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Lo stretto di Hormuz e le contraddizioni imperialiste

 


Il vicolo cieco della guerra di Trump. Il cinico baratto tra imperialismi vecchi e nuovi

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“Liberare lo stretto di Hormuz, consentire la libera navigazione e il libero commercio”. Questa è diventata l’invocazione di tutte le potenze imperialiste, a partire naturalmente dagli Stati Uniti. Ed anche la possibile bandiera per un allargamento della guerra di aggressione contro l’Iran. Non è un caso, visto che da Hormuz passa un quinto del trasporto mondiale di greggio e una quota ben superiore di gas, di alluminio, di elio, tutti vitali per l’economia mondiale.

Ma le stesse potenze che invocano la “liberazione” dello stretto non sanno bene come procedere. Il Presidente USA, lo stesso che ogni giorno da quindici giorni dichiara che “il nemico è stato annientato” e che “la guerra è vinta”, supplica l’aiuto di quelle potenze imperialiste alleate che non aveva neppure informato dell’attacco. Ma gli imperialismi alleati tentennano. Da un lato vogliono compiacere gli USA, dall’altro non vogliono essere trascinati in guerra. Tanto più a fronte della insospettata resistenza militare iraniana. Una coalizione di navi militari per liberare Hormuz? È possibile ma… a guerra finita dichiarano gli imperialismi europei. Quando cioè non ve ne sarebbe più bisogno.

Imperialismi che forniscono agli USA appoggi logistici, supporti operativi, condivisione di basi militari in Medio Oriente, Italia inclusa, non vogliono figurare come complici di Trump. Lo sono ma in una forma che vorrebbe essere anonima. Perché la guerra di Trump, già impopolare negli USA, lo è ancor più in Europa. Perchè Trump continua ad umiliare gli imperialismi alleati, cui chiede aiuto rilanciando sulla loro testa il mercanteggiamento con Putin. Perché il Board of Peace a guida Trump taglia fuori gli imperialismi europei dalla spartizione coloniale del Medio Oriente. Perché dunque immolarsi per una guerra subita e per di più rovinosa?

Meglio tirare il sasso e nascondere la mano dietro le quinte. Meglio provare a trattare sotto banco con l’Iran il lasciapassare per le proprie navi e chiedergli clemenza per i propri alleati del Golfo. Tutti regimi dispotici non meno del regime iraniano. Tutti fondati sullo sfruttamento schiavile di lavoro immigrato. Tutti coinvolti nell’aggressione all’Iran, o come diretti propugnatori della guerra (Arabia Saudita) o come fornitori attivi di basi militari, radar, intelligence all’imperialismo USA (Kuwait, Bahrein, Qatar e soprattutto Emirati Arabi Uniti). Ma tutti clienti d’affari di tutti i paesi imperialisti, grandi o piccoli. La richiesta corale della loro protezione è solo la protezione dei propri affari.

E la Russia, e la Cina? Dove è finito il favoloso mondo dei BRICS, lo “scudo protettivo” del Sud del mondo, l’alternativa reale allo strapotere americano?

Iran ed Emirati, entrambi associati nei BRICS, sono tra loro in guerra. L’imperialismo russo, legato formalmente all’Iran da un accordo di partneriato strategico, non solo si guarda bene dal proteggere il proprio alleato, magari fornendogli strumenti vitali di contraerea, ma punta a incassare compiaciuto i vantaggi che la guerra sionista americana gli assicura: maggiori proventi dall’accresciuto prezzo del petrolio, maggiore possibilità di finanziare la propria guerra di invasione dell’Ucraina, maggiore forza contrattuale verso l’imperialismo americano nel negoziare la spartizione del paese invaso. Più la guerra di aggressione all’Iran si prolunga, più l’imperialismo russo si avvantaggia sullo scacchiere strategico per lui decisivo.

In cambio dell’apertura americana sull’Ucraina, la Russia si è già astenuta all’ONU sul piano coloniale di Trump per la Palestina. Ed oggi, come già a giugno, si propone come calmiere dell’Iran: come suo suggeritore di prudenza e moderazione nella reazione all’aggressione. Il blocco di Hormuz per la Russia è in definitiva solo un vantaggio. Ancor più se formalmente se ne dissocia.

Quanto alla Cina, ha ottenuto dall’Iran il lasciapassare per le proprie navi e il proprio greggio nello stretto di Hormuz. Per il resto chiede all’Iran di risparmiare il più possibile le monarchie del Golfo, tutte – ma proprio tutte – coinvolte in grandi affari (anche) con l’imperialismo cinese. Anch’esso astenutosi al pari della Russia in sede ONU sul piano per Gaza. Anch’esso coinvolto in prima persona con le proprie aziende nella oppressione della Cisgiordania occupata.

Come la Russia, anche la Cina non voleva la guerra sionista americana all’Iran, alleato di entrambi. Ma una volta che la guerra c’è, l’unica preoccupazione di Pechino come di Mosca non è quella di sostenere l’alleato, ma di trarne un utile per i propri interessi imperialistici. Sicuramente la Cina da grande potenza mondiale non vuole un blocco dell’economia globale. Ma se il blocco si produce a causa della chiusura dello Stretto, saranno altri, non la Cina, a pagare il prezzo maggiore.

Insomma, l’Iran è “alleato” della Cina solo in veste di garante delle navi cinesi e della loro navigazione petrolifera, non certo in veste di paese difeso e protetto dall’aggressione. Tra i BRICS infatti, come ad altre latitudini del globo, vi sono padroni (imperialisti) e vassalli (semicoloniali). Cina e Russia sono tra i primi, l’Iran appartiene ai secondi. Sarebbero i BRICS l’alternativa strategica agli USA?

Tutto lo scenario mondiale ripropone una verità di fondo. I salariati, i popoli oppressi, i paesi semicoloniali aggrediti non hanno protettori nelle alte sfere di questo o quell’altro imperialismo. Sono solo merce di scambio dei loro traffici e delle loro guerre. Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo potrà liberare un futuro diverso dell’umanità.

Contro la guerra sionista americana, via l’imperialismo dal Medio Oriente!

Contro ogni missione imperialista per “liberare” Hormuz!

Via l’Italia dalla missione Aspides nel Golfo Persico!

Partito Comunista dei Lavoratori

Per l'esproprio dell'industria bellica, sotto controllo operaio

 


Per una risposta antimilitarista che vada al di là del pacifismo

3 Settembre 2025

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«La guerra è una gigantesca impresa commerciale, soprattutto per l'impresa bellica. Per questo le "200 famiglie" sono le prime fautrici del patriottismo e le prime provocatrici di guerra. Il controllo operaio sull'industria bellica è il primo passo contro i fabbricanti di guerra.
Alla parola d'ordine dei riformisti "imposta sui profitti di guerra" contrapponiamo la parola d'ordine "confisca dei redditi di guerra e espropriazione delle aziende che lavorano per la guerra". Dove l'industria bellica è già nazionalizzata, come in Francia, la parola d'ordine del controllo operaio conserva tutto il suo valore: il proletariato non ha nello Stato della borghesia più fiducia di quanto ne abbia nel singolo. Non un uomo, non un soldo per il governo borghese!
Non un programma di armamenti, ma un programma di lavori di pubblica utilità!
»

(Trotsky, 1938, dal Programma di transizione)


La corsa agli armamenti attraversa tutti i paesi imperialisti. La guerra in Ucraina è stata sicuramente un fattore di accelerazione di questa corsa. Ma la corsa ha una portata planetaria enormemente più ampia dell'Ucraina.
L'imperialismo russo si appoggia ormai su un'economia di guerra in piena regola, investendo nell'apparato militare il 6% del proprio PIL. L'imperialismo cinese sta sviluppando le proprie capacità militari a livelli inediti su terra, cielo e mare, il suo bilancio per la difesa supera ormai i 500 miliardi annui, la sua flotta ha ormai superato la concorrente flotta americana.

L'imperialismo USA sotto la seconda amministrazione Trump (che alcuni vorrebbero “pacifista”) promuove un nuovo massiccio investimento in armamenti: assieme alla riduzione delle tasse per i capitalisti, l'aumento della spesa militare è infatti il principale ambito di investimento dei soldi risparmiati coi tagli sociali nell'attuale legge di bilancio trumpiana. Se il Pentagono, a differenza del Dipartimento di Stato, ha più volte frenato sugli aiuti all'Ucraina è perché i generali americani vogliono rimpinguare i propri arsenali e non sguarnirli (anche quando gli arsenali USA già dispongono, per dare l'idea, di 13700 Patriot).

Gli imperialismi europei hanno appena concordato in sede NATO un raddoppio o triplicazione dei propri investimenti in armi (sino al 5% del PIL), già agevolati dalle clausole di salvaguardia previste dal nuovo Patto di stabilità (possibilità di accrescere dell'1,5% il proprio bilancio di spesa per la difesa).

Le pressioni di Trump, ma soprattutto la minaccia di un disimpegno USA dal fronte europeo, hanno spinto tutti i governi imperialisti del Vecchio Continente oltre i vecchi confini di spesa. Tutti. Il governo “di sinistra” dell'imperialismo spagnolo, che i partiti della sinistra europea esaltano come esempio, ha evitato di porre il veto in ambito NATO, ha firmato l'accordo sull'aumento del 5% delle spese militari al pari degli altri, ha già disposto l'aumento di spesa militare nel proprio bilancio, al di là delle pose “pacifiste” da telecamera.

La verità è che tutti gli imperialismi europei, nessuno escluso, seguono la rotta militarista. In un quadro capitalista internazionale in cui la potenza militare è da sempre uno dei metri di misura delle ambizioni imperialiste, i governi europei non possono fare altrimenti. Solo ricostruendo una propria potenza militare possono sperare in un posto a tavola nella futura spartizione del mondo, senza essere schiacciati, come oggi sono, nella morsa tra USA, Cina, Russia.

Al tempo stesso, l'unione degli imperialismi europei è attraversata più che mai da forti rivalità nazionali anche sul terreno militare.

La Germania ha predisposto un piano di riarmo senza precedenti nel dopoguerra, e senza possibili punti di paragone in Europa, grazie a un margine di manovra finanziaria di cui nessun altro paese europeo può disporre. La rivendicazione di un primato militare tedesco in Europa è già sul piatto della bilancia degli equilibri continentali. La proiezione della Germania verso il Nord Europa, quale suo possibile scudo protettivo – a fronte della minaccia di un disimpegno trumpiano – si appoggia su questa base.

La Francia reagisce alla concorrenza tedesca raddoppiando il proprio bilancio militare nel decennio 2017-2027 e realizzando un patto con la Gran Bretagna fondato sulla comune dotazione dell'arma nucleare e sulla comune presenza nel Consiglio di sicurezza dell'ONU: l'offerta franco-britannica di un proprio ombrello nucleare protettivo sull'Europa, controllato da Londra e Parigi, è una replica alle ambizioni di Berlino. La Gran Bretagna entra per questa via nelle contraddizioni interne alla UE portando in dote la propria consumata esperienza bellica.

L'imperialismo italiano è pienamente partecipe del grande gioco. Ha dato sponda all'imperialismo USA e alla sua politica in Medio Oriente e in Africa per capitalizzare a proprio vantaggio lo sfaldamento dell'area coloniale francese nel Sahel, e ha chiesto in cambio il riconoscimento USA del primato italiano nel Mediterraneo. L'avvento di Donald Trump ha complicato l'operazione, ma non l'ha annullata. Il forte potenziamento della spesa militare in Italia, già a partire dall'annunciato incremento di 4 miliardi nella prossima legge di bilancio, è un suo tassello ineliminabile. Così come lo è il gioco di intesa con l'imperialismo tedesco in funzione scopertamente antifrancese.

L'industria bellica tricolore è la prima beneficiaria di questo contesto generale. Leonardo, Fincantieri, OTO Melara, Iveco, i grandi capitalisti in armi vedono le proprie azioni salire in Borsa e i propri affari estendere il proprio raggio: nella costruzione del caccia militare più potente al mondo in consorzio con Gran Bretagna e Giappone, nella fabbricazione di nuovi carri armati in sinergia con la Germania, nella costruzione della flotta militare dei Paesi del Golfo, nella cantieristica militare globale. USA inclusi: il Ministro degli esteri italiano ha da poco esibito al Segretario di Stato USA Marco Rubio il fior fiore degli stabilimenti di Fincantieri in Wisconsin e Florida, e le fabbriche di Leonardo in Virginia, Ohio, North Carolina, California, New York, Alabama, Arizona, quale riprova e misura del contributo italiano all'apparato militare americano, e perciò stesso ragione (auspicata) di attenzioni e riguardi verso l'Italia, magari sui dazi.

Ma non è tutto. Avanzano in Italia i progetti di possibile riconversione bellica di pezzi dell'industria automobilistica e della componentistica, in perfetto parallelismo con analoghi progetti tedeschi e francesi. Il salto dell'investimento militare, obbligato dal nuovo quadro mondiale, viene usato come antidoto alla stagnazione economica e alle spinte recessive. Un nuovo tonico del capitalismo italiano. Naturalmente, come in ogni parte del mondo, a carico dei propri salariati.

In questo quadro generale, emerge con sempre maggiore evidenza la totale impotenza delle illusioni pacifiste. Anche quando sono sincere. Anche quando non sono la copertura retorica di qualche nuova potenza imperialista e delle sue “soluzioni di pace”.

La rotta della politica mondiale, in una prospettiva storica, marcia verso la guerra. Le guerre imperialiste, dall'invasione russa dell'Ucraina ai bombardamenti USA sull'Iran, segnano come un sismografo le scosse telluriche che attraversano il pianeta. La politica criminale e guerrafondaia dello Stato sionista, al di là delle sue specificità, si pone in perfetta sintonia con la politica di potenza che percorre il mondo, e non a caso si avvale del sostegno o della complicità di tutte le potenze imperialiste, vecchie e nuove, nessuna esclusa.

L'idea che qualsivoglia diritto di autodeterminazione nazionale dei popoli oppressi possa essere affidato a fantomatiche “conferenze di pace” istruite dall'ONU e benedette dal Papa misura solamente l'eredità delle vecchie illusioni truffaldine sulla diplomazia imperialista, proprio nel momento in cui quelle illusioni sono strapazzate e umiliate ogni giorno dal nuovo quadro delle relazioni mondiali. L'idea che la raccomandazione pacifista al proprio governo imperialista possa fermare la rotta militarista non è meno peregrina. Solo il rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e dell'imperialismo può liberare un futuro di pace vera e giusta per l'umanità e per ogni popolo oppresso.

Proprio per questo, nei paesi imperialisti, a partire dall'imperialismo di casa nostra, è importante dotarsi di parole d'ordine e rivendicazioni che traccino un ponte tra la sincera domanda di pace antimilitarista, il rifiuto di pagare le spese di guerra con tagli sociali, e la necessaria prospettiva anticapitalista.

La rivendicazione dell'esproprio senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'industria bellica può e deve entrare in ogni mobilitazione contro la guerra e contro l'economia di guerra, accanto alla difesa del diritto di resistenza di ogni popolo oppresso.

La rivendicazione dell'esproprio dell'industria bellica appartiene alla tradizione migliore del movimento operaio rivoluzionario, ed è oggi di straordinaria attualità. Essa si concentra, sul versante interno, contro il cuore delle attuali politiche dominanti. Contro la conversione dell'industria in produzione bellica va pianificata la conversione di parte dell'industria bellica in produzione civile. E nessuna conversione dell'industria bellica può avvenire nel rispetto dei diritti dei lavoratori senza espropriare i suoi azionisti – i “fabbricanti di guerra” – e senza controllo operaio. Per tutte queste ragioni la rivendicazione dell'esproprio dell'industria bellica chiama in causa l'ordine borghese della società. Per questo pone l'esigenza di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica possibile alternativa.

A chi difende la “nostra” industria bellica, e soprattutto la sua proprietà, nel nome della difesa della patria (sia essa nazionale o della UE) – magari proprio evocando i venti di guerra che soffiano nel mondo – rispondiamo con le parole di Trotsky:

«"Difesa della patria"? Ma dietro questa astrazione la borghesia nasconde la difesa dei suoi profitti e dei suoi saccheggi. Noi siamo pronti a difendere la patria contro i capitalisti stranieri, se mettiamo le catene ai nostri capitalisti e impediamo loro di attaccare la patria altrui, se gli operai e i contadini diventano i veri padroni del paese, se le ricchezze nazionali passano dalle mani di un'infima minoranza nelle mani del popolo, se l'esercito cessa di essere strumento degli sfruttatori e diventa strumento degli sfruttati.
Bisogna saper tradurre queste idee fondamentali in idee più particolari e più concrete secondo il corso degli avvenimenti e l'evolvere dello stato d'animo delle masse. Bisogna, inoltre, distinguere rigorosamente tra il pacifismo del diplomatico, del professore, del giornalista e il pacifismo del carpentiere, del bracciante o della lavandaia. Nel primo caso il pacifismo è una copertura dell'imperialismo. Nel secondo è l'espressione confusa di una diffidenza verso l'imperialismo.
Quando il piccolo contadino o l'operaio parlano di difesa della patria, intendono difesa della loro casa, della loro famiglia e della famiglia altrui dall'invasione nemica, dalle bombe, dai gas asfissianti. Il capitalista e il suo giornalista per difesa della patria intendono la conquista di colonie e di mercati, l'estensione tramite il saccheggio della partecipazione "nazionale" al reddito mondiale. Il pacifismo e il patriottismo borghese sono del tutto menzogneri. Nel pacifismo e persino nel patriottismo degli oppressi ci sono elementi che riflettono da una parte l'odio contro la guerra distruttrice e dall'altra l'attaccamento a quello che considerano il loro bene e che bisogna saper cogliere per trarne le conclusioni rivoluzionarie necessarie. Bisogna saper contrapporre antagonisticamente queste due forme di pacifismo e di patriottismo.
»

(Trotsky, 1938, Programma di transizione)

Proprio così. Larga parte della sinistra fa spesso, paradossalmente, l'opposto: si adatta al pacifismo borghese (del proprio imperialismo o dell'imperialismo altrui) e rifiuta di tradurre in termini rivoluzionari il pacifismo operaio e popolare.
Rivendicare l'esproprio dell'industria bellica è un modo di tradurre e attualizzare la lezione del vecchio capo dell'Armata Rossa, nel quadro più generale della politica rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Chi sono i veri colpevoli dei morti di Cutro?


 64 morti tra i quali 14 bambini, almeno 100 dispersi: sono i numeri dell’ultima strage di migranti verificatasi a largo di Cutro in provincia di Crotone.

Le vittime provenivano dall’Asia Centrale; la mappa delle partenze non si limita al continente africano, disegna i tratti di un'apocalisse sconfinata.

Si sprecano le lacrime dei coccodrilli che piangono le vittime di cui l’Europa dei ricchi, dei razzisti, dei fascisti vecchi e nuovi ha profonde e gravi responsabilità.
Tra queste, da ultime, tutte le misure restrittive al diritto di accoglienza.
Tra queste, non da ora, quelle proprie di un ordine imperialistico che semina in vastissime regioni del mondo guerre, fame, regimi autoritari, intolleranza, miseria e condizioni di invivibilità.

Il PCL si batte per il pieno diritto di accoglienza contro le barriere criminali costruite da chi vuole blocchi navali contro i migranti, da chi affida agli ascari il compito di imprigionare una marea di esseri umani fragili e indifesi in lager dove imperano violenze e sevizie di ogni sorta.

In questo mondo i guasti provocati dalla guerra imperialista contro il popolo ucraino sono un ulteriore segnale di un disordine mondiale provocato dalle varie borghesie (tra cui quella italiana) che si contendono bellicosamente il controllo del mondo.

Oggi dunque il PCL si batte contro le spese per il riarmo e per la loro riconversione nell’assistenza e nell’accoglienza. Oggi i marxisti rivoluzionari, oltre lo sdegno ed il dolore, si battono per costruire un ordine nuovo mondiale, rivoluzionario e socialista che, tra le tante cose, fermi le stragi dei migranti.
Tutto ciò ha più valore in una terra di confine come il Sud d’Italia in cui mafia, razzismo e xenofobia sembrano dominare senza alcun contrasto.
Così piangiamo le vittime di Cutro.

Pino Siclari

Le menzogne di Valditara a difesa del capitalismo

 


La confusione tra comunismo e stalinismo è un servizio all'ordine esistente

Testo di un volantino del PCL in distribuzione nelle scuole.


Il nuovo ministro dell'istruzione, Giuseppe Valditara, ha sentito il bisogno di stabilire ex cathedra la verità della storia, presentando il 9 novembre 1989 – il giorno della caduta del Muro di Berlino – come il giorno della morte del comunismo e del «fallimento definitivo dell'utopia rivoluzionaria». Non solo. Il ministro ha esaltato l'attuale ordine politico e sociale come «l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo». Clap, clap, clap.

Un concentrato di menzogne. La caduta del Muro di Berlino segnò il crollo non del comunismo ma dello stalinismo. Di un regime burocratico che pur appoggiandosi sull'economia pianificata nata dalla rivoluzione, coi suoi innegabili vantaggi sociali, privò la classe lavoratrice di ogni potere e di ogni democrazia, perseguitando i comunisti coi metodi del terrore, sino ad assassinare tutti i dirigenti della Rivoluzione d'ottobre.

Presentare come “comunisti” regimi che hanno sterminato i comunisti è una volgare falsificazione della storia. Tanto più inaccettabile di fronte alla lotta eroica di Leone Trotsky e dell'Opposizione di sinistra contro lo stalinismo, nel segno della fedeltà al programma originario della rivoluzione. Di più. Trotsky aveva previsto già nel 1936 che se la burocrazia staliniana non fosse stata rovesciata da una nuova rivoluzione, si sarebbe trasformata in una nuova borghesia proprietaria restaurando il capitalismo. Esattamente quanto è avvenuto dopo il 1989 in Russia, nell'Est Europa, e poi in Cina. Il fallimento dello stalinismo non poteva essere più completo. La previsione di Trotsky non poteva conoscere conferma più clamorosa.

Quanto all'attuale ordine politico e sociale, nato dalla globalizzazione capitalista post-'89, è l'esatto opposto dell'umanità, della giustizia, della libertà, come vorrebbe Valditara. Il capitalismo non ha nulla da offrire alle giovani generazioni. Corsa agli armamenti e guerre imperialiste; saccheggio della natura e catastrofe cilmatica; precarizzazione del lavoro; sfruttamento del lavoro gratuito dei giovani; oppressione patriarcale delle donne e delle persone LGBT; smantellamento della sanità pubblica per ingrassare la sanità privata e pagare il debito alle banche; disuguaglianze sociali sempre più ampie in ogni paese e su scala mondiale... Ovunque domina la dittatura del profitto, contro ogni principio di umanità.

Non è possibile alcuna riforma dell'ordine capitalista. È necessario lottare per rovesciarlo, recuperando e attualizzando proprio quel programma della Rivoluzione d'ottobre che lo stalinismo tradì. La rivoluzione comunista è l'unica alternativa reale al capitalismo, l'unica che possa porre le leve fondamentali dell'economia e della società sotto il controllo della maggioranza, riorganizzando su basi nuove l'intero ordine sociale, cancellando lo sfruttamento, salvando la natura, ponendo fine alle guerre.

Se la giovane generazione riacquista coscienza politica, tutto diventa possibile. Anche una rivoluzione. Valditara vuole nascondere agli studenti questa verità. Il Partito Comunista dei Lavoratori la riafferma con forza, controcorrente.

Partito Comunista dei Lavoratori

No alla guerra!

 


Non un uomo, non un soldo per la guerra in Ucraina! Il nemico è in casa nostra

25 Gennaio 2022

English translation

Rullano i tamburi di guerra sul fronte ucraino.
È probabile che tutto resti nei confini di una guerra fredda di tipo diplomatico. Ma è possibile che la tensione sfoci in un confronto diretto tra Russia e Ucraina, e per questa via tra la Russia e il campo della NATO.

Siamo incondizionatamente contro la guerra.
Le ragioni dei lavoratori non hanno nulla a che spartire con gli interessi imperialistici su nessuno dei due versanti. Né con gli interessi dell'imperialismo russo, che ha schiacciato la rivolta operaia in Kazakistan, e che lavora a difendere ed espandere la propria area d'influenza cercando di capitalizzare debolezze e contraddizioni degli imperialismi occidentali (nei Balcani, in Libia, in Africa, in Siria, in America Latina). Né tantomeno con l'imperialismo di casa nostra, americano ed europeo, interessato unicamente ad espandere il proprio blocco militare ed economico in Europa ai danni dell'imperialismo russo, anche in funzione del contrasto strategico con l'imperialismo cinese su scala mondiale.

Da internazionalisti ci battiamo innanzitutto contro l'imperialismo di casa nostra, che è sempre il nemico principale. In piena pandemia crescono i bilanci militari dell'imperialismo USA e degli imperialismi europei. Si ammassano truppe sul fronte ucraino. Si intende negare alle popolazioni del Donbass ogni diritto di autodeterminazione, per tutelare il diritto dell'Ucraina ad entrare un domani nella NATO. Si mira ad espandere i confini della NATO nella stessa Europa, come già è accaduto negli ultimi trent'anni, facendo carta straccia di ogni promessa precedente e impegno diplomatico. Gli imperialismi “democratici” conoscono solo il linguaggio della forza, al pari degli imperialismi rivali.

Gli operai americani ed europei non hanno alcuna ragione di “morire per il Donbass”, di continuare a comprimere le spese sanitarie per ingrassare i bilanci militari. Né hanno interesse a minacciare o sostenere sanzioni economiche del proprio imperialismo contro l'imperialismo russo. Le bandiere della “democrazia” e della “libertà” sono solo vessilli ipocriti per quelle grandi potenze, USA in testa, che le hanno regolarmente calpestate in tutta la loro storia pur di sottomettere al proprio giogo altri popoli e nazioni oppresse.

Parallelamente gli operai russi non hanno alcun interesse a sacrificare ulteriormente il proprio tenore di vita, a partire dalle pensioni, per sostenere le ambizioni strategiche di Putin, la repressione dei loro fratelli di classe kazaki, le spedizioni russe in Centro Africa.

I lavoratori e le lavoratrici hanno una sola patria, quella della propria classe. Hanno una sola bandiera da difendere, quella del socialismo. Contro ogni imperialismo, a partire dal proprio.

No alla NATO, no alla guerra!

Partito Comunista dei Lavoratori

Una lettura marxista rivoluzionaria dei fatti di Birmania

 


Il colpo di Stato militare in Birmania, la sollevazione popolare contro il golpe, la repressione sanguinosa del regime hanno riproposto all'attenzione del mondo la vicenda politica del Myanmar. Sarebbe il caso se ne occupasse anche la sinistra di classe di casa nostra, normalmente distratta sul versante asiatico, se non spesso per esaltare la Cina.


La dittatura militare non è un'esperienza inedita in Birmania. Raggiunta l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, il paese conobbe nel 1962 un primo golpe militare che instaurò un regime dittatoriale di lungo corso, protrattosi in forme diverse sino al 2010. Nel 2010 il regime attuò una cauta apertura “democratica”, per quanto controllata, che spianò la strada a elezioni parlamentari. Prima nel 2012, poi più ampiamente nel 2015, le elezioni videro l'affermazione della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), un partito borghese liberale guidato da Aung San Suu Kyi, leader femminile di grande prestigio popolare perché più volte incarcerata durante la dittatura. Il suo governo ha guidato la Birmania dal 2015 sino al novembre 2020, quando nuove elezioni politiche, sancendo il largo primato della LND, hanno confermato il governo uscente. L'attuale colpo di Stato militare ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi con l'accusa di brogli elettorali ripristinando il potere dell'esercito.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO IL GOLPE

Il fattore che ostacola la stabilizzazione militare è l'imponente sollevazione popolare che si è prodotta contro il golpe.

La mobilitazione democratica contro il regime militare ha una sua storia in Birmania. Nel 1988 un enorme movimento prevalentemente studentesco scosse la dittatura, seppur al prezzo di una repressione brutale che fece oltre tremila morti. Nel 2007 una seconda mobilitazione di massa, fortemente influenzata nella stessa iconografia dal clero buddhista, mise a dura prova la tenuta del regime, spingendolo all'apertura liberale del 2010. Come dire che persino i precari spazi di democrazia borghese in Birmania sono stati un sottoprodotto della mobilitazione popolare.

Tuttavia la sollevazione di massa che si è oggi prodotta contro il nuovo golpe va ben al di là delle mobilitazioni precedenti, non solo per l'ampiezza del coinvolgimento di massa ma per la composizione sociale della rivolta.

L'estensione della protesta è enorme. Coinvolge la capitale Rangoun, baricentro economico del paese, ma anche Mandalay , la più grande città del Nord, e decine di centri minori della provincia birmana (Pegu, Lashio, Dawei, Myeik, Myawaddy...). La giovane generazione, maschile e femminile, è ovunque la protagonista delle piazze; i social sono stati, come nella vicina Thailandia, uno dei veicoli della ribellione e della sua rapida propagazione. Inoltre, a differenza del passato, tutte le sette principali etnie che compongono la popolazione birmana sostengono la mobilitazione in corso e ne sono partecipi. A queste si aggiunge la martoriata minoranza musulmana dei Rohingya, perseguitata e massacrata non solo dal regime ma anche dal governo della Lega Nazionale per la Democrazia, negli anni del suo compromesso con i militari. Non a caso il tentativo dei militari di cavalcare l'odio antimusulmano attribuendo le proteste al “complotto Rohinga” è ad oggi clamorosamente fallito.


LA CLASSE OPERAIA BIRMANA SULLA SCENA

Ma soprattutto, ciò che distingue la rivolta in atto dalle mobilitazioni del 1988 e del 2007 è l'irruzione della classe operaia.

La Birmania, assieme ad altri paesi del Sud-est asiatico, ha conosciuto una forte industrializzazione nell'ultimo decennio, anche per effetto della delocalizzazione degli investimenti imperialisti, in primo luogo cinesi, ma anche giapponesi, statunitensi ed europei. Lo Stato e l'apparato militare ha il diretto controllo dell'industria pesante, in compartecipazione azionaria con gli investitori stranieri, mentre la presenza privata domina l'industria leggera. La produzione tessile è il cuore della presenza industriale in Birmania, assieme alla lavorazione del legno e all'economia mineraria, in particolare del ferro. Proprio la classe operaia tessile e i lavoratori delle miniere sono oggi una spina dorsale del movimento, attraverso ampi e prolungati scioperi di massa. A questi si sono aggiunti i salariati dei trasporti, della scuola, della sanità. Lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici di settanta ospedali in trenta città birmane misura l'ampiezza dell'agitazione.

Il regime appare socialmente isolato, non riuscendo a mobilitare una propria piazza. Due sono i suoi strumenti. Il primo è l'organizzazione delle squadracce di banditi (thugs), composte da sottoproletari armati di bastoni, pietre, coltelli, che a più riprese hanno aggredito le manifestazioni per intimidirle e disperderle. Il secondo sono le pallottole. L'ultima drammatica domenica di sangue, e la repressione di ieri, con 40 morti sotto il fuoco della truppa, dimostrano la determinazione omicida dell'apparato militare, ma anche la difficoltà a costruire consenso e dividere i manifestanti.


IL GIOCO DEGLI IMPERIALISMI, CINA INCLUSA

È importante osservare che la rivolta birmana si è prodotta sul terreno direttamente politico. Non nasce da rivendicazioni economiche e sociali immediate, ma dal rifiuto della dittatura e dalla rivendicazione delle libertà politiche e sindacali.

La Lega Nazionale per la Democrazia e la sua leader sono ad oggi il principale riferimento della mobilitazione. Lo scopo della LND è far leva sulla sollevazione per ottenere il proprio ritorno al governo della Birmania. A questo fine hanno un ruolo centrale le sue relazioni internazionali con gli ambienti dell'imperialismo statunitense, europeo, giapponese.
La sovranissima ENI dal 2014 ha quattro investimenti in Birmania nell'estrazione del gas. La Total francese ha una presenza ancora maggiore. In questi ambienti il golpe militare birmano non è affatto gradito. Sia perché produce instabilità sociale dagli sbocchi incerti – come i fatti dimostrano – che è l'esatto opposto di ciò che aveva promesso. Sia perché la casta militare birmana ambisce a tenere sotto il proprio controllo ampi settori dell'economia, che il capitale straniero vorrebbe liberamente spartirsi senza dover mediare coi militari.
Ma c'è una terza ragione per cui i governi imperialisti dell'Occidente e del Giappone mostrano ostilità all'esercito birmano: i suoi rapporti con l'imperialismo cinese. La Birmania è da tempo nell'orbita dell'influenza cinese, a dispetto in particolare delle ambizioni giapponesi. Non a caso la Cina è e resta oggi la principale sponda del regime militare birmano, l'unico tra i grandi paesi imperialisti che non ha deplorato il golpe e non ha minacciato sanzioni. Un episodio di cronaca illumina questa realtà. L'ambasciatore birmano presso l'ONU, Kyaw Moe Tun, si è pubblicamente dissociato dal golpe militare, tra gli applausi scroscianti di tutti i suoi colleghi tranne uno: l'ambasciatore cinese. Cinesi sono le tecnologie che armano la repressione del regime.

Lo scontro drammatico in Birmania dal punto di vista degli imperialismi è parte del contenzioso per l'egemonia in Asia.


DUE PROSPETTIVE OPPOSTE

Ma dal punto di vista del movimento operaio la sollevazione popolare in Birmania ha un contenuto progressivo inequivoco, come ogni mobilitazione democratica di massa. Non si tratta di determinarsi in base alle sue insufficienze o all'arretratezza della sua coscienza, si tratta di portare in quella lotta e nella mobilitazione internazionale a suo sostegno una coscienza anticapitalista e socialista.

Una sollevazione popolare è sempre terreno di scontro e manovra politica tra opposti interessi di classe. La Birmania non fa eccezione.

Sorpresa dalla ampiezza e dalla radicalità della rivolta la Lega Nazionale per la Democrazia cerca a suo modo di indirizzarla per subordinarla ai propri interessi. Un folto gruppo di deputati dell'ex Parlamento bicamerale (Senato e Assemblea nazionale) ha composto un Comitato, denominato nel suo acronimo inglese CRPH (Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw). Il Comitato ha fatto appello alla popolazione perché perseveri nella disobbedienza pacifica ai militari e formi nei quartieri proprie amministrazioni popolari (Le Monde, 2 marzo). Nei fatti, potenzialmente, una sorta di doppio potere. Che sia un partito liberale a evocare questo scenario misura la frattura del blocco dominante, sotto la pressione della ribellione sociale.

Parallelamente nello stesso giorno si produce per la prima volta una defezione importante nell'apparato repressivo. Il capo della polizia di Rangoun, Tin Min Tun, si dimette dalle sue funzioni e si schiera con i manifestanti («Non voglio lavorare per il regime del colpo di stato»), mentre gli operai in sciopero delle miniere del ferro manifestano nella capitale. Una rottura interna al campo militare avrebbe ricadute decisive sullo sviluppo degli avvenimenti.

In questa dinamica imprevedibile c'è tutto lo spazio di una politica proletaria indipendente, in alternativa al liberalismo borghese. Una politica che ponga il tema del doppio potere in termini di autorganizzazione democratica di classe e di massa; che affronti la necessità dell'autodifesa delle manifestazioni dalle squadracce e dei militari, a dispetto del pacifismo buddhista; che intervenga sulle contraddizioni interne all'apparato militare, per favorirne l'approfondimento; che introduca nella ribellione democratica la rivendicazione dell'esproprio delle enormi proprietà economiche delle gerarchie militari, nel settore dell'industria, dell'estrazione mineraria, dell'agricoltura, e del capitale finanziario ad esse collegato. È la prospettiva di un governo operaio e contadino di aperta rottura con il capitalismo e con l'imperialismo.

Come ogni esperienza internazionale della classe lavoratrice, anche la rivolta birmana è una scuola di formazione per i militanti rivoluzionari. Costruire ovunque la più larga campagna di solidarietà con le masse birmane contro la giunta militare assassina è la prima necessità. Portare in questa campagna un punto di vista classista e internazionalista contro i diversi imperialismi in gioco è il compito delle avanguardie rivoluzionarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

Decreto Cura Italia: la montagna partorisce un topolino

La manovra economica del governo Conte di fronte al dramma sanitario e sociale in atto

18 Marzo 2020
Il governo dà i numeri. La manovra aggiuntiva sul coronavirus ha ballato ogni giorno in queste settimane. Prima 3,5 miliardi, poi 7,5, poi 12, poi 25 miliardi ma spendendone subito solo 12, infine 25 miliardi da spendere tutti che attiverebbero per l'effetto leva addirittura 350 miliardi... Una «manovra poderosa», esclama compiaciuto il Presidente del Consiglio gonfiando il petto. E indubbiamente lo sforzo c'è stato, sotto la frusta della crisi. Ma tanto più perché lo sforzo c'è stato, emerge paradossalmente la sproporzione enorme tra l'entità obiettiva del disastro e le capacità strutturali di una manovra di bilancio dentro il quadro capitalista. E questo sia in rapporto alla crisi sanitaria, sia in rapporto alla crisi sociale.


PANNICELLI CALDI PER LA CRISI SANITARIA
La crisi sanitaria non si annuncia breve. Sia per la dinamica di propagazione del contagio sia per la difficoltà di tenuta di un servizio sanitario disossato negli anni dalle politiche di austerità. Difficoltà che il contagio sta spingendo verso un'autentica precipitazione.

Solo per attrezzare adeguatamente in mezzi e numeri le terapie intensive occorrerebbero – secondo le stime non sospettabili del Sole 24 Ore – 12 miliardi di nuovi investimenti. Poi c'è il problema più generale dei posti letto, degli spazi adeguati per il numero crescente di ricoveri, della necessità di non abbandonare la cura delle altre patologie, della riorganizzazione dei pronto soccorso, della rimessa in piedi dei presidi ospedalieri soppressi, dunque dell'ampliamento enorme di organici necessari nel personale medico e paramedico, e di tutta la strumentazione necessaria; oltre alla riconduzione sotto controllo pubblico dell'intero sistema sanitario, nazionalizzando la sanità privata.

Mettiamola così: dopo 37 miliardi di tagli diretti o indiretti alla sanità pubblica, il solo riassetto del servizio sanitario in condizioni normali richiederebbe un investimento complessivo che almeno raddoppi l'attuale spesa sanitaria in Italia, che in termini di incidenza percentuale sul PIL è la più bassa tra i principali paesi dell'UE. A maggior ragione questo raddoppio sarebbe necessario a fronte della situazione straordinaria che si è determinata e che si profila per il prossimo futuro.

Invece, in piena emergenza sanitaria, la manovra aggiuntiva del governo prima stanzia per la sanità 1 miliardo, poi lo estende a 3,5 miliardi, comprendendovi la protezione civile. Meglio dei soliti tagli, si potrebbe dire, oggi peraltro improponibili. Ma rispetto al disastro sanitario? Solo spiccioli.
Persino i dettagli legati all'emergenza sono emblematici.

Ad esempio. Sembrano disponibili 10000 nuovi medici per via del riconoscimento del carattere abilitante della laurea. Una misura in sé positiva, se solo si combinasse col finanziamento delle specializzazioni. Ma l'organico necessario richiederebbe un incremento di medici cinque volte superiore, per non parlare degli infermieri. Tuttavia siccome nonostante tutto occorre continuare a “risparmiare”, si richiamano in servizio i medici in pensione e si blocca l'accesso alla pensione dei medici che ne hanno diritto, pur sapendo che l'età avanzata accresce l'impatto di un possibile contagio. E che già oggi si contano migliaia di operatori sanitari contagiati anche perché spesso mancano (persino per loro) i dispositivi più elementari di protezione e gli esami tampone. Sostituire lavoratori provati dall'età e oggi da orari di lavoro massacranti non dovrebbe essere una necessità elementare anche in relazione all'emergenza?

Oppure. Si dà alle regioni la possibilità di requisire, se necessario, locali e mezzi della sanità privata. Benissimo. Ma poi si dice che se lo si fa occorre pagare ai privati l'indennizzo al 100% del valore requisito, negoziandolo di volta in volta con gli azionisti delle cliniche e i loro consigli di amministrazione. Ma come, già la sanità privata è lautamente finanziata con risorse pubbliche sottratte al servizio sanitario di tutti, e ora dovremmo pure pagare i privati con altre risorse pubbliche solo per poter usare temporaneamente le loro strutture? E questo nel mezzo della più grave crisi sanitaria della storia italiana! Si dirà che l'indennizzo è previsto dai manuali del diritto e dalla Costituzione. Vero. Ma questo prova per l'appunto la natura borghese dell'ordine istituzionale e sociale vigente, non certo l'interesse generale della società.


LA MANOVRA E LA CRISI SOCIALE

La crisi è poi una crisi economica e sociale. E per alcuni aspetti la crisi sociale avrà probabilmente un corso più lungo del contagio virale.

L'Europa capitalista è destinata alla recessione, l'Italia è già in recessione. E la nuova recessione italiana si sovrappone agli effetti ancora operanti della recessione del 2008 e poi di quella del 2012, una autentica depressione economica che ha ridotto del 25% la base industriale in Italia. La risultante sarà una nuova stagione di miseria sociale. Settori di classe media, legati al commercio, al turismo, alla ristorazione, subiranno un colpo frontale, come già si profila. Un'ampia fascia di piccole partite Iva scivolerà nella disoccupazione senza disporre di protezioni sociali. Centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici precari saranno gettati su una strada. La classe operaia dell'industria verrà colpita dal calvario annunciato di chiusure aziendali, tagli produttivi, fusioni e scomposizioni societarie, senza più disporre dello scudo protettivo dell'articolo 18 come nelle crisi precedenti. La cassa integrazione ordinaria e straordinaria, già in salita verticale negli ultimi mesi del 2019, conoscerà una nuova espansione, con i relativi tagli salariali. Ciò che viviamo in queste settimane è solo l'antipasto di ciò che sarà.

Una risposta alla crisi che sia all'altezza della sua radicalità richiederebbe misure altrettanto radicali: blocco dei licenziamenti, nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, ripartizione generale del lavoro con la riduzione generale dell'orario a parità di paga, regolarizzazione dei lavoratori precari, salario pieno ai lavoratori e lavoratrici che debbono assentarsi dal lavoro per accudire i figli, un vero salario garantito ai disoccupati, un grande piano di lavori pubblici in tutti i settori di pubblica utilità, a partire da ambiente, sanità, istruzione.
Tutto ciò richiederebbe l'investimento di risorse enormi, se si pensa che la sola messa in sicurezza di scuole, ospedali e territorio ammonterebbe secondo stime prudenziali a non meno di 400 miliardi. Risorse che si possono finanziare solo con una patrimoniale seria sulle grandi ricchezze, con l'abolizione del debito pubblico, con la drastica riduzione delle spese militari.

Il governo del capitalismo italiano segue ben altre logiche. Non ciò che è necessario, ma ciò che è compatibile con l'interesse del capitale.

“Nessuno perderà il lavoro” dichiara solennemente il Presidente del Consiglio. Ma il blocco dei licenziamenti viene limitato a due soli mesi: non inferisce sulle migliaia di licenziamenti che in queste settimane già sono fioccati nella ristorazione, nel turismo, nei trasporti, nella logistica, nella giungla delle ditte d'appalto e delle cooperative; né su quelli che verranno programmati oggi per essere esecutivi tra sessanta giorni, tanto più nel contesto immutato del Jobs Act.

La cassa integrazione è molto rafforzata, con l'ampia estensione della deroga. Ma viene negata a milioni di colf e badanti che si vedranno private del lavoro, né è accessibile all'esercito di lavoratori in nero (quasi 4 milioni in Italia), di cui i padroni se necessario si libereranno con disinvoltura. E in ogni caso l'amputazione del 20% del salario, a fronte di stipendi già impoveriti, sarà un duro colpo alle condizioni di vita di ampi settori di lavoro dipendente.

Si estende a 15 giorni il congedo indennizzato dal lavoro per chi ha figli sotto i dodici anni. Ma è un tempo assai limitato rispetto alle necessità imposte dall'accudimento dei figli, e finirà col ricadere soprattutto sulle donne. Mentre il salario è ridotto al 50%, con una penalizzazione obiettivamente proibitiva.

“Diamo sostegno ai lavoratori autonomi con ben 2,8 miliardi” dichiara soddisfatto il ministro dell'economia. Ma siccome la cifra va divisa per milioni di lavoratori (piccoli commercianti, artigiani, coltivatori, co.co.co., stagionali del turismo e dell'agricoltura con almeno 50 giorni di lavoro nel 2019), si riduce a 600 euro una tantum: una miseria con cui non campa nessuno. Mentre lo stesso reddito di cittadinanza, già condizionato da una miriade di requisiti, è oggi amputato dal fatto che chi ne usufruisce non può fare acquisti on line, oltre ai suoi limiti temporali, alla nota esclusione dal reddito degli immigrati che non abbiano residenza da almeno dieci anni, alla penalizzazione delle famiglie numerose.


IL SOLO ASPETTO “PODEROSO” È L'AIUTO AI CAPITALISTI
Si può continuare a lungo, ma la conclusione è chiara. La manovra sociale «poderosa» è solo il galleggiamento nel disastro sanitario e sociale, quello sì poderoso davvero. E serve a nascondere l'altra faccia della medaglia dei provvedimenti in corso, quelli ben più generosi a favore del capitale: la garanzia pubblica sui crediti delle banche, che in sé mobilita a favore dei loro azionisti una montagna di risorse pubbliche; il sostegno all'export della filiera del made in Italy per una cifra di 2,6 miliardi messi dallo Stato a garanzia della SACE; il fondo di garanzia pubblica per le piccole e medie imprese (1,2 miliardi) sino a coprire l'80% del finanziamento; la copertura pubblica delle esposizioni della Cassa Depositi e Prestiti fino all'80% della sua esposizione. Cui si aggiunge la promessa di «ristorare la perdita di fatturato dei singoli settori produttivi» come annuncia la sottosegretaria all'economia Laura Castelli (M5S).

Qual è la ratio di queste misure? Il sostegno pubblico ai capitalisti, ed in particolare alle banche.

Le banche italiane hanno subito l'onda d'urto della grande crisi del 2008, con una montagna di crediti inesigibili da ripetute convulsioni e bancarotte (Monte dei Paschi, Banche Venete, Carige, Popolare di Bari...). Si sono rifatte grazie a fusioni, taglio massiccio del personale per 30000 lavoratori, rialzo delle commesse, e soprattutto soccorso pubblico. Ora una nuova recessione minaccia pesantemente il loro assetto, ciò che lo Stato borghese non può permettersi, perché le banche sono le principali acquirenti di titoli di Stato, cioè i suoi creditori, cioè i suoi finanziatori. E lo sono tanto più in un contesto in cui ogni Stato nazionale gareggia col suo vicino nel ridurre il più possibile il prelievo fiscale sulle imprese, al fine di attrarre gli investimenti di capitale.
Salvare le banche, e cioè i loro grandi azionisti, è dunque per lo Stato il vero imperativo categorico. Come lo è per la BCE, che inaugura una nuova stagione di acquisti di obbligazioni societarie e di titoli di Stato iniettando nelle vene delle banche nazionali un'altra pioggia di miliardi. Del resto non è forse vero che la manovra economica è tutta in deficit per generosa concessione della Commissione UE? E cosa significa una manovra in deficit se non un nuovo finanziamento a debito verso le banche da ripagare loro con lauti interessi (per di più in nuova crescita) messi sul conto dei lavoratori?

Dunque non solo la «manovra poderosa» è infinitamente più modesta della crisi per cui è stata invocata, ma persino le sue modeste concessioni sono messe a carico dei “beneficiari”.

La montagna ha partorito il topolino, e per di più il topolino è a carico del lavoro. Altro che “siamo tutti sulla stessa barca”. Semmai siamo tutti sullo stesso mare, al centro di una tempesta perfetta. Tenere una bussola anticapitalista è tanto più oggi l'unica via per uscirne dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici.
Partito Comunista dei Lavoratori

Il Primo maggio: internazionalista e rivoluzionario!

In tutto il mondo il capitalismo è fonte di disastri. Trent’anni fa, dopo il crollo del Muro di Berlino, avevano annunciato una nuova era di prosperità. Ma la grande crisi del 2008 ha gettato sulla strada decine di milioni di lavoratori. Poi gli stessi sacerdoti del capitale hanno annunciato la buona novella della “ripresa”. Ma la ripresa si è rivelata tale solo per i profitti e i dividendi di Borsa. Per gli operai continua il calvario dei sacrifici, del lavoro precario, della disoccupazione, del supersfruttamento. Ovunque si allunga l'orario di lavoro per ingrassare i grandi azionisti. Ovunque si tagliano le spese su scuola, salute, trasporti, per pagare il debito pubblico alle banche. Ovunque, sotto ogni moneta, sotto ogni governo. Perché il problema non è il conio della moneta o il colore politico di chi amministra; il problema sta nel sistema capitalista, marcio nelle sue fondamenta, incapace di assicurare il progresso. 

Non si tratta solamente della miseria sociale. Il capitalismo sta aggredendo la natura come mai era avvenuto in tutta la storia dell'umanità. Gli accordi tra Stati per la riconversione energetica sono costruiti sulla sabbia. Dove domina il profitto, non può regnare il rispetto della natura. I colossi che investono sulle fonti rinnovabili sono gli stessi che continuano a lucrare su petrolio e carbone. I biocarburanti concorrono alla desertificazione di territori immensi con le monocolture invasive impiantate per la loro produzione. Le batterie per l'auto elettrica sospingono il saccheggio di cobalto e litio nel cuore dell'Africa con effetti ambientali devastanti. Il paese al mondo che investe di più nel fotovoltaico è anche il paese più inquinato al mondo, la Cina. 
Altro che accordi di Kyoto o Parigi, peraltro già irrisi o disdetti! Altro che appelli alla buona coscienza degli individui o dei capi di Stato! 

La grande crisi spinge le potenze imperialiste, vecchie e nuove, a disputarsi mercati e zone di influenza. La competizione tra USA e Cina in particolare è la battaglia per l'egemonia sul pianeta nel nuovo secolo. I mari del Pacifico, l'Asia, l'Africa, la stessa America Latina sono il teatro di uno scontro senza risparmio di colpi. Il primato nelle nuove tecnologie è la nuova frontiera di questo scontro. Le guerre commerciali, i protezionismi, i nazionalismi, ne sono effetto e strumento, in America (Trump) e in Europa. La nuova grande corsa agli armamenti accompagna la nuova stagione. Saltano i vecchi accordi sugli equilibri nucleari tra USA e Russia. La Cina persegue il pareggiamento militare con gli USA. Il Giappone si riarma. Aumentano i bilanci militari degli stessi imperialismi europei, a partire da quello tedesco e francese. La prospettiva storica di nuovi conflitti sia locali che su vasta scala rientra fra gli scenari possibili. 

L'Europa capitalista è stretta nella morsa tra USA e Cina. La competizione globale ha spinto gli imperialismi europei (Germania, Francia, Italia, Spagna e Gran Bretagna) a realizzare una concentrazione dei propri sforzi per partecipare alla contesa mondiale. Ma la grande crisi, i venti nazionalisti, le contraddizioni tra gli interessi nazionali hanno provocato una crisi profonda nella UE, paralizzata da tempo tra spinte unioniste e separatiste (Brexit). Le imminenti elezioni europee sono uno dei teatri di questo scontro. La crisi dell'asse franco-tedesco, il contenzioso tra Italia e Francia in Nord Africa, il contrasto tra USA e Germania nel rapporto egemonico con l'Est europeo, la crisi dei trattati europei sulle politiche di bilancio, i contrasti irrisolti sull'immigrazione, misurano nel loro insieme la crisi della UE. Il nuovo corso nazionalista di Trump investe su questa crisi e la alimenta. 

I lavoratori e le lavoratrici d'Europa non hanno nulla da spartire con nessuno degli interessi in campo 

Le forze borghesi europeiste vogliono subordinare i lavoratori alle ambizioni del capitalismo europeo di gareggiare alla pari con USA e Cina. Le politiche di saccheggio di salari e diritti praticate per trent’anni nel nome dell'Unione hanno avuto questo fine. Ogni sviluppo della UE in senso federalista avverrebbe sulla pelle dei lavoratori europei. Il campione dell'europeismo borghese Macron è non a caso il principale sostenitore del militarismo europeo. Altro che Europa di pace e di progresso! 
Ma le forze borghesi nazionaliste non offrono nulla di meglio. Al contrario. Vogliono utilizzare l'insofferenza popolare contro l'Unione Europea per subordinare i lavoratori all'interesse della propria borghesia contro altre borghesie e altri lavoratori. Vogliono arruolare i salariati in una guerra condotta contro altri salariati, contro gli immigrati, contro i diritti delle donne e degli oppressi. Nel mentre difendono di fatto, al di là delle parole, le vecchie politiche di rapina del capitale finanziario. 
Il governo Lega-M5S, le sue politiche di elemosine sociali messe a carico dei destinatari, i suoi progetti di ulteriore detassazione dei capitalisti a spese dei lavoratori, sono un esempio chiarissimo dell'inganno populista. 

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!” scriveva Marx nel Manifesto. È una parola d'ordine più attuale che mai. È l'unica parola d'ordine che può sancire l'autonomia dei lavoratori da tutti i loro avversari, dai liberali come dai reazionari. È una parola d'ordine rivoluzionaria. Contro l'europeismo borghese, contro i sovranismi nazionalisti, per un’Europa socialista. 

Il riformismo è un’illusione senza futuro. Le riforme furono possibili nei trent’anni "gloriosi" del dopoguerra grazie al boom della ricostruzione capitalista e all'esistenza dell'URSS. Quella stagione è morta da tempo e per sempre. L'epoca nuova che attraversa il mondo pone ovunque all'ordine del giorno la distruzione delle vecchie conquiste sociali e l'attacco ai vecchi diritti democratici. Tutto ciò che era stato conquistato viene messo in discussione. L'alternativa di prospettiva storica è quella tra rivoluzione e reazione. O il movimento operaio rovescia il capitalismo, o il capitalismo trascinerà le giovani generazioni verso un futuro di miseria, di crisi ambientali, di guerre. 

È falso che la classe operaia non esiste più o non può più lottare. I salariati non sono mai stati così numerosi al mondo. È vero, si trovano da tempo sotto i colpi del capitalismo e della sua crisi. Soprattutto in Europa hanno subito rovesci e sconfitte. Ma il conflitto sociale segna diverse parti del mondo, dalle lotte economiche degli operai cinesi allo sciopero di 200 milioni di operai in India, sino alla ripresa di mobilitazione dei giovani lavoratori americani e al loro nuovo interesse per le idee del socialismo. Nella stessa Europa, dove maggiore è la ritirata, le lotte recenti dei lavoratori francesi, la fiammata degli operai ungheresi, lo sciopero di massa degli insegnanti polacchi ci dicono che, nonostante tutto, molta brace cova sotto la cenere. Il grande movimento delle donne su scala planetaria, il risveglio della giovane e giovanissima generazione contro l'inquinamento e le responsabilità del profitto indicano gli alleati possibili della classe lavoratrice e di un progetto di rivoluzione. 

Ciò che è spaventosamente arretrato non è la forza sociale ma la consapevolezza politica. Vi hanno contribuito in modo determinante le vecchie direzioni riformiste politiche e sindacali del movimento operaio. Prima lo stalinismo e la socialdemocrazia, che hanno distrutto il patrimonio rivoluzionario di un secolo fa. Poi il coinvolgimento delle direzioni riformiste nelle politiche di austerità degli ultimi decenni, dal sostegno ai Prodi alla capitolazione di Tsipras. Ciò che ha prodotto non solo l'arretramento delle condizioni di vita e di lavoro, ma la retrocessione ulteriore della coscienza di classe, e per questa via il suo disarmo di fronte alle suggestioni populiste e reazionarie. 

Ricostruire una coscienza classista e rivoluzionaria è oggi il compito dell'avanguardia, in Italia, in Europa, nel mondo. È un lavoro difficile e controcorrente, ma è l'unica via. È possibile condurlo se tutti coloro che condividono questo progetto unificano le proprie energie in una organizzazione, in un partito rivoluzionario d'avanguardia che in ogni lotta e in ogni movimento porti la coscienza e il programma della rivoluzione sociale. Un partito organizzato su scala nazionale e internazionale. 

La costruzione del Partito Comunista dei Lavoratori e la sua lotta per la rifondazione della Quarta Internazionale vanno ostinatamente in questa direzione. Unisciti a noi!

30 aprile 2019



Partito Comunista dei Lavoratori

Il gambero allunga il passo

Doveva essere il “non arretriamo di un millimetro”, “non cambieremo di una virgola”, “me ne frego delle letterine di Bruxelles”. È accaduto l'opposto. Il governo giallobruno è arretrato di 7 miliardi, rivedendo al ribasso le sue elemosine sociali, già dimezzate rispetto alle promesse elettorali. Vedremo nei prossimi giorni il formato definitivo della manovra, ma le prime anticipazioni sono inequivocabili.

Legge Fornero? Resta. La stessa quota 100, già limitata dal rigido paletto dei 38 anni, si riduce a una finestra sperimentale di tre anni, con dilazione dei tempi di accesso per pubblici e privati, rinvio di pagamento del TFR, divieto di cumulo con altri lavori, e ovviamente riduzione degli assegni. Poi (forse), dal 2023, 41 anni per tutti, quando il 65% dei pensionati andrà col misto (contributivo e retributivo) e il montante pensionistico ridurrà ulteriormente la pensione. Risultato? La libertà di scelta è in larga misura una finzione. Centinaia di migliaia di lavoratori saranno costretti a pensioni da fame o a continuare il lavoro. Sino a quando? Sino ai 67 anni, naturalmente, l'età prevista dalla legge Fornero, che infatti rimane intatta. Ed anzi aumenterà col meccanismo intatto dell'aspettativa di vita. Altro che abolizione della Fornero! Salvini e Di Maio vogliono salvare la faccia con la “concessione della libertà di scelta”, ma la legge è congegnata in modo tale da restringere il più possibile la platea dei beneficiari per spingerli a continuare a lavorare. L'obiettivo paradossale di Salvini e Di Maio, che dovevano “abolire la Fornero”, è spingere più lavoratori possibile ad andare in pensione proprio con la Fornero. Perché? Per risparmiare, e così continuare a pagare il debito pubblico, ridurre le tasse ai padroni, incentivare le imprese..

“Mai più sacrifici!”, “Se l'Europa ci chiede altri sacrifici sulla pelle degli italiani, diciamo di no ed è un no definitivo”. Chiacchiere. Il governo reintroduce il blocco dell'indicizzazione delle pensioni voluto da Monti. Sopra i 1.530 euro lordi, sostanzialmente 1.000 euro netti, la pensione non sarà più indicizzata, se non parzialmente, al costo della vita. E pensare che proprio dal 1 gennaio 2019 avrebbe dovuto ritornare il vecchio sistema pre-Monti. Invece no. Il governo giallobruno ritorna quatto quatto sulle orme dell'odiato governo Monti-Fornero. Perché? Perché lo chiede l'Europa capitalista e con essa le banche italiane, rigonfie di titoli pubblici, che chiedono garanzie ai “debitori”. Cioè ai lavoratori, alle lavoratrici, ai pensionati. Il governo giallobruno ha semplicemente rassicurato gli strozzini con una tosatura delle pensioni, come tanti governi del passato.

Identico voltafaccia sui beni pubblici.
Ricordate gli annunci solenni dopo il crollo del ponte Morandi? “Mai più i beni pubblici ai prenditori privati!”, “lo Stato prenda il controllo dei beni pubblici a tutela dei cittadini”, “nazionalizzeremo le migliaia di concessionari privati”... Accade l'opposto. Il governo giallobruno annuncia per il solo 2019 18 miliardi di privatizzazioni, che salgono poi su pressione della UE a 20 miliardi. Oltretutto in un solo anno! La più grande privatizzazione di beni pubblici mai effettuata in Italia dal 1997-'98 (governo Prodi). Il più grande regalo a quei “prenditori”, a partire dai Benetton, che venivano fustigati a parole nelle pubbliche piazze. E tutto questo perché? Per continuare a pagare il debito alle banche e gli sgravi contributivi alla imprese. Proprio le banche e le imprese che allungheranno le mani sui cosiddetti beni pubblici dei cittadini.

Doveva essere la manovra del popolo contro l'Europa delle banche. Invece è la manovra concordata con le banche, a vantaggio delle banche, contro il popolo. Più precisamente contro i lavoratori e le lavoratrici, e cioè contro la maggioranza della società. Di Maio e Salvini recitano il trionfo per provare a mascherare la propria truffa. Ma i cerchi non si fanno quadrati. E quando i lavoratori ne prenderanno coscienza, per il governo suonerà la campana. Accade in Ungheria, potrà accadere in Italia.
19 dicembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori

UN’ ’OPPOSIZIONE DI CLASSE CONTRO GUERRA E IMPERIALISMO

UN’ ’OPPOSIZIONE DI CLASSE
CONTRO GUERRA E IMPERIALISMO


Lo scorso autunno è stato gelido. Governo e padronato hanno gestito l’applicazione del
JobAct e della controriforma della scuola, il logoramento dei contratti, lo smantellamento
del Servizio Sanitario e nuovi regali fiscali a rendite e capitali. Nel frattempo Renzi ha preso
il controllo anche dello Stato profondo (CDP, partecipate e controllate), cercando la svolta
bonapartista e autoritaria con il Plebiscito sulla Riforma costituzionale.
Tutto questo, senza opposizioni di massa. FIOM e CGIL, dopo la capitolazione sul Job Act,
sono sbandate nella vana ricerca di CISL-UIL: i cortei di novembre (FIOM e pubblici) hanno
conseguentemente registrato una scarsissima partecipazione. Anche il sindacalismo di
base è stato incapace di costruire un appuntamento comune. Il movimento della scuola,
nonostante qualche cenno (assemblee LIP, sciopero 13 novembre), sopravvive solo
carsicamente nel contrasto della legge scuola per scuola. Ed il mondo antagonista dello
sciopero sociale è evaporato, travolto dalle fratture del primo maggio milanese.
Nel contempo la Grande Crisi prosegue. Lo dinamica ineguale e combinata del capitalismo,
insieme all’immane intervento monetario delle banche centrali, ha mantenuto un’instabile
equilibrio nell’economia mondiale. Oggi però il rallentamento della crescita cinese, basata
su un livello spropositato di investimenti (50% del PIL), sta già producendo un effetto di
trascinamento, con nuove recessioni (nei paesi emergenti e non): le bolle finanziarie
gonfiate in questi anni per gestire la crisi, rischiano nuovamente di esplodere.
In questo quadro, crescono le contraddizioni tra i diversi poli imperialisti.
Gli USA, sospinti dalla FED, provano a riproporre una propria (debole) egemonia: rivalutano
il dollaro, delineano Grandi Accordi Commerciali che escludono la Cina (TTP e del TTIP),
rilanciano la NATO come strumento di controllo nel mondo.
La Cina esporta capitali (15 volte quelli del 2000), traccia assi di espansione (vie della seta),
delinea i primi strumenti per un’area di influenza (ruolo internazionale dello yuan e Banca
Asiatica d’investimento), flette i suoi primi timidi tentacoli militari (Mar Cinese Meridionale;
portaerei e sommergibili nucleari tattici; base a Gibuti).
L’Unione Europea è in perenne transizione, un processo di integrazione sempre incompiuto:
polarizzata dagli squilibri di una ristrutturazione produttiva continentale; sottoposta alle
spinte centrifughe della crisi, che rilanciano interessi ed identità nazionali; fratturata dalle
diverse linee di sviluppo dei suoi principali paesi imperialisti.
Nel contempo, alcuni paesi a medio sviluppo (Russia, Turchia, Iran, Arabia Saudita, ecc),
terremotati dal cambio di fase della crisi mondiale, giocano una propria politica di potenza,
difensiva o offensiva, per consolidarsi lungo le linee di frattura internazionali.
La guerra è allora la prospettiva del nostro quotidiano. Anzi, diverse guerre.
Quelle dei poli imperialisti, per consolidare o sviluppare le proprie aree di influenza. Quelle
tra potenze, per ritagliarsi un proprio posto al sole, minacciato dalla crisi. Quelle
nazionaliste o religiose, per salvare il proprio sviluppo capitalista disciplinando l’intera
società dietro esercito (o milizia) e bandiera (o croce, o mezzaluna,..). Quelle democratiche
e popolari, contro oppressioni dittatoriali e forze reazionarie. Quelle infine, sociali, per
garantirsi una sopravvivenza nelle barbarie di uno sviluppo accelerato (con enormi
migrazioni di massa verso le metropoli), precipitato in una Grande Crisi di lunga durata.
In questa moltiplicazione dei conflitti e degli attori, si confonde spesso la radice di classe
degli scontri in corso: i fronti della lotta si intrecciano e si sovrappongono, con alleanze
improbabili, complicità clandestine ed improvvisi cambi di campo.


PER UN  NUOVO INTERNAZIONALISMO
PER UN’ ALTERNATIVA SOCIALISTA


◄ Per queste ragioni il PCL aderisce e partecipa, con l'autonomia delle proprie posizioni e
delle proprie proposte, alla giornata di iniziative unitarie contro la guerra del 16 gennaio
2016, a partire dalle manifestazioni previste a Roma e Milano.
Questo appuntamento rappresenta infatti il primo tentativo di costruire una risposta politica
pubblica alla nuova fase che si è aperta lo scorso autunno, con gli attentati di Parigi ed il
nuovo protagonismo imperialista in Medioriente (compresa l’entrata in scena dell’attore
Russo). Una prima risposta tanto più urgente, dal momento che in queste settimane la
NATO e l’Italia stanno preparando nuovi interventi armati (della diga di Mosul alla Libia).
Siamo in piazza per l’urgenza delle cose e per il silenzio della sinistre.
In questa dinamica complessiva, infatti, non siamo semplicemente di fronte all’ennesima
mobilitazione contro un singolo intervento militare. Siamo di fronte al precipitare combinato
di tensioni fra poli imperialisti, nel pieno di una Grande Crisi mondiale, con guerre sociali,
politiche, religiose e di potenza che fra loro si intrecciano e si imbastardiscono.
Per questo, come PCL, riteniamo importante sottolineare le radici di classe di queste guerre.

In primo luogo, contro il nostro imperialismo: quello italiano. Il nostro coinvolgimento è
diretto: non è subordinato ad altre politiche o influenze; è soprattutto al servizio dei
nostri interessi imperialisti, dell'ENI e del grande capitale italiano, oltre che alle glorie
tricolori del governo Renzi. Per questo la mobilitazione contro la guerra non può essere
una mobilitazione generica, pacifista; interclassista, astratta dai concreti interessi che
sorreggono questi interventi militari: per battersi contro questa guerra, bisogna costruire
l’opposizione sociale e di classe contro governo e padronato.

In secondo luogo, l'opposizione alla guerra ha per noi senso solo nella prospettiva
dell’alternativa socialista, unica vera alternativa alla barbarie dell'imperialismo e del
fondamentalismo reazionario. Per questo appoggiamo nei conflitti le forze classiste e
rivoluzionarie, contro la partecipazione ad ampi fronti popolari o Comitati di Liberazione
Nazionale interclassisti; per l’autodeterminazione dei popoli, ma contro alleanze
nazionaliste con forze borghesi (in Siria come nell’Unione Europea).
Questa sono le nostre ragioni e proposte. Ma pensiamo sia soprattutto necessario
sviluppare un fronte ampio di mobilitazione, contro la guerra e contro tutti gli imperialismi o
le politiche di potenza, al fianco delle masse oppresse e sfruttate della nazione araba, del
Medio Oriente, di tutti i paesi coinvolti nei conflitti.
La mobilitazione di oggi allora non deve concludersi qui, deve trovare forme e modalità per
proseguire e soprattutto per allargarsi, costruendo un fronte unitario della sinistra politica e
sociale. Per questo riteniamo utile la costruzione di comitati unitari attorno alla
discriminante dell'opposizione alla guerra, nella diversità di analisi e posizioni, impegnati
nell'organizzazione dell'iniziativa comune.


PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI