Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta liquidità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta liquidità. Mostra tutti i post

Si chiama capitalismo, non liberismo

 


Come il quotidiano di Confindustria spiega la follia della società borghese

In tempi di Covid la stessa stampa borghese documenta l'accumulo di nuove povertà. Centinaia di migliaia di precari buttati su una strada, sei milioni di salari tagliati per via della cassa integrazione, fallimento di parte significativa del piccolo lavoro autonomo nel campo del commercio e della ristorazione...
Le immagini delle lunghe file di nuovi poveri davanti alle mense della Caritas sono uno specchio di tutto questo.

Di tutto questo non è responsabile la pandemia, ma l'organizzazione capitalista della società. La stessa che in nome del profitto ha devastato l'ambiente favorendo quei salti di specie che danno origine alle pandemie. La stessa che in nome del profitto ha smantellato per vent'anni i sistemi sanitari in tutto il mondo, rendendoli incapaci di fronteggiare l'epidemia. La stessa che in nome del profitto ha consegnato alle case farmaceutiche il monopolio della ricerca e della produzione di vaccini dando loro potere di vita e di morte sull'umanità intera. La stessa che in nome del profitto, e a causa dei tagli alla pubblica amministrazione, è incapace di organizzare in tempi decenti la vaccinazione di massa della popolazione, a partire dalle persone più anziane.

Nulla come l'esperienza della pandemia ha messo a nudo il fallimento di una società. Non del liberismo, ma del capitalismo.

La cultura liberalprogressista che ha fatto strage nella stessa sinistra “radicale” attribuisce al liberismo i mali del mondo. Per cui “correggiamo con l'intervento pubblico le ingiustizie del libero mercato!” e tutto in un modo o nell'altro si risolve. Questa pietosa illusione neoriformista, spesso spacciata per sano realismo contro l'utopismo rivoluzionario, ignora esattamente la realtà. La quale ci dice che mai come oggi l'intervento pubblico dilaga, in tutti i paesi e sotto tutti i governi. Semplicemente serve a gonfiare il portafoglio dei capitalisti a spese del resto della società.
Altro che liberismo! Siamo nel cuore del più gigantesco statalismo borghese che la storia del capitalismo ricordi. Miliardi presi dalle tasche dei proletari e finiti sul portafoglio degli azionisti.

Vediamo di cosa si tratta. In tutto il mondo gli stessi stati che hanno fatto a gara per abbattere le tasse sui profitti ricorrono a mani bassa all'indebitamento pubblico. Si vendono titoli pubblici alle banche, si travasa il grosso di quanto ricavato nelle tasche dei capitalisti, si promette il pagamento di debito e interessi alle banche che hanno comprato i titoli. Nel frattempo si offre alla banche la copertura delle garanzie pubbliche in modo che possano far credito ai capitalisti senza rischiare un centesimo. Banchieri e capitalisti incassano. Quanto al pagamento del debito e dei relativi interessi, ci penserà il resto della società negli anni a venire, a partire naturalmente dai salariati, privati e pubblici, gli stessi che già oggi sulla propria pelle pagano i costi sociali e sanitari della pandemia.

Pregiudizio ideologico, veteromarxismo? Si dia un'occhiata alla liquidità accumulata dalle grandi imprese nel 2020. Non parliamo delle imprese farmaceutiche, dei produttori di materiale informatico, di larga parte dell'agroindustria. Quelli, si sa, hanno fatto profitti a palate. Parliamo delle prime dieci grandi imprese italiane, appartenenti a tutti i settori. Nell'ordine: Stellantis, ENI, Ferrari, STMicroelectronics, CNh Industrial, Moncler, Campari, Amplifon. Ebbene in un solo anno, e per di più nell'anno maledetto della pandemia, hanno accumulato una riserva di liquidità di 54 (cinquantaquattro) miliardi. Un aumento sull'anno precedente del 36%. Cosa significa concretamente? Due cose. La prima è che hanno intascato un sacco di soldi. La seconda è che non li hanno investiti, li hanno – come si dice in gergo – tesaurizzati. Messi da parte. Accumulati.
Gli stessi che da mesi con Confindustria chiedono di poter licenziare per ristrutturare stanno facendo lo sciopero degli investimenti. Si tratterebbe, secondo Bankitalia, di un "risparmio precauzionale". Significa che non sapendo quale sarà il decorso della crisi e dell'eventuale ripresa, mettono fieno in cascina per il futuro. Di certo se intendono poter licenziare anche lavoratori a tempo indeterminato, dopo essersi già liberati di una buona massa di precari, vuol dire che non intendono assumere. Il fieno servirà per scalate azionarie, operazioni speculative, giochi di borsa, esportazioni di capitale su un mercato mondiale già segnato da nuovi grandi processi di concentrazione monopolista.

La domanda è semplice: da dove proviene nell'anno 2020 questa gigantesca massa di liquidità finita nelle tasche delle prime dieci imprese? Lo spiega il quotidiano di Confindustria: «abbondanza di credito sul mercato» e «garanzie statali» (Il Sole 24 Ore, 4 aprile). Le grandi imprese hanno incassato gratis dalle banche, coperte a loro volta dalle garanzie pubbliche dello Stato. Semplice, no?

Da una parte l'accumulo della povertà, dall'altro l'accumulo della ricchezza. Non è l'Ottocento, è l'oggi. Senza l'esproprio delle grandi imprese, senza il rovesciamento del loro Stato, senza un governo dei lavoratori, non c'è via d'uscita. La soluzione non è l'antiliberismo, la soluzione è la rivoluzione e il socialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Maurizio Landini per la liquidità alle imprese

La burocrazia sindacale ai tempi del coronavirus

8 Aprile 2020
«Va assicurata subito la liquidità alle imprese [...] È importante prevedere forme di prestito agevolato e misure fiscali che tutelino le imprese, anche il sistema bancario può svolgere un importante ruolo sociale. Ma le imprese non devono chiudere, né delocalizzare...»

Queste sono le parole che Maurizio Landini ha voluto riservare al quotidiano di Confindustria in una lunga intervista di domenica 5 aprile, alla vigilia del Consiglio dei ministri che avrebbe varato 400 miliardi di garanzie pubbliche a favore delle banche perché facciano prestiti alle imprese.
Il significato dell'intervista non sta negli appelli platonici ai padroni perché non chiudano. Sta nella pubblica perorazione della richiesta centrale di Confindustria: “dateci soldi e datecene tanti”. Non a caso Il Sole 24 Ore ha incorniciato l'intervista col titolo “Urgente la liquidità alle imprese”. Come dire: messaggio ricevuto e rilanciato.

Il gioco è trasparente. Confindustria cerca tutte le sponde possibili per difendere gli interessi dei propri associati. Assolve in definitiva il proprio ruolo. La sponda sindacale, se è disponibile, è di prim'ordine per i padroni. Ma in questo caso la sponda della burocrazia CGIL non è servita loro per (cercare di) rimuovere gli scioperi di fabbrica, come in occasione del protocollo d'intesa sulla sicurezza. No. È servita solamente per battere cassa, con un'eco più forte, presso il Consiglio dei ministri. Così come i padroni usarono a fine febbraio un comunicato congiunto Confindustria/sindacati contro gli eccessivi “allarmismi” sul coronavirus nel nome de ”L'Italia non si ferma”. Anche allora gli industriali si fecero forti nel rapporto col governo della complicità sindacale. Purtroppo erano gli stessi giorni in cui Confindustria lombarda poneva il veto (criminale) alla soluzione Codogno per Bergamo e Brescia.

Ma la funzione di un segretario della CGIL è quella di sostenere le cause degli industriali presso il governo? Qualcuno dirà che quella di Landini è una tattica intelligente per ottenere contropartite vantaggiose sul terreno sindacale. Ma di quali contropartite stiamo parlando? I padroni stanno forzando ovunque per riaprire le fabbriche attraverso la pressione sulle prefetture mettendo in gioco la salute dei lavoratori. E ora, dopo aver beneficiato, col plauso CGIL, dei 400 miliardi di garanzie pubbliche a favore dei prestiti bancari, chiedono di “non sperperare denaro pubblico” per dare reddito a chi finisce su una strada (magari dopo essere stato usato come lavoratore in nero da un padrone evasore). Di più: chiedono liberi voucher in agricoltura, “assoluta e totale libertà di deroga negli appalti” (Bonomi), nuova flessibilità in fabbrica per “ritrovare la produttività” (Bazoli), e naturalmente un progetto di rientro prima o poi dal nuovo debito accumulato dallo Stato. Tradotto in prosa: nuovi sacrifici per gli operai.

Sarebbero queste le contropartite della disponibilità mostrata da Landini?
Il paradosso è che oggi la concertazione sindacale, in buona parte, è praticata solo dalle direzioni sindacali, non dai padroni. È una concertazione... unilaterale, se così si può dire. Ma ugualmente vantaggiosa per lor signori. Perché i padroni sanno, col loro fiuto di classe, qual è il vero rischio. Leonardo del Vecchio, fondatore di Luxottica, lo ha esplicitato chiaramente: «Ho vissuto le bombe e la guerra, la fame e la povertà. Da tutto questo ne potremo uscire solo in due modi: con la rabbia lasciata correre per le strade, o puntando sul sacrificio e sulle energie di tutti» (La Repubblica, 4 aprile). E per i sacrifici di «tutti» (?), e soprattutto per contenere «la rabbia», la burocrazia sindacale è uno strumento sperimentato.
Partito Comunista dei Lavoratori