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Nessuna fiducia al governo Zelensky!

 


di Salvo Lo Galbo

BOLSCEVISMO E QUESTIONE NAZIONALE

Ma Chiang Kai-shek? Non dobbiamo farci illusioni su Chiang Kai-shek, sul suo partito o sull’intera classe dirigente cinese, così come Marx ed Engels non si facevano illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il boia degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrebbe tradire di nuovo. È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi sta lottando. Solo i codardi, i mascalzoni o i completi imbecilli possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta.

Erano i poco equivocabili termini con cui, nella lettera a Diego Rivera del settembre 1937, Trotskij tumulava chi equiparava la guerra difensiva di Chiang Kai-shek alla guerra offensiva dell’imperatore giapponese Hiroito contro la Cina. A dimostrazione che gli effetti della storia non cambiano finché rimane identica la causa, e cioè il capitalismo entrato nel suo stadio supremo, questi aggettivi restano perfettamente calzanti nel 2026. Nei Travaglio, nei Santoro, negli Orsini e dintorni abbiamo ancora i codardi piccolo-borghesi, giardinieri del tranquillo orto italico, angosciati dagli urti della Storia, perfettamente capaci di distinguere un aggressore da un aggredito ma che, con fermezza commisurata a tale consapevolezza, allontanano la causa ucraina come un parente lebbroso che rischia di contagiare tutti, portando la guerra in casa di chi ne evoca, come il numero della bestia, anche solo il nome. È del resto impossibile sviscerare la questione, da liberali, democraticisti e persino giustizialisti quali sono tali figuri, senza arrivare a riconoscere la giustezza della resistenza ucraina. Il che pone su una china logica perniciosa: se riconosci la ragione ucraina, riconosci il torto russo. Se condanni la Russia, devi sostenere la NATO (neanche volendo questi personaggi saprebbero puntare su una fuoriuscita operaia e socialista dal dramma bellico, tenendo fuori la NATO). Se cominci a reggere la falce alla NATO sull’Ucraina, contribuirai a un possibile scenario di allargamento della spirale fino al tuo placido orticello. Meglio, con un fare che ha dello scaramantico, dare in partenza tutta la ragione a Putin, evitando complicazioni da conseguenze logiche di un posizionamento anche vagamente solidale con la povera Ucraina. Abbiamo poi ancora i mascalzoni, cioè chi scientemente si offre all’altro imperialismo, i trucidi campisti. E, incredibile ma vero, l’evoluzione politica non ha ancora portato alla estinzione di tutti quegli imbecilli che vanno dai grezzi economicisti in giù. Per il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, non esiste alcun dubbio sul diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione.

LA VERITÀ SU ZELENSKY

Zelensky non è responsabile dell’inizio dell’invasione, come salmodia il campismo per poter affermare infine che Putin stia liberando l’Ucraina da un pazzo guerrafondaio «nazista».

Volodymyr Zelensky viene eletto presidente dell’Ucraina nell’aprile 2019, ottenendo una vittoria schiacciante al ballottaggio con oltre il 73% dei voti contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Il nome del partito di Zelensky, Servitore del Popolo (Sluha Narodu), riprende il titolo della serie televisiva in cui egli, in veste d’attore, interpretava il ruolo di un insegnante di storia che, inaspettatamente, diventa presidente dell’Ucraina. Nato come emanazione diretta del movimento mediatico creato dallo stesso Zelensky, il profilo identitario del partito sorge all’insegna di un populismo centrista che ha cercato di intercettare il malessere trasversale della società ucraina verso la vecchia guardia politica.

Per genesi e per l’ossimorica sostanza da «liberalismo sociale» è un fenomeno molto vicino all’italiano Movimento Cinque Stelle. Il partito si definisce populista, non di destra e non di sinistra. La sua origine è legata alla lotta contro la corruzione e l’oligarchia, temi centrali anche nella omonima serie televisiva. Non stupisce che inizialmente vi si guardasse come a un movimento addirittura più filorusso che europeista. Le simpatie internazionali fungevano da elemento “identitario” nella contrapposizione elettorale tra Zelensky da un lato e dall’altro Poroshenko che aveva governato per cinque anni quale principale direttore di un allineamento dell’Ucraina con la NATO e l’Unione Europea. L’ascesa del Blocco Petro Poroshenko «Solidarietà» (Blok Petra Poroshenka «Solidarnist» – BPP), il partito di Poroshenko, avveniva proprio in seguito alla crisi scatenata dagli eventi di Euromaidan (fine 2013 e inizio 2014), che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych.

L’AMBIGUITÀ FILORUSSA DEL PRIMO ZELENSKY

Servitore del popolo di Zelensky segue la parabola pressoché obbligata di tutti i soggetti «antisistema» che, presentandosi come rottura dal seminato dei governi precedenti additato quale matrice d’ogni male, strizzano l’occhio ad altri potentati, tratteggiati come «alternativi», perché, da partiti borghesi, l’alternativa non possono trovarla nel socialismo. Zelensky è un madrelingua russo, originario di Kryvyi Rih, una città industriale dell’Ucraina orientale a forte maggioranza russofona. Negli anni della presidenza Poroshenko (2014-2019), lo Stato ucraino aveva imposto una rigida legislazione per «ucrainizzare» la sfera pubblica, i media e l’istruzione con lo slogan Armiya, Mova, Vira (Esercito, Lingua, Fede). Durante la campagna del 2019, Zelensky assunse una posizione molto più sfumata e critica verso le leggi punitive sulla lingua. Sosteneva che bisognasse tutelare il russo e le minoranze linguistiche, evitando imposizioni autoritarie. Per i nazionalisti e per i falchi atlantisti, rifiutarsi di fare della discriminazione linguistica un dogma statale equivaleva a un «ammiccamento» al mondo russo. Ma il punto più forte della propaganda di Poroshenko contro Zelensky fu l’accusa di essere un «capitolazionista» disposto a scendere a patti con Putin. Zelensky aveva dichiarato pubblicamente che, per fermare la guerra in Donbass, bisognava «parlare con Putin» e scendere a compromessi, affermando che la guerra si poteva chiudere solo negoziando direttamente. In una intervista che rimase celebre arrivò a dire che bastava «smettere di sparare» per avviare la tregua, frase che i suoi detrattori valutarono come una colpevole sottovalutazione dell’aggressività russa e una premeditazione di resa. I sostenitori di Poroshenko dipingevano Zelensky come un burattino inesperto che, non avendo una linea di scontro ideologico intransigente con Mosca, avrebbe consegnato l’Ucraina all’influenza del Cremlino. Prima di entrare in politica, la fortuna economica e professionale di Zelensky era legata a filo doppio al mercato dello spettacolo russo. La sua casa di produzione, la Kvartal 95, produceva show televisivi, film e serie comiche che venivano regolarmente venduti, trasmessi e distribuiti in Russia, fruttandogli milioni di dollari di guadagni e diritti d’autore. Durante la campagna elettorale del 2019, i canali di informazione vicini a Poroshenko scavarono nel passato economico dell’ex attore, accusandolo di possedere ancora beni e società registrate nella Federazione Russa e di aver continuato a fare affari con Mosca anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, elemento brandito dai suoi avversari per marchiarlo come personaggio compromesso col nemico. Anche sul fronte dei poteri forti, Zelensky veniva contrapposto a Poroshenko che era l’oligarca al potere. Zelensky era sostenuto mediaticamente dal canale televisivo 1+1, di proprietà di Ihor Kolomoisky, uno degli oligarchi ucraini più potenti e discussi, all’epoca in forte polemica con lo Stato per il controllo della banca nazionalizzata PrivatBank. I critici occidentali e atlantisti temevano che la vittoria di Zelensky non fosse una vera rottura con il sistema oligarchico, ma il cavallo di Troia attraverso cui oligarchi ambigui (con forti interessi economici legati anche all’area post-sovietica e ai capitali in fuga) potessero riprendere il controllo del paese, sabotando le riforme dettate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla NATO.

Ma sospetti e posture disallineate durano fino a quando i parvenu non si istituzionalizzano, assumendo la responsabilità della vigilanza delle stabilità economiche e politiche del proprio paese. Così, esattamente come avviene coi populisti nostrani, lo Zelensky di governo si spogliava di ogni moroteismo e si attestava rapidamente su posizioni di atlantismo ed europeismo.

Rimane ad ogni modo indicativo che proprio quel popolo ucraino che la vulgata campista dipinge come un blocco ascaro innamorato della NATO e delle sue vocazioni bancocratiche e belliciste, abbia di fatto votato in massa un candidato che al tempo veniva guardato dai circoli atlantisti come un inaffidabile ircocervo dalle sfumature russofile. Votando Zelensky, il popolo ucraino esprimeva proprio l’opposto di un’adesione entusiastica alla linea atlantica: una radicale sfiducia che travolgeva il dichiarato e sperimentato templare dell’atlantismo Poroshenko il quale aveva fatto della subordinazione alla NATO una religione di Stato attraverso la quale contraffare il fallimento delle sue politiche predatorie e assassine. Quella di Poroshenko (2014) fu una guerra terribilmente reazionaria contro i diritti linguistici delle comunità russofone e le repubbliche di Donetsk e Lugansk. La difesa di quelle repubbliche nel nome dell’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, pur nella denuncia della natura rossobruna dei loro governi e del ruolo dell’imperialismo russo, era infatti una politica leninista elementare. Oggi che le popolazioni del Donbass sono ostaggio della guerra di Putin contro l’intera Ucraina, l’autodeterminazione del Donbass resta un diritto negato – non soddisfatto o corroborato – dall’occupazione militare russa. Autodeterminazione e annessione sono incompatibili: sostenere la guerra di Mosca significa negare due autodeterminazioni in una volta, quella dell’Ucraina e quella del Donbass. Gli elettori ucraini non davano un mandato né per la NATO né per una sfida alla Russia in nessuna forma ma, al contrario, esprimevano il desiderio di finirla con un establishment che del contrasto alle ingerenze russe (certo esistenti) faceva paravento per il dissesto dell’economia del paese.

UN POPULISTA LIBERALE

Sono tante le analogie tra lo «zelenskismo» e il nostro grillismo. L’asse portante del programma di Zelensky era la lotta alla corruzione con proposte che includevano l’ergastolo per i reati più gravi. L’immancabile richiamo alla democrazia diretta con il ricorso a frequenti referendum per decisioni di rilevanza nazionale. L’orientamento verso il liberismo economico, con l’obiettivo di ridurre il peso dello Stato e favorire il libero mercato per attrarre investimenti stranieri e favorire l’aumento di posti di lavoro. L’impegno per la «de-occupazione» dei territori di Crimea e Donbass, presidi simbolo del governo precedente. Assenza di estremismi ideologici (altro che nazismo!), elemento che guadagnava a Zelensky un consenso di massa e interclassista, proprio perché scelse di evitare di cavalcare le istanze della destra radicale, pesantemente sconfitta alle elezioni del 2019 (altro che ucraini «nazisti»!). Si trattava di un partito che, in definitiva, si candidava a sintetizzare la promessa di pulizia morale contro il sistema oligarchico figlio di politiche filoatlantiche e, contraddittoriamente, le aspirazioni della classe media ucraina verso un’Europa di quieto vivere liberale.

LA PARALISI DI UNA RESISTENZA A DIREZIONE BORGHESE

Lo Zelensky pre-invasione (2019 – 2022) era tutto l’opposto del leader guerrafondaio che dipinge la retorica campista e putiniana. E proprio in quanto costruì il profilo programmatico del suo partito in antitesi al bellicista e iperatlantista Poroshenko riscosse un successo massivo. Zelensky, dunque, non partì allora e non è finito oggi come il provocatore né come lo scatenatore di un conflitto su larga scala. Sicuramente, è invece il responsabile della attuale, drammatica paralisi della guerra russa all’Ucraina. Non perché, come postula l’altrotskista Partito Comunista Rivoluzionario, l’Ucraina dovrebbe arrendersi quale unica via per porre fine allo spargimento di sangue. Ma per il motivo tutto opposto e cioè perché, per la sua propria natura di classe, il governo di Kiev non può armare adeguatamente il popolo ucraino, timoroso delle masse armate più di quanto lo sia dell’invasore.

Dall’inizio della guerra, Zelensky ha vincolato il destino dell’Ucraina esclusivamente alla tenuta dell’alleanza NATO e agli umori, peraltro altalenanti, del Congresso statunitense. Una scelta di classe. La borghesia ucraina non cerca la mobilitazione generale delle risorse sociali e umane del paese, perché ciò richiederebbe una rottura con il capitale transnazionale e una redistribuzione della ricchezza che essa non è disposta a concedere. In ultimo, ma non per importanza, si potrebbe dire che la borghesia ucraina conosce la trascrescenza leniniana e la legge della rivoluzione permanente molto meglio dei «comunisti» italiani. Essa sa bene che, dotandosi di armi e di esperienza di maturazione politica che passano dai contatti con i partiti di classe, con i sindacati, con le associazioni della sinistra anticapitalista, implementando insomma tutto quanto compone un fisiologico processo di insorgenza popolare, il proletariato prenderebbe la testa degli eventi, le masse caccerebbero l’invasore per poi cacciare le classi dominanti nazionali e giungere a sbocchi di alternativa rivoluzionaria.

IL DISIMPEGNO DELL’IMPERIALISMO STATUNITENSE E L’UMILIAZIONE DI ZELENSKY

Quando una borghesia subalterna (quella di una nazione in via di sviluppo o periferica) affida la propria sopravvivenza al grande capitale imperialista, essa infila la testa nella trappola. Il disimpegno di tasselli dominanti dell’imperialismo occidentale (Trump e l’umiliazione pubblica verso il presidente ucraino, col contestuale invito a Putin nel porto franco dell’Alaska, onde sottrarlo a incidenti diplomatici in quanto pende sul neozar un mandato d’arresto internazionale, dove annuncia una stagione di intesa e reciprocità col nuovo amico), trasforma Zelensky in leader umiliato e politicamente sospeso. Così gli USA scaricano l’Ucraina e su questa patetica scena cala il sipario di una linea di difesa che si esaurisce in larga misura nel soccorso economico e distributivo offerto dall’imperialismo occidentale.

IL LOGORAMENTO SOCIALE

Il morale delle truppe è tra i fattori decisivi di ogni guerra. Oggi la popolazione ucraina è minata da una inevitabile stanchezza e scarsa tenuta morale. Il che non significa, per inciso, che il popolo sarebbe disposto ad arrendersi a Putin purché «termini questa guerra» e che, come viene inventato in certi ambienti, le masse ucraine abbiano individuato in Zelensky, che continua la difesa, un nemico ancora più grande di Putin che continua l’aggressione. Questo no, nel modo più assoluto. Ma la demoralizzazione esiste ed è principalmente il frutto di anni di politiche economiche antisociali. Zelensky non ha attuato nessuna politica nell’interesse delle classi subalterne eccetto, collateralmente, una resistenza condotta però, ed è questo il punto, alla maniera borghese. Il suo governo ha approvato provvedimenti che hanno sventrato le tutele del lavoro in tempo di guerra:

  1. La riforma del Codice del Lavoro: il governo ha sospeso gran parte delle norme sul lavoro per le piccole e medie imprese, facilitando licenziamenti arbitrari e la deregolamentazione dei salari.
  2. Attacco alla sinistra: la messa fuori legge di vari partiti di sinistra, seppure stalinisti filorussi, e l’ulteriore limitazione degli spazi di agibilità per i sindacati indipendenti non hanno aiutato a creare un movimento popolare, una democrazia dibattimentale, un fronte unico nazionale. Al contrario, hanno mostrato che, sotto la borghesia, la guerra viene usata a pretesto per consolidare un ordine di classe repressivo.
  3. Mentre i resistenti morivano al fronte, il governo ha accelerato piani di privatizzazione che hanno favorito i capitalisti anziché nazionalizzare i settori strategici per sostenere lo sforzo bellico.

Senza una politica economica di sostegno ai lavoratori (salari dignitosi, nazionalizzazione delle fabbriche, diritti democratici), il legame tra governo e masse è meramente burocratico. L’entusiasmo popolare della resistenza viene fiaccato perché i lavoratori ucraini sentono non solo l’inimicizia con l’invasore, ma anche l’inimicizia sociale all’interno del proprio schieramento. Prive di possibilità di organizzare politicamente, militarmente, economicamente questo sentimento di inimicizia sociale proprio a causa delle politiche repressive e antioperaie che la borghesia ucraina continua a perseguire internamente alla nazione, le masse approdano solo a un inaridimento, a un logoramento, a uno sconcerto che non porta a nulla o porta al peggio.

In questo quadro, il Donbass è una ferita aperta. I bombardamenti di Kiev dal 2014 hanno creato una frattura profonda tra la popolazione locale e il centro. La debolezza cronica della sinistra di classe ucraina ha impedito che si formasse un’alternativa popolare in grado di dialogare con le masse di quelle regioni, lasciandole in balia della propaganda russa e dell’occupazione. Sebbene il malcontento verso Putin sia crescente anche tra chi subisce l’occupazione, la popolazione dell’ucraina orientale non trova un punto di riferimento politico. Il ritardo, per questi motivi, di un progetto di «Ucraina dei lavoratori» che possa offrire un’alternativa tanto al capitalismo filo-occidentale quanto all’imperialismo russo è tra le cause principali della continuazione della guerra e della mancata sconfitta dell’esercito russo dopo cinque anni di combattimenti.

IL COMPITO DEI RIVOLUZIONARI

La tragedia ucraina è la riprova che la borghesia nazionale, in un mondo globalizzato e polarizzato, è un attore debole, impastoiata persino nella difesa della propria esistenza. Come in Palestina, dove Hamas ha accettato compromessi che di fatto legittimano l’occupazione israeliana pur di sopravvivere come impotente entità politica, anche i partiti della borghesia ucraina oscillano tra salvare il salvabile e l’arretramento su ciò che diventa non più salvabile. La borghesia non combatte per i diritti dei popoli né per valori universali; combatte per il mercato. Se in una determinata lotta il mercato perde più che guadagnare, gradualmente una borghesia lascia campo all’altra. Nella lotta per la difesa nazionale da una aggressione imperialista, la politica leninista è sempre stata quella dell’indipendenza programmatica di classe: fronte militare nazionale per rafforzare la difesa, ma nessun fronte popolare di tipo staliniano, cioè nessuna collaborazione di classe, nessuna subalternità né condivisione programmatica con la borghesia, nessun sostegno politico ai tanti «servitori del popolo» che, tra popolo e padroni, hanno già deciso chi servire davvero, perfezionando ogni giorno la sconfitta del proprio paese, inteso come il 90% dei suoi abitanti, i salariati.

Contemporaneamente e senza nessuna contraddizione con la sfiducia a Zelensky, siamo per la lotta intransigente contro il redivivo imperialismo russo, parto mostruoso di una ex RSFSR ormai tarlata di faccendieri, mafiosi e sfegatati restauratori.

La vittoria ucraina sarà possibile solo se il popolo si riapproprierà della guida della propria nazione, togliendo la direzione alla borghesia e ponendo la resistenza su base rivoluzionaria. È il difficile compito che ricade più direttamente sulle organizzazioni del movimento operaio ucraino, alle quali i partiti della LIS non fanno mancare la collaborazione, tentando di riavviare una sinistra rivoluzionaria nei rispettivi paesi, in un processo di affermazione egemonica di una linea rivoluzionaria, con ogni azione determinante che allora potrà seguirne. Così come facciamo in Russia perché i rivoluzionari conquistino la testa del crescente malcontento popolare e sabotino la guerra là dove parte.

Sostituendo gli attori della lettera di Trotskij con gli attori in campo nella guerra russo-ucraina, concludiamo: ma Zelensky può garantire la vittoria? Non crediamo. Con lui, tuttavia, è iniziata la guerra e lui oggi la dirige. Per poterlo sostituire è necessario acquisire un’influenza decisiva tra il proletariato e nell’esercito, e per fare ciò è necessario non rimanere sospesi a mezz’aria, ma partecipare. Dobbiamo conquistare influenza e prestigio nella lotta militare contro l’invasione straniera e nella lotta politica contro le debolezze, le mancanze e i tradimenti interni. A un certo punto, che non possiamo stabilire in anticipo, questa opposizione politica può e deve trasformarsi in conflitto armato poiché la guerra civile, come la guerra in generale, non è altro che la continuazione della lotta politica. Gli impostori campisti o gli imbecilli economicisti cercano di ironizzare su questa «riserva». «Il PCL», dicono, «vuole servire Zelensky nei fatti e il proletariato a parole». Partecipare attivamente e consapevolmente alla guerra non significa «servire Zelensky», ma servire l’indipendenza di un paese dipendente nonostante Zelensky. E la propaganda della sinistra rivoluzionaria ucraina rivolta contro Zelensky è il mezzo per educare le masse al rovesciamento di Zelensky. Partecipare alla lotta militare agli ordini di Zelensky, poiché purtroppo è lui ad avere il comando nella guerra d’indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Zelensky. Questa è l’unica politica rivoluzionaria. Riformisti, economicisti, anarchici, campisti, semicampisti e criptocampisti contrappongono la politica della «lotta di classe» a questa politica «nazionalista e social-patriottica». Lenin ha combattuto questa contrapposizione astratta e sterile per tutta la vita. Per lui, gli interessi del proletariato mondiale imponevano il dovere di aiutare i popoli oppressi nella loro lotta nazionale e patriottica contro l’imperialismo. Coloro che non lo avessero ancora compreso, a più di un secolo dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, dovrebbero essere respinti senza pietà dall’avanguardia rivoluzionaria come i peggiori nemici interni.



La guerra in Ucraina a un anno di distanza. Nessuna fine in vista - Dichiarazione dell'Opposizione Trotskista Internazionale

 


Fuori le truppe russe dall'Ucraina! Né Russia né NATO! Per un'Ucraina indipendente e socialista

28 Febbraio 2023

Dichiarazione dell'Opposizione Trotskista Internazionale. (English translation)

Un anno fa, il 24 febbraio 2022, i soldati russi invadevano l'Ucraina. Le truppe erano state ammassate al confine tra Russia e Ucraina, ma pochi osservatori pensavano che sarebbero entrate. Pochi pensavano che il governo russo fosse così sciocco. Ma alla fine sono entrate.

Il governo, l'esercito e il popolo ucraino hanno resistito, confinando gli invasori nei cinque oblast' sudorientali da Lugansk alla Crimea. Un anno dopo, la guerra rimane uno stallo militare lungo una linea del fronte di 600 miglia.

Inizialmente gli ucraini hanno combattuto con armi lasciate dall'era sovietica o prodotte dalla propria industria bellica. Ma quando queste si sono esaurite, gli Stati Uniti e la NATO hanno inviato armi per sostituirle. Stati Uniti e NATO hanno inoltre imposto sanzioni alla Russia e hanno iniziato a tagliare i legami economici, soprattutto l'importazione di petrolio e gas russo. Gli Stati Uniti, in particolare, hanno visto nella guerra un'opportunità per indebolire la Russia e mettere in guardia la Cina.

L'estrema sinistra si divise sull'invasione. La maggior parte dei rivoluzionari l'ha denunciata e ha chiesto alla Russia di ritirare le proprie truppe. Ma le spedizioni di armi e le sanzioni USA-NATO hanno portato alcuni a concludere che la guerra è una guerra per procura tra blocchi imperialisti, in cui non sostengono nessuna delle due parti.

L'Opposizione Trotskista Internazionale (OTI), in fase di ricostituzione all'inizio della guerra, sostiene l'Ucraina contro la Russia, si oppone a entrambi i blocchi imperialisti e rivendica l'unica soluzione piena e giusta alla guerra: un'Ucraina socialista indipendente.

In occasione dell'anniversario della guerra, ripercorriamo gli eventi e traiamo da essi una lezione.


LA GUERRA FINORA

Il 'piano russo A' consisteva in uno shock and awe per costringere l'Ucraina alla sottomissione, prendendo a modello l'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti nel 1991 e nel 2003. Il piano è fallito. La Russia aveva inizialmente troppe poche truppe per prevalere se l'Ucraina avesse resistito, e così è stato. Il governo ucraino rifiutò di sottomettersi, l'esercito tenne duro e il popolo si mobilitò.

Non potendo prendere Kiev, il comando russo ha ripiegato sul 'piano B', conquistando l'arco di quattro oblast' a confine con la Russia e fornendo un ponte terrestre verso la Crimea. Questo piano ha avuto successo. L'assalto iniziale russo ha portato all'occupazione della maggior parte dell'arco, e la conquista di Mariupol nel maggio 2022 completò il ponte terrestre.

Le forze russe hanno preso Sievierodonetsk a giugno e Lysychansk a luglio, completando la presa dell'Oblast di Lugansk, ma non sono riuscite ad avanzare nella parte occidentale di Donetsk, dove hanno affrontato la parte migliore dell'esercito ucraino.

Esasperati a nord e a sud, i russi sono stati costretti a ritirarsi su posizioni più difendibili. Hanno abbandonato l'Oblast di Kharkiv e Lyman, nel nord di Donetsk, a settembre, e Kherson a novembre. Le truppe ucraine si sono spostate nelle aree che i russi hanno lasciato. Lo slancio sembrava essersi spostato dalla parte ucraina e il governo parlava di offensive a sud e a nord. Ma queste offensive non vi sono state, nel mentre arrivava l'inverno.

Le forze russe, comprese le unità dell'esercito regolare e del Gruppo Wagner, hanno continuano a lavorare duro a Bakhmut, nel nord di Donetsk. Il loro piano era di riprendere il movimento a tenaglia da nord e da sud per espellere l'esercito ucraino da Donetsk. Fondamentalmente, però, la situazione militare rimane di stallo.

Nei primi mesi di guerra, le truppe ucraine hanno combattuto con armi e munizioni dell'era sovietica o prodotte dall'industria bellica ucraina. Man mano che queste si esaurivano, ottenevano rimpiazzi dalla Polonia e da altri Paesi dell'ex Patto di Varsavia, e poi nuove armi dagli Stati Uniti e dalla NATO.

Le armi comprendono obici e sistemi missilistici HIMARS, che hanno dato all'Ucraina una certa parità di potenza di fuoco in prima linea, ma non sono state inviate armi a più lungo raggio che avrebbero permesso all'Ucraina di colpire la Russia. In quello che potrebbe essere stato un accordo implicito, la Russia si è generalmente astenuta dal colpire obiettivi ucraini dietro le linee del fronte. Né la Russia né la NATO volevano un'escalation della guerra fuori controllo.

Nell'ottobre 2022, le forze speciali ucraine hanno bombardato il ponte sullo Stretto di Kerch. Da allora, l'aviazione russa ha preso di mira le infrastrutture in tutta l'Ucraina e la popolazione ha dovuto sopravvivere all'inverno con calore e luce limitati. L'escalation era probabilmente inevitabile, visto lo stallo del fronte.


E ADESSO?

Con l'arrivo della primavera, è quasi certo che l'Ucraina e la Russia lanceranno offensive per cercare di superare la situazione di stallo. Dal punto di vista tattico, il compito principale dell'Ucraina è quello di tagliare il ponte terrestre russo spingendosi a sud verso il Mar Nero. Il compito principale per i russi è quello di espellere l'esercito ucraino dalla parte occidentale di Donetsk chiudendo la sua tenaglia da nord e da sud.

Non è affatto chiaro se una delle due parti possa raggiungere il proprio obiettivo. I combattimenti hanno assunto un carattere da Prima Guerra Mondiale, ma con armi del XXI secolo. Le due parti si bombardano a vicenda con l'artiglieria e i missili, mentre la fanteria non riesce ad avanzare, perché ognuna delle due parti è troppo profondamente trincerata.

Il governo ucraino ha chiesto carri armati per aiutare le sue forze a sfondare. I governi statunitense, tedesco, britannico e francese si sono opposti per molti mesi, affermando che i carri armati non sarebbero stati efficaci. Per ragioni di politica interna, alla fine hanno accettato. Decine di carri armati tedeschi Leopard 2 saranno probabilmente dispiegati entro la primavera.

Nella Seconda Guerra Mondiale, i carri armati tedeschi, sostenuti dal potere aereo, lanciarono la loro guerra lampo, affiancando o superando le linee francesi, britanniche e polacche. Da allora, il potere aereo ha spostato nuovamente gli equilibri, poiché i missili possono abbattere i carri armati.

I comandi statunitensi e tedeschi erano riluttanti a inviare carri armati costosi, difficili da mantenere e da usare in un teatro dove i missili russi avrebbero potuto distruggerli rapidamente. Ma i governi sentivano di dover fare qualcosa di più.

Andare al di là di questo sarebbe fare speculazioni. È possibile che le linee russe crollino e che l'Ucraina si riprenda gran parte del territorio che ha perso. È possibile che le linee ucraine crollino e che la Russia avanzi su Charkiv, Dnipro e Odessa.

È possibile che gli Stati Uniti e la NATO forniscano all'Ucraina armi a più lunga gittata e che la Russia reagisca con livelli di distruzione crescenti. È possibile che gli Stati Uniti e la NATO decidano che la guerra è troppo costosa e rischiosa e si tirino indietro.

È possibile che i lavoratori ucraini del nord e dell'ovest decidano che una guerra infinita a est non ha senso. È possibile che i lavoratori russi decidano che non vale la pena morire per occupare parti dell'Ucraina.

Tuttavia, l'esito più probabile è che l'attuale situazione di stallo continui fino a quando le due parti non saranno esauste e decideranno di smettere di combattere. Ciò che significherà non una pace giusta o duratura, ma un'interruzione temporanea dei combattimenti.


LA CONVERGENZA DI TRE GUERRE

La guerra in Ucraina è complicata, perché vi convergono tre guerre. O, per dirla diversamente, la guerra ha tre aspetti.

Il primo aspetto è la guerra della Russia imperialista contro l'Ucraina capitalista ma non imperialista. La classe dirigente e l'élite governativa russa, guidata da Vladimir Putin, vogliono riaffermare il potere russo nel territorio dell'ex Impero russo. Per l'Occidente, ciò significa soprattutto riaffermare l'egemonia russa sull'Ucraina.

In questa prima guerra il popolo ucraino sta difendendo il proprio diritto a uno Stato nazionale contro un aggressore imperialista, di fatto il suo oppressore storico. In questa guerra i marxisti rivoluzionari devono sostenere l'Ucraina.

La seconda guerra è la guerra fredda tra il blocco di potenze imperialiste storiche guidato dagli Stati Uniti e il blocco Russia-Cina che lo sfida. Si tratta di un classico conflitto interimperialista. I marxisti rivoluzionari, in questo caso, non devono sostenere nessuna delle due parti.

La terza guerra è la guerra civile tra il governo centrale e la minoranza russa dell'Ucraina, concentrata nell'arco di territorio che va da Charkiv a Odessa. Questo conflitto è il più difficile da risolvere, poiché le persone che vivono nell'area sono divise: alcuni combattono per il governo centrale, altri per la secessione.

Gli accordi di Minsk II del 2015 hanno cercato di risolvere il conflitto nazionale all'interno dell'Ucraina attraverso l'uguaglianza linguistica e culturale e una struttura federale in cui le regioni avrebbero avuto ampia autonomia. Il federalismo avrebbe precluso all'Ucraina l'ingresso nella NATO, ma non necessariamente l'ingresso nell'Unione Europea, poiché l'accesso all'UE avrebbe potuto favorire anche la Russia.

Gli accordi sono falliti perché né il governo ucraino né i separatisti russi volevano il compromesso. Ma hanno indicato che la strada da seguire è quella di lasciare che la popolazione delle aree storicamente russe determini il proprio rapporto con gli Stati ucraino e russo. scegliendo di rimanere in Ucraina, di unirsi alla Russia – con pieni diritti democratici, tra cui l'uguaglianza linguistica e culturale e l'autonomia regionale – o di avere un proprio Stato.

Per i marxisti rivoluzionari, prendere posizione sulle tre guerre separatamente è, o dovrebbe essere, relativamente facile: a favore dell'Ucraina nella guerra russo-ucraina, contro entrambe le parti nella guerra fredda interimperialista e per il diritto all'autodeterminazione della popolazione nelle parti storicamente russe dell'Ucraina.

La difficoltà è come mettere in relazione le tre posizioni. Quando russi e ucraini si sparano addosso, quale aspetto predomina? L'Opposizione Trotskista Internazionale ritiene che il conflitto che si sta dispiegando sia ancora prevalentemente una guerra di difesa nazionale dell'Ucraina capitalista (ma non imperialista) contro la Russia imperialista.


I NOSTRI COMPITI

I marxisti rivoluzionari sostengono la fine della guerra in Ucraina su basi giuste e democratiche: Russia fuori dall'Ucraina, no alla guerra fredda interimperialista e autodeterminazione per le aree storicamente russe dell'Ucraina. Questo nella prospettiva a lungo termine di un'Ucraina socialista indipendente, poiché nulla al di fuori di ciò potrebbe portare a una pace giusta e duratura.

I rivoluzionari di tutti i Paesi dovrebbero sostenere questa soluzione, ma i compiti variano da paese a paese.

In Ucraina i rivoluzionari devono sostenere lo sforzo bellico in qualsiasi modo possibile: combattendo nell'esercito o nelle Forze di difesa territoriale, organizzando attività di difesa dietro le linee, curando i feriti, riparando gli edifici danneggiati, mantenendo attiva l'economia e la vita del paese.

Ma oltre a sostenere lo sforzo bellico, devono aiutare la classe operaia a capire che i lavoratori russi non sono loro nemici e che gli Stati Uniti, la NATO, l'UE, gli oligarchi ucraini e il governo Zelensky non sono loro amici. Gli oligarchi e i loro governi stanno usando la guerra per subordinare l'Ucraina alle potenze occidentali. Stanno traendo vantaggio dalla guerra e ne approfittano per attaccare i diritti democratici e sociali.

I rivoluzionari devono esortare i lavoratori e i soldati a organizzarsi, a difendere i loro diritti, a contrastare ordini crudeli o stupidi, a proteggere le vite dei civili e dei soldati e a fraternizzare con i soldati russi, ogni volta che se ne presenta l'occasione.

In Russia i rivoluzionari devono fare tutto il possibile per ostacolare lo sforzo bellico. Devono smascherare le menzogne e gli interessi personali che si celano dietro la guerra, nonché la crudeltà e la stupidità con cui viene combattuta. Devono evitare la chiamata alle armi e aiutare gli altri a evitarla, oppure arruolarsi e organizzarsi nell'esercito. Devono continuare la lotta di classe, anche se, e soprattutto se, questa mina lo sforzo bellico.

Naturalmente, tutto questo deve essere fatto con attenzione e in gran parte in modo clandestino. Il RRP, Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) e altri rivoluzionari russi stanno dando un esempio di coraggio e integrità politica.

Negli Stati Uniti e in Europa i rivoluzionari devono sostenere il diritto del popolo e del governo ucraino di procurarsi armi da qualsiasi parte del mondo. Ma il loro ruolo non è quello di chiedere ai governi imperialisti di fornire armi. I governi lo stanno già facendo. Non siamo in una situazione da guerra civile spagnola. E la loro condizione per fornire armi è che l'Ucraina accetti un rapporto di dipendenza e di sudditanza.

Il ruolo dei rivoluzionari è piuttosto quello di pretendere che i loro governi cancellino il debito dell'Ucraina e forniscano le centinaia di miliardi di aiuti che saranno necessari per ricostruire il paese, senza alcun obbligo di rimborso. Dovrebbero pretendere che i loro governi cancellino il debito e forniscano aiuti all'Afghanistan e alle decine di altri paesi distrutti da interventi diretti e indiretti.

I rivoluzionari devono opporsi alla nuova guerra fredda e pretendere che i loro governi riducano le spese militari, chiudano le basi straniere, riportino a casa le truppe e sciolgano la NATO e tutte le altre alleanze imperialiste.

In Cina i rivoluzionari devono opporsi al proprio imperialismo nel suo tentativo di impadronirsi di Taiwan e di spartirsi il mondo con gli altri imperialismi. Devono chiedere al loro governo di convertire i prestiti concessi ai paesi più poveri in sovvenzioni e di cedere gli investimenti ai lavoratori. Devono cercare di impedire all'imperialismo cinese di aiutare l'imperialismo russo nella guerra in Ucraina.

In India, Brasile, Messico, Sudafrica, Turchia e altri paesi non belligeranti, i rivoluzionari devono far sì che i loro governi sostengano l'Ucraina nella guerra contro la Russia, siano neutrali nella guerra fredda fra i blocchi imperialisti e contrastino gli effetti della crisi di cibo, della crisi energetica e dell'inflazione sulla popolazione. Devono opporsi ai tentativi della loro classe dirigente di approfittare della guerra per perseguire le proprie ambizioni regionali.

In tutti i paesi i rivoluzionari devono continuare la lotta di classe, compresa la lotta per i diritti democratici e per la liberazione degli oppressi, e la lotta contro il cambiamento climatico e la devastazione ambientale. La guerra è un'altra ragione per odiare il capitalismo, non per fare pace con esso.

I due blocchi di potenze imperialiste sono in lotta per dominare il mondo. La classe operaia non ha alcun interesse nell'esito della loro lotta. Il suo interesse è il proprio potere e l'istituzione di un proprio governo, in ogni paese e nel mondo.

I rivoluzionari di oggi dovrebbero seguire l'esempio dei rivoluzionari dalla Lega dei Comunisti fino alla Terza e alla Quarta Internazionale. Dobbiamo organizzarci per aiutare la classe operaia a organizzarsi per porre fine al capitalismo e alla guerra.


Le truppe russe fuori dall'Ucraina
Né Russia né NATO. Contro tutti gli imperialismi
Per un'Ucraina socialista indipendente
Per una rivoluzione socialista in Russia
Per gli stati uniti socialisti d'Europa, da Lisbona a Vladivostok

Opposizione Trotskista Internazionale - International Trotskyist Opposition

Massima solidarietà di classe agli operai ucraini

 


Un comunicato scritto dal Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) della Russia sulle repressioni nei confronti dei minatori di Komsomolsk

Il sindacato dei minatori di Komsomolsk (LPR – Repubblica Popolare di Lugansk) combatte attivamente da molti anni per i diritti dei lavoratori. Nel 2020 i lavoratori hanno scioperato per diversi mesi a causa del salario non pagato. 124 minatori hanno bloccato la miniera.
Quindi i proprietari hanno interrotto la fornitura di energia elettrica, hanno interrotto la ventilazione e il drenaggio e non hanno permesso che le forniture arrivassero ai minatori, dentro alla miniera.

Inoltre, l'MGB (ministero della Sicurezza dello Stato) ha rapito 21 lavoratori, uomini e donne, e li ha torturati. Molti di loro furono presto rilasciati, ma per 12 giorni Igor e Vitaly Efanov, lavoratori della miniera Komsomolskaya, Stanislav Tkachenko, un lavoratore della miniera Belorechenskaya, e altri quattro minatori sono rimasti prigionieri. Sono stati torturati con scosse elettriche e costretti a confessare tutto davanti alle telecamere.
Come se non bastasse, nello stesso stabilimento metallurgico di Alchevsk del 2020, la gruista Anzhelika Borisenko è stata rapita e torturata nonché sospesa dal lavoro accusata di violazioni della sicurezza. Inoltre, il deputato Serhiy Kuts, uno dei leader del movimento operaio nel Donbass, è stato rapito nel centro di Donetsk nel dicembre 2020 e il giorno dopo lo hanno buttato fuori dall'auto dall'altra parte della città dopo averlo brutalmente picchiato.

Il 6 marzo 2022 un attivista operaio, comunista e membro del Partito Rivoluzionario dei Lavoratori Artyom Borodin è stato rapito, e tuttora non sappiamo con certezza cosa gli sia successo.

Ieri il sindacato ha riferito che la moglie di un lavoratore che si è opposto all'esercito è stata rapita dal ministero della Sicurezza dello Stato. Ciò è accaduto dopo che le mogli degli scioperanti sono andate dal capo della LPR, Pasechnik, a lamentarsi della difficile situazione dei loro mariti. Una delle ragazze è stata arrestata e costretta a confessare di essere un agente della SBU (Servizi Segreti ucraini); ora rischia 20 anni di carcere.
Il sindacato non ha dubbi sul fatto che la ragazza sia stata torturata nello stesso modo in cui sono stati torturati altri sindacalisti negli ultimi otto anni.

Il Partito Operaio Rivoluzionario condanna le repressioni della dirigenza borghese della LDNR (Repubblica popolare di Donetsk e Lugansk) ed esprime anche la sua solidarietà ai lavoratori nella loro lotta per i loro diritti!

27 maggio 2022

Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya
(tradotto dal Partito Comunista dei Lavoratori)

Dalla sinistra del Donbass la condanna del regime di Putin e dei suoi lacchè in Donbass

 


Un comunicato (scritto alla vigilia della guerra) di forze della sinistra delle repubbliche di Lugansk e Donetsk, i costruttori dei battaglioni operai della rivolta anti-Maidan del 2014

I pacifinti (tra cui risalta ad esempio il dirigente del PRC Paolo Ferrero, che all’epoca in cui era ministro del governo Prodi votò le guerre in Afghanistan e Iraq e l’aumento delle spese militari nel bilancio), i pacitonti (molti a sinistra, anche inattesi) e i mezzo putiniani (come i dirigenti della Rete dei Comunisti, e quindi della USB) utilizzano sovente per difendere le loro posizioni l’oppressione del popolo russo e/o russofono del Donbass per argomentare il carattere nazista o quasi nazista del regime ucraino, a volte contrapponendolo a quello delle repubbliche “popolari” di Lugansk e Donetsk.
Del resto questo è stato (accanto all’attacco a Lenin e ai «comunisti bolscevichi» che avrebbero «inventato» l’Ucraina) l’argomento specioso usato da Putin per giustificare la sua “operazione militare speciale” contro l’ Ucraina.
I compagni del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) di Russia, nel magnifico comunicato contro la guerra del 24 febbraio, hanno chiarito che si tratta di una totale ipocrisia e falsità. Tuttavia gli antiucraini e filoputiniani di fatto continuano a utilizzare questi argomenti.
Come i lettori del nostro sito sanno, noi abbiamo condannato gli avvenimenti di Maidan del 2014, individuando in essa una rivolta reazionaria, in cui hanno avuto un ruolo determinante settori fascisti e nazisti, seguita da un colpo di stato e poi del terribile massacro di Odessa. Abbiamo quindi appoggiato la rivolta del popolo russo e russofono del Donbass, rivendicato il diritto alla loro autodeterminazione (come la Crimea, di cui non mettiamo in discussione la giustezza dell’appartenenza alla Federazione Russa) e condannato l’azione militare del governo e delle milizie reazionarie ucraine contro di loro. Ma abbiamo fatto ciò non per il carattere progressivo dei regimi russo e delle repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, ma nonostante il carattere reazionario di essi.
Qualche ingenuo si è lasciato abbagliare dalle vecchie bandiere e simboli sovietici presenti in queste repubbliche e tra le loro milizie, ma si tratta solo di fuffa.
A confermarlo la dichiarazione che pubblichiamo qui sotto (dal sito www.resistenze.org), che proviene dai partiti di sinistra del Donbass. Non sono partiti trotskisti, piuttosto sono partiti stalinisti o semistalinisti di sinistra. La cosa più importante è che essi sono stati le colonne portanti dei famosi battaglioni operai (in particolare dei minatori) della rivolta del 2014. Anche su questo si fonda in parte la mitologia di pseudopacifisti oggettivamente putiniani, anche in buona fede. Ma questi battaglioni, almeno come erano all’inizio, non esistono più. E quel che è peggio è che, come scrivono i compagni, i cui partiti sono repressi, almeno a Donetsk, più che a Kiev, i loro organizzatori e comandanti sono stati quasi tutti assassinati, e non da agenti del governo di Kiev ma da gangster al servizio degli oligarchi capitalisti che dominano nelle repubbliche “popolari”, per cui qualsivoglia espressione di autonomia di classe, per quanto confusa o limitata, era inaccettabile. Tutto ciò è chiaro nel testo dei partiti di sinistra del Fronte Operaio del Dombass.
Naturalmente noi non condividiamo tutte le loro posizioni. Non è del tutto chiaro se essi si battono per una vera rivoluzione socialista o per un'utopica “democrazia popolare”. Il loro concetto di fascismo non è quello corretto. Infatti per loro ogni governo reazionario è appunto fascista. Aggiungiamo che il testo è della vigilia della guerra (19 febbraio), e noi non conosciamo le loro precise posizioni attuali.
Ma quello che è importante è che smontano le assurdità sullo scontro tra “nazisti” e “progressisti”, chiarendo il carattere reazionario di tutti i governi e l’assenza di ogni differenza qualitativa tra di essi. E in questo senso esplicano il senso delle nostre posizioni: sempre in difesa dei popoli o delle comunità oppresse, indipendentemente dalle loro direzioni, contro le potenze maggiori, e quindi ieri con il Donbass russo e russofono in rivolta e oggi contro il tentativo di Putin di distruggere l’Ucraina indipendente, frutto lontano della rivoluzione dell’Ottobre 1917. E sempre dal punto di vista proletario indipendente e per il socialismo.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
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PROSPETTIVA PER IL DONBASS - DICHIARAZIONE DEI PARTITI COMUNISTI E OPERAI DEL DONBASS, RUSSIA E UCRAINA

19/02/2022


La questione dell'aggravarsi della situazione nel Donbass è da tempo al centro dell'attenzione della politica e dei media mondiali. La Duma, su iniziativa della frazione rappresentata dal Partito Comunista della Federazione Russa, ha votato a maggioranza un appello al presidente Putin per riconoscere le repubbliche del Donbass della DNR e LNR come stati indipendenti. Questa situazione e questo appello non giungono nuovi e inaspettati per i nostri partiti. E' dal 2014 che questa situazione è in sviluppo, e le sue precondizioni sono state create molto prima, come risultato della controrivoluzione del 1991 e del crollo dell'URSS. La nostra posizione su tutto l'intero complesso di questioni relative alla situazione nel Donbass, in particolare su quella dell'autonomia delle repubbliche popolari, è stata sviluppata e ufficialmente approvata congiuntamente dai comunisti del Donbass, della Russia e dell'Ucraina alla conferenza "Sulla strategia e la tattica del movimento comunista e operaio del Donbass", che si è tenuta a Lugansk nel novembre del 2019.

La conferenza ha adottato una risoluzione che raccomanda ai comunisti di Russia, Ucraina e Donbass di sostenere la necessità di rispettare la decisione dei referendum nel Donbass dell'11 maggio 2014 e di chiarire come attuare praticamente l'autonomia delle repubbliche LNR e DNR ("senza riconoscimento", come la Transnistria), lavorando al contempo per il riconoscimento delle Repubbliche popolari da parte della Federazione Russa e persino per la loro incorporazione nella Federazione Russa.

Così, era stata sviluppata la posizione dei nostri partiti e dei movimenti che si orientavano sulle nostre stesse posizioni, tre anni prima che la Duma di Stato facesse il suo appello.

Naturalmente, i comunisti sanno bene che la discussione nella Duma in questo caso non è stata originata da un improvviso impulso nobile, ma piuttosto da un ordine dalle autorità. È una specie di pallone sonda, lanciato nel contesto politico dei negoziati tra i leader e i diplomatici russi e occidentali. Per il popolo del Donbass, tuttavia, questo è il momento di un compito atteso da tempo e duramente conquistato: risolvere problemi urgenti, non solo la sicurezza militare, ma soprattutto economica, per migliorare la situazione delle repubbliche popolari. Siamo a favore del riconoscimento non solo sulla carta ma, soprattutto, nei fatti: aiutando a rimettere in sesto l'economia e la vita quotidiana del popolo, organizzando un'economia normale (e non l'attuale ladra), impedendo il saccheggio del potenziale economico da parte dei "proprietari effettivi" - siano essi truffatori russi o signori locali, che hanno da tempo espulso quei minatori e trattoristi che hanno dato il sangue contro i nazisti, da una autentica partecipazione alla vita politica, e agiscono secondo i modelli capitalistici.

Allo stesso tempo abbiamo spiegato fin dall'inizio e stiamo spiegando che l'aiuto della Federazione Russa può e deve essere accettato, ma la Russia imperialista non è l'Unione Sovietica, e che chi segue Vlasov è migliore di chi segue Bandera. Questo è stato dimostrato nell'ottobre del 1993.

Capiamo anche che in questa fase il regime borghese russo potrebbe non concedere il pieno riconoscimento diplomatico della DPR e LPR. Dopo tutto, in questo caso perderebbe la sua principale carta vincente, che gioca costantemente: la richiesta all'Ucraina di attuare gli accordi di Minsk, cosa impossibile per le attuali autorità di Kiev a causa della loro natura nazista.

Ma nel quadro degli accordi di Minsk questo è impossibile anche per le repubbliche popolari del Donbass. Che tipo di indipendenza possono avere le repubbliche secondo questi accordi, che le considerano parte integrante dell'Ucraina? Se l'Ucraina fosse stata ripulita dai fascisti, allora potremmo anche parlarne. Ma oggi questo fatto è semplicemente ignorato. E non è un caso che l'appello preparato dai deputati dica che il riconoscimento è richiesto per "sostenere i residenti di alcune zone delle regioni di Doneck e Lugansk dell'Ucraina che hanno espresso il desiderio di parlare e scrivere in russo, che desiderano osservare la libertà di religione e che non sono d'accordo con le azioni delle autorità ucraine..." e non affatto perché i residenti di queste repubbliche non cadano sotto il potere di un regime fascista. Dopo tutto, non è stato solo per la libertà religiosa che sono insorti nel 2014. Sono insorti per combattere il fascismo che era diventato la forza dominante in Ucraina! Per respingere il fascismo, il popolo fu costretto a dichiarare la propria indipendenza.

Ed è molto caratteristico che la stessa parola "fascismo" non venga pronunciata in relazione al governo banderista, nemmeno nelle capitali occidentali, nemmeno al Cremlino. E questa è una valutazione di classe severa della situazione. Non chiamano le cose con i loro nomi propri e contrattano sullo sfondo della tragedia in corso, non perché gli Stati Uniti e l'UE sono canaglie al potere e il Cremlino è troppo morbido e permissivo, ma perché sia gli Stati Uniti e i loro alleati europei che il Cremlino sono governati dalla stessa classe di quelli di Kiev. Recentemente, Putin ha espresso la sua ammirazione per il "filosofo" I. Il'in, aperto apologeta dei nazifascisti, al quale si stanno erigendo monumenti e targhe in Russia, istituendo medaglie e ripubblicando opere... Anche in Russia, più tranquilla che in Ucraina, si coltiva l'anticomunismo, si demoliscono monumenti, si rinominano città e strade, si denigra la storia sovietica, si sopprimono diritti e libertà democratiche e si impone uno stato di polizia.

Gli imperialisti sono sempre in forte concorrenza tra loro, ed è nel loro interesse indebolire la concorrenza. L'esempio della lotta contro Nord Stream per catturare il mercato europeo del gas liquefatto dagli Stati Uniti è abbastanza eloquente. Solo affari, come dicono i signori. In sostanza, una sete sfrenata di profitto! È precisamente a questo scopo che gli imperialisti occidentali traggono vantaggio dal mettere i popoli di Russia e Ucraina l'uno contro l'altro, continuando così logicamente la distruzione dell'eredità dell'Unione Sovietica. Hanno avuto successo in molti modi. Ma la spina dorsale del movimento di resistenza alle loro politiche inumane è la classe operaia del Donbass, gli stessi minatori e trattoristi il cui contributo alla lotta contro i fascisti è stato ricordato da Putin. Il sentimento sovietico dominava questo movimento e le bandiere rosse dell'URSS erano i simboli di questa lotta. Il desiderio della borghesia di tutte le parti in competizione di schiacciare questa resistenza è naturale - e in questo non sono nemici, ma simili e alleati.

È per questo che facciamo costantemente capire ai lavoratori che le crepe nel campo del capitale possono e devono essere sfruttate, ma dobbiamo essere vigili. Le autorità russe, che oggi forniscono assistenza occasionale al Donbass, sono allo stesso tempo in costante contrattazione con gli Stati Uniti e l'UE e in qualsiasi momento possono tradire e svendere, cancellare i risultati della lotta disinteressata del popolo lavoratore del Donbass contro i fascisti. Noi comunisti siamo del parere che non ci può essere pace e unità con i fascisti. Che l'esistenza delle repubbliche popolari, anche con il loro attuale status di "non riconosciute", è di gran lunga preferibile per i lavoratori che la loro sottomissione ai punitori fascisti. E se il riconoscimento può essere ottenuto, ancora meglio. È meglio ottenere l'unificazione delle forze LNR e DNR in un'unica unione, come, per esempio, è stato proposto nel progetto Novorossija nel 2014. Ma nel farlo, non perdiamo mai di vista la prospettiva. E la migliore prospettiva per il popolo del Donbass è la vittoria del socialismo sia in Russia che in Ucraina. Allora la questione di dove e come entrare diventerebbe una non-questione, e sarebbe decisa dai lavoratori stessi, unendosi in un nuovo stato di operai e contadini - la nuova Unione Sovietica. Questo è lo stato di cose più auspicabile per i lavoratori!

La direzione principale della lotta per questo obiettivo è l'organizzazione della classe operaia attraverso l'unificazione del Fronte Operaio, i sindacati operai, i soviet operai, e il rafforzamento delle organizzazioni comuniste delle repubbliche. Nel'appello della Duma al presidente, i deputati lodano le repubbliche non riconosciute perché avrebbero "costruito in esse organismi democratici sulla base dell'espressione della volontà del popolo". Non c'è niente di simile! La DNR e la LNR hanno perso da tempo lo spirito rivoluzionario originario della democrazia popolare. Gli impulsi ingenui e sinceri di stabilire un vero potere del popolo, per i quali hanno combattuto il capo brigata Mozgovoj, i comandanti delle milizie popolari Dremov, Givi, Motorola, Batman e altri capi miliziani, uccisi in circostanze e clienti poco chiari, sono in gran parte sepolti. Attraverso gli sforzi della borghesia locale e russa si sono instaurati i soliti regimi capitalistici reazionari, con una democrazia ridotta, con un alto grado di sfruttamento dei lavoratori, stratificazione sociale, con il potere del capitale criminalizzato sotto lo slogan della "democrazia popolare", che in realtà è una dittatura borghese. Le autorità coprono cinicamente i loro abomini, dal mancato pagamento dei salari e il divieto di qualsiasi protesta e sciopero all'esclusione delle milizie, dei lavoratori, proprio quei minatori e trattoristi dalla vita politica e dalle elezioni con la legge marziale. Così ai compagni nel Donbass tocca lottare in condizioni particolarmente difficili. E la classe operaia del Donbass, come la classe operaia della Russia e dell'Ucraina, conduce una lotta comune contro la dittatura della borghesia.

I comunisti alla conferenza di Lugansk 2019 hanno determinato: lotta per la causa operaia, ecco la nostra strategia! Deve essere unificante per tutte le forze che lottano contro il fascismo e, quindi, contro il capitalismo. Il tema del Fronte dei Lavoratori, la lotta per la causa operaia, è la direzione strategica della lotta comune. Deve essere un tema unificante per tutte le organizzazioni dei lavoratori nel Donbass, nella Federazione Russa, in Ucraina e in tutti i Paesi!

La vittoria sarà dei lavoratori!

Partito Comunista Operaio Russo
Organizzazione Comunista Operaia della LNR
Fronte Operaio del Donbass
Fronte Operaio dell'Ucraina


Il mal di campismo

 


“Gratta molti comunisti e troverai degli sciovinisti grande-russi” - Lenin

11 Marzo 2022

In questa guerra, come in altre, alcune organizzazioni politiche sostengono posizioni astrattamente marxiste, ma che in realtà possono essere definite semplicemente come una sorta di "nazionalismo rovesciato", ci riferiamo al campismo, ovvero la divisione del mondo in blocchi geopolitici contrapposti.

Raramente i campisti (solitamente di matrice m-l, cioè stalinista) affrontano il conflitto di classe interno delle nazioni del "campo antimperialista" e, senza analizzare la natura di questi governi e delle loro economie, attribuiscono a queste nazioni una funzione progressista e progressiva. Non criticano mai le “nazioni antimperialistiche” e tendono a glissare o a opporsi apertamente ai movimenti di lotta che emergono tra la classe operaia di questi stati. Così gli scioperi in Cina sono il frutto dello sponsor Usa; le manifestazioni di dissenso per la guerra in Russia sono egemonizzate dalle forze reazionarie ecc.

C'è stato un tempo in cui l'identificazione con un blocco anticapitalista e antimperialista aveva un senso. La Rivoluzione Russa è stata sostenuta da milioni di lavoratori che hanno operato anche una rottura politica con quella sinistra sciovinista e governista. Lenin e Trotsky hanno fatto una rivoluzione rovesciando un governo di centro-sinistra, hanno costruito un’internazionale (I.C.) contro le derive riformiste della vecchia socialdemocrazia.

Quindi, dopo la rivoluzione del 1917, nonostante la distorsione avvenuta con l’ascesa di Stalin al potere e la relativa deviazione del metodo rivoluzionario (svolta Kuomintang, Terzo periodo e Fronti Popolari, assenza di democrazia, socialismo in un paese solo ecc.), si poteva dire che vi erano due blocchi: uno che era nato dalla rivoluzione operaia e combatteva per il “socialismo” (la difesa della casta burocratica) e l’altro un blocco capitalista che sosteneva (anche economicamente) la controrivoluzione in tutto il mondo.

Questo scenario oggi non esiste più, sono solamente due gli stati operai in dissoluzione (ahimè), Cuba e Corea del Nord. Bisogna dire ai nostalgici dell’URSS che la Russia è un nuovo imperialismo fatto di borghesia e sciovinismo.

Il campismo contemporaneo è, se dovessimo riassumere, la più grande distorsione del marxismo in quanto spinge la solidarietà con gli stati piuttosto che con la classe e la sua lotta internazionale. L'internazionale di Marx, Engels, Lenin e Trotsky, come struttura organizzativa e pratica, è completamente cancellata da questa visione. Questa tendenza generalmente sostiene stati chiaramente capitalisti (come Iran e Siria) o stati che affermano a parole di essere socialisti come la Cina (coprendosi di ridicolo, perché la Cina, ad essere obiettivi, non solo è un paese capitalista ma è una vera e propria potenza imperialista con annesse entrature di capitali in Africa e in varie parti del mondo), oppure ancora i campisti si aggrappano alla Corea del Nord (che di soviet ed internazionalismo non ha neanche l'ombra ma ha solo un despota che governa miscelando culti religiosi ad un neostalinismo vintage).

Il campismo in questi giorni viene sventolato non solo dalle organizzazioni neo staliniste o staliniste ma anche da Putin che si aggrappa a questo metodo per giustificare la sua invasione dell’Ucraina in opposizione all’imperialismo statunitense ed europeo. Lo stesso Putin nel suo discorso o meglio nella sua dichiarazione di guerra all’Ucraina, fatto in diretta tv il 21 febbraio 2022, ha parlato di riconoscimento, formale ed ufficiale, delle repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, ma anche e soprattutto ha evidenziato le colpe di Lenin secondo cui: «chi ha governato nell'Urss di inizio '900» - sarebbe colpevole della nascita e dell' "invenzione" dell'Ucraina, che «ha tolto pezzi al territorio della Russia».

Ecco il nuovo paradosso dei campisti: definirsi comunisti in opposizione a Lenin. Applauso!

Putin insomma rispolvera lo sciovinismo “grande russo”, lo stesso sciovinismo grande russo combattuto da Lenin anche all’interno dei bolscevichi contro Stalin che ne fu uno dei massimi rappresentanti.

Lenin aveva le idee chiarissime sul processo di autodeterminazione. Sosteneva, sia praticamente che teoricamente, che il processo di costruzione sovietico avvenisse su base volontaria perché «… lo zarismo e la borghesia grande-russa, con la loro oppressione, hanno lasciato nelle nazioni vicine un’ombra di rancore e di diffidenza verso i grandi-russi in generale, e questa diffidenza va dissipata con i fatti, e non con le parole». Questo metodo è alla base del leninismo, cioè della costruzione del socialismo per convincimento e non per assimilazione.
«(…) Invece della parola autodecisione, (...) io pongo un concetto assolutamente preciso: il diritto di separarsi liberamente» [1].

Insomma per Lenin il diritto dell’autodeterminazione era una parte integrante del programma bolscevico: «Il socialismo vittorioso deve necessariamente instaurare la completa democrazia e, quindi, non deve attuare soltanto l'assoluta eguaglianza dei diritti delle nazioni, ma anche riconoscere il diritto di autodecisione delle nazioni oppresse, cioè il diritto alla libera separazione politica» [2].

Per Lenin la lotta per l’autodeterminazione non era semplicemente una formula vuota, ma un metodo politico, un principio, e come è noto sulle questioni di principio Lenin non era solito fare concessioni, così la lotta contro lo sciovinismo grande russo per Lenin non si esaurisce nella battaglia teorica e in proclami ma vede anche la sua declinazione all’interno del partito, del suo partito.

Lenin ha già aveva notato nei primissimi anni ‘20 i metodi di Stalin e un'ulteriore conferma di ciò la ebbe verso la fine del 1922, quando ebbe chiaro in che modo Stalin silenziava il dissenso dei compagni georgiani. L’impero zarista era conosciuto, era passato alla storia come la “prigione dei popoli”, molte etnie/nazioni erano state rinchiuse dal recinto zarista. La classe operaia e il movimento popolare di queste nazioni oppresse avevano fuso la lotta contro lo zarismo con la lotta per la propria autodeterminazione, non a caso il diritto all’autodeterminazione era stato, come abbiamo scritto, uno dei punti fondanti del bolscevismo. Dopo il successo della rivoluzione, i bolscevichi avevano costruito il potere sovietico su alcune repubbliche nazionali oltre a quella Russa (Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, Azerbaijan) ovvero la Rsfsr (Repubblica socialista federativa sovietica russa).

Anche se sulla carta i rapporti tra le repubbliche sovietiche erano formalmente regolati, il Partito Russo bolscevico aveva una forte tendenza ad accentrare. Lenin dunque pone l’attenzione sulla questione e cerca una via d’uscita. Nell’estate del 1922 l’ufficio politico bolscevico crea una commissione, presieduta da Stalin, che ha il compito di affrontare la questione “georgiana” e delle altre federazione. Questa commissione è composta di persone vicine a Stalin e produce un testo (Tesi sull’autonomizzazione) che vidima nei fatti l’annessione delle cinque federazioni alla Russia.
Lenin reagisce nonostante le sue non buone condizioni di salute prima definendo Stalin “un po’ troppo precipitoso” [3].

Successivamente Lenin va all’affondo in una lettera indirizzata a Kamenev e al Comitato Centrale del 6 ottobre:
«Compagno Kamenev! Dichiaro guerra (e non una guerriciola, ma una lotta per la vita e per la morte) allo sciovinismo grande russo. Non appena mi sarò liberato di questo maledetto dente, lo assalirò con tutti i miei denti sani».

Alla fine Stalin media non avendo la maggioranza nel CC. Cede ma il problema sarà solo rimandato.

Lenin, dunque, non aveva dubbi sul concetto di autodeterminazione come, tornando a noi, sul tema del campismo non aveva dubbi sul concetto di “patria”: nella battaglia tra un imperialismo dominante e uno che cercava di ascendere Lenin si schierava senza mezzi termini da parte del proletariato, non aveva una divisione verticale (campi), bensì orizzontale (classi).

La parola d'ordine, basata sull'analisi della realtà e del carattere delle classi era e dovrebbe essere patrimonio del marxismo rivoluzionario; il proletariato non può sostenere nessuna guerra in cui i lavoratori si uccidono in nome della borghesia, così oggi di fronte alla aggressione dell’imperialismo nascente russo il metodo dovrebbe essere lo stesso.

Lenin fu accusato di essere un servo dell’imperialismo tedesco. Insieme a Trotsky e Rosa Luxemburg pagò con la vita la lotta contro lo sciovinismo. Il modo migliore per ricordare questi grandi marxisti è apprendere il loro metodo.

Il marxismo rivoluzionario è altro rispetto al campismo e consiste innanzitutto, come Lenin e Trotsky ci hanno insegnato, nella lotta per il potere politico della classe operaia e non fare gli ultras di presidenti egotisti autoritari di nazioni e/o potenze capitaliste.


Note

1 Lenin, Opere Complete, vol. 26
2 La rivoluzione socialista e il diritto delle nazioni all'autodecisione, Lenin 1916
3 Lenin, Opere Complete, vol. 42

Eugenio Gemmo