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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Legge elettorale e democrazia borghese

 


Contro la tagliola della quadruplicazione delle firme. Per una legge elettorale integralmente proporzionale, senza sbarramenti, senza impedimenti, senza premi di maggioranza

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo a guida postfascista vuole decuplicare il numero di firme necessarie per depositare una lista elettorale da parte di partiti non rappresentati in Parlamento. Dalle 1500/2000 firme attuali per collegio a 6000/7000 per collegio plurinominale della Camera e del Senato. I collegi della Camera sono 49, quelli del Senato 26. Per presentarsi in tutti i 49 collegi della Camera occorrerebbero 294000 firme. Nei fatti ben oltre 300000, considerando i fisiologici annullamenti. Una enormità. Cui si aggiunge la clausola per cui ci si può presentare nazionalmente solo se si raccolgono le firme necessarie in almeno il 50% delle circoscrizioni.

Il combinato disposto di queste due clausole è uno solo: l’eliminazione dalla competizione elettorale di un ampio arco di forze minori, diversamente collocate, oggi prive di rappresentanza istituzionale. In altri termini, i partiti borghesi di governo che siedono in Parlamento decidono di escludere a priori persino dalla competizione elettorale i partiti che oggi ne sono fuori. È un passo verso l’americanizzazione del sistema politico.

Consideriamo arcireazionaria questa proposta e chiediamo il suo immediato ritiro. Anche attraverso l’appello alla Corte Costuzionale.

Non ci sfuggono le ragioni politiche miserabili della soluzione proposta. Ragioni incrociate. Il governo aveva proposto in prima battuta di escludere persino dal calcolo dei voti di coalizione le liste che non avessero raggiunto la soglia del 3% dei consensi (con la eccezione della prima sotto soglia), col possibile effetto di una coalizione vincente nei voti ma perdente nei calcoli. Una soluzione che Mattarella ha fatto sapere che non avrebbe firmato, anche per timore di una bocciatura della Consulta. Da qui la vendetta del governo: “Va bene, calcoleremo i loro voti ma… alzeremo l’asticella delle firme per impedire che si presentino”. Forza Italia in particolare ha spinto questa soluzione per timore di perdere voti a vantaggio di liste centriste del campo largo. Italia Viva di Renzi appoggia la misura perché così incassa il monopolio della rappresentanza di centro del campo largo. Il M5S la contrasta solo perché Conte gioca di sponda col “progetto civico” dell’assessore romano Onorato che gli ha promesso il voto in occasione delle primarie. Ogni partito borghese gioca per sé sulla pelle dei diritti democratici più elementari.

Ma al di là della superficie politica contingente, occorre una valutazione di fondo.

Le normative reazionarie in fatto di leggi elettorali non nascono col governo Meloni. Il progetto di legge Meloni (cosiddetto Stabilicum) elimina i collegi uninominali dell’attuale Rosatellum in cambio di una legge a base proporzionale truccata con un forte premio di maggioranza. Un premio che trasformerebbe il 42% dei voti almeno nel 55% dei seggi parlamentari. Assolutamente inaccettabile. Ma la legge elettorale attualmente vigente (Rosatellum), proposta e votata dal PD sotto il governo Gentiloni, ha fatto di peggio: ha dato al 44% dei voti della destra ben il 59% dei parlamentari. Se Meloni ha governato l’Italia per cinque anni è anche grazie a una legge elettorale del PD, oltre alle porcherie votate negli anni dai partiti del centrosinistra. Con che faccia il centrosinistra denuncia oggi il progetto di legge Meloni?

Si dirà: la differenza sta nel fatto che Meloni, con la sua nuova proposta di legge, punta scopertamente al premierato, attraverso l’indicazione obbligata del candidato Premier della coalizione. Verissimo. E indubbiamente il progetto di premierato, assieme a quello dell’autonomia differenziata, è un progetto reazionario di stampo bonapartista che va respinto con la massima determinazione.

E tuttavia l’attuale configurazione delle istituzioni locali, a livello comunale e regionale, non disegna forse piccoli premierati? I sindaci-podestà con maggioranza certa nei consigli comunali, e i governatori delle Regioni con maggioranza certa nei consigli regionali, ben al di là dei voti ricevuti, non sono forse la prefigurazione locale di un bonapartismo nazionale? È così. Ed è bene ricordare, per amore di verità, che fu il centrosinistra degli anni ’90 e dei primi anni 2000 il principale proponente dei bonapartismi locali, con in testa il Partito Democratico della Sinistra, poi Democratici di Sinistra, poi Partito Democratico, nel nome del primato della governabilità sul principio di rappresentanza. Per questo le leggi elettorali maggioritarie accompagnarono la seconda Repubblica ad ogni livello istituzionale. Ciò che oggi Meloni vuol fare è semplicemente estendere al piano nazionale il sistema istituzionale locale. Con un salto qualitativo reazionario che raccolga ed amplifichi tutto il peggio di quei modelli.

Occorre allora andare alla radice del problema, fuori da ogni ipocrisia.

Significa rilanciare una battaglia generale per un sistema elettorale integralmente proporzionale, ad ogni livello istituzionale, senza alcuna soglia di sbarramento, senza alcun premio di maggioranza, senza impedimenti a un libero confronto e partecipazione elettorale. Significa affermare il principio elementare della rappresentanza contro il totem della governabilità borghese.

“Ma allora non vi interessa la stabilità dei governi?” No, non ci interessa, perché non stiamo parlando di governi dei lavoratori ma di governi della borghesia, comitati d’affari dei suoi interessi, come diceva Marx. La loro stabilità è solo la stabilità delle politiche di rapina a vantaggio di capitalisti, grandi azionisti, banchieri. Come documentano gli ultimi trent’anni, e non solo in Italia.

La classe operaia, i giovani, le donne, colpiti quotidianamente da queste politiche, hanno un interesse esattamente opposto: quello di rafforzare la propria opposizione ai governi borghesi, quale che sia il loro colore politico. Per questo hanno interesse a una propria rappresentanza politica indipendente, basata su un proprio autonomo programma per una vera alternativa di società: che è anticapitalistica, o non è.

La battaglia per una legge elettorale integralmente proporzionale è l’unica che garantisca la parità di rappresentanza di ogni voto. Certo, nessuna legge elettorale nella società borghese, anche la più democratica, può cancellare in quanto tale il potere della borghesia, che nasce dalla proprietà dei grandi mezzi di produzione, di credito, di commercio. A differenza delle sinistre riformiste tutte, che esaltano la Costituzione di De Gasperi e Togliatti come le colonne d’Ercole della democrazia politica, noi ci battiamo da comunisti per una democrazia dei lavoratori, basata sulla loro forza e la loro organizzazione.

E tuttavia i comunisti non ignorano le battaglie per la democrazia. Se la Costituzione formalmente stabilisce l’uguaglianza di ogni voto, chiediamo a tutte le sinistre di essere almeno su questo aspetto coerentemente… “costituzionali”. Così purtroppo non è stato e non è. Alleanza Verdi Sinistra custodisce il proprio ruolo di sinistra del campo largo dentro il sistema istituzionale e bipolare della Seconda Repubblica. Il Partito della Rifondazione Comunista, dopo vent’anni di digiuno, si candida a rientrarvi, fosse pure dalla porta di servizio. È la riprova, se ve ne era bisogno, che solo i rivoluzionari possono essere conseguenti sullo stesso terreno democratico.

In ogni caso, è sempre utile un banco di prova: proponiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento una battaglia comune per il ritorno a una legge elettorale proporzionale integrale, ad ogni livello istituzionale. L’unica, oltretutto, che oggi può privare le destre reazionarie di una maggioranza parlamentare di governo. E che se fosse stata in vigore avrebbe impedito a Meloni di governare per cinque anni contro i lavoratori, i loro diritti, le loro ragioni.

La nostra solidarietà a Potere al Popolo


 Un'infame operazione di infiltrazione poliziesca in diverse città

Dichiariamo la nostra piena solidarietà a Potere al Popolo, oggetto di un'infame operazione di infiltrazione poliziesca in diverse città (Milano, Bologna, Roma, Napoli).

Cinque casi documentati di infiltrazione prolungata – di almeno otto mesi – non sono un episodio tra i tanti. Misurano il salto di livello dell'azione repressiva dello Stato borghese contro gli ambienti d'avanguardia che oggi si oppongono al governo Meloni e alle politiche dominanti. Il fatto che tre interrogazioni parlamentari al riguardo non abbiano ancora ricevuto risposta dimostra l'imbarazzo e l'ipocrisia del governo, e innanzitutto del ministero degli Interni.

La documentazione raccolta sull'infiltrazione poliziesca inchioda il governo alle sue responsabilità. In tutti i cinque casi il percorso preparatorio dell'infiltrazione poliziesca è stato il medesimo. Tutti agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia, tutti trasferiti dopo un periodo di prova alla Direzione centrale della polizia di prevenzione (antiterrorismo), e da qui impiegati nell'azione. È il profilo di un'operazione orchestrata di cui il ministero dell'Interno non può che essere il mandante, e in ogni caso il primo responsabile.

La vicenda colpisce Potere al Popolo, ma non riguarda solo Potere al Popolo. Emerge il vero significato del famigerato decreto sicurezza. Non solo un decreto contro gli spazi di lotta e le forme d'azione della lotta di classe, come di ogni forma di disobbedienza e insubordinazione al potere. Ma anche una misura di potenziamento dell'apparato repressivo dello Stato, della sua libertà d'azione, della sua impunità. La pubblica licenza di legge per l'infiltrazione poliziesca, e persino la copertura legale preventiva per l'azione criminosa degli agenti infiltrati, sono stati votati nero su bianco da tutta la maggioranza di governo, su proposta dell'esecutivo. I successivi progetti annunciati della Lega sullo scudo legale garantito per un agente che spara, o per la cancellazione di fatto del reato di tortura, vanno nella medesima direzione.

Anche lo spionaggio emerso di giornalisti e attivisti democratici, impegnati nella difesa dei migranti (Luca Casarini), attraverso l'uso del software Graphite della società israeliana Paragon, è indicativo del clima. L'autorizzazione offerta ai servizi segreti ad usare gli spyware di Paragon è stata data dal sottosegretariato agli Interni Alfredo Mantovano il 5 settembre 2024, come riporta, senza smentite, il Corriere della Sera (16 giugno 2025). Peraltro, il sistema Paragon della fidata Israele è in dotazione solo al governo. Meloni tace, ma i fatti parlano.

E tuttavia, per dirla tutta, l'azione di spionaggio non è nuova. Fu il primo governo di Giuseppe Conte, quello che oggi fa il pacifista, ad autorizzare i servizi segreti nell'azione di spionaggio di Casarini (settembre 2019). Il suo ministro degli interni era il forcaiolo Salvini. Conte ha ammesso il fatto, salvo precisare che non aveva autorizzato a spiare i giornalisti ma “solo” alcuni attivisti, per controllare la legalità del loro comportamento. Una confessione in piena regola. Che spiega non solo chi è Giuseppe Conte, ma anche cos'è lo Stato borghese nella sua vita ordinaria. Altro che “democrazia”! La Costituzione democratica è solo una foglia di fico, che maschera e copre il potere reale. Oggi un governo a guida postfascista presenta questo potere col suo vero volto, quello degli agenti di polizia. La cosiddetta “sicurezza” pubblica è solo la sicurezza delle classi dominanti e del loro Stato da ogni minaccia reale o presunta al loro reale potere.

Per questa ragione la doverosa solidarietà a Potere al Popolo deve risolversi nella ripresa di una mobilitazione generale unitaria di tutte le organizzazioni del movimento operaio contro il governo Meloni e i nuovi poteri di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un governo di polizia

 


La necessaria mobilitazione contro una legge infame

20 Settembre 2024

Il Disegno di legge 1660, detto decreto “sicurezza”, segna un netto inasprimento del potere repressivo dello Stato borghese. Lo stesso governo a guida postfascista che alleggerisce i reati dei colletti bianchi in fatto di affari e corruzione dichiara guerra ai diritti di lotta di lavoratori, giovani, immigrati, carcerati. È la guerra della società borghese contro i diritti di resistenza degli oppressi.

Il decreto ripristina la sanzione penale e non più amministrativa per il reato di blocco stradale, contro una pratica di lotta del movimento operaio spesso a difesa del posto di lavoro. Dà al questore il potere di disporre l'allontanamento di un cittadino da un'area urbana fino a 48 ore, col prevedibile uso di questo potere prima di manifestazioni e iniziative di lotta. Prevede una pena da due a sette anni per l'occupazione di case, sia per l'occupante che per chi coopera con questo, dando alla polizia il potere di sgombrare immediatamente l'immobile occupato. Aumenta di un terzo le pene previste per resistenza a pubblico ufficiale, comprendendovi la resistenza passiva, e vietando al giudice di considerare qualsivoglia circostanza attenuante. Introduce la nuova aggravante del reato di istigazione a disobbedire alle leggi se viene commesso all'interno di un carcere dai detenuti o attraverso appelli rivolti a persone detenute (con una pena fino a cinque anni). Estende tale normativa ai migranti rinchiusi nei famigerati CPR, confermando se ve n'era bisogno la loro natura carceraria. Abolisce ogni limitazione giudiziaria all'incarcerazione di donne incinte o madri di bimbi di età inferiore ad un anno, con un evidente accanimento contro i rom e il suo sottofondo razzista. Autorizza ufficiali e agenti di polizia a portare armi senza licenza anche fuori servizio, con una manifesta legittimazione diffusa di violenze ed arbitri di Stato...

Al di là delle sue gravissime articolazioni specifiche, questo decreto sicurezza ha un significato politico generale: il governo a guida postfascista si segnala agli ambienti di polizia come loro tutore, presentandosi come il governo che finalmente sta coi poliziotti, non coi manifestanti e i delinquenti.
La concorrenza tra Lega e Fratelli d'Italia nell'intestarsi la rappresentanza della polizia è parte di questa rincorsa reazionaria, mentre la tenuta del blocco sociale della destra dopo due anni di governo Meloni consente a quest'ultimo di fare della stretta poliziesca un ulteriore leva di consenso nel proprio mondo.

Di certo l'effetto di questo decreto, persino al di là del suo dettato formale, è e sarà quello di incoraggiare la gestione muscolare dell'ordine pubblico, liberando gli agenti di polizia da remore residue o inibizioni legali, nelle piazze, negli istituti penitenziari, nei CPR.
Il salto repressivo si concentrerà prevalentemente contro gli ambienti d'avanguardia, ma la sua finalità intimidatoria mira a scoraggiare preventivamente ogni allargamento dell'opposizione sul terreno di massa.
Nel momento in cui si appresta a gestire nuove strette sociali all'insegna dell'austerità, o nuovi sostegni allo Stato d'Israele e alle sue campagne di guerra e di terrore in Palestina e in Libano, il governo vuole disarmare ogni rischio di opposizione reale. Il divieto annunciato della manifestazione per la Palestina del 5 ottobre a Roma è nei fatti la prima traduzione del Decreto. La criminalizzazione della solidarietà con la resistenza palestinese è parte della criminalizzazione di ogni resistenza.

Mobilitarsi contro il decreto sicurezza è allora necessario e urgente. È necessario e urgente sviluppare una campagna di denuncia e controinformazione tra i lavoratori e i giovani che chiarisca le sue finalità e motivi la mobilitazione. Contro la stretta reazionaria va rivendicato il fronte unico più ampio del movimento operaio, al di là del suo bacino d'avanguardia, mettendo tutte le sue organizzazioni di fronte alle loro responsabilità. Altro che salamelecchi alle assemblee di Confindustria alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di apparato. La CGIL ha il dovere di mobilitarsi contro questo decreto, inserendo l'opposizione ai nuovi poteri di polizia in una una più ampia piattaforma generale di lotta. Solo lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa, che incida sui rapporti di forza complessivi tra le classi, può riaprire un varco alla stessa battaglia democratica contro la repressione. È l'unico evento di cui padroni e governo hanno paura.

La mobilitazione del 5 ottobre a fianco della resistenza palestinese sia anche una chiamata generale contro il governo di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Libertà per Alfredo Cospito! Via il 41 bis!

 


31 Gennaio 2023

Lo Stato che sta infliggendo la morte a Cospito parla di violenza, quando la violenza è nella sua natura e nel suo operato. Ma questa violenza è legittima, perché è istituzionale

Tutti i poteri dello Stato cercano di scrollarsi di dosso il caso Cospito. Il ministro della “giustizia” Carlo Nordio, cosiddetto garantista, cerca la propria assoluzione morale col trasferimento di Cospito all'ospedale di Milano, ma al tempo stesso si preoccupa di conservare il posto mantenendo intatto il 41 bis. La magistratura della Cassazione rinvia il pronunciamento a marzo forse pensando che la morte di Cospito possa dispensarla da una decisione scomoda. Quanto alla Capa del governo non ha dubbi: “Lo Stato non può cedere alla violenza” dichiara la Giorgia nazionale con riferimento alle manifestazioni degli anarchici caricate dalla polizia, o a qualche innocuo atto dimostrativo.


Nessuna meraviglia. Un governo a guida postfascista non ha per definizione sensibilità democratica e umanitaria. Tanto più non l'ha verso un anarchico. Il suo scopo è esibire la fermezza dello Stato borghese contro ogni forma di “sovversione”. Cioè l'assolutezza del potere. E tuttavia colpisce l'infinita ipocrisia degli argomenti portati: «garantire la sicurezza collettiva, respingere il principio della violenza»...

Violenza. La Presidente del Consiglio è appena tornata da un viaggio in Libia nel quale ha assicurato alla guardia costiera libica altre cinque motovedette con cui riacciuffare in mare i disperati che cercano la fuga per riportarli nei lager della tortura e degli stupri. La liberalizzazione degli appalti, l'estensione dei contratti a termine, lo sfruttamento del lavoro gratuito degli studenti, sono leggi moltiplicatrici di omicidi. Il taglio della sanità pubblica dopo anni di pandemia – per pagare il debito alle banche e ingrassare la sanità privata – moltiplica lite d'attesa ormai infinite, con l'inevitabile strascico di morti. L'incremento progressivo delle spese militari sino al 2% del PIL è in preparazione di guerre future e delle relative carneficine annunciate. Tuttavia questa violenza assassina è pienamente legittima in quanto istituzionale. E anzi viene celebrata come doverosa e virtuosa non solo dal governo a guida postfascista ma anche dall'opposizione liberale. Per non parlare dei governi della UE e delle diplomazie imperialiste di mezzo mondo. Incluse quelle “democratiche”.

Eppure la denuncia è puntata sulla “violenza” di Alfredo Cospito, il suo «inaccettabile ricatto», la sua «minaccia allo Stato di diritto». Che consiste nel lasciarsi morire per contestare il 41 bis. Un trattamento inumano, progressivamente inasprito negli anni, che trasforma la galera in tortura: uno stato di isolamento fisico e mentale da ogni forma di relazione, fosse quella di un congiunto, di un libro, di una fotografia appesa al muro, di un pezzo di carta e di una penna. Una pena di morte celebrale persino più crudele di quella fisica, tanto più se combinata con l'ergastolo. Cospito “minaccia” di darsi la morte per contestare la morte inflitta dallo Stato. Lo Stato sta infliggendo la morte a Cospito per tutelare il proprio diritto alla forza, sino alle estreme conseguenze. Non è francamente rivoltante tutto questo?

Sta di fatto che dopo anni di populismo giudiziario, la linea della fermezza fa strage di cervelli e di umanità. Anche nel cosiddetto campo democratico. Il decantato Camillo Davigo invoca durezza “contro il ricatto” e irride Cospito: “i militanti dell'IRA sono morti davvero per fame”, un po' per dire che Cospito sta in realtà recitando e un po' perché in fondo un morto in più non sarebbe né uno scandalo né una tragedia. Il Fatto Quotidiano di Travaglio (31 gennaio) va più in là e pubblica le dichiarazioni “sovversive” di Cospito prima della sua assegnazione al 41 bis, per sottolineare che finalmente il 41 bis lo ha messo a tacere. Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle, che ora si vorrebbe democratico e progressista, plaude naturalmente a Travaglio e all'intransigenza della magistratura C'è solo da rabbrividire a pensare che questo circo giustizialista sia stato eretto a bandiera per anni dalla cosiddetta sinistra radicale. Pensiamo solo alla figura di Ingroia... Quanto a De Magistris, prima ha dichiarato che Cospito non è una vittima perché è responsabile di violenza, poi ha convenuto su una timida richiesta di revoca del 41 bis nei suoi confronti. Insomma, un colpo al cerchio e uno alla botte per tenersi buoni tutti i suoi supporters.

Noi invece sin dall'inizio abbiamo trovato naturale difendere Cospito dalle grinfie dello Stato e richiedere la cancellazione generale del 41 bis. Senza contorcimenti e opportunismi. Siamo leninisti, dunque lontani dall'anarchismo. Abbiamo sempre combattuto l'azione terrorista, anche in anni difficili, considerandola impotente contro lo Stato e funzionale di fatto al suo rafforzamento. Ci battiamo per una prospettiva di rivoluzione di classe e di massa, la sola capace di rovesciare l'ordine esistente. Rivendichiamo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici come unica forma di vera democrazia. Ma proprio perché rivoluzionari, inguaribilmente contrapposti allo Stato borghese, difendiamo dalla repressione dello Stato tutti coloro che lo combattono dal versante degli oppressi, fosse pure con mezzi e concezioni sbagliate. Non siamo neutrali tra lo Stato e un compagno prigioniero. È il metodo di Lenin, di Trotsky, dei partiti comunisti delle origini. È il codice morale cui ci ispiriamo.

Partito Comunista dei Lavoratori

In difesa di Alfredo Cospito

 


Trotskismo e anarcoinsurrezionalismo. L'assurda vicenda di Alfredo Cospito

Da dieci anni ormai il compagno anarchico Alfredo Cospito, aderente alla FAI-FRI, si trova in carcere a seguito di un attentato dimostrativo alla Scuola Allievi dei Carabinieri di Fossano, compiuto con un ordigno a basso potenziale che non ha causato vittime né feriti.

La FAI-FRI (Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale), da non confondere con la Federazione Anarchica Italiana, è un gruppo di cellule anarco-insurrezionaliste a struttura “orizzontale” (quindi privo di vertici e basato sull'azione individualistica dei suoi aderenti) che basa la sua azione soprattutto sulla clandestinità e sulla lotta armata.

Alfredo Cospito, dopo l'arresto del 2012, ha rivendicato il ferimento del dirigente Ansaldo nucleare Roberto Adinolfi, avvenuto a Genova il 7 maggio 2012, e nel 2016 è stato imputato per associazione sovversiva con finalità di terrorismo nell'ambito dell'operazione “Scripta Manent”, che ha visto coinvolti anche altri militanti anarchici.

Dal luglio del 2022 l'imputazione ai danni di Alfredo è stata cambiata in quella, assurda se contiamo l'entità dell'attentato da lui compiuto, di “strage politica”, che prevede la pena in assoluto più alta del nostro regime carcerario, ovvero l'ergastolo ostativo.

Per rendere l'idea, basti pensare che tale pena non è stata usata nemmeno contro i mafiosi responsabili della strage di Capaci!

Dal 5 maggio del 2022 Alfredo è sottoposto alla tortura disumana del regime 41-bis che, contrariamente a quanto il pensiero comune è portato a credere, non si applica solamente nei confronti dei boss mafiosi ma viene anzi applicato anche a molti militanti politici e dal quale si può uscire solo attraverso l'abiura delle proprie idee o la delazione ai danni di altri compagni.

Ed è proprio per le sue idee che è stato sottoposto a tali restrizioni, perché dall'interno del carcere ha continuato a diffondere il suo pensiero attraverso scritti e corrispondenza e questo per lo Stato borghese è assolutamente inaccettabile: se ti trovi recluso, impossibilitato all'azione pratica, non devi azzardarti neanche ad approcciarti a quella teorica!

Un aneddoto che rende l'idea di quanto il loro Stato “democratico” permetta la libertà di parola ai compagni incarcerati, il 20 ottobre durante l'udienza presso il tribunale di sorveglianza di Sassari, mentre Alfredo era collegato in video-conferenza e cercava di leggere la propria dichiarazione, gli è stata tolta la voce premendo un bottone. La dichiarazione in questione è stata inoltre secretata dai giudici, e se i suoi avvocati la diffondessero all'esterno rischierebbero seri guai giudiziari.

Ad aggravare il quadro, dal 20 ottobre scorso Alfredo è entrato in sciopero della fame, sciopero che nelle sue intenzioni si concluderà solo con la sua morte. Come dargli torto: se lo Stato borghese ti toglie la libertà di agire, scrivere, parlare e financo pensare, si può forse chiamare vita l'oblio nel quale le istituzioni repubblicane ti confinano?

Da marxisti rivoluzionari, noi non siamo contro la violenza tout court. Siamo comunisti, non pacifisti; la nostra bandiera è quella rossa, non quella arcobaleno« della pace.

Lo Stato uccide continuamente, tramite le sue forze armate grazie alle quali è pericoloso persino tornare a casa la notte dopo essere usciti con gli amici (Aldrovandi) o tenere in tasca qualche grammo di hashish (Cucchi) perché simili affronti possono anche costare la vita al malcapitato di turno.

Lo Stato, ed è cronaca di questi giorni col caso della (finta) condanna ai padroni responsabili della morte di Luana D'Orazio, legittima gli omicidi dei proletari da parte dei capitalisti: viviamo in una “democrazia” nella quale per una bomba a basso potenziale in una caserma dei Carabinieri si viene condannati all'ergastolo ostativo e per una strage in fabbrica nella quale muoiono sette operai (ThyssenKrupp) ti becchi qualche annetto magari da scontare ai domiciliari nella tua villa con piscina.

Quindi la domanda è: chi è davvero il violento? Chi legittima omicidi e vessazioni dettate da una supremazia di classe che in un mondo giusto non dovrebbe aver ragione di esistere, o chi lotta contro le ingiustizie quotidiane e contro una classe e un sistema che storicamente ha dichiarato guerra alle classi meno abbienti?

Come dice Lev Trotsky nel suo scritto “Terrorismo e comunismo”: «Non lo capite, o bigotti! Ve lo vogliamo spiegare. Il terrore dello zarismo era rivolto contro il proletariato. La gendarmeria dello zar accoppava gli operai che lottavano per il regime socialista. Le nostre commissioni straordinarie fucilano i proprietari di fondi, i capitalisti, i generali, che tentano di ristabilire il regime capitalista. Capite voi questa... sfumatura? Sì? Essa basta perfettamente per noi comunisti!»

Va però detto che, come non siamo contrari alla violenza dettata dalla lotta di classe, essa non ha senso in situazioni e condizioni che non vedano coinvolto largamente il proletariato.

Le azioni isolate, il terrorismo individuale, il lottarmatismo non hanno senso se alle spalle non si ha la classe operaia organizzata e cosciente. Compito dell'avanguardia rivoluzionaria è formare la coscienza di classe tra le masse proletarie, non farsi individualmente “avanguardia” tramite azioni assolutamente scollegate dalla lotta di classe e dal movimento operaio.

Anche perché se ci si “immola” singolarmente, la vendetta dello Stato borghese sarà implacabile contro un singolo, cosa che non gli sarebbe possibile contro larghe masse organizzate.

Lo spiegava sempre Trotsky in un altro suo scritto (“La loro morale e la nostra”, nel quale, polemizzando contro lo stalinismo, toccava en passant anche l'argomento del terrorismo):

«Il terrorismo individuale è ammissibile o no, dal punto di vista della «morale pura»? Sotto questa forma astratta, per noi la domanda non si pone nemmeno. I borghesi conservatori svizzeri tributano tuttora elogi ufficiali al terrorista Guglielmo Tell. Le nostre simpatie vanno senza riserve ai terroristi irlandesi, russi, polacchi, indù ribellatisi a un gioco politico e nazionale. Kirov, satrapo brutale, non suscita in noi alcuna compassione. Noi restiamo neutrali riguardo a colui che l’ha ucciso solo perché ignoriamo i suoi moventi. Se apprendessimo che Nikolaev ha colpito consapevolmente nell’intento di vendicare gli operai di cui Kirov calpestava i diritti, le nostre simpatie andrebbero senza riserve al terrorista. Ma ciò che è decisivo ai nostri occhi non è il movente soggettivo, bensì l’utilità oggettiva. Il tale mezzo può condurci alla meta? Per il terrorismo individuale, la teoria e l’esperienza testimoniano del contrario. Noi diciamo al terrorista: non è possibile sostituirsi alle masse; il tuo eroismo troverebbe di che applicarsi utilmente solo in seno a un movimento di masse. Nell’ambito di una guerra civile, l’assassinio di taluni oppressori non appartiene più al terrorismo individuale. Se un rivoluzionario facesse saltare in aria il generale Franco e il suo stato maggiore, è dubbio che quest’atto susciterebbe l’indignazione morale, persino fra gli eunuchi della democrazia. In tempo di guerra civile, un atto di questo genere sarebbe politicamente utile. Così, per quel concerne il problema più grave – quello dell’omicidio – le regole morali sono del tutto inoperanti. Il giudizio morale è condizionato, col giudizio politico, dalle necessità interne della lotta».

Tirando le somme, pur non condividendone in pieno le azioni per i motivi esplicati, da comunisti rivoluzionari non possiamo non esprimere la nostra massima solidarietà al compagno Alfredo Cospito e a tutti gli anarchici e le anarchiche che subiscono le vessazioni dello Stato borghese per gli ideali che li animano.

Perché Alfredo venga tolto dall'inumano regime di 41-bis e possa interrompere il suo sciopero, perché la violenza repressiva non spenga in questo modo la vita di un anarchico che non ha ucciso nessuno.

Contro lo Stato borghese, le prigioni e il 41-bis!

Partito Comunista dei Lavoratori

Al fianco di Mimmo Lucano


 In una società a misura d'uomo i diritti umani non possono subire limitazioni in base alla nazionalità e ai confini. Ogni individuo in quanto tale dovrebbe godere degli stessi diritti.


Poco meno di un mese fa in Svizzera, nella città di Berna, è stato consegnato a Domenico Lucano “il 26esimo premio libertà", perché nei rapporti con i profughi del Mediterraneo, sbarcati sulle spiagge, osa percorrere delle strade completamente nuove.

Egli considera queste persone come una chance, le integra in modo costruttivo nel suo Comune, affrontando in questo modo la decennale emigrazione della popolazione calabrese. «Mimmo Riace» è un pioniere per l’atteggiamento umano dell’Europa nei confronti dei profughi provenienti dall’Africa e dal Medio Oriente”!

Viceversa in Italia il becero sciovinismo troglodita, trasforma Mimmo Lucano da “pioniere dell’integrazione” a uomo dedito all’associazione a delinquere, responsabile di crimini come: abuso d’ufficio, truffa, concussione, peculato, turbativa d’asta, falsità ideologica e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, insomma da filantropo a delinquente. Questo emerge dalla motivazioni depositate dal Tribunale di Locri.

Risulta chiaro che l’accusa a Mimmo Lucano è un’accusa politica. Solo uomini congelati dal giustizialismo borghese, capaci solo di “eseguire gli ordini” possono apprezzare tali accuse. La vicenda Lucano non è una vicenda che lucra il modello normo-costituito borghese, molto più semplicemente lo mette in discussione e per questo viene punito.

In tutta questa vicenda surreale Mimmo Lucano viene dipinto come un uomo prono alla criminalità. Certo, se fosse stato furbo, senza principi e avesse voluto arricchirsi con la politica, avrebbe dovuto scegliere un’altra organizzazione politica, un altro partito come ad esempio Fratelli d’Italia. Non a caso, è proprio la destra reazionaria di Fratelli d’Italia in combutta con la Lega, a far leva sulla sentenza del tribunale di Locri per difendere e rilanciare le proprie politiche criminali contro i migranti nel nome del ”prima gli italiani”. Magari per coprire i propri italianissimi esponenti coinvolti, quelli sì, negli affari della criminalità organizzata. Personaggi come Rosso, Pittelli esponenti di Fratelli d’Italia sono finiti al centro di indagini riguardanti la criminalità organizzata (‘Ndrangheta), oppure Enzo Misiano, consigliere comunale di Fratelli d’Italia a Ferno (Varese), dove la magistratura è piombata su di lui con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso inserita nell’ambito dell’inchiesta Krimisa sulle infiltrazioni della ‘Ndrangheta in Lombardia, ecc.

Colpisce, ma non più di tanto, che alla campagna reazionaria di criminalizzazione di Lucano si sia accodato Marco Travaglio e il suo circo editoriale nel nome della sacralità della magistratura e delle sue sentenze. A riprova che “la difesa della legalità” borghese non ha di per sé alcuna valenza democratica e progressiva, e che l’avallo fornito alla cultura "manettara" dei Di Pietro e degli Ingroia da parte della sinistra riformista in anni recenti ha solo innaffiato il giardino del populismo reazionario di marca “giustizialista” che nel giro di pochi anni ha visto calare la scure della magistratura, in modo massiccio, sui suoi propri rappresentanti.

Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la massima solidarietà a Mimmo Lucano, ricordando le sue stesse parole«è stato il modello della libertà e del rispetto dei diritti umani e non è stato qualcosa di scritto che abbiamo sperimentato dopo uno sbarco. C’è stata molta spontaneità in un luogo limite dove ci sono tantissime problematiche sociali e il messaggio che è venuto fuori è che è possibile, nonostante le difficoltà del territorio».

Non c’è soluzione della questione immigrazione all’interno della società capitalista. Ma da rivoluzionari difendiamo e difenderemo sempre chi contrasta le politiche reazionarie contro i migranti esponendosi per questo alle vendette della magistratura e dello Stato borghese. Per questo diciamo: “Giù le mani da Mimmo Lucano!”.

Partito Comunista dei Lavoratori

Squadrismo fascista, no vax, autodifesa

 


Riflessione sui fatti di Roma

10 Ottobre 2021

L'attacco squadrista del 9 ottobre a Roma contro la sede nazionale della CGIL richiede alcune considerazioni aggiuntive rispetto al comunicato che abbiamo pubblicato, anche a fronte di alcuni elementi di confusione presenti nello stesso dibattito dell'avanguardia, o di posizioni che riteniamo profondamente sbagliate.

La prima considerazione riguarda la natura dell'atto compiuto, la sua matrice, il suo retroterra. Su questo non possono esserci dubbi o rimozioni di sorta. Si è trattato di un atto squisitamente fascista, guidato dai massimi dirigenti politici (Roberto Fiore) e militari (Giuliano Castellino) di Forza Nuova, per l'occasione affiancati da squadristi riconosciuti di altre formazioni di estrema destra, inclusi i capi delle curve (Verona in primis). Un atto non improvvisato, ma preparato e organizzato per tempo, nel quadro di una manifestazione nazionale, come tale convocata con post e locandine on line, con simbologie tricolori e parole d'ordine di Forza Nuova. Un atto che rientra nella peggiore tradizione del movimento fascista, come sa chiunque conosca la storia d'Italia, e non solo.

L'attacco è stato rivolto contro la sede nazionale del principale sindacato italiano. Non è un fatto casuale. Il movimento fascista si distingue storicamente da ogni altra espressione reazionaria proprio perché mira in ultima analisi alla distruzione di tutte le organizzazioni del movimento operaio, dalle più moderate alle più radicali. L'aggressione alle Camere del lavoro fu infatti l'esordio dello squadrismo un secolo fa.

Nessuna considerazione sulla politica della burocrazia sindacale può giustificare il rifiuto di condannare l'azione squadrista e/o il rifiuto di dare la solidarietà all'organizzazione sindacale aggredita. Non è questa infatti la tradizione dei comunisti rivoluzionari.

La burocrazia sindacale della CGL di un secolo fa era la stessa che aveva tradito il biennio rosso, che giunse a siglare il patto di pacificazione coi fascisti nel 1921, che finirà con l'accettare il proprio scioglimento da parte del governo fascista nel 1925 (Patto di Palazzo Vidoni). Alcuni dei suoi massimi dirigenti passeranno dalla parte del regime dopo le leggi eccezionali. E allora? I comunisti che combattevano questa politica della burocrazia con tutte le proprie forze furono in prima fila a difendere le Camere del lavoro dallo squadrismo, lasciando sul campo per questo centinaia di morti e feriti. Perché difendere le Camere del lavoro non era difendere la burocrazia ma il sindacato, la propria organizzazione di classe, più in generale il proprio diritto ad avere un sindacato.

Così, su un piano diverso, nel secondo dopoguerra. La CGIL di Di Vittorio – nata in contrapposizione alla CGL classista di Napoli con un'operazione burocratica diretta da Togliatti – era quella che tra il 1943 e il 1947 difese i governi di unità nazionale con Badoglio, Bonomi, de Gasperi, e quindi la loro politica di sacrifici, sblocco dei licenziamenti, incremento dello sfruttamento, ritorno dei vecchi padroni (come Valletta), e persino l'amnistia per gli aguzzini fascisti decretata da Togliatti, ministro di Grazia e giustizia. Fu la stessa burocrazia stalinista che nel 1948 tradì l'enorme sciopero generale spontaneo in reazione all'attentato a Togliatti abbandonando decine di migliaia dei propri militanti alla vendetta dei padroni e di Scelba. Eppure, quando dopo il 1948 si scatenò la reazione contro il movimento operaio, e si moltiplicarono gli attacchi a diverse Camere del lavoro, tutti i militanti classisti difesero la CGIL dalla reazione condannando senza riserve le aggressioni. Perché difendevano il proprio sindacato, e più in generale il diritto al sindacato come diritto dei lavoratori.

Naturalmente ad oggi non siamo né al 1921 né al 1948. Ma il punto è di metodo generale. Quando si difende un sindacato dalla reazione si difende un diritto collettivo della classe operaia, non i burocrati che lo tradiscono ogni giorno. Confondere le due cose, smarrire il confine tra movimento operaio e reazione nel nome della denuncia della burocrazia sindacale e delle sue malefatte non solo favorisce la tenuta di quest'ultima nel rapporto con la propria base, ma rischia, oltre una certa soglia, di portare lontano. Come portò lontano un secolo fa settori disorientati del sindacalismo rivoluzionario che in odio alla burocrazia finirono col confluire nel campo della reazione. Nessuna organizzazione del sindacalismo di classe, sia chiaro, ha oggi propensioni del genere, ma è bene da subito segnalare e rimuovere posizioni equivoche e pericolose. Tanto più se e quando si manifestano nel campo del sindacalismo di classe più combattivo e radicale.

I fatti di Roma inducono a una chiarificazione ulteriore sulla natura del movimento no vax e no green pass. Lo ribadiamo a scanso di equivoci: non equipariamo il movimento no vax e no green pass al movimento fascista. Tanto meno ci sogniamo di affermare che tutti i no vax e no green pass sono fascisti. Ma non è possibile mantenere ambiguità ed equivoci sulla natura reazionaria di questo movimento. L'humus che lo alimenta – non l'unico ma quello essenziale – si fonda sulla “libertà individuale” contrapposta alla solidarietà sociale, e sulla contestazione della scienza a favore di ciarlatanerie grottesche.
Sono gli ingredienti classici di movimenti populisti di carattere reazionario, non diversi da quelli che negli USA si sono raccolti attorno a Trump per la libertà di non vaccinarsi, libertà che oltretutto ha moltiplicato contagi, ricoveri e morti negli stati repubblicani del Sud. Movimenti populisti di carattere reazionario non diversi da quelli che in Brasile, col sostegno delle Chiese evangeliche, impugnano i crocifissi contro i vaccini, in un paese in cui il Covid ha fatto oltre seicentomila morti (e sono solo quelli censiti). Il 9 ottobre a Roma è stato applaudito dalla piazza il messaggio fatto pervenire da Monsignor Carlo Maria Viganò, simpatizzante lefebriano: “La pandemia è stata causata da Dio per punire peccati individuali e sociali”. C'è bisogno di aggiungere altro?

Questa è la ragione per cui le organizzazioni fasciste trovano nei movimenti no vax, nelle loro diverse declinazioni, un terreno naturale di pascolo, di reclutamento, di organizzazione, di egemonia di piazza. Quei compagni che pensano di contrastare l'egemonia dei fascisti sul terreno da loro scelto non solo contraddicono le ragioni di classe ma sono destinati a una marginalità umiliante e subalterna. La Piazza del Popolo a Roma della giornata del 9 ottobre ha fornito in questo senso un'immagine plastica: i caporioni fascisti sul palco a comiziare davanti a un pubblico plaudente, e un gruppetto di sinistra ai margini della piazza a fare da comparsa impropria e infelice in un film che non solo non è il suo, ma ha registi, scenografi, attori che militano ogni giorno contro di lui. Gli stessi che magari domani davanti allo sciopero dei trasporti denunceranno “il caos , le code, i diritti violati dei consumatori...” e naturalmente “la libertà costituzionale” di muoversi violata e impedita. È la libertà del piccolo-borghese di ogni tempo.

Per queste ragioni ribadiamo che è stato un errore aver introdotto la parola d'ordine del no al green pass nella piattaforma di lotta dello sciopero di domani. Un conto è opporsi alla cancellazione dello stipendio per chi non si vuole vaccinare, cosa importante, necessaria e giusta. Altra cosa è contrastare in quanto tale una misura che favorisce di fatto l'estensione della vaccinazione senza imporne l'obbligo (obbligo che oggi non è necessario e che avrebbe implicazioni assai più vincolanti e pesanti per chi non vuole vaccinarsi). Il rischio ora è che settori dei media presentino lo sciopero dell'11 come sciopero contro il green pass, ignorando totalmente la sua piattaforma classista. Circuiti no vax, infarciti di reazionari e fascisti, già hanno annunciato in alcuni territori la volontà di partecipare alle manifestazioni dell'11 “contro il green pass”. Crediamo, tanto più dopo i fatti di Roma, che ogni inquinamento delle manifestazioni sindacali da parte di tali ambienti vada respinto con la massima chiarezza e fermezza da tutte le organizzazioni promotrici.

Infine i fatti di Roma introducono un nuovo tema nella riflessione sulle pratiche dell'antifascismo, il tema dell'autodifesa e dell'azione diretta. L'esperienza del 9 ottobre ha confermato una volta di più che non sarà lo Stato borghese a proteggere le Camere del lavoro, e più in generale a contrastare i fascisti. I fermi di Fiore e Castellino valgono lo spazio di una telecamera.
Ciò che tutti possono osservare e sperimentare è che i picchetti operai sono sfondati a manganellate, con licenziamenti e fogli di via, o magari assaliti a bastonate dalle guardie private delle aziende con i poliziotti che stanno a guardare, mentre ai fascisti è stato consentito di devastare la sede nazionale della CGIL nella capitale d'Italia, con tanto di inni e foto ricordo. Ciò che è accaduto a Roma può accadere altrove. Occorre allora affrontare seriamente la questione dell'autodifesa. Non si può delegare allo Stato borghese una funzione che per sua natura non può assolvere. Occorre che ci pensi il movimento operaio e le sue organizzazioni.

La questione dei fascisti rimarrà sul tappeto nella prossima fase, e non solo per i no vax. Il 2022 è il centenario della Marcia su Roma, e già si annunciano iniziative di commemorazione dell'evento (manifestazioni, conferenze, raduni anche di carattere internazionale...) con le diverse organizzazioni fasciste Forza Nuova, CasaPound, Lealtà Azione, che in parte unitariamente, in parte in concorrenza tra loro, stanno lavorando ai festeggiamenti. Noi pensiamo che queste manifestazioni, comunque mascherate, non si debbano tenere. Punto. Ma per impedirle è necessario preparare e organizzare per tempo una mobilitazione antifascista che miri allo scopo.
A mettere fuori legge i fascisti non sono le leggi della democrazia borghese, come mostra l'esperienza italiana del dopoguerra e la stessa esperienza della Repubblica di Weimar con i suoi decreti antinazisti dei primi anni '30. Può essere solo la forza organizzata del movimento operaio, in una logica di fronte unico d'azione, ampia e risoluta.
Il Partito Comunista dei Lavoratori intende porre a tema questa necessità in tutte le organizzazioni antifasciste, di classe e di massa.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo Stato siamo noi

 


I pestaggi a Santa Maria Capua Vetere e la natura reale dello Stato

L'ignobile pestaggio di centinaia di detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere richiama alcune considerazioni obbligate.

Il fatto che l'ex ministro degli interni Matteo Salvini vada a solidarizzare con gli agenti della Guardia Penitenziaria arrestati perché «non hanno fatto nulla di male» dà la misura dell'uomo, oltre che del segretario della Lega: non c'è da stupirsi per chi solidarizzò a suo tempo con i massacratori di Cucchi definendoli “innocenti” e “vittime della campagna ideologica della sinistra”. Per chi fa della divisa il proprio marchio di riconoscimento è normale.

Piuttosto colpisce il commentario sorpreso e sdegnato della stampa borghese democratica, e dell'attuale ministra della giustizia: «Tradita la Costituzione, voglio verificare ogni passaggio».
Ma di che verifica c'è bisogno? Gli agenti erano indagati da un anno, perché le telecamere, che forse gli agenti credevano spente, avevano ripreso la mattanza, e perché le registrazioni, spesso cancellate, erano state acquisite dal magistrato di sorveglianza.
Eppure per un anno gli agenti sono rimasti al loro posto con la copertura del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Anche perché un anno fa (16 ottobre) l'allora ministro Bonafede – ossimoro ingrato – dichiarava solennemente in Parlamento che tutto si era svolto regolarmente nelle carceri italiane (Santa Maria Capua Vetere inclusa) nonostante gli scenari di guerra documentati dai media e le tante morti oscure tra i detenuti. «Una doverosa operazione di ripristino della legalità», dichiarò il Guardasigilli, col plauso corale del M5S e del PD, gli stessi che oggi fanno i sepolcri imbiancati dell'indignazione, gli stessi che assieme a Salvini sorreggono Draghi e la ministra Cartabia. Se la ministra “vuole verificare ogni passaggio” della vicenda interroghi prima di tutto chi le dà i voti in Parlamento.

Per il resto è tutto terribilmente chiaro, nel suo orrore. Pestaggio pianificato di tutti i detenuti da parte del “Gruppo di supporto agli interventi”, la struttura militare di rinforzo chiamata dalle autorità carcerarie. Partecipazione attiva e collettiva di tutti gli agenti al pestaggio e all'umiliazione dei detenuti – disabili inclusi – tra manganellate, calci, perquisizioni anali coi manganelli, strappo di barbe, privazione in giornata di cibo e acqua. Per i pestati proibizione delle cure mediche, del contatto coi familiari, del cambio di vestiti impregnati di sangue per una settimana, imposta dalla minaccia di altri pestaggi.
C'è bisogno di aggiungere altro a questo spettacolo di vigliaccheria, disumanità, ed impotenza?

“Non facciamo di tutta l'erba un fascio, distinguiamo le mele marce dal resto!”, protesta il buonsenso democratico. Lo si è detto per la Diaz e Bolzaneto di vent'anni fa a Genova, come per Cucchi, Aldovrandi e mille altri. Lo si è detto per i carabinieri di Modena che torturavano e taglieggiavano i tossicodipendenti per gestire in proprio lo spaccio. Lo si dirà nei prossimi giorni quando troveranno conferma i pestaggi cileni consumati, a telecamere spente, nelle carceri di Ascoli e di Potenza. Come se l'eterno ripetersi di pratiche di violenza e tortura da parte dei corpi militari dello Stato non fosse sufficiente di per sé per porsi interrogativi di fondo e più scomodi.

Qual è la natura reale dei “corpi di pubblica sicurezza”, in tutte le loro articolazioni? Santa Maria Capua Vetere è, nella sua brutalità, un caso di scuola. La mattanza è stata compiuta collettivamente, senza eccezioni. Gli indagati sono solo una parte degli agenti coinvolti, quelli di cui è stata possibile l'identificazione. Le testimonianze parlano del pieno coinvolgimento dei comandi.
La retorica delle “male marce” va allora esattamente rovesciata: perché nessuna mela buona si è messa di mezzo, ha rifiutato i pestaggi, ha denunciato i responsabili? Il punto è esattamente questo. Nei corpi repressivi non conta la coscienza di qualche singolo, ma lo spirito di squadra, la cultura della forza, l'obbedienza gerarchica al comando, la reciproca omertà e copertura come codice d'onore. Quella cultura che magari inneggia sui social alle prodezze della polizia di Bolsonaro e che fa di Salvini “Il Capitano” della Polizia.
Chi si dissocia, a maggior ragione chi denuncia, è l'“infame”, come nella malavita. È la ragione per cui “casi” come quelli in questione sono solo la punta dell'iceberg di ciò che realmente avviene in tante strutture carcerarie o questure, ai danni di soggetti deboli, marginali, ricattabili, spesso oggetto di pubblica esecrazione, e per questo maggiormente indifesi. È il mondo sommerso della delinquenza dello Stato, infinitamente più ampio di ciò che inquadrano le telecamere di sorveglianza.

“Ma la Costituzione...”. La Costituzione è un pezzo di carta, la vita reale è un'altra cosa. La Costituzione di De Gasperi e Togliatti, al pari di tante costituzioni borghesi, prevede formalmente il diritto al lavoro, alla casa, alle cure, persino l'uguaglianza, oltre che il rispetto della dignità di ogni persona. La vita reale della società borghese si fonda invece sullo sfruttamento e l'oppressione della maggioranza della società da parte di una piccola minoranza, che si regge sull'uso della forza. La Costituzione formale che declama i diritti serve a nascondere la costituzione reale della società che li calpesta. La democrazia borghese nasconde, da sempre, la dittatura dei capitalisti.

“Applichiamo la Costituzione...”. Ma per “applicare i principi della Costituzione” è necessario rovesciare quella società capitalista che la stessa Costituzione tutela, quello Stato borghese che la stessa Costituzione sorregge. Lo Stato è fondamentalmente un corpo di uomini in armi al servizio della classe sociale dominante, come scriveva Engels. La forza dello Stato è superiore alla sua legge formale, perché la sua legge reale è la forza, anche nella Repubblica più democratica.
“Lo Stato siamo noi!” gridavano gli agenti nel mentre massacravano i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Purtroppo è la realtà. Senza spezzare l'apparato burocratico e militare dello Stato, senza sciogliere i corpi repressivi, senza rovesciare la forza organizzata della borghesia, nessuna alternativa sociale è possibile. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Solo il potere dei lavoratori può realizzare una democrazia vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

Libertà per i compagni di Piacenza arrestati!

 


Giù le mani dagli operai e dalle loro lotte!

10 Marzo 2021

Questa mattina 25 operai della TNT di Piacenza sono stati portati in Questura dopo perquisizioni e due coordinatori del Si Cobas sono stati arrestati ai domiciliari con accuse di resistenza aggravata. L’imputazione è di aver guidato lo sciopero di tredici giorni contro i padroni della FedEx, che ha costretto l’azienda a un passo indietro.

Il fatto è gravissimo. Una vera e propria vendetta padronale sugli operai commissionata alla Questura. Non è un caso che le associazioni padronali del territorio, e non solo, avessero criminalizzato la lotta della FedEx lamentando un polso “troppo morbido” delle forze dell’ordine. Ora sono state accontentate. Il loro scopo non è solo punire le avanguardie della FedEx, prendendosi una vigliacca rivincita sulla sconfitta subita, ma intimidire preventivamente ogni possibile contagio di questa lotta esemplare.

Per questa stessa ragione è necessaria e urgente una grande mobilitazione unitaria a difesa dei compagni arrestati per la loro immediata liberazione. La resistenza allo sfruttamento non è un crimine ma un esempio. L’unica vera associazione a delinquere è la borghesia e il suo Stato.

Tutte le organizzazioni politiche e sindacali della classe operaia, a partire dal sindacalismo di classe, hanno ora il dovere di prendere posizione a favore degli operai arrestati, senza ambiguità e reticenze. Non è in discussione questo o quel sindacato, ma il diritto alla lotta dei lavoratori e delle lavoratrici. Per questo, nei limiti delle nostre forze, siamo e ci sentiamo impegnati in queste ore a favorire la più ampia iniziativa di solidarietà.

Giù le mani dagli operai! Libertà immediata per gli arrestati!

Partito Comunista dei Lavoratori

Caso Cucchi. Il cuore profondo dello Stato

La catena di complicità e coperture dell'Arma dei Carabinieri attorno agli assassini di Stefano Cucchi si è rotta perché un carabiniere coinvolto ha parlato. Ma ora proprio la dinamica dell'accaduto chiama in causa il cuore profondo dello Stato: le gerarchie di comando di quei “corpi d'uomini in armi” (Engels) ai quali la democrazia borghese affida la tutela dell'ordine pubblico.
Le gerarchie hanno coperto il crimine per nove anni. Per nove anni hanno non solo depistato le indagini, falsificato i reperti, comandato il silenzio ai sottoposti, trasferito per punizione chi aveva parlato (Casamassima), minacciato ogni altro possibile sgarro. Ma hanno promosso la criminalizzazione di Ilaria Cucchi e della famiglia del giovane assassinato. Quando Ilaria osò pubblicare l'immagine facebook di uno dei carabinieri coinvolti con tanto di esibizione di muscoli e pose marziali («ecco la foto dell'uomo che ha ammazzato mio fratello») si scatenò contro di lei l'inferno. Ben tre sindacati di polizia la querelarono per diffamazione e istigazione all'odio. Una canea reazionaria la lapidò sui social come intrigante interessata a far soldi sulla pelle del fratello. Gianni Tonelli, principale dirigente del sindacato più a destra della Polizia (oggi guarda caso parlamentare leghista) disse che Stefano aveva pagato semplicemente le conseguenze di una vita dissoluta e che era “infame” accusare i Carabinieri. A tutto questo si aggiungevano i commenti politici. Matteo Salvini, oggi Ministro dell'Interno, disse pubblicamente di Ilaria «Mi fa schifo» (testuale). Per non parlare dei La Russa e dei Giovanardi, arruolati ad onorem per sempre nell'Arma.

Nulla di nuovo. È quanto è accaduto e accade a difesa dell'Arma o della Polizia in altri casi di morti “accidentali”. Quelle di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Michele Ferrulli, per citare solo le più note. Non si tratta di semplici episodi, si tratta della punta emergente di un iceberg profondo: quello spazio di illegalità che diventa legge in tante carceri e stazioni di polizia; quell'esercizio brutale della forza che si accanisce contro chi è indifeso, tanto più se “marginale” e “reietto”; quella cultura dell'onnipotenza che si nutre di letteratura fascista, la più popolare e non da oggi nelle caserme. Per avere la misura intuitiva della profondità dell'iceberg è sufficiente un esercizio di immaginazione. Se l'omertà ha protetto per nove anni l'assassinio di Stefano, nonostante l'attenzione dell'opinione pubblica, il coraggio di Ilaria, la tenacia della sua famiglia, quanti saranno i casi di omertà in tante vicende analoghe prive di attenzione mediatica e relative a persone assai più indifese?

La cultura dell'onnipotenza dell'Arma fa leva sulla tradizione dell'impunità. Stando ai giornali, il maresciallo dei carabinieri Roberto Mandolini ha usato nella vicenda Cucchi un argomento centrale per chiedere il silenzio: “State tranquilli. Ho conoscenze all'interno dell'Arma e in Vaticano”; era la garanzia offerta della protezione in cambio della sottomissione all'ordine gerarchico. Del resto, su grande scala, la nota vicenda della promozione sul campo dei primi responsabili della macelleria messicana di Genova contro le manifestazioni anti G8 è stata emblematica e ha fatto scuola. Naturalmente, come dimostra il caso di Stefano, può capitare un “incidente” e la catena delle connivenze può rompersi, ma nessuna eccezione può oscurare la regola, la costituzione materiale dello Stato borghese profondo, insensibile per sua natura a qualsiasi costituzione formale.

Proprio la natura organica dei corpi repressivi, il loro codice interno, la legge reale che governa le loro relazioni, li rende strumenti idonei alla difesa dell'ordine borghese della società. Per questo nessun programma anticapitalista può rimuovere dal proprio orizzonte la questione dello Stato e della rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà al sindaco di Riace

L'arresto del sindaco di Riace Mimmo Lucano per “favoreggiamento dell'immigrazione clandestina” non è un fatto ordinario; riflette la deriva reazionaria in atto sullo sfondo del governo giallo-verde e dell'attuale ministro dell'Interno.

Il reato che viene imputato al sindaco è di aver favorito le cooperative sociali affidate ai migranti e... un matrimonio di convenienza, a fronte del crollo di ogni altro capo d'accusa. A prescindere da ogni altra considerazione, la disposizione dell'arresto per questo presunto reato è un fatto abnorme. Evidentemente gli interessi territoriali offesi dalle cooperative sociali (gli appetiti di cooperative escluse, le pressioni speculative sulle case del borgo spopolate...) hanno trovato una voce nella magistratura. Ma soprattutto l'ha trovata il ministro dell'Interno Matteo Salvini, già sponsorizzato assieme a Di Maio dalla procura di Catania, e che ora sta facendo altri proseliti nell'ambiente giudiziario.

Il messaggio che il provvedimento trasmette è molto semplice: ogni politica di accoglienza dei migranti va sul banco degli imputati. Il motto salviniano “è finita la pacchia” ha trovato in questa misura un nuovo megafono. La Legge e Ordine del ministero degli Interni è ben riassunta dal cosiddetto Decreto sicurezza: bloccare di fatto il diritto d'asilo, ostacolare in ogni modo ogni possibile regolarizzazione. La misura disposta contro il sindaco di Riace è a tutela di questa politica. Ogni disobbedienza a questa Legge diventa reato passibile d'arresto.

Nello Stato borghese comandano i rapporti di forza. Oggi un ministro degli Interni che ha oltre il 30% dei consensi sulla politica di annullamento dei diritti dei migranti e dei respingimenti, tende a polarizzare attorno a sé l'orientamento dominante dei corpi dello Stato, magistratura inclusa. L'arresto di Riace è la misura di questa dinamica. Tanto più per questa ragione il PCL è partecipe della campagna di solidarietà contro questa misura inaccettabile, e contro la deriva reazionaria di cui è espressione.


Partito Comunista dei Lavoratori

Macerata: una marcia antifascista contro il terrorismo nero


Oltre 20.000 persone nella città blindata dalle camionette di Minniti e del PD

La necessità di un antifascismo di massa e di classe contro le organizzazioni neofasciste passa per una sinistra rivoluzionaria! Il PD e la sinistra borghese mostrano sempre di più il loro volto reazionario, autoritario e corresponsabile dell'agibilità per neofascismi e razzismi. Il M5S tace, dopo aver cavalcato l'odio verso i migranti e aver conteso a Salvini il ruolo di cacciatore di clandestini. Tutta la destra copre le aggressioni fasciste e alimenta la guerra tra poveri.
Solo la lotta di classe nella prospettiva di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà fermare l'ondata reazionaria e unire i lavoratori di tutte le nazionalità per una società equa e giusta
Per l'ennesima volta la "sinistra" liberale e borghese si tira indietro nella battaglia antifascista per non trovarsi in contraddizione con le proprie politiche e con le proprie responsabilità.
Per l'ennesima volta Partito Democratico, ANPI e CGIL, questa volta trascinando inizialmente anche ARCI e Libera, si nascondono dietro a un dito, si appellano a valori di carta e rinunciano alla reale battaglia contro la minaccia reazionaria, che si radica e si alimenta nel malcontento sociale e nella disperazione di cui sono responsabili proprio coloro che fanno gli appelli alla Costituzione e alla moderazione degli animi.
Per l'ennesima volta il PD, attraverso gli organi di Stato, e questa volta con l'intervento diretto di Minniti, ha provato a far vietare la manifestazione antifascista mentre non muove un dito per colpire le organizzazioni fasciste e ne minimizza la minaccia. Anzi, schiera le forze dell'ordine perennemente a difesa di queste ultime.

Ma anche a Macerata, come a Genova il 3 febbraio, è la piazza a dare la reale risposta al terrorismo fascista, alle squadracce, alla xenofobia cavalcata da neofascisti e destre radicali e ipocrite – da Salvini a Berlusconi passando per Meloni.

A Genova, con una piattaforma di impianto anticapitalista e radicale, sono scese in piazza oltre 5.000 persone contro l'aggressione squadrista di CasaPound e le coperture fornite da Toti e Bucci.
A Macerata 20.000 persone hanno riempito una cittadina di 41.000 abitanti sulla base di una ampia risposta di massa e di classe all'attentato di Traini e al teatrino macabro delle coperture legali di Forza Nuova, del sostegno e giustificazionismo di Lega e Fratelli d'Italia, contro il tentativo di ridimensionare l'attentato terroristico e di vietare la risposta popolare portato avanti da tutto l'arco moderato, da Forza Italia al Partito Democratico, complice il silenzio del Movimento 5 Stelle che dell'attacco ai migranti e ai "taxi del mare" e della retorica dell'invasione ha fatto un suo strumento di propaganda populistica. 
 Fin da subito la nostra organizzazione ha comunicato la piena adesione a quella giornata di lotta, eppure è, come sempre, la più oscurata. In nessun organo dell'informazione mediatica viene citata né la lista "Per una sinistra rivoluzionaria", che esprime candidati in prima linea nella lotta antifascista in ogni territorio e città, né il Partito Comunista dei Lavoratori o i compagni e le compagne di Sinistra, Classe e Rivoluzione. 
In quella piazza c'era tutta la parte di società che si pone alla sinistra del Partito Democratico, compresi gli eterni compagni di merende di Liberi e Uguali che su questo terreno cercano una facile demarcazione da un Partito Democratico imbrigliato al suo essere partito dell'austerity, del razzismo, dell'imperialismo e dello sfruttamento. Intanto preparano già gli accordi per il rientro nella braccia della 'mamma PD', la stessa con cui hanno portato avanti le stesse politiche a cui oggi fingono di opporsi.
Le presenze da registrare e che hanno segnato le contraddizioni entro il campo del centrosinistra sono sicuramente quelle della FIOM, di moltissime sezioni dissidenti dell'ANPI, di tante sezioni dell'ARCI che hanno spinto anche la dirigenza nazionale a ricredersi.
Tra le partecipazioni coerenti con una battaglia antifascista che condanni anche le politiche "a larghe intese" dei governi del PD c'erano, ovviamente, Emergency, i centri sociali e il mondo dell'antagonismo, Potere al Popolo, moltissime associazioni di migranti, i sindacati di base – USB, SiCobas, Cobas, etc. - e, a demarcare coerentemente la diversa concezione della battaglia sindacale rispetto alle burocrazie CGIL, l'area classista di Opposizione CGIL - Il Sindacato è un'altra cosa.

A Piacenza invece, si urla allo scandalo. Un agente che stava manganellando gli antifascisti che volevano impedire l'iniziativa di CasaPound è stato travolto dai manifestanti assieme al suo plotoncino di picchiatori e, rimasto indietro, ha subìto lo stesso trattamento che ad ogni corteo i suoi commilitoni riservano a qualsiasi manifestante capiti sotto i loro strumenti di tortura legale.
Cominceranno così le manfrine televisive e le moviole per la caccia al manifestante violento. Nessuno però si domanda come sia possibile che, regolarmente e senza alcuna eccezione, lo Stato borghese e le forze dell'ordine garantiscano, in tenuta antisommossa e con i più avanzati strumenti di repressione nelle piazze (blindati, grate, lacrimogeni, autobotti, etc.), la protezione e l'agibilità alle organizzazioni che secondo questa fantomatica Costituzione dovrebbero essere illegali.

La verità è che i neofascisti sono da sempre lo strumento del capitale e delle borghesie, e in questa fase storica sono la loro organizzazione da combattimento da scagliare preventivamente contro le forze della sinistra e della classe lavoratrice, da utilizzare per fomentare l'odio razziale e la divisione attraverso la guerra tra poveri, da legittimare per diffondere ideologie di guerra e imperialistiche con nostalgie coloniali.
La verità è che fanno comodo a tutti, e che nessuno scioglierà quelle organizzazioni. La verità è che la Costituzione utilizzata per tradire la rossa primavera della Resistenza oggi si riconferma la garanzia per questo sistema socio-economico e l'ipocrita copertura per l'immobilismo della sinistra parlamentare.

La verità è che per sconfiggere e cancellare le organizzazioni fasciste serve un movimento operaio forte, cosciente del suo essere classe rivoluzionaria e internazionale.
Per annichilire le organizzazioni da combattimento del capitale e la repressione dello Stato borghese serve l'organizzazione dell'autodifesa proletaria, in ogni luogo di lavoro, in ogni quartiere, in ogni scuola e in ogni comunità migrante.
Per smontare le ideologie razziste, xenofobe e nazionaliste serve un programma rivoluzionario, anticapitalista, che mobiliti un ampio fronte di classe e di massa contro la guerra, lo sfruttamento, la speculazione, l'oppressione, la discriminazione, la cancellazione dei servizi pubblici e sociali.
Serve che si riorganizzi la classe lavoratrice, e attorno ad essa tutti i disoccupati, gli oppressi e i discriminati, contro la classe dei banchieri, dei padroni, dei mafiosi e dei guerrafondai.

Chi potrà sciogliere le organizzazioni neofasciste e razziste, chi potrà dare una nuova prospettiva di pace e solidarietà, di benessere e condivisione è solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.
Solo chi è "per una sinistra rivoluzionaria" porta in campo oggi questo programma e questa prospettiva!
Partito Comunista dei Lavoratori

Perché il reddito di cittadinanza non libera le donne

 
Una falsa rivendicazione per il movimento delle donne

20 Giugno 2017
L’8 marzo in quasi cinquanta Paesi si è tenuto il primo sciopero globale delle donne, un percorso transnazionale nato principalmente sulla spinta del movimento argentino Ni Una Menos - dove il troskismo ha avuto un ruolo importante – e sull’onda dello sciopero del 4 ottobre 2016 delle donne polacche in difesa del diritto all’aborto.

In Italia il percorso dell’8 marzo è stato declinato territorialmente e in molte città italiane sono stati organizzati cortei, presidi e iniziative pubbliche. Le manifestazioni cittadine sono state molto partecipate anche se lo sciopero “produttivo e riproduttivo” ha assunto una dimensione più simbolica che reale. Vanno comunque segnalate alcune realtà di controtendenza: ad esempio FP-SGIL, SIAL Cobas e CUB hanno avuto un ruolo chiave nella mobilitazione delle lavoratrici del comune di Milano, inoltre in alcune fabbriche come l’Electrolux di Susegana vi è stata un’adesione allo sciopero che ha raggiunto l’80%.

Il movimento Non una di meno si configura attualmente come un’esperienza eterogenea, plurale e indiscutibilmente rappresenta un terreno importante in cui intervenire per far emergere quelle posizioni classiste e rivoluzionarie che abbiano la forza di far inquadrare la battaglia contro il patriarcato e il tema della liberazione delle donna e di tutte le minoranze oppresse nell’orizzonte del conflitto fra capitale e lavoro. Una battaglia che non può essere o solo anticapitalista o esclusivamente antipatriarcale, ma necessariamente entrambe: anticapitalista e antipatriarcale.

Dopo le prime tappe romane dell’8 ottobre e del 27 novembre 2016, il 4 e 5 febbraio 2017 a Bologna si è tenuto un incontro nazionale di due giorni del movimento. Anche questo è stato un evento molto partecipato, nel quale sono intervenute quasi duemila attiviste, divisesi in otto tavoli tematici per portare avanti la scrittura del Piano femminista contro la violenza. In questo percorso sono state fatte proprie dal movimento alcune rivendicazioni minime ma certamente importanti quali la battaglia per i diritti civili ai migranti, per la chiusura dei CIE, per lo Ius soli, nonché la battaglia per il pieno funzionamento della legge 194 (interruzione volontaria di gravidanza) e per l’abolizione dell’obiezione di coscienza che rappresenta una questione centrale per la sessualità e la vita di tutte le donne. Ad oggi dunque questa nuova ondata femminista è riuscita a smarcarsi da istanze e problematiche portate avanti dal femminismo borghese come ad esempio la battaglia per la rappresentanza femminile nelle istituzioni e le quote rosa, nonché quella dal sapore moralista come quella contro la "mercificazione delle donne in politica" che sono state il cavallo di battaglia di "Se non ora quando?".

Ma dal percorso di Non una di meno sono emerse anche delle criticità che possono minare lo sviluppo futuro del movimento e portarlo a arenarsi in una involuzione istituzionale.
Dalla lettura del report uscito dal tavolo “Legislativo e giuridico” e soprattutto dalla rivendicazione centrale del reddito di cittadinanza assunta dal tavolo “Lavoro e welfare”, emerge una visione pericolosamente neutra e poco critica dello Stato borghese, nonché uno sguardo ambiguo nei confronti dell’Unione Europea; ciò si evince ad esempio dal richiamo della necessità di ottenere la piena attuazione dei principi della Convenzione di Istanbul del 2011 sulla “prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica” o dalla richiesta che le aziende facciano “corsi di formazione” sulle tematiche della violenza di genere.
Come si può considerare un promotore della liberazione delle donne quello stesso Stato che dello sfruttamento e dell’oppressione è il garante? E come non si può riconoscere che la liberazione delle donne si inscrive in un processo di messa in discussione e necessaria trasformazione dei rapporti di forza vigenti?

Questa incomprensione del ruolo antagonista dello Stato borghese e del sistema economico emerge chiaramente dalla più importante delle rivendicazioni assunte attualmente dal movimento, ossia il reddito di cittadinanza (o di autodeterminazione come viene definito).
Quella per il reddito rappresenta una rivendicazione di retroguardia: già in uso in molti paesi a capitalismo avanzato per prevenire il calo dei consumi causato dalla crisi economica, esso non ha mai rappresentato il frutto di una conquista del movimento operaio poiché non mette minimamente in discussione i privilegi del padronato e anzi, in una certa misura li istituzionalizza ulteriormente, poiché è un’istanza che disconosce il ruolo della lotta di classe come motore della Storia e per questo non riconosce la centralità del lavoro come terreno in cui si produce la contraddizione fra capitale e lavoro, e dunque quelle condizioni necessarie per la rottura rivoluzionaria con il sistema capitalista. È inoltre una istanza che nasce da analisi pseudoscientifiche che non riconoscono la proprietà privata come base delle diseguaglianze sociali e lo sfruttamento come estrazione di plusvalore dal lavoro salariato. È quindi una forma di sussidio non di emancipazione.
Inoltre è uno strumento particolarmente discutibile, tanto in un’ottica marxista quanto femminista, proprio perché rimuove la centralità del lavoro come orizzonte di autodeterminazione delle donne nei confronti della famiglia e la conseguente partecipazione attiva alle dinamiche della lotta di classe come mezzo di conquista di un proprio ruolo politico nella società.

È la stessa esperienza della rivoluzione bolscevica a ricordarcelo. Negli immediatamente anni successivi all’Ottobre vennero infatti messi in moto due processi intimamente connessi: da un lato vennero introdotte in massa le donne all’interno del lavoro produttivo con tutte le conseguenze economiche e politiche che ne conseguivano (diritto di voto e di elezione all’interno dei soviet, autonomia economica e acquisizione della piena cittadinanza); dall’altro lato vennero attuati i primi provvedimenti volti alla liberazione sessuale delle donne, ossia quelle istanze che si ponevano l’obiettivo di svincolarle dal destino biologico e sociale a cui il patriarcato le aveva relegate e di cui la morale borghese e la religione erano i moderni portavoce.
Così la Repubblica dei Soviet fra il 1918 e il 1922 legalizzò l’aborto e il divorzio, approvò le unioni civili, abolì la patria potestas e le differenze fra figli “legittimi” e “illegittimi”; dette avvio anche a una prima fase di socializzazione del lavoro di cura con l’apertura di mense pubbliche, di lavanderie pubbliche e di asili per l’infanzia, affinché fossero dei lavoratori salariati a occuparsi di quei lavori che per secoli le donne avevano dovuto svolgere gratuitamente all’interno della famiglia e in condizioni di subalternità.

Il reddito di cittadinanza invece non contempla tutto ciò; pone gli inoccupati alle dipendenze dello Stato e alla sua disponibilità o meno di elargire denaro (siamo in tempi di crisi economica, quindi o reddito o servizi) e non dunque indipendenti e liberati dalla “schiavitù del lavoro” come sostengono i vari settori movimentisti; tutto questo rischia di rendere ancora più subalterne le donne non solo nei confronti della famiglia, dove la violenta crisi economica le sta rigettando e vincolando al lavoro di cura, ma anche nei confronti dello Stato borghese, lo stesso stato che garantisce i medici obiettori, che fa tagli alla sanità, che riconosce la sacralità di un certo tipo di famiglia e un certo modo di essere genitore a discapito di tutti gli altri, che fa regalie al padronato e alle banche, che garantisce privilegi fiscali alla Chiesa cattolica e l’insegnamento confessionale nella scuola pubblica. Dunque, il reddito di cittadinanza rischia di divenire a tutti gli effetti un salario domestico per casalinghe.

Ma il movimento Non Una di Meno ha ancora il potenziale e la disponibilità di energie per intraprendere un’altra strada e un’altra battaglia per la liberazione delle donne e di tutte le minoranze oppresse, ossia quella per creare nuove condizioni materiali e nuovi rapporti di forza che permettano alle donne di lavorare per se stesse e essere autonome (così che se costruiranno una famiglia, lo faranno da donne libere e per scelta, non per necessità o per mancanza di orizzonti) e a questa battaglia va aggiunta quella per i diritti delle lavoratrici per poter garantir loro gli strumenti di autodeterminazione dentro gli stessi luoghi di lavoro, senza che rischino di perdere il posto e senza che debbano accettare di subire pratiche sessiste (oggi come ieri molto frequenti). Il movimento deve dunque fare propria la battaglia per la redistribuzione del lavoro esistente fra tutti e tutte e la riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, l’abolizione del Jobs Act e di tutte le leggi di precarietà, il reintegro dell’articolo 18 esteso a tutti i lavoratori dipendenti, l’abolizione dell’obiezione di coscienza in tutte le strutture sanitarie pubbliche, l’abolizione della riforma della Buona scuola e dell’insegnamento religioso nella scuola pubblica, la separazione fra Stato e Chiesa e dunque l’abolizione del Concordato.
Chiara Mazzanti