Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta esproprio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta esproprio. Mostra tutti i post

Espropriare espropriare espropriare i monopoli dell'energia!

 


Contro la dichiarata evasione fiscale di chi ha realizzato extraprofitti enormi

Dovevano versare 10,4 miliardi sugli oltre 40 miliardi di sovraprofitti realizzati, in base al generoso decreto del governo. Ne hanno trattenuti 9,26, contestando legalmente persino il solo miliardo pagato. In altri termini, una scandalosa evasione fiscale, sotto gli occhi di tutti, nel pieno della drammatica crisi delle bollette. È il caso dei grandi monopoli dell'energia (ENI, ENEL, Snam...), fiori all'occhiello del capitalismo italiano.


Eppure il governo tira avanti come se nulla fosse successo, nonostante si tratti di aziende partecipate dallo Stato. Né la (minima) tassa pare verrà rinnovata. Peraltro nessuno dei partiti borghesi, nessun organo della grande stampa, muove scandalo. Quelli che fanno campagne quotidiane contro il reddito di cittadinanza citando qualche caso di piccolo abuso, tacciono sull'evasione abnorme, pubblica e sfrontata, dei grandi monopoli. Gli stessi grandi monopoli che in varie forme finanziano, guarda caso, i partiti borghesi.

In compenso tutti i partiti dominanti sfornano ricette contro il caro bollette... a spese dei lavoratori. Chi, come nel caso del M5S, chiedendo uno scostamento di bilancio, cioè l'ennesima operazione a debito, da restituire alle banche con i relativi interessi. Chi proponendo il calmieramento delle bollette a carico della fiscalità generale, cioè dei lavoratori e dei pensionati che pagano l'80% delle tasse, nel mentre annuncia la flat tax a vantaggio dei ricchi (Forza Italia e Lega). Chi, come nel caso del PD e di altri, oscillando tra la richiesta di prezzo nazionale amministrato (non si chiarisce quale) e tetto al prezzo del gas a livello europeo, sapendo bene che Germania e Olanda sono contrarie per interesse proprio, e che dunque vi sarà un contenzioso dall'esito incerto.
Notevole il caso della patriota Giorgia Meloni, la quale ha obiettato alla richiesta platonica di un tetto nazionale al prezzo del gas con l'argomento testuale: “È impossibile, sono aziende quotate in Borsa, non sono mica nazionalizzate...”. Non male per la nuova “amica del popolo”.
La risultante certa è una sola: i grandi monopoli continueranno a ingrassare il proprio portafoglio con la complicità di tutti, a partire da Draghi.

Allora tutto il movimento operaio dovrebbe rivendicare prime drastiche misure elementari: bloccare le bollette riportandole ai prezzi di un anno fa; requisire immediatamente tutti i 40 miliardi di extraprofitti realizzati dai grandi monopoli energetici a sostegno del blocco; espropriare i grandi monopoli dell'energia e nazionalizzarli senza indennizzo, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori. Che è anche la via per avviare una transizione energetica vera.

Senza queste misure di svolta tutto si riduce a chiacchiera e a inganno. Ma battersi per queste misure significa battersi contro tutti partiti borghesi per un governo dei lavoratori, l'unico che può compiutamente realizzarle e ricondurle a una alternativa generale di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

Caro bollette e inganni del governo, espropriare le grandi aziende energetiche

 


La necessità di una svolta radicale

5 Maggio 2022

Il governo Draghi ha presentato i due decreti varati il 2 maggio come soccorso ai redditi delle persone indigenti di fronte al caro prezzi e bollette. Ma si tratta di una grossolana bugia.

Di fronte a un calo dei salari tra il 1990 e il 2020 che non ha eguali in Europa, e un caro prezzi e bollette che non si registrava da oltre vent'anni, il governo Draghi offre ai lavoratori l'una tantum di 200 euro e il prolungamento all'8 luglio dello sconto alla pompa di 0,25 centesimi. Una miseria, che viene venduta come redistribuzione del reddito. È falso. Due sono le voci che finanziano questa elemosina. La prima è un taglio di 2 miliardi dei fondi annuali “di sviluppo e coesione sociale”, soldi destinati al riequilibrio territoriale, in particolare al Sud. Un taglio pagato dai settori sociali più poveri. La seconda è il contributo aggiuntivo una tantum sul 15% (che si somma a un precedente 10%) degli extraprofitti dei monopoli energetici. Ma i monopoli energetici (ENEL, ENI, SNAM...) hanno realizzato in un solo semestre 40 miliardi di extraprofitti (prevedibilmente a regime 80 miliardi annui). La vera notizia non è il contributo una tantum sul 25% di questa immensa ricchezza, ma il fatto che il 75% di questi 80 miliardi annui è esentato persino da questo contributo occasionale. Un fatto tanto più scandaloso se si tiene conto che l'extraprofitto è stato realizzato grazie a un meccanismo di formazione dei prezzi per cui i fornitori di energia vengono pagati in base al prezzo della fonte più cara. Mentre i costi della speculazione finanziaria scaricano sul prezzo finale pagato dal consumatore non solo gli aumenti reali ma anche quelli attesi. E pensare che questi enormi extraprofitti sono intascati prevalentemente dagli azionisti privati, quali grandi fondi finanziari (Black Rock et similia), veri campioni del parassitismo più intollerabile a spese della società.

È vergognoso che la burocrazia sindacale copra questa truffa facendo ancora una volta da scendiletto del governo Draghi.

Contro il caro prezzi e bollette è necessario battersi per rivendicazioni drastiche. Il blocco immediato delle tariffe di gas, luce, benzina. La reintroduzione della scala mobile dei salari. L'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dei grandi monopoli dell'energia: una misura di igiene sociale, ed anche una condizione decisiva per la riorganizzazione radicale del settore energetico in direzione delle fonti rinnovabili.

Per imporre queste misure è necessaria una svolta radicale. Contro l'economia di guerra, contro i piani di riarmo, contro le speculazioni del capitale occorre definire una piattaforma di mobilitazione indipendente del movimento operaio capace di unire il lavoro salariato e di aggregare attorno ad esso la maggioranza della società.

Il PCL è impegnato a far emergere nell'avanguardia di classe e tra le masse la consapevolezza della necessità di questa svolta. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, per un'alternativa di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

Opporsi ai padroni e al governo, non alla vaccinazione di massa

 


Per un'alternativa anticapitalista nella gestione della pandemia

31 Luglio 2021

Nessun accodamento alle manifestazioni reazionarie no vax. Per un'autonoma posizione di classe in merito alla vaccinazione

Quasi 130000 persone in Italia, oltre 4 milioni nel mondo – molte ma molte di più in numeri reali, ovunque superiori a quelli registrati – si sarebbero vaccinate volentieri se solo ne avessero avuto la possibilità. Sono morte anche perché non l’hanno avuta. È bene partire da questo dato drammatico nell’affrontare la polemica sulla vaccinazione, sull’obbligo della stessa, sul cosiddetto green pass. È il principio di realtà che le manifestazioni in corso contro la “dittatura sanitaria” rimuovono con disinvoltura, spesso con cinismo.

Il crogiolo di sentimenti che anima le manifestazioni in corso è assai eterogeneo. Culture antiscientiste, ideologie neonaturiste, pregiudizi complottisti, paure ancestrali... Ma soprattutto l’egoismo individualistico di chi antepone ad ogni altra considerazione la proiezione smisurata del proprio “io”: la spontanea proiezione ideologica del piccolo-borghese, normalmente indifferente ai tagli della sanità pubblica, ma inviperito se la salute pubblica gli chiede semplicemente un contributo. La libertà che egli invoca è essenzialmente la propria libertà. Anche la libertà di contagiare. Non è un caso se le destre reazionarie egemonizzano questo sentimento. È la stessa ragione per cui egemonizzano l’indifferenza alla morte degli operai in fabbrica nel nome della libertà di sfruttamento; o il disprezzo per l'ambiente nel nome della libertà di saccheggiarlo; o l’ostilità contro gli immigrati nel nome della libertà dagli “invasori”. In ballo c’è sempre la propria libertà contro quella del genere umano, il suo diritto alla vita e alla dignità.

Si dirà che non sono solo i reazionari a protestare, che vi sono anche persone democratiche e persino settori antagonisti. Vero. Ma chi dà il segno politico e culturale alla protesta è indiscutibilmente la reazione: la sua base sociale nel commercio e tra i ristoratori (“Io apro” in fascia tricolore), il suo corpo militante tra gli organizzatori (inclusi Forza Nuova e CasaPound), i suoi referenti politico-istituzionali (Lega e Fratelli d’Italia). Se ambienti di sinistra e persino antagonisti si accodano di fatto a questo magma, ciò non misura un profilo più “progressista” delle manifestazioni, ma solo l’estrema confusione di questi ambienti, al di là naturalmente di ogni intenzione soggettiva. Il fatto che in Francia il grosso della sinistra politica cosiddetta radicale – Mélenchon in testa – partecipi alle manifestazioni reazionarie contro Macron dimostra che non c’è limite al peggio. Ma non abbellisce ciò che avviene in Italia. Semmai suggerisce di tamponare per tempo rischi analoghi.

Vi sono milioni di persone che non si possono vaccinare. Non che non vogliono, semplicemente non possono. Per ragioni di salute, di fragilità, di emarginazione, di età. È accaduto in tutta la storia delle vaccinazioni. L’obbligo vaccinale contro la poliomielite, sancito in Italia per legge nel 1965, mirò a proteggere dalla malattia fasce sociali emarginate del Meridione. Da allora la poliomielite è stata estirpata, nonostante le grida sulla libertà violata. Nel 1973, quando a Napoli si affacciò il colera, con 278 casi e 24 morti, la rivendicazione dei lavoratori e dei disoccupati fu quella dell’obbligo immediato di vaccino per tutta la popolazione. Il colera fu battuto anche per l’iniziativa del movimento operaio, con la vaccinazione di un milione di napoletani in una sola settimana. Vaccinarsi anche per chi non si può vaccinare appartiene alla storia della solidarietà classista.

La vaccinazione di massa si è sempre battuta contro le resistenze di culture reazionarie. Il vaiolo fu debellato nell’Ottocento in Inghilterra grazie all’inoculazione di un vaccino animale, contestato da furibonde campagne antivacciniste (le leghe contro il vaccino) che denunciavano, con l’identico frasario di oggi, la violazione statale delle libertà civili. Ciononostante anche i vaccini successivi, legittimati dalle scoperte di Pasteur e della microbiologia, incontrarono resistenze, proteste, spesso scomuniche religiose nel nome della superiore legge di natura voluta da Dio.
Sempre il progresso della scienza si è fatto largo infrangendo il pregiudizio, la “libertà” del piccolo-borghese. Il fatto che nel 2020-2021 la vaccinazione anti-Covid si confronti con campagne analoghe, diversamente assortite, dimostra in fondo che la società capitalista è incapace di alzare la coscienza generale al livello del progresso scientifico.
Un miliardo di africani è privato del diritto al vaccino, sequestrato dalle multinazionali e dai loro Stati imperialisti. In compenso nei paesi imperialisti settori significativi delle classi medie contestano non solo l’obbligo del vaccino, ma persino il più modesto green pass. Questa contraddizione misura l’irrazionalità dell’attuale condizione del mondo, sotto il dominio del capitalismo, non certo l'irrazionalità del vaccino.

Il pregiudizio piccolo-borghese è capace di mille nobili travestimenti.

Gli attuali vaccini non sono stati testati, non si conoscono i loro effetti a distanza, protestano con aria saccente fior fiore di intellettuali resistenti che rivendicano la “libertà” di scelta. In realtà le tecnologie che presidiano i nuovi vaccini mRNA sono state individuate nel 1990, esattamente trentuno anni fa. Le procedure della loro sperimentazione iniziarono nei primissimi anni Duemila, sotto la pressione dell'epidemia della SARS, ceppo originario dell’attuale Covid. Semmai la vera responsabilità degli Stati borghesi fu quella di affidare la ricerca scientifica alle case farmaceutiche, che l’hanno interrotta non appena la SARS si estinse, perché venne meno il proprio interesse di mercato. La rapidità con cui oggi sono stati individuati i vaccini è da un lato il ritorno dell'interesse di mercato per chi li produce – ingrassato dagli aiuti statali ai profitti a carico dei salariati – e dall'altro la ricerca scientifica pregressa. Ma invece di denunciare il criminale ritardo nella ricerca vaccinale dovuto al profitto, si chiama in causa la “sospetta” rapidità della scoperta del vaccino. Una rappresentazione capovolta della realtà, che assolve paradossalmente la società borghese.

I tempi brevi di sperimentazione clinica dei vaccini non riguardano solo i vaccini anti-Covid. Il vaccino influenzale tradizionale, ad esempio, non può disporre di anni di sperimentazione clinica, per il semplice fatto che cambia ogni anno, a causa della variazione dei ceppi virali. Dovremmo dunque abrogarlo?
Si dirà che non viene obbligato né indotto per legge. È vero, ma a fronte di una soglia di rischio enormemente più bassa del Covid, come dimostra ogni comparazione statistica.
In realtà la tesi per cui il vaccino va sperimentato sulla lunga distanza è solo un artificio retorico. Quanto sarebbe la distanza temporale necessaria per convincersi dell’opportunità del vaccino? Dieci, venti, trent'anni? L'argomento degli effetti a distanza è stato sempre usato storicamente contro tutti i vaccini da parte delle correnti antiscientiste. Sembra efficace solo perché confonde i piani. Certo, la scienza medica seria verifica sempre nel lungo periodo gli effetti delle proprie scoperte. Ma può dover anche confrontarsi con sfide drammatiche in tempi brevi, che decidono della vita e della morte di milioni di esseri umani. Rinunciare oggi alla vaccinazione o contestare l'esigenza della massima copertura vaccinale per rinviare alla verifica della lunga distanza significa scegliere la certezza qui e ora della moltiplicazione dei morti per Covid. Il rischio futuro è virtuale, la certezza presente è reale. Ha un senso dal punto di vista logico e umano?
Inoltre la verifica degli effetti a lunga distanza riguarda anche il Covid in quanto tale. Quali strascichi può avere sull'organismo dei guariti l'esperienza della malattia e anche solo del contagio? Il "long Covid" già oggi è oggetto di studio presso centinaia di migliaia di persone affette, a proposito di verifica scientifica. E le prime risultanze non sembrano rassicuranti (anche in termini percentuali, trattandosi del 20-30% dei contagiati).

Non possono impormi nulla... protesta il renitente al vaccino, facendo del proprio corpo un'insuperabile barriera. È facile obiettare che la sua libertà, che vorrebbe assoluta, è violata ogni giorno dai semafori stradali, dal divieto di guidare contromano (tanto più in autostrada), dal divieto di parcheggiare nello spazio riservato ai disabili, dalla proibizione di fumare in ambienti chiusi, dall’obbligo di disporre della tessera sanitaria, e... dall'obbligo di pagare le tasse (che il piccolo-borghese spesso evade, ma è un altro discorso). In ognuno di questi casi la “propria” libertà ha come confine la libertà degli altri, il loro diritto sociale e civile. Perché non dovrebbe valere lo stesso criterio in fatto di vaccinazione? I vaccini obbligatori esistono già. Non si vede quale ragione possa accampare il rifiuto “per principio” dell'obbligo di vaccinazione e persino della sua induzione (green pass).
La massima copertura vaccinale è suggerita da ogni considerazione sanitaria e sociale: protegge chi non si può vaccinare o non si è ancora vaccinato, rallenta la circolazione del virus, contrasta l'insorgere di ulteriori varianti, abbatte la carica virale del contagio.
Il fatto che oggi la massima contagiosità della variante Delta si combini con un tasso contenuto di ricoveri e terapie intensive, molto più basso che nelle prime ondate della pandemia, è la misura incontestabile dell'efficacia del vaccino. Si può non vederlo? È una ragione decisiva per completare la vaccinazione.

Il vaccino non impedisce il contagio, neppure con la doppia dose. A che serve dunque?. Seguono gli immancabili dati che dimostrano l’aumento percentuale dei vaccinati tra i contagiati. Questo argomento non regge la prova della logica. La vaccinazione non è totalmente sterilizzante; chi la presenta come tale, o così l’ha capita, è un cretino. Semplicemente la vaccinazione abbatte, senza annullarla, la possibilità di contagiarsi. È evidente che se si estende la vaccinazione di massa diminuisce il numero dei contagiati (di conseguenza dei ricoveri e dei decessi), ma aumenta parallelamente tra i contagiati la percentuale dei vaccinati. E viceversa: meno sono i vaccinati, più aumenta il numero dei contagiati, dei ricoverati, dei morti, mentre cala la percentuale dei vaccinati. Chi brandisce come prova di scandalo finalmente svelata il contagio di qualche vaccinato dimostra solamente di essere accecato dal pregiudizio, nel momento stesso in cui il pregiudizio è smontato non solo dai fatti ma dalla logica.

I ricoveri hanno ripreso ad aumentare, seppur in misura ancora modesta, per effetto dell’espansione della variante Delta. L’aumento dei ricoveri Covid, come mostra la drammatica esperienza vissuta, non chiama in causa solamente la vita dei pazienti che ne sono affetti, ma l’insieme delle patologie, a partire dalle più gravi. Nell’ultimo anno e mezzo negli ospedali italiani si è accumulato un enorme ritardo in fatto di diagnosi e trattamenti oncologici. Complessivamente diverse centinaia di migliaia di persone sono state private del diritto di cura, molte tra loro sono state condannate, di fatto, a morire. Tamponare il contagio per Covid con lo strumento della vaccinazione significa dunque contrastare un’emergenza sanitaria molto più grande della pandemia. Un'emergenza che ha certo radici lontane, prodotte dai tagli alla sanità, ma che il Covid e la gestione borghese della pandemia hanno tragicamente aggravato.

Il pericolo riguarda gli anziani, teniamo fuori i giovani, si sente dire. Si potrebbe obiettare che i più giovani, sotto i dodici anni, sono già esentati dal trattamento vaccinale, pur potendosi ammalare, talvolta in forme anche gravi (vedi Indonesia). E che le prudenze sulla vaccinazione tra il 12 e i 17 anni sono presenti a tutti, anche in ambito scientifico. Al tempo stesso occorre evitare di affrontare la questione da un'angolazione solamente individuale, come se il rapporto costi/benefici non riguardasse anche la società. I giovani sono oggi – anche perché meno vaccinati – i principali portatori del virus. Vaccinare i giovani significa ostruire la principale via del contagio, a protezione dei più anziani non ancora vaccinati. È una forma di solidarietà sociale. Il fatto che i giovani siano i più propensi alla vaccinazione, e i più estranei alle manifestazioni reazionarie, è anche per questo un fatto altamente positivo. Non è sufficiente per compiere azzardi, in presenza di dubbi scientifici fondati per quella fascia d'età che sono ancora irrisolti, ma è più che sufficiente per affrontare la questione con serietà e col metodo giusto, senza rimozioni o isterismi.

Il vero scandalo sta nel fatto che in Italia dai due ai tre milioni di persone sopra i 60 anni di età non sono ancora stati vaccinati, pur avendone in non pochi casi fatto richiesta: per la scarsità di vaccini garantiti dalle aziende farmaceutiche, per i tempi lenti del servizio pubblico, per l'assenza del personale necessario, per la regionalizzazione del sistema sanitario, per le conseguenze, insomma, di una sanità pubblica disossata.
Lo scandalo sta nel fatto che si ricorra a un generale in divisa per predisporre la protezione sanitaria della popolazione, e che il famigerato PNRR destini alla sanità l'ultima voce di spesa, per di più indirizzandola a enti e soggetti privati, gli stessi ai quali la gestione della pandemia ha già garantito crescenti spazi di mercato e di profitto.

Il governo vuole imporre la vaccinazione del personale sanitario e scolastico per coprire la rinuncia a misure di svolta nella sanità e nella scuola pubblica. Vero, anzi verissimo. Non si vede, del resto, come un governo Draghi, espressione del capitale finanziario, possa realizzare una qualsiasi svolta progressiva, anche solo di carattere riformistico. Al governo obbligo vaccinale o green pass interessano per una sola ragione: evitare altre misure di lockdown che possano intralciare la ripresa capitalista. Punto. La sanità può continuare com’è, con la mancanza di posti letto e attrezzature adeguate, salari miserabili, infermieri costretti a turni di dieci ore per carenza di personale, nuove assunzioni tutte precarie, per lo più interinali, assenza di una reale medicina territoriale pubblica, sistemi di tracciamento inesistenti...
La scuola può continuare com’è, con edifici fatiscenti, classi pollaio, insegnanti malpagati, precari a vita in concorrenza tra loro, alta percentuale di abbandoni.
L’importante per i governi borghesi è continuare a ingrassare scuola e sanità private, privatizzare scuola e sanità pubblica, pagare il debito pubblico alle banche. Il resto mance. Sono ragioni più che sufficienti per l’opposizione alla borghesia e al suo governo, per una programma di misure anticapitaliste che preveda un investimento massiccio nella sanità e nella scuola pubbliche, un vasto piano di assunzioni vere, la regolarizzazione immediata del personale precario, un aumento generale dei salari in entrambi i settori, l’esproprio di scuole e sanità private per l’universalismo del servizio pubblico e la sua gratuità.
Ma cosa c’entra tutto questo con il rifiuto dell’obbligo vaccinale nella sanità e nella scuola? Se il governo lo usa come schermo per nascondere la propria politica sarà una ragione in più per denunciare il governo, non per contrastare la vaccinazione. Tanto più in due settori che per ragioni diverse sono strategici al fine di combattere la pandemia, e dove la vaccinazione è strumento di protezione innanzitutto per chi ci lavora, come mostra la tragica moria di personale sanitario mandato allo sbaraglio sul fronte Covid nell’esperienza di un anno fa.

Il governo può usare il green pass per dividere i lavoratori, discriminare, licenziare. Vero. Un governo borghese è sempre capace di usare una misura in sé progressiva a fini antioperai. Il divieto del burka o delle mutilazioni genitali è usato in diversi paesi imperialisti come strumento di campagne xenofobe, prevalentemente islamofobe. Ma non è una buona ragione per difendere l'oppressione delle donne da parte del più reazionario integralismo religioso islamico. Si tratta dunque di non confondere cose diverse. L’idea di licenziare e/o privare di stipendio chi rifiuta la vaccinazione è ripugnante e va rigettata, come già ai tempi del rifiuto della polio. Un conto è cambiare transitoriamente la mansione del renitente (o impossibilitato) al vaccino, fino al superamento della pandemia, a protezione sua e degli altri lavoratori e del loro diritto alla salute; ciò che risponde a un principio di tutela. Un altro è la condanna alla fame e alla privazione della dignità per chi non si vaccina.

Questa è l’idea di Confindustria, che punta a nascondere la volontà di licenziare dietro nobili istanze sanitarie, anche grazie al formidabile assist che le ha offerto Maurizio Landini con l’avviso comune a favore dello sblocco. In questi giorni la volontà della fabbrica mantovana Sterilgarda di procedere arbitrariamente col licenziamento dei non vaccinati dà la misura di ciò che si agita nella pancia del padronato. Ma perché la difesa incondizionata del diritto al lavoro e al salario per tutti i lavoratori e lavoratrici contro gli interessi padronali dovrebbe implicare il rifiuto della campagna vaccinale in quanto tale, cioè di una campagna di salute pubblica a tutela innanzitutto dei salariati? Il rischio che si corre, così facendo, è quello di regalare ai padroni il consenso dei loro salariati che chiedono tutela. Magari di quelli che nel marzo del 2020 hanno scioperato per rivendicarla, e che oltretutto si sono in larga parte già vaccinati.

Opporsi al governo e ai padroni non implica affatto opporsi alla massima copertura vaccinale. Al contrario. Opporsi alla massima estensione della vaccinazione, nel momento in cui oltretutto la larga maggioranza dei lavoratori vede positivamente questa misura, rischia di regalare al governo un consenso indebito e gratuito, quello sì pericoloso per il movimento operaio.

Il piano del discorso va ribaltato, sviluppando una linea di egemonia di classe sulla domanda vaccinale e di sicurezza sanitaria, in alternativa alla gestione capitalistica della pandemia e in aperta contrapposizione ai padroni e al governo.

Chiedendo conto a padronato e governo dei ritardi scandalosi nella gestione della vaccinazione, scuola inclusa.

Rivendicando l'obbligatorietà del vaccino nella sanità e per il personale della scuola, e la massima estensione della copertura vaccinale in ogni settore.

Opponendo il no alle pretese di Confindustria di gestire la vaccinazione usandola per ristrutturazioni, licenziamenti, privazioni di stipendio per i non vaccinati, e invece rivendicando il controllo dei lavoratori sulle condizioni della sicurezza sanitaria in fabbrica.

Denunciando la miseria degli investimenti nella sanità e nell'istruzione, a fronte della montagna di miliardi destinati ai capitalisti.

Rivendicando un piano straordinario di investimenti pubblici nella sanità, nella scuola, nei trasporti, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco.

Chiedendo un piano straordinario di assunzioni a tempo indeterminato e di regolarizzazione immediata dei lavoratori precari che consenta una svolta vera nell'intensificazione delle vaccinazioni, la ricostruzione di una medicina territoriale, un capillare sistema di tracciamento, la riduzione del numero di alunni per classe e di classi per insegnanti, un sistema di trasporto pubblico che garantisca condizioni di sicurezza: tutti fattori decisivi, assieme alla vaccinazione, per il contrasto della pandemia.

Rivendicando l'esproprio senza indennizzo della sanità e della scuola private, per un sistema sanitario e scolastico interamente pubblico, universale, gratuito.

Denunciando gli accordi segreti stipulati con le multinazionali del farmaco a livello UE al solo scopo di consentire loro di vendere i vaccini al prezzo più alto sul mercato mondiale e di tutelare i propri brevetti.

Rivendicando l'esproprio senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori di tutta l'industria farmaceutica, con una campagna internazionale del movimento operaio e sindacale.


Anche sul versante della lotta alla pandemia l'esigenza dell'avanguardia è quella di salvaguardare una posizione di classe autonoma, legando le domande immediate di natura progressiva alla prospettiva rivoluzionaria di un altro potere: un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, l'unico che può vaccinare la società dal capitale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Si chiama capitalismo, non liberismo

 


Come il quotidiano di Confindustria spiega la follia della società borghese

In tempi di Covid la stessa stampa borghese documenta l'accumulo di nuove povertà. Centinaia di migliaia di precari buttati su una strada, sei milioni di salari tagliati per via della cassa integrazione, fallimento di parte significativa del piccolo lavoro autonomo nel campo del commercio e della ristorazione...
Le immagini delle lunghe file di nuovi poveri davanti alle mense della Caritas sono uno specchio di tutto questo.

Di tutto questo non è responsabile la pandemia, ma l'organizzazione capitalista della società. La stessa che in nome del profitto ha devastato l'ambiente favorendo quei salti di specie che danno origine alle pandemie. La stessa che in nome del profitto ha smantellato per vent'anni i sistemi sanitari in tutto il mondo, rendendoli incapaci di fronteggiare l'epidemia. La stessa che in nome del profitto ha consegnato alle case farmaceutiche il monopolio della ricerca e della produzione di vaccini dando loro potere di vita e di morte sull'umanità intera. La stessa che in nome del profitto, e a causa dei tagli alla pubblica amministrazione, è incapace di organizzare in tempi decenti la vaccinazione di massa della popolazione, a partire dalle persone più anziane.

Nulla come l'esperienza della pandemia ha messo a nudo il fallimento di una società. Non del liberismo, ma del capitalismo.

La cultura liberalprogressista che ha fatto strage nella stessa sinistra “radicale” attribuisce al liberismo i mali del mondo. Per cui “correggiamo con l'intervento pubblico le ingiustizie del libero mercato!” e tutto in un modo o nell'altro si risolve. Questa pietosa illusione neoriformista, spesso spacciata per sano realismo contro l'utopismo rivoluzionario, ignora esattamente la realtà. La quale ci dice che mai come oggi l'intervento pubblico dilaga, in tutti i paesi e sotto tutti i governi. Semplicemente serve a gonfiare il portafoglio dei capitalisti a spese del resto della società.
Altro che liberismo! Siamo nel cuore del più gigantesco statalismo borghese che la storia del capitalismo ricordi. Miliardi presi dalle tasche dei proletari e finiti sul portafoglio degli azionisti.

Vediamo di cosa si tratta. In tutto il mondo gli stessi stati che hanno fatto a gara per abbattere le tasse sui profitti ricorrono a mani bassa all'indebitamento pubblico. Si vendono titoli pubblici alle banche, si travasa il grosso di quanto ricavato nelle tasche dei capitalisti, si promette il pagamento di debito e interessi alle banche che hanno comprato i titoli. Nel frattempo si offre alla banche la copertura delle garanzie pubbliche in modo che possano far credito ai capitalisti senza rischiare un centesimo. Banchieri e capitalisti incassano. Quanto al pagamento del debito e dei relativi interessi, ci penserà il resto della società negli anni a venire, a partire naturalmente dai salariati, privati e pubblici, gli stessi che già oggi sulla propria pelle pagano i costi sociali e sanitari della pandemia.

Pregiudizio ideologico, veteromarxismo? Si dia un'occhiata alla liquidità accumulata dalle grandi imprese nel 2020. Non parliamo delle imprese farmaceutiche, dei produttori di materiale informatico, di larga parte dell'agroindustria. Quelli, si sa, hanno fatto profitti a palate. Parliamo delle prime dieci grandi imprese italiane, appartenenti a tutti i settori. Nell'ordine: Stellantis, ENI, Ferrari, STMicroelectronics, CNh Industrial, Moncler, Campari, Amplifon. Ebbene in un solo anno, e per di più nell'anno maledetto della pandemia, hanno accumulato una riserva di liquidità di 54 (cinquantaquattro) miliardi. Un aumento sull'anno precedente del 36%. Cosa significa concretamente? Due cose. La prima è che hanno intascato un sacco di soldi. La seconda è che non li hanno investiti, li hanno – come si dice in gergo – tesaurizzati. Messi da parte. Accumulati.
Gli stessi che da mesi con Confindustria chiedono di poter licenziare per ristrutturare stanno facendo lo sciopero degli investimenti. Si tratterebbe, secondo Bankitalia, di un "risparmio precauzionale". Significa che non sapendo quale sarà il decorso della crisi e dell'eventuale ripresa, mettono fieno in cascina per il futuro. Di certo se intendono poter licenziare anche lavoratori a tempo indeterminato, dopo essersi già liberati di una buona massa di precari, vuol dire che non intendono assumere. Il fieno servirà per scalate azionarie, operazioni speculative, giochi di borsa, esportazioni di capitale su un mercato mondiale già segnato da nuovi grandi processi di concentrazione monopolista.

La domanda è semplice: da dove proviene nell'anno 2020 questa gigantesca massa di liquidità finita nelle tasche delle prime dieci imprese? Lo spiega il quotidiano di Confindustria: «abbondanza di credito sul mercato» e «garanzie statali» (Il Sole 24 Ore, 4 aprile). Le grandi imprese hanno incassato gratis dalle banche, coperte a loro volta dalle garanzie pubbliche dello Stato. Semplice, no?

Da una parte l'accumulo della povertà, dall'altro l'accumulo della ricchezza. Non è l'Ottocento, è l'oggi. Senza l'esproprio delle grandi imprese, senza il rovesciamento del loro Stato, senza un governo dei lavoratori, non c'è via d'uscita. La soluzione non è l'antiliberismo, la soluzione è la rivoluzione e il socialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Occupare la Whirlpool! - Marco Ferrando (31/10/20)


Intervento del Partito Comunista dei Lavoratori all'assemblea operaia alla #Whirlpool di Napoli del 31 ottobre 2020. Il PCL ha sostenuto, sostiene e sosterrà ogni iniziativa di lotta che le lavoratrici e i lavoratori della Whirlpool metteranno in campo.



Per quanto ci riguarda, il tempo è ora. Occupare la fabbrica! Costruire una mobilitazione unitaria del movimento operaio! Per una vertenza generale del mondo del #lavoro! Per la #nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio della fabbrica! "Ma voi proponete l'#esproprio!?" La risposta è: SI. Se i padroni licenziano gli operai, gli operai hanno il diritto di rivendicare il licenziamento dei padroni! Leggi qui le nostre posizioni 👉 https://bit.ly/2Jo08d7

Partito Comunista dei Lavoratori

Sfratti zero: mobilitazione nazionale il 10 ottobre


 Il Partito Comunista dei Lavoratori aderisce ed invita a partecipare alla alla IX giornata nazionale “Sfratti zero” organizzata dall' "Unione Inquilini", con presidi in diverse città.

A Bologna appuntamento in piazza re Enzo ore 10 - sabato 10 ottobre


Giustamente l’Unione Inquilini ci ricorda come la negazione sostanziale del diritto alla casa sia un problema strutturale nella maggior parte delle città italiane. In tempi normali per le lavoratrici e i lavoratori il diritto ad un'abitazione dignitosa rimane precario e la sua esigibilità incerta.

Ma questi non sono tempi “normali”. La crisi economica che si intreccia con quella pandemica colpisce tutta la società, ma non in modo uguale. Sono già centinaia di migliaia i posti di lavoro persi con il mancato rinnovo dei contratti precari, con la chiusura di decine di migliaia di piccole attività, con la crisi dei lavori stagionali e intermittenti.

Il blocco dei licenziamenti ha solo rimandato l'esplosione del dramma occupazionale ma già Bonomi, capo di Confindustria, annuncia la necessità del licenziamento di più di un milione di lavoratrici e lavoratori e chiede pertanto la più ampia libertà e potere dispotico nel rapporto di lavoro tra padronato e classe lavoratrice.

La perdita del lavoro per le proletarie e i proletari costituisce un evento catastrofico che trascina con se gli aspetti essenziali delle condizioni di vita, proprie e delle proprie famiglie. La possibile perdita della casa è tra i principali.

Mentre i capitalisti e speculatori immobiliari trascorrevano il lockdown in ville munite di parchi, i proletari erano costretti a rimanere rinchiusi in appartamenti ammassati in condomini senza sapere neppure se avrebbero potuto permettersi di continuare a pagarli.

Oggi, con la perdita del posto di lavoro o con la forte riduzione del proprio reddito (cassa integrazione all’80% del salario e per giunta erogata con inaccettabile ritardo) quella paura diventa purtroppo una drammatica realtà e così fioccano gli sfratti.

Basta! Basta con questa guerra alle lavoratrici e ai lavoratori che fanno tutto per avere sempre meno, neanche una casa dignitosa.

Costruiamo anche su questo terreno il più ampio fronte unico della classe lavoratrice. Diamo forza alle mobilitazioni che si oppongono agli sfratti come a tutti gli attacchi alle condizioni di vita essenziali di milioni di proletari, come la scuola, la sanità e il lavoro.

Troppe case senza gente e troppa gente senza casa!

Rivendichiamo:

Blocco a tempo indeterminato degli sfratti (nessuno deve essere più gettato per strada dalla violenza borghese).

Censimento e riutilizzo di tutte le case sfitte.

Esproprio senza indennizzo dei grandi patrimoni immobiliari di banche e clero;

Introduzione di una legge per calmierare il mercato dei fitti

Per un piano nazionale di edilizia popolare.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una sola soluzione: nazionalizzare la Whirlpool, salvare il lavoro

Volantino distribuito oggi a Napoli alla manifestazione dei lavoratori Whirlpool

19 Settembre 2019
C'è una sola soluzione per salvare il lavoro degli operai Whirlpool: nazionalizzare l'azienda, senza un euro di indennizzo al padrone. Un esproprio? Sì, un esproprio. Whirlpool non sta forse espropriando gli operai del diritto al lavoro? Bene, gli operai hanno diritto ad espropriare la Whirlpool. Non c'è altra via. Ogni altra via è una truffa per gli operai.
Lo dicono i fatti. Prima ci hanno detto che la soluzione stava nel togliere alla Whirlpool i finanziamenti pubblici, poi che la soluzione stava nel dargli altri soldi; agli operai si è promesso tutto e il contrario di tutto, con tanto di sceneggiate teatrali, in particolare sotto elezioni. Risultati? Zero. Né vale continuare ad appellarsi all'accordo dell'ottobre 2018, perché quell'accordo la Whirlpool l'ha già stracciato da tempo.
A questo punto la sola soluzione passa per un'azione di forza. Il padrone vuole licenziare gli operai? Gli operai hanno diritto di rivendicare il licenziamento del padrone. La nazionalizzazione dell'azienda senza indennizzo e sotto il controllo degli operai consentirà di salvare il posto di lavoro di tutti gli operai. Se occorre, con la riduzione dell'orario a parità di paga.
Per imporre questa soluzione è necessaria un'azione di forza. La forza è l'unico linguaggio che padroni e governo sanno capire. La forza significa una mobilitazione straordinaria, estesa a tutti gli stabilimenti Whirlpool. Se toccano uno, toccano tutti. L'occupazione degli stabilimenti Whirlpool da parte dei lavoratori, con la richiesta della sua nazionalizzazione, è l'unica via concreta per provare a vincere e salvare il lavoro. Ogni altra via è la rassegnazione alla sconfitta.
La lotta dei lavoratori Whirlpool deve diventare un caso nazionale e un terreno di mobilitazione dell'intero movimento operaio italiano. Uniti si vince, divisi si perde.
Il PCL sarà con gli operai sino in fondo, senza cedimenti, come sempre.
Partito Comunista dei Lavoratori

Whirlpool: Di Maio e azienda ingannano nuovamente i lavoratori

Incontro ieri, 25 giugno, tra Whirlpool e governo, Di Maio in persona. “Nessuna chiusura, nessun disimpegno, piena occupazione dei lavoratori coinvolti” assicura il ministro. “Non chiuderemo Napoli. Il ministro ha dato grandissima apertura per valutare tutte le possibilità” dichiara soddisfatta l'azienda. L'inganno sta nell'espressione “nessuna chiusura”. L'azienda infatti non ha mai parlato di chiudere lo stabilimento, ma di venderlo. Continuare ad assicurare di non voler chiudere serve a confermare, tra le righe, che si vuole vendere. Questo è il sottotesto vero delle rassicurazioni pubbliche. E una vendita, come dimostra l'esperienza, lascia sempre sul campo una moria di posti di lavoro.

Dire da parte dell'azienda che “il governo ha dato massima apertura per valutare tutte le possibilità” significa dire in linguaggio cifrato che il governo continua a interessarsi del possibile acquirente dell'azienda. Ciò che Di Maio ha fatto – come nessuno ha smentito – dal 13 aprile scorso, tenendo all'oscuro i lavoratori. Non solo. La “massima apertura” del governo ha trovato concretizzazione nel piano di agevolazioni e defiscalizzazioni che Di Maio ha annunciato a vantaggio di Whirlpool. Si chiama in gergo “fiscalità di vantaggio”: regalie direttamente concesse a singole aziende, messe sul conto dell'erario pubblico (cioè di tutti i lavoratori). Altro che “ritireremo i fondi pubblici assegnati all'azienda”, come Di Maio aveva detto dieci giorni fa a uso delle telecamere. Il governo sborsa altri soldi a favore degli azionisti, i quali ne ricaveranno doppio vantaggio. Un vantaggio economico immediato e diretto, ma anche un vantaggio come venditori dello stabilimento: uno stabilimento è più appetibile per un nuovo acquirente se sgravato di tasse.

Intanto l'azienda ha sciorinato un piano industriale che guarda caso sconta la riduzione della produzione nello stabilimento campano già in atto nel 2018 e nel 2019. Lo stabilimento di Napoli ha chiuso il 2018 con la riduzione dei volumi del 62%. La proiezione sul 2019 prevede una riduzione ulteriore e pesante (255.000 lavatrici invece che le 368.000 previste). E questa sarebbe l'azienda che assicura il futuro dei lavoratori? La verità è che il ballo continua, con soldi pubblici e profitti privati, sulla pelle dei lavoratori.

L'unica soluzione vera passa per l'esproprio dell'azienda, senza un centesimo di indennizzo, sotto il controllo degli operai. Battersi per questa soluzione, promuovere una mobilitazione compatta che la sorregga, dovrebbe essere il compito di un sindacato che si rispetti. Il PCL continuerà a sostenere questa proposta tra i lavoratori e le lavoratrici della fabbrica.
Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta dei braccianti immigrati

Assumere le rivendicazioni degli immigrati come parte di una piattaforma di mobilitazione!

La morte di sedici lavoratori immigrati nelle campagne di Foggia ha alzato il coperchio sullo sfruttamento di centinaia di migliaia di proletari nelle campagne italiane. Proletari per di più di colore, spesso privati del permesso di soggiorno, obbligati a piegare la schiena sino a 12 ore al giorno al prezzo di due euro all'ora, ammassati in baraccopoli fatiscenti senza acqua e senza servizi, costretti a pagare il pizzo ai caporali che li reclutano e li trasportano sul luogo di lavoro, e nel caso delle donne persino favori sessuali.
Un'infamia.

Un'infamia non meno grande è il circo dell'ipocrisia che si è levato sul “caso”.
Lo stesso ministro degli Interni che vuole cacciare 500.000 “clandestini” recita improvvisamente il proprio “disgusto” per la condizione loro imposta dalle... proprie leggi (Bossi-Fini), quelle che Salvini vuole non solo preservare ma inasprire.
Il PD trova il coraggio di vantare la legge sul caporalato dell'ex ministro Martina, che come i fatti dimostrano vale zero.
I prefetti annunciano per l'ennesima volta i “severi controlli” dello Stato, in realtà inesistenti e in ogni caso pura foglia di fico dell'omertà istituzionale.
La verità è che tutti gli amministratori della società borghese e del suo Stato - passati e presenti - sono complici consapevoli del supersfruttamento nelle campagne. Tutti conoscono la condizione quotidiana dei braccianti, altro che clandestinità! Tutti sanno che le aziende della grande distribuzione alimentare e le imprese di trasformazione impongono prezzi stracciati agli agricoltori, che a loro volta si rifanno sui braccianti. Le doppie aste al massimo ribasso, improvvisamente scoperte dalla grande stampa, sono pratica corrente da almeno dieci anni. Le condizioni di schiavitù dei salariati di colore (e non) sono solo la base d'appoggio di questa piramide sociale che fa capo al grande capitale. Quello che tutti i governi, nazionali e locali, tutelano quotidianamente e da sempre. La competitività del made in Italy in campo alimentare non è forse il fiore all'occhiello dell'attuale governo sovranista?

Ma la vicenda di Foggia, come già di Rosarno, dimostra che gli sfruttati si possono ribellare e organizzare. Gli scioperi e le manifestazioni che hanno visto sfilare migliaia di braccianti immigrati confermano che la questione dell'immigrazione non è solo un terreno di scontro culturale tra razzismo e solidarietà, come vorrebbe l'opinione borghese progressista. Può e deve essere anche terreno di lotta e autorganizzazione dei lavoratori e delle lavoratrici direttamente coinvolti e in contrapposizione frontale ai padroni e al governo. Può e deve essere anche terreno di mobilitazione generale del movimento operaio su scala nazionale (e internazionale) attorno a rivendicazioni di rottura.

La parola d'ordine del permesso di soggiorno per tutti i lavoratori migranti - centrale nelle lotte in corso - deve diventare una parola d'ordine dell'intero movimento operaio e sindacale: a pari lavoro, pari diritti; piena tutela contrattuale per tutti; requisizione immediata e senza indennizzo delle proprietà di chi usa il caporalato; reato penale per lo sfruttamento del lavoro nero. Il controllo sul territorio non può essere affidato a ispettori della Stato e prefetture, ma a comitati dei braccianti: sono loro a conoscere chi li sfrutta, sono loro che li possono denunciare. Così va avanzata la rivendicazione dell'esproprio sotto il controllo dei lavoratori della grande produzione e distribuzione alimentare, l'unica misura che può troncare alla radice la catena dello sfruttamento e il caporalato di ogni natura. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa con il capitalismo, potrà realizzare queste misure elementari.

In ogni caso, non c'è ripresa di una opposizione di classe e di massa senza coinvolgere l'organizzazione di classe dei proletari immigrati, senza assumere le rivendicazioni di classe degli immigrati come parte di una piattaforma generale di mobilitazione.
Il PCL porterà questa istanza elementare in tutte le manifestazioni antirazziste, in contrapposizione al governo Salvini-Di Maio, e alla passività della burocrazia sindacale.
Partito Comunista dei Lavoratori