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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Bandiere tricolori in Africa

 

Retorica e realtà. Il “nuovo modello di business” del piano Mattei

Bandierine tricolori festanti in mano ad un’ignara scolaresca hanno accolto la recente visita di Meloni ad Addis Abeba. Un classico della coreografia coloniale. Una visita regolarmente accompagnata dal capitalismo italiano al gran completo: ENI, Enel, Leonardo, Acea, Terna, Snam, con le rispettive delegazioni di amministratori delegati.

Una presenza comprensibile. L’obiettivo di fondo del Piano Mattei in Africa è allargare la presenza italiana negli spazi scoperti dalla crisi del vecchio colonialismo francese, e al tempo stesso interagire con gli interessi americani ed europei (Global Gateway) nel contenimento dell’espansionismo imperialista cinese.

L’Etiopia è un punto cruciale dell’operazione. Lo è in quanto vecchia eredità del (peggiore) colonialismo italiano. Lo è in termini di posizionamento strategico quale crocevia di Nord Africa, Corno d’Africa e Golfo, lungo un crinale di profonda instabilità in cui si affacciano nuove medie potenze, quali Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Lo è in termini di affari economici, grazie alle politiche di liberalizzazione imposte all’Etiopia dal Fondo Monetario Internazionale, a partire da telecomunicazioni e banche, ciò che consente (anche) ai capitali italiani una più agevole penetrazione. Del resto, in Africa tutto ormai è stato interamente privatizzato nell’ultimo quarto di secolo, sanità ed istruzione incluse. L’Etiopia non fa certo eccezione. E l’Italia partecipa al banchetto.

La retorica di accompagnamento della sorella d’Italia è scontata: l’Italia porterebbe in Africa una logica nuova “non predatoria”, “non assistenziale”, mirata allo “sviluppo”. Lo proverebbe ad esempio una esibita disponibilità italiana verso l’enorme esposizione debitoria dell’Etiopia, e più in generale di larga parte degli Stati africani: in caso di catastrofe climatica, dichiara Meloni, l’Italia sarebbe disponibile a “sospendere” la propria richiesta di incasso sui prestiti elargiti.

È facile osservare che la catastrofe climatica, anche in Africa, è una realtà del presente, non una eventualità futura, e che l’attuale rinuncia degli imperialismi (tutti) persino alle promesse di “transizione ecologica” – col governo italiano in prima fila nella ritirata – è uno dei fattori che vi concorre.

Ma c’è di più. L’Italia propone in realtà la cosiddetta conversione del debito africano. Volete che vi sospendiamo il pagamento del debito? Basta che lo “convertiate” in nuove offerte decennali vantaggiose per le nostre aziende e i nostri monopoli. Tutti in prima fila ad accaparrarsi commesse, infrastrutture, materie prime, terre. Naturalmente… per beneficenza. Il sostegno italiano ad Addis Abeba nel suo duro contenzioso con l’Egitto in fatto di risorse idriche (vedi lo scontro sulla Diga della Rinascita etiope) rientra in questa logica di scambio.

Non è solo una questione di Etiopia. Il Piano Mattei candida l’Italia a “ponte privilegiato” fra L’Africa e l’Europa, coinvolgendo ben quattordici paesi africani, tra cui l’Angola, il Ghana, il Kenya, la Mauritania, il Mozambico, il Congo. ENI, prima azienda estera in tutta l’Africa, sta moltiplicando la scoperta di nuovi giacimenti di gas e petrolio, dalla Costa d’Avorio al Mozambico all’Angola. Ma fa solo da apripista di altri interessi e operazioni.

Il Congo è, sotto questo profilo, esemplare. «In Congo è pronta la prima farm agricola made in Italy» dichiara gongolante Il Sole 24 Ore (10 febbraio), presentando il nuovo investimento agroalimentare di BF International in quel di Malolo come «un nuovo modello di business per tutta l’Africa». Che sia un business è indubbio. L’azienda ottiene 10000 ettari di terra in concessione per 49 anni, naturalmente rinnovabile. Godrà di esenzioni doganali e fiscali e di procedure organizzative accelerate. Produrrà innanzitutto soia a volontà per il mangime destinato agli allevamenti del Presidente del Congo, Denis Sassou Nguesso, grande proprietario e investitore nel settore. Ma potrà anche «offrire lo stesso servizio di gestione ad altri committenti del medesimo Paese oppure di Paesi vicini». Insomma carta bianca, pieni poteri. «Abbiamo una sconfinata capacità di crescita», afferma l’amministratore delegato dell’impresa, «la superficie fondiaria che possiamo intercettare con i nostri servizi è enorme, milioni di ettari su cui generare valore senza comprare la terra». Non a caso BF International sta esportando lo stesso modello di business in Senegal, Ghana, Algeria… Naturalmente «col supporto delle istituzioni alle spalle», dichiara sorridente l’amministratore delegato.

La bandiera tricolore avvolge solo un nuovo modello di business per i capitalisti di casa nostra (e non solo). In un continente nel quale quasi seicento milioni di persone risultano prive delle risorse vitali più elementari, si va scatenando una nuova grande corsa al saccheggio imperialista. L’imperialismo italiano vuole semplicemente un posto a tavola. Per meglio dire, un nuovo posto al sole.

Solo un’alternativa socialista potrà liberare l’Africa dal vecchio e nuovo colonialismo, comunque mascherato. Le sezioni africane della Lega Internazionale Socialista sono e saranno in prima fila in questa lotta di liberazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Qatar, lo spettacolo può iniziare

 


Il calcio d'avvio in una pozza di sangue

20 Novembre 2022

Per capire cos'è il capitalismo basta guardare al mondiale di calcio che si apre in Qatar. Gli emiri qatarini hanno comprato nel 2010 l'assegnazione dei giochi a suon di mazzette. Il governo francese di Sarkozy ha sponsorizzato la richiesta in cambio dell'acquisto di armi francesi. Un vero "Qatargate" che ha coinvolto nella pubblica corruzione i massimi dirigenti del calcio mondiale.

Nel frattempo dal 2010 a oggi quasi settemila lavoratori immigrati sono morti in Qatar nei famigerati cantieri del mondiale. Operai indiani, pakistani, bengalesi, nepalesi, costretti a lavorare al sole per 12 ore di fila a 45 gradi, morti per lo più di infarto. Operai schiavizzati, privi di ogni diritto, impossibilitati a spostarsi dal luogo di lavoro, con cellulare e passaporto posti sotto sequestro dai loro padroni. Un campionario dell'orrore.

Non è tutto. Il regime del Qatar calpesta i diritti più elementari delle donne, considera pubblicamente “malati” gli/le omosessuali, disprezza la comunità LGBT. Immagini o gesti che possano evocare la libertà sessuale saranno banditi dal mondiale, assicurano le autorità. Del resto il Qatar è il tempio internazionale dei Fratelli Musulmani, il suo oscurantismo misogino è degno della tradizione. Quanto agli scrupoli ambientali, la promessa retorica degli “stadi verdi”, spesa in anni di propaganda ingannevole, si è risolta nell'esatto opposto: sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi quando fuori ce ne sono il doppio. 3,6 milioni di tonnellate di CO2, un tasso d'inquinamento quasi doppio di quello prodotto in Russia nel campionato del 2018.

In compenso, il Qatar ha pubbliche virtù per il capitale. Produce e vende gas in grandi quantità e a prezzi contenuti. E soprattutto è un grande committente per la produzione bellica internazionale. Da dieci anni l'emiro sta allestendo la propria potenza militare, in particolare nella flotta. Fincantieri è in prima fila nella costruzione della marina militare del paese, non senza sgomitamenti con la concorrenza francese. Del resto, in tempi di guerra tutti gli imperialismi vecchi e nuovi si affacciano alla corte del Qatar, offrendo e chiedendo servizi.

L'imperialismo russo e quello cinese onorano l'emiro con naturale disinvoltura: non hanno bisogno di salvare l'apparenza. Gli imperialismi liberali d'Occidente non sanno invece dove nascondere la faccia. Mascherano la propria ipocrisia dietro i fuochi d'artificio dello spettacolo. Panem et circenses è in fondo una ricetta millenaria, al pari della schiavitù.

Partito Comunista dei Lavoratori

La casa e l'incendio

 


L'emergenza delle bollette e il balbettio delle sinistre

22 Settembre 2022

“Fuori la casa brucia, e nessuno riesce a spegnere l'incendio” (Il Sole 24 Ore). È una descrizione esatta dell'impasse borghese sul fronte bollette

LA RISSA IN EUROPA TRA I DIVERSI INTERESSI NAZIONALI

I governi capitalistici dell'Unione Europea si azzuffano a difesa dei rispettivi interessi nazionali. L'esatto opposto della rappresentazione sovranista di una UE onnipotente e compatta. Il famoso prezzo massimo del gas, imprudentemente annunciato con squilli di tromba, si arena sulla paura tedesca di una completa cessazione del rifornimento russo, sull'interesse della Norvegia a massimizzare l'incasso delle proprie forniture sempre più determinanti, sulla volontà dell'Olanda di preservare la centralità del mercato finanziario e della libertà di speculazione. Né si capisce a chi verrebbe applicato il tetto, se solo al gas russo o all'insieme dei fornitori. Nel primo caso, una nuova sanzione che può bloccare totalmente l'importazione dalla Russia, con grande scorno di Bonn. Nel secondo, l'incognita delle reazioni sul mercato globale dell'energia, col rischio di compromissione di tanti accordi nazionali di rifornimento sostitutivo, in Nord Africa e in Medio Oriente.

La risultante europea del braccio di ferro che si va profilando è al tempo stesso fumosa e indicativa. Sembra che i produttori di elettricità con altre fonti rispetto al gas avranno la possibilità di incassare sino alla quota di 200 euro a megawatt, devolvendo il resto a un fondo comune di “solidarietà”, non si capisce ancora da chi controllato e amministrato e con quale meccanismo di funzionamento. Fermo restando che i consumatori continueranno a pagare il prezzo pieno. I produttori gas oil (gas, carbone, petrolio, raffinerie) dovranno pagare solamente il 33% della quota dei loro profitti che eccede del 20% il tasso di profitto medio dell'ultimo triennio, quale “contributo temporaneo”.
In altri termini, i sovraprofitti giganteschi delle compagnie resteranno intatti almeno per due terzi, nel momento in cui precipita la crisi sociale e s'alza il vento di una recessione annunciata (senza contare il fatto che persino questa minimisura potrebbe saltare per via del principio dell'unanimità decisionale al posto della cosiddetta maggioranza qualificata).

In compenso gli stessi governi che non riescono a imporre un tetto ai prezzi prospettano misure concordate di razionamento. I lavoratori e le lavoratrici del continente pagheranno dunque due volte: con la perdita secca e ulteriore del proprio salario, e con la nuova austerità dei consumi. Nei fatti vengono chiamati a pagare l'intreccio inestricabile della dipendenza capitalistica dalle energie fossili; degli effetti della guerra economica tra imperialismi NATO e imperialismo russo, con l'inevitabile trascinamento delle controsanzioni; della speculazione del capitale finanziario sulle fonti energetiche liberalizzata dalle nuove regole del 2013 (che allineano al prezzo più alto le altre fonti). È il cappio che l'Unione dei capitalismi europei stringe al collo dei proletari del continente.


IL FRONTE INTERNO DELLE BOLLETTE. CHI PAGA?

L'impasse della “soluzione europea” si riverbera sul fronte interno italiano, con le complicazioni aggiuntive della crisi politica e della campagna elettorale.

Tutti gli attori politici evocano oggi un blocco nazionale delle bollette, ma si guardano dal dire a chi presentano il conto dell'operazione.

La tassa del 25% sugli extraprofitti è stata semplicemente respinta dalle grandi compagnie. Persino sul terreno legale. I dieci miliardi contabilizzati per finanziare la miseria della riduzione di 30 centesimi sulla benzina e l'elemosina dei 200 euro una tantum si sono ridotti a un miliardo. Nel migliore dei casi potranno raddoppiare o forse triplicare. Ma almeno due terzi del gettito verranno mancati.
Un alto funzionario dello Stato, naturalmente anonimo, confida a La Stampa (14 settembre) che le imprese in questione «hanno pagato un prezzo in Borsa» per questa vicenda e che dunque non si può torchiarle ulteriormente, se si vuole tutelare la libertà del mercato e della concorrenza. Un dolore davvero commovente per chi ha intascato 40 miliardi di extraprofitti in sei mesi.
Quanto all'indagine della Procura di Roma a seguito dell'esposto (elettorale) di Sinistra Italiana, l'unica cosa certa è... la richiesta di informativa rivolta alla Guardia di Finanza. «Non ci sono indagati e il procedimento non prevede un reato», precisa La Stampa. L'evasione fiscale dichiarata dei grandi gruppi capitalistici resterà dunque impunita, a differenza di quella dei poveracci. Oltre al fatto che l'accordo di Sinistra Italiana col PD (che Bonelli chiarisce “è di governo”) condanna al binario morto l'operazione pubblicitaria.

Dunque? Se bisogna bloccare le bollette, e gli extraprofitti sono di fatto risparmiati, la coperta davvero si fa corta. E investe la natura stessa dell'operazione.
Le organizzazioni padronali chiedono al governo di provvedere a coprire i propri costi energetici: se le risorse sono poche siano destinate alle imprese, in particolare del settore energivoro. Alle famiglie si penserà in futuro. Confindustria si è coperta su quel fronte con la proposta dell'abbattimento del cuneo fiscale, subito recepita da tutti i partiti borghesi (e non solo). Una mensilità in più in busta paga attraverso il taglio dei contributi previdenziali... scaricata sulla fiscalità generale o sul taglio delle spese sociali. In entrambi i casi sui lavoratori. È il modo con cui i padroni vogliono scongiurare le rivendicazioni salariali trascinate dal caro bollette. Il fatto che tutti a sinistra convergano sul “taglio del cuneo”, rimuovendo la battaglia salariale, misura la loro subalternità non solo al sistema capitalista ma all'operazione truffaldina del padronato. Oltre che alla burocrazia sindacale.

Detto questo, i partiti borghesi non sanno come conciliare la propria fedeltà al padronato con la logica delle promesse elettorali, e le proprie promesse elettorali con lo scenario drammatico d'autunno. Tutti propongono un'ulteriore detassazione dei redditi da capitale. Le destre annunciano la flat tax (al 15%, al 23%, sul reddito incrementale...), il M5S l'abolizione totale dell'Irap (che finanzia la sanità pubblica), il PD la continuità delle decontribuzioni per i nuovi assunti... Con quali risorse allora finanziare il blocco bollette?


LA TRUFFA DELLO SCOSTAMENTO DI BILANCIO O DELL'EXTRAGETTITO IVA

La Lega e il M5S propongono uno scostamento di bilancio, cioè un nuovo indebitamento pubblico col capitale finanziario da ripagare alle banche con tanto di interessi (oggi assai maggiorati). Si tratta non di una misura sociale, come provano a rappresentarla, ma di un nuovo carico sul lavoro salariato, su pensioni, sanità, istruzione, lavoro. Il fatto che Sinistra Italiana e persino Unione Popolare aprano allo scostamento di bilancio dimostra la loro incapacità di uscire da una logica di governo borghese dell'economia capitalista.

Ma fare oggi nuovo debito pubblico è un problema paradossalmente per lo stesso Stato borghese. Nel momento del rialzo dei tassi, di un arresto dell'acquisto titoli da parte della BCE, del negoziato sul nuovo Patto di stabilità, del minacciato tetto massimo di titoli di Stato nel portafoglio delle banche, dell'annunciato rientro dall'enorme indebitamento aggiuntivo accumulato a partire dalla pandemia, fare nuovo debito rappresenta obiettivamente un'incognita per il capitalismo italiano. Se i creditori, non sentendosi garantiti, cominciassero a disfarsi dei titoli italiani o semplicemente cessassero di acquistarli, lo Stato dovrebbe offrire alle banche interessi sempre più alti alimentando una spirale rischiosa. Da qui la ritrosia di Draghi e, a rimorchio, della stessa Meloni, a imboccare questa strada. Chi governa oggi, chi probabilmente domani, non vuole avventurarsi in un mare ignoto.
Peraltro Meloni sa bene che fare uno scostamento di bilancio al piede di partenza della legislatura significherebbe bruciare ogni spazio residuale di manovra per finanziare le promesse elettorali. Meglio non sparare tutte le cartucce al primo colpo. Il nuovo debito resta dunque l'ultima ratio in caso di necessità. La conclusione cui pervengono non a caso PD, Calenda e... De Magistris.

Ma allora chi paga? Due sono le voci reclamizzate.

La prima è il cosiddetto extragettito fiscale, cioè i maggiori incassi dell'IVA grazie all'inflazione. Che è come dire che l'inflazione ammazzasalari diventa la fonte di finanziamento del blocco tariffe. Una sorta di partita di giro. E siccome il blocco riguarderà soprattutto i costi energetici delle imprese, si tratterà di un nuovo trasferimento di ricchezza a vantaggio dei profitti e a spese dei salariati, mentre le imposte indirette, per loro natura regressive (paga di più chi ha di meno) resteranno intatte e semmai verranno accresciute.

La seconda è inevitabilmente la spesa sociale. Lo è ovunque. In Francia Macron finanzia le misure anti-inflazione col rilancio dell'attacco alle pensioni. In Gran Bretagna il grande investimento sul fronte bollette (per un valore di 180 miliardi di euro) è finanziato sia col nuovo indebitamento pubblico sia col taglio verticale delle protezioni ambientali. In Italia? Entrano nel mirino il misero reddito di cittadinanza, la spesa sanitaria (che cala da qui al 2026 in relazione al PIL), il sistema pensionistico (dove nessun partito borghese mette in discussione il ritorno secco alla legge Fornero, salvo forse definire una finestra di uscita anticipata con la pensione tagliata). Mentre si riapre la stagione della spending review a caccia di detrazioni e deduzioni da eliminare, non a caso falcidiate da tutte le ipotesi di flat tax.


PER UN PROGRAMMA D'EMERGENZA DELLA CLASSE OPERAIA

È necessario allora contrapporre alle “soluzioni” borghesi una soluzione proletaria del problema. Inevitabilmente anticapitalista e basata sulla mobilitazione.

Il blocco delle tariffe di gas luce benzina dev'essere immediato, ed esteso ai beni alimentari.
Va finanziato con la requisizione forzosa, immediata, integrale, dei 40 miliardi degli extraprofitti delle compagnie energetiche, che vanno nazionalizzate senza indennizzo e poste sotto controllo sociale; con la requisizione degli extraprofitti non meno sostanziosi accumulati dalle banche, dalle assicurazioni, dall'industria farmaceutica, dall'industria militare, dalla stessa industria alimentare; con una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco (quattromila grandi patrimoni finanziari sopra il milione di euro) che procurerebbe 400 miliardi, il doppio di quanto offerto a debito dal Recovery plan.

Va aperta una grande battaglia per l'aumento dei salari, che si metta sulla scia delle lotte salariali emergenti in Gran Bretagna, in Francia, negli Stati Uniti, con la richiesta di un aumento netto di 300 euro, e la riconquista della scala mobile dei salari. Oggi siamo in presenza della rincorsa tra prezzi e profitti: va spezzata col recupero dei salari.

Va sviluppato un grande piano di investimento nelle energie rinnovabili, non affidato al libero gioco degli incentivi di mercato ai privati ma programmato dallo Stato. L'investimento pubblico concentrato nell'enorme potenziale dell'eolico e del solare garantirebbe oltretutto tempi più brevi e certi di qualsiasi alternativa fossile, e contrasterebbe la logica suicida del puro rimpiazzo del fossile col fossile, lungo una china distruttiva. La cancellazione del debito pubblico verso le banche, con la loro relativa nazionalizzazione, assieme all'abbattimento delle spese militari, darebbe alla svolta ecologica il necessario sostegno finanziario. Altro che scostamento di bilancio.

Queste misure non sono compatibili con l'attuale ordine borghese. Ma sono al tempo stesso necessarie se si vuole realizzare una svolta vera. Per questo vanno incorporate alla battaglia d'autunno che si prepara. All'emergenza invocata dal padronato va contrapposto un programma di emergenza della classe operaia.

La lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici è l'unica vera risposta alla crisi delle bollette. Oltretutto l'unica via per strappare, cammin facendo, risultati parziali. Rinunciare a questa prospettiva anticapitalista significa rassegnarsi alla logica dei rattoppi, che serve solo a preservare il vecchio mondo proprio nel momento della sua rovina.

Partito Comunista dei Lavoratori

Espropriare espropriare espropriare i monopoli dell'energia!

 


Contro la dichiarata evasione fiscale di chi ha realizzato extraprofitti enormi

Dovevano versare 10,4 miliardi sugli oltre 40 miliardi di sovraprofitti realizzati, in base al generoso decreto del governo. Ne hanno trattenuti 9,26, contestando legalmente persino il solo miliardo pagato. In altri termini, una scandalosa evasione fiscale, sotto gli occhi di tutti, nel pieno della drammatica crisi delle bollette. È il caso dei grandi monopoli dell'energia (ENI, ENEL, Snam...), fiori all'occhiello del capitalismo italiano.


Eppure il governo tira avanti come se nulla fosse successo, nonostante si tratti di aziende partecipate dallo Stato. Né la (minima) tassa pare verrà rinnovata. Peraltro nessuno dei partiti borghesi, nessun organo della grande stampa, muove scandalo. Quelli che fanno campagne quotidiane contro il reddito di cittadinanza citando qualche caso di piccolo abuso, tacciono sull'evasione abnorme, pubblica e sfrontata, dei grandi monopoli. Gli stessi grandi monopoli che in varie forme finanziano, guarda caso, i partiti borghesi.

In compenso tutti i partiti dominanti sfornano ricette contro il caro bollette... a spese dei lavoratori. Chi, come nel caso del M5S, chiedendo uno scostamento di bilancio, cioè l'ennesima operazione a debito, da restituire alle banche con i relativi interessi. Chi proponendo il calmieramento delle bollette a carico della fiscalità generale, cioè dei lavoratori e dei pensionati che pagano l'80% delle tasse, nel mentre annuncia la flat tax a vantaggio dei ricchi (Forza Italia e Lega). Chi, come nel caso del PD e di altri, oscillando tra la richiesta di prezzo nazionale amministrato (non si chiarisce quale) e tetto al prezzo del gas a livello europeo, sapendo bene che Germania e Olanda sono contrarie per interesse proprio, e che dunque vi sarà un contenzioso dall'esito incerto.
Notevole il caso della patriota Giorgia Meloni, la quale ha obiettato alla richiesta platonica di un tetto nazionale al prezzo del gas con l'argomento testuale: “È impossibile, sono aziende quotate in Borsa, non sono mica nazionalizzate...”. Non male per la nuova “amica del popolo”.
La risultante certa è una sola: i grandi monopoli continueranno a ingrassare il proprio portafoglio con la complicità di tutti, a partire da Draghi.

Allora tutto il movimento operaio dovrebbe rivendicare prime drastiche misure elementari: bloccare le bollette riportandole ai prezzi di un anno fa; requisire immediatamente tutti i 40 miliardi di extraprofitti realizzati dai grandi monopoli energetici a sostegno del blocco; espropriare i grandi monopoli dell'energia e nazionalizzarli senza indennizzo, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori. Che è anche la via per avviare una transizione energetica vera.

Senza queste misure di svolta tutto si riduce a chiacchiera e a inganno. Ma battersi per queste misure significa battersi contro tutti partiti borghesi per un governo dei lavoratori, l'unico che può compiutamente realizzarle e ricondurle a una alternativa generale di società.

Partito Comunista dei Lavoratori

La vera natura dell'emergenza bollette

 


La necessaria risposta anticapitalista

26 Agosto 2022

Non è la classe operaia che deve pagare il costo della crisi!

Vogliono far passare il caro bollette come una calamità naturale. Nulla di più falso. Il caro bollette, trainato dal gas, è l'effetto combinato di un'economia capitalistica incardinata sulle energie fossili, dei costi della guerra economica tra imperialismo russo e imperialismi NATO, della speculazione dei grandi monopoli dell'energia, che in Italia hanno incassato 40 miliardi di extraprofitti in soli sei mesi giocando alla Borsa di Amsterdam.

Ora i capitalisti europei e i loro diversi governi non sanno che pesci prendere. Un tetto al prezzo del gas su scala europea, sollecitato dall'Italia, è respinto dalla Germania che teme il blocco completo dei rifornimenti russi e dall'Olanda che vende il gas. Un tetto al prezzo su scala nazionale è osteggiato dai grandi gruppi energetici quotati in Borsa che temono la caduta delle azioni e il crollo dei propri profitti.

Il risultato di questa impasse è che vogliono scaricarla sulla classe operaia. Da un lato battendo cassa presso il governo a carico della fiscalità generale (retta al 90% da salariati e pensionati), dall'altro annunciando “inevitabili” chiusure e cassa integrazione straordinaria a manetta. Siderurgia, vetrerie, ceramiche, alimentare sono in testa a questa valanga annunciata, mentre i salari sono tagliati da un'inflazione fuori controllo senza la minima protezione.

Tutto questo è inaccettabile. Non possono essere ancora una volta i lavoratori e le lavoratrici a pagare i costi di una crisi non provocata da loro ma dalla natura dello stesso sistema che li sfrutta.


Vanno bloccati per legge i licenziamenti. La cassa integrazione, se necessaria, dev'essere a salario pieno pagato dai padroni. Le aziende che licenziano vanno nazionalizzate senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.

Va imposto il blocco immediato dei prezzi del gas, della luce, della benzina. I monopoli dell'energia vanno nazionalizzati, senza indennizzo. I loro extraprofitti vanno immediatamente e integralmente requisiti per essere investiti nello sviluppo sotto controllo pubblico delle energie rinnovabili.

Va imposto un prezzo amministrato ai beni alimentari di prima necessità, sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori. Occorre un aumento generale dei salari per recuperare il maltolto degli ultimi trent'anni, e va reintrodotta la scala mobile dei salari.

È necessaria una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. I 400 miliardi così ricavati vanno investiti nel risanamento dell'ambiente, nella riparazione della rete idrica, nel riassetto idrogeologico del territorio.

Va cancellato il debito pubblico verso le banche, che ogni anno sottrae 80 miliardi di soli interessi alla sanità, all'istruzione, alle pensioni, al lavoro. Le banche vanno nazionalizzate senza indennizzo per i grandi azionisti, e poste al servizio di una pianificazione democratica dell'economia. Le risorse così risparmiate vanno investite nella ricostruzione delle protezioni sociali.


“Tutto questo è impossibile” dicono in coro tutti partiti borghesi, e purtroppo le sinistre a essi subalterne. La verità è che è impossibile nel rispetto del capitalismo, di un sistema sociale fallito che vive della rapina del lavoro e del saccheggio della natura. È una ragione in più per dire: solo una rivoluzione può cambiare le cose. Solo un governo dei lavoratori può realizzare una vera alternativa. Solo la lotta per un governo dei lavoratori può strappare cammin facendo risultati parziali.

Costruire la coscienza di questa verità è la ragione d'essere del PCL. Ciò che fa la differenza tra il PCL e ogni altro partito.

Partito Comunista dei Lavoratori

Economia di guerra? La paghino i padroni

 


No ai sacrifici per l'imperialismo tricolore. Per un piano d'emergenza anticapitalista

Dopo due anni di Covid, l'emergenza guerra. Tutti i governi capitalisti scaricano sulla classe operaia i costi diretti o indiretti della guerra in Ucraina. Il Presidente Draghi in conferenza stampa non esclude per il futuro persino piani di razionamento viveri. Si prepara l'opinione pubblica a possibili “economie di guerra”.

Intendiamoci, “non siamo in guerra”, nel senso che ad oggi tra Russia e NATO non c'è una guerra diretta e dispiegata. La NATO sostiene l'Ucraina per i propri interessi imperialistici, ma non muove la guerra alla Russia (niente no fly zone, come vorrebbe Zelensky). La Russia attacca l'Ucraina per assoggettarla ai propri interessi imperialisti ma non muove guerra alla NATO (niente attacco a Polonia e repubbliche baltiche). La terza guerra mondiale non è affatto già iniziata, e chi lo afferma non sa quello che dice, scambiando una terribile possibilità futura con la realtà presente

Tuttavia fenomeni da economia di guerra stanno compiendo primi passi in più direzioni, anche in Italia. I prezzi del gas, della corrente elettrica, degli idrocarburi, erano già in forte ascesa per l'effetto combinato della ripresa capitalista (aumento della domanda), della strozzatura di forniture e approvvigionamenti, delle speculazioni finanziarie (mercato dei future). La precipitazione della guerra russa all'Ucraina ha moltiplicato tutti questi fenomeni. Tutti i generi di prima necessità conoscono un'inflazione sconosciuta negli ultimi decenni. Il pane è colpito dal crollo dell'importazione di grano da Ucraina e Russia. La produzione agroalimentare è sconvolta dal disinvestimento nella filiera del pomodoro a vantaggio della ben più remunerativa produzione sostitutiva del grano ucraino. Ovunque avanza la ricerca del massimo profitto.

I capitalisti scaricano l'aumento dei costi sul prezzo delle merci, cioè innanzitutto sui salariati. Un ruolo indubbio lo giocano le speculazioni, che persino il ministro Cingolani a denti stretti ha dovuto riconoscere come “scandalo”, salvo poi minimizzare. In realtà la speculazione finanziaria non solo è consentita ma è pratica corrente della società borghese. Se gli operatori finanziari prevedono che gas, petrolio, carbone aumenteranno di prezzo in futuro, si affrettano a comprare quote di gas e petrolio sul mercato finanziario per poi rivenderle e guadagnarci. È quello che sta accadendo. Gas, petrolio, carbone, elettricità promettono affari d'oro, dunque vanno alla grande su questo mercato parallelo, al di là e al di sopra del mondo reale delle merci. Ma sulle merci e sul loro prezzo si scarica anche il costo di quell'operazione speculativa. I capitalisti si arricchiscono, i salariati si impoveriscono.

Naturalmente i capitalisti che si arricchiscono maggiormente sono i produttori di energia elettrica, gas e carburanti. Le loro azioni vanno a ruba e dunque il loro patrimonio si gonfia. Le loro merci sono sempre più care e dunque garantiscono profitti straordinariamente elevati. Poiché si tratta di materie prime che rappresentano un costo anche per i capitalisti delle aziende energivore (a partire dalla siderurgia), Confindustria ha chiesto al governo un intervento a favore delle imprese. Il governo ha subito provveduto stanziando nuovi fondi pubblici come credito d'imposta e garanzia del credito bancario (la banca faccia pure libero credito all'impresa, se l'impresa non paga provvede lo stato a pagare la banca). Fondi che si aggiungono ai 140 miliardi di risorse pubbliche messe a disposizione dei capitalisti nei due anni della pandemia. Risorse pagate dai salariati: o perché messe a carico del debito pubblico che va poi ripagato (coi relativi interessi) o perché finanziate dai tagli sociali.

La cosiddetta tassa sugli extraprofitti sbandierata dal governo è una truffa. La tassa interviene su produttori, distributori, venditori e importatori di energia elettrica, gas, prodotti petroliferi. Ma dura solamente fino a giugno, riguarda solo il 10% dell'extraprofitto realizzato, non vale sotto la soglia di 5 milioni di extraguadagno. Più che la tassa del 10%, è la piena salvaguardia del 90% degli enormi extraprofitti realizzati. Non a caso il vantaggio per i consumatori è minimo: la miseria di 25 centesimi al litro fino al 30 aprile, mentre le imprese avranno uno sgravio del credito d'imposta del 12% sulla bolletta elettrica e del 20% di quella del gas. Un altro ordine di grandezza. Tutto questo a fronte di aziende energetiche che hanno già realizzato nel 2021 profitti d'oro: la sola ENI 4,12 miliardi di profitto netto e dividendi da favola per gli azionisti.

Parallelamente il governo porta la spesa militare al 2% del PIL, che equivale a 38 miliardi annui dai 25 attuali, nel momento stesso in cui la spesa in sanità vedrà una contrazione di 6 miliardi a regime col completamento del famigerato PNRR. Uno scandalo. Ma anche una festa per l'industria militare italiana. Il gruppo Leonardo si è visto riconoscere un ruolo guida nel riarmo continentale, grazie alla triangolazione con imprese francesi e tedesche. Le azioni del gruppo, come le azioni di tutto il complesso industrial-militare su scala mondiale, vedono crescere verticalmente il proprio valore.
Se negli anni della pandemia si sono arricchite le aziende farmaceutiche, gli anni del riarmo e della guerra vedranno la moltiplicazione dei profitti militari. È la legge eterna del capitalismo e dell'imperialismo, di un ordine capovolto della società in cui sofferenza e morte sono fattori di guadagno di pochi a spese dei molti. Non a caso la corsa al riarmo si combina con la riattivazione delle centrali a carbone e delle trivellazioni senza limiti, anche questo nel segno dell'emergenza bellica.

Intanto le sanzioni degli imperialismi occidentali contro l'imperialismo russo moltiplicano le crisi industriali. Le imprese italiane più esposte sul mercato russo (siderurgia, pelletteria, calzaturiero, mobilifici, tessile e moda) annunciano «inevitabili ristrutturazioni» sulla pelle dei propri operai. In parte per mungere nuove risorse pubbliche, in parte con l'obiettivo reale di riorganizzare la produzione, delocalizzare altrove, licenziare. Alcune economie di distretto, tipiche del capitalismo italiano, registrano già una sostanziale paralisi, come nel caso di Fermo. Ed è solo l'inizio.
Se la guerra si prolungherà, chiusure e ristrutturazioni si moltiplicheranno in diversi paesi. Tanto più che le banche mondiali a partire dalla Fed stanno alzando i tassi di interesse, o stanno riducendo gli acquisti di titoli pubblici (BCE), per cercare di contenere l'inflazione e l'abnorme indebitamento mondiale (pubblico e privato), ciò che esporrà la stessa ripresa capitalista a molte incognite.

Di fronte a tutto questo, le burocrazie sindacali non fanno che balbettare, mentre le sinistre riformiste, cosiddette radicali, sanno solo evocare l'intervento «di pace» dell'ONU imperialista o gesti simbolici e innocui.
È necessaria invece una mobilitazione vera del movimento operaio e dell'insieme delle sue organizzazioni che ponga al centro l'interesse dei salariati attorno a una piattaforma di lotta indipendente.

Nel mentre sosteniamo il diritto della resistenza ucraina contro l'imperialismo russo, fuori da ogni logica di puro pacifismo, ci contrapponiamo all'“economia di guerra” dell'imperialismo di casa nostra, che è sempre per noi il nemico principale. La guerra in corso dell'imperialismo russo contro l'Ucraina è parte della contesa tra poli imperialisti per la spartizione delle zone d'influenza nella stessa Europa. Non possono essere i proletari a pagare i costi della lotta tra imperialismi per il controllo del pianeta. Né in Russia né in Ucraina né in Occidente. Se la guerra è scatenata dal capitalismo, siano i capitalisti a pagarne i costi. Ovunque. Se c'è l'emergenza si impongono misure di emergenza, ma contro i capitalisti, non contro i proletari.

- Abolizione del segreto commerciale e controllo operaio sui prezzi.

- Blocco delle tariffe di gas, luce, benzina.

- Ripristino della scala mobile dei salari.

- Patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco, per finanziare un piano di riconversione energetica fondato sulle energie rinnovabili.

- Nessun licenziamento per ragioni di guerra: le aziende che licenziano siano nazionalizzate sotto il controllo dei lavoratori.

- Requisizione integrale dei sovraprofitti realizzati dalle grandi aziende energetiche e loro investimento nella protezione ambientale. Nazionalizzazione senza indennizzo di tali aziende, a partire da ENI, sotto il controllo dei lavoratori.

- Nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle grandi aziende del complesso industrial-militare, a partire dal gruppo Leonardo.



Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può realizzare queste misure.

IL NEMICO PRINCIPALE È IN CASA NOSTRA!

Partito Comunista dei Lavoratori