalla seconda offerta senza limiti distanza geografica dalla residenza), esclusione degli stranieri con meno di cinque anni di residenza. Di fatto, un incentivo al lavoro precario, nella logica della concorrenza al ribasso dei salari. 

Ora il negoziato con la UE, combinato con le pressioni di Lega e Confindustria, comporta un ulteriore passo indietro. Da un lato si sposta in avanti la data di partenza del reddito (di tre mesi, probabilmente) e si parla di una sua durata sperimentale di 18 mensilità. Dall'altro, si trasforma il reddito in un incentivo per l'impresa o per l'agenzia interinale che assume il disoccupato: tre mensilità intascate dall'impresa o dall'agenzia (Di Maio), o addirittura l'intera corresponsione all'impresa dei sussidi previsti (proposta di Armando Siri, Lega). Così, dopo i 18 miliardi di sgravi contributivi regalati da Renzi per tre anni alle imprese, queste verrebbero a intascare in tutto o in parte la posta equivalente del reddito “di cittadinanza”. È l'ennesima forma di assistenza alle imprese nel nome della lotta alla povertà. Il Sole 24 Ore del 27 marzo plaude alla nuova offerta: “Reddito di cittadinanza, sgravi alle aziende”, titola festoso. Così il presidente di 4.Manager Stefano Cuzzilla: «Se confermato è un cambio di passo positivo a favore delle politiche attive che auspichiamo siano ulteriormente incentivate». I padroni sentono l'inconfondibile profumo dei soldi, e non si sbagliano. 


UN GOVERNO DEI CAPITALISTI COL CONSENSO (SINORA) DELLE LORO VITTIME

Vedremo in corso d'opera lo sbocco del negoziato con la Commissione Europea e all'interno dello stesso governo. Ma la direzione di marcia è tracciata. Il “governo del cambiamento” è la finzione scenica di un governo truffa. Si cambia tutto per non cambiare nulla. Si continua a detassare le imprese, mentre i salariati reggono sulle proprie spalle l'80% del carico fiscale. Si continua a pagare il debito pubblico alle banche, con tassi di interesse oltretutto in crescita, riducendo a elemosina le concessioni sociali. 
Siamo in presenza di un governo dei capitalisti con sembianze mutate. Un governo che continua a ingrassare i padroni col consenso (sinora) delle sue vittime. Fino a quando?
Partito Comunista dei Lavoratori

5 Stelle e TAP, una scelta di campo

Contro l’avvio dei lavori per la realizzazione del gasdotto Azerbaigian–Italia si era prodotta una grande mobilitazione. Da Melendugno era partito un segnale chiaro contro l’ennesima grande opera calata dall’alto, cioè dai tiranni del sistema capitalistico, e carica di effetti devastanti su territorio e società.

Ovviamente nella protesta si collocavano molteplice spinte, alcune delle quali confuse e interclassiste.

L’aspirante premier Di Maio giurò e spergiurò che la TAP non si sarebbe mai fatta. Solo qualche mese dopo, la resa dei conti è quella di Giuseppe Conte pronto a stravolgere il solenne impegno di Di Maio dietro il ricatto di una penale plurimilionaria da versare ai soggetti beneficiari della grande opera in caso di una sua mancata realizzazione. Goffa e ridicola la giustificazione con la quale Di Maio ha cercato di giustificare l’ennesimo voltafaccia dei 5 Stelle. Il giovane virgulto pentastellato è caduto nel ridicolo allorquando ha dichiarato di ignorare l’esistenza di penali in caso di mancata realizzazione di opere pubbliche.

In realtà, messi alla prova dai fatti, i 5 Stelle, anche sulla TAP, hanno fatto una precisa scelta di campo, cinica e sfrontata, calpestando le aspettative di decine di migliaia di attivisti mobilitati per difendere ambiente e territorio e non piegarsi servilmente ai diktat di multinazionali, grandi costruttori e speculatori.

Nel giro di pochi mesi emerge un ineguagliabile campionario ci cialtronerie e meschinità.
Dopo avere costruito una maschera di “amici del popolo” con l’elemosina del reddito di cittadinanza e, proprio in Puglia, con la rivendicazione del ruolo di salvatori dell’Ilva, la foglia di fico (sic) non copre più nulla.
La Caporetto sulla TAP, la precarizzazione sistematica prodotta dal reddito di cittadinanza, le ambiguità sui costi del risanamento dell’Ilva, la loro tempistica, la loro modalità di controllo e le garanzie istituzionali non lasciano più dubbi.
I contorsionismi di Di Maio si sviluppano tutti dentro una cornice di totale subalternità ai padroni del vapore.

I problemi posti dal movimento No TAP, che il PCL sostiene nel massimo della chiarezza, ci dicono che di fronte alla catastrofe causata da un sistema produttivo putrescente, la risposta non può essere costituita da demagogie e populismi.
Il movimento dei lavoratori deve assumere su se stesso il complesso di questi problemi, che sono risolvibili solo con una rottura rivoluzionaria del presente e un’alternativa socialista.
Il PCL lavora con tenacia per questo sbocco.
30 Ottobre 2018
Pino Siclari