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Il 6° incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta

 


Dal 13 al 16 novembre scorsi si è svolto a Chianciano Terme il sesto incontro della Rete Sindacale Internazionale di Solidarietà e Lotta, nata nel 2013 con l’intento di costruire un fronte di lotta su scala globale.

La Rete raccoglie un gran numero di sindacati conflittuali di tutto il mondo, uniti da una piattaforma rivendicativa che va dalle rivendicazioni salariali e di miglioramento delle condizioni dei lavoratori e degli immigrati al contrasto della militarizzazione, dalla difesa dell’ambiente ai diritti delle donne e delle persone LGBTQI+.

In un’ottica di unione delle lotte, la Rete è aperta all’intesa con realtà che hanno gli stessi interessi del mondo del lavoro, come disoccupati, pensionati, studenti, attivisti per i diritti civili.

Per quattro giorni, più di 150 delegati provenienti da più di 30 organizzazioni hanno discusso appassionatamente per giungere ad una proposta organica di alternativa al capitalismo, un sistema decadente che, per sua natura, non può che basarsi sullo sfruttamento e sulla guerra.

Di fronte ad un capitalismo sempre più globalizzato, l’esigenza della costituzione di una Rete di questo tipo si palesa in tutta la sua evidenza, così come la necessità di elaborare nel dettaglio le rivendicazioni da contrapporre alla classe dominante e ai suoi governi.
In tal senso, non sono mancati i contributi da delegati provenienti da paesi che oggi sono il punto di precipitazione della crisi capitalistica: la Palestina, con il sindacato dei lavoratori dei servizi postali; il Venezuela, che è un nuovo terreno di scontro fra i diversi imperialismi e dove il governo Maduro non può essere considerato amico né tanto meno espressione del proletariato; l’Ucraina, con Yuri Samoilov, del sindacato dei minatori, che annovera fra i suoi iscritti molti reclutati dall’esercito per combattere i russi al fronte.
Yuri merita per noi un plauso per aver citato Trotsky in uno splendido intervento in cui ha magistralmente espresso la propria contrarietà alla guerra fra capitalisti (che mettono i popoli gli uni contro gli altri mandando a morire i lavoratori) spiegando come l’unica guerra che può avere senso sia quella del proletariato unito contro i capitalisti.

Contemporaneamente si svolgeva a Belem (Brasile) la COP30, la Conferenza mondiale sul clima. L'assemblea, su impulso della numerosa delegazione brasiliana, non ha mancato di evidenziare come essa, lungi dal perseguire soluzioni concrete, non sia altro che una vetrina propagandistica – ospitata da un paese governato dal riformista Lula – di cui si avvale la borghesia mondiale per legittimare la propria azione di devastazione ambientale in nome del proprio unico vero scopo: il profitto.

Il tema dell’inadeguatezza dei governi riformisti e della loro sostanziale contrapposizione agli interessi di classe è stato anche ripreso in una specifica sessione dedicata al contrasto all’avanzata delle destre nel mondo, analizzandone le cause e i possibili strumenti di contrapposizione.

I delegati hanno poi avuto un utile momento di confronto nelle riunioni raggruppate per settori professionali: logistica, scuola, sanità, trasporti, industria, commercio, call center, pensionati. Un’impostazione, tuttavia, che auspichiamo non sia controproducente dal punto di vista del consolidamento di una vertenza in ogni caso generale e di una piattaforma unificante e intercategoriale.

Un passaggio del documento finale è quello che secondo noi meglio esprime lo spirito che ha pervaso l’intera assemblea: «Il sindacalismo che rivendichiamo non può sostenere patti con i poteri di fatto per convalidare misure antisociali. Il sindacalismo ha la responsabilità di organizzare la resistenza su scala internazionale, per costruire attraverso le lotte la necessaria trasformazione sociale anticapitalista. Vogliamo costruire un sistema in cui sia vietato lo sfruttamento, basato sui beni comuni, su una redistribuzione equa della ricchezza tra tutti coloro che la producono (cioè le lavoratrici e i lavoratori), sui diritti di questi ultimi e su uno sviluppo ecologicamente sostenibile».

Il Partito Comunista dei Lavoratori, con le sue militanti e i suoi militanti, auspica che questa Rete possa conoscere un ancora maggiore sviluppo e visibilità, con l’ingresso in essa di altre realtà del sindacalismo conflittuale e, in Italia, dell’opposizione CGIL, per rafforzare i concetti di unità dei lavoratori e di internazionalismo in questo momento storico, nel quale logiche burocratiche e di autocentratura sembrano a volte prendere il sopravvento sia nel sindacalismo di base che nella CGIL.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale

Qatar, lo spettacolo può iniziare

 


Il calcio d'avvio in una pozza di sangue

20 Novembre 2022

Per capire cos'è il capitalismo basta guardare al mondiale di calcio che si apre in Qatar. Gli emiri qatarini hanno comprato nel 2010 l'assegnazione dei giochi a suon di mazzette. Il governo francese di Sarkozy ha sponsorizzato la richiesta in cambio dell'acquisto di armi francesi. Un vero "Qatargate" che ha coinvolto nella pubblica corruzione i massimi dirigenti del calcio mondiale.

Nel frattempo dal 2010 a oggi quasi settemila lavoratori immigrati sono morti in Qatar nei famigerati cantieri del mondiale. Operai indiani, pakistani, bengalesi, nepalesi, costretti a lavorare al sole per 12 ore di fila a 45 gradi, morti per lo più di infarto. Operai schiavizzati, privi di ogni diritto, impossibilitati a spostarsi dal luogo di lavoro, con cellulare e passaporto posti sotto sequestro dai loro padroni. Un campionario dell'orrore.

Non è tutto. Il regime del Qatar calpesta i diritti più elementari delle donne, considera pubblicamente “malati” gli/le omosessuali, disprezza la comunità LGBT. Immagini o gesti che possano evocare la libertà sessuale saranno banditi dal mondiale, assicurano le autorità. Del resto il Qatar è il tempio internazionale dei Fratelli Musulmani, il suo oscurantismo misogino è degno della tradizione. Quanto agli scrupoli ambientali, la promessa retorica degli “stadi verdi”, spesa in anni di propaganda ingannevole, si è risolta nell'esatto opposto: sette stadi dove la temperatura si mantiene a 20 gradi quando fuori ce ne sono il doppio. 3,6 milioni di tonnellate di CO2, un tasso d'inquinamento quasi doppio di quello prodotto in Russia nel campionato del 2018.

In compenso, il Qatar ha pubbliche virtù per il capitale. Produce e vende gas in grandi quantità e a prezzi contenuti. E soprattutto è un grande committente per la produzione bellica internazionale. Da dieci anni l'emiro sta allestendo la propria potenza militare, in particolare nella flotta. Fincantieri è in prima fila nella costruzione della marina militare del paese, non senza sgomitamenti con la concorrenza francese. Del resto, in tempi di guerra tutti gli imperialismi vecchi e nuovi si affacciano alla corte del Qatar, offrendo e chiedendo servizi.

L'imperialismo russo e quello cinese onorano l'emiro con naturale disinvoltura: non hanno bisogno di salvare l'apparenza. Gli imperialismi liberali d'Occidente non sanno invece dove nascondere la faccia. Mascherano la propria ipocrisia dietro i fuochi d'artificio dello spettacolo. Panem et circenses è in fondo una ricetta millenaria, al pari della schiavitù.

Partito Comunista dei Lavoratori

Due mesi di ribellione in Iran

 


Per una manifestazione nazionale a sostegno della rivolta contro il regime teocratico

È iniziata la decima settimana di ribellione di massa in Iran contro il regime teocratico. Era il 16 settembre quando la ventiduenne curda Mahsa Amini fu assassinata a bastonate dalla polizia religiosa perché portava irregolarmente il velo. Da allora un fiume di proteste ha attraversato il paese, coinvolgendo ampi settori della gioventù, a partire dalle università e dalle scuole, e l'avanguardia della classe operaia iraniana.

La repressione del regime ha ucciso oltre 300 manifestanti, tra i quali 41 minori. Ma non basta. Domenica 6 novembre 227 parlamentari iraniani integralisti hanno votato una mozione che chiede alla magistratura iraniana di condannare a morte le centinaia di persone arrestate che ora si trovano in galera. La mozione votata denuncia gli arrestati come “mohareb” che significa “nemici di Dio”, responsabili con i loro assembramenti di aver attentato alla sicurezza nazionale, e dunque meritevoli di pena capitale.

Naturalmente gli avvenimenti iraniani, come ogni fatto internazionale, incrociano le attenzioni delle potenze imperialiste, ognuna nel suo proprio interesse. L'imperialismo russo solidarizza col regime teocratico di Teheran che lo sta rifornendo di quei droni militari che bombardano senza pietà le citta dell'Ucraina. Gli imperialismi occidentali, rivali dell'imperialismo russo e cinese, si affrettano invece a dichiarare il proprio appoggio ipocrita alle manifestazioni di protesta, nel mentre allargano la NATO sulla pelle del popolo curdo. Gli imperialismi vecchi e nuovi sono tutti banditi senza scrupoli. Chi attende soluzioni dalla loro diplomazia non fa che ingannare l'umanità.

La verità è che la rivolta iraniana, come ogni autentica ribellione di massa, ha un solo possibile alleato: il movimento operaio internazionale e i popoli oppressi del mondo. In Germania settimane fa una enorme manifestazione nazionale a Berlino ha rivendicato il sostegno alla rivolta iraniana nel nome di “donna, vita, libertà”. A quando un'analoga manifestazione unitaria delle sinistre italiane?

Partito Comunista dei Lavoratori

Entra sulla scena la classe operaia iraniana

 


La ribellione di massa si estende

La ribellione al regime teocratico iraniano si estende. La mobilitazione delle donne ha prima coinvolto le principali università del paese, poi si è allargata alle scuole superiori e ai licei.
Ora nel varco aperto dai giovani fanno irruzione gli scioperi operai. Nelle industrie petrolifere e petrolchimiche dell'Iran, a partire dalle raffinerie della provincia di Bushehr, di Abadan nell'Ovest e di Kengan nel Sud, gli operai hanno incrociato le braccia in appoggio alla sollevazione degli studenti e delle donne contro la repressione sanguinosa del regime. Gli scioperi sono stati accompagnati dal blocco degli accessi alle fabbriche con l'uso di automobili e pneumatici bruciati. Nell'agitazione entrano anche rivendicazioni salariali, come già negli scioperi del 2021. Ma oggi la motivazione essenziale è politica. Ad Assaluyeh gli operai scandiscono “Non temere, restiamo uniti”, “ Morte al dittatore”. La parola d'ordine “donne, vita, libertà” ha scavato nel profondo dell'immaginario collettivo della giovane generazione .

Valuteremo la dinamica degli avvenimenti. Ma l'irruzione degli scioperi operai è un fatto carico di potenzialità enormi. Nel 1978-'79 furono gli scioperi operai nell'industria petrolifera a preparare la cacciata dello Scià. La memoria lunga di quell'evento è rimasta nella storia dell'Iran. Solo la classe operaia può unificare ed estendere la ribellione della gioventù e aprire una crisi rivoluzionaria nel Paese..

Campisti putiniani di casa nostra o simpatizzanti tali, che vedono il mondo attraverso il prisma degli schieramenti geopolitici e non delle classi sociali, fanno il verso ai mullah e alla loro polizia religiosa inveendo contro il solito “complotto imperialista” e appoggiando la repressione del regime. Una vergogna infame. Noi stiamo come sempre dall'altra parte della barricata, al fianco della ribellione operaia e studentesca. Per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici iraniani/e, l'unico che possa spazzare via dall'Iran la dittatura islamista e ogni interesse imperialista. La costruzione del partito della rivoluzione in Iran è posto dai fatti all'ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Donne, vita, libertà


Un vento di rivolta delle donne attraversa le città iraniane

25 Settembre 2022

“Donne, vita, libertà” è la parola d'ordine che percorre in questi giorni decine di città iraniane contro il regime teocratico. La scintilla della ribellione è stata l'omicidio di Mahsa Amini da parte della polizia religiosa del regime, un corpo repressivo preposto alla vigilanza della legge islamica, particolarmente accanito contro le donne.

Il velo islamico in Iran non solo è un obbligo di legge, ma deve essere indossato in modo tale da coprire interamente i capelli. Mahsa Amini ha pagato con la vita a 22 anni la ciocca di capelli che fuoriusciva dal velo. Trascinata su un cellulare della polizia, è stata bastonata selvaggiamente al capo, sino a causare prima l'emorragia celebrale e poi la morte dopo tre giorni di agonia. Il padre non ha ottenuto il diritto di vedere il corpo della figlia, né peraltro è stata condotta alcuna autopsia sul cadavere.

Il velo islamico è uno strumento di oppressione, ma anche un simbolo della dittatura dei mullah. Una dittatura odiosa particolarmente misogina. Ad esempio le donne non hanno neppure il diritto di bagnarsi in costume sul Mar Caspio, laddove gli uomini possono esibire il torso nudo. L'indottrinamento islamico procede sin dalla tenera età attraverso specifiche scuole coraniche rivolte in primo luogo alle donne. “Una donna che porta il velo è come una perla nella sua conchiglia” recita la dottrina di regime. Come dire che il velo avrebbe la funzione di proteggere la femminilità, altrimenti violata dallo sguardo altrui. Ogni religione è al fondo misogina. Ma quando si trasforma nel fondamento del potere politico assume caratteri particolarmente ipocriti e odiosi.

La ribellione in atto nelle città vede protagoniste assolute della piazza proprio le donne, le donne della giovane generazione. Chiedono la punizione degli assassini di Masha e lo scioglimento della polizia religiosa. Chiedono soprattutto la caduta del regime.
Non si tratta della prima ribellione che attraversa l'Iran dei mullah. Nel 2009 un movimento di massa ( la cosiddetta “onda verde”) guidato da forze liberali rivendicò la democratizzazione del regime. Dieci anni dopo, nel 2019, si levò una mobilitazione popolare contro l'aumento della benzina e il carovita. In entrambi i casi il regime teocratico scagliò contro i manifestanti i propri apparati di sicurezza, a partire dai cosiddetti Guardiani della rivoluzione, facendo centinaia di morti. Il fatto nuovo della ribellione attuale è che non chiede riforme, né è incanalata dall'ala borghese liberale della politica iraniana. È una rivolta che cozza frontalmente col regime in quanto tale, sfida proiettili, lacrimogeni, arresti, in qualche caso assalta le stazioni di polizia e prende il controllo di cittadine o quartieri, come a Oshnavieh, città di confine a prevalenza curda, da due giorni controllata dai rivoltosi.

La Guida suprema Ali Khamenei, massima autorità religiosa, e il governo conservatore di Raisi, hanno denunciato i manifestanti come agenti degli USA e della UE, secondo il registro propagandistico abituale, rivendicando un trattamento senza pietà dei manifestanti da parte dei corpi speciali, e mobilitando la propria base militante attraverso le moschee, con tanto di centinaia di donne coperte dal velo e vestite di nero che gridavano “morte all'America”.

Nessuna meraviglia. Ogni regime reazionario di massa, a maggior ragione se teocratico, ricorre alla mobilitazione attiva delle proprie forze contro “il nemico”, identificando con quest'ultimo ogni ribellione al proprio dominio.
Inutile aggiungere che diverse forze e correnti campiste in Occidente, anche di "estrema sinistra", credono alle favole della teocrazia iraniana vedendo ovunque le marionette USA e negando ogni autenticità alle rivolte di massa. Sino magari ad attribuire al velo islamico un'espressione di emancipazione e libertà. Perché pure questo si è dovuto ascoltare.

Ma la ribellione delle donne iraniane non c'entra nulla con gli imperialismi d'Occidente, e con le loro possibili speculazioni. È semplicemente una ribellione per la libertà e contro l'oppressione. Sta alla classe operaia iraniana, anch'essa duramente repressa dal regime, prendere la testa della ribellione, allargare la sua base di massa, indirizzarla verso il rovesciamento del regime in direzione di un governo operaio e popolare. Sta al movimento operaio d'Occidente fornire la propria solidarietà alla rivolta delle donne iraniane.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Quel pasticciaccio brutto di Paolo Maddalena


 La candidatura di un antiabortista a Presidente della Repubblica da parte di Rizzo e PRC

«Quella [la candidatura] di Paolo Maddalena è un’ottima proposta che come Rifondazione Comunista non possiamo che apprezzare non solo perché tra proponenti ci sono anche parlamentari che ci rappresentano e collaborano con noi. Maddalena è un giurista che da anni condivide con noi la critica del neoliberismo [...] È un giurista democratico che crede fermamente nei principi costituzionali [...] Un candidato che [...] risponde al principale requisito per un Presidente della Repubblica: essere il garante della Costituzione.». È la pubblica dichiarazione di Maurizio Acerbo che campeggia sul sito del Partito della Rifondazione Comunista.

Disgraziatamente Paolo Maddalena, ex membro della Corte Costituzionale, a lungo consulente della DC all'epoca della Prima Repubblica, è un fervente cattolico antiabortista, nemico della legge 194 che accusa di aver «provocato milioni di morti innocenti». Siccome la Costituzione tutela la vita, si tratta di una legge anticostituzionale che va cancellata (post Facebook di Paolo Maddalena, 22 maggio 2018). Questa posizione reazionaria non appartiene solamente alla biografia della persona, ma anche al suo orientamento attuale. Com'è possibile che partiti della sinistra di classe possano presentare come “candidato dell'alternativa” (testuale) un ex magistrato antiabortista?

Di certo non si può sostenere che il tema dell'aborto sia materia secondaria, visto che riguarda direttamente metà del genere umano e un diritto democratico universale, oltretutto oggetto oggi di scontro e mobilitazioni di massa del movimento delle donne in ogni angolo del pianeta. Il fatto che sia stata eletta alla Presidenza del Parlamento europeo una dichiarata antiabortista (la maltese Roberta Metsola), votata anche dal centrosinistra, è la riprova della sua attualità. Né si può sostenere che il tema non riguardi la materia istituzionale, visto che rientra più che mai nel rapporto tra Stato e Chiesa, per di più in Italia, per di più in un contesto politico di conflitto aperto riproposto dal tema dell'eutanasia. Ribadiamo dunque la domanda: come è possibile che Rifondazione Comunista e Potere al Popolo possano aver anche solo pensato di candidare un simile personaggio alla Presidenza della Repubblica?

Capiamo l'entusiasmo con cui il PC di Marco Rizzo sostiene la candidatura di Maddalena. Per un partito stalinista tendenzialmente misogino, che contrappone i diritti sociali ai diritti civili, la candidatura di un antiabortista, nemico dichiarato dei matrimoni gay, è persino naturale. Ma cosa c'entrano con tutto questo PRC e PaP, da sempre presenti nei diversi movimenti di emancipazione e liberazione?

Abbiamo letto che ieri sera PaP ha ritirato il proprio sostegno a Maddalena, dopo l'esplosione dello scandalo sui social. Potremmo dire: meglio tardi che mai. Anche se il ripetersi di pentimenti tardivi (dopo quello sul candidato D'Orsi pro PD a Torino) qualche interrogativo dovrebbe porlo sulla chiarezza della linea.

E tuttavia sarebbe troppo semplice liquidare la questione come un errore. Non solo perché la candidatura resta in piedi col pieno sostegno del PC e del PRC. Ma anche perché la candidatura di Maddalena è in ultima analisi il riflesso condizionato di un orientamento politico culturale aclassista presente da tempo nella galassia post-Rifondazione. È l'eterna ricerca di candidati civici, al di sopra dei partiti e della classi, nel nome della Costituzione (borghese) di De Gasperi e Togliatti come “Costituzione di tutti”. È la ricerca che ha selezionato Ingroia e Di Pietro, poi Barbara Spinelli, e oggi De Magistris, recentemente proposto dal PRC come candidato dell'alternativa per le prossime elezioni politiche. Persone certo diverse tra loro in fatto di biografie personali, ma tutte attinte da un vivaio populista di sinistra. Che può anche mimare, all'occasione, una retorica sociale antiliberista, spesso peraltro declinata in chiave sovranista e patriottica (“difesa della sovranità dell'Italia dalla finanza tedesca e dalla burocrazia di Bruxelles”, ecc. ecc.), come spesso fa anche la cultura reazionaria. Ma assumere queste pose come prova di affidabilità, anche solo democratica, significa prendere lucciole per lanterne e andare inevitabilmente a schiantarsi.

E infatti. Ogni volta i candidati civici prescelti cui viene affidato (sempre solennemente) il futuro della sinistra, si rivelano bidoni autocentrati, unicamente vincolati al mandato del proprio ego e delle proprie ambizioni. Ogni volta segue l'immancabile autocritica, più o meno impacciata, di chi li ha proposti. Ma ogni volta si ricomincia da capo come se nulla fosse accaduto. L'infortunio di Maddalena antiabortista non è minore dell'infortunio di Ingroia e Di Pietro questurini, contrari persino all'indagine sulla polizia del G8 di Genova. Quando si cercano candidati al di sopra delle classi, “amici del popolo” (e dello Stato), è un esito fatale. Non un'eccezione ma la norma, aggravata dalla coazione a ripetere.

Come Partito Comunista dei Lavoratori ritroviamo in tutto questo una ragione in più per confermare la nostra politica classista, proprio per questo coerente anche sul terreno democratico. Una sinistra che non ritrovi coerentemente il proprio campo di classe difficilmente avrà un futuro diverso dal suo presente.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra cura? Abbattere il capitalismo e spezzare le catene dell’oppressione!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne e di genere

L'aggravarsi della crisi con il prolungamento della situazione pandemica continua a restituirci uno scenario inquietante.
Nel più ampio contesto internazionale il Covid-19 impatta ancora sull'alto numero di decessi e richiama in alcuni paesi alla necessità di lockdown e restrizioni, non solo per la renitenza al vaccino ma soprattutto per l'incapacità dei sistemi sanitari di far fronte alla situazione, indeboliti da anni di tagli e dal progressivo smantellamento del servizio pubblico. In alcune zone del mondo le popolazioni non hanno ancora avuto la possibilità di accedere alla prima dose di vaccino a causa delle dinamiche concorrenziali mirate al profitto delle case farmaceutiche, che detengono i brevetti su questi farmaci.

Questi due anni hanno mostrato chiaramente come la pandemia abbia colpito i lavoratori e soprattutto le lavoratrici: in Italia nel 2020 si registrava il 21% delle richieste di part-time o flessibilità lavorativa per fronteggiare le difficoltà delle chiusure. Ancora nei primi mesi del 2021 si rimarcava un calo dei posti di lavoro (su 101mila nuovi disoccupati, 99mila erano donne) e un divario salariale crescente a cui si aggiungeva l'aumento dei lavori di cura non retribuiti e l'assenza di un sistema di welfare in grado di offrire soluzioni.
La ripresa nel settembre 2021 segnalata dall'Istat non deve farci illudere: i 59.000 posti di lavoro recuperati sono ovviamente a tempo determinato e i posti occupati dalle donne sono ancora inferiori rispetto ai livelli pre-Covid (370mila occupate in meno).
Gli ultimi provvedimenti del governo Draghi inoltre annullano qualsiasi ipotesi di miglioramento: dopo aver consegnato un lauto bottino ad imprese e sanità privata con i decreti varati in estate, la traiettoria segnata per le pensioni punta al solo calcolo dei contributi, senza tenere conto della parte retributiva, penalizzando dunque i settori più precarizzati della società: donne, giovani e persone con disabilità.
A ciò si aggiunge il “contributo universale per i figli” a partire da marzo 2022, con il quale si punta a sostenere l'aumento demografico, elargendo elemosine in base alla fascia ISEE e al numero di figli per famiglia, senza cercare soluzioni strutturali che puntino a migliorare le condizioni di vita de* lavorator*.
Insomma lo stato borghese non ha soluzioni da offrire per uscire dalla crisi e soprattutto dimostra come in questa lunga fase di recessione non sia possibile trovare soluzioni di miglioramento se non con rivendicazioni inserite in un percorso di lotta su un programma anticapitalista.

Le nostre vite sono quindi segnate dalla violenza, dai suoi tanti volti. A quella economica si somma la violenza subita quotidianamente, frutto di sessismo e di omo-bi-lesbo-transfobia, agita spesso entro le mura domestiche, alle quali siamo espost* per colpa della precarietà e della disoccupazione. La causa principale è la natura del sistema capitalistico ed eterocispatriarcale. Un sistema che vive e si riproduce proprio su queste dinamiche di violenza e sfruttamento. 103 donne uccise solo in Italia, a cui si sommano 5 persone trans e gender diverse e i numerosi episodi di discriminazione e violenza subite nei vari contesti sociali. Questa situazione è fomentata dalla becera propaganda clericale e dei partiti reazionari, in primo luogo Lega e FDI, come dimostrato dall'affossamento del DDL Zan e dai continui attacchi alla salute riproduttiva delle donne.

Donne e persone LGBT*QIA+ migranti hanno pagato il prezzo più alto dell’aggravamento della crisi generato dalla fase pandemica, per la difficoltà di accesso alle cure sanitarie e la maggiore esposizione al Covid-19, e per l’aumento della disoccupazione e della precarietà delle loro condizioni lavorative.

Per rispondere radicalmente alle violenze e alle oppressioni che subiamo sotto ogni aspetto nelle nostre vite, dobbiamo organizzare un fronte che unisca tutte le lotte in corso, da quelle transfemministe a quelle per il lavoro e la difesa dell’ambiente:


• Per la difesa del lavoro: blocco permanente dei licenziamenti e cancellazione di tutte le controriforme del lavoro; cancellazione degli appalti e nazionalizzazione senza indennizzo delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano, sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori;

• Contro l'elemosina di Stato, lavorare meno lavorare tutt*: ripartizione del lavoro esistente, con la riduzione dell'orario a 30 ore e con l’introduzione di un salario intercategoriale di 1500 euro; salario garantito in disoccupazione o inoccupazione, contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro; copertura salariale del 100% in caso di malattia, cassa integrazione, congedi parentali.

• Cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• Servizi sociali (scuola, sanità...) pubblici e sotto il controllo de* lavorator* e dell* utenti per i servizi legati alla cura. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura, da finanziare con la patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e con un sistema di aliquote fortemente progressivo;

• Accesso all'IVG libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita; abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici; accesso ai consultori anche per le donne T*.

• Contro la violenza e l'oppressione di genere: autorganizzazione della autodifesa femminista e queer; fondi ai centri antiviolenza autogestiti, senza nessun finanziamento a enti privati e case-famiglia religiose;

• Contro la violenza e l'oppressione omo-lesbo-bi-transfobica: per un movimento queer autorganizzato e rivoluzionario in grado di contrastare gli attacchi reazionari, l'invisibilizzazione e il rainbow-washing; contro i trattamenti patologizzanti nei confronti delle persone T*, contro la cancellazione delle soggettività Bi e Pan e anche contro la misoginia, il razzismo e la transfobia dentro la comunità LGBT*QIA+;

• Eliminazione di tutte le leggi securitarie e delle forme di lavoro schiavistico che violano i diritti delle donne immigrate;

• Per il libero amore e la libera sessualità: lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione, contro i Daspo urbani e la criminalizzazione delle prostitute. Abbattimento della famiglia borghese, cellula di riproduzione capitalistica: per nuovi legami basati sull'affetto e la condivisione.

• Per il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, che unisca tutte le lotte per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente, in una lotta sola!

Solo rovesciando questo sistema basato sul capitalismo e l'etero-cis-patriarcato è possibile spezzare le catene dell'oppressione. Solo la rivoluzione socialista può liberarci dallo sfruttamento e dalla violenza e garantire la nostra piena emancipazione!


ANTIPATRIARCALI, ANTICAPITALIST*, ANTIFASCIST*,

ANTICLERICALI FEMMINIST* RIVOLUZIONARI*


Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Polonia, la guerra santa contro le donne e le persone LGBTQIA+

 


Cresce la rabbia contro le forze reazionarie in Polonia

Oltre ottanta manifestazioni lungo tutto il territorio polacco, con la partecipazione di migliaia di persone, soprattutto donne, hanno dato corpo alla protesta suscitata dalla morte di Izabela Sajbor, una giovane parrucchiera trentenne, avvenuta il 22 settembre nell'ospedale della contea di Pszczyna.

Secondo quanto è stato denunciato negli ultimi giorni dalla famiglia e dall’avvocata Jolanta Budzowska, la ragazza era stata ricoverata alla ventiduesima settimana di gravidanza per gravi malformazioni del feto e perdita del liquido amniotico. I medici hanno atteso la morte del feto prima di intervenire, rifiutandosi di praticare l’aborto, causando la morte della ragazza per setticemia. Risalta in questo fatto l'assoluto spregio della vita della donna, che resta così ridotta a mero contenitore, a fattrice la cui sopravvivenza è determinata in base a norme ideologiche e reazionarie, fortemente segnate da una cultura religiosa cattolica identitaria e fondamentalista.

Questa tragica vicenda è il risultato dell’ulteriore inasprimento delle leggi antiabortiste dello stato polacco in seguito alla sentenza del Tribunale costituzionale che il 22 ottobre 2020 ha dichiarato incompatibile con la costituzione l’articolo della legge che prevedeva l’interruzione di gravidanza in caso di gravi malformazioni del feto, lasciando nel perimetro della legalità solo il caso di aborto in seguito a violenza sessuale. Una sentenza che aveva già scatenato le proteste e gli scioperi organizzati e lanciati dal movimento Ogolnopolsky Strajk Kobiet (Osk - Sciopero nazionale delle donne, costituitosi nel 2016) contro il governo reazionario, nazionalista, di ispirazione clericale, PIS (Prawo i Spradwiedliwosc, “Diritto e Giustizia”) (1).

Secondo le associazioni che si occupano di tutela dei diritti riproduttivi fino alla sentenza del 2020 oltre il 90% dei circa 1000 aborti legali in Polonia sono stati attribuiti a gravi malformazioni del feto, per cui l’obiettivo del governo è quello di eliminare del tutto la possibilità di accedere all’interruzione volontaria di gravidanza.

Inoltre, come denuncia Amnesty International sulla scorta di un rapporto del Consiglio d’Europa, sebbene lo stupro sia riconosciuto come motivo previsto dalla legge per ricorrere all’aborto, le donne polacche si scontrano puntualmente con mille difficoltà per ottenere il riconoscimento della gravidanza come conseguenza di un atto di violenza e per accedere alle cure e ai servizi che effettuano l’interruzione di gravidanza.

Secondo il Parlamento europeo negli ultimi 10 mesi solo 300 donne polacche hanno avuto accesso ai servizi per l’aborto, mentre secondo diverse ONG gli aborti clandestini oscillano dal 2016 al 2019, gli anni del maggior irrigidimento della normativa, tra i 100 mila e i 200 mila casi. Una tragica realtà che ha una conseguente ed evidente connotazione di classe, esponendo le donne proletarie, che non hanno la possibilità di andare all’estero per accedere a un aborto legale e sicuro dal punto di vista sanitario, a un grave rischio per la propria salute e per la loro stessa vita.

La politica reazionaria del governo guidato dal PIS è intervenuta anche pesantemente contro gli immigrati, le minoranze religiose e le persone LGBTQIA+.
Negli ultimi due anni, con un particolare impulso a ridosso delle elezioni parlamentari del 2019 e di quelle presidenziali del 2020, la campagna del PIS contro le persone LGBTQIA+ e la presunta “ideologia gender”, come contro la generalità dei diritti civili, considerati dal partito al governo un ostacolo ai valori della società polacca, ha visto un forte sviluppo, anche grazie all’appoggio della Chiesa cattolica, i cui principali esponenti, tra cui l’arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski, definiscono il movimento LGBT una “piaga arcobaleno”, “neo-marxista” nel suo anelito alla liberazione. Una violenta esternazione a cui ha fatto eco Andrzej Duda, rieletto presidente il 12 luglio 2020, che oltre ad annunciare l’uscita della Polonia dalla Convenzione di Istanbul e promettere un emendamento alla Costituzione per impedire alle coppie omosessuali le adozioni, ha ampiamente dichiarato che le persone LGBTQIA+ non sono esseri umani, ma “ideologia peggiore del comunismo”.

Non solo. Per coprire lo scalpore suscitato dalle rivelazioni contenute in Zabawa w Cowanego (Giocare a nascondino) (2), il secondo film – dopo Tylko nie mów nikomu (Non dirlo a nessuno) (3) – dei fratelli Marek e Thomasz Sekielski sugli abusi sessuali commessi dal clero (è emerso come negli ultimi 30 anni circa 400 sacerdoti abbiano abusato di minori), il Ministero della Giustizia polacco nello scorso anno ha destinato risorse pubbliche al sostegno di una campagna sul settimanale Do Rzeczy in difesa della Chiesa cattolica e delle radici cristiane dell’Europa, contro la “persecuzione dei cristiani” assediati dalla barbarie della sinistra e dell'ideologia LGBT.

Mentre in tutto il paese non esistono forme di riconoscimento per le coppie omosessuali, tra il 2019 e il 2020 oltre ottanta governi locali, concentrati soprattutto nella polonia sudorientale, dove il PIS gode di grande consenso, hanno adottato risoluzioni contro la comunità LGBT e in difesa della famiglia tradizionale, impegnandosi ad astenersi dal fornire assistenza finanziaria alle ONG che lavorano per promuovere la parità di diritti e proclamandosi “liberi dall’ideologia LGBT”. Una operazione che è stata concettualizzata con la definizione di “zone senza LGBT”, sostenuta dalla Chiesa cattolica e propagandata con una campagna promossa dal giornale filogovernativo Gazeta polska, con tanto di adesivi allegati all’edizione settimanale recanti lo slogan “LGBT free zone” (4).

In seguito a questa campagna omo-lesbo-bi-transfobica, i collettivi LGBT hanno organizzato una serie di azioni di protesta.
Il 7 agosto 2020 la carcerazione preventiva dell’attivista Margot Szutowicz (rilasciata solo a fine mese) ha sospinto le azioni dei collettivi LGBT, alimentando quella che è stata definita la Polish Stonewall, brutalmente repressa dalle forze dell’ordine con 48 fermi e l’arresto di numeros* attivist*, che hanno subito percosse, lesioni e molestie sessuali dalla polizia (5).

La campagna “stop LGBT” non si è arrestata. Nel Sejm, la camera bassa del parlamento polacco, è tuttora depositata una legge di iniziativa popolare (sostenuta da 140 mila firme) che si prefigge di mettere fuori legge i Pride - le manifestazioni per i diritti LGBT – e tutte le esternazioni di orientamenti sessuali e identità di genere non conformi.

I promotori di questa legge sono gli attivisti Kaja Godek e Krzysztof Kasprzak, della fondazione antiabortista Zycie i Rodzin (Vita e Famiglia), già candidati nel 2019 alle europee tra le file del partito di destra KORWiN (Koalicja Odnowy Rzeczypospolitej Wolnosc i Nadzieja - Coalizione per il Rinnovamento della Repubblica, Libertà e Speranza). Non sorprendentemente convinti no vax. Secondo quale fantasiosa teoria? Quella secondo la quale i vaccini sarebbero fatti con resti di feti abortiti, ovviamente… (6).

Nei fatti, prima che nelle proposte di legge, da tempo il sostegno ideologico del partito al governo ha spinto l'estrema destra ad accanirsi con maggiore forza contro le persone LGBT, come è avvenuto recentemente nell’occasione dei Pride del 2021, che sono stati minacciati da diverse contromanifestazioni omofobe.

L’alleanza solida tra Stato e Chiesa cattolica arma la crociata reazionaria contro i diritti delle donne e di tutte le soggettività non conformi alla regola patriarcale, clericale, eteronormata e a sostegno della famiglia nucleare tradizionale, fondamento della struttura sociale capitalistica.

Esattamente come il PIS nel corso del 2020, La Conferenza Episcopale polacca ha attaccato la Convenzione di Istanbul. Sotto accusa sono soprattutto la definizione di identità di genere - quindi il riferimento ai ruoli, ai comportamenti, alle attività che la società attribuisce alle persone secondo il genere - e l’avere indicato la religione e la famiglia tradizionale come cause di violenza contro le donne.

Ancora, in un documento sulle tematiche e sul movimento LGBT (7) la Chiesa polacca alimenta e sostiene ogni tipo di oppressione e delirio oscurantista, contro l’avanzamento dei diritti civili, contro l’educazione sessuale nelle scuole, promuovendo la patologizzazione delle identità di genere, mediante il sostegno a centri di consulenza medica e psicologica per le cosiddette terapie di conversione, un abuso e violenza indicibile sul corpo e la psiche delle persone LGBTQIA+.

Donne e persone lgbt si trovano sotto attacco e in prima linea contro la Chiesa, contro il governo reazionario del PIS - che in questi giorni sta concentrando la sua violenza reazionaria anche contro i profughi al confine bielorusso - e contro l’avanzare dell’estrema destra nazionalista, che con il sostegno delle istituzioni ha organizzato a Varsavia la Marcia dell’Indipendenza, un raduno annuale a cui partecipa tutta l’ultradestra europea (per l’Italia l’immancabile Forza Nuova).

Soltanto il più ampio fronte di classe, anticapitalista e rivoluzionario, organizzato su scala internazionale, può avere la meglio sulle forze fasciste, reazionarie, clericali, in Polonia, come ovunque. Un fronte che unisca tutte le lotte - contro tutte le violenze e oppressioni di genere, per i diritti civili e sociali, per il lavoro, per la tutela dell’ambiente - in una lotta sola contro l’ordine economico da cui derivano tutte le forme di controllo sociale che subiamo, per una società socialista emancipata da abusi e sfruttamento che liberi l’umanità intera.



(1) Vedi Unità di Classe, n. 7, dicembre 2020, pp. 5-6

(2) https://retelabuso.org/2020/05/16/hide-and-seek-film-completo/

(3) https://retelabuso.org/2019/05/19/il-documentario-di-cui-si-parla-un-sacco-in-polonia/

(4) ILGA - Europe’s Annual Review of the Human Rights Situation of Lesbian, Gay, Bisexual, Trans and Intersex People covering events that occurred in Europe and Central Asia between January-December 2020, p. 90

(5) https://www.hrw.org/news/2020/08/12/poland-punishes-lgbt-rights-activist-pretrial-detention

(6) https://wiadomosci.onet.pl/kraj/krzysztof-kasprzak-wraz-z-kaja-godek-stoja-za-projektem-stop-lgbt-kim-jest-kasprzak/92vfy51

(7) https://ita.calameo.com/books/006329419534c12b63f95

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere



La lezione di Kabul

 


16 Agosto 2021

Vent'anni di occupazione imperialista hanno spianato la strada ai tagliagole talebani


Vent'anni fa, dopo l'attentato terrorista alle Torri Gemelle, l'imperialismo USA lanciò la guerra contro l'Afghanistan, coalizzando attorno a sé un'ampia schiera di potenze alleate. L'imperialismo italiano fu subito della partita, come già nella prima guerra del Golfo e poi con l'intervento militare in Serbia.

Il governo reazionario dei talebani a Kabul fu accusato di complicità coi terroristi. Per questo l'imperialismo si arrogò il diritto di punirlo. L'aggressione all'Afghanistan fu motivata come battaglia di civiltà contro la barbarie. Il mezzo usato dalla “civiltà” fu il bombardamento a tappeto dei villaggi afghani, e l'inizio di un'occupazione militare che è durata vent'anni.

Il regime talebano fu rovesciato, e al suo posto venne instaurato prima il governo fantoccio di Hamid Karzai, poi dal 2009 il governo fantoccio di Ghani. Entrambi si sono appoggiati sulle forze di occupazione, e sui finanziamenti occidentali. Gli USA hanno speso per la missione afghana duemila miliardi di dollari, la Gran Bretagna 25 miliardi, l'Italia 8 miliardi. Tutti a carico dei contribuenti, prevalentemente dei salariati. A chi sollevava obiezioni veniva contrapposta la ragione morale superiore: “La battaglia per la democrazia e per l'umanità non ha prezzo”. Se non per chi muore sotto le bombe e chi le paga.

Ora, dopo vent'anni di “civiltà”, torna al potere la reazione talebana, col consenso di quei civilizzatori che l'avevano additata come ragione di guerra.
Il ritorno della reazione talebana a Kabul è stata pattuita tra imperialismo USA e capi talebani a Doha nel febbraio 2020. Biden ha gestito convintamente la scelta di Trump. L'imperialismo USA ha deciso che i costi della missione afghana erano troppo grandi rispetto ai vantaggi, sia dal punto di vista economico che sotto quello del consenso interno. Disfarsi della missione afghana è stata la promessa comune della campagna elettorale americana, una promessa che non si poteva tradire. Ma la... civiltà dove è finita? Prosegue indefessa in tante altre parti del mondo, ovunque esistono truppe di occupazione. In Afghanistan si è presa una vacanza.

I tagliagole di vent'anni fa tornano trionfanti a Kabul, per di più col passo di corsa e con tutti gli onori. La stessa stampa borghese che vent'anni fa aveva suonato la carica della “guerra giusta” non sa come presentare la fuga da Kabul di tutte le democrazie umanitarie. Sono forse cambiati i talebani? Non pare. Si è forse consolidata una democrazia in Afghanistan, fosse pure su basi borghesi, capace di reggere l'urto della reazione religiosa? L'evidenza ci dice l'opposto. E allora perché la fuga umiliante da Kabul della più grande potenza militare del mondo, di fronte agli studenti delle madrasse armati di kalashinkov e Corano? La risposta è nella montagna di menzogne delle guerre imperialiste, vomitata da tutti i partiti borghesi (e non solo) a tutte le latitudini del mondo.

La guerra di aggressione all'Afghanistan fu parte dell'escalation militarista dell'imperialismo americano dopo il crollo dell'URSS.
Caduto il contrappeso, per quanto distorto, all'imperialismo, gli USA inaugurarono un lungo corso politico guerrafondaio che unì la prima guerra del Golfo, la guerra alla Serbia, la guerra all'Afghanistan, la guerra all'Iraq. Dietro la cortina fumogena di motivazioni umanitarie e di falsi spudorati (le inesistenti armi nucleari in gestazione di Saddam), il corso guerrafondaio dei Clinton e dei Bush mirava ad affermare l'onnipotenza militare degli USA, consolidare l'egemonia americana sugli imperialismi europei, scoraggiando ogni loro ambizione di polo autonomo e concorrente, conquistare una nuova postazione strategica in Medio Oriente quale ponte sull'Asia, intimidire ogni possibile movimento antimperialista e anticoloniale nel mondo. Infine a ingrassare il portafoglio dell'industria militare, e rilanciare lo sciovinismo USA come strumento di raccolta di consenso in patria presso ampi settori di classe media. Fu insomma il tentativo su larga scala dell'imperialismo USA di liberarsi della sindrome del Vietnam, e di disegnare un nuovo ordine mondiale dettato dalla propria forza.

La disfatta in Iraq nel 2003 fu la tomba di quel disegno. Saddam Hussein fu rovesciato dalla soverchiante superiorità militare della coalizione imperialista internazionale, ma la distruzione dell'apparato statale iracheno, a base sunnita, senza soluzione di ricambio, finì col regalare l'Iraq all'influenza del regime sciita iraniano, grande avversario dello stato sionista e degli USA; mentre l'odio antiamericano in tanta parte delle masse arabe, unito alla crisi del vecchio nazionalismo arabo, diventò il brodo di coltura del panislamismo integralista più reazionario, nuovo fattore di destabilizzazione e di crisi del Medio Oriente. Era difficile immaginare un rovescio più clamoroso.

L'occupazione militare dell'Afghanistan non ha conosciuto sorte migliore. L'eredità di un corso politico rovinoso non poteva concludersi che con una nuova disfatta. Che è innanzitutto la disfatta della menzogna.
Per vent'anni si è presentata la missione afghana come missione di pace. La montagna di bombe scaricata sui civili, le stesse morti al fronte di 3500 militari occidentali, furono coperte dalle cartoline umanitarie che immortalavano la nascita di un ospedale o la costruzione di una scuola, con l'immancabile consegna di fiori ai militari da parte di civili plaudenti e riconoscenti: le classiche cartoline agiografiche del colonialismo di ogni tempo. La realtà era diversa. Era la realtà della guerra, una guerra durata vent'anni, con quasi centomila civili afghani morti sotto le bombe, e settantottomila militari afghani morti in combattimento o per attentati terroristici dei talebani.
I governi afghani di Karzai e Ghani sono apparsi per quello che erano: i garanti della continuità della guerra, i portavoce delle forze di occupazione, gli amministratori corrotti dei finanziamenti occidentali.

La costruzione di un apparato statale afghano sotto controllo imperialista si è rivelato un fallimento totale.
La centralizzazione amministrativa nella città di Kabul ha lasciato ai capi tribali il controllo di larga parte del territorio, in cambio di regalie e privilegi. Le forze di occupazione presidiavano le città, come forze di polizia, lasciando la grande campagna afghana (i tre quarti del territorio) ai notabili del luogo, ricoperti di doni e riconoscimenti. L'esercito afghano che formalmente dichiarava trecentomila unità era in larga parte una costruzione artificiale: composto da volontari improvvisati, disoccupati in cerca di lavoro, privi di ogni motivazione che non fosse quella di sopravvivere alla guerra, gonfiati nei numeri dai loro ufficiali per massimizzare i finanziamenti delle forze occupanti.
La resa dell'esercito afghano alle milizie talebane, e i numerosi passaggi di campo dei loro capi militari, pur di aver salva la pelle, è il portato inevitabile di tutto questo. La garanzia della capacità di resistenza dell'esercito afghano, fornita dagli USA, era una ipocrita fanfaronata per motivare il proprio ritiro.

L'imperialismo USA sapeva bene che il proprio ritiro avrebbe comportato il ritorno dei tagliagole talebani. Semmai si era illuso di poter negoziare il trapasso invece di subirlo in soli dieci giorni.
L'imperialismo inglese aveva proposto alle potenze alleate di restare in Afghanistan sotto il proprio comando, rimpiazzando gli USA, anche per lustrare il ritorno della potenza britannica dopo la Brexit. Ma Italia, Francia e Spagna hanno declinato, per evitare di farsi carico in proprio dei costi dell'occupazione e della guerra, largamente finanziata dagli USA. Di certo il frettoloso abbandono del campo da parte degli imperialisti a vantaggio dei talebani ha dimostrato alla stessa popolazione delle città che le ragioni degli occupanti non avevano nulla a che fare con quelle esibite (le ragioni delle donne, della democrazia, dei diritti). Gli imperialisti erano giunti per i propri interessi, e per i propri interessi se ne sono andati. La fuga di massa disperata di centinaia di migliaia di afghani dalle città ora occupate dai talebani è anche un atto di accusa contro il cinismo delle potenze imperialiste, reso ancor più odioso dalla politica dei rimpatri dei migranti afghani o dal blocco delle frontiere per chi fugge.

Il potere talebano che si sta insediando intende coltivare buone relazioni con l'imperialismo. Ha trattato con gli americani, tratta parallelamente con la Russia e soprattutto la Cina; sa di trovarsi in un crocevia di interessi strategici nel gioco delle grandi potenze e cerca di massimizzarne gli utili in tutte le direzioni. Del resto quali sono le condizioni che gli imperialisti hanno posto loro in cambio di riconoscimento? Gli USA hanno semplicemente chiesto di non attaccare l'ambasciata americana e le truppe che stanno rientrando. La Russia ha chiesto di non alimentare tensioni ai propri confini con le popolazioni di religione islamica. La Cina, assai interessata all'Afghanistan, come già al Pakistan, chiede di non occuparsi del Xinjiang e degli uiguri. I talebani hanno fornito a tutti garanzie a buon mercato. Che interesse avrebbero oggi a danneggiare il proprio trionfo?

Il nuovo potere colpirà invece le vittime designate. Innanzitutto le donne afghane. Del resto c'è forse una potenza imperialista che si è occupata di loro, che ha chiesto garanzie a loro difesa? Nessuna. Le uniche “beneficiarie” parziali e indirette della sconfitta dei talebani nel 2001 erano state le donne di Kabul e delle principali città, in particolare della classe media. Cioè quelle che hanno potuto studiare, iscriversi all'università, semplicemente lavorare, a differenza di larga parte della popolazione femminile della campagna profonda che ha continuato a subire le leggi immutate della sharia anche sotto l'occupazione occidentale. Ma ora? Ora la reazione talebana ha mano libera nei loro confronti, e già la sta esercitando in questi giorni nelle provincie occupate fuori Kabul. Donne allontanate dai propri uffici; donne nuovamente costrette al burka; donne tra i 15 e i 40 anni offerte in dono ai capi militari talebani come trofeo di guerra e gesto di pace. Lo stupro delle donne è il primo biglietto da visita del nuovo potere. Ed è solo l'inizio.
Peraltro non sono le donne le uniche vittime del nuovo Emirato afghano. Ad esempio il nuovo potere ha bloccato la vaccinazione anti-covid, che molto lentamente era iniziata. Il vaccino non è previsto dal Corano, la natura è una legge di Dio. Degli ammalati si occuperà Allah, non il vaccino. Tanti no vax di casa nostra hanno trovato finalmente un alleato contro la “dittatura sanitaria”. Si attendono le nuove leggi talebane contro la musica, i cinema, gli aquiloni.

La lezione di tutto questo è una sola: non sarà mai l'imperialismo a liberare un popolo, o anche solo a garantire la democrazia. Anche quando una potenza imperialista, per i propri interessi, rovescia occasionalmente un regime reazionario, si tratta di un breve episodio senza futuro. Prima o poi la reazione ritorna, a volte più forte di prima. La guerra imperialista è sempre portatrice di barbarie.

Vent'anni fa i marxisti rivoluzionari si opposero alla guerra imperialista contro l'Afghanistan, nonostante fosse controllato dai talebani. Ed anzi si batterono coerentemente con la parola d'ordine della sconfitta dell'imperialismo, del proprio imperialismo, in quella guerra, così come si erano battuti contro i bombardamenti su Belgrado (varati da D'Alema e votati da Rizzo), nonostante Milosevic, così come si batteranno contro la guerra imperialista all'Iraq, nonostante il regime dispotico di Saddam Hussein. La nostra parola d'ordine non fu “né con gli USA né con i talebani” o “né con gli USA né con Saddam Hussein” come faceva la direzione del Partito della Rifondazione Comunista e del movimento no global con una posizione equidistante classicamente pacifista. Noi difendemmo incondizionatamente l'Afghanistan, la Serbia, l'Iraq, indipendentemente da Mohammed Omar, da Milosevic, da Saddam Hussein.
Contro l'imperialismo ci si schiera sempre, sempre si rivendica la sua sconfitta. Al tempo stesso la difesa militare incondizionata di una nazione oppressa non ha mai significato appoggio politico a forze o regimi reazionari, come hanno fatto e fanno a più riprese alcune formazioni di estrazione stalinista. Semplicemente un conto è se quei regimi sono rovesciati dall'imperialismo, un conto è se sono rovesciati da una rivoluzione, cioè dalle masse che quei regimi opprimono.

Ora la lotta dei lavoratori, delle masse oppresse dell'Afghanistan, innanzitutto delle donne, non può che indirizzarsi contro il regime dei tagliagole talebani, cui l'imperialismo ancora una volta ha riaperto la strada. L'idea per cui quelle nazioni non sono adatte alla democrazia e al socialismo è un pregiudizio reazionario, smentito dalle sollevazioni delle masse arabe nell'ultimo decennio, smentito dalla stessa storia, poco conosciuta, dell'Afghanistan.
Nel 1978 la ribellione delle masse afghane, in particolare della gioventù e dei lavoratori pubblici, portò al potere il Partito Democratico del Popolo Afghano (PDPA), di natura nazionalstalinista. Nonostante la guerra per bande che attraversò la vita interna di quel partito – in cui ogni controversia veniva risolta con i plotoni di esecuzione – è indubbio che la fase che aprì fosse di natura progressista, segnata da importanti conquiste democratiche, seppur parziali, in particolare dei lavoratori e delle donne. Per anni il regime progressista fronteggiò la controrivoluzione feudal-integralista dei mujaheddin, finanziata dall'imperialismo. Prima con l'appoggio militare dell'Unione Sovietica, poi autonomamente, col sostegno della popolazione cittadina. Noi ci schierammo a difesa dell'Afghanistan e dell'URSS contro la reazione integralista e imperialista, ma al tempo stesso sottolineammo il limite profondo e decisivo di quella esperienza: aver contenuto il processo rivoluzionario entro i confini di un regime elitario, senza autorganizzazione democratica di massa, e a scapito di una vera riforma agraria. Solo un governo operaio e contadino avrebbe potuto portare sino in fondo le stesse realizzazioni democratiche saldandole con misure anticapitaliste e socialiste. Ma questa prospettiva richiedeva un'altra direzione e prospettiva, quella che l'Internazionale Comunista di Lenin e di Trotsky aveva proposto nel 1920 al congresso di Baku dei popoli d'Oriente, e che poi lo stalinismo rimosse.

È la prospettiva strategica che l'Afghanistan ripropone obiettivamente oggi. L'intera esperienza dell'ultimo mezzo secolo di storia afghana dimostra che la liberazione sociale e democratica delle masse oppresse dell'Afghanistan è incompatibile con ogni illusione nell'imperialismo. Non passa né per l'aiuto americano né per quello dell'emergente imperialismo cinese. Passa per una prospettiva di sollevazione delle masse afghane e di rivoluzione socialista. Per la prospettiva di un governo operaio e contadino.




Sulla guerra in Afghanistan del 2001, leggi qui l'analisi e la posizione dell'Associazione marxista rivoluzionaria Proposta (predecessore del PCL) e del Movimento per la Rifondazione della Quarta Internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per abbattere la violenza patriarcale e capitalista ci vuole la rivoluzione socialista!

 


25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne

Quest'anno la giornata mondiale contro la violenza sulle donne cade nel pieno della crisi sanitaria, che si innesta nella fase di lunga crisi economica avviata nel 2008, approfondendola e aggravandola nelle sue conseguenze sociali.
Le donne delle classi subalterne stanno pagando un prezzo enorme per questa crisi a tutti i livelli della loro condizione generale.

Questa è dominata, prima di tutto, dall’incertezza del lavoro e del salario, elementi imprescindibili di autonomia.
I contraccolpi hanno investito il vasto settore del lavoro precario, nel quale le donne sono la maggioranza, come lo sono nei settori fortemente in crisi, il turismo e i servizi (soprattutto ricettivi, ristorativi, culturali e di assistenza sanitaria e domestica).
In Italia si sono persi rispetto all’anno scorso 274.000 posti di lavoro occupati da donne (dati ISTAT di agosto 2020), e c’è un forte incremento di donne inattive, specialmente nelle fasce giovanili (+8,5%).
D’altra parte anche per le donne occupate, ma temporaneamente in cassa integrazione, è venuta meno la certezza del salario (in ogni caso generalmente basso, anche per la grande diffusione del part time, molto spesso involontario), estremamente ridotto ed erogato con forti ritardi dall’INPS, quando non anticipato dal datore di lavoro.
Nei settori che si trovano a contatto con il Covid-19 – nella sanità pubblica e privata, nell’assistenza domestica – o in relazione con il pubblico, come nel commercio e la grande distribuzione, le lavoratrici subiscono invece un sovraccarico di lavoro e una elevata esposizione al contagio, spesso sprovviste di adeguate misure di sicurezza.

La situazione altalenante delle scuole e la condizione di vulnerabilità delle persone anziane ha determinato un maggiore carico di lavoro sulle spalle delle donne, sulle quali grava il maggiore peso delle attività di cura, peggiorato dai tagli e dalla privatizzazione e aziendalizzazione dei servizi sanitari e sociali.

In questo quadro lo smart working si sta strutturando come una forma di ulteriore sfruttamento, veicolato attraverso la mistificazione di una possibile (ed evidentemente normale e doverosa nell’ottica capitalistica) conciliazione tra il lavoro produttivo e il lavoro riproduttivo, con il risultato di confondere i confini dei due ambiti, aumentandone la durata e l’intensità di entrambi. Inoltre ciò condanna le donne a rinchiudersi nella sfera privata dell’ambiente domestico, che molto spesso non è uno spazio sicuro.
Questo è confermato dall’aumento dei casi di violenza domestica, registrati con un incremento delle richieste di aiuto del 119,6% (dati ISTAT marzo-giugno 2020), che i centri antiviolenza e le case rifugio, colpiti dai tagli delle risorse e dalle difficoltà operative causate dall’emergenza, hanno faticosamente seguito.

Tra le diverse forme di violenza che le donne stanno subendo in forma aggravata in questa fase di emergenza sanitaria c’è il contrasto all’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza (IVG), già di norma ostacolato dalla pratica nelle strutture sanitarie dell’obiezione di coscienza. In questi ultimi mesi in molti ospedali si è verificata la sospensione o la riduzione del servizio, mentre in diverse regioni nei consultori e negli ambulatori non viene somministrata la pillola abortiva RU486. Esemplari sono stati il caso dell’Umbria, dove la giunta di centrodestra guidata dalla presidente Tesei aveva abrogato una delibera che permetteva di praticare l'aborto farmacologico in day hospital, rendendolo possibile solo con un ricovero di tre giorni, rendendo l’interruzione di gravidanza più traumatica e invasiva; e il più recente caso del Piemonte, dove a inizio settembre, su iniziativa di un consigliere di Fratelli d’Italia, è stata emessa una circolare che vieta l’aborto farmacologico direttamente nei consultori, riservandone l’attuazione solo negli ospedali, e attiva l’ingresso dei movimenti per la vita nelle strutture dove si pratica l’interruzione di gravidanza.
In una fase di crisi, le politiche reazionarie e repressive, la violenza e il controllo dello Stato, cercano di avere la meglio sulla nostra libertà di scelta, e necessitano di una radicale risposta, come dimostrano la mobilitazione delle donne polacche, e in Argentina quella della Campagna nazionale per il diritto all'aborto, sostenuta dai partiti della sinistra marxista rivoluzionaria, che sta in questi giorni riempiendo le piazze, mentre è stato depositato un disegno di legge al Congresso dal presidente peronista Alberto Fernandez.

Di fronte all’aggravarsi di tutte le forme di violenza che le donne subiscono, è necessaria una mobilitazione femminista a livello internazionale su basi anticapitaliste e rivoluzionarie, all’interno di un movimento unitario di tutta la classe oppressa e sfruttata, e attraverso la costruzione di un fronte che unisca la lotta contro tutte le oppressioni di genere alle lotte per il lavoro, per la casa, per la difesa dell’ambiente e a quelle antifasciste.

Una lotta con rivendicazioni chiare e radicali:

• difesa del lavoro, strumento di autonomia e di autodeterminazione, rivendicando il blocco permanente dei licenziamenti e la cancellazione di tutte le leggi che hanno precarizzato la condizione lavorativa e che hanno sottoposto le donne alla dipendenza familiare, a ricatti, abusi e molestie nei luoghi di lavoro. Cancellazione di appalti e privatizzazioni, fonte di lavoro precario;

• ripartizione del lavoro tra tutte e tutti, con la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga; 30 ore per tutti, pagate 40, con l’introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1500 euro;

• difesa del salario, rivendicandone la copertura al 100% e rivendicando un salario garantito in caso di disoccupazione o inoccupazione. Contro ogni ipotesi di reddito universale o di autodeterminazione slegato dal lavoro;

• cancellazione delle controriforme delle pensioni e ritorno al sistema retributivo;

• nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo delle lavoratrici e dei lavoratori delle imprese che chiudono, inquinano e delocalizzano;

• patrimoniale di almeno il 10% sul 10% più ricco della popolazione e cancellazione del debito pubblico verso le banche, e nazionalizzazione di queste ultime;

• servizi sociali pubblici e sotto il controllo dei lavoratori e delle lavoratrici e delle utenti per i servizi legati alla cura. Fine della pratica della sussidiarietà privata. La prospettiva deve essere la socializzazione del lavoro di cura;

• aborto libero, sicuro e gratuito; accesso all’aborto farmacologico; contraccezione gratuita e garantita;

• abolizione dell’obiezione di coscienza e consultori pubblici e laici;

• autorganizzazione dell'autodifesa femminista con il potenziamento di centri di aiuto e ascolto; fondi ai centri antiviolenza e case di tutela per donne maltrattate, organizzati da donne e per donne, senza nessun finanziamento a enti o case famiglia religiose o private;

• eliminazione di tutte le leggi securitarie che violano i diritti delle donne immigrate; lotta al caporalato e alle forme di schiavismo cui sono soggette le lavoratrici; lotta alla tratta e allo sfruttamento della prostituzione.

Dentro questo sistema economico e sociale non è possibile la liberazione delle donne dalle diverse forme di violenza e oppressione. In una società di sfruttamento, in una società divisa in classi, non saremo mai libere.
Solo con il rovesciamento di questo ordine sociale innestato sul capitalismo e il patriarcato, solo con una rivoluzione socialista potremo spezzare le catene dello sfruttamento e della violenza, e liberare noi stesse e l’umanità intera.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione donne e altre oppressioni di genere

Si estende la ribellione delle donne in Polonia

 


Mobilitazioni anticlericali e per la libertà di aborto in tutto il paese

28 Ottobre 2020

Una vasta mobilitazione di donne sta scuotendo la Polonia. Il tribunale costituzionale polacco, controllato dal partito reazionario Diritto e Giustizia (PiS), ha recentemente sentenziato che l'aborto è incostituzionale anche in caso di malformazione grave e irreversibile del feto. Nei fatti è la cancellazione del diritto all'interruzione volontaria della gravidanza in Polonia. Questo fatto ha prodotto una reazione di massa delle donne in tutte le principali città polacche, ma anche nelle cittadine e persino in alcune zone rurali. La parola d'ordine rilanciata sui social è “Avete voluto la guerra!”.

Le forme di lotta del movimento sono a modo loro radicali e creative. Blocchi prolungati del traffico cittadino, cortei rumorosi di automobili, assedio delle sedi istituzionali, ma anche un'azione di “sciopero generale” con manifestazione nazionale a Varsavia. Gli slogan hanno un profilo anticlericale ed antigovernativo: “Io penso, io decido”, “Libertà, uguaglianza, diritto di aborto”, “PiS e la Chiesa hanno del sangue sulle loro mani”.
«La nostra violenza è la risposta a ciò che ci riserva l'avvenire» dichiara Karolina Wozniak, una studentessa di 24 anni, uno dei volti pubblici del movimento.

I muri delle città polacche sono segnati da una campagna di graffiti che rilancia le rivendicazioni delle donne. Domenica 25 ottobre in tutto il paese si sono tenute manifestazioni davanti alle chiese, con irruzione e interruzione delle messe, e scritte con lo spray in rosso. «Una profanazione mai vista prima nel bastione cattolico d'Europa» scrive Le Monde.
Il ministro della giustizia ha annunciato che «punirà con severità queste azioni sacrileghe», ma contro ogni previsione il partito di governo incontra sinora difficoltà a organizzare una contromobilitazione. Ci ha provato a Varsavia e Katowice con proprie militanti nazionaliste, ma il risultato è stato assai deludente: poche decine di attiviste, che oltretutto hanno avuto la peggio negli scontri con le femministe. A Katowice è dovuta intervenire la polizia con manganellate e gas lacrimogeni per proteggere la sparuta manifestazione filogovernativa. Mentre a Nowy Dwór Gdanski, un comune rurale di 10000 abitanti del nord del paese, i contadini hanno fatto sfilare i propri trattori a sostegno del movimento delle donne.

Jaroslaw Kaczynski, grande capo del PiS e uomo forte del paese, si trova di fronte a un movimento imprevisto: «Una guerra culturale di tali proporzioni che potrebbe sfuggire al suo controllo» (Le Monde). Vedremo gli sviluppi. Ma è l'ulteriore riprova, se ve ne era bisogno, che l'instabilità è la cifra dello scenario internazionale. Persino là dove ancora domina la reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le donne dentro e fuori dal lockdown

Siamo a un passo dalla fine del lockdown, e tutti e tutte dovremo quindi affrontare quella che chiamano la "fase due".
Che si tratti di una fase diversa però non lo dice il numero dei contagi, che pur in calo resta nel paese superiore al migliaio al giorno (dati al 9 di aprile) e neanche il numero dei decessi, anche quello di diverse centinaia al giorno. E sono i numeri "ufficiali", cioè quelli rilasciati giornalmente dalla Protezione Civile, che tanto fanno discutere, messi a confronto con le statistiche sulla mortalità (1) che vedono incrementi dolorosi nelle settimane centrali di marzo.
E in particolare non lo dice la preoccupazione sulla città di Milano, dove i numeri dei contagi cittadini sono a lungo rimasti un mistero, incrociato con la particolarità d'avere in casa il reparto Covid-19 dell'Ospedale Sacco, dove sono affluiti i contagiati anche da fuori città, e col silenzio dell'istituzione comunale.

Quindi si riparte, e sembrava dovessimo ripartire dopo il fine settimana del 1 maggio, ma in realtà fra pochissimo saranno molte le realtà produttive e alcune del commercio che riapriranno i battenti.

E se le guardate bene sono tante le realtà commerciali dove sappiamo bene che il front desk (le casse) sono un luogo fondamentalmente popolato di donne. E sono una magra consolazione le dichiarazioni della virologa Ilaria Capua che ci comunica che le donne sembrano più resistenti agli effetti più gravi della malattia (almeno sembra, in base a studi però su campioni non particolarmente ampi e soprattutto non ancora "armonizzati", cioè efficacemente incrociati e su un più alto livello di campione). Così come non ci convince la formula che i datori di lavoro dovranno fornire guanti monouso e mascherine. In Lombardia trovare una confezione di guanti monouso in un qualsiasi supermercato è impossibile, e se entrate nei supermercati potrete vedere chiaramente che non sempre gli operatori li indossano, così come è ben raro che li indossino gli addetti alla consegna della spesa a casa (altro che la pubblicità dell'Esselunga con il corriere in tuta integrale).

Quindi in questa fiera dell'ipocrisia, ci chiediamo se dovremo appellarci alla bontà della natura o se semplicemente, arrivando al punto in cui gli ospedali "cominciano a respirare" (eufemismo per dire che forse i lavoratori al loro interno sperano di vedere una luce in fondo al tunnel, non avendo più centinaia di casi in arrivo giornalmente), il dato di fatto sarà che ci affideremo alla cosiddetta immunità di gregge, che però purtroppo ci deve preparare a perdere diversi dei nostri cari.

E in tutto questo, come sin dal principio, le donne pagheranno dei prezzi supplementari.

Li hanno pagati in ospedale, dove sono la maggioranza della forza lavoro, medici a parte, soprattutto dirigenti medici a parte; infermiere, operatrici socio-sanitarie, addette alle pulizie sanitarie sono prevalenti rispetto ai loro colleghi maschi, tanto che alcune agenzie di ricerca di lavoro qui e là si lasciano scappare "cercasi addetta alle...", pur precisando di seguito che la richiesta è rivolta ad ambo i sessi. E in questo periodo per aumentare gli organici al massimo possono sperare in "contratti Covid", cioè contratti a termine, mantenendo la logica della precarietà in questo settore martoriato dall'emergenza.

Li hanno pagati nella presenza alle casse nei supermercati, dove sono probabilmente il 95% della forza lavoro, pur non essendo esonerate nei casi di maggior urgenza persino dal riempimento delle scaffalature. Per queste donne il governo ha ben pensato di far trovare loro un coniglio pasquale: l'allungamento degli orari di apertura, quindi ancora più turni disagiati (ma si sa, potrebbero crearsi code troppo lunghe), contratti part time non voluti e sorrisi obbligatori.

Li hanno pagati anche nel lockdown più fortunato (si fa per dire), quello dove il lavoro, e quindi di conseguenza lo stipendio, lo hanno mantenuto con lo smart working, dove in spazi non funzionali, con tempi irregolari, intrecciando il lavoro ai computer con la preparazione degli spezzatini, dovendo alternare i sì e i no all'attenzione di cura per i figli (che anche per modello sociale a loro si rivolgono per prime, avete presente la pubblicità della mamma pinguina?), secondo quanto è necessario per tenere tutto insieme, le donne attuano quella "meravigliosa" attitudine al multitasking che ci ha ossessionato per due decenni a cavallo del volgere del secolo.

Li hanno pagati nella perdita del lavoro irregolare, precario, come nella ristorazione, negli studi professionali, nella cultura, come le educatrici che in grande maggioranza sono ormai tutte lavoratrici precarie, sia nel privato, sia nel pubblico.

Li hanno pagati nella perdita di salario, decurtato dal ricorso agli ammortizzatori sociali senza la copertura del 100%, diventando più vulnerabili e più difficilmente capaci di potere conquistare o mantenere la propria autonomia.

Li hanno pagati nell'assenza di un qualsiasi supporto se slegate dal mondo del lavoro: non sono infatti previste indennità di alcun tipo per tutte quelle donne che non sono inserite nel mondo del lavoro ufficiale, ma noi sappiamo quante donne traggono la sussistenza delle loro famiglie (prima che la loro) da innumerevoli lavori in nero.

Li hanno pagati nei tentativi di mettere l'aborto tra le attività non necessarie negli ospedali, con la vergognosa vicenda della petizione di Pro Vita e Famiglia, come se la pandemia dovesse diventare per l'appunto una punizione divina per le condotte sessuali non accettate dal bigottismo e dai reazionari.

E li hanno pagati nelle case dove sono rimaste rinchiuse anche con quei famigliari che le vessano, le picchiano e purtroppo, come abbiamo visto, le uccidono, secondo la maggior parte della stampa per l'ennesimo dramma – quello della convivenza forzata, non quello della cultura patriarcale.
Mentre nel frattempo crollano le chiamate ai centri antiviolenza, questo sì dramma della convivenza forzata, dove non ti puoi liberare mai della presenza del tuo aguzzino.

Ebbene non si toglie nulla alle difficoltà affrontate dagli uomini nell'emergenza dovuta all'epidemia di coronavirus, ma, come detto in principio, questi sono prezzi supplementari, che nuovamente le donne sono chiamate a pagare in "virtù" del loro essere donne.

Per questo all'uscita da questo lockdown, ancora più forte sarà l'esigenza di riprendere le lotte per la distruzione della società classista, paradigma di ogni oppressione, contro il patriarcato, modello di prevaricazione.

Saranno i tempi per rivendicare il blocco dei licenziamenti, l'abolizione dei contratti precari, la parità salariale, la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, la regolarizzazione di tutti i rapporti di lavoro in nero, sussidi di disoccupazione per tutte e tutti, il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori sulla salute e la sicurezza. Lavoro, indipendenza economica, e non caritatevoli concessioni.
I tempi per rivendicare una sanità pubblica, gratuita e universale. La piena libertà di aborto e di uso delle alternative farmacologiche sicure. Percorsi di sicurezza per tutte le donne sotto lo scacco della violenza maschile, finanziamenti ai centri antiviolenza, apertura di servizi territoriali per l'ascolto e la protezione.



(1) Tabella ISTAT: https://www.istat.it/it/archivio/240401
Partito Comunista dei Lavoratori - commissione donne e oppressioni di genere