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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Bologna,repressione e intimidazione

 


Bologna, repressione, intimidazione


Come sezione bolognese del Partito Comunista dei Lavoratori esprimiamo la nostra solidarietà alle persone colpite dalla vasta operazione di intimidazione poliziesca che abbiamo osservato svolgersi a Bologna negli ultimi giorni; in particolare, rileviamo come siano stati fortemente colpiti eventi sociali e politici come il Sun Donato (dove, pur non intervenendo, svariati membri delle forze dell'ordine hanno fatto sentire la propria presenza) ed il festival dell'Isola Verde, quest'ultimo interrotto dal piombare in esso di una cinquantina di agenti che hanno proceduto ad identificare tutti i presenti.

Si rende sempre più evidente la torsione autoritaria che sta colpendo tanto l'Italia quanto Bologna stessa, e non riteniamo un caso che questa vasta operazione poliziesca avvenga proprio ora che gli ingranaggi della politica si stanno rimettendo in moto; non può inoltre essere ignorato che ad essere colpiti più duramente siano stati individui razzializzati, in quello che sembra essere un atto di intimidazione preventiva proprio nel momento in cui si hanno le prime avvisaglie del riprendere della mobilitazione legata all'omicidio di Fakir Abderrahim.

Nel momento in cui lo Stato borghese è sempre più coinvolto in una guerra mondiale a pezzi (come ha ammesso la stessa avvocatura di Stato), inasprisce la guerra sul fronte interno, peraltro in una città che ha visto un costante aumento di azioni repressive ed intimidatorie nel corso degli ultimi anni. Consci che le forze di polizia non sono altro che uno dei molti strumenti con cui lo Stato borghese perpetua il dominio della propria classe di riferimento su quella di chi lavora, inseriamo appieno in questo quadro le operazioni avvenute e restiamo aperti a valutare qualunque proposta di mobilitazione sul tema.

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

 


Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lamentare un’improvvisa ondata di violenza cieca e casuale.

In primis, ribadiamo che vi è stato un omicidio di Stato, di cui sono colpevoli tanto coloro che si sono macchiati in prima persona della morte di Fakir quanto le politiche securitarie e postfasciste della destra di governo, ma anche (e non per ultimo) la giunta campolarghista bolognese, che da mesi implora Piantedosi per avere più polizia e da sempre, nel proprio inseguire gli interessi del capitale, fa ricorso al pugno duro contro ogni opposizione dal basso.

Inoltre: la giunta bolognese ha platealmente tentato di fare campagna elettorale sulla morte di un individuo (di cui, ribadiamo, sono corresponsabili) chiamando una piazza che volevano rendere una passerella elettorale; ma la piazza non era incline ad assecondare questi loro fini.

Un corteo spontaneo ha raggiunto la prefettura; qui, la polizia ha colto la prima occasione possibile per far partire gli scontri, non preventivando però la fermezza della piazza, che si è duramente contrapposta al pugno della repressione dello Stato borghese.
Siamo stati presenti ed abbiamo osservato lo svolgersi degli avvenimenti in prima persona, dai primi lacrimogeni alle ronde di fine serata. Non glorifichiamo lo scontro per amor di scontro, ma saremo sempre a fianco della resistenza proletaria contro la repressione di Stato, senza dissociazioni di sorta.

L’omicidio di Fakir, contemplato dalle tecniche di contenimento applicate dalle cosiddette forze dell’ordine, rivela di nuovo la natura della polizia: null’altro che un manipolo di armati posti al servizio di uno Stato che, in quanto borghese, a sua volta è al servizio del grande capitale. Per questo razzializza e perseguita i proletari fino alla loro morte mentre tratta con i guanti i capitalisti legali e criminali, spesso fusi tra loro.

Le classi subalterne non possono aspettarsi nulla da questi corpi armati al servizio della classe loro nemica; devono invece sviluppare le proprie stesse forze e porle al servizio della trasformazione rivoluzionaria della società.

NO ALLE MISURE DI POLIZIA CONTRO I DIFENSORI DEL PARCO

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori – Sez. di Bologna, esprime tutta la propria solidarietà agli attivisti e ai cittadini colpiti dall’aggressione della polizia e dagli arresti.

La loro “colpa” è quella di difendere il parco Mitilini, Moneta e Stefanini, del quartiere Pilastro, dalla devastazione prevista per la costruzione del MUBA voluta dal sindaco Lepore

Questo parco è un autentico polmone verde per il quartiere e d un luogo essenziale di svago e socializzazione.

Contro chi resiste è stata mandata un’imponente forza di polizia che ha aggredito i manifestanti e ha proceduto ad arresti indiscriminati. Si tratta di una manifestazione di quell’autoritarismo poliziesco che il governo post-fascista sta promuovendo con leggi e decreti ad hoc, ma che non disdegnano di utilizzare all’occorrenza anche amministrazioni di opposto colore politico, come quella del sindaco Lepore.

Quando si tratta di portare avanti progetti-vetrina per un’amministrazione affaristica del territorio il colore politico scompare, lo scivolamento autoritario è il medesimo e l’impiego della polizia è sempre più violento.

Nessuna protezione può venire da nessun partito dell’arco parlamentare, letteralmente incapaci di contrastare la deriva autoritaria del Paese.

L’unica vera e fattiva solidarietà può venire dalla classe lavoratrice e dalle classi popolari. Solo un programma anticapitalista può realmente mettere al centro la difesa dell’ambiente e degli spazi verdi.

Nessun governo può correre in soccorso di chi difende le istanze ambientali e del proprio territorio. L’unico governo amico di queste istanze è un tipo completamente diverso di governo, il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sez. di Bologna

La verità dei fatti e l’ipocrisia dominante


 Una riflessione sincera nell’avanguardia sui fatti di Torino

I fatti di Torino sono al centro del commentario politico. E soprattutto dell’offensiva del governo. Da giorni l’immagine del poliziotto preso a calci da alcuni manifestanti diventa la pietra dello scandalo universale. «Tentato omicidio!» grida la Presidente del Consiglio postfascista. «Terrorismo!» grida il ministro Crosetto. Uno stuolo di commentatori liberalprogressisti si allinea a questa rappresentazione grottesca, oltre ogni senso del ridicolo, per invocare ordine nelle piazze e fustigare le cosiddette “ambiguità” della “sinistra” nei confronti della “violenza”.

LA MISTIFICAZIONE DELLA RETORICA DOMINANTE

La prima osservazione è che la violenza, così rappresentata, diventa un assoluto al di là di ogni sua determinazione. Persino la sua entità sfuma nell’indistinto: se venti giorni di prognosi di un poliziotto ferito, secondo il referto medico ospedaliero, diventano «tentato omicidio», quanti tentati omicidi hanno percorso le strade di Torino il 31 gennaio? Decine di manifestanti con la testa fracassata e le labbra spappolate, persone colpite a terra dalla violenza insistita di una pioggia di manganelli, persone colpite all’inguine da candelotti sparati ad altezza d’uomo, persone ferite abbandonate sul selciato senza aiuto e assistenza, giornalisti aggrediti dalla polizia con tanto di sequestro dei loro strumenti di lavoro… Tutti fatti documentati da testimonianze giornalistiche (Rita Rapisardi) e da decine di video. Però fatti scomparsi, sottratti alla conoscenza pubblica, rimpiazzati dall’unica immagine del poliziotto colpito. Per di più un poliziotto che si era avventurato imprudentemente nell’inseguimento di manifestanti in fuga, isolandosi dai colleghi ed esponendosi al loro fallo di reazione: una verità documentata e incontestabile, rimossa dal grosso dei media, per il solo fatto di polverizzare la retorica dominante.

Tentato omicidio, terrorismo, inaccettabile violenza. Qual è l’unita di misura della violenza secondo il metro di Giorgia Meloni e del governo a guida postfascista? Privare i migranti del soccorso in mare, segregarli nelle carceri libiche, finanziare e liberare i loro torturatori, moltiplicare centri di detenzione e deportazione sottratti alla legge e privati di ogni dignità umana, alimentare la corsa alle armi coi soldi sottratti alla sanità e armare uno Stato coloniale e genocida in Palestina, liberalizzare appalti e precariato moltiplicando gli assassinii padronali sul lavoro, ad esclusivo vantaggio dei profitti… Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese e del comitato d’affari che la amministra? L’immagine del poliziotto scalciato serve esattamente a coprire, legittimare, rafforzare la criminalità della violenza vera:

Se venti giorni di prognosi di un poliziotto sono la misura del terrorismo, come definire e misurare la violenza quotidiana della società borghese?

«Difendere la sicurezza, che è un bene di tutti, non è né di destra né di sinistra» canta la retorica dominante. Di grazia, la sicurezza di chi e da che cosa? La sicurezza del lavoro, della salute, dell’istruzione, dell’assistenza è saccheggiata ogni giorno dai tagli sociali per pagare il debito pubblico alle banche. L’unica sicurezza che viene garantita è quella dei loro profitti. La sicurezza di una abitazione dignitosa è colpita dalla speculazione immobiliare, da affitti insostenibili per i salari correnti, dal cappio di mutui a vita, in un paese in cui milioni di case sono vuote e milioni di persone cercano casa. La sicurezza del vivere in pace è minata dai venti di guerra che percorrono il mondo per la spartizione di materie prime e zone di influenza. Il governo italiano vi partecipa col suo piano Mattei al servizio dell’ENI, di Leonardo, di Fincantieri, e soprattutto dei loro azionisti. La sicurezza dallo scippatore in metropolitana non è garantita? Ma la probabilità di incorrere in questo infortunio è mille volte più bassa della assoluta certezza di essere rapinato ogni giorno dai capitalisti e dai loro governi, per di più col timbro della loro legge. Eppure tutta la subcultura securitaria si regge su questa clamorosa rimozione, cui abboccano milioni di sfruttati, soprattutto in tempi di riflusso.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia.

Rifiutare la propaganda dominante, decodificare le sue menzogne, restituire i fatti alla loro verità è il primo compito di un’avanguardia. Non il solo. Comprendere la dinamica politica in atto nel suo concreto dispiegarsi non è meno importante.

LE RAGIONI POLITICHE DELLA NUOVA STRETTA SECURITARIA

Il governo Meloni lavora sui fatti di Torino per rispondere alle proprie difficoltà. I nuovi decreti sicurezza e paralleli disegni di legge erano in realtà già in cantiere. Ma erano stati provvisoriamente rinviati dopo i fatti di Minneapolis e la reazione di rigetto da essi suscitata in vasti settori dell’opinione pubblica. Meglio evitare un’imbarazzante identificazione con l’odiata polizia trumpiana. Gli scontri di Torino sono l’occasione preziosa per riesumarli e addirittura aggravarli.

Spingono in questa direzione diversi fattori. Innanzitutto la concorrenza elettorale tra Meloni e Salvini nella conquista del consenso elettorale reazionario e nell’intestarsi la protezione speciale dei corpi repressivi dello Stato. Ma anche la campagna del governo sul terreno del referendum sulla giustizia: per indirizzare il senso comune contro la cosiddetta magistratura lassista che «libera i delinquenti», e favorire per questa via la vittoria del sì, liberando la strada del premierato.

La magistratura borghese a sua volta, per difendere la propria corporazione, cerca di mettersi al riparo assecondando la spinta securitaria. La Procura di Torino è in questo senso emblematica. L’accusa di associazione sovversiva contro Askatasuna, già tentata e respinta nel primo grado di giudizio, viene rilanciata in appello. E si discute persino del reato di devastazione (grottesco per danni accertati di 160000 euro) che potrebbe comportare sino a quindici anni di pena. Peraltro le dichiarazioni della Procuratrice di Torino contro la “tolleranza” torinese verso Askatasuna non promettono nulla di buono. Così come la moltiplicazione delle custodie cautelari per i minori da parte delle procure minorili. A proposito della retorica, cara ai Travaglio, sui PM garanti di giustizia.

Ma l’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria. L’idea del fermo preventivo di 12 ore per manifestanti potenziali “sospetti”, che Salvini vorrebbe estendere a 48 ore, è stata inizialmente concepita come puro potere discrezionale di polizia. Può darsi che alla fine le contraddizioni interne alla maggioranza e le mediazioni con Mattarella impongano l’obbligo del vaglio giudiziario. In ogni caso, il potere della polizia viene accresciuto. Lo stesso vale per la sottrazione dei poliziotti alle indagini per legittima difesa e la garanzia della loro tutela legale. Al di là del dettaglio del dispositivo finale, la risultante certa di questa campagna è un rafforzamento del potere esecutivo, del ministero dell’Interno, dei suoi strumenti amministrativi. Come dichiara l’avvocato Claudio Novaro, difensore di Askatasuna: «Una delle strategie articolate attraverso cui passa la repressione dei movimenti è l’utilizzo di strumenti alternativi al processo penale, che è farraginoso, spesso elefantiaco, con tempi di avanzamento lenti. La polizia e l’autorità amministrativa preferisce sempre più la rapidità e l’efficacia degli strumenti amministrativi» (Il Manifesto, 1 febbraio). La moltiplicazione dei fogli di via, degli avvisi orali, della revoca dei permessi di soggiorno, appartiene a questo nuovo registro. Lo stesso, peraltro, che è stato usato per lo sgombero del centro sociale torinese.

L’operazione del governo non si limita alla pressione sulla magistratura. Mira a rafforzare i poteri di polizia, anche al di là del controllo dell’autorità giudiziaria.

QUALE RISPOSTA? PER UNA RIFLESSIONE SINCERA NELL’AVANGUARDIA

Quale risposta a tutto questo? La lotta contro la repressione ha sempre interrogato i movimenti e le loro forme di lotta. I fatti di Torino ripropongono la questione.

Non è in discussione, per parte nostra, la difesa degli spazi sociali colpiti, la richiesta del loro recupero, la libertà dei compagni arrestati o indagati. La linea di confine tra lo Stato borghese e chi lo contesta, tanto più in presenza di un governo a guida postfascista, va presidiata da tutte le sinistre. Ogni solidarietà con lo Stato, ogni compromissione, diretta o indiretta con le sue politiche legge e ordine, va evitata e respinta. L’appello di Schlein a Giorgia Meloni per l’unità delle istituzioni contro la violenza, oltre ad essere un clamoroso autogol, è la misura, al di là del suo esito, di una complicità di fondo con l’avversario nel nome della comune identificazione con lo Stato. Come lo è, a maggior ragione, la richiesta di PD e M5S di aumentare gli organici della polizia, nel nome comune della sicurezza. Il silenzio o l’avallo di AVS a queste posture può forse tutelare la sua presenza nel campo largo, e magari il proprio assessore di Torino, ma certamente misura una subalternità politica e culturale all’attuale ordine borghese.

La nostra difesa di Askatasuna dalla repressione dello Stato è e resta dunque incondizionata. “Giù le mani da Askatasuna” abbiamo detto prima del 31 gennaio, “giù le mani da Askatasuna” diciamo dopo il 31 gennaio.

Ma detto questo, presidiato il confine, il dibattito nell’avanguardia deve essere franco. Se si pensa di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza si sbaglia totalmente strada. Non perché si è troppo radicali, ma per la ragione esattamente opposta: perché si accetta supinamente il terreno prescelto dall’avversario, il rapporto di forza che oggi lo vede vincente, il copione che esso assegna all’avanguardia. Da questo punto di vista la scelta di forzare lo scontro di piazza a Torino è stato un errore. Chiunque l’abbia commesso.

L’impostazione va esattamente ribaltata. Non per rimuovere il tema della forza, ma proprio per affrontarlo nei suoi termini reali. Per fronteggiare la repressione devi lavorare a capovolgere i rapporti di forza. E per capovolgere i rapporti di forza è decisivo lavorare al recupero di una dimensione di massa, di una opposizione di massa.

Pensare di rispondere al corso securitario e repressivo con l’innalzamento minoritario dello scontro di piazza vuol dire sbagliare strada. Per fronteggiare la repressione vanno capovolti i rapporti di forza. Solo a livello di massa si può fare.

Se a fine settembre e a inizio ottobre i decreti sicurezza nella loro reale applicazione sono stati costretti all’impotenza, ciò non è accaduto per la radicalità dell’avanguardia. Ma perché quella radicalità, che pure era trasgressiva, si incontrava con un salto enorme della mobilitazione collettiva, con l’irruzione nelle piazze di una giovane generazione, col favore del sentimento pubblico, con l’ingresso sulla scena del movimento operaio con lo sciopero generale (finalmente) unitario per la Palestina.

In quel momento, per la prima volta, il governo si trovò sulla difensiva, costretto a subire un rapporto di forza sfavorevole ed imprevisto. E viceversa: quando il movimento di massa è rifluito; quando il fronte unico di massa è stato purtroppo abbandonato dalle sue direzioni grandi (CGIL) e piccole (USB), con una enorme responsabilità politica; quando il rapporto di forza è dunque mutato, il governo ha dispiegato la propria vendetta repressiva. La chiusura di Askatasuna è rientrata in questo scenario.

Ricostruire e rilanciare l’opposizione di massa, e con questa l’azione della classe lavoratrice, è dunque un compito decisivo nella lotta contro la repressione. Così è stato sempre.

La legislazione antioperaia degli anni ’50 (licenziamenti politici, reparti confino, arbitrio padronale, violenza poliziesca contro le manifestazioni…) non fu cancellata dalla sola battaglia democratica, che pur fu importante. Fu abrogata dalla grande ascesa di massa dell’Autunno caldo e dalla lunga stagione che essa aprì, col capovolgimento dei rapporti di forza fra le classi. E viceversa: quando quella stagione fu chiusa dalla politica del compromesso storico nel nome dell’unità nazionale e dell’austerità, tornarono le leggi speciali e i venti della repressione. Rileggere quell’esperienza è centrale non solo per comprendere il passato, ma anche per costruire un futuro diverso.

La costruzione di un’altra direzione del movimento operaio, e di tutti i movimenti sociali progressivi, è in questo senso un passaggio strategico centrale. Sia per rilanciare un’opposizione di massa che sbarri la strada alla destra reazionaria, sia per evitare che essa venga piegata, come troppo volte in passato, a un nuovo compromesso di governo con il capitale. Per questo è necessaria una sinistra rivoluzionaria. Una sinistra che non si limiti all’antagonismo, ma persegua davvero un altro ordine di società. Che non si limiti a immaginarsi come contropotere, ma si batta per il potere alternativo della classe lavoratrice, delle sue strutture democratiche di autorganizzazione, della sua democrazia. Una sinistra per la rivoluzione.

Una sinistra che dunque non rifugga dalla questione della forza, come vorrebbero le anime candide del pacifismo. Ma che l’affronti da un’angolazione di massa, come forza della classe, come sua capacità di autodifesa collettiva, come sua capacità di affrontare, disarticolare, rovesciare la forza avversaria dello Stato.

Costruire questa sinistra è l’impegno quotidiano del Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista.

Marco Ferrando

Condanniamo il nuovo attacco alla minoranza slovena nella Carinzia austriaca

 


Un attacco al movimento antifascista

Il 27 luglio scorso la polizia austriaca ha effettuato un vergognoso raid all'Antifa Camp Koroška/Carinthia, iniziativa antifascista che si è tenuta tra il 27 e il 29 luglio e organizzata dal Klub slovenskih študentk*študentov na Dunaju (KSŠŠD).

Il dispiegamento delle forze repressive è stato impressionante se consideriamo la natura dell'evento (i convenuti erano in larga misura studenti, e vedeva anche il coinvolgimento diretto del locale museo Peršmanhof): droni, decine di agenti (provenienti anche da unità "antiterroristiche"), elicotteri, unità cinofile.
Ça va sans dire, identificazioni a tappeto, fermi e arresti hanno completato il quadro dell'operazione: chissà, magari temevano lo scoppio di un'insurrezione da parte della minoranza slovena in Carinzia? Magari fosse sufficiente un campus studentesco a provocare una rivolta!

Se consideriamo che quest'anno ricorreva l'ottantesimo di un'orribile strage nazista a danno di alcune famiglie slovene (consumatasi il 25 aprile 1945, ha visto tra le sue vittime anche bambini) ricordata dalla struttura commemorativa in loco, e che questo è uno dei luoghi più simbolici della lotta antifascista in Austria, non può che aumentare il livello di bile verso un atto intimidatorio che perfino le autorità borghesi faticano a giustificare (suscitando anche la viva riprovazione di quelle dello Stato sloveno), menzionando problemi legati all'ambiente e affermando che non si trattava di un evento adatto a un memoriale. Curiosamente, di questi aspetti "problematici" se ne sono accorti proprio mentre si teneva l'iniziativa stessa. Un'incursione sbirresca è forse più adatta a stazionare in un memoriale antinazista di alcune decine di studentesse e studenti?

Per fortuna, il caso ha scatenato la rapida mobilitazione di centinaia di persone. Ma allo stesso tempo evidenzia l'acuirsi delle intimidazioni nei confronti delle iniziative antifasciste e delle minoranze nazionali su scala europea. Tanto per fare un paio di esempi vicini, qualche tempo fa si è verificata l'assurda presenza di numerosi agenti (in borghese e non) e militarizzazione a un'iniziativa sull'eccidio di Schio organizzata dalla sezione vicentina del Partito Comunista dei Lavoratori, che vedeva come protagonista lo storico Ugo De Grandis, e la silenziosa (ma ugualmente notata per fortuna dagli attivisti delle minoranze della regione) rimozione della segnalatica bi/trilingue (a Cividale si trovavano le indicazioni in italiano, friulano e sloveno) in alcune stazioni ferroviarie del Friuli.

Le due cose, com'è noto – o come dovrebbe – vanno di pari passo. La lotta contro il fascismo (prodotto scatologico del capitalismo e della reazione) e per i diritti e l’autodeterminazione delle minoranze – e ricordiamo che quelle nazionali sono perlomeno dodici nello Stato italiano, anche se è scomodo doversene occupare – non possono che ancorarsi alla lotta di classe per raggiungere una soluzione reale, definitiva e positiva, perché soltanto la distruzione del capitalismo può decontaminare una volta per tutte l'umanità dalle forme di discriminazione che questo regime moltiplica ininterrottamente come bubboni sulla pelle di un ammorbato.

Alessio Ecoretti, Partito Comunista dei Lavoratori - Friuli-Venezia Giulia

Repressione e cariche contro i disoccupati a Napoli

 


Solidarietà alle compagne e ai compagni del SICobas colpiti

10 Luglio 2025

Questa mattina a Napoli la polizia ha colpito a manganellate una protesta dei disoccupati. Una protesta sacrosanta nel giorno del cosiddetto click day per l'avviamento al lavoro, contro i criteri discriminatori usati nei confronti dei disoccupati organizzati e delle loro lotte. Una compagna dirigente del SICobas, Mimì Ercolano, è stata arrestata. Il compagno Peppe D'Alesio, tra i massimi esponenti nazionali del SICobas, è stato ferito ed è finito in ospedale.

Il fatto è molto grave. Si tratta dei riflessi annunciati del famigerato Decreto sicurezza. Il governo a guida postfascista incoraggia la repressione poliziesca delle proteste di piazza, tanto più quando le iniziative di lotta rompono le righe del puro dissenso d'opinione per trasformarlo in mobilitazione e organizzazione diretta dei proletari interessati.

Come Partito Comunista dei Lavoratori diamo la piena solidarietà ai compagni colpiti e alla loro organizzazione, e chiediamo l'immediata libertà per Mimì Ercolano.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nostra solidarietà a Potere al Popolo


 Un'infame operazione di infiltrazione poliziesca in diverse città

Dichiariamo la nostra piena solidarietà a Potere al Popolo, oggetto di un'infame operazione di infiltrazione poliziesca in diverse città (Milano, Bologna, Roma, Napoli).

Cinque casi documentati di infiltrazione prolungata – di almeno otto mesi – non sono un episodio tra i tanti. Misurano il salto di livello dell'azione repressiva dello Stato borghese contro gli ambienti d'avanguardia che oggi si oppongono al governo Meloni e alle politiche dominanti. Il fatto che tre interrogazioni parlamentari al riguardo non abbiano ancora ricevuto risposta dimostra l'imbarazzo e l'ipocrisia del governo, e innanzitutto del ministero degli Interni.

La documentazione raccolta sull'infiltrazione poliziesca inchioda il governo alle sue responsabilità. In tutti i cinque casi il percorso preparatorio dell'infiltrazione poliziesca è stato il medesimo. Tutti agenti del 223esimo corso allievi agenti di polizia, tutti trasferiti dopo un periodo di prova alla Direzione centrale della polizia di prevenzione (antiterrorismo), e da qui impiegati nell'azione. È il profilo di un'operazione orchestrata di cui il ministero dell'Interno non può che essere il mandante, e in ogni caso il primo responsabile.

La vicenda colpisce Potere al Popolo, ma non riguarda solo Potere al Popolo. Emerge il vero significato del famigerato decreto sicurezza. Non solo un decreto contro gli spazi di lotta e le forme d'azione della lotta di classe, come di ogni forma di disobbedienza e insubordinazione al potere. Ma anche una misura di potenziamento dell'apparato repressivo dello Stato, della sua libertà d'azione, della sua impunità. La pubblica licenza di legge per l'infiltrazione poliziesca, e persino la copertura legale preventiva per l'azione criminosa degli agenti infiltrati, sono stati votati nero su bianco da tutta la maggioranza di governo, su proposta dell'esecutivo. I successivi progetti annunciati della Lega sullo scudo legale garantito per un agente che spara, o per la cancellazione di fatto del reato di tortura, vanno nella medesima direzione.

Anche lo spionaggio emerso di giornalisti e attivisti democratici, impegnati nella difesa dei migranti (Luca Casarini), attraverso l'uso del software Graphite della società israeliana Paragon, è indicativo del clima. L'autorizzazione offerta ai servizi segreti ad usare gli spyware di Paragon è stata data dal sottosegretariato agli Interni Alfredo Mantovano il 5 settembre 2024, come riporta, senza smentite, il Corriere della Sera (16 giugno 2025). Peraltro, il sistema Paragon della fidata Israele è in dotazione solo al governo. Meloni tace, ma i fatti parlano.

E tuttavia, per dirla tutta, l'azione di spionaggio non è nuova. Fu il primo governo di Giuseppe Conte, quello che oggi fa il pacifista, ad autorizzare i servizi segreti nell'azione di spionaggio di Casarini (settembre 2019). Il suo ministro degli interni era il forcaiolo Salvini. Conte ha ammesso il fatto, salvo precisare che non aveva autorizzato a spiare i giornalisti ma “solo” alcuni attivisti, per controllare la legalità del loro comportamento. Una confessione in piena regola. Che spiega non solo chi è Giuseppe Conte, ma anche cos'è lo Stato borghese nella sua vita ordinaria. Altro che “democrazia”! La Costituzione democratica è solo una foglia di fico, che maschera e copre il potere reale. Oggi un governo a guida postfascista presenta questo potere col suo vero volto, quello degli agenti di polizia. La cosiddetta “sicurezza” pubblica è solo la sicurezza delle classi dominanti e del loro Stato da ogni minaccia reale o presunta al loro reale potere.

Per questa ragione la doverosa solidarietà a Potere al Popolo deve risolversi nella ripresa di una mobilitazione generale unitaria di tutte le organizzazioni del movimento operaio contro il governo Meloni e i nuovi poteri di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Primo maggio, per un'alternativa anticapitalista e socialista

 


1 Maggio 2025

Testo del volantino del PCL per le manifestazioni del Primo maggio

La nuova direzione dell'imperialismo USA punta ad una spartizione del mondo fra grandi potenze (USA, Russia, Cina), offrendo all'imperialismo russo un ruolo negoziale su scala globale. Il suo obiettivo è separare l'imperialismo russo dall'imperialismo cinese per contrastare l'ascesa di quest'ultimo. Gli imperialismi europei vengono scavalcati. Il ridimensionamento della presenza USA in Europa, il riconoscimento alla Russia del diritto ad ampliare la propria area di influenza nel vecchio continente, la rivendicazione di un controllo USA sull'intero continente “americano” (...esteso alla Groenlandia!), l'avvio di una guerra commerciale mirata principalmente contro la Cina sono tutti tasselli del “Fare di nuovo grande l'America”. È il tentativo americano di rimontare la propria crisi di egemonia.

Non sappiamo se la manovra di Trump avrà successo. Ma già ora osserviamo le sue ricadute sulla classe operaia e sui popoli oppressi.

Ogni imperialismo cerca di arruolare i salariati sotto la propria bandiera. Gli imperialismi europei - sgomitando tra loro- avviano una grande operazione di “riarmo” per prenotare un posto a tavola nella spartizione mondiale, a carico di sanità, istruzione, diritti sociali. Il protezionismo alzerà i prezzi ovunque a spese dei salari, mentre le delocalizzazioni in direzione degli USA colpiranno i posti di lavoro in Europa. Intanto negli USA decine di migliaia di salariati vengono licenziati dalla pubblica amministrazione, per ridurre le tasse sui capitalisti. Mentre le spese globali in armamenti superano i tremila miliardi: ogni imperialismo vuol sedersi al tavolo con la pistola in fondina ben carica. In una prospettiva storica è la corsa verso una guerra mondiale. Nessun imperialismo oggi la vuole. Ma tutti in forme diverse rischiano di concorrervi.

I popoli oppressi sono le prime vittime delle manovre imperialiste.
L'Ucraina, invasa tre anni fa dall'imperialismo russo, è oggi minacciata dalla nuova tenaglia russo americana. Tra una Russia che reclama il proprio bottino di annessioni, e gli USA che puntano alle risorse minerarie ucraine: si prepara una pace per procura. Quanto agli imperialismi europei si candidano a protettori militari di una futura pace imperialista.

La Palestina resta più che mai sotto le bombe dello Stato sionista, col concorso di tutti gli imperialismi. Trump ha dato carta bianca a Netanyahu nel massacro senza fine di Gaza e nel terrore sempre più brutale in Cisgiordania. Gli imperialismi europei, Italia inclusa, continuano a sostenere militarmente Israele. Quanto all''imperialismo russo non mette certo a rischio le sue relazioni con Trump per la Palestina, né peraltro ha mai rotto il proprio rapporto con Israele. Il progetto annessionista della Grande Israele si avvale di tutte queste complicità.

L'attuale scenario mondiale riassume il bilancio di trent'anni. Le classi dirigenti liberali che dopo il crollo del muro di Berlino avevano annunciato un futuro di pace e prosperità sono di fronte al proprio fallimento. La sinistra riformista internazionale, subordinandosi ciclicamente ai governi liberali ha concimato il terreno della propria disfatta. Le tendenze reazionarie capitalizzano la crisi congiunta di liberalismo borghese e riformismo, sia in America che in larga parte d’Europa.

In Italia i tre anni di governo Meloni riassumono, in forma particolare, lo scenario mondiale. Il suicidio della sinistra cosiddetta “radicale” tra le braccia di Prodi, alla vigilia della grande crisi capitalistica del 2008, ha spianato la strada all'onda lunga del populismo reazionario tra le stesse fila dei salariati. La subordinazione delle direzioni sindacali ai governi borghesi dell'ultimo decennio (Monti, Renzi, Gentiloni, Conte, Draghi) ha fatto il resto. Il risultato è che il 58% dei salariati in Italia si astiene dal voto, mentre il 39% dei salariati che votano sostengono Fratelli d'Italia. Un disastro. Ciò che oggi incoraggia il governo Meloni nella stretta repressiva contro lotte e diritti (Decreto 1660), nel perseguimento di una riforma istituzionale reazionaria (premierato e autonomia differenziata), nell'attacco ai diritti delle donne e di tutti i settori particolarmente oppressi.

Tanto più in questo quadro il PCL sostiene attivamente la campagna per cinque SI referendari alla abrogazione di leggi antioperaie ed antidemocratiche, a difesa del lavoro e dei diritti di cittadinanza. Ma è necessario combinare l'iniziativa referendaria con una svolta radicale sul terreno della lotta di classe. Una svolta che dia a milioni di lavoratori e lavoratrici una piattaforma generale di rivendicazioni unificanti in cui riconoscersi e una ritrovata fiducia nella propria forza. Per un aumento generale dei salari di almeno 400 euro netti, una riduzione dell'orario di lavoro a 30/32 ore pagate 40, la cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, il raddoppio dell'investimento pubblico in Sanità, istruzione, lavoro, finanziato da una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco. Solo una grande vertenza generale attorno a queste rivendicazioni può unificare il mondo del lavoro, ribaltare i rapporti di forza, riaprire dal basso lo scenario politico. In direzione di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici quale unica vera alternativa.

Più in generale non c'è via d'uscita dall'imbarbarimento del mondo fuori da una prospettiva anticapitalista e socialista. Il proletariato mondiale non è mai stato tanto forte nei numeri, con oltre due miliardi di salariati. Ma la sua coscienza ha subito un arretramento storico, per responsabilità delle sue direzioni. Ricostruire una coscienza anticapitalistica nel proletariato internazionale, è l'unica via per rilanciare la sua capacità di egemonia su tutte le lotte di liberazione. Ma per ricostruire la coscienza rivoluzionaria è necessaria l'azione organizzata di una avanguardia, in ogni paese e su scala mondiale. Di un partito rivoluzionario leninista.


NO AL RIARMO IMPERIALISTA E ALL'ECONOMIA DI GUERRA

PER I DIRITTI DI AUTODETERMINAZIONE DI TUTTI I POPOLI OPPRESSI, CONTRO TUTTI GLI IMPERIALISMI VECCHI E NUOVI.

NO AL COLONIALISMO SIONISTA E ALLA SUA BARBARIE.
PER UN SOSTEGNO INCONDIZIONATO ALLA RESISTENZA PALESTINESE.
PER LA CONVERGENZA TRA RESISTENZA PALESTINESE, RESISTENZA KURDA E RIVOLUZIONE ARABA.
PER UNA PALESTINA UNITA DAL FIUME AL MARE, DEMOCRATICA, LAICA, SOCIALISTA, IN UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE

NO ALLA SPARTIZIONE IMPERIALISTA DELL'UCRAINA.
PER IL RITIRO DELLE TRUPPE RUSSE DAI TERRITORI CONQUISTATI CON L'INVASIONE DEL 24 FEBBRAIO 22.
NO AL SACCHEGGIO DELLE RISORSE UCRAINE
PER UNA PACE SENZA ANNESSIONI.
PER L'AUTODETERMINAZIONE DEL DONBASS.

VIA IL GOVERNO DI GIORGIA MELONI, GOVERNO REAZIONARIO DI POLIZIA.
PER UNA SVOLTA DI LOTTA GENERALE CHE UNIFICHI LA CLASSE LAVORATRICE E ATTORNO AD ESSA TUTTI I SETTORI OPPRESSI DELLA SOCIETA'
PER UN GOVERNO DEI LAVORATORI E DELLE LAVORATRICI, UNICA VERA ALTERNATIVA.

SOCIALISMO O BARBARIE.

PER UNA INTERNAZIONALE RIVOLUZIONARIA DEL PROLETARIATO:
PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI!




(volantino allegato in fondo alla pagina)

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la repressione, per la lotta di classe

 


Le provocazioni poliziesche contro i manifestanti per la Palestina

13 Aprile 2025

Il 12 aprile si è tenuta a Milano una manifestazione nazionale contro il genocidio in Palestina e contro la guerra. Il corteo, sin da subito, si è dimostrato estremamente partecipato e completamente pacifico.

In questo clima, si è verificata un’ingiustificata carica da parte della polizia nei pressi di Piazza Baiamonti. Una carica a freddo, una pura dimostrazione di forza, mascherata dalla necessità di “fermare dei vandali”. In realtà, i compagni e le compagne fermati sono stati scelti casualmente, indicati nella folla senza alcuna reale motivazione, e portati in questura. Il vero obiettivo era chiaro: intimidire il corteo e ostentare la forza dello Stato.

Non è un caso che la polizia si sia permessa un uso tanto indiscriminato della violenza. È il primo segnale della trasformazione dell’Italia in uno Stato di polizia, portata avanti dal governo Meloni. Né è un caso che tutto ciò sia accaduto poco dopo l’entrata in vigore dei nuovi decreti sicurezza, imposti attraverso l’antidemocratico strumento del decreto legge.

Il governo ha voluto testare la propria forza contro i manifestanti, convinto di spezzare facilmente la resistenza. E invece ha trovato una piazza coesa, determinata, che ha resistito fino all’ultimo, senza paura, respingendo le manovre violente del nemico di classe e portando il corteo fino all’Arco della Pace.

Come Partito Comunista dei Lavoratori condanniamo apertamente le manovre repressive del governo. Esprimiamo la nostra completa solidarietà ai compagni e alle compagne denunciati, e dichiariamo che continueremo a lottare, nonostante la repressione e la violenza dei padroni.

Ai manganelli si risponde con il partito. Alla violenza dello Stato si risponde con la lotta di classe. Ai padroni si risponde con la rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Un governo di polizia

 


La necessaria mobilitazione contro una legge infame

20 Settembre 2024

Il Disegno di legge 1660, detto decreto “sicurezza”, segna un netto inasprimento del potere repressivo dello Stato borghese. Lo stesso governo a guida postfascista che alleggerisce i reati dei colletti bianchi in fatto di affari e corruzione dichiara guerra ai diritti di lotta di lavoratori, giovani, immigrati, carcerati. È la guerra della società borghese contro i diritti di resistenza degli oppressi.

Il decreto ripristina la sanzione penale e non più amministrativa per il reato di blocco stradale, contro una pratica di lotta del movimento operaio spesso a difesa del posto di lavoro. Dà al questore il potere di disporre l'allontanamento di un cittadino da un'area urbana fino a 48 ore, col prevedibile uso di questo potere prima di manifestazioni e iniziative di lotta. Prevede una pena da due a sette anni per l'occupazione di case, sia per l'occupante che per chi coopera con questo, dando alla polizia il potere di sgombrare immediatamente l'immobile occupato. Aumenta di un terzo le pene previste per resistenza a pubblico ufficiale, comprendendovi la resistenza passiva, e vietando al giudice di considerare qualsivoglia circostanza attenuante. Introduce la nuova aggravante del reato di istigazione a disobbedire alle leggi se viene commesso all'interno di un carcere dai detenuti o attraverso appelli rivolti a persone detenute (con una pena fino a cinque anni). Estende tale normativa ai migranti rinchiusi nei famigerati CPR, confermando se ve n'era bisogno la loro natura carceraria. Abolisce ogni limitazione giudiziaria all'incarcerazione di donne incinte o madri di bimbi di età inferiore ad un anno, con un evidente accanimento contro i rom e il suo sottofondo razzista. Autorizza ufficiali e agenti di polizia a portare armi senza licenza anche fuori servizio, con una manifesta legittimazione diffusa di violenze ed arbitri di Stato...

Al di là delle sue gravissime articolazioni specifiche, questo decreto sicurezza ha un significato politico generale: il governo a guida postfascista si segnala agli ambienti di polizia come loro tutore, presentandosi come il governo che finalmente sta coi poliziotti, non coi manifestanti e i delinquenti.
La concorrenza tra Lega e Fratelli d'Italia nell'intestarsi la rappresentanza della polizia è parte di questa rincorsa reazionaria, mentre la tenuta del blocco sociale della destra dopo due anni di governo Meloni consente a quest'ultimo di fare della stretta poliziesca un ulteriore leva di consenso nel proprio mondo.

Di certo l'effetto di questo decreto, persino al di là del suo dettato formale, è e sarà quello di incoraggiare la gestione muscolare dell'ordine pubblico, liberando gli agenti di polizia da remore residue o inibizioni legali, nelle piazze, negli istituti penitenziari, nei CPR.
Il salto repressivo si concentrerà prevalentemente contro gli ambienti d'avanguardia, ma la sua finalità intimidatoria mira a scoraggiare preventivamente ogni allargamento dell'opposizione sul terreno di massa.
Nel momento in cui si appresta a gestire nuove strette sociali all'insegna dell'austerità, o nuovi sostegni allo Stato d'Israele e alle sue campagne di guerra e di terrore in Palestina e in Libano, il governo vuole disarmare ogni rischio di opposizione reale. Il divieto annunciato della manifestazione per la Palestina del 5 ottobre a Roma è nei fatti la prima traduzione del Decreto. La criminalizzazione della solidarietà con la resistenza palestinese è parte della criminalizzazione di ogni resistenza.

Mobilitarsi contro il decreto sicurezza è allora necessario e urgente. È necessario e urgente sviluppare una campagna di denuncia e controinformazione tra i lavoratori e i giovani che chiarisca le sue finalità e motivi la mobilitazione. Contro la stretta reazionaria va rivendicato il fronte unico più ampio del movimento operaio, al di là del suo bacino d'avanguardia, mettendo tutte le sue organizzazioni di fronte alle loro responsabilità. Altro che salamelecchi alle assemblee di Confindustria alla ricerca di un riconoscimento di ruolo e di apparato. La CGIL ha il dovere di mobilitarsi contro questo decreto, inserendo l'opposizione ai nuovi poteri di polizia in una una più ampia piattaforma generale di lotta. Solo lo sviluppo di un'opposizione sociale di classe e di massa, che incida sui rapporti di forza complessivi tra le classi, può riaprire un varco alla stessa battaglia democratica contro la repressione. È l'unico evento di cui padroni e governo hanno paura.

La mobilitazione del 5 ottobre a fianco della resistenza palestinese sia anche una chiamata generale contro il governo di polizia.

Partito Comunista dei Lavoratori

La polizia di Berlino interrompe il Congresso sulla Palestina. La libertà di parola diventa una farsa

 


Con un'azione che ha pochi precedenti recenti di questo tipo, il governo tedesco è arrivato a disturbare, fino all'impedimento fisico, il Congresso sulla Palestina, una conferenza internazionale con centinaia di attivisti e militanti.

Pubblichiamo il resoconto della conferenza e delle gesta censorie delle autorità scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht, anch'essi oggetto di repressione poliziesca. A loro, e al movimento per la Palestina in Germania, va la nostra solidarietà.



Le restrizioni ai diritti democratici fanno ormai parte del normale stato di "democrazia". La "solidarietà incondizionata" con Israele, dichiarata da Angela Merkel e Olaf Scholz come la ragion d'essere dello stato tedesco, è chiaramente incompatibile con la libertà di espressione.

Libertà di espressione che è stata messa nel mirino, come raramente prima, il 12 aprile a Berlino, una città che può vantare una lunga storia di violenza e arbitrio da parte della polizia.

Ma mentre tale repressione si concentra "normalmente" su manifestazioni, occupazioni, blocchi stradali, oltre che su atti di disobbedienza civile o sulla ribellione di precari, questa volta l'attacco alla libertà di espressione ha avuto come obiettivo una conferenza organizzata democraticamente, il Congresso sulla Palestina.


RAGIONE DI STATO

La solidarietà con Israele è stata dichiarata, anzi esaltata, come interesse primario della Germania, anche se le sue forze armate hanno appena ucciso circa 40.000 persone, e a Gaza oltre un milione di persone sono state cacciate dalle loro case e le loro città ridotte in macerie. Ora centinaia di migliaia di persone sono minacciate dalla fame. Il governo tedesco, l'opposizione borghese e i media, di fatto coalizzati, si aggrappano alla finzione che Israele stia solo esercitando il suo "diritto all'autodifesa", invece di condurre una guerra di aggressione genocida. E non è tutto: la Germania sostiene la guerra non solo politicamente e diplomaticamente, ma anche militarmente. Solo nel 2023, le esportazioni di armi verso Israele sono decuplicate.

Di conseguenza, questa guerra viene portata avanti anche in Germania. Da un lato, ciò ha lo scopo di lavare ideologicamente la colpa dell'imperialismo tedesco per l'Olocausto, mentre dall'altro, lo stato tedesco sta perseguendo i suoi tangibili interessi economici e, soprattutto, geostrategici.

Lo stesso esercizio del diritto alla libertà di parola è quindi diventato un'attività quasi criminale. Per settimane, gli opinionisti "democratici", sia reazionari che liberali, hanno chiesto ai media di vietare il Congresso sulla Palestina. Poiché ciò non era legalmente possibile, per giorni sono state avanzate richieste e minacce, che sono poi state messe in atto dalla polizia il 12 aprile. Il sindaco conservatore di destra di Berlino Karl Wegner ha minacciato per settimane un "intervento rigoroso" al "minimo sospetto" di dichiarazioni illegali. In parole semplici, ciò non significa altro che la minaccia di criminalizzare qualsiasi critica aperta allo Stato di Israele e alle sue basi razziste, qualsiasi solidarietà con la Palestina, qualsiasi posizione antisionista e qualsiasi difesa dei diritti democratici del popolo palestinese, in particolare del suo diritto all'autodeterminazione nazionale.


UNA PROVOCAZIONE

La giornata di apertura del Congresso sulla Palestina ha quindi avuto inizio con vessazioni inverosimili e assurde. Le norme antincendio ed edilizie sono state usate come pretesto per far entrare solo 250 persone in un locale che può ospitarne 600. Fin dall'inizio, quindi, è stato impedito a centinaia di persone di partecipare all'evento. Inoltre, la polizia ha prolungato artificialmente per ore l'intero processo di ammissione dei partecipanti.

Mentre le autorità negavano l'ingresso a centinaia di persone munite di biglietto, la polizia ha fatto entrare di nascosto giornalisti filosionisti e provocatori del quotidiano conservatore Die Welt, che aveva condotto una campagna gravemente diffamatoria contro l'evento e i diritti dei suoi organizzatori. Inoltre, la polizia ha posto come condizione per l'inizio dei lavori la presenza massiccia di agenti (in uniforme e in borghese). La polizia di Berlino ha schierato circa 900 agenti per ottenere questo risultato e portare a termine questa missione politica. Ed è riuscita a farlo.


IL DISCORSO DI HEBH JAMAL

Nonostante tutte queste vessazioni, provocazioni e metodi da stato di polizia (da cui Putin, Erdogan, Netanyahu, Biden, ma anche Meloni e Macron potrebbero ancora imparare qualcosa), il Congresso è iniziato con un discorso commovente, quello di Hebh Jamal, una giornalista palestinese-americana residente in Germania. Nel suo intervento ha esposto le menzogne, ma anche la cooperazione degli oppressori di tutto il mondo, una cooperazione che non è una teoria del complotto, ma rivela gli interessi comuni di tutte le classi dominanti in un ordine imperialista basato sullo sfruttamento e sull'oppressione. Soprattutto, Hebh Jamal ha chiarito che una conferenza che mette in evidenza i crimini della Nakba, l'espulsione e l'oppressione dei palestinesi, e la complicità dell'imperialismo tedesco, è di per sé un atto di resistenza.

La condanna di questa politica, che la conferenza si è impegnata a promuovere, è necessaria e fa parte della rottura del silenzio. È stato un momento di solidarietà che ci spinge ad agire, ad aumentare e a migliorare il coordinamento del nostro movimento.

Questo è esattamente ciò che l'intero establishment politico tedesco vuole evitare a tutti i costi. Questo "fronte unico" comprende i partiti della coalizione di governo, SPD, Verdi e Liberaldemocratici (FDP), e la principale forza di opposizione, i cristiano-democratici e cristiano-sociali della CDU-CSU, oltre all'estrema destra dell'AfD. Ma, vergognosamente, comprende anche parti del partito di sinistr Die Linke.


ECCO COS'È LA "DEMOCRAZIA" IMPERIALISTA

Il videomessaggio di Salman Abu Sitta, autore e ricercatore palestinese, cui lo stato tedesco aveva vietato l'ingresso nel paese a causa del suo coinvolgimento nel movimento di resistenza, è stato fermato dalla polizia dopo pochi minuti dall'inizio e senza alcun motivo apparente. Alla fine, all'avvocato degli organizzatori sono state fornite diverse motivazioni contraddittorie, molto discutibili anche dal punto di vista legale. A un certo punto la polizia ha spiegato che il discorso poteva contenere passaggi che potevano costituire un incitamento all'odio, e che ciò sarebbe stato oggetto di indagine. Sulla base del fatto che non si possono chiedere troppe "ragioni" per l'operato della polizia, è stato poi aggiunto che Salman Abu Sitta è stato bandito dall'attività politica in Germania.

La polizia non ha saputo dire quando e da chi ciò sia stato deciso, né se la riproduzione di un videomessaggio rientrasse nel divieto. Ma chi ha bisogno di motivazioni quando si ha a disposizione il monopolio dell'uso della forza? E per fugare ogni dubbio che il diritto alla libertà di riunione e di parola fosse calpestato, il congresso e tutti gli eventi successivi sono stati vietati e annullati sia il sabato che la domenica seguenti.

La polizia è così riuscita a interrompere e disperdere il Congresso. Ma non ci faranno tacere e non raggiungeranno il loro obiettivo di distruggere il nostro movimento, che sta crescendo e diventando sempre più forte.

Al contrario. Lo scioglimento arbitrario del congresso e l'attacco alla libertà di espressione non solo rivelano il carattere repressivo della polizia. Illustrano anche il carattere antidemocratico della politica del governo tedesco. E mostrano lo stretto legame tra la politica imperialista e la necessità di mantenere il monopolio dell'opinione pubblica. Oltre alla repressione, ci troviamo di fronte anche ad agitazioni e calunnie orchestrate, inclusa una massiccia ondata di razzismo antipalestinese, antimusulmano e antiarabo.

A nostro avviso, il fatto che i media tedeschi abbiano puntato anche i compagni dell'organizzazione ArbeiterInnenmacht [sezione tedesca della League for the Fifth International] e del suo gruppo giovanile REVOLUTION dimostra che abbiamo fatto qualcosa di buono. Tuttavia non vogliamo dimenticare che nelle ultime settimane l'establishment tedesco non ha nemmeno mancato di mostrare il suo lato antisemita, quando ha diffamato pubblicamente gli ebrei antisionisti, in particolare i compagni della Jewish Voice for a Just Peace in the Middle East, e la cassa di risparmio di Berlino ha bloccato il loro conto associativo. Ma non dobbiamo dimenticare che sono soprattutto i nostri compagni palestinesi a essere brutalmente attaccati, le cui associazioni e organizzazioni sono minacciate e criminalizzate, e su cui pende la spada di Damocle dell'espulsione, mentre allo stesso tempo i loro amici e parenti muoiono o vengono buttati fuori dalle loro terre.

Oggi, 12 aprile 2024, i Wegner e i Giffey, gli Scholz e i Baerbock hanno potuto sciogliere il nostro congresso. Hanno i mezzi per farlo. Ma potrebbero non essere troppo sicuri del loro "successo", della loro "vittoria" sui nostri diritti democratici, e di certo non se la godranno troppo a lungo. Anche se sono riusciti a sciogliere il nostro congresso, esso è diventato - come una delle piccole ironie della storia - ancora più noto in tutto il mondo. Soprattutto, la repressione ha sensibilizzato molte più persone sul carattere reazionario e antidemocratico del capitalismo tedesco di quanto avrebbero potuto fare i nostri discorsi, contributi, discussioni e risoluzioni. L'imperialismo tedesco, in particolare, ha trascorso decenni a costruirsi l'immagine di essere relativamente "democratico" e "basato sui valori". Ma ora sta smascherando questa bugia autocelebrativa.

Faremo in modo che gli vada di traverso. Possono vietare un congresso, ma non spezzeranno la nostra resistenza, la nostra volontà di combattere, la nostra determinazione. Perché, a differenza loro, noi lottiamo per una causa giusta, per la libertà e l'autodeterminazione del popolo palestinese, per un mondo senza sfruttamento e oppressione.

Martin Suchanek

ANCORA IL MANGANELLO AL SERVIZIO DEL SIONISMO

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria incondizionata solidarietà alle studentesse e agli studenti che ancora una volta hanno subito la repressione violente delle forze del disordine.

È successo mercoledì davanti al Rettorato del Università di Bologna.

Oggi il PCL si associa alla legittima occupazione dello stesso Rettorato da parte delle giovani e dei giovani palestinesi

Stigmatizza il comportamento becero del rettore che ha impedito alle studentesse di esprimere la propria denuncia della complicità istituzionale, compresa quella dell’Università, del genocidio perpetrato dal regime sionista israeliano nei confronti del popolo palestinese, e contro la missione militare dell’imperialismo italiano nel Mar Rosso.

Ritiene indegno questo personaggio, con il suo comportamento da energumeno, a rappresentare il prestigioso ateneo.

Si è già scatenata a comando la canea politico mediatica filosionista che usa come una clava l’accusa di antisemitismo contro il movimento studentesco che solidarizza con la causa palestinese.

Si tratta di una vomitevole ipocrisia e di autentiche lacrime di coccodrillo.

Rigettiamo con forza questa accusa, e anzi rivoltiamo l’accusa di razzismo nei confronti dei mass media, del mondo politico e istituzionale che favoriscono obbiettivamente l’eccidio di un intero popolo.

A istituzioni criminali come queste e ai loro sgherri non si deve ubbidire. Bisogna solamente programmarne il rovesciamento verso una società socialista, l’unica in grado di tutelare il diritto di chiunque di autodeterminarsi, come individui e come popoli.

Nello stesso momento, la stessa canea con le medesime firme scatena un’ondata di odio razzista islamofobo senza precedenti nei confronti degli insegnanti della scuola di Pioltello rei ei di aver interrotto per un giorno le lezioni in occasione della fine del ramadan, dimostrando così in modo esemplare cosa vuol dire una scuola inclusiva e antirazzista.

Mentre il pericolo di antisemitismo viene sbandierato ipocritamente dalle forze eredi del regime fascista che perseguitò a morte gli ebrei, quelle stesse forze spandono il mefitico veleno del razzismo antislamico.

Avanti con la solidarietà al popolo palestinese e alla sua lotta di liberazione

Incondizionatamente a fianco della Resistenza dei partigiani palestinesi

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele

Per una Palestina, libera laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio-Oriente.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZIONE DI BOLOGNA

Il governo dei manganelli alla prova della Palestina

 


Si allarga il divario tra le politiche filosioniste e il sentimento pubblico

Le cariche poliziesche a Pisa e Firenze contro manifestazioni studentesche pro Palestina hanno scosso ampi settori di opinione pubblica. L'immagine diretta della violenza repressiva ha suscitato una reazione diffusa di sdegno. Il Presidente della Repubblica, che il giorno stesso delle cariche poliziesche aveva censurato come «inaccettabile violenza»... il manichino di stoffa bruciato di Giorgia Meloni, ha cercato di riequilibrare la propria immagine con ventiquattro ore di ritardo parlando del ricorso al manganello come fallimento dello Stato.

La verità è che il governo a guida postfascista ha inaugurato una stagione nuova nel rapporto con la piazza. Un rapporto selettivo, naturalmente, a seconda della base sociale coinvolta. Le manifestazioni dei trattori hanno potuto bloccare ripetutamente le strade con relativa facilità, trattandosi della base sociale del governo, seppur contesa tra Fratelli d'Italia e la Lega. Lì la polizia non si è mossa. Quando la base sociale è diversa, diverso è l'intervento dello Stato. Che si tratti dei rave party, degli ambientalisti, dei picchetti operai, degli studenti, lì scatta ripetutamente il riflesso d'ordine degli apparati di sicurezza.
Non c'è bisogno sempre di una direttiva esplicita di Piantedosi, che forse in qualche caso avrebbe persino desiderato di evitare grane. Si tratta del comportamento indotto oggettivamente dal nuovo quadro politico. Il poliziotto si sente incoraggiato dalla presenza al governo, finalmente, degli “amici della polizia”. Da qui un senso di copertura e legittimazione che libera la facilità del manganello, cui si aggiunge la corsa di Lega e Fratelli d'Italia ad intestarsi, in reciproca concorrenza, il plauso della polizia. «Chi tocca un poliziotto o un carabiniere è un delinquente» afferma Salvini dopo i pestaggi per fare da controcanto a Mattarella. È la politica legge e ordine come marchio identificativo della destra.

E tuttavia nei fatti di Pisa e Firenze non c'è solo questo. C'è anche il riflesso indiretto della pressione sionista e del clima generale cui questa concorre.
L'ambasciata israeliana, come peraltro in altri paesi, sta moltiplicando le pressioni istituzionali per delegittimare le manifestazioni pro Palestina. Siamo (ancora) molto lontani dal livello di Germania e Francia, dove la stessa libertà di manifestazione viene abolita o chiamata in causa. Lo dimostrano le mille manifestazioni pro Palestina che si sono svolte liberamente in questi mesi. E tuttavia cresce una campagna intimidatoria, a partire da scuole e università, tesa a rappresentare ogni espressione di antisionismo come sospetto antisemitismo da censurare ed eventualmente reprimere. Basta vedere cosa è accaduto sul palco di Sanremo con la censura a Ghali, e davanti alle sedi della Rai, con pestaggi polizieschi esibiti e rivendicati. Lo stesso intervento del ministro Valditara contro le occupazioni studentesche ha tratto spunto, guarda caso, da occupazioni intitolate (anche) alla solidarietà verso la Palestina. Così a Pisa si è detto che il manganello era necessario per difendere la sinagoga dai facinorosi «amici di Hamas» (Donzelli). Una specifica circolare del ministero degli Interni, dopo il 7 ottobre segnalava peraltro alle forze di polizia il rischio di obiettivi sensibili da tutelare.

Gli ambienti della borghesia liberale mostrano disappunto verso questa politica repressiva. La loro principale preoccupazione è che possa incendiare gli animi e radicalizzare i giovani. È una preoccupazione dal loro punto di vista assolutamente fondata. E tuttavia si tratta degli stessi ambienti borghesi che sostengono con entusiasmo la politica estera filosionista del governo Meloni, che ospitano sulle proprie pagine apologie incantate di Israele (vedi Corriere della Sera e Repubblica), che appoggiano la missione navale imperialista a guida italiana sul Mar Rosso, che invocano pubblicamente la massima unità nazionale tricolore attorno a questa politica contro ogni possibile defezione. In altri termini, l'opposizione borghese liberale al governo Meloni, e al suo manganello, è la stessa che gli assicura una preziosa cintura di sicurezza. Il cosiddetto Piano Mattei, le nuove ambizioni dell'imperialismo italiano in terra d'Africa, i programmi di riarmo accelerato dell'Italia per mettersi al passo delle nuove sfide mondiali conoscono proprio in quegli ambienti la massima celebrazione. Basti vedere l'orientamento strategico della rivista Limes di Lucio Caracciolo. Il governo e i suoi metodi repressivi si avvantaggiano di questo sostegno.

E tuttavia il fronte borghese ha un problema che si chiama proprio Palestina. Cresce infatti ogni giorno il divario tra l'isteria filosionista della borghesia italiana e il senso comune dell'opinione pubblica, in particolare tra i giovani. L'orrore quotidiano delle politiche genocide nella terra di Gaza, le crudeltà dell'occupazione sionista in Cisgiordania, suscitano un naturale senso di identificazione nella causa palestinese nella maggioranza della società. Le manganellate e le censure contro le manifestazioni pro Palestina contribuiscono a rafforzarlo.
Il movimento operaio deve entrare finalmente sulla scena per prendere la testa di questo sentimento giovanile. Dare a questo sentimento una coscienza politica e una prospettiva programmatica – antisionista, antiimperialista, anticapitalista – è il compito dei marxisti rivoluzionari.

Partito Comunista dei Lavoratori

La polizia di Berlino attacca la manifestazione in memoria di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht


 Pubblichiamo questo resoconto della tradizionale manifestazione annuale di commemorazione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht a Berlino, scritto dai compagni di ArbeiterInnenmacht. Il governo e le autorità tedesche non si sono lasciati sfuggire neanche questa occasione per portare avanti la loro isterica campagna filosionista.



Il 14 gennaio almeno sedici persone sono state ricoverate in ospedale con ossa rotte e altre ferite a seguito di attacchi brutali da parte della polizia con manganelli e spray al peperoncino, secondo quanto riportato dalle squadre di soccorso medico presenti alla manifestazione. Un uomo di 65 anni è stato colpito in modo particolarmente duro, ed è stato lasciato a terra privo di sensi, sanguinante dalla bocca e dal naso.

Il motivo – o più precisamente il pretesto – per il dispiegamento di diverse centinaia di agenti di polizia è stato la solidarietà con la Palestina espressa della manifestazione. Secondo i rapporti della polizia, un oratore e un partecipante avrebbero gridato lo slogan vietato "Dal fiume al mare, la Palestina sarà libera". Di conseguenza, diverse persone sono state arrestate.

Nel momento in cui i manifestanti in testa nel corteo e interi isolati sono tornati indietro per mostrare solidarietà, la polizia si è davvero scatenata. Sicuramente i vertici della polizia, le cui forze non sono nuovo a questo genere di attacchi provocatori, si giustificheranno dicendo che anche in questo caso il loro operato è stata "proporzionato" e che i poliziotti sono in realtà le vittime e non gli autori della violenza.

Naturalmente, il Parlamento sarà anche disposto a discutere della provocazione, dell'attacco al diritto di manifestare, ma con un esito prevedibile: la colpa è dei manifestanti. In fondo, la solidarietà con la Palestina, sempre attaccata pubblicamente, è stata criminalizzata da governi e amministratori per mesi. Anche per la "società civile", cioè per l'opinione pubblica borghese, ce n'è abbastanza. Così la polizia sta facendo rispettare l'ordine di marcia, e ovviamente non solo nella manifestazione del 14 gennaio.

Mentre la solidarietà antimperialista viene criminalizzata e colpita, decine di migliaia di persone sono preoccupate per lo stato della democrazia tedesca dopo le ultime rivelazioni sui piani di deportazione razzista dei rappresentanti dell'AfD, del Movimento Identitario e della WerteUnion in una riunione "privata" a Potsdam. Non c'è dubbio che la preoccupazione e la paura per l'istituzione di un regime di deportazione ed espulsione razzista di massa siano giustificate. L'AfD e vari gruppi fascisti costituiscono la punta di diamante di una politica che incoraggia le continue richieste di politiche migratorie e dei rifugiati sempre più rigide e la prevista abolizione de facto del diritto di asilo da parte dell'UE. Lo spostamento a destra è alimentato anche dalla denigrazione della solidarietà palestinese, dei palestinesi, degli arabi e dei musulmani, definiti antidemocratici e antisemiti, nonché dal parallelismo tra antisemitismo e antirazzismo. Chi non combatte il razzismo antimusulmano in costante aumento e la criminalizzazione e diffamazione della solidarietà palestinese, alla fine non sarà in grado di fermare lo spostamento a destra.

La manifestazione in ricordo di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht è stata assolutamente pacifica. Non si è lasciata intimidire, ma i suoi partecipanti si sono opposti alla violenza della polizia.

Martin Suchanek