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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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A sostegno della campagna "Ci vuole un reddito"


 Il 27 maggio è tenuta a Roma una manifestazione unitaria di diverse organizzazioni sindacali, strutture e reti di movimento, a sostegno della campagna “Ci vuole un reddito”. Il PCL sostiene questa campagna.


Il decreto lavoro del primo maggio del governo a guida postfascista ha attaccato frontalmente il vecchio reddito di cittadinanza, cancellandolo per centinaia di migliaia di poveri e limitandolo pesantemente per altri. L'obiettivo è favorire il potere di ricatto delle imprese e le pratiche di supersfruttamento, e al tempo stesso liberare risorse per la riduzione delle tasse sui profitti. Il tutto in perfetta connessione con l'allargamento del precariato attraverso la riduzione ulteriore della causali per i contratti a termine e la nuova liberalizzazione dei voucher. L'operazione sul cuneo fiscale, caricata sul debito pubblico e quindi a carico dei salariati, è solo lo specchietto per le allodole di questa politica: un tentativo scoperto di contrapporre i salariati ai disoccupati.

La campagna “Ci vuole un reddito” ha dunque un contenuto altamente positivo. Come positivo è il fronte unitario che si è determinato attorno ad essa. I comitati unitari a difesa del reddito ne sono l'espressione, a partire dal Meridione.

Al tempo stesso, è sempre più necessario collegare la battaglia sul reddito a una piattaforma di mobilitazione generale che contrasti le operazioni divisorie del governo e unifichi contro di esso l'intero blocco sociale alternativo. Non si tratta di sommare la carta delle doglianze e delle critiche alle misure del governo, ma di far emergere una piattaforma rivendicativa unificante che milioni di salariati, precari, disoccupati, possano avvertire come propria. A partire dalla rivendicazione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro, di un aumento salariale generale di almeno 300 euro netti, di una riduzione dell'orario a 30 ore pagate 40, di un raddoppio dell'investimento pubblico nella sanità, nell'istruzione, nel riassetto idrogeologico del territorio, pagato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco e dalla cancellazione del debito pubblico verso le banche.

Solo una piattaforma di lotta generale può tracciare il confine di classe tra sfruttatori e sfruttati, scomporre il blocco reazionario, dare un senso riconoscibile all'opposizione sociale. Solo una mobilitazione nazionale prolungata attorno a questa piattaforma può rovesciare i rapporti di forza e riaprire dal basso una prospettiva politica alternativa: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Unire le mille lotte in una lotta sola, generale, di massa significa battersi per una direzione alternativa del movimento operaio contro l'attuale burocrazia sindacale, la prima responsabile della pace sociale e della deriva reazionaria dello scenario politico. Come significa battersi contro ogni logica di frammentazione ed autocentratura minoritaria, purtroppo presenti nel sindacalismo di classe, una logica più attenta alla conservazione della propria sigla che allo sviluppo e all'unificazione del movimento operaio.

La più ampia unità di lotta per una svolta radicale del movimento operaio è più che mai la nostra parola d'ordine, che porteremo anche nella campagna "Ci vuole un reddito".

Partito Comunista dei Lavoratori

Immigrati minori al servizio degli agrari

Il governo Psoe-Podemos riceve il plauso dei padroni agricoli

9 Aprile 2020
In tempi di coronavirus tutto emerge alla luce del sole nella sua cruda realtà, facendo piazza pulita delle illusioni. Abbiamo ascoltato in tempi recenti le pubbliche lodi del governo Psoe-Podemos in Spagna, presentato come faro di progresso e di una possibile alternativa, da parte di autorevoli dirigenti della sinistra italiana cosiddetta “radicale”. Il nostro giudizio controcorrente fu apostrofato con parole sprezzanti. Poi arrivano i fatti, e sono impietosi, soprattutto quando investono i terreni più delicati.

In una Spagna investita dalla pandemia, l'agricoltura è rimasta a corto di braccia. Il Marocco ha bloccato la propria emigrazione in Spagna per difendersi dal contagio, e lo stesso hanno fatto Romania e Bulgaria. È un problema che ha anche l'Italia. In Italia la soluzione caldeggiata dalla ministra renziana Bellanova per venire incontro ai padroni agricoli è quella del ricorso alla liberalizzazione dei voucher nelle campagne. Ciò che permetterà di assumere per pochi spiccioli, senza tracciabilità e controllo, schiacciando i salari verso il basso e spingendo in alto il livello di sfruttamento. La FLAI-CGIL giustamente protesta.

Ma si dirà “il ministro è renziano!”, se non che la Spagna “progressista” fa di peggio. Martedì 7 aprile il ministro dell'Agricoltura, Luis Planas, ha varato un decreto che liberalizza lo sfruttamento di minori irregolari extracomunitari con contratti a termine misurati sui tempi del raccolto. Alla fine del raccolto il contratto scade e l'immigrato (minore!) resta irregolare, con prospettiva di espulsione. L'immigrato (minore!) resta irregolare per la legge spagnola, ma diventa “regolare” per il padrone agrario per il tempo in cui ne ha bisogno. Dopo di che torna il paria di sempre. El Pais ci informa che “le principali organizzazioni agrarie (Asaja, Coaug, Upa) hanno valutato positivamente la misura” (8 aprile). È comprensibile.

Tutto il mondo è capitale, scrivevamo qualche giorno or sono. E così è. Anche quando al governo siedono i ministri della sinistra cosiddetta “radicale”. In Italia il peggior crimine in mare contro gli immigrati fu commesso nel 1997, quando fu affondata nel Canale d'Otranto una nave albanese carica di migranti, con centinaia di morti in fondo al mare. Governava allora Romano Prodi, col sostegno di Bertinotti, Cossutta, Rizzo... Lo stesso governo che varò i campi lager per gli immigrati con la Legge Turco-Napolitano. Le politiche xenofobe dei successivi decenni trovarono un terreno già arato.

La sinistra fa spesso il lavoro sporco della destra, stendendole il tappeto sotto i piedi, e come si vede non solo in Italia. La costruzione di una sinistra rivoluzionaria che si batta per il potere dei lavoratori è più che mai una necessità ineludibile. Ovunque.
Partito Comunista dei Lavoratori

Maurizio Landini per la liquidità alle imprese

La burocrazia sindacale ai tempi del coronavirus

8 Aprile 2020
«Va assicurata subito la liquidità alle imprese [...] È importante prevedere forme di prestito agevolato e misure fiscali che tutelino le imprese, anche il sistema bancario può svolgere un importante ruolo sociale. Ma le imprese non devono chiudere, né delocalizzare...»

Queste sono le parole che Maurizio Landini ha voluto riservare al quotidiano di Confindustria in una lunga intervista di domenica 5 aprile, alla vigilia del Consiglio dei ministri che avrebbe varato 400 miliardi di garanzie pubbliche a favore delle banche perché facciano prestiti alle imprese.
Il significato dell'intervista non sta negli appelli platonici ai padroni perché non chiudano. Sta nella pubblica perorazione della richiesta centrale di Confindustria: “dateci soldi e datecene tanti”. Non a caso Il Sole 24 Ore ha incorniciato l'intervista col titolo “Urgente la liquidità alle imprese”. Come dire: messaggio ricevuto e rilanciato.

Il gioco è trasparente. Confindustria cerca tutte le sponde possibili per difendere gli interessi dei propri associati. Assolve in definitiva il proprio ruolo. La sponda sindacale, se è disponibile, è di prim'ordine per i padroni. Ma in questo caso la sponda della burocrazia CGIL non è servita loro per (cercare di) rimuovere gli scioperi di fabbrica, come in occasione del protocollo d'intesa sulla sicurezza. No. È servita solamente per battere cassa, con un'eco più forte, presso il Consiglio dei ministri. Così come i padroni usarono a fine febbraio un comunicato congiunto Confindustria/sindacati contro gli eccessivi “allarmismi” sul coronavirus nel nome de ”L'Italia non si ferma”. Anche allora gli industriali si fecero forti nel rapporto col governo della complicità sindacale. Purtroppo erano gli stessi giorni in cui Confindustria lombarda poneva il veto (criminale) alla soluzione Codogno per Bergamo e Brescia.

Ma la funzione di un segretario della CGIL è quella di sostenere le cause degli industriali presso il governo? Qualcuno dirà che quella di Landini è una tattica intelligente per ottenere contropartite vantaggiose sul terreno sindacale. Ma di quali contropartite stiamo parlando? I padroni stanno forzando ovunque per riaprire le fabbriche attraverso la pressione sulle prefetture mettendo in gioco la salute dei lavoratori. E ora, dopo aver beneficiato, col plauso CGIL, dei 400 miliardi di garanzie pubbliche a favore dei prestiti bancari, chiedono di “non sperperare denaro pubblico” per dare reddito a chi finisce su una strada (magari dopo essere stato usato come lavoratore in nero da un padrone evasore). Di più: chiedono liberi voucher in agricoltura, “assoluta e totale libertà di deroga negli appalti” (Bonomi), nuova flessibilità in fabbrica per “ritrovare la produttività” (Bazoli), e naturalmente un progetto di rientro prima o poi dal nuovo debito accumulato dallo Stato. Tradotto in prosa: nuovi sacrifici per gli operai.

Sarebbero queste le contropartite della disponibilità mostrata da Landini?
Il paradosso è che oggi la concertazione sindacale, in buona parte, è praticata solo dalle direzioni sindacali, non dai padroni. È una concertazione... unilaterale, se così si può dire. Ma ugualmente vantaggiosa per lor signori. Perché i padroni sanno, col loro fiuto di classe, qual è il vero rischio. Leonardo del Vecchio, fondatore di Luxottica, lo ha esplicitato chiaramente: «Ho vissuto le bombe e la guerra, la fame e la povertà. Da tutto questo ne potremo uscire solo in due modi: con la rabbia lasciata correre per le strade, o puntando sul sacrificio e sulle energie di tutti» (La Repubblica, 4 aprile). E per i sacrifici di «tutti» (?), e soprattutto per contenere «la rabbia», la burocrazia sindacale è uno strumento sperimentato.
Partito Comunista dei Lavoratori

Regolarizzare gli immigrati!

A pari lavoro, pari diritti. Tanto più in tempo di coronavirus

“C'è stato un tempo” in cui le destre reazionarie, con l'avallo di tanti liberal, promuovevano la campagna contro gli immigrati nel nome della “sicurezza” degli italiani. Ora il maledetto coronavirus ha sradicato l'albero della cuccagna elettorale dei Salvini e della Meloni rimettendo al centro della scena la condizione della sanità pubblica e lo scandalo dei 37 miliardi di tagli. Quelli che Salvini e Meloni hanno votato, se è vero com'è vero che il deputato Salvini ha votato prima i tagli drastici di Berlusconi (2008/2010) e poi il pareggio di bilancio in Costituzione, e che la deputata Meloni non solo ha votato quelle schifezze assieme a Salvini, ma vi ha aggiunto il voto favorevole alla legge Fornero, giusto per non farsi mancare nulla. Entrambi in omaggio a quelle raccomandazioni di Bruxelles che oggi denunciano come pestilenziali. È la giostra dell'ipocrisia più spudorata.

Anche per questo, ora che si diffonde, seppur timidamente, un nuovo angolo di sguardo sulla vicenda umana, è bene che quello sguardo si posi anche sulla condizione degli immigrati. Perché una condizione di vita e di lavoro già discriminatoria in tempi ordinari può diventare omicida in tempi di coronavirus. Non ci riferiamo ai migranti reclusi nei lager libici, lì sigillati con doppio lucchetto da reazionari e liberali di tutte le risme, e oggi dimenticati persino da quei progressisti che si erano interessati a quella condizione. No, ci riferiamo agli immigrati che stanno qui, e che qui lavorano per 10 o 12 ore al giorno nei campi di raccolta dei pomodori del foggiano, di Gioia Tauro o di Rosarno. Quelli che reggono sulla propria schiena, con paghe da fame, larga parte della filiera alimentare. A decine di migliaia sono privi di permesso di soggiorno o hanno un permesso di soggiorno scaduto senza la possibilità di rinnovarlo, perché trovano gli uffici chiusi o perché nell'“emergenza” viene respinto il rinnovo. Ombre che spesso si aggirano in cerca di cibo, e che vengono multati dalla polizia per trasgressione del divieto di circolazione. Persone costrette ad ammassarsi nella notte in ghetti fatiscenti e baracche di amianto, senza possibilità di distanziamento e di disinfettanti, non di rado senza acqua e senza bagni. Uomini e donne che senza permesso di soggiorno non hanno diritto neppure al triage e al pre-triage dei Pronto Soccorso.

Su di loro si è acceso in questi giorni un fascio di luce delle pubbliche autorità, inclusa la ministra Bellanova. Ritrovato senso di umanità, improbabile pentimento di una ex sindacalista oggi renziana? No, la ragione è meno nobile. Il blocco delle frontiere della Romania e della Bulgaria verso l'Italia ha tolto molti lavoratori all'orticoltura del Nord. La Coldiretti lamenta addirittura una mancanza di 200.000 lavoratori agricoli che “minaccia la raccolta primaverile ed estiva”. La regolarizzazione degli immigrati al Sud consentirebbe loro di spostarsi al Nord e rimpiazzare le braccia mancanti. Questa l'idea della ministra. Se non che la stessa Coldiretti fa presentare a “propri” parlamentari di Forza Italia e Italia Viva la proposta di un voucher semplificato per l'agricoltura che consentirebbe ai padroni una precarizzazione estrema del lavoro agricolo, senza controlli, senza tracciature, largamente in nero. La regolarizzazione al Sud si riduce dunque a un passaporto per lo sfruttamento al Nord?

Naturalmente la regolarizzazione di tutte le lavoratrici e i lavoratori immigrati è una priorità in ogni caso. Occorre una regolarizzazione immediata e incondizionata che consenta agli immigrati di godere dei sussidi previsti per tutti i lavoratori dipendenti. Lo han fatto in Portogallo, va fatto anche in Italia. La rivendicazione avanzata dalla Flai-Cgil è da questo punto di vista giustissima. E tuttavia è necessario combinarla con la battaglia per condizioni di vita e di lavoro realmente degne di ogni essere umano: via i voucher e via ogni forma di precarizzazione del lavoro! A parità di lavoro, parità di diritti e di salario. Il principio dell'uguaglianza sociale e della solidarietà di classe è nato col movimento operaio. In tempi di coronavirus è ancora più importante di ieri. E la lotta per l'abolizione del precariato in ogni sua forma è un tutt'uno con la battaglia contro i decreti sicurezza di Salvini (e di Minniti/Orlando).

La frontiera non passa per il colore della pelle, ma tra chi sfrutta e chi è sfruttato. E i padroni sono ovunque gli stessi, anche quando sono tricolori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il virus è cieco, ma i padroni ci vedono benissimo

Solo gli imbecilli possono sottovalutare l'emergenza del coronavirus e la necessità di misure straordinarie di contenimento. Ma solo i ciechi possono rimuovere la connessione tra il dramma in corso e l'organizzazione capitalista della società, il suo passato e il suo presente.

Il contesto che stiamo vivendo in questi giorni in Italia non ha precedenti nel dopoguerra. La drammatica progressione dell'epidemia si sovrappone al crollo del sistema sanitario e alla recessione economica. Un ciclone che si abbatte non solo sulla vita politica e sociale ma sulla esperienza quotidiana di ciascuno, domina le sue preoccupazioni, il suo conversario, il suo immaginario. Milioni di lavoratori e lavoratrici, già provati da decenni di sacrifici, sono sottoposti a una nuova durissima prova.


I LAVORATORI DELLA SANITÀ E I PADRONI FILANTROPI

Primi fra tutti i lavoratori e le lavoratrici della sanità.
Esposti sul fronte di guerra, costretti a lavorare più di 12 ore al giorno, spesso privi degli strumenti adeguati di protezione, falcidiati per questo da un tasso di contagio doppio rispetto alla media della popolazione, costretti a scegliere chi intubare e chi no non dalle esigenze del malato ma dall'assenza di posti letto, di ventilatori, di spazi. Obbligati dunque a decidere ogni giorno della vita e della morte di un malato in piena solitudine, con uno stress emotivo devastante, a causa dei 37 miliardi di tagli alla sanità pubblica praticati negli ultimi dieci anni.

La stessa stampa borghese che per decenni ha lamentato gli “sprechi” della spesa sanitaria e ha appoggiato la chiusura di centinaia di ospedali del territorio – sempre nel nome del debito pubblico da pagare alle banche – scopre improvvisamente l'eroismo di medici e infermieri.

Di più. Si diffondono gesti pubblici di carità filantropica da parte delle banche e delle grandi imprese. Banca Intesa, che ha fatto da sola in un solo anno quattro miliardi di utili, dona qualche milione al servizio sanitario di cui ha chiesto a lungo la demolizione; e il Corriere, di sua proprietà, dedica una pagina intera a questo esempio amorevole di patriottismo. Il gruppo Pirelli, Armani, Dolce Gabbana, il fior fiore del made in Italy, l'intero mondo delle imprese quotate che ha fatto in Borsa nel 2019 ventiquattro miliardi di utili si premurano di far sapere che hanno destinato qualche spicciolo all'acquisto di mascherine e ventilatori. “Da Armani a Yamamay, le aziende riscoprono la responsabilità sociale” titola La Repubblica (9 marzo). Una gara di umanesimo davvero commovente.


L'EMERGENZA IGNORATA NELLE FABBRICHE

Se non fosse che le stesse imprese “socialmente responsabili” (da Confindustria a Confcommercio) chiedono al governo di garantire ad ogni costo la continuità della produzione nelle zone più contagiate senza garantire ai dipendenti neppure gli strumenti più elementari di sicurezza. Guanti e mascherine monouso, peraltro rare, sono previsti solo per gli autisti del trasporto merci, non per i lavoratori in produzione. Le fabbriche restano zona franca: nessun rispetto del distanziamento, assenza di disinfettanti, incuria criminale. L'emergenza cessa improvvisamente di essere tale se si parla di produzione e di profitti, e il lavoro diventa così un moltiplicatore del contagio, innanzitutto tra operai e operaie. In compenso riposi e ferie sono messi a disposizione del padrone, mentre i congedi parentali, per chi ne può usufruire, coprono solo il 30% del salario.


MA I CAPITALISTI BATTONO CASSA

Non contenti, i padroni “socialmente responsabili” battono cassa.
Rastrellano il grosso dei 7,5 miliardi stanziati (moratoria dei debiti verso le banche, copertura pubblica dei crediti delle banche stesse), lasciando un solo miliardo alla sanità. Chiedono l'indennizzo pieno per il fatturato perso (Confcommercio) mentre procedono a licenziamenti collettivi, a partire dal turismo, dalla ristorazione, dai trasporti. Chiedono la defiscalizzazione degli investimenti dei fondi, nel mentre invocano commesse pubbliche e investimenti infrastrutturali. E già che ci sono, sempre nel nome dell'emergenza, rivendicano la cancellazione di ogni causale per i contratti a termine, la liberalizzazione dei voucher e mano libera in fatto di appalti (CONFAPI). Il tutto, naturalmente, a spese del lavoro, e della maggioranza della società. Se poi i soldi pubblici non bastassero per tanta manna, si prendano in prestito dalle banche, facendo altro debito e altri interessi sul debito, caricandoli sul portafoglio degli operai. E se per questo l'aumento del debito nell'anno in corso dovesse far lievitare lo spread, “si tranquillizzino i mercati” annunciando da subito l'abolizione delle elemosine sociali (quota 100 e reddito di cittadinanza), come chiede oggi Confindustria (Il Sole 24 Ore, 9 marzo).

Insomma, il virus è cieco, ma i padroni ci vedono benissimo. Anche in tempi di emergenza che peraltro hanno contribuito a creare. È vero, i confini di classe sfumano nella percezione di molti, per l'arretramento della coscienza e la pressione della paura. Ma nella realtà sono ancor più profondi di ieri. Ricostruire controcorrente una piattaforma di mobilitazione del movimento operaio, sviluppare la sua coscienza, ridisegnare una prospettiva anticapitalista è allora una necessità tanto più ineludibile oggi. Di questo ci occuperemo ogni giorno, anche nell'attuale stato d'eccezione. Anche attraverso la voce libera di questo sito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo del cambianiente (se non in peggio)

Doveva essere “la Waterloo del precariato”. Invece...

Resta la soppressione dell'articolo 18, che è l'architrave del Jobs act.
Il tetto massimo dei contratti a termine sull'organico aziendale passa dal 20% del Decreto Poletti al 30%. Dunque un allargamento dei contratti a termine.
Viene esteso l'uso dei voucher da tre a dieci giorni (per aziende agricole, alberghi, strutture recettive e enti locali) ed allargata la soglia degli occupati, da cinque a otto dipendenti, per il loro uso da parte degli alberghi. Dunque si rimpiazzano forme di lavoro contrattualizzate con buoni lavoro senza diritti, a copertura di lavoro nero, supersfruttamento, evasione fiscale.
Permane intatta la giungla degli altri contratti precari, a partire dalle cooperative.
Si estendono i massicci sgravi contributivi alle imprese del governo Gentiloni per le assunzioni a tutele crescenti - in realtà a tutele declinanti - alzando il limite di età a 35 anni anche per il 2019/2020. Nuovi massicci regali al profitto dei padroni, senza alcun vantaggio occupazionale reale, come dimostrano i dati impietosi del primo semestre 2018.

Conclusione: il governo del cambiamento si conferma governo del cambianiente. Se non in peggio.
Milioni di giovani e di lavoratori che hanno votato M5S prendano atto della realtà. Le chiacchiere stanno a zero. Contano i fatti.
Né vale coprirsi - come fa Di Maio - col fatto che il PD critica il decreto dal punto di vista delle imprese, perché non voleva neppure la foglia di fico/elemosina delle causali (peraltro al secondo rinnovo). Il fatto che il PD sia un partito padronale è ben noto, anche se la CGIL non vuol rompere i ponti con quel partito. Ma chi vota perché l'articolo 18 resti soppresso, cosa ha a che vedere con la dignità del lavoro?
Partito Comunista dei Lavoratori

Decreto dignità: un'elemosina truffaldina che brilla grazie... al PD

Di Maio ha il coraggio di dire che il decreto dignità «seppellisce precariato e Jobs act». Chi vuol prendere in giro?

Tre milioni di contratti a termine restano intatti. I limiti di durata e generiche causali (solo in caso di rinnovo) non cambiano nulla di sostanziale. Nulla impedisce a un padrone di rimpiazzare un lavoratore a termine “scaduto” con un altro. Fuori uno, avanti un altro, come oggi. Così resta intatta la giungla delle altre forme di precarietà, e soprattutto l'abolizione dell'articolo 18, pilastro del Jobs act. Altro che sua cancellazione! L'aumento dell'indennizzo in caso di licenziamento arbitrario serve solo ad abbellire il suo mantenimento. Cosa cambia per i nuovi assunti se il padrone può liberarsene quando vuole monetizzando la distruzione di un diritto? Intanto si annuncia il ritorno dei voucher. Sarebbe questa la distruzione del precariato? Sarebbe questo il governo del cambiamento?

Certo, il padronato mima una “protesta” per questi timidi ritocchi, ma solo per chiedere compensazioni su altri tavoli: nuovi regali fiscali e contributivi nella prossima legge finanziaria. Quelli che Di Maio e Salvini già annunciano. Il fatto che il PD (e Berlusconi) sventolino la bandiera delle imprese “tradite”, dopo aver loro assicurato coi propri governi tutto il possibile bengodi, ha un solo effetto: abbellire il governo Salvini-Di Maio e le sue elemosine agli occhi dei lavoratori, mentre la totale passività delle burocrazie sindacali produce lo stesso risultato. La verità è che un governo reazionario si avvantaggia sia di un'opposizione politica liberale e filopadronale sia dell'assenza di un'opposizione di massa nelle piazze, dalla parte degli sfruttati e degli oppressi.

Occorre spezzare questo circolo vizioso. Si può farlo solo ricostruendo un'opposizione dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, non da quello dei padroni come fa il PD.
Solo ricostruendo una opposizione di massa dal versante dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati con la costruzione di una mobilitazione generale, unificando tutte le trincee di resistenza e di lotta in un fronte unico di massa e di classe. Solo ripartendo da una piattaforma generale che tracci un confine chiaro tra chi sta di qua e chi sta di là, chi sta con i lavoratori e chi sta con i padroni. Una piattaforma che unisca tutto ciò che l'avversario vuole dividere: lavoratori del privato e del pubblico, del Nord e del Sud, precari e stabili, italiani e immigrati. E con essi i disoccupati e tutti gli sfruttati.
E solo costruendo questa piattaforma con un'assemblea nazionale dei delegati e delle delegate eletti/e nei luoghi di lavoro è possibile garantire l'autonomia della classe lavoratrice dal padronato - grande e piccolo - e dai suoi agenti, siano esse burocrazie sindacali o politiche.


- Cancellazione del Jobs act e di tutte le leggi di precarietà, ritorno dell'articolo 18 e sua estensione a tutti i lavoratori e le lavoratrici

- Redistribuzione generale dell'orario di lavoro a 32 ore per tutti, pagate 40, con l'introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro

- Parità di diritti tra lavoratori italiani e lavoratori immigrati

- Un vero salario sociale ai disoccupati e ai giovani in cerca di prima occupazione, pagato dalla cancellazione dei trasferimenti pubblici alle imprese private

- Abolizione della legge Fornero. In pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagata dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, profitti, rendite

- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutte le aziende che delocalizzano o licenziano

Questa piattaforma può unire la maggioranza della società contro la piccola minoranza di grandi azionisti e banchieri che oggi detta legge. Tutti i governi, in forme diverse, sono agenti di questa minoranza. Occorre un governo della maggioranza, quello dei lavoratori e delle lavoratrici: l'unico governo che rompendo col capitalismo può restituire al lavoro la sua dignità. Perché la vera dignità del lavoro è questa: il diritto e il potere di chi lavora a decidere gli indirizzi della società, a partire dal proprio controllo sulle leve della economia. Questa è l'unica vera democrazia, alternativa alle truffe delle democrazie del web e dei governi borghesi e padronali di ogni colore.
Partito Comunista dei Lavoratori

Un governo leghista... a cinque stelle

Il governo annunciato Di Maio-Salvini - Conte è solo un prestanome - è una minaccia reazionaria per i lavoratori, per le lavoratrici, per tutti gli sfruttati. Piccole elemosine sociali non riescono a nascondere questa verità.

Naturalmente la nostra denuncia non ha niente a che fare con le “critiche” del PD o dell'Unione Europea, unicamente preoccupati dei conti pubblici del capitale. La nostra denuncia muove dalle ragioni opposte: quelle dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati.

Il nuovo governo tutela innanzitutto la peggiore eredità di Renzi.
Mentre gli operai muoiono sul lavoro anche perché ricattati dalla precarietà e dalla cancellazione dei diritti, il nuovo governo non solo conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, ma reintroduce i famigerati voucher.
Mentre salgono in Borsa i profitti di grandi imprese e banche, il nuovo governo abbassa la tassa sui profitti al 15%, nel quadro di una riforma fiscale in cui chi ha di più paga di meno. È il più grande regalo fiscale ai padroni dell'intero dopoguerra.

Si promettono concessioni su reddito di cittadinanza e pensioni.
Ma il reddito è condizionato all'accettazione di lavoro precario, e 41 anni di contributi sono un miraggio per i giovani dopo una vita di precariato. Intanto si mantiene l'automatismo delle aspettative di vita per l'età pensionabile, a tutela del capitale finanziario. Ma soprattutto queste stesse promesse non hanno copertura. Non è un caso. Se vuoi regalare una montagna di soldi ai padroni, se vuoi continuare a pagare il debito pubblico alle banche, non puoi finanziare neppure le elemosine che prometti. O le promesse resteranno tali o saranno messe sul conto dei "beneficiari" con nuovi tagli sociali.

Salvini e Di Maio hanno già pensato a una valvola di sfogo della delusione sociale: la campagna odiosa contro gli immigrati. Il piano di segregazione e cacciata di 500.000 immigrati cosiddetti clandestini (perché privati di diritti) si combina con la discriminazione persino degli immigrati “regolari” in fatto di asili e sussidi. Una discriminazione esplicitamente etnica. È un caso che CasaPound plauda al nuovo governo?

“Prima gli italiani” ha un sottotitolo: “prima i capitalisti”, a spese di tutti gli altri.
Nessuna fiducia può essere riposta nel M5S di Di Maio, che va a braccetto con lo xenofobo Salvini.

È ora di mettere in campo un programma di lotta indipendente che unifichi la classe lavoratrice:
Per la cancellazione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro.
Per la riduzione generale dell'orario di lavoro a parità di salario, ripartendo il lavoro tra tutti.
Per la pensione a 60 anni o con 35 anni di lavoro, pagato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti.
Per un vero salario ai disoccupati che cercano lavoro, pagato dall'abolizione dei trasferimenti pubblici alle imprese private.

Solo una lotta generale per queste rivendicazioni può unificare 17 milioni di lavoratori salariati, e attorno ad essi l'esercito dei disoccupati.
Solo la lotta per un governo dei lavoratori può dare una prospettiva a questa mobilitazione: a partire dall'esproprio delle aziende che licenziano, dall'abolizione del debito pubblico verso le banche, dalla loro nazionalizzazione.

Cambiano i governi, ma sono tutti al servizio del capitalismo. Solo un governo dei lavoratori può fare pulizia.


Partito Comunista dei Lavoratori

La fredda primavera della CGIL

Per sabato 6 maggio la CGIL ha indetto una manifestazione nazionale a Roma a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Carta dei Diritti Universali del Lavoro”, un nuovo Statuto dei lavoratori, nato dalla capitolazione della CGIL al Jobs Act. Una manifestazione lanciata sottotono e in assenza di un programma di mobilitazioni, dentro un percorso della CGIL segnato ormai da tempo dall’abbandono del conflitto e dalla mancanza di una strategia sindacale che si fondi sui bisogni materiali dei lavoratori, e che sia in grado di portare miglioramento alle condizioni del lavoro salariato e di conquistare diritti e salari.
L’affidamento che la CGIL pone ad un parlamento borghese non solo porterà a dubbi risultati in termini di riconquista di qualche diritto, ma addirittura potrebbe essere dannosa per la coscienza della classe operaia. La stessa Carta dei diritti è nata nel segno della debolezza perché è costruita sull’impianto del Testo unico sulla rappresentanza, che accresce diritti e prerogative delle organizzazioni sindacali a scapito dei lavoratori e delle lavoratrici, che vedono, per esempio, vincolata la possibilità di opporsi e scioperare contro gli accordi a favore dell’esigibilità padronale; e perché non si prefigge la riconquista dell’art. 18 con l’eliminazione del Jobs Act e di tutte le leggi precarizzanti.

Una manifestazione depotenziata dalla sospensione della campagna – per quanto debole nello svolgimento e nei contenuti - sui tre referendum, quello sull’articolo 18, bocciato dalla Corte Costituzionale che ha giudicato errata la formulazione del quesito, quello sull’abolizione dei voucher e quello sulla responsabilità solidale negli appalti, superati nei fatti da un decreto legge che il governo ha varato per paura di una ulteriore sconfitta, dopo quella subita per il referendum costituzionale.

La CGIL festeggia per quello che giudica un suo successo, ma la verità è che la cancellazione dei voucher, senza la soppressione di tutte le leggi che precarizzano il lavoro, è insufficiente; il governo è già impegnato ad aggirare l’ostacolo con altre proposte legislative (si è già parlato non a caso di introdurre forme di lavoro precario come i mini jobs). La stessa campagna di raccolta firme per i referendum è stata peraltro condotta nel vuoto più totale della mobilitazione, e nei fatti, dopo la resa davanti al pesante attacco padronale e governativo, questa manifestazione si prefigura come l’ennesima sfilata che rischia di incrementare la passivizzazione della classe lavoratrice. Se si aggiunge che la CGIL è lontana anche da qualsiasi mobilitazione sociale, come ha dimostrato per esempio con il rifiuto di proclamare lo sciopero generale in occasione dello sciopero internazionale delle donne dell’8 marzo, il quadro che ne esce mostra una grande debolezza e inconsistenza di questa iniziativa. In questi anni, grazie al sistematico tradimento della direzione maggioritaria del movimento operaio i lavoratori hanno subito enormi arretramenti.

Un peso non indifferente lo hanno le responsabilità delle burocrazie sindacali, soprattutto della CGIL, per il ruolo storico di consenso e rappresentanza che ha avuto questo sindacato nelle grandi masse di lavoratori. Ogni passo indietro della CGIL ha contribuito all’arretramento della coscienza collettiva. Il perseguire di politiche di accomodamento e compatibilità, accompagnato da pratiche di frantumazione delle lotte di resistenza, ha favorito disgregazione e sconfitte. Bisogna invertire la rotta e liberare le potenziali forze dei lavoratori.

Nella stagione passata i lavoratori francesi nonostante l’assenza di una direzione realmente conseguente sono stati in grado di mobilitarsi contro il Jobs Act d’oltralpe, e dentro un quadro di isolamento nel contesto europeo hanno subito una battuta d’arresto; mentre in Italia la CGIL aveva già capitolato al governo e al padronato. Anche nel nostro Paese ci sono stati e ci sono tuttora importanti episodi di resistenza che vengono da ampi settori di classe. Basti pensare alla resistenza dei lavoratori Almaviva, alla campagna per il no nel rinnovo del CCNL metalmeccanico, che ha ottenendo un risultato del 40% nelle grandi fabbriche, alle lotte della logistica, agli scioperi in Fincantieri a Palermo, e per ultimo lo straordinario risultato del referendum Alitalia, in cui i lavoratori e le lavoratrici hanno respinto l’ennesimo accordo capestro. Serve dare una svolta alle lotte. Questi segnali di resistenza non possono essere lasciati soli ad affrontare lo scontro di classe. Serve fare un salto di qualità dotandosi di un programma efficace per contrastare le nostre controparti e unificando le numerose battaglie disperse.

Bisogna organizzare una grande assemblea nazionale di delegati eletti nei posti di lavoro per varare un piano di lotta efficace, sostenuto da parole d’ordine che devono essere tanto radicali quanto radicale è l’aggressione in atto, e che sia in grado di mobilitare milioni di salariati e sfruttati contro il padronato e il governo.

Ritiro di tutte le leggi precarizzanti (dal pacchetto Treu al Jobs Act); riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario; rivendicazione di un salario sociale per i disoccupati e per chi è in cerca di una occupazione; blocco dei licenziamenti; esproprio senza indennizzo delle aziende che chiudono e licenziano, comprese le società dei trasporti (Trenitalia e Alitalia), con la rivendicazione della nazionalizzazione sotto il controllo di chi lavora, devono essere parte del piano di lotta. È necessario mettere in campo una mobilitazione prolungata, radicale e di massa, sostenuta da una cassa di resistenza nazionale per finanziare gli scioperi. Bisogna arrivare ad un vero sciopero generale ad oltranza, perché è l'unica via capace di opporre una resistenza reale all'aggressione sociale di padronato e governi. L'unica via che può realmente incidere sui rapporti di forza e strappare risultati.
Queste rivendicazioni e questo piano di lotta dovrebbero fare parte del programma messo in campo da un sindacato combattivo e di classe.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, attraverso i propri militanti, è impegnato ogni giorno in ogni fronte di lotta, dentro i sindacati conflittuali e dentro la CGIL, per portare avanti questo programma, consapevoli che solo una lotta che metta in discussione il sistema capitalistico può essere il primo passo per la liberazione di tutti gli sfruttati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una legge di stabilità per i capitalisti

17 Ottobre 2016
Confindustria e banche esultano. Hanno ragione. Il governo Renzi regala alle imprese una nuova riduzione della tassa sui profitti dal 27% al 24%, nuovi incentivi fiscali in fatto di super ammortamenti, una messe di nuove regalie. Dopo aver già beneficiato i padroni in questi anni con la liberalizzazione dei licenziamenti arbitrari , la massiccia decontribuzione premio, la precarizzazione dilagante dei voucher. . Banche ed assicurazioni non sono da meno. Incassano la nuova torta dell'Ape , il prestito bancario assicurato che un lavoratore si impegna a ripagare per 20 anni, con tanto di interessi, in cambio di un anticipo di uscita pensionistica e di una pensione ancora più misera. Un nuovo derivato indiretto della famigerata Legge Fornero che il governo si guarda bene dal cambiare. Peraltro il governo Renzi lavora pancia a terra per tutelare le banche: già beneficiate di nuovi e più rapidi poteri di esproprio di debitori insolventi, a vantaggio dei valori dei propri crediti incagliati e altri titoli spazzatura.

E' vero, Renzi sfora gli impegni presi sul Patto di Stabilità in Europa. E cercherà di presentare questa scelta come prova di difesa dell'”interesse nazionale” contro le “burocrazie di Bruxelles”. Pascolando elettoralmente sul campo arato dai mille sovranismi nazionalisti, che a destra come (a volte) a sinistra, rivendicano il “riscatto italiano dal nemico tedesco”. Ma si tratta di uno specchietto per le allodole. Renzi sfora il patto di stabilità ( in buona compagnia oggi nella UE) non per allargare i cordoni della borsa verso i lavoratori, ma per ridurre le tasse ai capitalisti. Ed anche per finanziare una manciata di volgari regalie ( bonus per..”mamma domani” incluso) da usare a vantaggio del SI al referendum. Cioè a vantaggio di un progetto bonapartista di uomo solo al comando che è prezioso per gli interessi dei capitalisti e la migliore governabilità della loro rapina. E' un caso se tutte le Cancellerie del vecchio continente( e non solo) tifano per il SI, e si dispongono a chiudere un occhio sulla manovra di bilancio del governo?

Eppure le burocrazie sindacali coprono la finanziaria di Renzi, o elogiandola ( CISL) o criticandola sommessamente ( CGIL), in ogni caso senza contrasto e mobilitazione vera. Ed anzi vantando il ritrovato canale di contatto negoziale con il governo. Così facendo non solo privano i lavoratori di una reale tutela sindacale, a partire dai milioni di lavoratori pubblici in attesa di contratto, per i quali Renzi stanzia solo briciole umilianti. Ma aiutano di fatto l'operazione elettorale del governo a vantaggio del suo progetto istituzionale reazionario. Cosa serve un NO platonico della CGIL sul referendum, se di fatto si aiuta la campagna del SI e le sue truffe populiste?

E' necessaria e urgente una mobilitazione sociale, radicale, di massa, che unifichi opposizione alla legge di Stabilità e vertenze contrattuali. E' l'unica via per sbarrare il passo alla reazione. Per dare al NO una bandiera di classe riconoscibile. Per aprire il varco di una alternativa dei lavoratori. L'unica vera alternativa.
Partito Comunista dei Lavoratori