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Una lettura marxista rivoluzionaria dei fatti di Birmania

 


Il colpo di Stato militare in Birmania, la sollevazione popolare contro il golpe, la repressione sanguinosa del regime hanno riproposto all'attenzione del mondo la vicenda politica del Myanmar. Sarebbe il caso se ne occupasse anche la sinistra di classe di casa nostra, normalmente distratta sul versante asiatico, se non spesso per esaltare la Cina.


La dittatura militare non è un'esperienza inedita in Birmania. Raggiunta l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, il paese conobbe nel 1962 un primo golpe militare che instaurò un regime dittatoriale di lungo corso, protrattosi in forme diverse sino al 2010. Nel 2010 il regime attuò una cauta apertura “democratica”, per quanto controllata, che spianò la strada a elezioni parlamentari. Prima nel 2012, poi più ampiamente nel 2015, le elezioni videro l'affermazione della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), un partito borghese liberale guidato da Aung San Suu Kyi, leader femminile di grande prestigio popolare perché più volte incarcerata durante la dittatura. Il suo governo ha guidato la Birmania dal 2015 sino al novembre 2020, quando nuove elezioni politiche, sancendo il largo primato della LND, hanno confermato il governo uscente. L'attuale colpo di Stato militare ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi con l'accusa di brogli elettorali ripristinando il potere dell'esercito.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO IL GOLPE

Il fattore che ostacola la stabilizzazione militare è l'imponente sollevazione popolare che si è prodotta contro il golpe.

La mobilitazione democratica contro il regime militare ha una sua storia in Birmania. Nel 1988 un enorme movimento prevalentemente studentesco scosse la dittatura, seppur al prezzo di una repressione brutale che fece oltre tremila morti. Nel 2007 una seconda mobilitazione di massa, fortemente influenzata nella stessa iconografia dal clero buddhista, mise a dura prova la tenuta del regime, spingendolo all'apertura liberale del 2010. Come dire che persino i precari spazi di democrazia borghese in Birmania sono stati un sottoprodotto della mobilitazione popolare.

Tuttavia la sollevazione di massa che si è oggi prodotta contro il nuovo golpe va ben al di là delle mobilitazioni precedenti, non solo per l'ampiezza del coinvolgimento di massa ma per la composizione sociale della rivolta.

L'estensione della protesta è enorme. Coinvolge la capitale Rangoun, baricentro economico del paese, ma anche Mandalay , la più grande città del Nord, e decine di centri minori della provincia birmana (Pegu, Lashio, Dawei, Myeik, Myawaddy...). La giovane generazione, maschile e femminile, è ovunque la protagonista delle piazze; i social sono stati, come nella vicina Thailandia, uno dei veicoli della ribellione e della sua rapida propagazione. Inoltre, a differenza del passato, tutte le sette principali etnie che compongono la popolazione birmana sostengono la mobilitazione in corso e ne sono partecipi. A queste si aggiunge la martoriata minoranza musulmana dei Rohingya, perseguitata e massacrata non solo dal regime ma anche dal governo della Lega Nazionale per la Democrazia, negli anni del suo compromesso con i militari. Non a caso il tentativo dei militari di cavalcare l'odio antimusulmano attribuendo le proteste al “complotto Rohinga” è ad oggi clamorosamente fallito.


LA CLASSE OPERAIA BIRMANA SULLA SCENA

Ma soprattutto, ciò che distingue la rivolta in atto dalle mobilitazioni del 1988 e del 2007 è l'irruzione della classe operaia.

La Birmania, assieme ad altri paesi del Sud-est asiatico, ha conosciuto una forte industrializzazione nell'ultimo decennio, anche per effetto della delocalizzazione degli investimenti imperialisti, in primo luogo cinesi, ma anche giapponesi, statunitensi ed europei. Lo Stato e l'apparato militare ha il diretto controllo dell'industria pesante, in compartecipazione azionaria con gli investitori stranieri, mentre la presenza privata domina l'industria leggera. La produzione tessile è il cuore della presenza industriale in Birmania, assieme alla lavorazione del legno e all'economia mineraria, in particolare del ferro. Proprio la classe operaia tessile e i lavoratori delle miniere sono oggi una spina dorsale del movimento, attraverso ampi e prolungati scioperi di massa. A questi si sono aggiunti i salariati dei trasporti, della scuola, della sanità. Lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici di settanta ospedali in trenta città birmane misura l'ampiezza dell'agitazione.

Il regime appare socialmente isolato, non riuscendo a mobilitare una propria piazza. Due sono i suoi strumenti. Il primo è l'organizzazione delle squadracce di banditi (thugs), composte da sottoproletari armati di bastoni, pietre, coltelli, che a più riprese hanno aggredito le manifestazioni per intimidirle e disperderle. Il secondo sono le pallottole. L'ultima drammatica domenica di sangue, e la repressione di ieri, con 40 morti sotto il fuoco della truppa, dimostrano la determinazione omicida dell'apparato militare, ma anche la difficoltà a costruire consenso e dividere i manifestanti.


IL GIOCO DEGLI IMPERIALISMI, CINA INCLUSA

È importante osservare che la rivolta birmana si è prodotta sul terreno direttamente politico. Non nasce da rivendicazioni economiche e sociali immediate, ma dal rifiuto della dittatura e dalla rivendicazione delle libertà politiche e sindacali.

La Lega Nazionale per la Democrazia e la sua leader sono ad oggi il principale riferimento della mobilitazione. Lo scopo della LND è far leva sulla sollevazione per ottenere il proprio ritorno al governo della Birmania. A questo fine hanno un ruolo centrale le sue relazioni internazionali con gli ambienti dell'imperialismo statunitense, europeo, giapponese.
La sovranissima ENI dal 2014 ha quattro investimenti in Birmania nell'estrazione del gas. La Total francese ha una presenza ancora maggiore. In questi ambienti il golpe militare birmano non è affatto gradito. Sia perché produce instabilità sociale dagli sbocchi incerti – come i fatti dimostrano – che è l'esatto opposto di ciò che aveva promesso. Sia perché la casta militare birmana ambisce a tenere sotto il proprio controllo ampi settori dell'economia, che il capitale straniero vorrebbe liberamente spartirsi senza dover mediare coi militari.
Ma c'è una terza ragione per cui i governi imperialisti dell'Occidente e del Giappone mostrano ostilità all'esercito birmano: i suoi rapporti con l'imperialismo cinese. La Birmania è da tempo nell'orbita dell'influenza cinese, a dispetto in particolare delle ambizioni giapponesi. Non a caso la Cina è e resta oggi la principale sponda del regime militare birmano, l'unico tra i grandi paesi imperialisti che non ha deplorato il golpe e non ha minacciato sanzioni. Un episodio di cronaca illumina questa realtà. L'ambasciatore birmano presso l'ONU, Kyaw Moe Tun, si è pubblicamente dissociato dal golpe militare, tra gli applausi scroscianti di tutti i suoi colleghi tranne uno: l'ambasciatore cinese. Cinesi sono le tecnologie che armano la repressione del regime.

Lo scontro drammatico in Birmania dal punto di vista degli imperialismi è parte del contenzioso per l'egemonia in Asia.


DUE PROSPETTIVE OPPOSTE

Ma dal punto di vista del movimento operaio la sollevazione popolare in Birmania ha un contenuto progressivo inequivoco, come ogni mobilitazione democratica di massa. Non si tratta di determinarsi in base alle sue insufficienze o all'arretratezza della sua coscienza, si tratta di portare in quella lotta e nella mobilitazione internazionale a suo sostegno una coscienza anticapitalista e socialista.

Una sollevazione popolare è sempre terreno di scontro e manovra politica tra opposti interessi di classe. La Birmania non fa eccezione.

Sorpresa dalla ampiezza e dalla radicalità della rivolta la Lega Nazionale per la Democrazia cerca a suo modo di indirizzarla per subordinarla ai propri interessi. Un folto gruppo di deputati dell'ex Parlamento bicamerale (Senato e Assemblea nazionale) ha composto un Comitato, denominato nel suo acronimo inglese CRPH (Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw). Il Comitato ha fatto appello alla popolazione perché perseveri nella disobbedienza pacifica ai militari e formi nei quartieri proprie amministrazioni popolari (Le Monde, 2 marzo). Nei fatti, potenzialmente, una sorta di doppio potere. Che sia un partito liberale a evocare questo scenario misura la frattura del blocco dominante, sotto la pressione della ribellione sociale.

Parallelamente nello stesso giorno si produce per la prima volta una defezione importante nell'apparato repressivo. Il capo della polizia di Rangoun, Tin Min Tun, si dimette dalle sue funzioni e si schiera con i manifestanti («Non voglio lavorare per il regime del colpo di stato»), mentre gli operai in sciopero delle miniere del ferro manifestano nella capitale. Una rottura interna al campo militare avrebbe ricadute decisive sullo sviluppo degli avvenimenti.

In questa dinamica imprevedibile c'è tutto lo spazio di una politica proletaria indipendente, in alternativa al liberalismo borghese. Una politica che ponga il tema del doppio potere in termini di autorganizzazione democratica di classe e di massa; che affronti la necessità dell'autodifesa delle manifestazioni dalle squadracce e dei militari, a dispetto del pacifismo buddhista; che intervenga sulle contraddizioni interne all'apparato militare, per favorirne l'approfondimento; che introduca nella ribellione democratica la rivendicazione dell'esproprio delle enormi proprietà economiche delle gerarchie militari, nel settore dell'industria, dell'estrazione mineraria, dell'agricoltura, e del capitale finanziario ad esse collegato. È la prospettiva di un governo operaio e contadino di aperta rottura con il capitalismo e con l'imperialismo.

Come ogni esperienza internazionale della classe lavoratrice, anche la rivolta birmana è una scuola di formazione per i militanti rivoluzionari. Costruire ovunque la più larga campagna di solidarietà con le masse birmane contro la giunta militare assassina è la prima necessità. Portare in questa campagna un punto di vista classista e internazionalista contro i diversi imperialismi in gioco è il compito delle avanguardie rivoluzionarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

'A che serve Podemos?'

 


Persino la stampa borghese spagnola ormai se lo chiede

29 Dicembre 2020

Il governo Sanchez-Iglesias all'attacco delle pensioni

«Presto ogni paese dovrà fare i conti con i suoi debiti» scrive sul Sole 24 Ore il presidente dell'Associazione delle Banche Italiane Antonio Patuelli. Memori di questa necessità i governi capitalisti e i loro entourage sono ovunque al lavoro. Negli stessi giorni in cui si magnifica la vaccinazione anti-Covid, intralciata a ogni passo dai tagli pregressi alla sanità; negli stessi giorni in cui si celebra la svolta europea del Recovery Fund nel segno della fine dell'austerità e del nuovo regno dell'abbondanza, i circoli dominanti cercano di capire su chi scaricare in prospettiva il conto di tanta manna.


Certamente non pagheranno le spese militari, in rapida risalita a tutte le latitudini del mondo. Certamente non pagheranno le imprese e le banche, sorrette tanto più oggi dai soldi pubblici, e beneficiate dalla detassazione dei profitti.
Quali sono allora le voci del bilancio statale che per la loro consistenza possono farsi carico dei nuovi oneri? Sanità, istruzione, pensioni. Solo che sul servizio sanitario, già massacrato per decenni e investito dalla pandemia, nuovi tagli sono oggi problematici anche in rapporto all'opinione pubblica. Ci si limita a evitare gli investimenti necessari in fatto di strutture e personale sanitario, a beneficio delle cliniche private.
L'istruzione pubblica, anch'essa disossata, risparmia a manetta grazie a contratti precari, edifici fatiscenti, appalti sulle pulizie, bassi stipendi. Travolta anch'essa dalla pandemia, difficilmente può essere oggetto di nuove terapie d'urto.

Restano le pensioni. Le care vecchie pensioni, il bancomat privilegiato del lungo ciclo liberista.

Il governo italiano ha già annunciato la cancellazione dell'elemosina di quota 100, di cui pochissimi lavoratori e ancor meno lavoratrici hanno potuto beneficiare. Si andrà in pensione a 64 anni con 38 di contributi, restando l'età pensionabile a 67 secondo l'immutata legge Fornero. Chi può andare prima dei 67 anni verrà penalizzato, grazie al ricalcolo contributivo. Quanto alle grandi aziende, potranno disfarsi del personale eccedente grazie a scivoli pensionistici appositamente concessi e in parte coperti dalla NASPI.

Il governo francese aveva ingaggiato un durissimo scontro sociale proprio sulla riforma delle pensioni, che poi il ciclone del Covid aveva costretto a sospendere. Ora il Comité de suivi des retraites ha sentenziato che i conti previdenziali sono fuori controllo e che dunque il progetto Macron va rilanciato costi quel che costi. L'operazione suggerita è la più semplice: alzare l'età pensionabile, che in Francia è ancora a 62 anni grazie alle ripetute mobilitazioni radicali della classe operaia. La MEDEF (Confindustria francese) caldeggia apertamente il suggerimento. “Tutti sanno che è la soluzione più efficace” dichiara Roux de Bézieux a Le Monde (23 dicembre). Il Presidente, non senza preoccupazioni di piazza, ha subito assicurato ai padroni il proprio impegno.

Il governo spagnolo di PSOE-Podemos non vuole essere da meno. La Spagna dopo l'Italia è la principale beneficiaria dei prestiti europei. La Commissione Europea ha raccomandato a Madrid una gestione rigorosa in prospettiva delle politiche di bilancio. Il governo Sanchez, ed in particolare la ministra dell'Economia Nadia Calviño, ha predisposto una riforma delle pensioni incentrata sull'allungamento da 25 a 35 anni della base di computo degli emolumenti. El Pais parla di una riduzione media delle pensioni future di oltre il 6%. Già il governo Zapatero, beatificato a suo tempo dalla sinistra italiana, aveva allungato da 15 a 25 anni il periodo di computo delle pensioni durante la crisi del 2011. Ora il nuovo governo “progressista” fa altrettanto. Le burocrazie sindacali, coinvolte nella concertazione con padronato e governo (il "patto di Toledo") fanno deboli rimostranze con l'obiettivo di sedere al tavolo della negoziazione, senza alcuna forma di mobilitazione. E Podemos?

Podemos è parte integrante del governo Sanchez, con un vicepresidente, Pablo Iglesias, e due ministri, di cui uno al lavoro (Yolanda Díaz). Pablo Iglesias è in grande difficoltà. Il suo ingresso al governo un anno fa era stato accompagnato da solenni promesse di cambiamento. Ma in Spagna non è cambiato nulla per i salariati e la popolazione povera. Restano le leggi di estrema precarizzazione del lavoro ereditate dalla destra. I contratti di lavoro sono congelati. Il sistema sanitario assomiglia come una goccia d'acqua a quello italiano, stessi tagli, stessa tragedia. Gli immigrati continuano a subire un trattamento inumano, a partire dai respingimenti, grazie all'accordo tra Madrid e Rabat. In compenso aumentano le spese militari, e l'esportazione spagnola di armi negli ultimi sei mesi ha registrato il record assoluto di 22 miliardi e 545 milioni (El Pais, 23 dicembre). Le misure annunciate di riduzione delle pensioni future è solamente il sigillo dell'immutata continuità borghese. Podemos borbotta, promette, minaccia, ma solo per coprire la propria corresponsabilità. Lo facevano Bertinotti e Ferrero con Prodi, lo fa Pablo Iglesias con Sanchez.

La compromissione è talmente sfacciata che il principale quotidiano borghese si chiede «¿Para qué sirve Podemos?» (El Pais, 21 dicembre). «...Ad oggi le tematiche poste di Iglesias o sono insignificanti (come l'aumento di 8 euro del salario minimo) o di ordine ideologico ma estranee alla vita quotidiana (la Monarchia) o di semplice velocizzazione del ritmo legislativo...».
Tanto rumore per nulla, insomma. L'unico risultato concreto della collaborazione ministeriale è l'effetto cloroformio sulla mobilitazione sociale. Finché dura.

Ma Rifondazione e Potere al Popolo non hanno nulla da dire sulle responsabilità del loro alleato spagnolo?

Partito Comunista dei Lavoratori

Si estende la ribellione delle donne in Polonia

 


Mobilitazioni anticlericali e per la libertà di aborto in tutto il paese

28 Ottobre 2020

Una vasta mobilitazione di donne sta scuotendo la Polonia. Il tribunale costituzionale polacco, controllato dal partito reazionario Diritto e Giustizia (PiS), ha recentemente sentenziato che l'aborto è incostituzionale anche in caso di malformazione grave e irreversibile del feto. Nei fatti è la cancellazione del diritto all'interruzione volontaria della gravidanza in Polonia. Questo fatto ha prodotto una reazione di massa delle donne in tutte le principali città polacche, ma anche nelle cittadine e persino in alcune zone rurali. La parola d'ordine rilanciata sui social è “Avete voluto la guerra!”.

Le forme di lotta del movimento sono a modo loro radicali e creative. Blocchi prolungati del traffico cittadino, cortei rumorosi di automobili, assedio delle sedi istituzionali, ma anche un'azione di “sciopero generale” con manifestazione nazionale a Varsavia. Gli slogan hanno un profilo anticlericale ed antigovernativo: “Io penso, io decido”, “Libertà, uguaglianza, diritto di aborto”, “PiS e la Chiesa hanno del sangue sulle loro mani”.
«La nostra violenza è la risposta a ciò che ci riserva l'avvenire» dichiara Karolina Wozniak, una studentessa di 24 anni, uno dei volti pubblici del movimento.

I muri delle città polacche sono segnati da una campagna di graffiti che rilancia le rivendicazioni delle donne. Domenica 25 ottobre in tutto il paese si sono tenute manifestazioni davanti alle chiese, con irruzione e interruzione delle messe, e scritte con lo spray in rosso. «Una profanazione mai vista prima nel bastione cattolico d'Europa» scrive Le Monde.
Il ministro della giustizia ha annunciato che «punirà con severità queste azioni sacrileghe», ma contro ogni previsione il partito di governo incontra sinora difficoltà a organizzare una contromobilitazione. Ci ha provato a Varsavia e Katowice con proprie militanti nazionaliste, ma il risultato è stato assai deludente: poche decine di attiviste, che oltretutto hanno avuto la peggio negli scontri con le femministe. A Katowice è dovuta intervenire la polizia con manganellate e gas lacrimogeni per proteggere la sparuta manifestazione filogovernativa. Mentre a Nowy Dwór Gdanski, un comune rurale di 10000 abitanti del nord del paese, i contadini hanno fatto sfilare i propri trattori a sostegno del movimento delle donne.

Jaroslaw Kaczynski, grande capo del PiS e uomo forte del paese, si trova di fronte a un movimento imprevisto: «Una guerra culturale di tali proporzioni che potrebbe sfuggire al suo controllo» (Le Monde). Vedremo gli sviluppi. Ma è l'ulteriore riprova, se ve ne era bisogno, che l'instabilità è la cifra dello scenario internazionale. Persino là dove ancora domina la reazione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il vento di Francia

Un grande sciopero generale scuote la Francia, contro la “legge Fornero di Macron” e del suo Primo ministro. Uno sciopero che ha carattere continuativo, si combina con manifestazioni di massa, chiede il ritiro della riforma. Uno sciopero che coinvolge molte categorie del settore pubblico, a partire dai trasporti, dagli ospedali, dalle scuole, con altissimi livelli di partecipazione (80% di scioperanti tra i ferrovieri, quasi il 60% tra gli insegnanti, una percentuale analoga nella sanità). Uno sciopero indetto dai sindacati CGT, FO, Solidaire, con la eccezione della CFDT (che tuttavia sciopera nelle ferrovie), ma sospinto da centinaia di assemblee di lavoratori e lavoratrici, che giorno dopo giorno provvedono a votare la sua continuità. Uno sciopero che polarizza il sostegno attivo della massa dei giovani studenti e l'aperta simpatia della maggioranza larga della società francese. Questo è lo sciopero che da cinque giorni paralizza la Francia.

I frettolosi teorizzatori del tramonto delle forme di lotta “novecentesche” subiscono ancora una volta la smentita più clamorosa. Ancora una volta in Francia.


LA LEGGE FORNERO DI MACRON

Un grande sciopero generale, come ogni forma di esplosione sociale, ha sempre fattori scatenanti e radici lontane.
Il fattore scatenante, la classica goccia che ha fatto travasare il vaso, è una riforma liberal-liberista del sistema pensionistico francese, la bestia nera del capitalismo d'oltralpe. Il progetto di riforma è annunciato da tempo e al tempo stesso ancora indefinito nei suoi dettagli. Non la soppressione dei privilegi corporativi, come lo presenta il governo, con l'intento di dividere i lavoratori, ma la soppressione di una sudata conquista del movimento operaio francese: il diritto di andare in pensione a 60/62 anni d'età, e non oltre.
Non è la prima volta che la borghesia francese parte all'attacco delle pensioni. Ci ha già provato col governo Juppé nel 1995, quando fu costretta a rinunciare da un imponente sciopero generale di 20 giorni consecutivi. Ci ha riprovato con Sarkozy nel 2010, dove ha eroso il muro dei 60 anni di età pensionabile, ma senza ottenere lo sfondamento voluto. Ora Macron prova a sferrare il colpo decisivo.

Le ipotesi di riforma che aleggiano da tempo, fatte filtrare da dietro le quinte per tastare il polso alle masse, sono tra loro diverse: si parla di pensione “a punti” legata ai contributi versati; di un innalzamento incentivato dell'età pensionabile a 64 anni, attraverso una penalizzazione pensionistica sotto quella soglia; di un ricalcolo dell'importo della pensione sull'intera vita lavorativa (e non più sugli ultimi 25 anni). Vedremo nei prossimi giorni come l'operazione verrà articolata, e quale sarà la combinazione di queste misure. Due sono tuttavia i punti chiari. Il primo è che in ogni caso si va in direzione di una chiara compressione dei diritti della grande massa dei salariati. Il secondo è che Macron non può retrocedere da questa linea d'attacco se non smentendo clamorosamente la sua principale promessa elettorale alla borghesia. Da qui la rotta di collisione e i limitati spazi di manovra.

Non si tratta peraltro del solo onore della Presidenza della Repubblica, ma anche di un problema economico serio per il capitale. Il capitalismo francese conosce da anni un andamento economico debole. Il peso strutturale della spesa pubblica è il nemico numero uno della MEDEF (la Confindustria) e dei partiti borghesi. Le pensioni a loro volta sono il grosso della spesa pubblica. “Non si può recidere la spesa pubblica senza intervenire sulle pensioni” grida in coro la grande stampa borghese. Industriali, banchieri, economisti e mananger usano ogni giorno quintali di inchiostro per affermare che non può decollare l'economia francese se non ci si libera di questa zavorra.

Peraltro, proprio lo scontro col movimento dei gilet gialli lo scorso anno ha ulteriormente complicato le cose. Per cercare di disinnescare il movimento dei gilet – infinitamente più modesto dello sciopero attuale ma fattore di potenziale contagio – Macron aveva fatto un anno fa (esattamente il 10 dicembre del 2018) alcune parziali “concessioni” sociali, in direzione in particolare del reddito familiare, delle pensioni minime, della revoca di maggiorazioni di imposta. Per la borghesia altri 4 miliardi sul groppone dell'odiata spesa pubblica. Ma soprattutto una confessione politica di debolezza. Il Presidente ha cercato di equilibrare le concessioni estorte dalla piazza con la soppressione parziale dell'imposta sul patrimonio (“imposta di solidarietà sulle fortune”) e con una flat tax vantaggiosa sui redditi da capitale. Ma questo l'ha costretto a maggior ragione al finanziamento in deficit delle concessioni ai gilet gialli. Oggi l'attacco al sistema pensionistico è indotto anche dalle necessità del governo nel quadro dei patti di stabilità europei. Per giocare la carta della grandeur francese sui tavoli continentali (e non solo), e reggere il negoziato complesso col capitalismo tedesco, Macron deve esibire un quadro economico in regola sul fronte interno, il fronte delle pensioni innanzitutto.


LA MEMORIA DEL PROLETARIATO FRANCESE. LO SPETTRO DEL '95

Tuttavia nello sciopero generale in atto vivono non solo fattori contingenti, ma anche l'esperienza del proletariato francese. Non solo la sua memoria lontana (lo sciopero generale del 1936 che strappò il sabato festivo e lo sciopero generale del maggio 1968 che conquistò il salario minimo intercategoriale), che pure ha depositato indirettamente un suo lascito. Ma anche la memoria più recente: la grande lotta di massa del 2006 contro il governo Villepin e il suo contratto precarizzante di primo impiego (CPA), che costrinse il governo ad una clamorosa retromarcia; e soprattutto il grande sciopero generale vittorioso del 1995 contro Juppé proprio a difesa delle pensioni.

Oggi la memoria del '95 è non a caso un riferimento dominante del dibattito pubblico in Francia. Sulla stampa borghese sembra la memoria della peste. Sulla stampa della sinistra riformista è la memoria di una lotta importante ma datata. Per un settore della classe lavoratrice è invece la memoria di una vittoria possibile attraverso l'uso della propria forza. Se forme di mobilitazione tradizionali seppur insistite, come contro la legge El Khomri di Hollande, non hanno ottenuto risultati, mentre una lotta di piazza settimanale, spuria, ma continuativa come quella dei gilet gialli ha costretto Macron a fare concessioni, la conclusione è che allora anche i salariati debbono andare a una prova di forza. E la prova di forza dei salariati è lo sciopero. La memoria del '95 riassume questa conclusione.


LE PREOCCUPAZIONI DELLA BORGHESIA. E DELLA BUROCRAZIA SINDACALE

La prova di forza che si è aperta in Francia è al centro delle preoccupazioni della borghesia.
Anch'esso memore del 1995, il governo teme la ricomposizione di massa del fronte sociale. Tutto l'ultimo anno è stato speso nel tentativo di disinnescare i rischi di esplosione. Macron ha fatto di tutto in questa direzione: ha imbandito il cosiddetto “grande dibattito” con la società francese, simulando l'umiltà dell'ascolto in mille incontri coi “cittadini”; ha ricoperto di promesse diverse categorie professionali; ora offre la rivalutazione degli stipendi degli insegnanti per bloccarne la convergenza di lotta coi ferrovieri, salvo confessare che non ha i soldi per l'operazione.

Ma ora i nodi sono giunti al pettine. Macron ha preso un anno di tempo per allontanare da sé lo spettro dello scontro sociale sulle pensioni, ma non è riuscito ad evitarlo. Ora lo sciopero generale apre contraddizioni nella borghesia. Il presidente della MEDEF consiglia a Macron di rinunciare alla riforma a punti delle pensioni e di accontentarsi di un innalzamento del monte di contributi necessario. Il Consiglio di orientamento sulle pensioni, una sorta di consulta governativa di esperti sul tema, pubblica un nuovo rapporto e raccomanda a Macron la virtù della prudenza. Lo stesso primo ministro Édouard Philippe mostra tentennamenti, avendo paura di essere usato da Macron come una sorta di ascaro sul fronte sociale per essere poi scaricato e bruciato. Per questo fa filtrare sulla stampa di essere più disponibile del Presidente al “dialogo sociale”. Nel momento stesso in cui vanno allo scontro i diversi attori borghesi si premurano di predisporre, in ordine sparso, un proprio spazio di ritirata.

Ma la stessa preoccupazione investe le burocrazie sindacali. La CFDT si è tenuta fuori dallo scontro per giocare il ruolo di interlocutore privilegiato e responsabile del governo, ma la polarizzazione in atto restringe gli spazi dell'operazione. La preoccupazione è soprattutto negli ambienti dirigenti di Force Ouvrière (FO) e della CGT. Le burocrazie sono state costrette allo scontro sociale dalla pressione di larghi settori della base militante e dalla sfida aperta di Macron alla loro stessa forza negoziale. Ma hanno il terrore di essere scavalcate dalla dinamica di massa e di non riuscire a controllarla. Il loro obiettivo è di vincere ai punti riconquistando pacificamente un tavolo di concertazione col governo sullo stesso tema delle pensioni per riaffermare il proprio ruolo di regolatori del conflitto, a garanzia delle ordinate relazioni industriali. Ma gli stessi processi di radicalizzazione che i burocrati evocano per chiedere udienza al governo rendono pericoloso il loro gioco. Dominique Maillot, importante dirigente di FO, lo confessa apertamente a Le Monde: “Attenzione, uno sciopero è un giorno dopo l'altro, e io posso dirvi che nessuno può sapere cosa accadrà. Il '95 nessuno l'aveva previsto all'inizio" (1 dicembre).


IL NODO DELLA DIREZIONE DEL MOVIMENTO

Le preoccupazioni hanno un fondamento. Nel 1995 la burocrazia sindacale aveva un peso e una capacità di controllo, nonostante tutto, molto superiore all'attuale. Disponeva di un tasso di sindacalizzazione più esteso e aveva relazioni politiche con partiti riformisti ancora strutturati (Partito Socialista e Partito Comunista Francese). Il decennio della grande crisi e il crollo della vecchia sinistra politica ha trascinato con sé una profonda disaffezione verso i sindacati nelle stesse file dei salariati. Lo stesso fenomeno dei gilet gialli e la sua presa in ambienti operai si è nutrito (anche) di questo sentimento. Questa situazione non priva i sindacati maggiori del potere di promuovere lo sciopero, come dimostrano i fatti, ma può indebolire la loro capacità di controllarlo. “Essi rischiano di perdere il controllo del movimento senza poter impedire un suo debordamento” scrive Le Monde il 4 dicembre.

Nelle stesse pagine Le Monde descrive lo sviluppo di comitati e assemblee di base formatisi in diversi settori per impulso di attivisti sindacali di diversa collocazione e di lavoratori non sindacalizzati, proprio in preparazione dell'inizio della sciopero del 5 dicembre con l'intento di dirigerlo. La parola d'ordine “lo sciopero è degli scioperanti” ha acquistato popolarità in ambienti diversi e misura al tempo stesso volontà di lotta e diffidenza verso le burocrazie: è l'espressione a suo modo di una domanda di democrazia operaia e di autorganizzazione.

Vedremo nei prossimi giorni se queste potenzialità si svilupperanno o regrediranno. Analizzeremo il posizionamento politico di tutti gli attori in scena anche sul versante politico. Documenteremo l'intervento attivo nella lotta dei marxisti rivoluzionari francesi. Verificheremo se entrerà nella lotta il proletariato industriale, che oggi versa in maggiori difficoltà, ma la cui mobilitazione darebbe una piega decisiva alla dinamica degli avvenimenti.

Ma una cosa già la possiamo affermare: le tre ore di sciopero contro la legge Fornero in Italia da parte della burocrazia CGIL sono umiliate dallo sciopero generale continuativo in Francia contro una riforma antioperaia delle pensioni dopo tutto più modesta di quella di Monti.
Sicuramente la lotta in corso in Francia è una ragione non solo di solidarietà internazionalista contro i sovranismi di ogni tipo ma anche un terreno di battaglia politica per un'altra direzione del movimento operaio italiano.
Partito Comunista dei Lavoratori

Giù le mani dai rifugiati eritrei!

La polizia di Minniti si scaglia contro i rifugiati politici, con la complicità di Virginia Raggi

24 Agosto 2017
La carica brutale della polizia a Roma contro rifugiati eritrei che rivendicano il diritto alla casa, il sequestro poliziesco di decine di bambini terrorizzati caricati sulle camionette della celere, sono atti semplicemente infami. Tanto più se praticati contro persone fuggite da torture e vessazioni indicibili. Le responsabilità politiche del ministro degli interni Minniti e della sindaca Raggi sono inequivocabili.
Non si tratta di fatti isolati. Sono il riflesso della campagna più generale che fa dei migranti e dei loro diritti un problema di ordine pubblico, con la gara allo scavalcamento a destra tra PD, Salvini e M5S per catturare il voto xenofobo.

Mentre la grande stampa plaude al ministro Minniti per la diminuzione degli sbarchi dalla Libia, Le Monde pubblica oggi un'inchiesta documentata sulle ragioni vere di questo fatto: la segregazione di masse crescenti di rifugiati da parte di milizie libiche e bande di criminali conniventi con la Guardia costiera e le autorità locali. Questa è la vera collusione coi trafficanti di esseri umani: quella del ministro Minniti e del governo Gentiloni, che forniscono di fatto armi e denaro a forze criminali. Il pestaggio dei rifugiati eritrei di Roma è la prosecuzione della stessa politica.
Partito Comunista dei Lavoratori