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FaSTLAne 2030: il piano di Filosa e la nuova fase del capitalismo automobilistico tra ristrutturazione, sfruttamento e resistenza operaia

 


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione sindacale

Il 21 maggio 2026 Antonio Filosa, amministratore delegato di Stellantis, ha presentato il nuovo piano industriale del gruppo, significativamente intitolato FaSTLAne 2030. Dietro la retorica trionfalistica della crescita e dell’innovazione, si dispiega in realtà un nuovo capitolo della crisi capitalistica dell’automobile: una crisi strutturale, inscritta nelle leggi stesse dell’accumulazione individuate da Marx e da lui espresse già nel primo libro del Capitale.
Sessanta miliardi di investimenti, sessanta nuovi modelli, espansione dei ricavi e taglio dei costi: questi i numeri agitati davanti agli investitori come prova della vitalità del gruppo.
È sul terreno del capitalismo e dell’accumulo più selvaggio che va letto l’intero impianto del piano Filosa, in piena continuità con le politiche degli Agnelli e degli Elkann.

IL CONTENUTO DEL PIANO: ADATTAMENTO DEL CAPITALE ALLA CRISI

FaSTLAne 2030 segna un punto di svolta rispetto alla precedente fase ideologica dell’elettrificazione totale. Il gruppo adotta ora una strategia “multi‑energia”, che combina elettrico, ibrido e motori termici.
Questa scelta non è altro che la conferma di una verità elementare: il padronato non ha alcun interesse verso l’ambiente, ma si adatta alle condizioni di mercato per garantire la redditività, senza alcuna attenzione né all’ambiente né alle condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori.
La distribuzione degli investimenti (con una netta prevalenza verso il Nord America) consacra la gerarchia imperialista dei mercati. L’Europa, e in essa l’Italia, scivola a ruolo subordinato. Qui si manifesta la legge dello sviluppo diseguale e combinato, teorizzato da Trotsky pochi anni prima della grande crisi del 1929: territori interi vengono compressi per sostenere i poli di accumulazione più remunerativi.
Parallelamente, il gruppo prevede tagli strutturali ai costi per miliardi di euro e una riduzione significativa della capacità produttiva degli stabilimenti, con conseguenti esuberi e tagli della manodopera. In linguaggio borghese si parla di “efficientamento”; nella realtà si tratta di un’intensificazione dello sfruttamento.

EUROPA E ITALIA: LA STABILITÀ APPARENTE, LA RISTRUTTURAZIONE REALE

Filosa promette continuità: nessuna chiusura, nessun arretramento formale del perimetro industriale. Nella sostanza però, il piano dispiega una riorganizzazione profonda che richiama con forza l’analisi leniniana dell’imperialismo come fase suprema del capitalismo. Per Lenin, infatti, il passaggio al capitalismo monopolistico non si limita alla concentrazione produttiva, ma comporta una pianificazione privata su scala internazionale, in cui pochi grandi gruppi ridistribuiscono continuamente investimenti, produzione e lavoro in funzione del profitto globale.
Lo riscontriamo nel piano Stellantis, non con una distruzione frontale degli stabilimenti europei, con ma una loro progressiva subordinazione e ridimensionamento all’interno di una divisione internazionale del lavoro dominata dai centri di profitto più elevato. L’Europa non viene abbandonata: viene riorganizzata come spazio produttivo a redditività compressa, dove la forza-lavoro deve adattarsi a volumi variabili, cicli produttivi incerti, continui aggiustamenti.
Sempre nell’Imperialismo, Lenin diceva che i monopoli non eliminano la concorrenza, ma la organizzano su un piano superiore, trasformandola in competizione tra grandi blocchi e tra territori. Così gli stabilimenti italiani, francesi, tedeschi non sono più unità produttive autonome, ma nodi di una rete globale che li mette in concorrenza permanente tra loro. La promessa di “non chiudere”, che vediamo da anni come strumento per rabbonire i lavoratori diventa, nell’ottica padronale, uno strumento di disciplinamento: ogni sito sopravvive solo se dimostra di poter garantire livelli di produttività e riduzione dei costi superiori agli altri. Il caso della chiusura di Termini Imerese e della trasformazione radicale di Melfi e Pomigliano d’Arco ci insegna molto.
Si realizza così una forma moderna di ciò che Lenin chiamava “spartizione del mondo” tra capitali: non più colonie in senso classico, ma aree produttive differenziate, gerarchicamente ordinate, dove il capitale decide quali territori sviluppare e quali comprimere. L’Italia rientra pienamente in questa logica: mantenuta all’interno della catena produttiva, ma progressivamente marginalizzata rispetto ai poli più redditizi.
In questa prospettiva, la stabilità proclamata dal management si rivela per ciò che è: una stabilità puramente giuridica, formale, dietro cui si nasconde una instabilità materiale crescente per la classe operaia. Le fabbriche non chiudono, ma lavorano a singhiozzo; i posti non spariscono immediatamente, ma diventano precari, intermittenti, sempre più ricattabili sotto la minaccia delle delocalizzazioni.
È qui che l’intuizione di Lenin conserva tutta la sua attualità: il capitalismo monopolistico non distrugge soltanto, ma riorganizza continuamente lo sfruttamento, spostando i suoi pesi e le sue contraddizioni lungo la catena globale. E in questa riorganizzazione, i lavoratori europei, e italiani in particolare, sono chiamati a pagare il prezzo di una competizione che non controllano, ma che subiscono quotidianamente sulla propria pelle.

GLI STABILIMENTI ITALIANI: TRA ILLUSIONI DI RILANCIO E REALTÀ DELLA SUBORDINAZIONE

Nel racconto ufficiale, l’Italia continua a occupare una posizione centrale. Ma osservando da vicino lo sviluppo concreto del piano, emerge un quadro ben diverso: una geografia industriale segnata da incertezza, frammentazione produttiva e precarietà sociale.
A Pomigliano, cuore storico della produzione popolare, viene agitata la promessa di una nuova vettura elettrica a basso costo, presentata come ritorno all’auto “per il popolo”.
Tuttavia questa prospettiva è rinviata al 2028 (forse…), sospesa a condizioni di mercato ancora tutte da verificare. Nel frattempo, la forza-lavoro continua a vivere nella precarietà delle linee produttive ridotte e nella minaccia permanente della cassa integrazione.
A Mirafiori, simbolo della grande storia operaia italiana e delle lotte degli anni ’70, la realtà è ancor più contraddittoria. Il sito sopravvive grazie alla produzione della 500 e a varianti ibride che ne allungano artificialmente il ciclo di vita.
Dietro però questa continuità si cela una lenta asfissia: nessun nuovo modello, volumi incerti, una fabbrica che resta aperta ma senza una prospettiva industriale organica. È la trasformazione di un grande stabilimento in un presidio produttivo residuale.
Melfi viene presentato come polo avanzato, laboratorio della piattaforma multi‑brand.
Qui si concentra la logica più “moderna” del capitale: standardizzazione estrema, piattaforme comuni, differenziazione puramente commerciale. Il lavoro viene frammentato, reso intercambiabile, sottoposto a ritmi sempre più intensi.
Cassino rappresenta invece il volto più brutale della crisi: l’incertezza elevata a metodo. La produzione legata a Maserati viene rinviata, sospesa, rimessa a futuri piani.
Nel presente, domina la discontinuità, con operai sospesi tra lavoro e inattività, mentre il territorio paga il prezzo della dipendenza da un unico grande datore di lavoro.
A Termoli e Atessa, il capitale mantiene una presenza, ma in forma subordinata: motori ibridi, veicoli commerciali, segmenti meno esposti alla competizione diretta internazionale.
È una continuità che non garantisce alcuna sicurezza, ma lega questi stabilimenti alle oscillazioni del mercato globale.
In questo quadro, la classe operaia italiana si trova schiacciata tra promesse di rilancio e realtà quotidiana di precarietà, riduzione dei turni, incertezza salariale. È la materializzazione concreta di ciò che Marx definiva “esercito industriale di riserva”: una massa di lavoratori sempre disponibile, sempre ricattabile.

LA POSIZIONE DEL PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Di fronte a questo piano il Partito Comunista dei Lavoratori non si limita a una critica tecnica o riformista. Esso individua nel progetto Filosa la conferma della natura irriformabile del capitalismo.
Per il PCL, il piano non è un “rilancio industriale”, ma un’operazione di ristrutturazione del capitale che scarica i costi della crisi sui lavoratori. La promessa di non chiudere stabilimenti viene letta come una mistificazione: la vera questione non è la chiusura formale, ma il controllo dei volumi produttivi, dell’occupazione, dei ritmi di lavoro.
In una lettura coerentemente marxista, il partito sottolinea come il nodo centrale sia la proprietà dei mezzi di produzione. Finché le grandi aziende restano in mano al capitale finanziario internazionale, ogni piano industriale sarà subordinato alla logica del profitto.
Da qui nascono le rivendicazioni di nazionalizzazione senza indennizzo sotto controllo operaio, come risposta alla crisi industriale; di riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per contrastare la disoccupazione e di unità internazionale della classe lavoratrice, contro la concorrenza tra siti produttivi.
Il linguaggio non è quello della concertazione, ma quello del conflitto. Non si tratta di “negoziare migliori condizioni” entro il piano, ma di opporsi alla sua logica complessiva. Come scriveva Lenin già nel 1899, “la lotta economica si trasforma inevitabilmente in lotta politica”: gli stabilimenti Stellantis diventano così terreno di scontro tra due logiche inconciliabili, quella del capitale e quella del lavoro.

LA NECESSITÀ DI UNA NUOVA FASE DELLA LOTTA DI CLASSE

FaSTLAne 2030 non è semplicemente un piano industriale: è l’espressione contemporanea delle contraddizioni del capitalismo, della sua incapacità di sviluppare le forze produttive senza distruggere la sicurezza sociale.
Dietro i numeri e le promesse, si intravvede il volto reale del sistema: riduzione dei costi, flessibilità, precarizzazione. Una dinamica che conferma, ancora una volta, l’attualità dell’analisi marxiana.
Proprio in queste contraddizioni si apre lo spazio della lotta. Gli operai di Pomigliano, Mirafiori, Melfi, Cassino non sono semplici ingranaggi di un meccanismo, ma soggetti potenziali di trasformazione.
Se il piano Filosa rappresenta l’offensiva del capitale, la risposta non potrà che essere la ricostruzione di un movimento operaio indipendente, capace di contrapporre alla logica del profitto un’alternativa di classe.
Infatti, oggi come ieri, la questione decisiva resta quella indicata da Marx: chi controlla la produzione, controlla la società. E su questo terreno, la partita è tutt’altro che conclusa.

Gli attacchi di Trump alla Nigeria e il vicolo cieco dell’imperialismo

 


Nel dicembre 2025 gli Stati Uniti, sotto la presidenza di Trump, hanno lanciato un’azione militare in Nigeria. Questa escalation è arrivata dopo mesi di retorica mediatica aggressiva, incluse ripetute minacce di intervenire “ad armi spianate” se la Nigeria non avesse posto fine alla violenza contro i cristiani. A fine novembre Trump ha ufficialmente designato la Nigeria come “paese di particolare preoccupazione”, collegando l’insicurezza interna alla persecuzione religiosa e presentando l’intervento militare come una necessità morale.

Il giorno di Natale 2025 le forze statunitensi hanno colpito obiettivi nello Stato nord-occidentale di Sokoto, che Washington ha descritto come legato a gruppi affiliati all’ISIS. Almeno sedici missili da crociera Tomahawk sarebbero stati lanciati da piattaforme navali statunitensi. Il governo federale della Nigeria ha dichiarato che l’operazione è stata condotta con sua accondiscendenza e suo coordinamento. Trump, tuttavia, ha pubblicamente presentato gli attacchi come un’ azione unilaterale di difesa dei cristiani perseguitati.

All’inizio di febbraio 2026 gli Stati Uniti hanno ufficialmente confermato il dispiegamento di un piccolo contingente militare in Nigeria. Funzionari del Comando degli Stati Uniti in Africa hanno dichiarato che l’iniziativa è stata intrapresa dopo colloqui di alto livello con il governo nigeriano, e mira a rafforzare la cooperazione antiterrorismo di fronte alla persistente violenza e insicurezza jihadista. Questa forza di effettivi è descritta come limitata e focalizzata su intelligence, sorveglianza e supporto, piuttosto che su combattimenti su larga scala, ma segna il primo riconoscimento formale di truppe statunitensi sul suolo della Nigeria dai tempi degli attacchi aerei di Natale. Il dispiegamento segnala uno spostamento dalla pressione militare a distanza a una presenza diretta, sollevando nuove preoccupazioni sulla sovranità, la stabilità regionale e la possibile espansione dell’intervento imperialista in Africa occidentale.

COMPRENDERE L’AZIONE MILITARE STATUNITENSE IN NIGERIA

La giustificazione ufficiale degli Stati Uniti si basa su due argomenti. Il primo è la necessità di fermare la violenza estremista. Il secondo è la presunta difesa dei cristiani che rischiano lo sterminio sistematico. Trump ha ripetutamente affermato che i militanti islamici stavano compiendo un genocidio e che la forza militare era l’unica risposta adeguata.

La realtà sul campo è molto più complessa. La Nigeria soffre di molteplici conflitti sovrapposti determinati da fattori sociali, economici e politici. Questi includono un’insurrezione di lunga durata che coinvolge Boko Haram, il gruppo rivale Provincia dell’Africa Occidentale dello Stato Islamico (ISWAP) nel nord-est, l’ascesa di altri gruppi armati localizzati come Lakurawa, che operano in alcune parti del nord-ovest, banditismo diffuso e rapimenti radicati nella povertà e nel collasso dello Stato, conflitti tra agricoltori e pastori nelle regioni centrali dovuti alla pressione sulla terra, allo stress climatico e all’emarginazione etnica.

La violenza in Nigeria non segue un semplice binario religioso. Gruppi armati attaccano sia musulmani che cristiani. Tra le cause dell’insicurezza ci sono la disoccupazione, la disuguaglianza, il degrado ambientale, le istituzioni deboli e la corruzione radicata delle élite.

Gli obiettivi degli attacchi statunitensi erano apparentemente accampamenti associati a Lakurawa, un gruppo emerso nella zona e operante negli Stati di Sokoto e Kebbi. La natura di questo gruppo rimane controversa. Alcuni analisti si chiedono se Lakurawa sia effettivamente un’affiliata dell’ISIS o se funzioni principalmente come una rete armata locale emersa dal collasso economico e politico. Le autorità nigeriane hanno sottolineato che l’operazione non aveva motivazioni religiose e hanno inquadrato la cooperazione con gli Stati Uniti in una strategia più ampia per combattere la violenza.

IMPERIALISMO, NARRAZIONI RELIGIOSE E TEATRO POLITICO

Da una prospettiva socialista rivoluzionaria, l’invocazione della persecuzione religiosa svolge diverse funzioni politiche. Mobilita il sostegno interno negli Stati Uniti, soprattutto tra i settori evangelici e conservatori, inquadra l’intervento militare come un salvataggio morale e non come una proiezione di potere. Infine, distoglie l’attenzione dalle cause strutturali dell’insicurezza radicate nel capitalismo e nel fallimento dello Stato.

Le potenze imperialiste hanno sempre avvolto i loro interventi nel linguaggio della protezione e del dovere umanitario. Che si tratti di difendere le minoranze, diffondere la democrazia o combattere il terrorismo, queste narrazioni nascondono obiettivi strategici. Il controllo delle regioni, dei mercati, delle risorse e degli Stati clienti rimane la logica di fondo.

La retorica di Trump si inserisce perfettamente in questa tradizione. Il linguaggio morale viene utilizzato per legittimare la violenza oscurando gli interessi di classe che essa serve. Il risultato è un teatro politico che sacrifica vite nigeriane per rafforzare la credibilità imperiale.

LE RADICI DI CLASSE DELLA VIOLENZA E I LIMITI DELLA SUPREMAZIA AEREA

L’insicurezza in Nigeria non può essere risolta con la tecnologia militare. La disoccupazione cronica, la marginalizzazione rurale, il crollo dei servizi pubblici e l’assenza di responsabilità democratica creano condizioni in cui i gruppi armati prosperano. Quando lo Stato si ritira, milizie e reti criminali colmano il vuoto, a volte fornendo ordine, entrate economiche o protezione.

I bombardamenti aerei non risolvono queste contraddizioni. Le armi di precisione possono uccidere i combattenti, ma non possono costruire scuole, redistribuire terre o creare lavoro decente. Nel migliore dei casi, gli attentati sostituiscono la violenza. Nel peggiore dei casi, frammenta i gruppi armati e alimenta cicli di rappresaglie.

I benefici tattici a breve termine spesso comportano costi strategici a lungo termine. L’inquadramento religioso dell’intervento rischia di diventare uno strumento di reclutamento per le organizzazioni militanti. Gli attacchi stranieri aggravano il risentimento, rafforzano la resistenza e minano la legittimità locale.

RIVALITÀ IMPERIALISTE E SOVRANITÀ NIGERIANA

L’intervento americano deve essere considerato anche nel contesto della crescente rivalità interimperialistica in Africa. La crescente presenza economica della Cina e gli accordi di sicurezza con la Russia hanno spinto Washington a riaffermare la propria influenza militare. La Nigeria, essendo il paese più popoloso dell’Africa, occupa una posizione strategica nell’Africa occidentale e nel Sahel.

Nella loro risposta, i governanti nigeriani hanno sottolineato la sovranità e il rispetto reciproco. Tuttavia, la dipendenza dalle potenze imperialiste in materia di sicurezza riflette una debolezza strutturale più profonda. Gli Stati schiacciati dal debito, dall’austerità e dalla condotta predatoria delle élite lottano per perseguire percorsi indipendenti verso la stabilità. La cooperazione militare spesso rafforza la dipendenza piuttosto che l’autonomia.

CRITICA DEL CAMPISMO

I socialisti rivoluzionari rifiutano la logica che divide gli interventi imperiali in campi buoni e cattivi. Che sia giustificata da linguaggio umanitario o da richieste antiterrorismo, la violenza imperialista serve sistematicamente le classi dominanti e non i lavoratori.

In Nigeria le masse sopportano fame, disoccupazione e il crollo delle infrastrutture. Non ottengono nulla dai calcoli strategici americani. La vera sicurezza richiede il controllo democratico delle forze di sicurezza, investimenti massicci nei servizi pubblici, riforme agrarie e una distribuzione equa delle risorse, nonché una cooperazione regionale indipendente dal dominio imperiale.

Questi obiettivi non possono essere raggiunti tramite un intervento militare straniero. Al contrario, l’intervento rafforza le élite locali allineate con gli interessi imperiali e reprime le alternative popolari.

LEZIONI DELLA STORIA

La storia rivoluzionaria offre chiari avvertimenti. Trotsky sosteneva che la liberazione non può essere fornita dalle potenze imperialiste. Le esperienze di Algeria, Vietnam, Iraq e Libia mostrano che l’intervento straniero sostituisce una forma di dominio con un’altra e lascia la società frammentata e instabile.

La Nigeria affronta un pericolo simile. La dipendenza dalla potenza di fuoco statunitense senza trasformazione sociale rischia di riprodurre cicli di violenza. Rapporti di intelligence scarsi e obiettivi poco chiari sollevano serie preoccupazioni riguardo a danni ai civili e forze mal indirizzate. Questi risultati erodono ulteriormente la fiducia e la legittimità.

IL PERCORSO DELLA CLASSE LAVORATRICE VERSO LA SICUREZZA

La sicurezza durevole nasce dal potere collettivo, non dai missili. Una strategia della classe lavoratrice deve concentrarsi sulla mobilitazione democratica e sulla trasformazione sociale. Ciò include la creazione di movimenti sindacali indipendenti che trascendano i confini etnici e religiosi, lo sviluppo di una difesa fondata sulla comunità e responsabile verso il popolo, una lotta per la terra e una rivoluzione delle risorse che elimini le radici economiche della violenza, una lotta per l’espansione dell’accesso all’istruzione, alla salute e all’occupazione, e un collegamento delle lotte delle masse nigeriane alla resistenza globale della classe lavoratrice contro l’imperialismo e alla lotta per il socialismo.

Questo approccio rifiuta sia la repressione autoritaria sia il militarismo straniero. Riconosce che il capitalismo produce insicurezza e che solo le masse organizzate possono smantellarla.

LOTTA E RESISTENZA

Gli attacchi in Nigeria rappresentano una pericolosa escalation dell’intervento imperialista nell’Africa occidentale. Nuove azioni militari probabilmente aggraveranno le fratture sociali e rafforzeranno i discorsi estremisti.

Allo stesso tempo, la resistenza crescerà. Questa resistenza sarà quella dei lavoratori nigeriani che sfidano sia le élite interne sia la dominazione straniera, alleanze su scala regionale di lavoratori in lotta contro la militarizzazione e movimenti internazionali contro la guerra che combattono lo sfruttamento capitalistico.

La solidarietà della classe lavoratrice deve attraversare i confini. I lavoratori nigeriani condividono interessi comuni con quelli di tutta l’Africa e del mondo. Il loro futuro non è nelle potenze imperiali, ma nella lotta collettiva.

Gli attacchi aerei di Trump in Nigeria mettono in luce la bancarotta delle soluzioni imperialiste rispetto alla crisi sociale. Riflettono un calcolo politico e non una preoccupazione umanitaria. Intensificano le criticità che pretendono di risolvere.

La sicurezza e la liberazione non possono essere garantite dagli eserciti stranieri. Devono essere costruiti attraverso un’organizzazione democratica dal basso. Solo un programma della classe lavoratrice basato sul socialismo, sull’uguaglianza e l’internazionalismo offre una via verso la pace, l’autonomia e la dignità per la Nigeria e il continente africano.

Ezra Otieno

Il negoziato fra imperialismi si riversa sui salariati

 

Significato e ricadute dell'accordo sui dazi fra USA e UE. Per un'alleanza internazionale dei salariati contro tutti gli imperialismi. Solo una rivoluzione socialista può dare all'Europa una prospettiva storica nuova

31 Luglio 2025

L'imperialismo USA scarica il proprio declino sugli imperialismi concorrenti, a partire dagli imperialismi “alleati”. L'accordo sui dazi fra Trump e von der Leyen rientra in questo quadro generale.

Il rilancio del protezionismo su larga scala da parte della nuova amministrazione americana mira a obiettivi combinati: incassare nuove risorse con cui detassare i capitalisti USA; e soprattutto riportare negli USA l'industria manifatturiera che aveva battuto altri lidi negli anni d'oro della globalizzazione.
Si tratta di un piano di rilancio delle basi materiali dell'imperialismo americano a fronte dell'ascesa della concorrenza imperialistica della Cina. “Fare di nuovo grande l'America” trova nel protezionismo il proprio credo.

La politica protezionista USA si muove a raggiera sull'intero globo, secondo una logica negoziale spregiudicata. Spazia non solo in America attraverso Canada e Messico – nel nome dell'antico motto ”l'America agli americani” – ma persino in Asia, dove non risparmia neppure gli alleati tradizionali degli USA, come il Giappone e la Corea del Sud, nonostante l'interesse strategico USA al contenimento della Cina (ciò che pone qualche interrogativo, tuttora irrisolto, sul codice di priorità delle scelte trumpiane).

È certo tuttavia che sul tavolo da gioco planetario l'Unione degli imperialismi europei ha subito, se così si può dire, un trattamento particolare da parte di Trump. Simile a quello riservato all'imperialismo giapponese. Più oneroso di quello offerto al vecchio imperialismo britannico.

L'accordo è ancora oggetto di interpretazioni fluttuanti, ma la sua natura appare evidente a occhio nudo: un accordo clamorosamente squilibrato a vantaggio dei capitalisti USA e del governo americano. Il dazio di riferimento del 15% riguarderà il 70% delle merci europee esportate negli USA (che ammontano complessivamente a 531 miliardi di euro); e si somma al “dazio informale” della svalutazione del dollaro del 15%.
Parallelamente la UE si impegna nei tre anni rimanenti dell'amministrazione Trump a comprare prodotti energetici USA per 750 miliardi di dollari (essenzialmente gas e petrolio), ad investire negli USA 600 miliardi di dollari delle imprese europee, ad accrescere i rifornimenti militari presso l'industria bellica americana, i cui titoli azionari non a caso sono esplosi in Borsa.
L'unica contropartita per la UE è la (temporanea) rinuncia degli USA ad elevare i dazi al 30%.

Larga parte del commentario borghese europeo è sconsolato: “per evitare la guerra abbiamo accettato la resa”. In particolare la postura remissiva esibita durante il negoziato dalla Presidente della Commissione Europea è spesso oggetto di critica o di scherno. Comprensibile. Ma al di là della superficie scenica, occorre andare alla sostanza di quanto è avvenuto.


LA CRISI DELL'UNIONE EUROPEA

La debolezza contrattuale dell'Unione Europea è il riflesso della sua base materiale. Esiste un imperialismo americano, un imperialismo cinese, un imperialismo russo. Non esiste un imperialismo europeo. Esiste un'unione di stati imperialisti nazionali, di diversa taglia, da tempo penalizzati nella competizione globale, separati da interessi tra loro divergenti e conflittuali. Imperialismi nazionali che si contendono gli investimenti esteri attraverso la corsa al ribasso della tassazione sui profitti; che dispongono di sistemi energetici differenziati; che si disputano il mercato dell'acciaio, dell'industria farmaceutica, dell'industria bellica continentale; che si spartiscono in una lotta al coltello i fondi europei all'agricoltura e all'industria; che si contendono le aree di influenza in Europa, nei Balcani, in Nord Africa, in Medio Oriente, così come le proiezioni di mercato in Cina, India e America Latina.

Il crollo del muro di Berlino, poi la grande crisi del 2008, infine la concorrenza combinata e agguerrita delle altre potenze imperialiste (USA e Cina in primis) hanno indotto gli imperialismi nazionali europei prima a creare e poi a preservare la propria unione. Ma mai come oggi i diversi interessi degli Stati nazionali appaiono conflittuali.
Il contenzioso tra Germania e Francia sul primato in Europa, il conflitto latente tra Francia e Italia in Nord Africa, la concorrenza fra Italia e Germania nei Balcani, le infinite controversie sulle politiche di bilancio (sia nazionale che comunitario) ne sono un riflesso. La cosiddetta “costruzione federale” della UE non ha superato la soglia della moneta comune (2000), ed è di fatto bloccata da più di vent'anni. Il ricorso eccezionale all'indebitamento comune in risposta alla pandemia (2020) non ha avuto seguito. Lo stesso piano di riarmo recentemente varato risponde prevalentemente, non a caso, alle capacità di bilancio dei diversi Stati nazionali, e per questo approfondisce la loro divaricazione (a partire da quella franco-tedesca).


NEGOZIATO EUROPEO, INTERESSI NAZIONALI

Il negoziato commerciale tra UE e USA, e il suo esito, non potevano essere estranei a questo quadro d'insieme. Da un punto di vista formale, era ed è l'Unione Europea, attraverso la sua Commissione, la titolare del negoziato commerciale. Ma dietro il paravento di un negoziato continentale si agitano le diverse pressioni nazionali.
Berlino ha cercato principalmente di salvaguardare la propria industria automobilistica. Roma ha provato a tutelare la propria industria agroalimentare e farmaceutica. Parigi si sente minacciata da un accordo che la penalizza nei comparti chiave della propria industria bellica ed energetica, e protesta (“l'ora buia della sottomissione”).
Von der Leyen ha trattato per tutti e per nessuno. Così ora tutte le diverse filiere nazionali e/o di settore lamentano lo scarto tra i risultati e le attese. Tra il risultato e il proprio “mandato”, per lo più nazionale.

Peraltro, un negoziato commerciale non è mai solo commerciale, tanto più nel contesto attuale. Pesano i rapporti di forza complessivi sul piano della potenza imperialista. L'imperialismo USA in questi mesi ha messo sul piatto della bilancia il proprio primato indiscusso sul piano militare (NATO), la forza del proprio comparto energetico, il peso dei grandi monopoli tech. Gli impegni europei ad acquistare armi, gas, petrolio USA, e ad investire massicciamente negli Stati Uniti, sono il sottoprodotto della pressione materiale dell'imperialismo americano, e oggi soprattutto della svolta nazionalista della sua nuova direzione politica.

Certo colpisce un “impegno” europeo a spendere 750 miliardi in gas e petrolio USA quando l'intero export USA in petrolio e gas ammonta a 141 miliardi, come stupisce l'impegno a investire negli USA 600 miliardi delle imprese europee quando si tratta di investimenti privati, difficilmente prevedibili e quantificabili.
È possibile che la cifra comprenda in realtà l'impegno a comprare i titoli di Stato americani, oggi in evidente difficoltà anche perché minacciati da un parziale disinvestimento cinese. Ma al di là di incognite e contraddizioni, resta il dato di fondo: l'unione degli imperialismi europei si è piegata alle pressioni dell'imperialismo USA.


PER L'INDIPENDENZA DI CLASSE DEI SALARIATI EUROPEI

Ora tutte le borghesie del continente battono cassa chiedendo “compensazioni”. In altri termini, una nuova montagna di miliardi da girare ai capitalisti europei per indennizzarli dai dazi americani. Gli stessi capitalisti che magari, in risposta ai dazi, stanno valutando se trasferire negli USA le loro produzioni.
Da un lato le organizzazioni padronali chiedono soldi ai propri governi, presentando il conto del danno subito (22,6 miliardi, secondo la sola Confindustria italiana), e invocando deroghe alla normativa europea in fatto di aiuti di stato. Dall'altro, battono cassa direttamente presso l'Unione Europea, chiedendo la sospensiva del Patto di stabilità e persino un nuovo ricorso al debito continentale (cui la Germania continua a opporsi).

In ogni caso si sventola la bandiera dell'interesse comune fra padroni e lavoratori. Sia esso il ritrovato interesse nazionale contro l'Europa matrigna, secondo lo spartito sovranista, sia esso l'interesse europeo contro la protervia americana di Trump. secondo la narrativa liberal-europeista.

Questa operazione truffaldina va respinta. Non debbono essere i salariati a pagare il conto della concorrenza tra i capitalisti, i loro Stati, le loro unioni.
Contro le delocalizzazioni annunciate va rivendicata la nazionalizzazione senza indennizzo, e sotto il controllo dei lavoratori, delle aziende interessate. Contro nuove operazioni a debito va rivendicata la tassazione straordinaria e progressiva dei grandi profitti e patrimoni, assieme alla cancellazione del debito pubblico verso le banche. Contro nuovi tagli alle spese sociali (magari per finanziare le spese in armamenti, siano essi europei o americani) va rivendicato un vasto piano di investimenti pubblici nella sanità, nell'istruzione, nei servizi sociali, nel risanamento ambientale e riconversione energetica – oggi rinnegata persino formalmente con l'impegno assunto verso gas e petrolio USA – a spese dei capitalisti. Contro ogni pretesa di interesse comune tra le classi, va rivendicata e perseguita l'alleanza internazionale tra i salariati europei, e tra questi ultimi e i proletari americani, che sono e saranno colpiti dal mix micidiale di inflazione e tagli sociali.


PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA EUROPEA

Al tempo stesso, quanto avvenuto richiama una riflessione più generale sulla prospettiva strategica dell'Europa e sul suo ruolo nel mondo.

Negli anni Trenta Trotsky scrisse che l'ascesa storica dell'imperialismo USA avrebbe messo all'angolo gli imperialismi europei, e che l'unico futuro storico progressivo per il vecchio continente avrebbe potuto delinearsi solo su basi socialiste. Oggi uno scenario per molti aspetti opposto produce lo stesso esito: è il declino storico degli Stati Uniti che viene messo a carico dell'Europa, sempre più vaso di coccio nella morsa delle grandi potenze planetarie.

I circoli borghesi liberali che invocano l'urgenza di una unità europea su basi federali, nel nome di una replica dell'antica federazione americana, ignorano le contraddizioni nazionali insuperabili tra i diversi stati imperialisti del vecchio continente: la loro unione non solo è stata edificata contro i lavoratori europei, ma rappresenta un progetto arenato e fallito.

Gli ambienti sovranisti che invocano la dissoluzione dell'Unione Europea e/o l'alleanza dei paesi europei con l'imperialismo russo e cinese, chiedono di fatto una nuova subordinazione dell'Europa, diversamente declinata, verso nuove potenze imperialiste emergenti. Nulla che corrisponda agli interessi dei salariati europei.

Solo una rivoluzione socialista può unificare l'Europa su basi progressive. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, in ogni paese, e su scala continentale, può dare all'Europa una prospettiva storica nuova.
Per una federazione socialista europea! Per gli Stati uniti socialisti d'Europa! È questa la parola d'ordine della Lega Internazionale Socialista, di cui il PCL è sezione italiana.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ferrero va alla guerra contro Acerbo

 

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9 Novembre 2024

Rifondazione va a congresso. Le confessioni di un ex ministro con la faccia di bronzo

È guerra dentro il Partito della Rifondazione Comunista. Paolo Ferrero, già “líder máximo” del partito e ancora fondamentale figura pubblica, con il sostegno di circa il 45% dei dirigenti del PRC è partito lancia in resta per disarcionare l’attuale segretario Maurizio Acerbo, che gode direttamente del sostegno di solo il 35% dei dirigenti, ma è appoggiato dal gruppo “partitista” di Pegolo e Tecce (20%). Per cui il prossimo drammatico congresso di Rifondazione vedrà due documenti contrapposti.
Oltre alle questioni personali, ci sono certamente degli elementi politici. Nella sostanza, Acerbo e i suoi alleati sperano di creare le condizioni per partecipare un domani al “campo largo” con il PD della Schlein. Ferrero, invece, vorrebbe cercare di creare una coalizione riformista di sinistra stabile con Potere al Popolo (salvo eccezioni in caso di convenienza: in Sardegna i ferreriani si sono presentati in una coalizione totalmente borghese).
Detto così, si potrebbe pensare che Ferrero sia a sinistra dei suoi avversari. In un certo senso questo è vero, ma se a una minestra di acqua e sabbia si aggiunge un po’ di sale non cambia molto. Tra l’altro Ferrero, anche per raccogliere gli elementi più stalinisti del partito e per favorire le prospettive, non facili, di rapporto con Potere al Popolo, è ormai arrivato su posizioni campiste, esaltando i BRICS e la loro politica, cioè scegliendo uno dei due campi imperialisti oggi presenti nella sfida mondiale, con posizioni catastrofiste-campiste.

Se questo è il quadro generale, c’è un particolare da aggiungere. Le due frazioni in lotta hanno depositato i documenti congressuali. Qui sotto riportiamo l’inizio del capitolo sul bilancio della storia del PRC (documento Ferrero). Qui si sviluppa una polemica contro Acerbo dichiarando che è totalmente falso dire che la crisi di Rifondazione nasce dal congresso di Chianciano (2008, dove la corrente di Ferrero sconfisse quella di Vendola), ma (citiamo):

«L’estromissione di Rifondazione dal Parlamento e la sua crisi non nascono dal congresso di Chianciano ma prima, ed erano palesemente maturate nella fase in cui apparivamo fortissimi, stavamo in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli ed eravamo tutti i giorni in televisione. Far partire la sconfitta del progetto di Rifondazione da Chianciano determina un unico risultato: costruire una narrazione in cui qualunque ammorbidimento e compromesso nel rapporto con il PD rappresenterebbe un fatto positivo e di buon senso realista rispetto ad una linea “troppo rigida”. La realtà ci dice che la crisi di Rifondazione Comunista è nata quando era nella maggioranza che sosteneva il governo Prodi. Quella collocazione ne ha corroso pesantemente la credibilità, il valore simbolico e i rapporti di massa costruiti dopo le giornate di Genova, nella costruzione del movimento altermondialista e nell’attività di opposizione al governo Berlusconi. A meno che non si voglia usare Rifondazione Comunista per giocare al gioco dell’oca, noi riteniamo sia necessario prendere atto che è la collocazione in maggioranza con il centro sinistra che aperto la nostra crisi come, del resto, la partecipazione alla maggioranza del primo governo Prodi aveva prodotto un nulla di fatto sul piano dei risultati concreti e una pesante scissione del Partito».

Benissimo! Solo c’è un piccolo particolare. Quando Rifondazione stava in maggioranza con Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli, Paolo Ferrero era principale sostenitore con Fausto Bertinotti dell’alleanza appunto con i Mastella, Gentiloni, Dini e Rutelli. E quando finalmente i nostri eroi riformisti riuscirono a realizzare i loro sogni, entrando nel governo Prodi nel 2006, Ferrero divenne ministro di quel governo (l’unico ministro del PRC).

In quelle situazioni in cui il PRC era nella maggioranza (1997-98), Ferrero ha sostenuto, tra altre decine di gravi schifezze, la riduzione dell’aliquota massima e contemporaneamente l’aumento di quella minima delle tasse (primo governo della Repubblica a fare una tale operazione); la flessibilità lavorativa selvaggia (pacchetto Treu); l’abolizione dell’equo canone sugli affitti, e non si oppose al blocco navale contro i migranti con la strage degli albanesi della Pasqua 1997 nel canale d’Otranto.
Poi, nel 2006-2007, in seno al governo, Ferrero ha votato tra l’altro, senza alcuna obiezione o riserva: riduzione delle tasse per i capitalisti (quattro miliardi l’anno solo per banche e assicurazioni); aumento delle spese militari (17% in un solo anno); finanziamento alla missione militare imperialista in Afghanistan, oltre ad appoggiare (fuori dal Consiglio dei ministri) l’unico caso ufficiale di costruzione di un muro contro gli immigrati (dall’amico sindaco di Padova).

Addirittura, quando un ormai dimenticato Franco Giordano, un ingenuo dirigente del partito messo a fare il segretario come “uomo di paglia” per il duo Bertinotti-Ferrero, alla fine del 2007, rendendosi conto dei problemi di caduta di immagine del partito, avanzò timidamente l’idea del passaggio del PRC dalla presenza nel governo all’appoggio esterno, non solo Bertinotti, ma anche Ferrero gli chiesero se fosse impazzito.

Pochi mesi dopo Clemente Mastella (e non Bertinotti, come spesso si dice) ritirò il suo partito dal governo e lo fece cadere, ponendo fine all’esperienza governativa di Rifondazione.

Questa la vera storia del ruolo da ministro borghese che il nostro “prode” ha avuto in quegli anni, e che ha portato al disastro il PRC e – quello che più conta – l’insieme dell'avanguardia politica di sinistra in Italia.

Naturalmente Ferrero si guarda bene dal dire che c’era chi, piccolo ma non insignificante, nell’ambito del partito combatté le posizioni che oggi lui rivede, molto parzialmente e totalmente in maniera falsa e strumentale. Eravamo noi, che dicevamo che questa politica era peggio che riformista, filopadronale e anche (visto il voto per il finanziamento della guerra in Afghanistan) pro imperialista. Eravamo noi di Progetto Comunista, di cui il PCL è il continuatore diretto. Avevamo ragione quando dicevamo che quella politica era in primo luogo di tradimento della classe operaia, ma che avrebbe anche portato un partito nato, come dichiarato, “cuore dell'opposizione” al disastro (mentre qualcun altro si metteva un po’ in mezzo, parlando appoggi esterni, critiche, ma senza mai negare il progetto di sostenere il governo dei capitalisti).

Ricordare che una proposta politica contraria alla sua collaborazione di classe, una proposta veramente comunista esisteva nel PRC e fu costretta a uscire per non morire riformista, non poteva essere possibile per un voltagabbana per cui i principi politici valgono evidentemente meno delle scarpe che indossa.
Certo è difficile per noi militanti di un vero partito rivoluzionario capire come ancora tanti compagni e compagne sinceramente di sinistra e che si sentono comunisti, la maggioranza dei quali ha vissuto queste esperienze, possano restare in un partito come il PRC con appunto la sua storia e la sua reale politica di subordinazione alla borghesia. Ma questo, purtroppo, non è una novità, anzi è una costante della tragica storia del movimento operaio. Come diceva Trotsky, il pensiero umano tende ad essere conservatore, e nella sua specificità questo vale anche per l’avanguardia del proletariato.

Certo se tutti e tutte coloro che avrebbero dovuto rompere logicamente col PRC insieme a noi nel 2006 e poi negli anni seguenti lo avessero fatto, oggi il nostro certo combattivo e coerente, ma piccolo PCL sarebbe un partito ancora minoritario nella classe, ma con iscritti e attorno, una gran parte della sua avanguardia in lotta contro il capitalismo e tutti gli imperialisti, insieme a decine di migliaia di altri militanti marxisti rivoluzionari del mondo. Decine di migliaia di militanti e iscritti si sono dispersi, ma non è mai troppo tardi. Perché essere più onestamente riformisti, come Acerbo e Galieni e Pegolo e Tecce, se è moralmente meglio, politicamente non lo è per nulla.
Venga finalmente, di fronte a tutto questo, la comprensione per ogni comunista che il suo posto è fuori da Rifondazione e insieme a noi del Partito Comunista dei Lavoratori.

Franco Grisolia

Libertà per Alfredo Cospito! Via il 41 bis!

 


31 Gennaio 2023

Lo Stato che sta infliggendo la morte a Cospito parla di violenza, quando la violenza è nella sua natura e nel suo operato. Ma questa violenza è legittima, perché è istituzionale

Tutti i poteri dello Stato cercano di scrollarsi di dosso il caso Cospito. Il ministro della “giustizia” Carlo Nordio, cosiddetto garantista, cerca la propria assoluzione morale col trasferimento di Cospito all'ospedale di Milano, ma al tempo stesso si preoccupa di conservare il posto mantenendo intatto il 41 bis. La magistratura della Cassazione rinvia il pronunciamento a marzo forse pensando che la morte di Cospito possa dispensarla da una decisione scomoda. Quanto alla Capa del governo non ha dubbi: “Lo Stato non può cedere alla violenza” dichiara la Giorgia nazionale con riferimento alle manifestazioni degli anarchici caricate dalla polizia, o a qualche innocuo atto dimostrativo.


Nessuna meraviglia. Un governo a guida postfascista non ha per definizione sensibilità democratica e umanitaria. Tanto più non l'ha verso un anarchico. Il suo scopo è esibire la fermezza dello Stato borghese contro ogni forma di “sovversione”. Cioè l'assolutezza del potere. E tuttavia colpisce l'infinita ipocrisia degli argomenti portati: «garantire la sicurezza collettiva, respingere il principio della violenza»...

Violenza. La Presidente del Consiglio è appena tornata da un viaggio in Libia nel quale ha assicurato alla guardia costiera libica altre cinque motovedette con cui riacciuffare in mare i disperati che cercano la fuga per riportarli nei lager della tortura e degli stupri. La liberalizzazione degli appalti, l'estensione dei contratti a termine, lo sfruttamento del lavoro gratuito degli studenti, sono leggi moltiplicatrici di omicidi. Il taglio della sanità pubblica dopo anni di pandemia – per pagare il debito alle banche e ingrassare la sanità privata – moltiplica lite d'attesa ormai infinite, con l'inevitabile strascico di morti. L'incremento progressivo delle spese militari sino al 2% del PIL è in preparazione di guerre future e delle relative carneficine annunciate. Tuttavia questa violenza assassina è pienamente legittima in quanto istituzionale. E anzi viene celebrata come doverosa e virtuosa non solo dal governo a guida postfascista ma anche dall'opposizione liberale. Per non parlare dei governi della UE e delle diplomazie imperialiste di mezzo mondo. Incluse quelle “democratiche”.

Eppure la denuncia è puntata sulla “violenza” di Alfredo Cospito, il suo «inaccettabile ricatto», la sua «minaccia allo Stato di diritto». Che consiste nel lasciarsi morire per contestare il 41 bis. Un trattamento inumano, progressivamente inasprito negli anni, che trasforma la galera in tortura: uno stato di isolamento fisico e mentale da ogni forma di relazione, fosse quella di un congiunto, di un libro, di una fotografia appesa al muro, di un pezzo di carta e di una penna. Una pena di morte celebrale persino più crudele di quella fisica, tanto più se combinata con l'ergastolo. Cospito “minaccia” di darsi la morte per contestare la morte inflitta dallo Stato. Lo Stato sta infliggendo la morte a Cospito per tutelare il proprio diritto alla forza, sino alle estreme conseguenze. Non è francamente rivoltante tutto questo?

Sta di fatto che dopo anni di populismo giudiziario, la linea della fermezza fa strage di cervelli e di umanità. Anche nel cosiddetto campo democratico. Il decantato Camillo Davigo invoca durezza “contro il ricatto” e irride Cospito: “i militanti dell'IRA sono morti davvero per fame”, un po' per dire che Cospito sta in realtà recitando e un po' perché in fondo un morto in più non sarebbe né uno scandalo né una tragedia. Il Fatto Quotidiano di Travaglio (31 gennaio) va più in là e pubblica le dichiarazioni “sovversive” di Cospito prima della sua assegnazione al 41 bis, per sottolineare che finalmente il 41 bis lo ha messo a tacere. Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, che ora si vorrebbe democratico e progressista, plaude naturalmente a Travaglio e all'intransigenza della magistratura C'è solo da rabbrividire a pensare che questo circo giustizialista sia stato eretto a bandiera per anni dalla cosiddetta sinistra radicale. Pensiamo solo alla figura di Ingroia... Quanto a De Magistris, prima ha dichiarato che Cospito non è una vittima perché è responsabile di violenza, poi ha convenuto su una timida richiesta di revoca del 41 bis nei suoi confronti. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte per tenersi buoni tutti i suoi supporters.

Noi invece sin dall'inizio abbiamo trovato naturale difendere Cospito dalle grinfie dello Stato e richiedere la cancellazione generale del 41 bis. Senza contorcimenti e opportunismi. Siamo leninisti, dunque lontani dall'anarchismo. Abbiamo sempre combattuto l'azione terrorista, anche in anni difficili, considerandola impotente contro lo Stato e funzionale di fatto al suo rafforzamento. Ci battiamo per una prospettiva di rivoluzione di classe e di massa, la sola capace di rovesciare l'ordine esistente. Rivendichiamo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici come unica forma di vera democrazia. Ma proprio perché rivoluzionari, inguaribilmente contrapposti allo Stato borghese, difendiamo dalla repressione dello Stato tutti coloro che lo combattono dal versante degli oppressi, fosse pure con mezzi e concezioni sbagliate. Non siamo neutrali tra lo Stato e un compagno prigioniero. È il metodo di Lenin, di Trotsky, dei partiti comunisti delle origini. È il codice morale cui ci ispiriamo.

Partito Comunista dei Lavoratori

Le menzogne di Valditara a difesa del capitalismo

 


La confusione tra comunismo e stalinismo è un servizio all'ordine esistente

Testo di un volantino del PCL in distribuzione nelle scuole.


Il nuovo ministro dell'istruzione, Giuseppe Valditara, ha sentito il bisogno di stabilire ex cathedra la verità della storia, presentando il 9 novembre 1989 – il giorno della caduta del Muro di Berlino – come il giorno della morte del comunismo e del «fallimento definitivo dell'utopia rivoluzionaria». Non solo. Il ministro ha esaltato l'attuale ordine politico e sociale come «l’unico ordine politico e sociale che possa dare ragionevoli garanzie che umanità, giustizia, libertà, verità non siano mai subordinate ad alcun altro scopo». Clap, clap, clap.

Un concentrato di menzogne. La caduta del Muro di Berlino segnò il crollo non del comunismo ma dello stalinismo. Di un regime burocratico che pur appoggiandosi sull'economia pianificata nata dalla rivoluzione, coi suoi innegabili vantaggi sociali, privò la classe lavoratrice di ogni potere e di ogni democrazia, perseguitando i comunisti coi metodi del terrore, sino ad assassinare tutti i dirigenti della Rivoluzione d'ottobre.

Presentare come “comunisti” regimi che hanno sterminato i comunisti è una volgare falsificazione della storia. Tanto più inaccettabile di fronte alla lotta eroica di Leone Trotsky e dell'Opposizione di sinistra contro lo stalinismo, nel segno della fedeltà al programma originario della rivoluzione. Di più. Trotsky aveva previsto già nel 1936 che se la burocrazia staliniana non fosse stata rovesciata da una nuova rivoluzione, si sarebbe trasformata in una nuova borghesia proprietaria restaurando il capitalismo. Esattamente quanto è avvenuto dopo il 1989 in Russia, nell'Est Europa, e poi in Cina. Il fallimento dello stalinismo non poteva essere più completo. La previsione di Trotsky non poteva conoscere conferma più clamorosa.

Quanto all'attuale ordine politico e sociale, nato dalla globalizzazione capitalista post-'89, è l'esatto opposto dell'umanità, della giustizia, della libertà, come vorrebbe Valditara. Il capitalismo non ha nulla da offrire alle giovani generazioni. Corsa agli armamenti e guerre imperialiste; saccheggio della natura e catastrofe cilmatica; precarizzazione del lavoro; sfruttamento del lavoro gratuito dei giovani; oppressione patriarcale delle donne e delle persone LGBT; smantellamento della sanità pubblica per ingrassare la sanità privata e pagare il debito alle banche; disuguaglianze sociali sempre più ampie in ogni paese e su scala mondiale... Ovunque domina la dittatura del profitto, contro ogni principio di umanità.

Non è possibile alcuna riforma dell'ordine capitalista. È necessario lottare per rovesciarlo, recuperando e attualizzando proprio quel programma della Rivoluzione d'ottobre che lo stalinismo tradì. La rivoluzione comunista è l'unica alternativa reale al capitalismo, l'unica che possa porre le leve fondamentali dell'economia e della società sotto il controllo della maggioranza, riorganizzando su basi nuove l'intero ordine sociale, cancellando lo sfruttamento, salvando la natura, ponendo fine alle guerre.

Se la giovane generazione riacquista coscienza politica, tutto diventa possibile. Anche una rivoluzione. Valditara vuole nascondere agli studenti questa verità. Il Partito Comunista dei Lavoratori la riafferma con forza, controcorrente.

Partito Comunista dei Lavoratori

La Sant'Elena di Gorbaciov

 


La morte ha riportato la figura di Michail Gorbaciov fuori dai gorghi dell’oblio ai quali era condannata da molti anni.

Anche così, però, la palude delle banalizzazioni di ogni tipo non si è prosciugata, proponendo stereotipi del tutto improduttivi: o eroe della Perestrojka e della democrazia o il Bruto che ha pugnalato la “patria socialista”. Occorre, invece, usare categorie interpretative meno puerili e fragili.

Certo la figura di Gorbaciov è quella di un personaggio non insignificante, ma essa non poteva venire alla luce senza la presenza di forze e di processi collettivi, come del resto avviene in generale nella storia.
Lo scenario è quello del collasso del sistema burocratico, non solo russo, ripudiato non da un killer truculento, incarnazione dell’ala dell’apparato più spudoratamente restaurazionista (la fazione Butenko) ma da un burocrate illuminato sostenitore di un sistema politico (socialista?) dal volto umano.
In realtà Gorbaciov e le vicende del suo tempo sono l’epifenomeno della contraddittorietà e della fragilità del sistema politico burocratico, con il rovinoso tramonto del sogno, folle e antistorico, del socialismo realizzato “in un solo paese”.
Anche lo straordinario acume di Trotsky non aveva prodotto una brillante profezia storica ma aveva colto materialisticamente le radici di quella mostruosa degenerazione prodotta da una crisi profondissima del movimento operaio internazionale.

In Russia gli equivoci di un’economia statalizzata ma governata non da un reale potere proletario ma da una casta parassitaria di burocrati, sfociarono, nel quadro più generale del collasso del movimento operaio internazionale, in un dramma collettivo.
I burocrati con il passare del tempo non si rassegnavano a essere più gli amministratori delegati dell’economia ma si apprestavano a volerne diventare i titolari a pieno titolo, con la restaurazione di rapporti produttivi capitalistici.
La crisi storica della burocrazia era a quel punto irreversibile, e i suoi sbocchi erano di segno chiaramente repressivo. Essa era favorita non solo dall’estrema debolezza del proletariato russo ma anche da un contesto internazionale di segno conservatore e talvolta reazionario. Nei paesi imperialisti quegli anni videro l’ascesa dell’eurocomunismo, con il quale le burocrazie dell’Europa occidentale cercavano di sdoganarsi e di candidarsi a forza di governo pienamente integrate con il quadro borghese. Negli Stati Uniti si manifestavano allo stato embrionale i segni di una chiara parabola reazionaria che, partendo dalla candidatura populista di Ross Perot, sarebbe sfociata dopo un percorso di decenni nel trumpismo. Nei paesi dipendenti il quadro internazionale registrava non solo la nascita di repubbliche islamiche ferocemente reazionarie, ma anche le prime significative manifestazioni del fondamentalismo islamico che toccavano la crisi afghana per riflettersi poi nel Caucaso sotto il controllo russo.

Il tentativo di Gorbaciov si sviluppava dentro questo perimetro internazionale. La sua debolezza consisteva, fondamentalmente, nel non potere contare sul sostegno di nessuna delle due classi fondamentali presenti nella società.
L’esperienza di Gorbaciov era destinata ad una rapida liquidazione. La crisi della burocrazia ne aveva favorito la nascita, la sua indeterminatezza sulle questioni di fondo ne provocò il rapido declino. E con questo declino, il rapido tramonto della figura di Gorbaciov sostituito alla guida della morente URSS prima da quella dell’avventuriero Boris Eltsin, poi dagli embrioni di un nuovo soggetto dominante composto da grandi burocrati rapidamente (inaspettatamente) trasformatisi in grandi capitalisti supportati da un apparato militare e poliziesco di cui Vladimir Putin avrebbe poi assunto il pieno controllo.

Quella di Gorbaciov fu dunque la fugace parabola di una meteora che aveva brillato di una luce intensissima quanto effimera per poi avere in destino il pennacchio del premio Nobel per la pace mentre essa si inabissava nella polvere dell’oblio politico.
Il dio della storia, per come Hegel ne aveva parlato nella Fenomenologia dello spirito, si serve spesso di figure simbolo che utilizza per realizzare i suoi progetti, e che poi rimuove ed emargina condannandoli ad un feroce oblio. Napoleone Bonaparte finì i suoi giorni a Sant’Elena, Gorbaciov ebbe una sorte molto simile. I suoi paladini ne presero subito le distanze per integrarsi rapidamente nell’apparato borghese, come avvenne anche in Italia con i vari Occhetto e D’Alema, autori di una politica di pesanti attacchi ai lavoratori e capace di produrre i bombardamenti della guerra in Jugoslavia. Ciò ci dà l’occasione di riflettere sulla meschinità di Marco Rizzo, che in occasione della morte di Gorbaciov ha impunemente confessato di avere stappato una bottiglia di champagne messa in frigo nel 1991. Ma lo stesso Rizzo in quel periodo era anch’esso intruppato nella schiera dei guidatori della rivoluzione, imboscato nelle poderose armate a servizio dei vari governi italiani di centrosinistra.

Cosa dire, dunque, ricordando la figura di Gorbaciov fuori e contro la marea di un interessato senso comune, e anche questo brilla per le sue caratteristiche genetiche di segno conservatore? Contro questo interessato senso comune appare chiaro che il disegno di Gorbaciov si è rivelato del tutto inadeguato a realizzare l’ardita riforma della Perestroika. La minaccia innescata dall’addio di questa politica ha provocato uno scoppio nelle mani di un apprendista stregone. I fatti hanno così confermato quello che Trotsky aveva visto così chiaramente nei tragici anni che portarono il nazismo al potere: l’irriformabilità della burocrazia. Ciò non sulla base di un astratto presupposto ideologico ma su quella della considerazione dell’ampiezza e della profondità degli interessi materiali propri del sistema di potere burocratico, sempre arroccato tenacemente nella difesa dei suoi luridi privilegi.

La storia non ha visto solamente il fallimento clamoroso di Gorbaciov: la crisi ungherese e il fallimento della politica di Imre Nagy e la sconfitta in Cecoslovacchia della primavera di Dubcek hanno, in certo qual modo, precorso la catastrofe della Perestroika.
In realtà solo una rivoluzione politica socialista può battere i regimi burocratici in senso progressivo e impedire che sulle loro macerie venga restaurato, come puntualmente avvenuto, il capitalismo.

L’ambiguità della politica di Gorbaciov e la sua tragica impotenza si sono ancor più rivelate in occasione della morte dello stesso alfiere della Perestroika. Putin, che pure è il principale beneficiario degli sviluppi della politica innescata da Gorbaciov, si è ben guardato dal concedere gli onori connessi ai funerali di stato allo stesso Gorbaciov, che anche da morto si trova in mezzo al guado che separa la riconoscenza e l’oblio.
In realtà con il fallimento della Perestroika, la restaurazione del capitalismo e la nascita di un neoimperialismo russo, le contraddizioni di quella società non si sono attenuate, anzi sono ancora più laceranti al di là della consapevolezza che ne hanno le masse lavoratrici.
Sta ai marxisti rivoluzionari russi, una piccola ma coraggiosa avanguardia, il compito di mettere in moto una dinamica diversa. Ciò può avvenire solo se nel resto dell’Europa e del mondo la costruzione di una internazionale marxista trarrà tutte le conseguenze dal fallimento della Perestroika e saprà costruire la necessaria risposta rivoluzionaria.

Pino Siclari

Fuori l’imperialismo russo dall’Ucraina!


 Pubblichiamo qui di seguito una dichiarazione internazionale sulla guerra in Ucraina firmata da noi (Comitato provvisorio internazionale di ricostituzione dell’OTI/PCL) e dal Collettivo Rivoluzione Permanente (CoReP). Il CoReP è una piccola tendenza trotskista internazionale presente in Francia, Austria, Spagna e Turchia. Prima di due mesi fa conoscevamo appena la sua esistenza. Sono i compagni che, vedendo le nostre dichiarazioni sull’Ucraina e constatando la totale somiglianza di esse con le loro, ci hanno proposto di firmare una dichiarazione comune, qui pubblicata. Naturalmente, data l’importanza di queste posizioni comuni (che riguardano anche la visione del mondo, con, in particolare, la considerazione di Cina e Russia come potenze neoimperialiste) abbiamo anche iniziato un confronto generale sulle posizioni programmatiche e politiche rispettive. Questo confronto sta facendo i primi passi ed è prematuro ipotizzarne la conclusione. Tuttavia, resta l’importanza di posizioni comuni su una questione centrale come quella della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina.




La guerra imperversa in Ucraina dal 24 febbraio, causando la fuga di milioni di profughi e decine di migliaia di morti e feriti tra i civili e i militari. L’esercito russo non è riuscito a prendere la capitale. Ora sta cercando di conquistare l’intero Donbass bombardando, una per una, le città che resistono, come ha fatto in Cecenia e in Siria. Questa guerra in Europa, come quella condotta in Yemen dall’Arabia Saudita con l’accordo delle potenze occidentali, ricorda ai proletari di tutto il mondo che il capitalismo, giunto alla fase imperialista, genera inevitabilmente guerre e distruzioni nell’incessante lotta per la spartizione e la ri-spartizione del mondo tra gli Stati più potenti.

L’Ucraina è una questione importante tra gli imperialismi occidentali e l’imperialismo russo. Nel 2014, l’Ucraina ha presentato domanda di adesione all’UE e alla NATO, a scapito delle precedenti relazioni con la Russia. Ma l’imperialismo russo, con l’annessione della Crimea e il controllo di parte del Donbass, aveva già dimostrato che questa situazione era insostenibile.

Per lo Stato russo, la priorità accordata dallo Stato americano alla lotta contro il capitalismo cinese in espansione, il suo parziale disimpegno dai Paesi dell’Europa e dell’Asia occidentale e il suo ritiro disordinato dall’Afghanistan hanno offerto l’opportunità di allentare la morsa economica e militare dell’imperialismo occidentale. Avendo questi ultimi fatto sapere che non sarebbero intervenuti militarmente, Putin ha lanciato le sue truppe con l’obiettivo di annettere completamente l’Ucraina o di installare un governo fantoccio ai suoi ordini. Putin ha dichiarato il 21 febbraio: “L’Ucraina non è una nazione, ma un’invenzione di Lenin e dei bolscevichi. Stalin ha tentato di porre rimedio a questa folle invenzione, ma ha fallito”.

I comunisti internazionalisti sono risolutamente dalla parte del paese dominato contro l’aggressione di una potenza imperialista, come Lenin e Trotsky hanno sempre sostenuto. Il rafforzamento della pressione della NATO sulla Russia attraverso lo sviluppo delle sue basi militari è indiscutibile, ma le rivalità tra le potenze non giustificano in alcun modo la messa in discussione dell’esistenza stessa dell’Ucraina. Il compito del proletariato ucraino come del proletariato mondiale consiste nel difendere, su una base di indipendenza di classe, questo diritto all’indipendenza lottando per la rivoluzione socialista in Ucraina, per l’internazionalismo, per la federazione degli Stati Uniti Socialisti d’Europa.

Il governo ucraino è un governo borghese notoriamente corrotto, l’esercito ucraino è un esercito borghese che ha integrato battaglioni fascisti, ma i comunisti internazionalisti difendono incondizionatamente l’Ucraina contro l’aggressione imperialista russa, come hanno difeso l’Iraq o la Serbia in mano ai nazionalisti borghesi contro le aggressioni della coalizione di imperialismi guidata dagli USA, così come hanno sostenuto il popolo arabo di Palestina contro la colonizzazione sionista nonostante il carattere borghese della leadership del movimento nazionale palestinese (Fatah, Hamas), così come condannano la guerra condotta in Yemen dall’Arabia monarchica e antisemita alleata degli imperialismi “democratici”. Oggi più di ieri, il sostegno alla vittima dell’oppressione imperialista non è il sostegno al suo regime, al suo governo, non è il sostegno a Zelensky.


Per una prospettiva rivoluzionaria in difesa dell’Ucraina

Lo Stato russo giustifica la sua aggressione con il pretesto del “genocidio” della minoranza russofona che vive in Ucraina, soprattutto nel Donbass. In realtà, i diritti e le libertà delle minoranze sono utilizzati dai diversi imperialismi in base ai loro interessi. Nel 2014, il governo ucraino perseguita la minoranza “russa” e lavora per rafforzare i suoi legami con l’imperialismo europeo e statunitense. L’imperialismo russo, a sua volta, utilizza questa oppressione nel 2014 per annettere la Crimea da un lato e per spingere alla secessione, anche attraverso un massiccio sostegno militare, le regioni di Donetsk e Lugansk nel Donbass. I diritti delle minoranze “ucraine” e tatare non sono rispettati.

Con Lenin, sosteniamo il rispetto del multilinguismo e l’uguaglianza dei diritti di tutte le minoranze nazionali, compreso il diritto all’autonomia o alla separazione. Ma in nessun caso questo richiamo ai diritti intangibili delle minoranze può portare a giustificare l’invasione imperialista russa.

I comunisti internazionalisti sono per la sconfitta dell’imperialismo russo in Ucraina. L’Ucraina ha il diritto di ottenere armi per difendersi, anche se gli imperialismi statunitense ed europeo che le forniscono perseguono i loro obiettivi, che sono almeno quelli di mantenere l’Ucraina sotto la loro influenza. La sconfitta dell’Ucraina significherà lo schiacciamento del proletariato ucraino, il rafforzamento dell’imperialismo russo e della dittatura di Putin sul proletariato russo. Al contrario, la sconfitta dell’imperialismo russo aprirebbe la strada all’insurrezione del proletariato russo, permettendo al proletariato ucraino di organizzarsi e lottare per proprio conto! Questa è la nostra prospettiva!

Gli imperialismi statunitense ed europeo hanno scatenato una serie di sanzioni contro la Russia, senza arrivare a privarsi delle forniture di gas e petrolio che restano indispensabili per i capitalismi europei. Si fa molto rumore sul congelamento dei beni degli oligarchi russi, ma da un lato questo congelamento non è certo un esproprio da parte del proletariato russo; dall’altro è abbastanza facilmente aggirabile grazie alla benevolenza dei vari paradisi fiscali verso le grandi fortune. D’altra parte, le sanzioni economiche, come l’embargo su alcune importazioni o esportazioni russe, colpiscono in primo luogo la popolazione russa, portando ad esempio alla disoccupazione di migliaia di lavoratori nelle fabbriche di automobili. E minacciano anche i lavoratori di tutto il mondo.

Inoltre, gli imperialismi occidentali stanno approfittando della situazione per aumentare il loro budget militare e rafforzare le basi militari della NATO intorno alla Russia, gli Stati Uniti hanno inviato 20.000 soldati in più in Europa, l’imperialismo francese ha inviato contingenti di soldati in Romania, etc.


La continuazione dell’imperialismo è un flagello per l’umanità

La guerra in Ucraina è un punto di svolta nella situazione mondiale. L’imperialismo russo, che ha cercato il sostegno dell’imperialismo cinese, è contrapposto all’imperialismo statunitense e ai principali imperialismi europei. Questi ultimi sono molto attenti a non oltrepassare la linea sottile che li tiene lontani da un coinvolgimento diretto nel conflitto, ma questa guerra potrebbe trasformarsi in una guerra interimperialista. Lo stallo dell’esercito russo in Ucraina, intollerabile per Putin, può portare a un’escalation militare e far precipitare una guerra interimperialista.

L’invasione aumenta il già enorme numero di sfollati nel mondo, oltre 90 milioni. La guerra in Ucraina sta già avendo conseguenze economiche drammatiche in molti dei paesi dominati, ma anche per i proletari e tutti gli strati impoveriti dei paesi sviluppati. L’interruzione delle forniture di cereali dall’Ucraina e dalla Russia, ma anche di fertilizzanti, di vari minerali come il nichel, etc., sta facendo impennare i prezzi, alimentati dalla speculazione. Ad esempio, in molti Paesi dell’Asia occidentale e del Nord Africa il pane sta finendo o sta diventando inaccessibile. Il prezzo del gas e del petrolio, di cui la Russia è uno dei principali esportatori, continua a salire. L’inflazione sta accelerando, raggiungendo l’8,5% negli Stati Uniti, quasi il 10% in Spagna, più del 61% in Turchia, più del 55% in Argentina e più del 20% in Algeria... causando la fusione dei salari, delle pensioni, dei benefici e degli aiuti, laddove esistono. Diverse banche centrali stanno già aumentando i tassi di interesse sui loro prestiti alle banche, la crescita sta rallentando e si stanno accumulando i segnali di una possibile nuova crisi capitalistica globale.

Questo rafforza le contraddizioni tra gli Stati imperialisti, tra le potenze regionali. Il peso del militarismo ricade sempre più sui produttori con l’aumento generale delle spese militari. La classe capitalista, mentre trascina inesorabilmente il pianeta in una catastrofe ecologica e climatica, intende sempre salvaguardare il proprio tasso di profitto scaricando sui lavoratori, sulle popolazioni dei paesi dominati il conto della guerra e delle sue crisi. La discriminazione religiosa, la xenofobia, il razzismo, le persecuzioni contro i rifugiati e i migranti sono usati apertamente dai governi borghesi che rafforzano le polizie e gli eserciti, riducono le libertà e criminalizzano la protesta sociale.


Per un’Internazionale operaia rivoluzionaria

I burocrati sindacali ucraini dell’UPF e del KVPU sostengono Zelensky nello stesso modo in cui il Partito “Comunista” della Federazione Russa (KPRF) sostiene Putin. Altrove, l’allineamento dei principali leader sindacali e dei partiti riformisti (SPD, PD, Partito del Lavoro, PS, PCF, PSOE, DSA...) con la NATO, il sostegno diretto o indiretto dato da altri partiti riformisti (PT brasiliano, vari partiti “comunisti”) all’imperialismo russo lascia la classe operaia mondiale paralizzata, senza una propria prospettiva contro la guerra in Ucraina. Si limita a un sostegno al proprio imperialismo o a una semplice solidarietà con le vittime della guerra.

Eppure, la mobilitazione del proletariato mondiale potrebbe porre fine alla guerra, potrebbe aprire la strada al proletariato russo. In Russia, le manifestazioni contro la guerra sono state violentemente represse, ma non sono state fermate, i giovani hanno perfino attaccato gli uffici di reclutamento dell’esercito. In Ucraina, lo sciovinista Zelensky ha messo al bando i partiti di opposizione, il Parlamento ha sospeso le leggi a tutela dei lavoratori e vietato gli scioperi.

Un partito rivoluzionario dei lavoratori ucraini si rivolgerebbe ai soldati dell’esercito russo e li metterebbe contro il loro governo e il loro Stato.

Contro la collaborazione di classe delle burocrazie operaie corrotte, i comunisti internazionalisti chiedono che le direzioni sindacali e i partiti riformisti rompano con la borghesia. Per sconfiggere l’imperialismo e le sue guerre, i lavoratori devono esigere il fronte unico delle loro organizzazioni di massa su queste parole d’ordine:

• Fuori l’imperialismo russo dall’Ucraina!
• Nessun sostegno alla NATO o all’imperialismo europeo o statunitense!
• Ritiro delle truppe degli imperialismi occidentali dall’Europa centrale!
• Ritiro delle truppe statunitensi da tutta l’Europa!
• Scioglimento della NATO! Abbasso le sanzioni economiche che colpiscono prima il proletariato russo!
• Per la rivoluzione socialista in Ucraina come in Russia!


Per gli Stati Uniti Socialisti d’Europa da Lisbona a Vladivostok!

I lavoratori di tutto il mondo hanno bisogno di un’Internazionale operaia rivoluzionaria che li liberi dalla morsa dei leader dei partiti riformisti e dei burocrati sindacali che seminano il veleno delle illusioni parlamentari, dello sciovinismo, del compromesso con la borghesia o con l’imperialismo.

• Indicizzazione dei salari all’inflazione!
• Controllo dei lavoratori sull’attività dei servizi e delle imprese essenziali e chiusura di quelli che non lo sono!
• Espropriazione dei gruppi capitalistici!
• Piano di produzione deciso dal popolo per soddisfare i bisogni sociali preservando l’ambiente e il futuro dell’umanità!
• Governo operaio basato su consigli operai, distruzione dello Stato borghese e dissoluzione dell’esercito professionale, dei corpi di repressione della polizia e delle bande fasciste da parte dei lavoratori in armi!
• Federazione Socialista Mondiale!

Collettivo Rivoluzione Permanente (Austria, Spagna, Francia, Turchia)

Comitato provvisorio internazionale di ricostituzione dell’Opposizione Trotskista Internationale (OTI)

Partito Comunista dei Lavoratori (Italia)