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La Nadef annuncia una manovra di classe

 


Governo e padronato scaricano sui salariati il proprio costo sociale e politico

28 Settembre 2023

Il governo anticipa con la Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) la cornice della prossima legge di stabilità.

Il margine di manovra del governo Meloni è ristretto da un combinato di fattori: un abbassamento verticale del tasso di crescita economica dell'Italia, zavorrata dalla recessione tedesca; un aumento netto del costo dell'energia connesso anche alla guerra; l'aumento progressivo dei tassi di interesse di tutte le banche centrali (con l'eccezione del Giappone), inclusa la BCE, che porta il solo pagamento degli interessi sul debito alle banche in Italia alla cifra di 95 miliardi annui. A ciò si aggiunge l'incognita del nuovo Patto di Stabilità in via di negoziazione in sede UE. Un nuovo Patto che comunque riproporrà la stretta sulle politiche di bilancio dopo la sospensione legata alla pandemia. Non a caso la Nadef annuncia già per il 2025/2026 un drastico abbassamento del ricorso al deficit rispetto al biennio precedente, con un taglio di ben 20 miliardi.

Dentro la camicia di forza di queste compatibilità capitaliste, l'attuale manovra annunciata si fonda un extradeficit di 14 miliardi con cui verrà principalmente finanziato il taglio contributivo del cuneo fiscale. Una partita di giro con cui il governo dà un ritocchino ai salari a spese dei salariati stessi (attraverso il debito) senza che il padronato debba scucire un euro. Non a caso Confindustria chiede formalmente che il taglio contributivo del cuneo fiscale ammonti addirittura a 16 miliardi, ben oltre i 10 che il governo predispone. Una Confindustria sensibile ai salari operai? Al contrario. Confindustria vuole scongiurare lotte e rivendicazioni salariali che possano intaccare i suoi profitti, in forte crescita. Quale migliore soluzione che mettere il tutto a carico dei salariati?

Per il resto, il governo deve conciliare l'operazione sul cuneo con l'esigenza di tutelare il proprio blocco sociale piccolo medio borghese. L'anno scorso gli si diede in pasto la cancellazione del reddito di cittadinanza, in funzione dell'abbassamento dei salari. Quest'anno gli si offre una pioggia di condoni e la trovata del concordato fiscale preventivo biennale: se i tuoi profitti crescono nel biennio non pagherai un euro in più avendo concordato preventivamente con lo Stato.
Per tappare i relativi buchi si annunciano altri due miliardi di tagli alla spesa pubblica, disposti centralmente del ministero dell'economia per le resistenze dei diversi ministeri, e un nuovo giro di privatizzazioni e dismissioni.
Tutte misure contro i lavoratori, per effetti diretti e indiretti. Quanto al rinnovo dei contratti pubblici, solo poche briciole cadute dal tavolo. Illuminante il dispositivo allo studio sulla sanità: non l'aumento dell'investimento nel servizio pubblico, non un vero aumento dei salari e delle assunzioni in un settore disastrato, ma la detassazione degli straordinari di medici e infermieri costretti a spaccarsi la schiena per coprire il servizio.

È l'ora di una grande mobilitazione prolungata di tutto il mondo del lavoro contro il governo e il padronato su una piattaforma di lotta generale. È l'ora di una lotta vera. Di un vero sciopero generale.

Partito Comunista dei Lavoratori

La manovra economica della destra

 


Una truffa per i salariati. Un colpo alla popolazione povera

I conti in tasca alla manovra della destra sono molto semplici. Una manovra di 32 miliardi di cui ventuno sulle bollette, recita lo spartito di Palazzo Chigi. Ma non vuol dire nulla. Il punto è capire da chi prendono i soldi e a chi vanno, a fronte di una mattanza salariale senza precedenti (+13% di aumenti sul carrello della spesa con stipendi in calo).

Ventun miliardi “sulle bollette” sono in deficit, cioè ricavati dalla vendita di titoli di stato a banche e assicurazioni, che andranno ripagate con tanto di interessi (a tassi accresciuti). Dunque messi a carico della fiscalità generale (che grava all'80% su salariati e pensionati) o finanziati dal taglio futuro alle spese sociali. In ogni caso pagati da lavoratori e lavoratrici.

In cosa consiste il beneficio, e a chi va? Una prima voce riguarda il sussidio per benzina e gasolio alla pompa. Un sussidio che però si riduce del 40%. Dai 25 centesimi attuali a 15 centesimi, per la durata di tre o quattro mesi. Il mantenimento del sussidio integrale “costerebbe un miliardo al mese” dichiara Fazzolari, responsabile economico di Fdi, e dunque l'elemosina viene dimezzata. I risparmi ricavati andranno in aiuti per il caro bollette di ospedali e amministrazioni locali (costi extra del trasporto pubblico): 1,9 miliardi alla sanità, a fronte di un calo progressivo della spesa sanitaria sul PIL già programmato dal DEF; 350 milioni ai trasporti; più 200 milioni alla regione Marche per le recenti alluvioni. In poche parole qualche cerotto mal messo sulle emergenze sociali a spese della popolazione povera, mentre si alza a 5000 euro il tetto al contante a vantaggio degli evasori, e si revoca persino la misura annunciata del taglio dell'IVA su pane e latte perché “troppo costosa”.

Una voce centrale della manovra riguarda le imprese, che si vedono confermati e maggiorati i benefici elargiti da Draghi. Maggiorazione del credito d'imposta (dal 30% al 35%) per bar, ristoranti, piccole attività. Maggiorazione dal 35% al 40% dei bonus fiscali alle imprese a forte consumo di energia elettrica e gas. Rifinanziamento per 500 milioni delle agevolazioni fiscali per le imprese che investono in macchinari. Rinnovo di un anno del credito d'imposta per attività di formazione 4.0. Sostegno con nuove risorse (pubbliche) al made in Italy. Inoltre si prevede l'estensione della flat tax al 15% per le partite IVA che raggiungono gli 85000 euro l'anno, e una flat tax sempre per le partite IVA sui cosiddetti redditi incrementali, cioè sull'aumento di reddito annuo rispetto alla media dei tre anni precedenti. A fronte di un fisco che già si appoggia quasi integralmente sui salariati, si amplia ulteriormente il principio discriminatorio a loro danno.

Il governo cerca di mascherare la realtà, vantando l'investimento di 4,2 miliardi per aumentare la busta paga dei dipendenti attraverso la riduzione del cuneo fiscale. È una truffa. Si tratta di un taglio dei contributi previdenziali a carico dell'erario pubblico senza che i padroni debbano scucire un solo euro. Non a caso l'operazione cuneo fiscale è una bandiera di Confindustria, che chiede formalmente una riduzione di 16 miliardi pagata col taglio del 4% della spesa pubblica. Il governo dà un primo acconto al padronato muovendosi nella direzione richiesta. Per i salariati un apparente beneficio di 10 euro netti al mese in busta paga (a proprie spese), per i padroni la decontribuzione totale per le assunzioni under 36. Un'operazione simbolo dell'età renziana che ha saccheggiò il bilancio pubblico senza un solo vero occupato in più.

L'abbattimento del reddito di cittadinanza finanzia la riduzione del cuneo fiscale. Il governo muove verso la soppressione del reddito nel 2024 per tutti “gli occupabili”. Ossia per coloro che, tra i 18 e i 59 anni, “possono lavorare”. La misura è odiosa. Colpisce chi non trova lavoro, attribuendogli la colpa della propria miseria. Colpisce coloro che lavorano per 3/4 euro all'ora e per questo beneficiano di un sussidio di integrazione. Complessivamente milioni di persone, concentrate soprattutto nel Sud ma non solo, a fronte di una crescita impressionante della povertà assoluta documentata da tutti i rilevatori. L'operazione risponde a un duplice scopo. Da un lato ricava risorse da destinare alle imprese, dall'altro abbatte uno scudo, per quanto precario, di difesa sociale dal supersfruttamento. Che è la vera ragione della canea piccolo e medio-borghese a favore dell'abolizione del reddito. Il governo onora una cambiale presso il proprio elettorato, ma si espone al rischio di un contraccolpo sociale.

Sulle pensioni la truffa è non meno scoperta. “Evitare il ritorno della legge Fornero” è stata una bandiera propagandistica della destra, in particolare di Salvini. In realtà, com'è noto, la legge Fornero non è stata mai abrogata da nessuno, e nessuno dei partiti borghesi rivendica la sua cancellazione. In una società che invecchia, anche in ragione della miseria crescente, la previdenza è un costo troppo grande (più 50 miliardi entro il 2025) per chi deve pagare il debito pubblico alle banche. Si ragiona pertanto solo di finestre per piccole quote di salariati. La soluzione fresca di giornata è quella di quota 63, 41 anni di anzianità contributiva e 62 di vecchiaia, con penalizzazione per chi ne usufruisce. Per di più, siccome, al netto del deficit sulle bollette, ogni spesa si deve autofinanziare all'interno del proprio settore, l'obolo di quota 63 viene pagato dalla riduzione dell'indicizzazione delle pensioni per chi riceve una pensione di 2100 euro lordi. Mentre le pensioni minime vengono portate a 570 euro: il nulla rispetto ai 1000 euro promessi in campagna elettorale.

La conclusione è una sola. Nel momento della nuova precipitazione della crisi sociale, il governo non ha nulla da offrire alla classe operaia. La sua manovra combina la continuità della politica economica di Draghi con le marchette offerte alla piccola e media borghesia, ai suoi privilegi, ai suoi umori reazionari. La sola rendita di posizione di cui l'esecutivo dispone è la pace sociale offerta dalle burocrazie sindacali. Una piattaforma di lotta generale che possa unire gli sfruttati è l'unico modo di sbarrare la strada alla reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

La legge di stabilità del governo Draghi

 


21 Ottobre 2021

Al riparo della cortina fumogena no green pass, il governo procede come un rullo compressore. È ora di una opposizione vera, come chiedono i compagni della GKN

Al riparo della cortina fumogena delle iniziative contro il green pass, il governo Draghi colpisce lavoratori e disoccupati. Le misure annunciate dalla nuova Legge di stabilità parlano chiaro.

Si cancella l'elemosina di "quota 100" tornando a grandi passi verso una legge Fornero a pieno regime (quota 102 il primo anno, quota 104 il secondo...). Si peggiora la miseria del reddito di cittadinanza, con l'obbligo di accettazione della seconda “offerta” pena l'abbattimento del sussidio. Si annuncia una riforma del fisco in cui al momento l'unica cosa certa è l'abbassamento delle tasse sulle rendite finanziarie (dal 26% al 23%), la cancellazione dell'IRAP (che finanzia la sanità pubblica), l'incentivo fiscale alle fusioni d'impresa (altri 4 miliardi ai padroni).
Per la sanità, in piena pandemia, si destinano le briciole (2 miliardi in più al fondo sanitario), meno della metà degli sconti fiscali offerti al padronato e alle banche. Per gli ammortizzatori sociali, la grande riforma epocale annunciata da Orlando, avanzano appena 3 miliardi e rotti: di conseguenza addio all'estensione della cassa integrazione alle imprese di piccole dimensioni (da 1 a 5 addetti). Quanto poi ai famosi provvedimenti contro le delocalizzazioni, il veto di Confindustria ha chiuso l'argomento. I padroni non solo continueranno a licenziare, ma vedranno allargato lo sblocco per la piccola impresa e l'industria tessile già a partire dal 31 ottobre. I padroni che non volessero licenziare possono beneficiare di una cassa gratuita per tredici settimane, a carico delle finanze pubbliche, cioè a carico dei lavoratori. Ma la loro libertà di licenziare è garantita.

“Libertà, libertà” gridano i cortei no vax e no green pass. Libertà dal vaccino o dal tampone o da entrambi. La libertà dai licenziamenti, dalla fatica di 67 anni di lavoro per pensioni da fame, dal precariato e dal lavoro nero, non incrocia la loro sensibilità. In compenso il governo usa il movimento no green pass e l'ambiente reazionario che lo guida per procedere indisturbato come un rullo compressore contro le condizioni dei salariati. Avevano annunciato ai mari e ai monti che i soldi europei avrebbero cambiato il volto dell'Italia, invece serviranno solo a irrorare i portafogli di industriali e banchieri. Per il resto, tutto come prima ed anzi peggio di prima. Con l'attiva corresponsabilità di una burocrazia sindacale che protesta giustamente contro i fascisti ma non muove un dito per difendere i lavoratori. Ed anzi fa leva sull'abbraccio di Draghi per iscriversi all'unità nazionale. Una politica che non tutelando chi lavora lo regala a volte ai demagoghi reazionari di turno, e agli irrazionalismi più demenziali.

Tutta la sinistra di classe, politica e sindacale, deve allora voltare pagina, ritrovando il passo di un'opposizione radicale a padronato e governo sui temi veri dello scontro sociale. Parliamoci chiaro. Lo sciopero dell'11 ottobre è stata un'occasione preziosa buttata al vento per inseguire i no green pass, col risultato di offrire loro una nuova passerella mediatica e di alimentare la confusione anche all'interno dell'avanguardia. Occorre ora cambiare registro. Riprendere la centralità della piattaforma originaria dello sciopero di ottobre. Recuperare le ragioni di classe poste dall'iniziativa di lotta dei lavoratori della GKN e dalla grande manifestazione del 18 settembre a Firenze. È il tema di uno sciopero generale vero, unitario e di massa, attorno a una piattaforma di lotta unificante che interessi diciassette milioni di salariati. Altro che star dietro a sindacati reazionari (Trieste) e alle Madonne di Medjugorje.

Partito Comunista dei Lavoratori

La legge di stabilità del Conte 2: ordinaria manutenzione del capitalismo italiano

La legge di stabilità varata dal governo Conte 2 è la cartina di tornasole della natura dell'esecutivo PD-M5S-IV-LeU: un governo di ordinaria manutenzione del capitalismo italiano.

La struttura di fondo della manovra è già di per sé eloquente. Essa ruota attorno alla necessità di disinnescare le famigerate clausole Iva poste a garanzia dei parametri europei, clausole che com'è noto ammontano a 23 miliardi per il 2020. Di cosa si tratta? Si tratta delle garanzie offerte al capitale finanziario, cioè alle banche creditrici (anche italiane), circa la regolarità del debitore, cioè dello Stato. Come è stata coperta questa cifra? Con vari mezzi: ulteriori tagli alle spese dei ministeri (che hanno tutte ricadute sociali dirette o indirette), qualche maggiorazione di imposte indirette (prima presentate come virtuose, come su zuccheri, plastica, auto aziendali, poi assottigliate e spalmate negli anni)... Ma soprattutto con altre due misure: facendo altro deficit, cioè ricorrendo ad altri prestiti sul mercato finanziario per ben 14 miliardi (vendendo titoli alle banche e indebitandosi con queste, con relativi interessi); e offrendo altre garanzie al capitale finanziario per gli anni a venire, cioè altre clausole di salvaguardia per ben 47 miliardi (quarantasette!) per il 2021 e 2022. Come si vede, in una società capitalista in cui si recita la retorica della massima flessibilità quando si tratta di lavoro salariato, vige la massima rigidità quando si tratta di capitale finanziario. I vincoli del debito pubblico, cioè le garanzie offerte alle banche, sono l'alfa e l'omega di ogni manovra. Un principio assoluto e inderogabile. In particolare per un governo retto dal PD, garante diretto e sperimentato delle compatibilità di sistema, col ruolo comprimario del M5S, allo sbando.

Dentro questa cornice strutturale, la legge di stabilità ha manovrato in limiti molto angusti. Ma anche qui con un criterio di classe. Tre miliardi sono stati investiti nella cosiddetta riduzione del cuneo fiscale: circa 30/40 euro di riduzione del prelievo fiscale sulle buste paga, senza che il padronato abbia speso un euro. Un'operazione non solo irrisoria nelle quantità (la metà del bonus Renzi), ma a carico della fiscalità generale, che continua a poggiare, com'è noto, per l'80% su lavoratori e pensionati. In altri termini una partita di giro a tutela dei profitti. Tanto è vero che Confindustria ha salutato con favore l'operazione, utilizzandola oltretutto per delegittimare le rivendicazioni contrattuali in fatto di salario: “già avete avuto dal governo e volete ulteriori aumenti?”. Altri spiccioli sono stati investiti nei bonus, come l'aumento del bonus bebè e la maggiorazione dei bonus per gli asili nido, in un paese in cui gli asili spesso mancano, come in tutto il Sud. A questo si aggiunge l'eliminazione del superticket sanitario, a fronte della continuità delle politiche di definanziamento strutturale della sanità pubblica che dura dal 2008/2009; ogni volta mascherata da un aumento reale in termini assoluti del fondo sanitario nazionale, ma sempre minore dell'incremento della spesa necessaria a fronte dell'invecchiamento della popolazione. Quindi in realtà una riduzione. I dieci miliardi in più nella sanità annunciati dal ministro Speranza sono spalmati, non a caso, negli anni futuri. Una promessa, non una realtà. E una promessa oltretutto dalla credibilità assai dubbia, se si considera la zavorra dei 47 miliardi garantiti al capitale finanziario nel prossimo biennio.

A fronte di queste miserie ingannevoli, e nonostante la ristrettezza dei margini di manovra, la legge di stabilità è riuscita a destinare altri 7 miliardi alle imprese, sotto forma di agevolazioni fiscali e contributive. Un miliardo alla Banca Popolare di Bari, ricapitalizzandola con risorse pubbliche pagate dai lavoratori. Altri miliardi messi in preventivo per interventi pubblici su Ilva ed Alitalia, a carico dei lavoratori, e a vantaggio dei grandi azionisti privati che hanno acquistato o si candidano ad acquistare aziende strategiche e servizi nazionali. L'ennesima socializzazione delle perdite, talvolta a vantaggio di proprietà criminali come nel caso di ArcelorMittal, già indagata per truffa contro lo Stato da due procure della Repubblica, e al prezzo di altre migliaia di esuberi richiesti dai privati come condizione dell'acquisto. Il tutto a vantaggio di un sistema di imprese che nel solo 2019 ha realizzato in Borsa qualcosa come 21 miliardi di dividendi (netti)!
Eppure Confindustria non è soddisfatta. Voleva un grande investimento nelle infrastrutture, soprattutto al Nord. Ma questo investimento non è stato possibile nella camicia di forza delle politiche di bilancio che la stessa Confindustria chiede di rispettare. Sarebbe stato possibile ad una sola condizione: l'eliminazione del reddito di cittadinanza e l'abrogazione immediata di "quota 100". È ciò che proponeva infatti Italia Viva di Renzi, che cerca di scavalcare il PD nell'accreditamento presso Confindustria. Ma il governo PD-M5S era ed è troppo debole politicamente per avventurarsi in una politica d'urto. Da qui la linea di prudente galleggiamento, con l'effetto di scontentare tutti. I lavoratori salariati da un lato, che restano oggi purtroppo in quota maggioritaria Lega, cui sono stati regalati dalle politiche di austerità del PD. E Confindustria dall'altro, che con una mano continua a intascare e con l'altra continua a battere cassa. Perché un comitato d'affari vale l'altro, per i padroni. Da questo si aspettavano di più, al prossimo chiederanno di più. Tanto più se a presiederlo, prima o poi, fosse Salvini. Cioè l'unico vero beneficiario di un governo padronale sostenuto dalla sinistra parlamentare. E da Landini.
Partito Comunista dei Lavoratori

La manovra del governo del cambia niente

Avevano annunciato "la Manovra del Popolo” nel nome della “sfida ai poteri forti”. Hanno finito con l'accordarsi col capitale finanziario, italiano e europeo, contro la maggioranza del popolo.
È stato il passo del gambero.

Dovevano “abolire la Fornero”. Poi sono scesi a quota 100. Poi l'hanno vincolata ai 38 anni di contributi, discriminando moltissime donne, e trasformandola in quota 101, 102... Poi hanno dilazionato gli accessi di sei mesi per i pubblici, di tre per i privati. Poi hanno ridotto questa pseudo quota 100 alla parentesi di un triennio, promettendo i 41 anni per il 2023, quando il montante pensionistico ridurrà gli assegni. Il risultato è che la legge Fornero non è stata toccata: si sono solo aggiunte delle temporanee finestre di uscita. Centinaia di migliaia di lavoratori o dovranno accettare pensioni da fame o saranno costretti a restare al lavoro. Sino a quando? Sino ai 67 anni, come vuole la Legge Fornero. Mentre i giovani non raggiungeranno mai 41 anni di contributi.

Avevano promesso “il reddito di cittadinanza”. Ma i 17 miliardi della campagna elettorale si sono prima ridotti a 9, poi sono diventati 7. Mentre gli aventi diritto sono passati da 10 milioni a 5. E i conti non tornano: con la cifra stanziata o si taglia l'assegno promesso o si taglia la platea di chi ne ha diritto. L'unica cosa certa è che il sussidio è solo temporaneo, il lavoro (eventualmente) offerto sarà precario, si offriranno alle aziende e ai loro profitti nuovi sgravi (mentre si tagliano 4 miliardi sulla scuola). Altro che “abolizione della povertà”.

Non è tutto. Queste stesse elemosine sociali sono coperte da una gigantesca cambiale: 23 miliardi di aumenti Iva nel 2020, 29 miliardi nel 2021. Dunque, saranno pagate o da un colpo pesante ai salari, o da un taglio corrispondente di spese sociali. Mentre si bloccano le assunzioni in larga parte della pubblica amministrazione (dai ministeri alle università), si dà il via libera a un nuovo aumento delle tasse locali, si taglia l'indicizzazione delle pensioni poco sopra i 1200 euro netti (in pratica, quelle maturate con uno stipendio medio), come volle il governo Monti-Fornero. E, dulcis in fundo, non si prevedono le risorse per i contratti pubblici (segnano così, come nel decennio passato, la dinamica salariale di tutti).

Nel contempo, in fretta ed in silenzio, il governo ha approvato il 21 dicembre il percorso che avvia le autonomie rafforzate, frantumando così i diritti sociali a seconda della residenza: regionalizzando fondi di finanziamento, funzioni, concorsi e contratti; rendendo più ricchi i territori già ricchi e più deprivati quelli già deprivati.

Perché tutto questo? Per rassicurare, come sempre, gli interessi del capitale. Per continuare pagare il debito pubblico alle banche (70 miliardi annui di soli interessi). Per continuare a ridurre le tasse alle imprese. Per tagliare salari e diritti sociali. Per continuare a spendere miliardi nell'acquisto di aerei da guerra. Per continuare a ingrassare i profitti, che ammontano a 41 miliardi nel 2018 solo per le società quotate in Borsa.

Doveva essere “il governo del cambiamento”, è stato solo un cambiamento di governo.

È necessaria una ribellione sociale di massa, l'unica che può strappare risultati. In Francia Macron è arretrato, non a caso, solo per paura di una rivoluzione. 17 milioni di lavoratori e lavoratrici sono una forza enorme. La forza in grado di imporre l'unico possibile cambiamento vero: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, dei precari, dei disoccupati, della maggioranza del popolo. Il governo che può far piazza pulita del capitalismo e costruire un'altra società, a misura dell'uomo e non del profitto. Quando i salariati prenderanno coscienza della propria forza nulla li potrà fermare.
Costruire questa coscienza è la ragione del nostro partito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Una legge truffa per i lavoratori e le lavoratrici

Ora che la Legge di stabilità è stata approvata, possiamo aggiungere alle considerazioni già espresse un giudizio d'insieme. Doveva essere "la manovra del popolo", è invece una legge truffa.

La Legge Fornero rimane, con la sola parentesi di tre anni della cosiddetta “quota 100” (che quota 100 non è per via del vincolo dei 38/62 anni). Una parentesi che sarà finanziata in parte, oltretutto, dal blocco parziale dell'indicizzazione delle pensioni, voluto proprio dal governo Monti-Fornero. Peraltro moltissimi lavoratori e (soprattutto) lavoratrici interessati saranno esclusi persino dalla “parentesi”, per via del numero insufficiente dei contributi maturati o, di fatto, per la penalizzazione legata al minor numero dei contributi stessi.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza, che attende ancora il decreto attuativo, assomiglia sempre più a un incentivo all'assunzione rivolto alle imprese. Lo stesso quotidiano di Confindustria ha commentato con compiacimento: «Le imprese entrano a pieno titolo nell'operazione reddito di cittadinanza. Il reddito di cittadinanza inizia ad avere sempre più la veste di vera politica attiva» (Il Sole 24 Ore, 28 dicembre). Siamo al punto che persino Matteo Renzi sulle colonne del Corriere della Sera, ha rivendicato la versione annunciata del reddito di cittadinanza come continuità degli incentivi del Jobs act.

Ma soprattutto il punto è: chi paga? Per poter sventolare sotto elezioni il drappo di due bandiere elemosina e al tempo stesso mediare con la UE e rispettare il Fiscal compact - cioè il patto col capitale finanziario - i due imbroglioni Di Maio e Salvini hanno fatto l'operazione più semplice. Hanno spostato il carico di spesa sul 2020 e il 2021 con una gigantesca clausola di salvaguardia sull'Iva: 23 miliardi sul 2020 e 28,8 miliardi sul 2021. Le elemosine sdrucite di oggi sono messe sul conto futuro dei “beneficiari”, o attraverso un aumento massiccio delle imposte indirette ammazzasalari o attraverso un taglio corrispondente delle spese sociali. Semplicemente, ai “beneficiari” questo non viene detto. A loro si comunica la «svolta storica», l'«abolizione della povertà», l'«orgoglio ritrovato dell'Italia» e altre idiozie spazzatura.

Peraltro, l'anticipo del conto è già in parte scritto, nero su bianco, nella manovra approvata. La scuola subisce un taglio triennale di 4 miliardi, dal taglio al sostegno al taglio dell'edilizia scolastica. Le privatizzazioni e dismissioni di beni pubblici previsti sul solo 2019 ammontano a 19 miliardi, mentre nello stesso anno diminuiscono in assoluto gli investimenti pubblici. Le assunzioni vengono bloccate nel 2019 in larga parte della pubblica amministrazione, con la mancata sostituzione di chi andrà in pensione e una pesante ricaduta su servizi già collassati, in particolare nella sanità. Vengono sbloccate le tasse locali, con un via libera ai Comuni per nuovi rincari di Irpef, Imu, Tasi. Si tagliano verticalmente, com'è noto, le spese per l'assistenza e l'integrazione dei migranti (dai famosi 35 euro ne vengono decurtati da 18 a 24, su affitto, pasti, biancheria, formazione).

All'altro capo della società le cose vanno diversamente. Le imprese incassano la deducibilità dell'Imu sui capannoni al 40% (Di Maio puntava al 50%), l'ulteriore abbattimento della tassa sugli utili reinvestiti, anche in contratti a termine, dal 24% al 15% (Ires), la riduzione del 32% dei contributi per gli “infortuni” sul lavoro (Inail), la liberalizzazione degli appalti senza gara entro i 150.000 euro. Le piccole imprese e i liberi professionisti incassano la flat tax al 15% sul fatturato sino ai 65.000 euro nel 2019, e ai 100.000 nel 2020. Le banche e le assicurazioni che pagano un obolo triennale di 5 miliardi, prevedibilmente scaricato sui conti correnti e sulla clientela, intascano i 70 miliardi ordinari di soli interessi annui sul debito pubblico, per di più prevedibilmente maggiorati, di due miliardi, per via dell'aumento intervenuto dello spread (divario del tasso d'interesse tra titoli pubblici italiani e tedeschi) e della fine del Quantitative Easing della BCE.

Quanto ai salariati pubblici e privati, continueranno a reggere sulle proprie spalle l'intero edificio della società borghese. Nulla muterà per loro. Continueranno a pagare l'80% del carico fiscale. Continueranno a subire la vacanza contrattuale nel settore pubblico. Continueranno a subire il Jobs act di Renzi, rimasto intatto in tutti gli aspetti essenziali, a partire dall'abolizione dell'articolo 18. Continueranno a subire il precariato (il famoso decreto dignità che doveva “abolirlo” ha esteso l'uso dei contratti a termine dal 20% al 30% dell'organico aziendale). Continueranno a lavorare nei giorni festivi nella grande distribuzione e nel commercio, visto che la promessa di cancellarli è rimasta tale. Mentre sotto la pressione delle Regioni a guida leghista, Veneto in testa, il governo ha avviato un progetto di autonomie regionali che tratterrà al Nord il grosso del residuo fiscale a scapito del Mezzogiorno, e mirerà a differenziare prestazioni e condizioni giuridiche e contrattuali del lavoro su basi territoriale. Un colpo frontale ai lavoratori e alle lavoratrici di tutta Italia.

Sino a quando? Sino a quando non si produrrà una grande ribellione sociale, di classe e di massa, che ponga l'interrogativo su quale classe governerà l'Italia: se i padroni o i lavoratori.
2 gennaio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

CONTRO IL GOVERNO DEL CAMBIANIENTE!

Sabato 29 dicembre dalle ore 16, in via del Pratello 90, BOLOGNA,
banchetto di distribuzione di materiale informativo sulla legge di stabilità (finanziaria) appena varata dal

GOVERNO DEL CAMBIANIENTE!

Nell'occasione sarà distribuito anche l'ultimo numero di Unità di Classe

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
SEZ. DI BOLOGNA

Soldi ai capitalisti, pagati dai lavoratori


Respingiamo la Legge di stabilità! Occorre un vero sciopero generale!


13 Novembre 2017
Testo del volantino nazionale a cura del Partito Comunista dei Lavoratori
La “nuova” legge di stabilità varata dal governo Gentiloni-Renzi conferma la linea di anni e decenni: regali fiscali ai padroni pagati dai lavoratori.

Un governo che ha già stanziato 20 miliardi a favore delle banche destina altri miliardi a favore dei capitalisti sotto forma di decontribuzioni, superammortamenti, iperammortamenti...
“Sono incentivi ad assunzioni e investimenti”, dichiarano. Falso. I fatti dimostrano che la pioggia di miliardi già regalati ai padroni col Jobs Act non ha moltiplicato i posti di lavoro, ma il precariato e la ricattabilità dei nuovi assunti. L'unico risultato delle regalie ai capitalisti è stato il gonfiamento dei loro profitti. La nuova finanziaria Gentiloni prevede non a caso che dal 2019 scatti una imposta sul reddito d'impresa, calcolata separatamente, equiparata all'IRES (24%) e dunque ulteriormente ribassata. Nuovi miliardi ai padroni. Mentre ogni anno si continua a pagare 70 miliardi di soli interessi sul debito pubblico alle banche rapinatrici che lo comprano.

Chi paga il conto di tutto questo bengodi? I lavoratori, i precari, i disoccupati. Innanzitutto con l'aumento progressivo e scandaloso dell'età pensionabile. Poi con la polverizzazione dei contratti dei lavoratori pubblici. Poi col taglio dei trasferimenti pubblici ai comuni. Poi col definanziamento progressivo della sanità pubblica, che vede calare di un miliardo l'anno il fondo sanitario nazionale rispetto al suo fabbisogno, mentre undici milioni di persone non sono più in grado di curarsi. Per di più i capitalisti fanno del taglio al welfare pubblico un'ulteriore occasione di lucro grazie al business del nuovo “welfare aziendale”: meno salario in busta paga, meno tasse. Una partita di giro senza fine in cui vince solo il profitto a spese del lavoro.

Perché accade tutto questo? “Perché i lavoratori sono deboli”, dice l'opinione borghese progressista. Falso. I lavoratori salariati in Italia sono 17 milioni. Questa sarebbe “debolezza”? La verità è che la forza enorme di 17 milioni di proletari viene congelata, frammentata, dispersa da una burocrazia sindacale che non fa nulla, e che spesso negozia coi loro padroni il peggioramento della condizione dei lavoratori, moltiplicando di fatto rassegnazione e sfiducia, terreno di pascolo ideale per le campagne xenofobe di Lega e M5S, leva ulteriore di divisione tra gli sfruttati.

Questo scandalo deve finire. È necessario unire i lavoratori del settore pubblico e privato in un vero sciopero generale che getti sul piatto della bilancia la forza del lavoro. A partire dall'obiettivo unificante della cancellazione della legge Fornero, dell'abbassamento dell'età pensionabile, della riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di paga. Il lavoro che c'è sia ripartito tra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro. Si esproprino le aziende che licenziano, ponendole sotto il controllo dei lavoratori. Si definisca un grande piano di nuovo lavoro, a partire dal riassetto del territorio, finanziandolo con l'abolizione del debito pubblico verso le banche e la nazionalizzazione delle banche. Paghi chi non ha mai pagato!

Il tempo della ritirata deve finire. Solo una lotta radicale e di massa può strappare risultati e aprire la via di un'alternativa politica vera. Quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato sulla loro forza e la loro organizzazione. Un governo che liberi la società dalla prigione del capitalismo, un sistema sociale fallito.
Partito Comunista dei Lavoratori

La crisi politica italiana

Tra incognite di prospettiva e contraddizioni del blocco dominante

 L'intera situazione politica è segnata dall'onda lunga del 4 dicembre.
Scissione del PD, indebolimento del renzismo, stabilizzazione relativa del governo Gentiloni, lavori di ricomposizione a sinistra e nel centrodestra, rilancio del M5S, stanno tutti per ragioni dirette o indirette, e in relazione intrecciata, all'interno di questa cornice d'insieme. Da cui non emerge alcuna prospettiva di soluzione politica stabile per la prossima legislatura.


INDEBOLIMENTO DI RENZI, STABILIZZAZIONE RELATIVA DI GENTILONI

Renzi concepiva il nuovo esecutivo Gentiloni come una propria protesi mascherata, con l'idea di liquidarlo in tempi brevi nella prospettiva di elezioni politiche anticipate. Ma lo stesso indebolimento del renzismo che ha partorito il nuovo governo ostacola la sua liquidazione.

L'indebolimento del renzismo si esprime in forme diverse.
Innanzitutto all'interno del PD.
Renzi vincerà naturalmente le primarie. E rilancerà la propria offensiva, sempre alla ricerca di un plebiscito. Ma il combinato del 4 dicembre e della scissione di MDP ha scosso gli equilibri interni. La candidatura di Orlando è emblematica. Rivela una frattura della vecchia maggioranza renziana, e lo smarcamento dal renzismo di un pezzo importante di apparato che ormai diffida del corso bonapartista-populista del capo e cerca la ricomposizione di un'alleanza di governo di centrosinistra. Il fatto che una parte importante del vecchio apparato DS (incluso Napolitano) e del mondo prodiano (incluso Prodi) sostenga Orlando ha un significato politico che va al di là degli esiti delle primarie. Riflette una ricollocazione politica di settori decisivi dell'establishment in fuga dal renzismo. Il fatto che Orlando sia ministro di Gentiloni aggiunge alla sua candidatura un significato ulteriore. La galassia franceschiniana del PD, che pur sostiene formalmente Renzi, approfitta del suo indebolimento per accrescere il proprio peso negoziale interno.

In secondo luogo nel rapporto col grande capitale.
Il grande capitale, interno ed europeo, non asseconda la tentazione renziana di elezioni politiche anticipate.
La Confindustria, che aveva investito sul referendum istituzionale con una proiezione politica inedita, ha subìto il 4 dicembre come propria sconfitta. Più in generale la vecchia linea dell'investimento politico nel renzismo, nella stagione del suo attacco frontale e vincente al movimento operaio (Jobs Act), è oggi disarmata dall'indebolimento di Renzi e dalla sua ritirata forzata (vedi vicenda voucher). La crisi interna a Confindustria - riflesso più generale della disarticolazione degli assetti capitalistici - è anche una risultante della sua crisi di linea.
Il potere bancario, a sua volta, è segnato dalla crisi irrisolta dei crediti deteriorati e da processi di profonda ristrutturazione o ricapitalizzazione (MPS, banche venete, Unicredit), che da un lato rafforzano la sua dipendenza dal quadro politico di governo e dalle sue relazioni negoziali in sede UE su tutti i terreni cruciali (assicurazione sui depositi, criteri della vigilanza, tetti consentiti di titoli di Stato nel patrimonio bancario...); dall'altro, proprio per questo, espongono le banche più di ieri a ogni rischio di crisi politica. Il fatto che Gentiloni abbia messo 20 miliardi a garanzia delle banche, mentre i gruppi parlamentari a trazione renziana del PD hanno votato con M5S e Lega per una commissione d'inchiesta parlamentare sulle banche (in una logica di pura concorrenza populistico elettorale) dà la misura delle contraddizioni del quadro politico rispetto alle ragioni di sistema del capitale finanziario.

In questo quadro l'idea renziana di liquidare Gentiloni alla vigilia della futura legge di stabilità, per scaricarne gli oneri impopolari sul governo successivo, è apertamente osteggiata dalla borghesia italiana e dalla grande stampa. Elezioni a settembre (in coincidenza con quelle tedesche) obbligherebbero a fare un nuovo governo in tempi rapidissimi per il varo della legge di bilancio proprio nel contesto in cui tutte le previsioni attendibili annunciano una probabile crisi di governabilità nel prossimo Parlamento. Il rischio di un intreccio esplosivo di crisi economica e istituzionale si farebbe altissimo. La borghesia non vuole porre a rischio i propri interessi generali per subordinarli al gioco di poker di un avventuriero dalle incerte fortune.

Il governo Gentiloni, per quanto precario, è il paradossale beneficiario passivo di questo scenario d'insieme. Beneficia dei suoi elementi politici: l'indebolimento di Renzi; il sostegno obbligato di MDP, che vorrebbe smarcarsi dal governo ma non può provocare la sua crisi; l'interesse di FI a guadagnare tempo anche in attesa di una sentenza di riabilitazione per Berlusconi. Ma beneficia anche del sostegno di una borghesia che si aggrappa all'attuale esecutivo come unico ancoraggio di stabilità, per quanto di breve durata, di fronte alle incognite del futuro.


LE CONTRADDIZIONI TRA GOVERNO E RENZISMO E LA MANOVRA ECONOMICA SUL 2018

Per questa stessa ragione, l'allungarsi dei tempi di durata del governo si combina con contraddizioni crescenti tra esecutivo e renziani.
La manovra economica di aggiustamento dei conti del 2017 e soprattutto la definizione del DEF e della prossima legge di stabilità ne sono la cartina di tornasole.
Dentro la cornice del fiscal compact, e dopo l'esaurimento dei famosi margini di flessibilità negoziale concessi al governo Renzi, la prossima legge di stabilità per il 2018 è zavorrata al piede di partenza dalla necessità di trovare 19,5 miliardi per la sola sterilizzazione degli aumenti dell'Iva. Cui si aggiunge l'”obbligo” di una riduzione del deficit dall'attuale 2,2% all'1,2%, e l'esigenza di invertire la dinamica del debito pubblico (salito a 2250 miliardi, il 133,1% del PIL).

I ministri economici chiave del governo (Padoan e Calenda) puntano a un'intesa in sede europea. Sanno che i margini negoziali sono molto ridotti, tanto più alla vigilia delle elezioni tedesche. Ma soprattutto sanno di non potersi permettere procedure d'infrazione. Con una crisi bancaria in pieno corso, e con la prospettiva dell'esaurimento del quantitative easing della BCE (decisivo in questi anni per la tenuta delle banche italiane e per la riduzione drastica degli interessi sul debito), una rottura in sede UE, o anche solo un braccio di ferro prolungato ed estenuante con la Commissione europea, potrebbero trascinare con sé effetti economici pesanti sui titoli di Stato (e dunque sulle banche che li detengono). Da qui il tentativo di trovare una via d'uscita in un mix di operazioni congiunte: rilancio delle privatizzazioni, incluse Ferrovie e Poste (con l'obiettivo di cassa di 8 miliardi), tagli di spesa orizzontali su ogni ministero (riduzione del 3%), estensione alle società partecipate dal Tesoro del meccanismo dello split payment (lo Stato trattiene l'Iva ai fornitori). Inoltre, per garantirsi un margine di manovra più certo, Padoan e Calenda vorrebbero tenersi aperta la possibilità di un aumento parziale dell'Iva, fortemente consigliato peraltro dalla Commissione europea (il famoso trasferimento del prelievo fiscale “dalle persone alle cose”), e oggi sostenuto da Confindustria contro Confcommercio.

Ma questa impostazione generale cozza significativamente con le ambizioni elettorali del renzismo. Renzi già ha posto un veto sull'aumento delle accise per la benzina in ordine alla manovrina di aggiustamento di primavera. A maggior ragione osteggia frontalmente l'aumento dell'Iva e chiede una nuova operazione di decontribuzione a vantaggio delle imprese sui nuovi assunti. La campagna d'immagine sulla cosiddetta diminuzione delle tasse, rivolta al blocco popolare piccolo borghese, non può essere compromessa dalla cosiddetta subordinazione a Bruxelles. Al contrario: il rilancio da parte di Renzi di una impostazione di sfida verso la UE e “le sue regole”, «anche a costo di subire una procedura d'infrazione», si configura come marchio della sua reinvestitura, e come terreno di concorrenza aperta con M5S e Lega.

Il punto di equilibrio all'interno del governo tra le pressioni opposte della Commissione europea e del renzismo non sarà semplice. Renzi userà la vittoria annunciata alle primarie per accrescere le pressioni sul governo, sino a minacciare nuovamente elezioni a settembre. Gentiloni prova a smussare preventivamente la pressione di Renzi, garantendogli una volontà negoziale e non remissiva verso la UE. Ma la mediazione letteraria è più facile di quella sui conti. E ancora una volta la grande stampa borghese milita con Gentiloni, non con Renzi.


LE INCOGNITE DI PROSPETTIVA GENERALE

Ma la preoccupazione centrale della borghesia italiana non riguarda le sorti di Gentiloni, che pure sostiene. Riguarda le prospettive più generali dello scenario italiano.
La sconfitta del referendum istituzionale del 4 dicembre ha non solo colpito il progetto del bonapartismo renziano, ma ha aggravato tutte le incognite di prospettiva in termini di governabilità.

Il bipolarismo dell'alternanza, già da tempo in crisi, è stato sepolto dal 4 dicembre. Il disegno di un populismo di governo (il renzismo) in grado di contenere il populismo di opposizione (M5S) e di sfondare nell'elettorato del centrodestra è definitivamente fallito. Il tripolarismo attuale configura uno scenario per molti aspetto opposto. Parallelamente, la spinta proporzionalista del 4 dicembre favorendo una nuova frammentazione politica (MDP sul versante del centrosinistra, Energie per l'Italia di Parisi al centro, il nuovo polo sovranista di Storace e Alemanno sul versante del centrodestra) introduce un fattore di ulteriore complicazione e disarticolazione interna ai poli tradizionali.

La paralisi della legge elettorale è un riflesso di questo scenario generale.

Nessuno dei tre poli è oggi in grado realisticamente di ambire alla soglia del 40% che consenta di incassare il premio di maggioranza alla Camera, secondo la legge elettorale scaturita dalla Consulta. Al tempo stesso, una rappresentanza proporzionale dei soggetti politici esistenti non configura alcuna maggioranza politica nel prossimo Parlamento. Neppure nella forma di una maggioranza PD-Forza Italia. Da qui l'invocazione di una nuova legge elettorale di tipo maggioritario che “consenta di governare” da parte di tutte le forze dell'establishment. Ma la stessa crisi politica che sospinge l'invocazione di una nuova legge elettorale ostacola pesantemente il varo della nuova legge.
Il Mattarellum - che peraltro rappresenterebbe una incognita nell'attuale quadro tripolare - è respinto sia da M5S sia da Forza Italia, e non ha i numeri per passare al Senato.
Il premio di maggioranza per le coalizioni invece che per le liste è ovviamente osteggiato dal M5S, ma oggi anche dalla maggioranza renziana del PD: Renzi avrebbe potuto concedere questa soluzione a Pisapia prima della scissione, in una logica di propria egemonia su un centrosinistra a propria immagine e somiglianza; non vuole concederla oggi a MDP, perché non vuole incoraggiare la spinta della scissione; e tutta la sua impostazione sembra riproporre la campagna elettorale per il 40% al PD contro Lega e M5S, per schiacciare lo spazio a sinistra nel nome del voto utile e riprovare a capitalizzare una quota di voto di centrodestra contro M5S. Una impostazione finalizzata a massimizzare il risultato per sé, e per il proprio controllo sul PD, ma che tanto più nelle condizioni date post-scissione non può offrire una soluzione di governo.
Parallelamente incide la disarticolazione interna al centrodestra. Berlusconi si tiene aperte tutte le porte. Un po' per calcolo, un po' per necessità. È sospinto dalla crisi del renzismo a un rilancio della coalizione di centrodestra. E al tempo stesso non sa se potrà ricomporla, dubita che possa vincere, e vuole tenersi libero lo spazio per ipotesi di governo col PD e altre forze di sistema, senza vincolarsi a un patto con la Lega. Anche per questo propone un proporzionale puro con soglia di sbarramento del 5% in entrambe le Camere. Per la stessa ragione è restio a concedere un premio di coalizione al PD, dubitando di poterlo utilizzare lui.
La terza soluzione è la cosiddetta armonizzazione della legge elettorale tra le due Camere, attraverso l'estensione dell'attuale “Consultellum” al Senato (con sbarramento unificato al 3%). Renzi punta a questa soluzione, perché gli permetterebbe sia di rispondere alle condizioni poste da Mattarella sia di salvaguardare una impostazione propagandistica di campagna elettorale maggioritaria (“per il 40%”), e i capilista bloccati, col relativo controllo dei gruppi parlamentari. Il M5S è interessato perché è la soluzione più congeniale per le proprie ambizioni, ma non vuole sottoscrivere per pure ragioni di immagine i capilista bloccati, essenziali per Renzi e Berlusconi. E senza i voti di M5S la soluzione si arena.
In ogni caso, neppure questa soluzione di legge elettorale, rispondente agli interessi del renzismo, configurerebbe una soluzione di governo.
In questo quadro di paralisi la possibilità che si vada al voto con l'attuale Consultellum, con la relativa difformità tra Camera e Senato, non può essere esclusa. Ma configurerebbe non solo il rischio di nessun vincitore, bensì quello (estremo) di due diversi vincitori nelle due Camere, con la crisi verticale di tipo istituzionale che questo scenario inevitabilmente aprirebbe.


LA PARTICOLARITÀ DELLA CRISI ITALIANA IN EUROPA

Lo scenario italiano si colloca nel quadro della crisi politica europea, ma con un tratto particolare.
Tutti i paesi imperialisti europei, a dieci anni dall'esposione della grande crisi capitalistica e dopo l'effetto di una doppia recessione (2008/2009 e 2011/2012), sono stati investiti in forme diverse da processi di polarizzazione politico-elettorale che hanno indebolito le basi d'appoggio dei partiti borghesi tradizionali, e in qualche caso destabilizzato il vecchio pendolo dell'alternanza.
Ma la maggior parte di essi sembrano ancora disporre o di strumenti politici o di meccanismi istituzionali che in qualche modo possano preservare, in varie forme, gli equilibri della governabilità borghese, o quantomeno ostacolare la loro rottura.

La Germania, principale imperialismo europeo, può ancora confidare sulla forza della CDU e della socialdemocrazia, che insieme contengono l'avanzata del nazionalismo populista. L'Olanda ha fermato la corsa di Wilders grazie alla forza del principale partito borghese di governo. La Gran Bretagna, segnata dalla Brexit, può contare sulla forza del Partito Conservatore e su un sistema maggioritario puro. La Spagna, segnata dalla crisi del vecchio bibartitismo e minacciata dalla pressione indipendentista catalana, continua a disporre nonostante tutto della forza centrale del Partito Popolare. La Francia, segnata dalla crisi verticale del Partito Socialista e dall'avanzata del lepenismo, si affida ai meccanismi istituzionali della Quinta Repubblica e alle ambizioni di Macron per fare argine alla deriva lepenista (seppur con un rischio davvero inedito, anche a livello di UE).

L'imperialismo italiano non dispone ad oggi di una prospettiva certa di “governabilità”. Né in termini di una forza di sistema capace di fare baricentro, né in termini di coalizioni di governo sperimentate o dotate di sufficiente consenso, né in termini di leggi elettorali e meccanismi istituzionali "di garanzia". A un anno (o forse meno) dalle elezioni politiche, la politica borghese procede a fari spenti, a fronte di una crisi bancaria immutata e della prospettiva di esaurimento del Quantitative Easing della BCE. Il M5S e le sue ambizioni di governo sono al momento i beneficiari della crisi politica borghese. E una nuova precipitazione della crisi di governabilità in Italia potrebbe avere ricadute pesanti sulla UE, nel momento della sua massima instabilità.

Difendere l'autonomia del movimento operaio dai tre poli reazionari (renzismo, salvinismo, grillismo), rilanciare e unificare l'opposizione sociale di massa attorno a un proprio programma indipendente, costruire la prospettiva di un'alternativa di classe alla crisi politica borghese, è tanto più oggi il compito dell'avanguardia.
Marco Ferrando

 

Una legge di stabilità per i capitalisti

17 Ottobre 2016
Confindustria e banche esultano. Hanno ragione. Il governo Renzi regala alle imprese una nuova riduzione della tassa sui profitti dal 27% al 24%, nuovi incentivi fiscali in fatto di super ammortamenti, una messe di nuove regalie. Dopo aver già beneficiato i padroni in questi anni con la liberalizzazione dei licenziamenti arbitrari , la massiccia decontribuzione premio, la precarizzazione dilagante dei voucher. . Banche ed assicurazioni non sono da meno. Incassano la nuova torta dell'Ape , il prestito bancario assicurato che un lavoratore si impegna a ripagare per 20 anni, con tanto di interessi, in cambio di un anticipo di uscita pensionistica e di una pensione ancora più misera. Un nuovo derivato indiretto della famigerata Legge Fornero che il governo si guarda bene dal cambiare. Peraltro il governo Renzi lavora pancia a terra per tutelare le banche: già beneficiate di nuovi e più rapidi poteri di esproprio di debitori insolventi, a vantaggio dei valori dei propri crediti incagliati e altri titoli spazzatura.

E' vero, Renzi sfora gli impegni presi sul Patto di Stabilità in Europa. E cercherà di presentare questa scelta come prova di difesa dell'”interesse nazionale” contro le “burocrazie di Bruxelles”. Pascolando elettoralmente sul campo arato dai mille sovranismi nazionalisti, che a destra come (a volte) a sinistra, rivendicano il “riscatto italiano dal nemico tedesco”. Ma si tratta di uno specchietto per le allodole. Renzi sfora il patto di stabilità ( in buona compagnia oggi nella UE) non per allargare i cordoni della borsa verso i lavoratori, ma per ridurre le tasse ai capitalisti. Ed anche per finanziare una manciata di volgari regalie ( bonus per..”mamma domani” incluso) da usare a vantaggio del SI al referendum. Cioè a vantaggio di un progetto bonapartista di uomo solo al comando che è prezioso per gli interessi dei capitalisti e la migliore governabilità della loro rapina. E' un caso se tutte le Cancellerie del vecchio continente( e non solo) tifano per il SI, e si dispongono a chiudere un occhio sulla manovra di bilancio del governo?

Eppure le burocrazie sindacali coprono la finanziaria di Renzi, o elogiandola ( CISL) o criticandola sommessamente ( CGIL), in ogni caso senza contrasto e mobilitazione vera. Ed anzi vantando il ritrovato canale di contatto negoziale con il governo. Così facendo non solo privano i lavoratori di una reale tutela sindacale, a partire dai milioni di lavoratori pubblici in attesa di contratto, per i quali Renzi stanzia solo briciole umilianti. Ma aiutano di fatto l'operazione elettorale del governo a vantaggio del suo progetto istituzionale reazionario. Cosa serve un NO platonico della CGIL sul referendum, se di fatto si aiuta la campagna del SI e le sue truffe populiste?

E' necessaria e urgente una mobilitazione sociale, radicale, di massa, che unifichi opposizione alla legge di Stabilità e vertenze contrattuali. E' l'unica via per sbarrare il passo alla reazione. Per dare al NO una bandiera di classe riconoscibile. Per aprire il varco di una alternativa dei lavoratori. L'unica vera alternativa.
Partito Comunista dei Lavoratori