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Nessuna fiducia al governo Zelensky!

 


di Salvo Lo Galbo

BOLSCEVISMO E QUESTIONE NAZIONALE

Ma Chiang Kai-shek? Non dobbiamo farci illusioni su Chiang Kai-shek, sul suo partito o sull’intera classe dirigente cinese, così come Marx ed Engels non si facevano illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il boia degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrebbe tradire di nuovo. È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi sta lottando. Solo i codardi, i mascalzoni o i completi imbecilli possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta.

Erano i poco equivocabili termini con cui, nella lettera a Diego Rivera del settembre 1937, Trotskij tumulava chi equiparava la guerra difensiva di Chiang Kai-shek alla guerra offensiva dell’imperatore giapponese Hiroito contro la Cina. A dimostrazione che gli effetti della storia non cambiano finché rimane identica la causa, e cioè il capitalismo entrato nel suo stadio supremo, questi aggettivi restano perfettamente calzanti nel 2026. Nei Travaglio, nei Santoro, negli Orsini e dintorni abbiamo ancora i codardi piccolo-borghesi, giardinieri del tranquillo orto italico, angosciati dagli urti della Storia, perfettamente capaci di distinguere un aggressore da un aggredito ma che, con fermezza commisurata a tale consapevolezza, allontanano la causa ucraina come un parente lebbroso che rischia di contagiare tutti, portando la guerra in casa di chi ne evoca, come il numero della bestia, anche solo il nome. È del resto impossibile sviscerare la questione, da liberali, democraticisti e persino giustizialisti quali sono tali figuri, senza arrivare a riconoscere la giustezza della resistenza ucraina. Il che pone su una china logica perniciosa: se riconosci la ragione ucraina, riconosci il torto russo. Se condanni la Russia, devi sostenere la NATO (neanche volendo questi personaggi saprebbero puntare su una fuoriuscita operaia e socialista dal dramma bellico, tenendo fuori la NATO). Se cominci a reggere la falce alla NATO sull’Ucraina, contribuirai a un possibile scenario di allargamento della spirale fino al tuo placido orticello. Meglio, con un fare che ha dello scaramantico, dare in partenza tutta la ragione a Putin, evitando complicazioni da conseguenze logiche di un posizionamento anche vagamente solidale con la povera Ucraina. Abbiamo poi ancora i mascalzoni, cioè chi scientemente si offre all’altro imperialismo, i trucidi campisti. E, incredibile ma vero, l’evoluzione politica non ha ancora portato alla estinzione di tutti quegli imbecilli che vanno dai grezzi economicisti in giù. Per il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, non esiste alcun dubbio sul diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione.

LA VERITÀ SU ZELENSKY

Zelensky non è responsabile dell’inizio dell’invasione, come salmodia il campismo per poter affermare infine che Putin stia liberando l’Ucraina da un pazzo guerrafondaio «nazista».

Volodymyr Zelensky viene eletto presidente dell’Ucraina nell’aprile 2019, ottenendo una vittoria schiacciante al ballottaggio con oltre il 73% dei voti contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Il nome del partito di Zelensky, Servitore del Popolo (Sluha Narodu), riprende il titolo della serie televisiva in cui egli, in veste d’attore, interpretava il ruolo di un insegnante di storia che, inaspettatamente, diventa presidente dell’Ucraina. Nato come emanazione diretta del movimento mediatico creato dallo stesso Zelensky, il profilo identitario del partito sorge all’insegna di un populismo centrista che ha cercato di intercettare il malessere trasversale della società ucraina verso la vecchia guardia politica.

Per genesi e per l’ossimorica sostanza da «liberalismo sociale» è un fenomeno molto vicino all’italiano Movimento Cinque Stelle. Il partito si definisce populista, non di destra e non di sinistra. La sua origine è legata alla lotta contro la corruzione e l’oligarchia, temi centrali anche nella omonima serie televisiva. Non stupisce che inizialmente vi si guardasse come a un movimento addirittura più filorusso che europeista. Le simpatie internazionali fungevano da elemento “identitario” nella contrapposizione elettorale tra Zelensky da un lato e dall’altro Poroshenko che aveva governato per cinque anni quale principale direttore di un allineamento dell’Ucraina con la NATO e l’Unione Europea. L’ascesa del Blocco Petro Poroshenko «Solidarietà» (Blok Petra Poroshenka «Solidarnist» – BPP), il partito di Poroshenko, avveniva proprio in seguito alla crisi scatenata dagli eventi di Euromaidan (fine 2013 e inizio 2014), che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych.

L’AMBIGUITÀ FILORUSSA DEL PRIMO ZELENSKY

Servitore del popolo di Zelensky segue la parabola pressoché obbligata di tutti i soggetti «antisistema» che, presentandosi come rottura dal seminato dei governi precedenti additato quale matrice d’ogni male, strizzano l’occhio ad altri potentati, tratteggiati come «alternativi», perché, da partiti borghesi, l’alternativa non possono trovarla nel socialismo. Zelensky è un madrelingua russo, originario di Kryvyi Rih, una città industriale dell’Ucraina orientale a forte maggioranza russofona. Negli anni della presidenza Poroshenko (2014-2019), lo Stato ucraino aveva imposto una rigida legislazione per «ucrainizzare» la sfera pubblica, i media e l’istruzione con lo slogan Armiya, Mova, Vira (Esercito, Lingua, Fede). Durante la campagna del 2019, Zelensky assunse una posizione molto più sfumata e critica verso le leggi punitive sulla lingua. Sosteneva che bisognasse tutelare il russo e le minoranze linguistiche, evitando imposizioni autoritarie. Per i nazionalisti e per i falchi atlantisti, rifiutarsi di fare della discriminazione linguistica un dogma statale equivaleva a un «ammiccamento» al mondo russo. Ma il punto più forte della propaganda di Poroshenko contro Zelensky fu l’accusa di essere un «capitolazionista» disposto a scendere a patti con Putin. Zelensky aveva dichiarato pubblicamente che, per fermare la guerra in Donbass, bisognava «parlare con Putin» e scendere a compromessi, affermando che la guerra si poteva chiudere solo negoziando direttamente. In una intervista che rimase celebre arrivò a dire che bastava «smettere di sparare» per avviare la tregua, frase che i suoi detrattori valutarono come una colpevole sottovalutazione dell’aggressività russa e una premeditazione di resa. I sostenitori di Poroshenko dipingevano Zelensky come un burattino inesperto che, non avendo una linea di scontro ideologico intransigente con Mosca, avrebbe consegnato l’Ucraina all’influenza del Cremlino. Prima di entrare in politica, la fortuna economica e professionale di Zelensky era legata a filo doppio al mercato dello spettacolo russo. La sua casa di produzione, la Kvartal 95, produceva show televisivi, film e serie comiche che venivano regolarmente venduti, trasmessi e distribuiti in Russia, fruttandogli milioni di dollari di guadagni e diritti d’autore. Durante la campagna elettorale del 2019, i canali di informazione vicini a Poroshenko scavarono nel passato economico dell’ex attore, accusandolo di possedere ancora beni e società registrate nella Federazione Russa e di aver continuato a fare affari con Mosca anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, elemento brandito dai suoi avversari per marchiarlo come personaggio compromesso col nemico. Anche sul fronte dei poteri forti, Zelensky veniva contrapposto a Poroshenko che era l’oligarca al potere. Zelensky era sostenuto mediaticamente dal canale televisivo 1+1, di proprietà di Ihor Kolomoisky, uno degli oligarchi ucraini più potenti e discussi, all’epoca in forte polemica con lo Stato per il controllo della banca nazionalizzata PrivatBank. I critici occidentali e atlantisti temevano che la vittoria di Zelensky non fosse una vera rottura con il sistema oligarchico, ma il cavallo di Troia attraverso cui oligarchi ambigui (con forti interessi economici legati anche all’area post-sovietica e ai capitali in fuga) potessero riprendere il controllo del paese, sabotando le riforme dettate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla NATO.

Ma sospetti e posture disallineate durano fino a quando i parvenu non si istituzionalizzano, assumendo la responsabilità della vigilanza delle stabilità economiche e politiche del proprio paese. Così, esattamente come avviene coi populisti nostrani, lo Zelensky di governo si spogliava di ogni moroteismo e si attestava rapidamente su posizioni di atlantismo ed europeismo.

Rimane ad ogni modo indicativo che proprio quel popolo ucraino che la vulgata campista dipinge come un blocco ascaro innamorato della NATO e delle sue vocazioni bancocratiche e belliciste, abbia di fatto votato in massa un candidato che al tempo veniva guardato dai circoli atlantisti come un inaffidabile ircocervo dalle sfumature russofile. Votando Zelensky, il popolo ucraino esprimeva proprio l’opposto di un’adesione entusiastica alla linea atlantica: una radicale sfiducia che travolgeva il dichiarato e sperimentato templare dell’atlantismo Poroshenko il quale aveva fatto della subordinazione alla NATO una religione di Stato attraverso la quale contraffare il fallimento delle sue politiche predatorie e assassine. Quella di Poroshenko (2014) fu una guerra terribilmente reazionaria contro i diritti linguistici delle comunità russofone e le repubbliche di Donetsk e Lugansk. La difesa di quelle repubbliche nel nome dell’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, pur nella denuncia della natura rossobruna dei loro governi e del ruolo dell’imperialismo russo, era infatti una politica leninista elementare. Oggi che le popolazioni del Donbass sono ostaggio della guerra di Putin contro l’intera Ucraina, l’autodeterminazione del Donbass resta un diritto negato – non soddisfatto o corroborato – dall’occupazione militare russa. Autodeterminazione e annessione sono incompatibili: sostenere la guerra di Mosca significa negare due autodeterminazioni in una volta, quella dell’Ucraina e quella del Donbass. Gli elettori ucraini non davano un mandato né per la NATO né per una sfida alla Russia in nessuna forma ma, al contrario, esprimevano il desiderio di finirla con un establishment che del contrasto alle ingerenze russe (certo esistenti) faceva paravento per il dissesto dell’economia del paese.

UN POPULISTA LIBERALE

Sono tante le analogie tra lo «zelenskismo» e il nostro grillismo. L’asse portante del programma di Zelensky era la lotta alla corruzione con proposte che includevano l’ergastolo per i reati più gravi. L’immancabile richiamo alla democrazia diretta con il ricorso a frequenti referendum per decisioni di rilevanza nazionale. L’orientamento verso il liberismo economico, con l’obiettivo di ridurre il peso dello Stato e favorire il libero mercato per attrarre investimenti stranieri e favorire l’aumento di posti di lavoro. L’impegno per la «de-occupazione» dei territori di Crimea e Donbass, presidi simbolo del governo precedente. Assenza di estremismi ideologici (altro che nazismo!), elemento che guadagnava a Zelensky un consenso di massa e interclassista, proprio perché scelse di evitare di cavalcare le istanze della destra radicale, pesantemente sconfitta alle elezioni del 2019 (altro che ucraini «nazisti»!). Si trattava di un partito che, in definitiva, si candidava a sintetizzare la promessa di pulizia morale contro il sistema oligarchico figlio di politiche filoatlantiche e, contraddittoriamente, le aspirazioni della classe media ucraina verso un’Europa di quieto vivere liberale.

LA PARALISI DI UNA RESISTENZA A DIREZIONE BORGHESE

Lo Zelensky pre-invasione (2019 – 2022) era tutto l’opposto del leader guerrafondaio che dipinge la retorica campista e putiniana. E proprio in quanto costruì il profilo programmatico del suo partito in antitesi al bellicista e iperatlantista Poroshenko riscosse un successo massivo. Zelensky, dunque, non partì allora e non è finito oggi come il provocatore né come lo scatenatore di un conflitto su larga scala. Sicuramente, è invece il responsabile della attuale, drammatica paralisi della guerra russa all’Ucraina. Non perché, come postula l’altrotskista Partito Comunista Rivoluzionario, l’Ucraina dovrebbe arrendersi quale unica via per porre fine allo spargimento di sangue. Ma per il motivo tutto opposto e cioè perché, per la sua propria natura di classe, il governo di Kiev non può armare adeguatamente il popolo ucraino, timoroso delle masse armate più di quanto lo sia dell’invasore.

Dall’inizio della guerra, Zelensky ha vincolato il destino dell’Ucraina esclusivamente alla tenuta dell’alleanza NATO e agli umori, peraltro altalenanti, del Congresso statunitense. Una scelta di classe. La borghesia ucraina non cerca la mobilitazione generale delle risorse sociali e umane del paese, perché ciò richiederebbe una rottura con il capitale transnazionale e una redistribuzione della ricchezza che essa non è disposta a concedere. In ultimo, ma non per importanza, si potrebbe dire che la borghesia ucraina conosce la trascrescenza leniniana e la legge della rivoluzione permanente molto meglio dei «comunisti» italiani. Essa sa bene che, dotandosi di armi e di esperienza di maturazione politica che passano dai contatti con i partiti di classe, con i sindacati, con le associazioni della sinistra anticapitalista, implementando insomma tutto quanto compone un fisiologico processo di insorgenza popolare, il proletariato prenderebbe la testa degli eventi, le masse caccerebbero l’invasore per poi cacciare le classi dominanti nazionali e giungere a sbocchi di alternativa rivoluzionaria.

IL DISIMPEGNO DELL’IMPERIALISMO STATUNITENSE E L’UMILIAZIONE DI ZELENSKY

Quando una borghesia subalterna (quella di una nazione in via di sviluppo o periferica) affida la propria sopravvivenza al grande capitale imperialista, essa infila la testa nella trappola. Il disimpegno di tasselli dominanti dell’imperialismo occidentale (Trump e l’umiliazione pubblica verso il presidente ucraino, col contestuale invito a Putin nel porto franco dell’Alaska, onde sottrarlo a incidenti diplomatici in quanto pende sul neozar un mandato d’arresto internazionale, dove annuncia una stagione di intesa e reciprocità col nuovo amico), trasforma Zelensky in leader umiliato e politicamente sospeso. Così gli USA scaricano l’Ucraina e su questa patetica scena cala il sipario di una linea di difesa che si esaurisce in larga misura nel soccorso economico e distributivo offerto dall’imperialismo occidentale.

IL LOGORAMENTO SOCIALE

Il morale delle truppe è tra i fattori decisivi di ogni guerra. Oggi la popolazione ucraina è minata da una inevitabile stanchezza e scarsa tenuta morale. Il che non significa, per inciso, che il popolo sarebbe disposto ad arrendersi a Putin purché «termini questa guerra» e che, come viene inventato in certi ambienti, le masse ucraine abbiano individuato in Zelensky, che continua la difesa, un nemico ancora più grande di Putin che continua l’aggressione. Questo no, nel modo più assoluto. Ma la demoralizzazione esiste ed è principalmente il frutto di anni di politiche economiche antisociali. Zelensky non ha attuato nessuna politica nell’interesse delle classi subalterne eccetto, collateralmente, una resistenza condotta però, ed è questo il punto, alla maniera borghese. Il suo governo ha approvato provvedimenti che hanno sventrato le tutele del lavoro in tempo di guerra:

  1. La riforma del Codice del Lavoro: il governo ha sospeso gran parte delle norme sul lavoro per le piccole e medie imprese, facilitando licenziamenti arbitrari e la deregolamentazione dei salari.
  2. Attacco alla sinistra: la messa fuori legge di vari partiti di sinistra, seppure stalinisti filorussi, e l’ulteriore limitazione degli spazi di agibilità per i sindacati indipendenti non hanno aiutato a creare un movimento popolare, una democrazia dibattimentale, un fronte unico nazionale. Al contrario, hanno mostrato che, sotto la borghesia, la guerra viene usata a pretesto per consolidare un ordine di classe repressivo.
  3. Mentre i resistenti morivano al fronte, il governo ha accelerato piani di privatizzazione che hanno favorito i capitalisti anziché nazionalizzare i settori strategici per sostenere lo sforzo bellico.

Senza una politica economica di sostegno ai lavoratori (salari dignitosi, nazionalizzazione delle fabbriche, diritti democratici), il legame tra governo e masse è meramente burocratico. L’entusiasmo popolare della resistenza viene fiaccato perché i lavoratori ucraini sentono non solo l’inimicizia con l’invasore, ma anche l’inimicizia sociale all’interno del proprio schieramento. Prive di possibilità di organizzare politicamente, militarmente, economicamente questo sentimento di inimicizia sociale proprio a causa delle politiche repressive e antioperaie che la borghesia ucraina continua a perseguire internamente alla nazione, le masse approdano solo a un inaridimento, a un logoramento, a uno sconcerto che non porta a nulla o porta al peggio.

In questo quadro, il Donbass è una ferita aperta. I bombardamenti di Kiev dal 2014 hanno creato una frattura profonda tra la popolazione locale e il centro. La debolezza cronica della sinistra di classe ucraina ha impedito che si formasse un’alternativa popolare in grado di dialogare con le masse di quelle regioni, lasciandole in balia della propaganda russa e dell’occupazione. Sebbene il malcontento verso Putin sia crescente anche tra chi subisce l’occupazione, la popolazione dell’ucraina orientale non trova un punto di riferimento politico. Il ritardo, per questi motivi, di un progetto di «Ucraina dei lavoratori» che possa offrire un’alternativa tanto al capitalismo filo-occidentale quanto all’imperialismo russo è tra le cause principali della continuazione della guerra e della mancata sconfitta dell’esercito russo dopo cinque anni di combattimenti.

IL COMPITO DEI RIVOLUZIONARI

La tragedia ucraina è la riprova che la borghesia nazionale, in un mondo globalizzato e polarizzato, è un attore debole, impastoiata persino nella difesa della propria esistenza. Come in Palestina, dove Hamas ha accettato compromessi che di fatto legittimano l’occupazione israeliana pur di sopravvivere come impotente entità politica, anche i partiti della borghesia ucraina oscillano tra salvare il salvabile e l’arretramento su ciò che diventa non più salvabile. La borghesia non combatte per i diritti dei popoli né per valori universali; combatte per il mercato. Se in una determinata lotta il mercato perde più che guadagnare, gradualmente una borghesia lascia campo all’altra. Nella lotta per la difesa nazionale da una aggressione imperialista, la politica leninista è sempre stata quella dell’indipendenza programmatica di classe: fronte militare nazionale per rafforzare la difesa, ma nessun fronte popolare di tipo staliniano, cioè nessuna collaborazione di classe, nessuna subalternità né condivisione programmatica con la borghesia, nessun sostegno politico ai tanti «servitori del popolo» che, tra popolo e padroni, hanno già deciso chi servire davvero, perfezionando ogni giorno la sconfitta del proprio paese, inteso come il 90% dei suoi abitanti, i salariati.

Contemporaneamente e senza nessuna contraddizione con la sfiducia a Zelensky, siamo per la lotta intransigente contro il redivivo imperialismo russo, parto mostruoso di una ex RSFSR ormai tarlata di faccendieri, mafiosi e sfegatati restauratori.

La vittoria ucraina sarà possibile solo se il popolo si riapproprierà della guida della propria nazione, togliendo la direzione alla borghesia e ponendo la resistenza su base rivoluzionaria. È il difficile compito che ricade più direttamente sulle organizzazioni del movimento operaio ucraino, alle quali i partiti della LIS non fanno mancare la collaborazione, tentando di riavviare una sinistra rivoluzionaria nei rispettivi paesi, in un processo di affermazione egemonica di una linea rivoluzionaria, con ogni azione determinante che allora potrà seguirne. Così come facciamo in Russia perché i rivoluzionari conquistino la testa del crescente malcontento popolare e sabotino la guerra là dove parte.

Sostituendo gli attori della lettera di Trotskij con gli attori in campo nella guerra russo-ucraina, concludiamo: ma Zelensky può garantire la vittoria? Non crediamo. Con lui, tuttavia, è iniziata la guerra e lui oggi la dirige. Per poterlo sostituire è necessario acquisire un’influenza decisiva tra il proletariato e nell’esercito, e per fare ciò è necessario non rimanere sospesi a mezz’aria, ma partecipare. Dobbiamo conquistare influenza e prestigio nella lotta militare contro l’invasione straniera e nella lotta politica contro le debolezze, le mancanze e i tradimenti interni. A un certo punto, che non possiamo stabilire in anticipo, questa opposizione politica può e deve trasformarsi in conflitto armato poiché la guerra civile, come la guerra in generale, non è altro che la continuazione della lotta politica. Gli impostori campisti o gli imbecilli economicisti cercano di ironizzare su questa «riserva». «Il PCL», dicono, «vuole servire Zelensky nei fatti e il proletariato a parole». Partecipare attivamente e consapevolmente alla guerra non significa «servire Zelensky», ma servire l’indipendenza di un paese dipendente nonostante Zelensky. E la propaganda della sinistra rivoluzionaria ucraina rivolta contro Zelensky è il mezzo per educare le masse al rovesciamento di Zelensky. Partecipare alla lotta militare agli ordini di Zelensky, poiché purtroppo è lui ad avere il comando nella guerra d’indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Zelensky. Questa è l’unica politica rivoluzionaria. Riformisti, economicisti, anarchici, campisti, semicampisti e criptocampisti contrappongono la politica della «lotta di classe» a questa politica «nazionalista e social-patriottica». Lenin ha combattuto questa contrapposizione astratta e sterile per tutta la vita. Per lui, gli interessi del proletariato mondiale imponevano il dovere di aiutare i popoli oppressi nella loro lotta nazionale e patriottica contro l’imperialismo. Coloro che non lo avessero ancora compreso, a più di un secolo dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, dovrebbero essere respinti senza pietà dall’avanguardia rivoluzionaria come i peggiori nemici interni.



Trump e Putin in Alaska. Si stringe il cappio attorno al collo dell'Ucraina

 


17 Agosto 2025

English version

Scriveremo più ampiamente nei prossimi giorni sugli sviluppi delle relazioni mondiali. Non tutto è già chiaro e definito circa l'esito dell'incontro fra Trump e Putin. Ma è possibile un primo giudizio di fondo: il vertice USA-Russia in Alaska ha seguito lo spartito dei più classici negoziati tra potenze imperialiste sulla pelle e sui diritti di altri paesi e di altri popoli. “Chi non è parte dell'incontro è parte del menù” dice il vecchio adagio della diplomazia imperialista. Così è stato. L'Ucraina non era presente in Alaska perché l'oggetto dell'incontro era ed è la sua spartizione. Quanto agli imperialismi europei, non erano presenti per la volontà congiunta di Putin e di Trump di cucinare in proprio l'accordo da sottoporre loro. L'indirizzo della nuova amministrazione americana è infatti quello di ridisegnare gli equilibri mondiali sulla base della propria relazione diretta con le altre due grandi potenze, Russia e Cina, tagliando fuori gli imperialismi alleati.

È un fatto. La stessa amministrazione americana che tributa i massimi onori al criminale Netanyahu ha riservato al criminale Putin la medesima accoglienza. La stessa amministrazione americana che copre il disegno della Grande Israele sulla pelle dei palestinesi avalla la ricostruzione putiniana di un proprio spazio imperiale in Ucraina. Le potenze imperialiste vecchie e nuove si riconoscono l'una con l'altra nello specchio del proprio comune cinismo.

L'intero cerimoniale dell'incontro in Alaska è stato un tappeto rosso per Putin. Ma ancor più i termini sostanziali dell'accordo annunciato, in base a tutte le anticipazioni disponibili.

Innanzitutto l'imperialismo USA “concede” all'imperialismo russo di continuare a bombardare l'Ucraina e a procedere nel suo tentativo di sfondamento al fronte. Le famose richieste di cessate il fuoco, i ripetuti ultimatum, prima di cinquanta giorni, poi addirittura di otto, pena lo sfracello di sanzioni dirette o indirette «senza precedenti» contro la Russia, si sono rivelati per quello che erano: un bluff propagandistico, una recita ipocrita e ridicola che serviva solamente a prendere tempo, e dare tempo, per cucinare una prospettiva opposta.

Certo, non tutte le contraddizioni sono svanite. Trump ha bisogno che Putin gli consenta di salvare la faccia, anche agli occhi dell'elettorato americano. E non è detto che Putin gli conceda tutto lo spazio di manovra richiesto ed atteso. Ma l'incontro in Alaska sposta in ogni caso il quadro del confronto. La vecchia condizione del cessate il fuoco è rimossa. Dire che “ora si tratta direttamente la pace invece di limitarsi al cessate il fuoco” significa semplicemente abbellire con parole ipocrite la concreta continuità della guerra. E la continuità della guerra d'invasione è (anche) la più potente arma negoziale della Russia contro l'Ucraina.

In secondo luogo, l'imperialismo USA avalla la rivendicazione russa non solo dei territori già conquistati militarmente e annessi dopo l'invasione del febbraio 2022, ma anche della parte del Donbass non conquistato, inclusa la città di Kramatorsk: il cuore di ciò che resta della grande produzione industriale dell'Ucraina e delle sue riserve minerarie.

In altri termini, l'Ucraina invasa dovrebbe non solo rinunciare ai territori occupati dall'imperialismo invasore ma anche concedergli il bottino che questi non è ancora riuscito a strapparle dopo tre anni, nonostante l'enorme superiorità militare delle proprie forze.

Una soluzione umiliante. Che oltretutto sposterebbe ulteriormente i rapporti di forza in Ucraina a vantaggio della Russia, la quale un domani potrebbe riprendere la marcia verso Kiev da una posizione strategica ben più avanzata. Perché oggi la linea del fronte a difesa di Kramatorsk è il cuore della difesa ucraina. Abbandonare quella linea è ben più che concedere a Putin altri 100 chilometri di terra: è porre un'ipoteca sullo Stato ucraino.

Inutile aggiungere che ogni diritto di autodeterminazione del Donbass sarebbe escluso per definizione dalla sua completa annessione alla Russia e da un accordo internazionale che la sancisca.

Quanto alle ipotesi di compensazioni offerte all'Ucraina sotto forma di “garanzie” a futura memoria non valgono più di un pezzo di carta, peraltro neppure scontato. Putin (forse) scriverebbe che si impegna a non riprendere la guerra. Come si era solennemente impegnato a non invadere l'Ucraina sino a tre giorni prima dell'invasione del 2022. Come si era impegnato del 1996 a cessare la guerra in Cecenia, salvo riprenderla nel 1999 con la completa distruzione di Grozny.

Un regime fondato tanto più oggi sull'economia di guerra e sulla propria proiezione neoimperiale intende sicuramente incassare i vantaggi di un accordo con Trump e dei relativi riconoscimenti, ma non per questo dismetterà le proprie ambizioni. E anzi la grande vittoria politica e di immagine che Putin riscuote oggi in patria semmai le rafforza. Quanto alle “garanzie” di protezione dell'Ucraina offerte da Trump, hanno la stessa credibilità del personaggio e delle sue passate promesse. Una difesa dell'Ucraina affidata all'imperialismo USA vale la difesa di un pollaio affidata alla volpe, o meglio a un complice patentato della volpe.

La verità è che Trump vuole venir via dall'Ucraina, sia per risparmiare risorse con cui detassare i capitalisti USA sia per concentrare maggiori forze ed energie sui mari del Pacifico nel confronto strategico con l'imperialismo cinese. Cedere il passo a Putin in Ucraina significa questo. Se poi significasse anche ottenere... il Nobel per la pace, tanto meglio per l'insaziabile vanità dell'uomo.

Quanto a noi, in ogni caso, non chiameremo “pace” un'annessione, quale che sarà il posizionamento in merito del governo Zelensky. A dispetto dell'esaltazione della «pace sporca» da parte della rivista Limes o di un qualsiasi Travaglio.

L'incontro in Alaska ha spaziato peraltro ben al di là dell'Ucraina. Ha riguardato gli equilibri globali in fatto di armamenti nucleari, la gestione delle grandi ricchezze dell'Artico, le relazioni di potenza in Medio Oriente. Trump concede all'imperialismo russo il ruolo di grande potenza negoziale su scala mondiale: il semaforo verde in Ucraina è solo un segno di questa più ampia apertura. Putin in cambio assicura all'imperialismo americano un proprio ruolo “responsabile” in Medio Oriente, ciò che significa garantire il disarmo nucleare iraniano e la non belligeranza russa sul genocidio sionista in Palestina.

Quanto agli imperialismi europei – costretti ai margini del grande gioco della spartizione mondiale – sperano un domani di poter ritornare in partita, grazie ai propri piani di riarmo. Intanto prenotano un posto a tavola nel business della ricostruzione dell'Ucraina e continuano, al di là delle chiacchiere, a sostenere militarmente lo Stato sionista, riconoscendo al più lo “Stato palestinese” mentre collaborano di fatto allo sterminio dei palestinesi.

Di certo né il popolo palestinese né il popolo ucraino hanno qualcosa da attendersi dalle potenze imperialiste, vecchie e nuove, e dai loro cinici mercanteggiamenti. Solo una rivoluzione socialista internazionale, solo una grande alleanza tra la classe operaia e i popoli oppressi può liberare il mondo dai briganti che lo controllano.

Partito Comunista dei Lavoratori

No all’estremismo nazionalistico di Zelensky

 


Per il ritiro delle truppe russe nei confini del 23 febbraio 2022.

Per una giusta pace con la Crimea nella Federazione Russa e l'autodeterminazione e l'autonomia del Donbass

Fin dall'inizio della guerra in Ucraina noi abbiamo denunciato, come del resto hanno fatto i compagni russi del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario), l'aggressione imperialista russa finalizzata non a difendere la popolazione pro russa del Donbass e il suo diritto all’autodeterminazione (che noi avevamo sostenuto fin dal golpe reazionario di Piazza Maidan), ma a distruggere l’indipendenza reale dell’Ucraina, denunciata da Putin come un'invenzione antirussa di Lenin e dei “comunisti bolscevichi”, in un'impresa neozarista.


Per questo noi abbiamo sostenuto il diritto dell’Ucraina e del suo popolo a resistere, a procurarsi le armi per tale resistenza ovunque possibile, e a recuperare i territori occupati dall’esercito russo e dai suoi mercenari nazifascisti della Wagner e islamofascisti ceceni di Kadyrov, a partire dall’inizio della guerra il 23 febbraio 2022.

Nel contempo abbiamo precisato che noi eravamo contrari a ogni intervento diretto della NATO nella guerra in corso, al suo riarmo, al suo allargamento; aggiungendo che un tale intervento avrebbe trasformato la natura del conflitto, rendendolo una vera e propria guerra interimperialistica, in cui noi saremmo stati per il disfattismo bilaterale (diventando in quel quadro la questione dell'indipendenza Ucraina, da questione principale, una questione secondaria).

Nel contempo avevamo precisato che la nostra posizione non significava in nessun caso sostegno al governo ucraino e al presidente Zelensky; così come la nostra difesa dell’Iraq nel 2003 non aveva in alcun modo significato sostegno, in quel caso, al dittatore Saddam Hussein. Anzi in questo come in quel caso indicavamo che le forze rivoluzionarie locali dovevano cercare di creare le condizioni per rovesciare il regime esistente e creare, nel quadro stesso della lotta nazionale, un governo operaio e contadino, così come i giacobini-montagnardi nel 1792 avevano rovesciato il governo monarchico-girondino nel quadro della guerra e creato la repubblica democratica.

Questo anche dichiarando la nostra contrarietà alla pura ricostruzione della Ucraina nei confini internazionalmente riconosciuti del 1991, ritendo infatti valida e rispondente ai desideri della maggioranza della popolazione l’annessione alla Federazione Russa della Crimea (“regalata” alla Ucraina da Kruscev solo nel 1954) e impossibile risolvere la questione del Donbass senza un democratico referendum di autodeterminazione. In questo senso non solo prima del 24 febbraio del 2022, ma anche dopo, ci siamo contrapposti al nazionalismo ucraino.

Nell’importante viaggio a Roma del 13 maggio, il presidente ucraino Zelensky, in particolare dopo l’incontro con Francesco Bergoglio, papa dei cristiani cattolici, ha respinto un piano di pace che rispondesse al diritto dei popoli dell'Ucraina e ha rivendicato un progetto nazionalistico di riconquista dei confini del 1991.
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Zelensky era stato eletto nel 2019 come candidato di centro (borghese, ovviamente) con il voto totale degli elettori russi e russofoni e di circa metà degli ucrainofoni, contro il candidato della destra nazionalista Poroshenko, votato dall’altra metà degli ucrainofoni, maggioritariamente nell’Ucraina occidentale. Allora si era presentato come un “uomo nuovo” capace di sconfiggere la corruzione e risolvere la questione della guerra “a bassa intensità” del Donbass. Aveva fallito, nolente o volente, su entrambi i punti. Tanto che, secondo i sondaggi, la sua popolarità era molto scesa.

La popolarità di Zelensky era molto risalita per l’atteggiamento tenuto il 24 febbraio 2022. Mentre il governo americano gli offriva un areo per fuggire, lasciando Kiev alle truppe russe (altro che spinta alla guerra a oltranza!), aveva risposto: “Non ho bisogno di un taxi ma di armi”, e capeggiato la resistenza del popolo ucraino contro l’invasore. Da quel momento la sua posizione sulla questione dei confini del 1991 era stata oscillante e contradditoria: a volte aveva affermato “sarà difficile riconquistare la Crimea”, salvo, sotto pressione dei suoi ministri e consiglieri, rimangiarsi il concetto pochi giorni dopo. Oggi sembra essere definitivamente e graniticamente sulla posizione della riconquista dei confini del 1991.

Non sappiamo se è una sceneggiata dell’attore o una reale posizione immutabile. Ma questo poco importa. Noi condanniamo con fermezza tale posizione e, come abbiamo sempre affermato, se nell’ipotesi che, dopo esser riuscite a liberare il largo corridoio sul Mar Nero tra Donbass e Crimea (ipotesi francamente del tutto improbabile) le forze ucraine cercassero di impadronirsi della Crimea e delle ex repubbliche del Donbass, noi cambieremmo la nostra posizione, non sosterremmo più l’Ucraina e il suo diritto di armarsi come può.

Così noi, da leninisti e trotskisti conseguenti, continueremo a sostenere, come sempre e come sempre indifferenti a insulti e calunnie da ogni parte provengano, solo gli interessi del proletariato e dei popoli oppressi. Fermo restando che i loro veri interessi e la pace potrebbero essere difesi solo dal successo della rivoluzione socialista, in Russia, in Ucraina e nel mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori

La guerra in Ucraina un anno dopo

 


La natura del conflitto e la posizione dei rivoluzionari

22 Febbraio 2023

Un'analisi aggiornata della guerra a un anno dal suo inizio, a difesa di un posizionamento coerentemente leninista. La denuncia dell'imperialismo russo. La difesa dell'Ucraina da una guerra imperialista d'invasione. La denuncia del ruolo degli imperialismi NATO e della loro corsa al riarmo. L'opposizione politica a Zelensky dal versante dei lavoratori ucraini. La rivendicazione di una pace giusta in Ucraina, a partire dal ritiro delle forze russe di occupazione. Il ruolo potenzialmente decisivo del proletariato russo. Il nostro sostegno al RRP (Partito Operaio Rivoluzionario) russo e alla sua opposizione al proprio imperialismo e alla sua guerra. La prospettiva socialista e rivoluzionaria internazionale in contrapposizione a tutti gli imperialismi e alla minaccia di una terza guerra mondiale

A un anno dall'invasione russa dell'Ucraina è importante fare il punto sulla guerra. Sulla sua natura, sulla sua evoluzione, sul posizionamento politico dei rivoluzionari.

Nell'anno trascorso, sia nel confronto politico che nel senso comune, sono sedimentati e confusamente intrecciati verità, pregiudizi, rappresentazioni ideologiche impermeabili all'evidenza, inquinamenti prodotti dalle opposte propagande di guerra e dal loro riflesso, spesso capovolto, nella percezione dell'opinione pubblica. Un inestricabile groviglio nel quale spesso si disperdono i fondamentali della guerra, quasi fossero un fastidioso ingombro.

Lo sappiamo che c'è un aggressore e un aggredito! Ma ora basta, dobbiamo fermare l'escalation che ci sta conducendo alla terza guerra mondiale! Basta armi all'Ucraina, la parola passi alla diplomazia, vogliamo la pace”: questo è dopo un anno un senso comune diffuso, anche a sinistra. Condensa e miscela ingredienti diversi, con diverse declinazioni. Da un lato la paura più che motivata dell'escalation bellica, il rifiuto del militarismo, il fastidio per la retorica borghese, tanto ipocrita quanto insopportabile, a maggior ragione se di un governo a guida postfascista. Dall'altro la volontà di non immischiarsi in “fatti che non ci riguardano”, il regredire del senso di solidarietà e di empatia verso la popolazione ucraina bombardata, veri e propri casi di ucrainofobia, persino una sottile fascinazione delle “ragioni” della Russia e del lato oscuro della forza.

Cogliere questo sentimento pubblico, in tutte le sue contraddizioni e sfaccettature, è molto importante. Non per assecondarlo passivamente e lisciargli il pelo, come fanno per ragioni diverse il M5S, le sinistre riformiste, e persino Berlusconi (a quanto pare in compagnia di... Matteo Messina Denaro), ma per educarlo, separando il lato progressivo di questo sentimento (il rifiuto dell'escalation bellica, della minaccia nucleare, dell'incremento delle spese militari) dall'indifferenza verso un popolo invaso, dall'illusione nelle diplomazie degli imperialismi, dalla rimozione della natura stessa della guerra, che è e resta innanzitutto la guerra dell'imperialismo russo all'Ucraina. Quella iniziata un anno fa.


LA GUERRA DELL'IMPERIALISMO RUSSO

Un anno fa la Russia ha invaso l'Ucraina, non per “difendere il Donbass” ma per conquistare e assoggettare Kiev. Per cancellare la sovranità nazionale dell'Ucraina e la sua stessa legittimità storica. «L'Ucraina è una invenzione di Lenin e dei bolscevichi» dichiarò Putin a reti unificate il 21 febbraio 2022. Dunque deve tornare alla Russia, alla Grande Madre Russia, rivendicata e celebrata dal regime, dal Patriarcato di Mosca, da tutto lo sciovinismo patrio. Da qui la motivazione pubblica dell'invasione del 24 febbraio, insieme imperiale e (dichiaratamente) anticomunista. Due giorni dopo una colonna di sessanta chilometri di carri armati russi marciava in direzione di Kiev.

La previsione era quella di una sua rapida caduta, con la fuga precipitosa del governo in carica e la sua sostituzione con un governo fantoccio filorusso. Era anche la previsione del governo USA, che offrì infatti immediatamente a Zelensky un asilo dorato incoraggiandolo di fatto a fuggire. Erano le ore in cui il cancelliere tedesco Scholz si lasciò scappare sottobanco una confidenza rivelatrice: “Se proprio invasione deve essere, il male minore è che l'Ucraina si arrenda in fretta”. Fatto sta che le previsioni di tutti sono state smentite dalla scelta della resistenza da parte ucraina, cambiando così la dinamica del conflitto. Chi rappresenta le vicende del mondo come opera dei grandi burattinai imperialisti che tutto pianificano e tutto dispongono dovrebbe riconoscere che la realtà dei fatti ha contraddetto una volta di più il loro schema, sin dalle origini di questa vicenda.

L'invasione dell'Ucraina da parte di Putin è un risvolto della politica di potenza dell'imperialismo russo. Un diffuso luogo comune nega la realtà dell'imperialismo russo. Nel migliore dei casi rappresenta la sua politica come sostanzialmente difensiva contro l'espansione della NATO e dell'Occidente. La ragione è semplice: nella memoria del popolo di sinistra l'imperialismo è solo quello americano. È la memoria lunga del dopoguerra. Ma oggi la realtà del mondo è profondamente diversa. Certo, dopo il crollo del Muro di Berlino nel 1989 e la restaurazione capitalista in URSS, gli imperialismi NATO hanno progressivamente allargato la propria area di influenza, inglobando larga parte dell'Est Europa nel proprio dominio e proiettandosi in Medio Oriente. Le promesse ufficiose fatte a Gorbaciov circa il rispetto occidentale dell'area di influenza russa durarono lo spazio del mattino, non più di quanto durò la promessa russa del 1994, col Patto di Budapest, di rispettare i confini dell'Ucraina dopo aver ottenuto il suo disarmo nucleare. Ma la linea espansionista degli imperialismi occidentali ha subìto negli anni 2000 ripetuti rovesci, prima in Iraq, e poi in Afghanistan. E a partire dalla grande crisi capitalistica del 2008 si confronta con l'ascesa impetuosa dell'imperialismo cinese su scala mondiale. Al centro dello scenario internazionale non c'è oggi l'irresistibile espansione degli USA ma la crisi profonda della loro egemonia.

La politica di potenza dell'imperialismo russo, dalla metà degli anni 2000, si è sviluppata in questo contesto. È una reazione non solo all'espansione della NATO post-1989 ma anche e soprattutto all'indebolimento degli imperialismi occidentali. L'irruzione della Russia nella guerra siriana, nel Nord Africa (Libia), in Africa centrale, e persino in Mar Artico, punta a capitalizzare in proprio la crisi dell'egemonia USA e dei loro alleati (è il caso della crisi della Francia in Africa), e il varco aperto dall'ascesa cinese. L'invasione dell'Ucraina, successiva alla disfatta USA in Afghanistan, è un riflesso di questa dinamica.


IL RUOLO DEGLI IMPERIALISMI NATO

Gli imperialismi di casa nostra, spiazzati dall'imprevista resistenza ucraina, si sono affrettati a sostenerla per interesse proprio, provando a fare di necessità virtù. La spiegazione è elementare: non intendono subire senza contrasto l'espansione di un imperialismo rivale in Europa, tanto più che la Russia è alleata decisiva dell'imperialismo cinese, l'avversario strategico degli USA su scala globale. Un abbandono della resistenza ucraina al suo destino da parte dell'imperialismo USA avrebbe significato un semaforo verde per la Cina sul Pacifico (Taiwan), e un ulteriore ridimensionamento del proprio ruolo nel mondo. Dunque un tracollo della credibilità dell'imperialismo USA presso tutti i propri alleati, sia in Europa (a partire dalla Polonia e dagli stati baltici) sia in Asia (a partire dal Giappone e dalla Corea del Sud).

Il sostegno degli imperialismi occidentali all'Ucraina è oggettivamente determinante per la sua tenuta nella guerra. Al tempo stesso l'aiuto occidentale sostiene l'Ucraina come la corda sostiene l'impiccato: mira a consolidare l'assoggettamento dell'Ucraina all'influenza della NATO, della UE, del Fondo Monetario Internazionale, e alle loro politiche di rapina. L'imperialismo fa l'imperialismo, sarebbe illusorio attendersi altro.

Ma la teoria della guerra in Ucraina come guerra per procura della NATO contro la Russia è profondamente falsa. Lo è, come abbiamo visto, nello stesso innesco della dinamica di guerra. Ma lo è anche nella sua dinamica successiva.

Lo sforzo militare è intenso su entrambi i lati. L'imperialismo russo ha reagito al fallimento del proprio disegno iniziale con l'escalation della propria offensiva militare. La sconfitta della marcia su Kiev, il fallimento dei ripetuti tentativi di conquistare Karkhiv, la perdita successiva di Kherson a settembre, hanno spinto il regime putiniano a una mobilitazione straordinaria di nuove truppe, all'annessione formale di quattro provincie, e soprattutto allo sviluppo imponente dei bombardamenti sulle infrastrutture civili ucraine. E ora sembra alle viste una nuova imponente offensiva di terra in primavera. Gli imperialismi NATO hanno risposto, sotto pressione ucraina, con un ampliamento parallelo del sostegno militare a Zelensky, prima col ricorso agli Himars, poi con la promessa dopo un anno di guerra dei carri armati pesanti, per quanto gli aiuti reali siano molto minori di quelli propagandati e promessi, a fronte di una perdurante sproporzione delle forze sul campo a vantaggio della Russia (si pensi ai 10000 mezzi corazzati di cui Putin ancora dispone e all'enorme disponibilità di truppe).

Il sostegno militare della NATO all'Ucraina non equivale all'ingresso diretto della NATO in guerra contro la Russia.

Questa distinzione elementare tra sostegno militare e ingresso in guerra vale innanzitutto sul piano storico generale: la Gran Bretagna sostenne l'Etiopia contro l'imperialismo fascista nel 1936 ma non fu in guerra con l'Italia sino al 1940; la Gran Bretagna sostenne la Cina contro l'invasione giapponese nel 1936-'38 ma non era allora in guerra col Giappone; l'URSS staliniana sostenne (ahimè) economicamente e militarmente la Germania nazista fra il 1939 e il 1941, ma non era per questo in guerra contro Gran Bretagna e Francia; Cina e URSS negli anni '60 e '70 sostennero militarmente il Vietnam contro gli USA ma certo non erano in guerra con gli USA... Gli esempi si potrebbero moltiplicare, come si vede, con i più diversi protagonisti, riferimenti e contesti. L'idea per cui un sostegno militare significa di per sé essere in guerra non trova il conforto della storia.

Tale distinzione vale anche nel caso della guerra attuale. L'imperialismo USA e gli imperialismi europei vogliono impedire la vittoria dell'imperialismo russo in Ucraina, che significherebbe la loro sconfitta, ma non al prezzo di essere trascinati direttamente in guerra. Per questo si oppongono all'invio diretto di proprie truppe. Rifiutano la concessione della no fly zone che Zelensky ha richiesto. Hanno minimizzato l'incidente al confine polacco a settembre. Dilazionano ripetutamente gli aiuti (persino dei famosi Leopard) e ne riducono il più possibile l'importo effettivo. Pongono come condizione dei rifornimenti militari l'impegno ucraino a non attaccare il territorio russo in profondità, misurando la stessa natura degli aiuti militari in base a questa clausola di ingaggio.

Più in generale, l'idea per cui gli USA mirerebbero alla guerra contro la Russia per smembrarla e spartirsela ha molto a che fare con la propaganda patriottica putiniana, ma molto meno con la verità. Confonde i piani fantascientifici di alcuni ambienti dell'estrema destra polacca con gli orientamenti dell'imperialismo USA. Il quale da un lato vuole sconfiggere per il proprio interesse i piani di Putin in Ucraina, ma dall'altro teme che una caduta di Putin e ancor più una dissoluzione della Federazione Russa possano essere capitalizzati dalla Cina, il proprio nemico strategico, con un'ulteriore espansione della propria area d'influenza in Asia. Le riflessioni di un Kissinger non sono estranee a questo ordine di preoccupazioni strategiche.


UNA GUERRA ASIMMETRICA

Le trattative tra NATO e Ucraina che accompagnano ogni consegna (o promessa) di nuove armi sono dunque il riflesso di un braccio di ferro tra pressioni diverse: da un lato la pressione ucraina al rialzo, sotto l'incalzare drammatico della guerra russa, dall'altro la volontà della NATO di contenere gli aiuti dentro le compatibilità di un sostegno esterno senza coinvolgimento diretto. Un equilibrio difficile e precario e tuttavia ricercato, cui si si aggiungono come ulteriore fattore di condizionamento le contraddizioni interne al campo degli imperialismi NATO, tra imperialismo USA e imperialismi europei, tra imperialismo britannico e imperialismo tedesco e francese. Ma anche all'interno degli stessi paesi imperialisti tra équipe di governo e stati maggiori. Ovunque preoccupati – dal Pentagono ai comandi tedeschi e francesi – di salvaguardare la propria forza militare evitando di “esagerare” con l'invio di armi all'Ucraina. Ciò che a volte viene scambiato per un improbabile pacifismo dei generali è solo la preparazione alle guerre future, magari contro la Cina sul Pacifico.

La guerra in corso è e resta dunque una guerra asimmetrica. L'Ucraina è il terreno di combattimento, non la Russia. La Russia invade e bombarda l'Ucraina da un anno, distruggendo città, centrali elettriche, fabbriche, ospedali, scuole. L'Ucraina si difende sul proprio territorio senza attaccare il territorio russo (al di là ovviamente delle linee contigue di rifornimento e delle basi militari di attacco adiacenti al fronte) e senza coinvolgere la popolazione russa. È un fatto. Dieci milioni di sfollati ucraini sono il portato di questa realtà, assieme al carico di morti e di terrore. Non sono l'effetto della difesa ucraina e degli aiuti militari NATO, sono l'effetto dei bombardamenti russi e dell'occupazione russa. Dire il contrario, attribuire le vittime ucraine alla resistenza all'invasione (“è Zelensky che vuole il massacro del suo popolo”) non costituisce solo un cinico falso logico, ma anche un sostegno obiettivo alla propaganda di guerra putiniana. Cioè un sostegno all'imperialismo invasore.


LA GUERRA DEL DONBASS DEL 2014 E LA GUERRA RUSSA ALL'UCRAINA

Chi rappresenta la guerra attuale come un prolungamento della guerra del Donbass del 2014 rimuove questa realtà.

Quella fu una guerra del governo nazionalista ucraino post-Maidan, guidato dalla destra di Poroshenko, contro la ribellione delle popolazioni russofone alle sue misure reazionarie. Noi, in quel contesto, sostenemmo senza riserve le repubbliche del Donbass contro il governo reazionario ucraino, nonostante la natura rossobruna dei governi separatisti e il sostegno militare loro accordato, per interesse proprio, dall'imperialismo russo.

Questa è una guerra di invasione dell'imperialismo russo contro l'Ucraina intera, inclusa la popolazione russofona del Donbass. Il Donbass è oggi uno dei terreni della guerra, non la ragione della guerra. La “liberazione del Donbass dai nazisti ucraini” è propaganda ipocrita dell'imperialismo russo. Tanto più grottesca se si pensa che la cosiddetta “denazificazione” dell'Ucraina è condotta dalle truppe panislamiste cecene arcireazionarie di Kadyrov e dalle milizie naziste della Wagner, il cui ruolo nella guerra d'invasione russa è oltretutto incomparabilmente superiore a ciò che resta dei fascisti Azov nella difesa ucraina. Al punto che i capi della Wagner, forti del proprio ruolo al fronte, sgomitano ormai in prospettiva per la successione politica a Putin.

Siamo dunque a difesa dell'Ucraina contro la guerra d'invasione dell'imperialismo russo. Proprio perché siamo contro tutti gli imperialismi, siamo contro tutte le loro guerre, a sostegno di tutti i popoli da questi invasi. Abbiamo difeso l'Iraq, la Serbia, l'Afghanistan contro le guerre imperialiste dell'Occidente; difendiamo l'Ucraina dalla guerra d'invasione dell'imperialismo russo.

È una posizione che discende dall'intera tradizione del marxismo rivoluzionario internazionale, come abbiamo ampiamente documentato. Lenin e Trotsky hanno sempre difeso le nazioni dipendenti contro le potenze imperialiste che le opprimevano e/o le aggredivano, anche quando tali nazioni venivano sostenute per interesse proprio da imperialismi rivali. Nel 1916 il sostegno tedesco al movimento nazionale irlandese non impedì a Lenin di sostenere l'Irlanda contro l'imperialismo britannico. Il sostegno della Gran Bretagna all'Etiopia contro l'imperialismo fascista non impedì a Trotsky di rivendicare la difesa dell'Etiopia contro L'Italia. Cosi come il sostegno britannico alla Cina, aggredita dall'imperialismo giapponese, non gli impedì di sostenere la Cina contro il Giappone. In ognuno di questi contesti esistevano le contraddizioni interimperialiste, ma non rappresentavano l'elemento dominante. E le tesi ultrasinistre che in nome di quelle contraddizioni rifiutavano il sostegno alle nazioni dipendenti furono oggetto di una polemica costante sia di Lenin che di Trotsky. La nostra difesa dell'Ucraina contro l'imperialismo russo, nonostante l'appoggio all'Ucraina degli imperialismi NATO, è l'applicazione coerente ed elementare di questo metodo leninista. Come lo è il nostro sostegno alla resistenza curda, pur sostenuta da armi e istruttori americani.

Naturalmente, se la guerra cambiasse natura, cambierebbe la nostra posizione. Se la NATO entrasse direttamente in guerra contro la Russia, assumeremmo una posizione di disfattismo bilaterale, come a fronte di ogni guerra interimperialista. Se la Russia si ritirasse entro i confini del 24 febbraio e l'Ucraina, magari spinta da alcuni ambienti imperialisti guerrafondai (Gran Bretagna, Polonia...) continuasse la guerra contro la Russia, anche in quel caso la nostra posizione cambierebbe in direzione del disfattismo bilaterale. Ma così oggi non è.

Non escludiamo affatto la possibilità di una trascrescenza della guerra attuale in direzione di un conflitto interimperialista. Semmai una delle conseguenze paradossali della rappresentazione della guerra attuale come già interimperialista è proprio quella di rimuovere il rischio di un salto interimperialista della guerra. A maggior ragione nel caso di quella “teoria” strampalata (purtroppo affacciatasi anche in ambienti rivoluzionari) per cui essendo oggi in epoca nucleare, le guerre tra gli imperialismi possono essere solo indirette e “bastarde”, “come in Ucraina”. Pur di negare il diritto alla resistenza ucraina contro l'invasione russa, si giunge di fatto a negare la stessa possibilità di una guerra diretta tra le potenze imperialiste. Un'analisi sbagliata conduce paradossalmente a illusioni semipacifiste del tutto irresponsabili, a scapito della lotta contro la minaccia della terza guerra mondiale imperialista, purtroppo tragicamente possibile.

Resta il fatto che non possiamo confondere una terribile possibilità del futuro con la realtà presente. Lo ribadiamo. L'elemento interimperialistico è ben presente nel conflitto: ne spiega il contesto, disegna gli schieramenti internazionali, influisce sulle forze militari in campo su entrambi i versanti. Ma i soggetti centrali della guerra, quelli che si combattono sul campo, sono da un lato l'imperialismo russo, dall'altro lo Stato ucraino. Questa è oggi la linea del fronte. Non possiamo essere neutrali a fronte di una guerra imperialista d'invasione contro un paese che imperialista non è. Tanto più se il confine della guerra ricalca la frontiera di un'oppressione storica, prima zarista, poi staliniana, per mano dello sciovinismo grande-russo.

Chi dipinge la resistenza ucraina come un semplice braccio esecutivo della NATO non solo nega l'esistenza della nazione ucraina e del suo popolo (al pari di Putin), ma è incapace di spiegare la stessa dinamica della guerra. Certo, la NATO fornisce armi, istruttori, intelligence. Ma ad usare quelle armi sono gli ucraini. A morire sono gli ucraini. I militari ucraini, ma anche i civili. In Russia più di un milione di giovani sono fuggiti per evitare l'arruolamento in guerra. In Ucraina più di centomila volontari si sono arruolati nelle forze di difesa territoriale. È il riflesso indiretto della natura della guerra: da un lato una guerra imperialista d'invasione, dall'altro una guerra nazionale di difesa.

La guerra di difesa non avrebbe resistito un anno intero senza il retroterra di un sostegno popolare. Sostegno che è anche servizio civile, supporto logistico, soccorso ai feriti, cura del vettovagliamento, sostegno morale. Fattori che pesano sul fronte di guerra non meno delle armi. Chi non capisce questo ignora la storia delle guerre di ogni tempo.


LA NOSTRA DIFESA DELL'UCRAINA, IL RIFIUTO DELLA NATO E DELLE SANZIONI

Siamo a difesa dell'Ucraina, in piena autonomia dalla NATO. Siamo contro la NATO, contro la sua espansione in Nord Europa (sulla pelle del popolo curdo), contro il suo allargamento sul Pacifico in contrapposizione alla Cina, contro l'aumento delle spese militari dei governi d'Occidente e la loro folle corsa al riarmo. In una parola, siamo contro gli imperialismi di casa nostra, che sono sempre per noi il nemico principale. Gli ucraini hanno il diritto di usare tutte le armi disponibili per difendersi dall'invasione russa: è il diritto di ogni popolo invaso da un imperialismo. Noi abbiamo il dovere politico di dire che gli imperialismi che danno loro le armi lo fanno nel loro proprio interesse. Abbiamo il dovere politico di dire che un ingresso dell'Ucraina nella NATO sarebbe non una garanzia di pace ma l'iscrizione alle guerre future. Abbiamo il dovere di dire che l'ingresso dell'Ucraina nella UE, come vuole Zelensky, significherebbe impiccare l'Ucraina a nuove politiche di austerità e sacrifici, che ricadrebbero innanzitutto sui lavoratori e le lavoratrici ucraine, quelli che oggi reggono sulle proprie spalle i costi della resistenza all'invasione.

Siamo dalla parte della resistenza ucraina, non delle sanzioni occidentali contro la Russia. Più precisamente siamo contro le sanzioni. Le sanzioni contro la Russia non solo scaricano il proprio costo sui lavoratori d'Occidente e sui lavoratori russi, ma sono oggi usate dal regime reazionario di Putin sul fronte interno per costruire il consenso sciovinista alla propria guerra imperialista. Sono dunque di fatto contro gli interessi della resistenza ucraina all'invasione e contro lo sviluppo di un'opposizione russa alla guerra. A maggior ragione lo sono le odiose posture russofobe in campo culturale, artistico, sportivo. Più in generale, la nostra opposizione alla guerra dell'imperialismo russo non ha nulla a che spartire con la guerra degli imperialismi occidentali contro la Russia. La NATO combatte la Russia per i propri interessi imperialisti. Noi difendiamo l'Ucraina contro la Russia nel nome degli interessi del proletariato russo, del movimento operaio internazionale, del popolo ucraino.


ALL'OPPOSIZIONE DI ZELENSKY, DALLA PARTE DEI LAVORATORI UCRAINI

Siamo all'opposizione del governo Zelensky. Appoggiare il diritto di resistenza ucraina non significa affatto appoggiare politicamente il governo ucraino. Così come appoggiare il diritto di resistenza del popolo iracheno, il diritto di resistenza del popolo serbo, il diritto di resistenza del popolo afghano, non ha mai significato per parte nostra appoggiare politicamente Saddam Hussein, Milosevic, i talebani. Come appoggiare la resistenza etiope contro l'Italia, o la resistenza cinese contro il Giappone, non significava per Trotsky appoggiare politicamente il Negus o Chiang Kai-shek. È un aspetto elementare della politica rivoluzionaria

Sulla figura e la natura politica di Zelensky regna in realtà una confusione enorme. La propaganda imperialista russa lo presenta come nazista e capo dei nazisti. La propaganda imperialista del campo NATO lo presenta come eroe della democrazia e del progresso. Mentono naturalmente entrambe. Zelensky è un borghese di estrazione ebraica, esponente del centro politico ucraino che si è candidato nel 2019 in opposizione alla destra nazionalista di Poroshenko. Non a caso ha raccolto molti voti proprio nel Donbass. Al tempo stesso, da politico borghese uscito dalle file dello spettacolo (al pari di un Grillo) ha marcati tratti populisti, e si è andato costruendo come riferimento centrale dell'imperialismo NATO e dell'Unione Europea. Inutile dire che la guerra d'invasione russa e la demonizzazione di Zelensky da parte di Putin hanno accresciuto la sua popolarità interna, precedentemente in significativo declino. Per parte nostra non abbiamo bisogno di accodarci alla “zelenskofobia” alimentata dagli ambienti rossobruni per denunciare le politiche borghesi di Zelensky.

Le politiche sociali di Zelensky sono antioperaie e antisindacali: privatizzazioni, precarizzazione, liberalizzazione dei licenziamenti, aumento dell'orario di lavoro, libera compravendita dei terreni a vantaggio della grande proprietà fondiaria. Tutte politiche suggerite dal Fondo Monetario Internazionale e pretese dalla UE. Alle quali si aggiunge l'impegno a pagare l'enorme debito pubblico accumulato per le spese di guerra. Queste politiche sono respinte giustamente dal sindacalismo di classe in Ucraina. I lavoratori e i sindacati ucraini si sono impegnati nella difesa del paese dall'invasione russa, che è innanzitutto la difesa delle proprie case e del proprio lavoro. Anche per questo le politiche sociali del governo sono vissute e spesso denunciate come una pugnalata alla schiena. Lo spettacolo degli oligarchi ucraini che si arricchiscono con la guerra portando all'estero le proprie ricchezze sulla pelle dei loro operai che combattono al fronte e nelle retrovie suscita sdegno e sgomento, giustamente.

Lo stesso vale per le nuove normative militari. Gli ultimi decreti del governo Zelensky privano i soldati al fronte di importanti protezioni legali di fronte ai loro ufficiali, accrescendo a dismisura il potere di questi ultimi. Una petizione popolare ha raccolto decine di migliaia di firme contro tali misure, accusandole di favorire la demoralizzazione dell'esercito e dunque di indebolire la resistenza all'invasione. La lotta di classe trova il proprio spazio anche in una guerra di difesa nazionale.

Lo sgomitamento per la spartizione della futura ricostruzione dell'Ucraina fa oggi del governo di Kiev un crocevia di pressioni e interessi imperialisti occidentali, tra loro concorrenziali ma convergenti. USA, Gran Bretagna e Germania, assieme alla vicina Polonia, puntano ad assicurarsi il grosso della torta quale ricompensa degli aiuti militari. Francia e Italia vogliono partecipare alla partita. La visita di Bonomi a Kiev, a nome di Confindustria, ha qui la sua principale ragione. Ogni imperialismo d'Occidente (ma anche la Turchia e persino la Cina) punta ad ottenere per sé manodopera a basso costo, investimenti detassati, laute commesse per le proprie imprese. Il patriottismo filoucraino è il patriottismo del proprio portafoglio.

Nel mentre difende il paese dalla guerra d'invasione russa nel nome della sovranità nazionale, Zelensky subordina l'Ucraina al controllo imperialista dell'Occidente. Da qui la nostra opposizione. Nel mentre difendiamo l'esistenza stessa dell'Ucraina dall'aggressione mortale dell'imperialismo russo, ci opponiamo alla sua svendita all'imperialismo di casa nostra. L'autodeterminazione nazionale del popolo ucraino, che innanzitutto richiede la sconfitta dell'invasione russa, potrà realizzarsi compiutamente solo rompendo con ogni imperialismo. Dunque solo su basi socialiste. Non è un caso se fu la Rivoluzione d'ottobre a riconoscere quel diritto all'indipendenza ucraina che Putin vuole oggi cancellare nel nome della Grande Russia.


PER UNA PACE GIUSTA, SENZA ANNESSIONI

Vogliamo la fine della guerra, rivendichiamo la pace. Non qualsiasi pace. Poche parole come “pace” sono da sempre strumento di inganno. La guerra in Ucraina non fa eccezione.
Ogni protagonista della guerra declina la pace in base ai propri interessi. Putin chiama “pace” la resa dell'Ucraina: la perdita della sua sovranità o in subordine la sua amputazione, con relative annessioni. È la pace dell'imperialismo aggressore. Gli imperialismi NATO che oggi contrastano nel loro proprio interesse l'operazione russa cercano in realtà sottobanco una via d'uscita. La proposta di “pace” veicolata recentemente dalla CIA ai diplomatici russi circa una spartizione concordata del territorio ucraino occupato quale possibile soluzione del conflitto è stata respinta sia dalla Russia che dall'Ucraina, per opposte ragioni. Ma dà l'idea della logica con cui si muovono gli imperialismi “democratici”. Per loro i diritti dei popoli sono da sempre merce di scambio; vale per i palestinesi, vale per i curdi, perché non potrebbe valere per gli ucraini?

Rivendichiamo una pace giusta. Una pace senza annessioni. Ciò che significa innanzitutto il ritiro delle truppe russe di occupazione dai territori conquistati dopo il 24 febbraio 2022. “Putin go home” è la prima rivendicazione di pace in Ucraina. Ogni soluzione di pace sotto occupazione militare può essere solo un inganno. Le soluzioni di pace in Palestina sotto l'occupazione sionista sono al riguardo eloquenti. Non può esservi una pace giusta in Ucraina senza il ritiro delle forze russe entro i confini del 23 febbraio 2022. È grave che larga parte del pacifismo italiano, nel mentre respinge il diritto alla resistenza ucraina, rifiuti di chiedere il ritiro dall'Ucraina delle forze russe di occupazione, la più elementare delle rivendicazioni per chi si oppone alla guerra.

Al tempo stesso, una pace giusta non vuol dire subordinazione alla destra nazionalista ucraina, o alle tendenze revansciste presenti in ambienti NATO (Gran Bretagna e Polonia in primis). Al contrario. Non è per noi in discussione l'appartenenza della Crimea alla Russia. Il popolo di Crimea è russo, non semplicemente russofono. Ogni pretesa del nazionalismo ucraino di riconquistare la Crimea sarebbe priva di ogni diritto. Così non è per noi in discussione il diritto di autodeterminazione delle popolazioni russofone del Donbass. Valeva nel 2014 contro il governo ucraino, vale oggi in presenza dell'invasione russa. Sono le popolazioni del Donbass che hanno il diritto di scegliere liberamente dove vogliono vivere, se nel quadro di una Ucraina federale o all'interno dello Stato russo, o come repubbliche indipendenti. Di certo il loro destino non può essere affidato né ai referendum farsa delle forze russe occupanti né alla volontà di rivincita della destra ucraina.


IL RUOLO DECISIVO DEL PROLETARIATO RUSSO

La lotta per una pace giusta assume a riferimento non l'imperialismo russo, non gli imperialismi NATO, ma la resistenza ucraina e il proletariato russo.

Il principale fattore di pace non sono le sanzioni occidentali ma la possibile ribellione dei lavoratori russi, i grandi dimenticati della lotta contro la guerra.
Anche a causa delle sanzioni e delle campagne russofobe, il regime di Putin conserva tuttora purtroppo un consenso nettamente maggioritario in Russia. Ma la situazione non è cristallizzata. Molto dipende dal fronte di guerra. La sconfitta russa a Kherson a settembre e la successiva mobilitazione dei 300000 coscritti ha dato una scossa sul fronte del consenso interno, lo hanno rilevato tutti i sondaggi, di diversa fonte, sulla continuità o meno della guerra. In particolare le crepe del consenso interno si sono manifestate nella giovane generazione e presso le popolazioni della periferia dell'impero, quelle popolazioni non russe su cui si concentra il grosso della campagna di arruolamento alla guerra. Come ogni Bonaparte, Putin si regge sul prestigio della vittoria. Non a caso la guerra di annientamento russo della Cecenia (nel totale disinteresse della sinistra occidentale) ha lastricato l'ascesa di Putin. Per la stessa ragione, una sconfitta sul fronte ucraino potrebbe innescare una crisi del regime. E una crisi del regime putiniano potrebbe trascinare con sé una mobilitazione popolare di ampia portata in Russia.

Chi legge la storia solo in termini di geopolitica, dai liberali di Limes agli ambienti campisti di estrazione staliniana, ignora la stessa categoria di una possibile rivoluzione russa. Tutto si ridurrebbe al bivio tra Putin e la NATO, il resto è chiacchiera. Fortunatamente la storia reale è più creativa di questo schemino. Nessun regime è per sempre. Può cadere per fratture interne, può cadere per effetto di una ribellione dal basso, può cadere per la combinazione di entrambi i fattori. La guerra, ogni guerra, espone il regime che la promuove a una prova cruciale, a maggior ragione un regime bonapartista. Una vittoria lo consolida, una sconfitta può trascinarlo in rovina e persino aprire la via a una rivoluzione. La sconfitta militare della Russia prima nel 1905, poi nel 1917, minò il regime zarista, e innescò grandi crisi rivoluzionarie. Una sconfitta del regime putiniano in Ucraina potrebbe aprire il varco ad una crisi rivoluzionaria in Russia, con effetti enormi sulla lotta di classe internazionale.

Il Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario), con cui il PCL è in rapporto, si batte coraggiosamente per questa prospettiva. Mentre il PC staliniano di Zuganov si schiera col regime putiniano votando i crediti di guerra, il RPR si è schierato da subito contro il proprio imperialismo e la sua guerra, in coerenza con la tradizione leninista. Si tratta della principale organizzazione trotskista in Russia, una delle più consistenti formazioni dell'estrema sinistra presente nel paese. Noi che ci battiamo contro ogni imperialismo a partire dal nostro, salutiamo l'intervento rivoluzionario dei nostri compagni russi contro la guerra del proprio imperialismo. È un augurio per la rifondazione dell'internazionale rivoluzionaria, che i venti di guerra rendono più necessaria che mai.

“Se vuoi la pace prepara la rivoluzione” è la parola d'ordine con cui partecipiamo alle manifestazioni pacifiste e contro la guerra, un anno fa come oggi. Il capitalismo porta la guerra come le nubi portano la pioggia, scriveva Jean Jaurès. Solo il rovesciamento del capitalismo e dell'imperialismo, solo una rivoluzione socialista, in ogni paese e su scala mondiale, può liberare l'umanità dalle guerre. Il pacifismo, anche quello più onesto, è incapace di comprenderlo. I marxisti rivoluzionari hanno il dovere di ricordarlo sempre, contro tutti gli imperialismi e su i tutti i fronti di guerra.

Marco Ferrando

Intervista a un compagno del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya

 


1 Ottobre 2022

English translation

Pubblichiamo questa intervista fatta a un compagno russo del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya, RRP (Partito Operaio Rivoluzionario), che si è coerentemente espresso contro la guerra in Ucraina e contro l’imperialismo russo. Per garantire la sicurezza del nostro compagno omettiamo il suo nome, così come tutti i nomi di luoghi. Il compagno ha inoltre insistito a utilizzare nell’intervista l’espressione “operazione militare speciale” anziché “guerra”. Ci ha spiegato che anche solo l’uso della parola guerra, infatti, potrebbe essere sufficiente per subire una denuncia amministrativa. Auguriamo a lui e alle altre compagne e compagni buon proseguimento di lotta.

L'intervista è stata fatta poco prima dell'annuncio da parte di Putin della cosiddetta mobilitazione parziale. Va quindi tenuto conto di questo per ciò che riguarda i giudizi e le analisi contenute nelle risposte del compagno (n.d.r.)


Compagno, ci puoi riassumere la posizione del tuo partito sulla guerra?

Sì, certo. La posizione del mio partito è stata esposta abbastanza dettagliatamente. Dopo il nostro ultimo congresso, che si è tenuto nel maggio di quest’anno, la nostra posizione è stata confermata definitivamente. È basata sulle conclusioni del lavoro di Vladimir Ilich Lenin L'imperialismo, stadio supremo del capitalismo, e appellandosi a questo lavoro, alla teoria dell’imperialismo, noi non riteniamo che vi sia un imperialismo buono. Io non l’ho mai pensato. Guardiamo per esempio il dirigente del Partito Comunista della Federazione Russa (PCFR) Gennadii Andreevich Ziuganov, e il famoso filosofo di sinistra Žižek. Talvolta le loro opinioni combaciano, e in questo caso hanno combaciato. Le loro posizioni sulla borghesia hanno combaciato. Slavoj Žižek e Gennadii Ziuganov pensano che ci sia un capitalismo buono che si oppone a quello cattivo. Dal punto di vista di Žižek è il capitalismo occidentale che è più progressivo di quello russo, e conformemente Ziuganov sostiene la posizione opposta, che il capitalismo russo sia più progressivo di quello occidentale. In realtà la loro posizione è la stessa. Io non penso che un capitalismo imperialista possa essere progressivo. La posizione del nostro partito si riferisce proprio a questo. Può essere letta sul nostro sito, e anche sui nostri gruppi, precisamente su Facebook, e sulla rete sociale russa VK, VKontakte, che è quella che principalmente usiamo, nonché su Telegram. L’abbiamo esposta sia come una posizione programmatica a parte, sia come parte della risoluzione del nostro congresso.


Ci puoi raccontare quando e perché ti sei unito al Partito Operaio Rivoluzionario?

Allora, nel 2014 io tendevo già ad avere delle vedute, delle idee di sinistra. Poi ho avuto un cambiamento. Direi che all’epoca ero un po’ più liberale di adesso. Forse perché non sono abbastanza istruito, o perché vivo in un posto di provincia, non capisco molte cose. Non dico che sono omofobo o transofobo, ma non capisco molte cose sulle questioni di genere. Non capisco molte cose dei cosiddetti partiti neomarxisti, dove vedo molta pretenziosità. A un certo punto, un membro del Comitato Centrale del nostro partito mi ha scritto su internet. L’hanno fatto anche con altre persone. Quando vedevano che qualcuno sembrava interessato al socialismo, al comunismo, gli scrivevano sulla rete sociale VK: «Ciao, ti interessano le idee comuniste? Vorresti entrare nel nostro partito?». Il partito cerca di fare propaganda un po’ come Gandhi [ride]: prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono, e infine li batti! Per un certo periodo noi siamo stati anche derisi per questo, poi hanno iniziato anche loro a usare questa tecnica, perché funziona. Sì, e io sono entrato nel Partito Operaio Rivoluzionario proprio in questo modo. All’epoca si dava molta importanza alle questioni identitarie, ciò che chiamiamo il marxismo occidentale. Anche se anche abbiamo dato molta importanza anche al leninismo e all’analisi marxista, quando era vivo il nostro fondatore. Ecco, poi letteralmente dopo un anno sono andato al congresso, e con mio stupore e addirittura choc ho visto che al congresso sono stato promosso candidato, ed eletto nella Commissione Centrale di Revisione. Non me l’aspettavo, ed è stata una grande sorpresa. Sono stato eletto anche un'altra volta ma ho chiesto di essere esentato per validi motivi, a causa di problemi personali. Sul mio partito voglio dire ancora una cosa: da quando sono entrato ci sono state due scissioni, delle quali una abbastanza grande. Come prima, continuiamo la nostra posizione di appoggio critico al PCFR, non corriamo dietro il discorso identitario. Anche se ultimamente in Russia il discorso conservatore in quanto tale si è come standardizzato, come se fosse diventato “normale”. Gli inviti alla violenza verso le minoranze vengono praticamente accettati, e questo non va bene. Un conto è discutere quanti generi ci sono, 50 o 60, e un altro discorso è quando per delle persone è davvero pericoloso vivere su questo pianeta, semplicemente. È una cosa un po’ diversa, e su questo io sostengo la posizione che contro queste cose bisogna lottare con tutti i metodi, con tutti i mezzi. Contro i pericoli alla vita delle persone, perché abbiano il diritto a una vita sicura, a un lavoro, ecc.


Come descriveresti il sistema politico russo? Ritieni che la Russia sia un paese imperialista?

Sì, l’ho già detto rispondendo alla prima domanda. Sì, la Russia è un determinato paese imperialista. E anche se si tratta di un imperialismo secondario rispetto a quello americano, per esempio, questo non giustifica affatto l’imperialismo russo. Anzi, al contrario: io mi sono reso conto di alcuni elementi di questo imperialismo all’università, quando studiavo pedagogia adolescenziale. Io vedo che le nostre élite sono infantili, in un certo senso. Ricordano un adolescente che è stato umiliato, e in un dato momento cerca di compensare questa umiliazione, di compensarla con la violenza: più violenza c’è, meglio è! Questo mi ricorda anche l’esempio di Israele. Da noi questo viene detto apertamente. Perché Israele attacca i propri vicini? Perché lo fanno i turchi? Perché noi non possiamo? Cioè fanno i duri, come direbbero i giovani. Israele non chiede scusa di nulla, mai. Se sparano a qualcuno, la gente se ne sbatte. Non si scusa, bombardano, dicono che sparano ai terroristi, e a loro tutto è perdonato. C’è come un desiderio di recuperare il terreno perduto, di modo che parlino con te alla pari nel mondo capitalistico. E il metodo è mostrare la tua ferocia da duro, essere dei duri. Questo ricorda davvero il comportamento di un adolescente complessato. Su questo piano, certo, l’imperialismo russo è disgustoso, ma a parte questo non è né migliore né peggiore di quello americano, e di quello occidentale più in generale. Per quanto riguarda l’Unione Europea in quanto tale, non mi sembra che conduca una politica imperialistica. Altra questione è quella dell’imperialismo cinese che è in crescita, come anche quello turco. Adesso tutti parlano della Russia, ma più in genere ci sono delle tendenze pericolose nel mondo. Per quanto riguarda il sistema politico russo, io lo descriverei come bonapartista. Cosa vuol dire? L’élite russa è concentrata intorno alla figura del presidente, ed è costituita dall’oligarchia e dalle istituzioni che si occupano di amministrare la forza. Sono la base del potere putiniano. Questi apparati di sicurezza esercitano una funzione determinata, cioè da un lato frenano gli oligarchi con qualche slogan populista (la difesa del popolo semplice, ecc.), ma cercano di compiacere anche la piccola borghesia e la classe operaia, nonché il capitale finanziario e industriale. Quelli che vengono chiamati “gli amici di Putin” (anche se io non direi che sono suoi amici, in realtà). Ecco, questo destreggiarsi può essere molto lontanamente paragonato all’epoca napoleonica, cioè di Napoleone III, del secondo impero francese. Certo, questo è un paragone lontano. A me personalmente sembra anche che il sistema politico russo ricordi il peronismo in Argentina. Per quanto riguarda l’Argentina, l’appoggio a Juan Perón dal basso era talmente vario che i suoi sostenitori, dalle vedute diverse, si sono praticamente fatti la guerra, contando che tra i peronisti ci sono stati i peronisti di sinistra, i montoneros, e i peronisti della A.A.A., l’Alleanza Anti-Comunista Argentina. Certo, da noi non c’è un fenomeno simile, ma mi sembra che la Russia putiniana ricordi per certi versi il peronismo.


Che sentimenti ci sono nella popolazione a proposito della guerra? Cosa pensa la classe operaia? Vi sono delle proteste?

Comincio dalle proteste. Di proteste ce ne sono state, ma sono durate molto poco. Diciamo che con le sanzioni ci hanno molto aiutato (cioè, non noi, ma il nostro governo). Con le sanzioni ci hanno aiutato così bene che adesso alcune fabbriche di automobili sono praticamente chiuse. La produzione è stata ridotta o trasferita ad altre fabbriche. Il settore automobilistico si trova in una grande caduta. Quindi, le persone non possono davvero protestare. E anche se possono, la maggioranza ha semplicemente paura. C’è un episodio interessante che vi racconto. Le poche proteste che ci sono state ci sono state in primavera, e si sono interrotte molto presto. La cosa interessante è che si sono interrotte anche le azioni a sostegno dell’”operazione speciale”! Il Partito Nazional Bolscevico russo, i naz-bol come li chiamiamo (una specie di guardia seminazista), manifestava a sostegno dell’”operazione speciale”, e li hanno messi dentro lo stesso, senza fare distinzioni! Quindi il concetto è: non andare a manifestare e basta! E i problemi che sono legati alla perdita del lavoro sono più sentiti. Adesso non ci sono proteste. Ci sono probabilmente su internet, ma su internet si può trovare di tutto… Sì, c’è la “coscienza della nazione” che ha scelto di emigrare, ma loro non sono considerati dalla maggior parte della popolazione. Tornando all’inizio della domanda, scusate se vi rispondo a lungo… I sentimenti della popolazione sono contradditori. Qui il punto è che all’interno della popolazione della Russia, con l’eccezione di una parte marginale, non ci sono persone che giustificano il governo di Kiev. Alcuni considerano l’Ucraina un paese fratello, anzi probabilmente sono la maggioranza. Ma il governo di Kiev viene considerato praticamente come un governo di occupanti, come degli agenti del Dipartimento di Stato, cioè degli americani, come se non fosse un vero governo ucraino. E a partire da questo si forma l’opinione che bisogna liberarli, abbattere questi occupanti, e pum!, l’Ucraina diventa “normale”… Con l’eccezione dell’Ucraina occidentale. C’è una convinzione metafisica che gli ucraini tendano alla Russia, e che se cercano di dirlo, i nazisti, cioè i battaglioni nazisti, li picchiano in testa per strada. È vero, questi battaglioni nazisti ci sono, e la loro presenza serve a rafforzare questo mito. I nazisti ci sono davvero, e sono ben visibili. Penso che ce ne siano di più che in Russia, in questo momento. I nostri si sono nascosti tutti. O si sono “travestiti” sotto altre forme, come cosacchi, come gente che parla del mondo russo, patrioti, ecc. Quindi c’è questo desiderio di rendere l’Ucraina “libera”, anche se loro veramente non chiedono questo. C’è questa idea che si tornerà indietro nel tempo, che poi riprenderemo a venire a trovarci, a venire in vacanza reciprocamente, che Zelenski riprenderà a girare delle stupide commedie russe, come faceva prima negli anni 2000… che la pace e l’amicizia torneranno tra noi, come prima, basta abbattere il governo di Kiev... Ovviamente le cose non andranno così. Per quanto riguarda l’opinione della classe operaia, è un po’ simile a quella generale. Alla gente non piacciono i metodi. Molti giustificano gli obiettivi, ma non gli piacciono i metodi con i quali l’”operazione speciale” viene condotta. Non pensano che gli ucraini siano dei veri nemici. A qualcuno non piacciono né i metodi né gli obiettivi, ma comunque non amano il governo di Kiev, si preoccupano per la popolazione del Donbass, sulla quale si spara sul serio, e dicono: «Perché lo fanno?». Ma lo fanno… Per esempio, mia mamma si preoccupa molto e del tutto sinceramente per i bambini del Donbass che muoiono… Ma noi capiamo che i bambini non muoiono solo lì. In questo non c’è nessuna cattiveria, né odio. C’è questo sincero desiderio di rendere questo paese “libero”, nel nostro senso ideologico, fare loro del bene… Forse è difficile spiegare tutto questo a degli stranieri…


Ci puoi raccontare dove lavoravi all’inizio della guerra, e perché hai deciso di licenziarti? Che lavoro fai adesso?

Questa è una storia a parte. Allora, all’epoca io lavoravo in una fabbrica meccanica, di mitragliatori. Per l’esattezza, ero direttamente in produzione. Il punto è che la settimana precedente l’inizio dell’”operazione speciale” io non sono andato al lavoro. Stavo molto male, e naturalmente ho sofferto anche dell’evoluzione della situazione politica. Alla fine mi sono fatto forza e ho detto: bene, domani vado al lavoro. La mattina mi sono alzato, prendo il filobus, guardo il telefono, e vedo che nei nostri gruppi c’è un casino… Tutti urlano, tutti dicono: hanno attaccato, hanno attaccato… In precedenza c’erano stati molti falsi allarmi: la Russia è intervenuta, non è intervenuta, ecc… Quindi non si capiva. Quando sono arrivato al lavoro mi aspettavo come minimo che mi licenziassero. Come minimo, o che mi togliessero tutti i premi di produzione possibili… Insomma, mi aspettavo che mi facessero una lavata di capo, che il capo mi distruggesse e mi mangiasse. Ma di me non gliene sbatteva niente a nessuno. Tutti sembrano davvero persi, molto seriamente. Eravamo nella sala fumatori, il nostro capo è arrivato correndo e ha detto: via i telefoni, tutti al lavoro, le notizie le leggerete dopo! Quindi nessuno mi ha considerato. A me era finito l’internet sul telefono, mi erano finiti i soldi. E lì è molto difficile uscire a ricaricare, perché è molto difficile uscire dal territorio della fabbrica. E tutti i discorsi erano sul fatto che l’economia sarà distrutta, che saremo sotto embargo totale, ecc. E che era sensato fare scorte di generi alimentari, cosa che infatti ho fatto anch’io. Letteralmente dopo due giorni, quando ho ricevuto lo stipendio, abbiamo comprato da mangiare per due mesi, pensando che i prezzi sarebbero schizzati. Poi sono iniziate tutte queste psicosi sullo zucchero, ecc. Insomma, in generale eravamo abbastanza spaventati. Cosa succederà adesso? Onestamente, io non pensavo che con tutte le sanzioni l’economia avrebbe retto così bene. Non direi che la situazione è perfetta, ma noi ci aspettavamo molto di peggio, onestamente. Ci aspettavamo sicuramente la deflazione del rublo. La gente è andata a comprare dollari, poi si sono messi a imprecare. Quando non mi ero ancora licenziato, un mio collega si lamentava di non aver comprato dollari prima, poi dopo alcuni mesi piangeva e correva dicendo: "Perché non ho venduto i dollari?", perché il rublo si è molto rafforzato. Perché mi sono licenziato? Mi sono licenziato per vari motivi. Ho avuto davvero un esaurimento morale. Vorrei anche aggiungere che io sono comunque un armaiolo russo. Non so se conoscete la scultura della Madre Patria di Volgograd [Stalingrado], che in realtà è un insieme di sculture composto di tre parti. C’è un monumento a Magnitogorsk [città industriale sugli Urali], dove il Lavoratore Retrovia consegna una spada al Soldato dell’Armata Rossa. A Stalingrado, la Madre Patria solleva questa spada, e conformemente a Berlino il Soldato Liberatore, che ha una bambina tedesca in braccio, abbassa questa spada. "Basta, la guerra è finita". Cioè, "l’ho sollevata, ho scacciato il nemico, basta, adesso non serve più". Insomma, questo Soldato Liberatore non agita la spada come un sadico, non taglia a fette i bambini tedeschi con questa spada. Noi non facciamo le armi per questo! Volevo dire questo… non so se le mie metafore sono comprensibili. Comunque, mi sono licenziato anche per motivi professionali. Io non avevo una qualifica abbastanza buona, quindi non andava bene per la produzione in cui lavoravo. Ho provato ad andare in un altro reparto, ma non ce l’ho fatta, quindi mi sono dovuto licenziare. Infine, certamente anche motivi politici hanno influito sulla mia scelta. Mi stavano finendo i soldi, adesso lavoro nel settore privato, nell’amministrazione di condomini.


Come hanno reagito la tua famiglia e i tuoi conoscenti alla tua scelta?

Per quanto riguarda la mia posizione, in generale è capita benissimo. Mia mamma guarda molta televisione e tutta questa propaganda, quindi lei ha una posizione molto patriotica, diciamo così, o meglio filoputiniana. Mio padre ha una posizione un po’ più ragionevole e mi capisce, anche gli altri mi capiscono. Come dicevo, questa situazione viene vissuta in modo un po’ più profondo e complicato di quanto possa sembrare, specialmente dall’estero. La popolazione ha una percezione complicata. Poi non bisogna dimenticarsi che il Donbass esiste, lì ci vivono delle persone e gli sparano addosso in continuazione. Gli sparano gli ucraini, ormai con armi della NATO. Questo sta succedendo davvero. Adesso non voglio parlare di ipocrisia, però adesso tutti parlano dell’aggressione contro l’Ucraina, e ovviamente è un male, è orribile. Ciononostante, gli ucraini mitragliano in tutta tranquillità la regione di Lugansk, come se fosse una cosa normale, nell’ordine delle cose.


In Russia si parla dei crimini dell’esercito russo contro la popolazione civile? Tu personalmente cosa ne pensi?

Questa domanda è molto pericolosa, perché è molto vicina all’articolo del codice che mi potrebbe condannare, ma risponderò lo stesso [il compagno insiste a rispondere]. Prendo su me stesso tutta la responsabilità. In realtà non tutti ci credono. Sì, se ne parla. In effetti, questo è proprio uno dei motivi per i quali le persone non vogliono sostenere i metodi. Bisogna considerare che ci sono anche delle gravi perdite russe, sono davvero molto gravi. A molti non piacciono i metodi di combattimento, anche a molti ufficiali. Molti non capiscono, se ci sono delle armi così precise, così moderne, perché queste armi sparano non si capisce dove? Tutti sono convinti che questi colpi non siano intenzionali. Di questo sono convinti assolutamente tutti, tutti sono convinti che questi colpi siano casuali. Ma logicamente sorge la domanda: perché combattono in modo così “non professionale”? Io ho studiato molto dei conflitti locali, e non è mai successo che tutto andasse bene. Cioè, anche gli americani in Iraq hanno bombardato degli obiettivi civili, e quanti siano morti nella popolazione civile semplicemente non lo sappiamo, perché degli iracheni non importava nulla a nessuno. Gli iracheni non erano sostenuti dal centro capitalistico. Per non parlare del Vietnam, o di quante perdite ci siano state in Afghanistan durante l’intervento americano, e anche quello sovietico… non si capisce, perché nessuno si è preso la briga di contare. Qui invece c’è l’interesse di tutti. In ogni modo, da noi si parla più dei crimini di guerra ucraini. Per fare un altro esempio, qui in Russia ci ricordiamo tutti bene del tribunale dell’Aja sulla Jugoslavia. Sappiamo come tutte le parti del conflitto si sono comportate in Jugoslavia, ma i colpevoli sono risultati solo i serbi. Invece le condanne inflitte da quel tribunale ai criminali di guerra bosniaci e croati sono state ridicole: da due a dieci anni di galera per delle stragi. Per questo, da noi si dice: loro hanno due pesi e due misure, perché noi dobbiamo essere obiettivi in questa situazione? Anche noi useremo due pesi e due misure, allora. Adesso non è che voglio fare un discorso filosofico, ma qui mi sembra che in una situazione del genere nessuno abbia ragione. I crimini di guerra sono crimini di guerra, la guerra non è uno scherzo, non fa ridere.


Molti in Occidente criticano i propri media, dicendo che raccontano la guerra in modo molto unilaterale. Cosa ne pensi, come si comportano in proposito i media russi?

Si comportano esattamente allo stesso modo. L’espressione che avete usato risponde già alla domanda. Assolutamente allo stesso modo, battono sulla propria linea. Ignorano, negano, insinuano sui dati. Dicono in continuazione che i media occidentali sono uguali, che hanno due pesi e due misure, che sono controllati dalla volontà dei loro proprietari. Quindi i due casi mi sembrano assolutamente uguali, questi o quelli... Posso anche dire che i metodi dei media ucraini non sono molto diversi da quelli russi. È tutto quello che si può dire in materia.


Come pensi che si debba difendere l’Ucraina? Pensi che abbia il diritto a ricevere armi da altri paesi?

Qualunque paese indipendente ha il diritto di ricevere aiuto da altri paesi indipendenti e sovrani. Qualunque, è un diritto assolutamente naturale. In questo caso, vorrei dire che tutto questo mi ricorda il XVII secolo in America, nello specifico la politica coloniale. I francesi armavano gli algonchini con i moschetti, con un sacco di moschetti, mentre gli inglesi armano gli irochesi. Mi riferisco alla Guerra franco-indiana dei sette anni. Quelli si ammazzano allegramente l’un altro, distruggendo la natura circostante che gli dava le risorse. La insteriliscono, e così sono costretti ad andarsene a ovest, perché la loro terra è completamente svuotata. Anche gli algonchini se ne vanno più a ovest. Insomma, l’unica cosa che hanno ottenuto facendosi le guerre l’un l’altro è che hanno distrutto la propria terra e sono stati costretti ad abbandonarla. La quale terrà è stata felicemente abitata dai coloni europei, che avevano un’economia più avanzata, meno invasiva, quindi potevano avere un’agricoltura più intensiva, ecc. A loro non importava nulla, per loro quella natura era sufficiente. Questo è ciò che successe all’epoca. Comunque, per tornare alla risposta diretta: sì, qualunque paese ha diritto all’aiuto, o quanto meno a chiedere aiuto.


Cosa ne pensi delle affermazioni dei media statali russi, secondo le quali tutti gli ucraini sarebbero dei “nazisti”?

È semplicemente una fesseria, una fesseria! Vi rispondo con le parole di Jim Jarmusch: è una fesseria, una fesseria del c…! [scandisce lentamente le parole] Ma lasciatemi fare una rettifica, o una precisazione. Le affermazioni dei media russi suonano così, possono essere interpretate proprio così, ma il contesto è un po’ diverso, come ho detto. Cioè, dal punto di vista dell’ideologia corrente da noi, non tutta l’Ucraina è nazista. Innanzitutto, viene considerata nazista l’Ucraina occidentale. E questa espressione non indica un qualche territorio determinato, con dei confini. È una specie di formula metafisica. Una certa Ucraina occidentale è un’Ucraina nemica. È nemica, e fondamentalmente non è nostra, non ci appartiene. E poi c’è un’altra Ucraina, che non è nemica ma è subordinata, conquistata. Questa è l’Ucraina buona, giusta. E conseguentemente tutto il contesto di questi termini ideologici è che gli ucraini occidentali adesso hanno conquistato gli ucraini orientali, a parte il Sud-Est del paese e le regioni di Donetsk e Lugansk che si sono ribellate. Ma anche su questo bisogna dire che il movimento del Donbass è stato un movimento dal basso. All’inizio, l’anti-Maidan è stato un movimento assolutamente dal basso, che poi è stato conquistato e manipolato, prima dalle élite locali e poi dall’oligarchia russa. È stato conquistato e messo sotto controllo, ma in origine era una cosa dal basso. E questo non è successo solo nel Donbass, è successo anche nelle regioni centrali dell’Ucraina, Kherson, Zaporizia, Chernigov, Odessa. Sappiamo che lì hanno dato fuoco alla Casa dei sindacati con la gente dentro. Quindi stiamo parlando di scontri complessi. All’epoca c’era un sincero desiderio di fermare il nazionalismo ucraino. Comunque, con questi termini ideologici ormai la gente è completamente impazzita. La teoria che c’era prima e che metteva tutti in uno stesso fascio ora è sempre più marginale e sta acquisendo un po’ una piega. Per esempio, prendiamo l’uccisione di Daria Dugina. Non so come si possa essere così idioti da fare una cosa così. Praticamente, hanno creato una martire per questa teoria del “mondo russo”. Hanno fatto una specie di Giovanna D’Arco di questa donna con delle concezioni oscenamente reazionarie e nazionaliste. Mi viene anche difficile credere che in questo abbiano partecipato i servizi ucraini, perché è il regalo più grande che si potesse fare ai nazionalisti e agli sciovinisti russi. Dal punto di vista strategico-militare è stata un’azione assolutamente inutile. È stata semplicemente creata una martire, rafforzando questa unione generale e quest’odio, che c’è già abbastanza, e nel quale stiamo già annegando. Voglio aggiungere che io ho degli amici in Ucraina, e anche a loro cercano di lavare il cervello come si deve su questa questione, dopo l’inizio dell’”operazione militare speciale”. Chiedo sempre di scrivere “operazione militare speciale”, non g… [noi lo rassicuriamo] Dopo le ultime azioni ucraine andate a buon fine, la gente è piombata in una specie di odio. Io qui non posso dire: «Tonti, non capite niente», perché è una questione puramente emotiva.


Cosa pensi delle persone di sinistra che in Occidente dicono che bisogna sostenere Putin? Se avessi la possibilità di discutere con loro, cosa diresti loro?

Faccio questo esempio. C’è uno studioso russo che si occupa di America Latina, Oleg Iasinskii. Lui non vive in Russia, vive da molto tempo in Cile, mi sembra, o comunque in Sud America. Lui si esprime assolutamente e radicalmente a sostegno della Russia, pur sapendo che cos’è il capitalismo: lui è di sinistra, è un socialista. Ma lui fa anche un distinguo, che in questo caso è molto importante: «Io non vivo in Russia da molto tempo, non so più com’è, che cosa succede lì. Io vedo che cos’è l’imperialismo americano qui, in Sud America. È incredibilmente visibile, in Sud America è assolutamente ovvio. C’è un’interferenza incredibilmente chiara, diretta e selvaggia dell’imperialismo americano, nel suo aspetto più terribile». E anche qui si può capire questa persona, cioè, di fatto lui vede la situazione da una parte. Stop. Lui vede che l’imperialismo americano è il male. E non capisce che l’imperialismo russo appare come se fosse alternativo, anche se non c’è nessuna alternativa. Ecco dov’è il problema. Questo è quello che potrei dire su questa questione. E per quanto riguarda quelli che in Occidente sostengono l’imperialismo russo, penso che si tratti di stalinisti, perché so che agli stalinisti piace sostenere Putin, non da oggi. Dipende tutto da come arrivano a questa conclusione, che l’imperialismo russo sia in un certo senso migliore. Oleg Iasinskii ha uno sguardo soggettivo, molto soggettivo. E lui fa subito il distinguo: «Io non so com’è in Russia, io so com’è qui. Qui bisogna colpire e sconfiggere l’America». Capito? Poi, se si fanno varie congetture, o se ricevono qualche soldo, è sulla loro coscienza. Io certamente non sosterrò questa posizione, assolutamente no, no grazie. Costerebbe troppo. C’è qualcosa di più alto degli interessi personali. Bisogna essere delle persone di principio, mi sembra.

a cura di Elia Spina