Contro la tagliola della quadruplicazione delle firme. Per una legge elettorale integralmente proporzionale, senza sbarramenti, senza impedimenti, senza premi di maggioranza
Partito Comunista dei Lavoratori
Il governo a guida postfascista vuole decuplicare il numero di firme necessarie per depositare una lista elettorale da parte di partiti non rappresentati in Parlamento. Dalle 1500/2000 firme attuali per collegio a 6000/7000 per collegio plurinominale della Camera e del Senato. I collegi della Camera sono 49, quelli del Senato 26. Per presentarsi in tutti i 49 collegi della Camera occorrerebbero 294000 firme. Nei fatti ben oltre 300000, considerando i fisiologici annullamenti. Una enormità. Cui si aggiunge la clausola per cui ci si può presentare nazionalmente solo se si raccolgono le firme necessarie in almeno il 50% delle circoscrizioni.
Il combinato disposto di queste due clausole è uno solo: l’eliminazione dalla competizione elettorale di un ampio arco di forze minori, diversamente collocate, oggi prive di rappresentanza istituzionale. In altri termini, i partiti borghesi di governo che siedono in Parlamento decidono di escludere a priori persino dalla competizione elettorale i partiti che oggi ne sono fuori. È un passo verso l’americanizzazione del sistema politico.
Consideriamo arcireazionaria questa proposta e chiediamo il suo immediato ritiro. Anche attraverso l’appello alla Corte Costuzionale.
Non ci sfuggono le ragioni politiche miserabili della soluzione proposta. Ragioni incrociate. Il governo aveva proposto in prima battuta di escludere persino dal calcolo dei voti di coalizione le liste che non avessero raggiunto la soglia del 3% dei consensi (con la eccezione della prima sotto soglia), col possibile effetto di una coalizione vincente nei voti ma perdente nei calcoli. Una soluzione che Mattarella ha fatto sapere che non avrebbe firmato, anche per timore di una bocciatura della Consulta. Da qui la vendetta del governo: “Va bene, calcoleremo i loro voti ma… alzeremo l’asticella delle firme per impedire che si presentino”. Forza Italia in particolare ha spinto questa soluzione per timore di perdere voti a vantaggio di liste centriste del campo largo. Italia Viva di Renzi appoggia la misura perché così incassa il monopolio della rappresentanza di centro del campo largo. Il M5S la contrasta solo perché Conte gioca di sponda col “progetto civico” dell’assessore romano Onorato che gli ha promesso il voto in occasione delle primarie. Ogni partito borghese gioca per sé sulla pelle dei diritti democratici più elementari.
Ma al di là della superficie politica contingente, occorre una valutazione di fondo.
Le normative reazionarie in fatto di leggi elettorali non nascono col governo Meloni. Il progetto di legge Meloni (cosiddetto Stabilicum) elimina i collegi uninominali dell’attuale Rosatellum in cambio di una legge a base proporzionale truccata con un forte premio di maggioranza. Un premio che trasformerebbe il 42% dei voti almeno nel 55% dei seggi parlamentari. Assolutamente inaccettabile. Ma la legge elettorale attualmente vigente (Rosatellum), proposta e votata dal PD sotto il governo Gentiloni, ha fatto di peggio: ha dato al 44% dei voti della destra ben il 59% dei parlamentari. Se Meloni ha governato l’Italia per cinque anni è anche grazie a una legge elettorale del PD, oltre alle porcherie votate negli anni dai partiti del centrosinistra. Con che faccia il centrosinistra denuncia oggi il progetto di legge Meloni?
Si dirà: la differenza sta nel fatto che Meloni, con la sua nuova proposta di legge, punta scopertamente al premierato, attraverso l’indicazione obbligata del candidato Premier della coalizione. Verissimo. E indubbiamente il progetto di premierato, assieme a quello dell’autonomia differenziata, è un progetto reazionario di stampo bonapartista che va respinto con la massima determinazione.
E tuttavia l’attuale configurazione delle istituzioni locali, a livello comunale e regionale, non disegna forse piccoli premierati? I sindaci-podestà con maggioranza certa nei consigli comunali, e i governatori delle Regioni con maggioranza certa nei consigli regionali, ben al di là dei voti ricevuti, non sono forse la prefigurazione locale di un bonapartismo nazionale? È così. Ed è bene ricordare, per amore di verità, che fu il centrosinistra degli anni ’90 e dei primi anni 2000 il principale proponente dei bonapartismi locali, con in testa il Partito Democratico della Sinistra, poi Democratici di Sinistra, poi Partito Democratico, nel nome del primato della governabilità sul principio di rappresentanza. Per questo le leggi elettorali maggioritarie accompagnarono la seconda Repubblica ad ogni livello istituzionale. Ciò che oggi Meloni vuol fare è semplicemente estendere al piano nazionale il sistema istituzionale locale. Con un salto qualitativo reazionario che raccolga ed amplifichi tutto il peggio di quei modelli.
Occorre allora andare alla radice del problema, fuori da ogni ipocrisia.
Significa rilanciare una battaglia generale per un sistema elettorale integralmente proporzionale, ad ogni livello istituzionale, senza alcuna soglia di sbarramento, senza alcun premio di maggioranza, senza impedimenti a un libero confronto e partecipazione elettorale. Significa affermare il principio elementare della rappresentanza contro il totem della governabilità borghese.
“Ma allora non vi interessa la stabilità dei governi?” No, non ci interessa, perché non stiamo parlando di governi dei lavoratori ma di governi della borghesia, comitati d’affari dei suoi interessi, come diceva Marx. La loro stabilità è solo la stabilità delle politiche di rapina a vantaggio di capitalisti, grandi azionisti, banchieri. Come documentano gli ultimi trent’anni, e non solo in Italia.
La classe operaia, i giovani, le donne, colpiti quotidianamente da queste politiche, hanno un interesse esattamente opposto: quello di rafforzare la propria opposizione ai governi borghesi, quale che sia il loro colore politico. Per questo hanno interesse a una propria rappresentanza politica indipendente, basata su un proprio autonomo programma per una vera alternativa di società: che è anticapitalistica, o non è.
La battaglia per una legge elettorale integralmente proporzionale è l’unica che garantisca la parità di rappresentanza di ogni voto. Certo, nessuna legge elettorale nella società borghese, anche la più democratica, può cancellare in quanto tale il potere della borghesia, che nasce dalla proprietà dei grandi mezzi di produzione, di credito, di commercio. A differenza delle sinistre riformiste tutte, che esaltano la Costituzione di De Gasperi e Togliatti come le colonne d’Ercole della democrazia politica, noi ci battiamo da comunisti per una democrazia dei lavoratori, basata sulla loro forza e la loro organizzazione.
E tuttavia i comunisti non ignorano le battaglie per la democrazia. Se la Costituzione formalmente stabilisce l’uguaglianza di ogni voto, chiediamo a tutte le sinistre di essere almeno su questo aspetto coerentemente… “costituzionali”. Così purtroppo non è stato e non è. Alleanza Verdi Sinistra custodisce il proprio ruolo di sinistra del campo largo dentro il sistema istituzionale e bipolare della Seconda Repubblica. Il Partito della Rifondazione Comunista, dopo vent’anni di digiuno, si candida a rientrarvi, fosse pure dalla porta di servizio. È la riprova, se ve ne era bisogno, che solo i rivoluzionari possono essere conseguenti sullo stesso terreno democratico.
In ogni caso, è sempre utile un banco di prova: proponiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento una battaglia comune per il ritorno a una legge elettorale proporzionale integrale, ad ogni livello istituzionale. L’unica, oltretutto, che oggi può privare le destre reazionarie di una maggioranza parlamentare di governo. E che se fosse stata in vigore avrebbe impedito a Meloni di governare per cinque anni contro i lavoratori, i loro diritti, le loro ragioni.












