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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Massacro sionista, ipocrisia europea, squallore italiano

 


Facciamo di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

29 Maggio 2025

L'orrore si aggiunge all'orrore. Lo spettacolo quotidiano della barbarie sionista a Gaza (e Cisgiordania) è una provocazione inaccettabile per qualunque persona dotata di un senso elementare di umanità. Ai 60000 palestinesi assassinati dai bombardamenti si aggiungono le morti per fame e malattie, la distruzione continua e pianificata delle abitazioni, la disperazione di un vagabondaggio senza meta di una massa enorme di uomini e donne privati di tutto, costretti a rincorrere sotto le bombe una improbabile razione di cibo gestita cinicamente dalle stesse forze di occupazione. L'indignazione per questo scenario di morte contro lo stato terrorista di Israele attraversa larga parte dell'opinione pubblica mondiale. È un salto dell'emozione collettiva.

Ora governi europei si pongono il problema di contenere e gestire questa indignazione dilagante. Per questo, dopo due anni, iniziano a balbettare, più o meno sottovoce, parole di riprovazione verso Netanyahu, e persino a ipotizzare una revisione degli accordi tra Unione Europea ed Israele. Ipocrisia pura. Gli accordi tra UE e Israele sono solo una confezione diplomatica che copre i ben più lucrosi accordi bilaterali tra stati, e per di più, anche solo per rivedere quella confezione diplomatica, sarebbe necessaria la impossibile unanimità dei governi UE.

La verità è che le diplomazie imperialiste cercano di dirottare l'indignazione su un binario morto, per mascherare la copertura economica e militare che ogni stato imperialista continua ad assicurare al sionismo. Quella copertura che per due anni ha consentito a Israele di scaricare 100000 tonnellate di bombe su due milioni di persone. Quella copertura che per due anni ha sostenuto «il diritto dello stato di Israele a difendersi dal terrorismo», cioè a scatenare il proprio terrore coloniale contro il popolo di Palestina e il suo diritto a resistere al colonialismo. Quella copertura che per due anni ha perseguito come antisemitismo la semplice denuncia del colonialismo (a beneficio oltretutto dell'antisemitismo autentico).
Quanto a Trump, ha come unica preoccupazione il fatto che la guerra di Netanyahu, oltre una certa soglia, possa rovinare gli affari americani in Arabia Saudita e dintorni. La persecuzione degli attivisti pro Palestina nelle università americane parla da sola. Come i piani trumpiani di deportazione dei palestinesi. Come la continuità degli armamenti USA ad Israele.

In questo mare di ipocrisia rivoltante, il governo italiano riesce ugualmente a distinguersi in fatto di complicità col sionismo. Ieri in Parlamento il governo Meloni ha difeso a spada tratta il famigerato memorandum ratificato nel 2005 sulla cooperazione militare tra Italia e Israele.
«Il rinnovo del memorandum tra il governo della Repubblica italiana e il governo dello stato di Israele sulla difesa e cooperazione militare è, come segnalato dal ministro della difesa, previsto per l'aprile del 2026. Per far prevalere le ragioni della diplomazia è necessario costruire canali di comunicazione, non reciderli» (Luca Ciriani, Ministro dei rapporti col Parlamento).
Chiaro, no? Per sussurrare innocue preoccupazioni alle orecchie di uno stato terrorista è «necessario» continuare ad armarlo. Anche nel momento in cui quel terrore è sempre più indigeribile agli occhi del mondo. Vergogna!

La contiguità di tutta la destra tricolore con gli ambienti sionisti coinvolge anche settori significativi della cosiddetta opposizione liberale, da Italia Viva ad Azione a numerose personalità del PD. Del resto, la cooperazione con lo stato di Israele non è stata forse salvaguardata e coltivata da tutti i governi di centrosinistra, nessuno escluso (Prodi 1996-1998, D'Alema 1999-2000, Amato 2000-2001, nuovamente Prodi 2006-2008)? Lo stesso vale naturalmente per i governi Conte, che oggi fa il “pacifista”, e per il governo Draghi.

Contro l'ipocrisia di ieri e di oggi di tutti i governi e stati imperialisti, contro la vergogna dell'imperialismo italiano e il governo Meloni, è necessario passare dalle parole ai fatti.
È necessaria la più ampia mobilitazione di massa contro il massacro in corso, ben al di là di iniziative di testimonianza.
Ogni rapporto con Israele va troncato. Sia esso un rapporto diplomatico, commerciale, militare.

Ènecessario che il movimento operaio italiano e tutte le sue organizzazioni, grandi e piccole, promuovano unitariamente l'embargo contro Israele. I portuali del Marocco nelle ultime settimane, sfidando il proprio governo, hanno attivato il blocco di ogni commercio con lo stato sionista, paralizzando i traffici con Tel Aviv. È un esempio da riprendere e generalizzare.

Va boicottato ogni gruppo industrial-militare italiano coinvolto nella collaborazione con Israele, come il gruppo Leonardo.
Va rilanciato il movimento antisionista nelle università.

Occorre fare di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

Per il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese
Per il sostegno alla resistenza palestinese contro lo stato coloniale di Israele
Per una Palestina unita e libera, dal fiume al mare
Per una Palestina laica e socialista


Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, porterà queste parole d'ordine nella manifestazione nazionale del 21 giugno a Roma.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per lo sviluppo del movimento studentesco pro Palestina

 


Sostenere la protesta! Contrastare repressione e intimidazione! Allargare la base di massa del movimento!

La guerra di annientamento condotta da Israele contro il popolo palestinese di Gaza suscita una reazione di rigetto tra moltissime studentesse e studenti. Troppo grande è lo scarto che ognuno avverte tra le immagini di morte, distruzione, umiliazione che si abbatte ogni giorno su una popolazione affamata, e la rappresentazione ufficiale della guerra come “diritto di difesa” di Israele. Troppo grande il contrasto tra la recita ipocrita delle preoccupazioni umanitarie per i palestinesi e la continuità dei rifornimenti militari allo Stato oppressore da parte delle cosiddette “democrazie”, a partire dagli USA. Una complicità di cui è partecipe lo Stato italiano e il suo governo.

La repulsione di tutto questo si è espressa nella protesta che attraversa le università attorno alla richiesta della cancellazione degli accordi tra Italia e Stato israeliano, e delle conseguenti collaborazioni accademiche a sfondo tecnologico-militare. Una protesta che in queste settimane si sta allargando sul piano internazionale, a partire dalle lotte nei campus degli USA. Si tratta di una protesta importante e di una rivendicazione giusta. L’industria militare italiana, a partire dal gruppo Leonardo, non solo vende armi a Israele ma finanzia ove può la ricerca scientifica indirizzandola a scopi militari. “Le università non entrano in guerra, non si schierano né da una parte né dall’altra” ha dichiarato la ministra Bernini. La verità invece è che vengono spesso coinvolte dagli interessi economici e militari dell’industria bellica. Gli stessi che i governi italiani tutelano.

Contro la protesta studentesca si è levato un coro di (finta) indignazione non solo da parte del governo Meloni, ma anche di tanta parte dell’“opposizione” liberale e della sua stampa di riferimento. Chi denunciando l’“antisemitismo”, chi addirittura evocando lo spettro del “terrorismo”. Ipocrisia pura. Il vero aiuto all’“antisemitismo” lo dà chi identifica il popolo ebraico con lo Stato sionista, la grande storia dell’ebraismo con la storia di una impresa coloniale. Quanto al “terrorismo” è il termine che descrive esattamente la pratica dei bombardamenti, dei rastrellamenti, della tortura, da parte dello Stato di Israele: una pratica che certo non inizia il 7 ottobre, ma ha accompagnato la storia secolare dell’occupazione sionista della Palestina.

Si sta cercando dunque di costruire una barriera di recinzione attorno alla protesta studentesca col metodo dell’intimidazione preventiva. Là dove non sono bastati i manganelli della polizia, come a Pisa, Firenze, Roma, si cerca di delegittimare le ragioni delle studentesse e degli studenti, attraverso una operazione volgare di demonizzazione. L’ambasciata di Israele, e la sua azione di lobby, è parte attiva di questo clima.

Si può e si deve reagire a tale operazione lavorando ad estendere la protesta studentesca, ad allargare la sua base di massa. Sinora l’azione di protesta è stata condotta da una avanguardia combattiva, preziosissima ma ancora limitata. Le sue ragioni trovano corrispondenza col sentimento filopalestinese della maggioranza dei giovani e della stessa opinione pubblica, ed è un fatto importantissimo. Ma la massa degli studenti, a parte alcune eccezioni, non è stata ancora coinvolta. Questo limite va superato.

In ogni università crediamo vadano promosse assemblee di facoltà e di interfacoltà, cercando di coinvolgere le studentesse e gli studenti in prima persona. La simpatia sinora prevalentemente passiva va trasformata in partecipazione attiva. Le assemblee studentesche possono e debbono diventare il luogo di confronto, di approfondimento, di definizione della stessa piattaforma di lotta del movimento. Ed anche di designazione, ove possibile, delle delegazioni studentesche che vanno a incontrarsi o scontrarsi coi senati accademici.

Pensiamo che i diversi soggetti organizzati oggi operanti nell’avanguardia studentesca (collettivi e associazioni) dovrebbero unire le proprie forze nel promuovere questo vero e proprio salto del movimento studentesco, in direzione dell’allargamento della sua base di massa. È ciò di cui hanno paura le classi dirigenti. La paura, non a caso più volte evocata, di “un nuovo ‘68”. La paura, insomma, che la mobilitazione pro-Palestina possa diventare quello che fu mezzo secolo fa la mobilitazione per il Vietnam. Un fattore di politicizzazione di centinaia di migliaia di giovani, e di maturazione di una pulsione anticapitalista e antimperialista più generale.

Siamo ancora molto lontani da questo. Ma crediamo si debba lavorare a questa prospettiva. La questione non è sapere se questo o quell’altro soggetto studentesco (Cambiare Rotta-PaP, FGC, o altri) farà (legittimamente) nuovi proseliti per la propria organizzazione. La questione è se si svilupperà un movimento studentesco di massa, con sue forme unitarie di autorganizzazione democratica, e una sua strutturazione unitaria nazionale. Un movimento di massa nel quale ogni organizzazione potrà sostenere il proprio punto di vista e le proprie proposte.

Per quanto ci riguarda lavoreremo in questa logica: una logica unitaria e di massa. E al tempo stesso, proprio perché interessati allo sviluppo del movimento, crediamo sia giusto presentare apertamente le nostre posizioni, le posizioni del marxismo rivoluzionario.

Lottare per estendere al massimo la mobilitazione al fianco del popolo palestinese significa avere chiaro che la liberazione della Palestina implica necessariamente la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista unita ad una prospettiva di estensione della rivoluzione proletaria a tutto il Medio Oriente. Solo una Palestina libera dal sionismo, una Palestina laica, una Palestina socialista, può realizzare l’autodeterminazione del popolo palestinese, a cominciare dal diritto al ritorno di milioni di palestinesi cacciati dalla propria terra fin dal 1948. Solo questa Palestina, riconoscendo i diritti nazionali della minoranza ebraica, può consentire la pacifica convivenza di arabi ed ebrei. In prospettiva storica, solo una rivoluzione socialista può liberare l’umanità e tutti i popoli oppressi dalla piaga del capitalismo e dell’imperialismo, e quindi da ogni forma di colonialismo e di guerra. Il sostegno ai palestinesi e alla loro resistenza può e deve connettersi a questa prospettiva storica di liberazione.

• Allargare la base di massa del movimento studentesco pro Palestina
• Per l’autorganizzazione democratica del movimento e una sua strutturazione nazionale
• Estendere ed unificare la mobilitazione al fianco della resistenza del popolo palestinese
• No alla repressione dello Stato: costruire strutture unitarie di autodifesa
• Per la fine dell’assedio e del massacro di Gaza, no all’invasione di Rafah
• Per la liberazione della Palestina e la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele
• Per una Palestina libera, laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio Oriente

Partito Comunista dei Lavoratori

A sostegno della protesta pro Palestina nelle università

 


Giù le mani dagli studenti! Palestina libera!

Si diffonde la protesta nelle università italiane. Una protesta che unisce migliaia di studenti, docenti, ricercatori, contro la barbarie che si sta consumando a Gaza, dove giorno dopo giorno, in un crescendo di orrore e brutalità senza fine, uomini, donne, bambini vengono privati di cibo, casa, cure, e sono oggetto di una guerra di annientamento; mentre nella vicina Cisgiordania non si contano i rastrellamenti omicidi dell'esercito israeliano contro le forze della resistenza, uniti alla violenza squadrista dei coloni che sequestrano terre, distruggono case, promuovono il terrore contro i palestinesi residenti.

Di fronte a tutto questo, migliaia di studenti in tante università italiane hanno detto semplicemente “basta!”. Lo hanno detto in forme diverse: o contestando la partecipazione a conferenze universitarie di dichiarati esponenti della campagna sionista pro Israele, o interrompendo lezioni ordinarie per leggere e diffondere comunicati di denuncia, o facendo pacifica irruzione nei rispettivi senati accademici per prendere parola e avanzare richieste.
La richiesta comune è la fine della collaborazione delle università italiane con le università israeliane nel campo della ricerca scientifica, tecnologica, militare. Una richiesta sottoscritta da migliaia di docenti ed esponenti della cultura. Una richiesta che sosteniamo.

Contro la protesta studentesca si è prontamente levato il governo a guida postfascista. Giorgia Meloni si è detta preoccupata. Il suo cognato-ministro Lollobrigida ha denunciato il pericolo di un ritorno del terrorismo (!). La peggiore stampa reazionaria ha evocato l'intervento di polizia e carabinieri per "riportare l'ordine” nelle università. La ministra per l'Università Bernini, più cautamente, ha riunito i rettori in conclave per affidarsi alle loro autonome decisioni, inclusa quella di chiamare eventualmente la polizia. Su tutto primeggia l'appello solenne alla “democrazia”, alla “tolleranza”, al “rispetto delle opinioni”, assieme alla rituale denuncia dell'”antisemitismo risorgente”. Una denuncia che... in bocca agli eredi postfascisti dell'Olocausto fa una certa impressione.

La verità è che l'antisemitismo non c'entra nulla, come non c'entra nulla Giorgia Meloni con la democrazia. C'entra invece il sionismo, l'ideologia nazionalista reazionaria che supporta lo Stato d'Israele quale Stato coloniale, costruito sulla cacciata dei Palestinesi dalla loro terra. Un'ideologia che, identificandosi abusivamente con l'ebraismo, non solo ignora e calpesta la migliore tradizione storica di quest'ultimo, ma perciò stesso lo espone in tutto il mondo al rischio dei peggiori rigurgiti antisemiti.
Quando migliaia di studenti chiedono la fine della collaborazione con le università israeliane non chiamano affatto in causa gli ebrei. Chiamano in causa una forma di complicità e di sostegno allo Stato sionista, alla sua ricerca tecnologico-militare, alla sua azione di sequestro della terra, dell'acqua, del cibo, dei palestinesi. Complicità e sostegno che l'Italia continua ad assicurare ad Israele.

“Intolleranza”? Lo scandalo sta semmai nella tolleranza dell'azione genocida, da ormai cinque mesi, da parte della cosiddetta comunità internazionale. Quella che mentre piange lacrime ipocrite per l'”eccesso” di vittime civili a Gaza, continua ad armare lo Stato sionista, ripiana i suoi bilanci, gli mette a disposizione il fior fiore della ricerca. Migliaia di studenti non sono più disposti a tollerare tutto questo, né la negazione di tutto questo.

Di più. Migliaia di studenti oggi si chiedono: come è possibile che l'opinione pubblica mondiale sia a favore del popolo palestinese e invece le principali autorità del mondo difendono lo Stato d'Israele e la sua politica genocida, al punto persino da proibire o minacciare o manganellare le manifestazioni pro Palestina? Dove sta la democrazia, le sue promesse, la sua retorica, se i fatti la sbugiardano ogni giorno? Gaza diventa allora uno squarcio di verità sull'intero scenario del mondo.

E la verità è che la decantata “democrazia” è solo una finzione nella società borghese. Il potere reale si concentra nelle mani di una minoranza privilegiata di grandi azionisti, grandi manager, grandi capitalisti, e degli apparati statali al loro servizio. Il famoso diritto internazionale da tutti evocato è solo il diritto della forza degli Stati imperialisti, vecchi e nuovi, che lottano tra loro per la spartizione del mondo sulla pelle dei popoli oppressi e della maggioranza dell'umanità.

Il colonialismo è inseparabile dall'imperialismo. Il colonialismo sionista non a caso si è appoggiato prima all'imperialismo britannico e poi all'imperialismo americano, che oggi ne costituisce lo scudo assieme agli imperialismi europei. Quanto all'imperialismo russo, sta approfittando della guerra in corso in Palestina per proseguire la propria guerra d'invasione in Ucraina, mentre l'imperialismo cinese si allarga in Africa, in America Latina, e sul Pacifico.
Intanto la corsa gigantesca agli armamenti attraversa tutti i continenti e minaccia in prospettiva una nuova grande guerra.
Così va oggi il mondo. Né potrebbe andare diversamente, nel quadro del capitalismo.

Solo una rivoluzione socialista può liberare l'umanità e tutti i popoli oppressi dalla piaga del capitalismo e dell'imperialismo, e quindi da ogni forma di colonialismo e di guerra. Il sostegno ai palestinesi e alla loro resistenza può e deve connettersi a questa prospettiva storica di liberazione.

A maggior ragione oggi diciamo: giù le mani dagli studenti! Palestina libera!

Partito Comunista dei Lavoratori


ANCORA IL MANGANELLO AL SERVIZIO DEL SIONISMO

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria incondizionata solidarietà alle studentesse e agli studenti che ancora una volta hanno subito la repressione violente delle forze del disordine.

È successo mercoledì davanti al Rettorato del Università di Bologna.

Oggi il PCL si associa alla legittima occupazione dello stesso Rettorato da parte delle giovani e dei giovani palestinesi

Stigmatizza il comportamento becero del rettore che ha impedito alle studentesse di esprimere la propria denuncia della complicità istituzionale, compresa quella dell’Università, del genocidio perpetrato dal regime sionista israeliano nei confronti del popolo palestinese, e contro la missione militare dell’imperialismo italiano nel Mar Rosso.

Ritiene indegno questo personaggio, con il suo comportamento da energumeno, a rappresentare il prestigioso ateneo.

Si è già scatenata a comando la canea politico mediatica filosionista che usa come una clava l’accusa di antisemitismo contro il movimento studentesco che solidarizza con la causa palestinese.

Si tratta di una vomitevole ipocrisia e di autentiche lacrime di coccodrillo.

Rigettiamo con forza questa accusa, e anzi rivoltiamo l’accusa di razzismo nei confronti dei mass media, del mondo politico e istituzionale che favoriscono obbiettivamente l’eccidio di un intero popolo.

A istituzioni criminali come queste e ai loro sgherri non si deve ubbidire. Bisogna solamente programmarne il rovesciamento verso una società socialista, l’unica in grado di tutelare il diritto di chiunque di autodeterminarsi, come individui e come popoli.

Nello stesso momento, la stessa canea con le medesime firme scatena un’ondata di odio razzista islamofobo senza precedenti nei confronti degli insegnanti della scuola di Pioltello rei ei di aver interrotto per un giorno le lezioni in occasione della fine del ramadan, dimostrando così in modo esemplare cosa vuol dire una scuola inclusiva e antirazzista.

Mentre il pericolo di antisemitismo viene sbandierato ipocritamente dalle forze eredi del regime fascista che perseguitò a morte gli ebrei, quelle stesse forze spandono il mefitico veleno del razzismo antislamico.

Avanti con la solidarietà al popolo palestinese e alla sua lotta di liberazione

Incondizionatamente a fianco della Resistenza dei partigiani palestinesi

Per la distruzione rivoluzionaria dello Stato di Israele

Per una Palestina, libera laica e socialista nell’ambito di una Federazione socialista del Medio-Oriente.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZIONE DI BOLOGNA

Francia: libertà per Roga e Victor!

Rischiano il carcere per aver partecipato a un’assemblea

2 Ottobre 2019
Condividiamo e rilanciamo questo appello
Il 17 ottobre 2018 Victor, militante sindacale, e Roga, militante associativo all’università di Nanterre, sono stati condannati rispettivamente a 4 mesi di detenzione con la condizionale e a 6 mesi di detenzione a seguito di una semplice denuncia delle forze dell’ordine, nonostante il loro fascicolo sia vuoto! Questa condanna arriva a seguito dell’intervento violento della polizia, il 9 aprile 2018, contro un’assemblea universitaria che si svolgeva all’università di Nanterre.

Nella primavera 2018 le università hanno conosciuto un grande movimento di sciopero contro la legge ORE, che attivava Parcoursup e la selezione all’entrata dell’università. Di fronte a questa grande mobilitazione, i rettori hanno fatto la scelta della repressione. Successivamente, dopo aver chiuso le facoltà dove c’erano stati picchetti e occupazioni, hanno fatto intervenire la polizia.

È in questo contesto che, il 9 aprile 2018, la celere è intervenuta a Nanterre per allontanare i partecipanti a questa assemblea, accusati di «intrusione». Questi ultimi sono stati colpiti, bloccati e gettati a terra. Molti sono stati feriti, fra cui uno gravemente.

È quindi a seguito di questo intervento della celere che Victor e Roga sono stati condannati in primo grado, e rischiano il carcere.

La repressione colpisce particolarmente l’ambiente militante di Nanterre. Lo scorso maggio Jean-François Balaudé, rettore dell’università, aveva convocato Victor e Mickaël, sempre un militante di Nanterre, in commissione disciplinare allo scopo di espellerli a causa della loro partecipazione allo sciopero studentesco contro l’aumento delle tasse di iscrizione di dicembre scorso. La mobilitazione lo ha poi impedito, ottenendo che restassero, senza alcuna sanzione.

Così, il 10 ottobre noi non possiamo accettare che due militanti si ritrovino in carcere per il fatto di essere andati a un’assemblea. Ciò costituirebbe un preoccupante avvertimento rivolto all’intero movimento sociale: adesso si dovrebbe temere la repressione non solamente quando si manifesta, ma anche quando ci si riunisce in assemblea!

Queste condanne sono una delle molteplici espressioni della violenza repressiva del governo Macron. Lo dimostrano la violenza che si abbatte sul movimento dei Gilets gialli e le numerose rappresaglie nei confronti dei militanti! La brutalità della polizia colpisce ciecamente, come nel caso di Steve, morto annegato successivamente ad una carica dei CRS durante la festa della musica.

Contro la deriva autoritaria del governo, contro la criminalizzazione del movimento sociale, perché noi non accettiamo di vedere il futuro di due militanti messo in discussione perché si sono mobilitati per difendere i loro diritti, chiamiamo ad una grande mobilitazione il 10 ottobre, giorno del processo in appello di Victor e Roga.

Per l’assoluzione di Roga e Victor, per il ritiro delle accuse e per l’assoluzione di tutti gli accusati del movimento sociale, invitiamo a partecipare numerosi e numerose al presidio il 10 ottobre davanti alla corte d’appello di Versailles alle ore 12:30.

#RelaxePourRogaEtVictor

Monta l'ondata di protesta studentesca in Francia



Non au Plan étudiants!

#22M contro la Loi Vidal, la selezione all'entrata nell'università e la riforma dell'insegnamento superiore

Anche in Francia il governo Macron, nel procedere all'offensiva liberista in linea con il resto d'Europa (liberalizzazione del mercato del lavoro, distruzione dei servizi pubblici), si presta a sferrare l'ennesimo attacco: colpire l'università e la scuola pubblica.
Come in Italia da tempo gli studenti devono sottostare alle logiche selettive dovute al taglio di fondi e a scelte di politica economica atte a soddisfare il fabbisogno padronale, tramite l'introduzione del numero chiuso e test su scala nazionale i cui criteri non vantano certo una trasparenza perfetta, anche in Francia lo specchietto delle allodole del merito si impone prepotentemente nel sistema educativo, accentuandone la struttura già saldamente classista.
In questa fase dell'economia capitalista, non importa tanto la versatilità della forza-lavoro intellettuale e qualificata nel passare da un settore economico all'altro, quanto l'aumento della fetta di forza-lavoro precaria e marginale, da tenere sotto ricatto. L'intento del padronato nel gestire il sistema educativo non è più tanto il permettere alla classe operaia di qualificarsi in ragione dell'inserimento sul mercato di nuovi settori, quanto di escluderla in quanto l'esigenza del mercato attuale è appunto mutata.

È questo che anima anche la riforma dell'istruzione francese.
In precedenza gli studenti, una volta ottenuto il diploma di scuola superiore, dovevano passare per un programma nazionale on-line (APB, Admission post-bac Ammissione post-diploma) per fare domanda in una qualsiasi università.
A partire dal gennaio 2018 è stato presentata una proposta di legge ''per l'Orientamento e la Riuscita degli Studenti'', la Loi ORE (Loi Vidal, dal nome della Ministra del governo Macron). Per quanto riguarda i licei, il quadro per l'ammissione all'università cambia. Una nuova piattaforma on line nazionale sostituisce l'APB, ovvero il ParcourSup: infatti le facoltà finora non selettive, secondo questa legge potranno classificare i candidati in funzione dell'adeguamento tra il loro profilo e le competenze da queste fissate, alle quali gli studenti dovranno rispondere per esservi ammessi. Ovvero ciascuna università, ciascuna facoltà, fissa i prerequisiti necessari per gli studenti, già diplomati, per potersi iscrivere. Chiaramente queste ultime saranno libere di decidere a monte il numero di posti disponibili a seconda del ''tasso di riuscita e di inserimento professionale''. Di conseguenza, come in Italia la Buona Scuola ha inserito la novità del curriculum dello studente, in Francia introducono questa schedatura per metterla subito in pratica: impedire il libero accesso all'istruzione alle fasce deboli e asservire totalmente l'istruzione alle logiche del mercato.
Infatti l'esame dei dossier dei candidati servirà in primo luogo ad operare una selezione preferenziale nel caso in cui il numero delle candidature sia superiore a quello dei posti disponibili. Nella migliore delle ipotesi spostando arbitrariamente in altre università da lui non scelte il candidato, tramite metodo del sorteggio 'tirage au sort', oppure inserendo lo studente richiedente in graduatoria di attesa potenziata, ovvero inserendolo in un limbo con la promessa di essere, prima o poi, riorientato in qualche università. Fino ad ora, solo con il meccanismo del sorteggio e il reinserimento, le facoltà erano obbligate ad accogliere un numero fisso di studenti idonei e successivamente ricollocati, oltre che i neodiplomati, e già in questo modo si pone, all'inizio di ogni anno, il problema dei "sans facs", ovvero una quantità di studenti rimasti fuori dalle università, in attesa, e quindi vittime di una burocrazia ostacolante (nel luglio 2017 erano circa 90.000 senza risposta). Per questo normalmente le compagne e i compagni forniscono aiuto sindacale e organizzano vertenze per obbligare le singole università a iscrivere tutti coloro che lo richiedono.

Di conseguenza vediamo come si crea un vero e proprio mercato degli studenti che, se prima potevano scegliere con riserva, ora vedono il loro diritto di scelta cancellato dalla Loi Vidal, approvata una prima volta a febbraio 2018 e destinata ad essere finalmente varata presto dal Senato.
Un diritto di scelta cancellato sia a livello di libertà personale al momento dell'iscrizione sia successivamente, in quanto l'entrata all'università può anche essere sottoposta a specifiche correzioni e controllo del percorso di studi, come il cosiddetto ''recupero di livello'' (parcours de rémise à niveau).
Nella pratica, inoltre, tale legge sopprime una conquista importantissima per il mondo studentesco francese: il regime di assicurazione sociale studentesca (régime de sécurité sociale étudiante), un servizio gratuito fino ai 20 anni (per borsisti e non) e obbligatorio, quindi più conveniente rispetto ad un'assicurazione privata, con un costo irrisorio, comprensivo di rimborsi farmaci e prestazioni mediche di base (in caso di malattie, gravidanze etc.) e di una parte facoltativa relativa a spese ottiche, odontoiatriche, non rimborsabili. Si tratta dell'eliminazione di un servizio sociale fondamentale, strumentale rispetto alla possibilità di ciascuno di svolgere i propri studi con un peso economico in meno; accompagnata dall'inserimento di una soglia di contribuzione obbligatoria a partire da 90 euro, per gli studenti non borsisti.

Una doppia selezione, quindi, di cui la tappa successiva consiste nel diminuire o azzerare i finanziamenti alle facoltà che non presentano grandi sbocchi sul mercato attuale, ad esempio la 'Staps', ovvero la facoltà di Scienze e tecniche delle attività fisiche e sportive, notoriamente scelta da studenti provenienti dai licei delle periferie, le ZEP, già al centro di un attacco finalizzato a privarli di mezzi, economici e didattici, al fine di incentivare l'isolamento degli allievi e dei lavoratori (insegnanti e personale). Inoltre, sempre nella stessa ottica, fa parte del Plan Etudiants anche l'introduzione del numero chiuso e aumento delle tasse per quanto riguarda i master: una volta ottenuta la laurea triennale, per proseguire nella magistrale gli studenti dovranno sottoporsi a test, soddisfare altri prerequisiti al fine di entrare nella specialistica di scelta. Lo stesso meccanismo si riproduce all'uscita dalla scuola media superiore per iscriversi alla facoltà. Si istituzionalizza il mercato degli studenti (quelli privi di mezzi propri e quelli più benestanti), in balia delle scelte del padronato, attraverso l'istituzione di prerequisiti proibitivi a livello di rendimento (ribadendo la differenza tra scuola di serie A e scuole di serie B, ovvero i licei tecnici, professionali, di periferia...), oltre ad incrinare la forza dell'università pubblica come servizio pubblico essenziale, già a monte considerata diversamente rispetto al sistema delle 'écoles normales superieures' sedi di riproduzione della classe dirigente francese.


''J'AI MON BAC, JE CHOISIS MA FAC!''

''Ho il mio diploma, scelgo io la mia facoltà!'': questo è uno degli slogan al centro della mobilitazione che ha visto scendere in piazza migliaia fra studenti universitari, liceali, genitori e lavoratori della scuola, dal 1 febbraio 2018. Una grande prima giornata di lotta in tutto il paese, che è stata seguita da altre giornate di mobilitazione, il 6 febbraio e il 15 marzo, insieme ai pensionati e a settori della sanità pubblica minacciati da privatizzazioni. Si tratta di un percorso di lotta che unisce differenti settori del mondo della scuola e delle università: ricercatori, docenti a contratto, personale tecnico, insegnanti, liceali, universitari. Uniti contro il peggioramento delle condizioni di studio e lavoro.
In Francia si costruisce la mobilitazione di settore a partire da coordinamenti interfacoltà, lavoratori-studenti, universitari-liceali. A partire per esempio da una serie di azioni a livello locale: da Nantes a Rennes, Toulouse, Bordeaux, Parigi, Grenoble, Montpellier si sono viste assemblee generali, di cui alcune con la partecipazione di più di 1000 persone per volta, 2000 addirittura.
Alle assemblee seguono barricate, occupazioni delle rispettive facoltà, presìdi e blocchi dei Consigli delle Università per impedire l'elaborazione e l'approvazione dei requisiti di accesso e l'adesione al progetto di riforma del governo.
Importantissima, inoltre, la presa di posizione e l'autorganizzazione degli studenti medi, che hanno aderito alle giornate di mobilitazione lanciate, partecipando ai cortei e picchettando le rispettive scuole.

L'intento di lanciare e gestire la protesta in maniera coordinata e collettiva, nonostante il livello di complessità naturale che ciò comporta, è necessario per favorire la presa di coscienza di tutti i settori coinvolti e che più difficilmente riescono a mobilitarsi. Non a caso nel mese di febbraio la vertenza è stata appoggiata anche dai sindacati confederali dell'insegnamento.
Il coordinamento è inoltre necessario per attivare anche meccanismi di difesa collettiva contro la repressione governativa, che non ha tardato ad abbattersi sugli studenti, come si è verificato all'università di Bordeaux, dove l'occupazione temporanea degli studenti è stata sgomberata dalla polizia, e da quel momento l'entrata al campus viene effettuata previo controllo di vigilantes e polizia, con introduzione di divieti relativi ad assemblee e abbigliamento (ad esempio il divieto di indossare cuffiette).
Infatti in generale, soprattutto in occasione di riunioni dei Consigli di facoltà e di amministrazione delle università, si registra una presenza all'interno degli spazi universitari sempre più spesso della polizia, anche celere, che viene chiamata appositamente per impedire picchetti e presìdi contigui, in funzione dissuasiva e repressiva di attacco agli studenti.

Per molte ragioni questa mobilitazione studentesca in Francia è importante, prima fra tutte poiché essa è in grado di creare un contesto di presa di coscienza accelerata fra la popolazione studentesca e non solo, ovvero anche fra tutti i settori in lotta (in primis i ferrovieri sotto minaccia di privatizzazione e liberalizzazione totale della SNCF). In secondo luogo poiché la memoria del movimento contro la Loi Travail è recente, e in qualche modo la situazione attuale a livello di avanguardia di lotta e di mobilitazioni che avanzano (ad esempio con l'esperienza del Front Social) ne è in parte diretta conseguenza.
Gli studenti sono stati e possono quindi essere ancora il motore di impulso di una mobilitazione generale, di uno sciopero generale che viene reclamato e che costituisce l'obiettivo di molti militanti e lavoratori in lotta, visto l'attacco del governo Macron che coinvolge l'insieme del mondo del lavoro.
Finora sono stati gli studenti e il mondo della scuola a sollevarsi nazionalmente, e infatti le conferme di quanto appena affermato non hanno tardato ad arrivare: il 15 marzo c'è stata una mobilitazione nazionale contro l'aumento dell'età pensionistica e l'abbassamento delle pensioni, oltre che del personale delle case di riposo - che in Francia sono pubbliche, ma ora a rischio privatizzazione, contemporaneamente e insieme alla giornata di agitazione degli studenti contro la selezione.
È un segnale positivo, attraverso il quale i rivoluzionari non possono che giocare un ruolo di impulso, da coltivare con la solidarietà pratica e politica (come ad esempio rispetto alla mobilitazione contro la chiusura dello stabilimento Ford nei pressi di Bordeaux - stabilimento in cui lavora Philippe Poutou - e contro la repressione poliziesca e politica dei militanti sindacali e dei movimenti sociali...). Il lancio di una giornata di mobilitazione nazionale dei settori pubblico-privato prevista per oggi, 22 marzo 2018, è direttamente finalizzata allo sciopero generale, proprio quando in molti settori si è già votato lo sciopero ad oltranza. Tutto ciò al fianco dei ferrovieri che da mesi proclamano lo stato di agitazione contro una riforma di privatizzazione e liberalizzazione dei contratti di lavoro e contro i licenziamenti... in breve, sempre nell'ottica governativa di distruzione dei servizi pubblici.

Marta Positò

 

Chi è che provoca? Panebianco e la guerra in Libia



Ospitiamo volentieri questo articolo degli Studenti Rivoluzionari Bologna.
L'"infamia" non è quella degli studenti che contestano docenti guerrafondai. L'infamia è quella di chi promuove guerre e distruzione delle condizioni di vita di studenti e lavoratori.

Angelo Panebianco, firma del Corriere della Sera e docente dell’Università di Bologna, è stato contestato due volte dagli studenti del CUA e dell’Assemblea Scienze Politiche durante il suo corso di “Teorie della pace e della guerra” alla facoltà di Scienze Politiche. Subito si sono levati gli scudi in difesa di Panebianco, colpito dall’ennesima “infamia” (così Romano Prodi, noto esempio di paladino degli studenti e degli sfruttati). Al di là delle modalità di questa o quella contestazione, noi siamo convinti che l’infamia sia quella di rispondere alla legittima contestazione studentesca di un docente che fa propaganda a favore di interventi armati all’estero (Panebianco ha preso questa posizione anche recentemente, il 14 febbraio scorso, sul Corriere della Sera a proposito della Libia) con la sospensione delle lezioni e il loro svolgimento ad “accesso controllato” per tenere fuori chi osa criticare le posizioni dei docenti dell’Università di Bologna. Fino a prova contraria, le lezioni universitarie sono eventi pubblici ai quali non può essere negato l’accesso. Certo, tra aule strapiene e carenti, tagli alle borse di studio e aumento delle tasse, repressione del dissenso, si può dire che l’università pubblica, su spinta del ministero e della borghesia, stia facendo il possibile per cacciare gli studenti proletari e per emarginare qualsiasi voce critica. In spregio alla libertà di parola che gli stessi “sinceri democratici” rivendicano: libertà di parola per i docenti, gli studenti possono anche farne a meno! Anzi, per non farsi mancare nulla, è partita la solita canea reazionaria per far trionfare la legalità, cioè la repressione: schedati i partecipanti alle contestazioni, dal ministro Giannini al responsabile scuola PD Puglisi al rettore Ubertini, è tutto un chiedere condanne esemplari. In un'università infestata da massoni, clericali e guerrafondai, il problema evidentemente è chi contesta questi ultimi.

In opposizione a lorsignori, che rivendicano senza battere ciglio la distruzione di fatto dell’università pubblica, l’attacco a tutto tondo alle condizioni di vita di studenti e lavoratori, gli interventi guerrafondai all’estero di un rinnovato imperialismo (straccione) italiano, noi ripetiamo: la spesa militare, come tante altre, dimostra di soldi per i lavoratori, i pensionati, i disoccupati, gli studenti ce ne sarebbero eccome! Ma le priorità della spesa pubblica e degli investimenti sono decise dai “soliti noti”: banchieri, industriali, palazzinari, clero. È il momento di dire basta a questa austerità a favore dei pochi grandi proprietari (a cui invece si tagliano pure le tasse) per riaffermare le nostre priorità, i nostri bisogni in una sola piattaforma unificante di tutti gli sfruttati: uniamo le lotte e le rivendicazioni, perché solo uniti si vince. Contro il militarismo italiano e dell’UE, rivendichiamo come studenti il taglio, e non l’aumento, alle spese militari per combattere guerre che non ci appartengono e che storicamente hanno alimentato il terrorismo di oggi; rivendichiamo lo stop alle missioni militari all’estero; rivendichiamo la massima unità di studenti e lavoratori di tutte le nazioni contro i comuni oppressori. Contro tagli e “austerità”, rivendichiamo l’unico autentico diritto allo studio: la totale copertura economica delle spese degli studenti: a tempo pieno di studio, un salario pieno per gli studenti! Per una scuola di qualità, di massa, gratuita, gestita da lavoratori e studenti, e non da industriali e da preti! Non siamo bestie a cui dare le briciole che cadono dalla tavola dei padroni!

Studenti Rivoluzionari - Bologna