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Massacro sionista, ipocrisia europea, squallore italiano

 


Facciamo di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

29 Maggio 2025

L'orrore si aggiunge all'orrore. Lo spettacolo quotidiano della barbarie sionista a Gaza (e Cisgiordania) è una provocazione inaccettabile per qualunque persona dotata di un senso elementare di umanità. Ai 60000 palestinesi assassinati dai bombardamenti si aggiungono le morti per fame e malattie, la distruzione continua e pianificata delle abitazioni, la disperazione di un vagabondaggio senza meta di una massa enorme di uomini e donne privati di tutto, costretti a rincorrere sotto le bombe una improbabile razione di cibo gestita cinicamente dalle stesse forze di occupazione. L'indignazione per questo scenario di morte contro lo stato terrorista di Israele attraversa larga parte dell'opinione pubblica mondiale. È un salto dell'emozione collettiva.

Ora governi europei si pongono il problema di contenere e gestire questa indignazione dilagante. Per questo, dopo due anni, iniziano a balbettare, più o meno sottovoce, parole di riprovazione verso Netanyahu, e persino a ipotizzare una revisione degli accordi tra Unione Europea ed Israele. Ipocrisia pura. Gli accordi tra UE e Israele sono solo una confezione diplomatica che copre i ben più lucrosi accordi bilaterali tra stati, e per di più, anche solo per rivedere quella confezione diplomatica, sarebbe necessaria la impossibile unanimità dei governi UE.

La verità è che le diplomazie imperialiste cercano di dirottare l'indignazione su un binario morto, per mascherare la copertura economica e militare che ogni stato imperialista continua ad assicurare al sionismo. Quella copertura che per due anni ha consentito a Israele di scaricare 100000 tonnellate di bombe su due milioni di persone. Quella copertura che per due anni ha sostenuto «il diritto dello stato di Israele a difendersi dal terrorismo», cioè a scatenare il proprio terrore coloniale contro il popolo di Palestina e il suo diritto a resistere al colonialismo. Quella copertura che per due anni ha perseguito come antisemitismo la semplice denuncia del colonialismo (a beneficio oltretutto dell'antisemitismo autentico).
Quanto a Trump, ha come unica preoccupazione il fatto che la guerra di Netanyahu, oltre una certa soglia, possa rovinare gli affari americani in Arabia Saudita e dintorni. La persecuzione degli attivisti pro Palestina nelle università americane parla da sola. Come i piani trumpiani di deportazione dei palestinesi. Come la continuità degli armamenti USA ad Israele.

In questo mare di ipocrisia rivoltante, il governo italiano riesce ugualmente a distinguersi in fatto di complicità col sionismo. Ieri in Parlamento il governo Meloni ha difeso a spada tratta il famigerato memorandum ratificato nel 2005 sulla cooperazione militare tra Italia e Israele.
«Il rinnovo del memorandum tra il governo della Repubblica italiana e il governo dello stato di Israele sulla difesa e cooperazione militare è, come segnalato dal ministro della difesa, previsto per l'aprile del 2026. Per far prevalere le ragioni della diplomazia è necessario costruire canali di comunicazione, non reciderli» (Luca Ciriani, Ministro dei rapporti col Parlamento).
Chiaro, no? Per sussurrare innocue preoccupazioni alle orecchie di uno stato terrorista è «necessario» continuare ad armarlo. Anche nel momento in cui quel terrore è sempre più indigeribile agli occhi del mondo. Vergogna!

La contiguità di tutta la destra tricolore con gli ambienti sionisti coinvolge anche settori significativi della cosiddetta opposizione liberale, da Italia Viva ad Azione a numerose personalità del PD. Del resto, la cooperazione con lo stato di Israele non è stata forse salvaguardata e coltivata da tutti i governi di centrosinistra, nessuno escluso (Prodi 1996-1998, D'Alema 1999-2000, Amato 2000-2001, nuovamente Prodi 2006-2008)? Lo stesso vale naturalmente per i governi Conte, che oggi fa il “pacifista”, e per il governo Draghi.

Contro l'ipocrisia di ieri e di oggi di tutti i governi e stati imperialisti, contro la vergogna dell'imperialismo italiano e il governo Meloni, è necessario passare dalle parole ai fatti.
È necessaria la più ampia mobilitazione di massa contro il massacro in corso, ben al di là di iniziative di testimonianza.
Ogni rapporto con Israele va troncato. Sia esso un rapporto diplomatico, commerciale, militare.

Ènecessario che il movimento operaio italiano e tutte le sue organizzazioni, grandi e piccole, promuovano unitariamente l'embargo contro Israele. I portuali del Marocco nelle ultime settimane, sfidando il proprio governo, hanno attivato il blocco di ogni commercio con lo stato sionista, paralizzando i traffici con Tel Aviv. È un esempio da riprendere e generalizzare.

Va boicottato ogni gruppo industrial-militare italiano coinvolto nella collaborazione con Israele, come il gruppo Leonardo.
Va rilanciato il movimento antisionista nelle università.

Occorre fare di Gaza e Cisgiordania il Vietnam di Israele!

Per il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese
Per il sostegno alla resistenza palestinese contro lo stato coloniale di Israele
Per una Palestina unita e libera, dal fiume al mare
Per una Palestina laica e socialista


Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, porterà queste parole d'ordine nella manifestazione nazionale del 21 giugno a Roma.

Partito Comunista dei Lavoratori

Lo scontro fra Iran e Israele

 


La crisi dell'ordine imperialistico del mondo



L'azione militare iraniana della scorsa notte contro Israele è parte dell'aggravamento della crisi internazionale. Effetto e concausa al tempo stesso. La dinamica degli avvenimenti in corso non è ancora definita. Diverse variabili sono in campo. Ma è possibile inquadrare alcuni primi elementi essenziali.


L'azione militare iraniana è una risposta all'attacco omicida dello stato sionista al consolato iraniano di Damasco. La risposta in sé è legittima. Israele ha bombardato la sede diplomatica di uno stato estero, entro i confini di un altro stato, con un'azione militare banditesca. Talmente banditesca che Israele stesso non ha potuto rivendicarla pubblicamente. Negare all'Iran il diritto di rispondere all'attacco subito significherebbe affermare il diritto israeliano all'impunità. Ciò che sarebbe inconcepibile, tanto più nel quadro della guerra di annientamento intrapresa dallo stato sionista contro il popolo palestinese di Gaza, con la complicità degli imperialismi alleati.

Sostenere questo diritto di replica, in barba a ogni pacifismo ideologico, non significa certo per parte nostra appoggiare politicamente il regime arcireazionario della Repubblica islamica, né rivendicare una guerra tra lo stato iraniano e lo stato sionista. Il regime islamico iraniano è e resta un regime dispotico, responsabile dell'oppressione quotidiana dei lavoratori, dei giovani, delle donne, della popolazione curda. Un'oppressione terribile e sanguinosa. Ma a rovesciare questo regime hanno diritto la classe operaia e le masse oppresse iraniane in funzione di una propria prospettiva di liberazione, non certo l'imperialismo e il sionismo per via militare e in funzione dei propri interessi egemonici.

È importante ora comprendere la logica dei diversi attori dello scontro, e il groviglio di contraddizioni che lo attraversa. La Repubblica Islamica ha dovuto rispondere all'attacco israeliano al proprio consolato in Siria per evitare di apparire una tigre di carta agli occhi dei propri alleati e interlocutori regionali. Al tempo stesso non ha alcuna intenzione di avventurarsi in una guerra dispiegata che possa mettere a rischio la propria tenuta e sopravvivenza. Da qui una reazione militare contenuta, prevalentemente dimostrativa, annunciata con largo anticipo, indirettamente concordata per alcuni aspetti, nella sua moderazione, con la stessa diplomazia degli imperialismi avversari, inclusa la diplomazia USA.

L'incognita vera ora è la reazione israeliana. Il governo Netanyahu, e segnatamente il premier, hanno usato in questi sette mesi la guerra di Gaza come mezzo della propria sopravvivenza politica. Hanno utilizzato naturalmente il sostegno inossidabile degli imperialismi alleati, a partire dall'imperialismo USA, ma anche forzato e travalicato i loro “consigli” nella gestione delle operazioni miliari. Parallelamente hanno cercato di polarizzare lo scontro su scala regionale contro l'Iran per costringere gli imperialismi alleati a schierarsi al proprio fianco, e restringere il loro spazio di manovra. Lo stesso attacco al consolato iraniano, in attesa di un'inevitabile risposta, rientrava in questo gioco spregiudicato. Tuttavia, oltre a una certa soglia il gioco di Netanyahu si fa rischioso.

Tutte le potenze imperialiste, a partire dagli USA, chiedono al governo israeliano di non rispondere all'attacco iraniano con una propria ritorsione militare, ma di attendere una risposta internazionale congiunta di carattere diplomatico. In pratica Biden chiede a Netanyahu di non aprire la guerra contro l'Iran, e di evitare una spirale incontrollabile. La stessa pronta assistenza militare americana e britannica a Israele nel fronteggiamento dei droni iraniani, anche col ricorso a portaerei e caccia, è in funzione di un preciso messaggio a Netanyahu: “Proprio perché insieme ti abbiamo difeso, ora ti chiediamo di muoverci insieme”. In altri termini: ti offriamo la condanna diplomatica dell'Iran in cambio della rinuncia ad una tua guerra contro l'Iran.

Questa complessa dialettica in corso richiama le contraddizioni di fondo dell'imperialismo USA e la crisi della sua egemonia su scala mondiale. Tutta la politica USA, a partire dal 2008, è strategicamente mirata al contrasto dell'imperialismo cinese, e di riflesso del suo alleato russo. Gli accordi di Abramo nel 2020 fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, servivano agli USA per cercare di “pacificare” la regione (sulla pelle dei palestinesi) dentro un nuovo equilibrio e architettura diplomatica, che consentisse loro di volgersi verso il Pacifico, concentrando su quel versante le proprie forze. Ma prima la crisi ucraina, poi la crisi di Gaza, hanno richiamato l'imperialismo USA ai propri doveri di potenza imperialista dominante su scacchieri imprevisti. Un ruolo dominante, tuttavia, ben più fragile che in passato. Tanto più in Medio Oriente.

L'imperialismo russo è tornato in gioco in Medio Oriente grazie alla guerra siriana col sostegno determinante ad Assad. L'imperialismo cinese ha officiato la distensione tra Arabia Saudita ed Iran, rompendo l'isolamento di quest'ultimo ed entrando nella partita regionale. La Turchia gioca il ruolo di potenza regionale autonoma in funzione di un proprio disegno neoottomano, al punto da sostenere Hamas e negare agli USA ogni possibile uso del proprio spazio aereo per una guerra eventuale contro l'Iran. La guerra di Israele a Gaza, con la sua gestione in proprio, più volte indifferente alle preoccupazioni americane, ha misurato e aggravato a sua volta la crisi di egemonia USA nella regione, buttando all'aria la tela di Abramo, e favorendo il libero gioco di tutti gli imperialismi e potenze rivali.

In questo quadro, l'imperialismo USA non vuole oggi la guerra dispiegata contro l'Iran. Ha bisogno di recuperare il bandolo di un'iniziativa politica in Medio Oriente, non di una guerra fuori controllo che potrebbe tracimare in un conflitto mondiale. Parallelamente, i fatti internazionali dimostrano che non tutto si svolge secondo i calcoli e la volontà degli USA, come vorrebbero tante rappresentazioni da operetta. Da qui le incognite e i pericoli obiettivi.

Di certo l'intera piega degli avvenimenti mondiali dimostra la crisi dell'ordine imperialistico nel mondo.
L'egemonia USA è apertamente in crisi, e al tempo stesso non si delinea una egemonia alternativa. L'imperialismo mondiale è privo di un baricentro, dentro una competizione tra vecchie e nuove potenze imperialiste per la spartizione del mondo. Ciò che determina il moltiplicarsi degli attori, su scala mondiale e regionale, con effetti e risultanti imprevedibili.
Nessuna potenza imperialista vuole oggi la terza grande guerra. Ma la corsa alle armi di tutte le potenze imperialiste, vecchie e nuove, è di fatto, nella prospettiva storica, una corsa verso la guerra e la sua preparazione. Solo una rivoluzione socialista, che saldi le ragioni della classe operaia con le ragioni di tutti i popoli oppressi, può scongiurare questa prospettiva tragica per l'umanità.

Partito Comunista dei Lavoratori

Antisemitismo, antisionismo e destra

 


Autunno 2023: l’incedere storico fiammeggia davanti ai nostri occhi. Il conflitto israelo-palestinese fa un salto di qualità dovuto all’eccidio perpetrato dalle forze armate israeliane ai danni della popolazione di Gaza.

Per caratteristiche, intensità, accanimento e crudeltà, laddove alle bombe si aggiunge l’assedio totale con la privazione di cibo acqua, farmaci e cure mediche, l’entità di questo massacro assurge allo stato di un vero e proprio genicidio.

In modo assurdo il riflesso pavloviano delle cancellerie dei paesi imperialisti occidentali Usa e Ue offre immediatamente il proprio sostegno ad Israele nella sua azione criminale. Dicono di voler difendere l’unico stato democratico del Medio Oriente, ma questo sostegno non è innocente. Piuttosto è indispensabile per tutelare i propri interessi geopolitici, strategici ed economici in una area cruciale per gli equilibri mondiali tra le potenze imperialiste di occidente e di Oriente.

La propaganda israeliana può contare su potenti alleati capaci di controllare i principali mass media occidentali e con essa, almeno così si augurano, l’opinione pubblica di questa parte di mondo.
Qualcosa però va storto.

La realtà del genocidio va in onda sui canali dell’informazione mondiale non occidentale e non ad essa subalterni e viene veicolata in maniera virale sui social. Questa realtà non può, così, essere nascosta o travisata.
Esplode il più grande movimento mondiale di sostegno ad un popolo storicamente oppresso dai tempi della guerra imperialistica americana contro il Vietnam.

Nei paesi arabi, in Indonesia, in Suda America, in Canada, negli Usa centinaia di migliaia, soprattutto giovani scendono in piazza per sostenere la causa palestinese e chiedere il cessate il fuoco immediato.
In Europa mobilitazioni imponenti si verificano nel Regno Unito e in Spagna.

La Francia e la Germania sono attraversate da manifestazioni piene di tensione con le forze dell’ordine.


LA REPRESSIONE DEI GOVERNI OCCIDENTALI CONTRO LE MOBILITAZIONI PRO-PALESTINA

Le autorità francesi già dal 10 ottobre vietano le manifestazioni in solidarietà alla Palestina. Una misura completamente antidemocratica e tanto più odiosa di fronte alla sacrosanta indignazione di fronte agli indiscriminati bombardamenti che stanno distruggendo Gaza e provocando stragi tra i civili, tra cui, numerosissimi, bambini e donne. La repubblica borghese, stato servo dell’imperialismo francese, mostra i muscoli. Ma gli arresti e anche il divieto della sola esposizione della bandiera palestinese non fermano il moto spontaneo di solidarietà. Tanto che il giornale di destra Le Figaro, lancia una campagna isterica contro le compagne e i compagni dell’NPA colpevoli di schierarsi con la resistenza palestinese ed invocare una nuova Intifada, chiedendone lo scioglimento.

Anche in Germania le manifestazioni sono tutte vietate, si susseguono arresti di attivisti filopalestinesi. In questo Paese il governo socialdemocratico si è schierato immediatamente e senza incertezze con Israele, condendo la sua complicità con una forma particolarmente nauseante di ipocrisia: il presunto senso di colpa per l’immane sterminio pianificato delle persone di origine ebraiche durante la II guerra mondiale il cui prezzo però sarebbero chiamati a pagarlo…i palestinesi!

È una scusa, è evidente! In realtà il governo tedesco come quello francese e quello italiano difendono i propri interessi imperialistici nell’area medio Orientale, in alleanza, nella fattispecie con l’imperialismo americano.
La costante sia in Francia che in Germania è l’attacco ideologico che accompagna quello repressivo. Praticamente tutte le manifestazioni o anche solo le espressioni di contrasto ai massacri israeliani e all’invasione di Gaza e della Cisgiordania vengono bollate come complici di Hamas e antisemite.

Hamas, è a tutti gli effetti una importante organizzazione combattente della resistenza palestinese di natura piccolo borghese e ideologia islamista reazionaria. Un’organizzazione che i marxisti rivoluzionari all’interno, e nel pieno e incondizionato sostegno alla resistenza armata palestinese, devono combattere politicamente. Tuttavia, a meno di bollare come tale tutta la Resistenza palestinese, non può essere considerata un’organizzazione terroristica ed essere così privata di ogni diritto di guerra.

Tanto più i civili palestinesi non possono essere bersaglio di bombardamenti e di attacchi da parte delle forze armaste israeliane perché contengono, presuntamente o meno, i propri combattenti.

Se c’è una guerra di invasione tra Israele e la Palestina, quest’ultima ha il diritto di difendersi armi in pugno e cacciare l’invasore. E il popolo palestinese ha tutto il diritto di sostenere la resistenza come meglio può e crede.
Ma l’accusa più velenosa agli attivisti pro-Palestina è quella di antisemitismo su cui torneremo.


L’APPOGGIO AL SIONISMO DA PARTE DELLA DESTRA EUROPEA

L’appoggio di Israele travalica i confini dei maggiori gruppi del parlamento europeo. Sia il Partito Popolare Europeo che il Partito Socialista Europeo hanno fin da subito sostenuto il governo israeliano e la sua rappresaglia sulla popolazione civile di Gaza, manifestando solo qualche timido distinguo secondario di fronte ai più efferati massacri, dimostrando uno schieramento trasversale filosionista.

Ma i confini di tale schieramento sono andati oltre i confini del moderatismo politico. La destra europea, anche quella estrema ha confermato una volta di più la propria ricollocazione ideologia al fianco dello stato di Israele, nell’interesse complessivo delle potenze imperialiste europee e americana.

I più grandi partiti, da Rassemblement National di Le Pen al AFD in Germania che la compongono hanno partecipato alla canea filosionista e repressiva nei confronti delle manifestazioni al fianco della lotta palestinese nei rispettivi paesi.

Non diversamente hanno agito la Lega e Fratelli d’Italia nel governo italiano. Gli ambienti intellettuali liberali tendono considerare questa una evoluzione positiva della destra che avrebbe lasciato le sponde di un antisemitismo malcelato. In realtà questa presunzione si basa sull’equivoco tra antisemitismo e antisionismo. Se la destra si è più o meno sbottonata la camicia dell’antisemitismo è solo perché, chiamata a reali o potenziali responsabilità di governo, si è assunta in pieno l’onere di rappresentare gli interessi imperialistici occidentali che vedono nell’entità israeliana e nel suo armamento un baluardo insostituibile in Medio Oriente.

La connessione tra la natura reazionaria del sionismo e la destra europea si fa più intima trovando fertile terreno comune nell’ideologia suprematista bianca e filoccidentale di entrambi i movimenti e nel razzismo nazionalista, più esplicito in Israele, come medesimo alimento di campagne antiarabe e islamofobe che fanno presa purtroppo sia nel proletariato israeliano che in quello europeo percorso a sua volta d tensioni xenofobe nei confronti del proletariato migrante.


L’ISLAMOFOBIA CRESCENTE IN EUROPA

I ripetuti interventi militari in Medio Oriente (Iraq, Siria,) e nei paesi mussulmani dell’asia (Afghanistan) e del nord Africa (Libia) da parte dell’imperialismo americano e d delle coalizioni a geometria variabile degli imperialismi europei, con il loro corollario di “scontro di civiltà” e guerra al terrorismo, hanno rinfocolato nell’opinione pubblica americana ed europea un forte sentimento islamofobo. In Europa, in particolare, questa forma specifica di pregiudizio razziale si è connessa alla xenofobia crescente nei confronti dei migranti, in gran parte provenienti da paesi mussulmani.

Seppure sottostimati e non rappresentativi dell’entità del fenomeno, perché significativamente non esistono procedure corrette presso le forze dell’orine per rilevarli segnalarli e registrarli, gli incidenti di carattere islamofobo e razzista nei confronti dei mussulmani e dei migranti sospettati di esserlo sono in forte aumento negli ultimi anni.

A titolo esemplificativo nel Regno Unito nel decennio dai rilevamenti delle forze di polizia i crimini di odio e a sfondo razziale nei confronti della popolazione ritenuta di fede islamica sono cresciuti di oltre il 50%.
In Germania il recente studio sulle propensioni autoritarie della popolazione riporta che oltre il 70% della popolazione concorda sul fatto che dovrebbe essere vietata l’immigrazione musulmana e che quasi l’80% si sente estraneo a causa della presenza musulmana.

Tuttavia, non stiamo parlando di un fenomeno che riguardi esclusivamente le fasce popolari. Secondo il rapporto European Islamophobia Report – 2022 episodi riconducibili al pregiudizio antiislamico si riscontrano anche nel mondo della politica, dei media e delle istituzioni. A tal proposito il rapporto denuncia che, nonostante le raccomandazioni delle Nazioni Unite, la ministra dell’Integrazione del governo austriaco abbia organizzato il convegno sul contrasto alla segregazione e all’estremismo a cui hanno partecipato undici paesi europei e il cui intento è stato quello di “esportare la sua battaglia contro la cosiddetta politica Islam”.

Tra gli alleati del governo austriaco in questa poco nobile “battaglia “si pone con fervore crescente la Francia di Macron ormai sulla strada della repressione della popolazione musulmana del suo paese, contro la quale ha condotto un’ostruzione sistematica che ha comportato il controllo di circa 2000 istituzioni musulmane, 118 chiusure e il sequestro di oltre 10 M di euro nel solo periodo tra il gennaio e l’agosto del 2022. Nel campo dell’educazione il governo francese ha portato avanti, sotto le mentite spoglie del Piano Laicità politiche di controllo del corpo delle donne musulmane.

In Olanda le recenti elezioni politiche hanno visto trionfare il partito populista di destra di Geert Wilders che ha fatto dell’anti-islamismo uno dei suoi campi di battaglia prioritari. La polizia tedesca dal canto suo percorsa da crescenti fibrillazioni naziste come ormai si è evidenziato da molti anni anche se per lo più silenziata dai rapporti ufficiali del governo, si è resa responsabile di numerosi atti persecutorie illegali a sfondo razziale. Ovviamente molti di questi eventi hanno colpito la popolazione musulmana.

L’Italia ha ora un governo le cui componenti principali sono partiti i cui esponenti hanno fatto in più occasioni campagna elettorale contro l’islamismo e per il divieto e la chiusura delle moschee. Tanto che la sindaca leghista di Monfalcone si è sentita in diritto di condurre una la propria battaglia per la chiusura di ben due moschee, il divieto del burkini in spiaggia per le musulmane e del velo per le bambine a scuola.

In conclusione l’islamofobia non è solamente riconducibile ad un pregiudizio che serpeggia nella popolazione a dispetto dei più elementari principi difesi dagli stati democratici europei, come accade per le altre forme di razzismo, tra i quali sicuramente va annoverato l’antisemitismo, ma contamina anche partiti ed esponenti di governo, media pubblici e privati e le istituzioni al massimo livello rappresentando così una sorta di armamento ideologico lelle politiche interne ed internazionali delle potenze imperialiste occidentali.


ANTISEMITISMO: ALIBI E REALTÀ

Anche gli episodi di antisemitismo sono in crescita, soprattutto in Germania ed in Italia dove la tradizione antisemita, dovuta probabilmente al lascito dei regimi totalitari del passato, nazismo e fascismo, è più radicata Secondo l’Osservatorio Antisemitismo i casi in Italia sono quasi decuplicati nel decennio 2023-2023 passando da circa 50 a oltre 400.

Il problema è reale, perché mostra che in maniera crescente un settore della popolazione può essere potenzialmente attratto da suggestioni politiche razziste come l’antisemitismo, non escludendone altre come abbiamo visto, discriminatorie nei confronti di stranieri, migranti, islamici e persone di diverso colore della pelle.
Tuttavia, rispetto all’islamofobia, il problema dell’antisemitismo si differenzia perché nella quasi pressoché totalità dei casi esso non solo non riceve alcun incoraggiamento politico-istituzionale o sui media generalisti, come accade invece per la prima, ad esclusione di relativamente piccole e poco influenti frange dell’estrema destra fascista e nazista e dei loro strumenti di propaganda, ma viene attivamente combattuto da essi.

In parole povere la percezione pubblica ad ogni livello, da quello popolare a quello politico, istituzionale e dei mass media sembra essere significativamente molto più adeguata rispetto all’islamofobia.

Facendo ancora riferimento ai dati riportati dall’osservatori grande parte degli episodi citati sono insulti molto spesso veicolati dai social media come Istagram e Facebook, mentre gli episodi violenti per fortuna sono in numero ridotto. Inoltre, spesso tra le segnalazioni riportate alcune sono evidentemente viziate da un pregiudizio ideologico che riduce l’obbiettività del dato. Ad esempio, viene riportato tra i casi quello di un “Giornale studentesco di un istituto superiore milanese scritto da studenti ma sotto supervisione e responsabilità dei docenti, pubblica un articolo che, in modo semplicistico e denso di pregiudizi ideologici, ricostruisce e spiega le radici dell’attuale conflitto tra Hamas ed Israele. Il testo è una specie di scolastica dell’antisionismo che, manicheamente, pone Israele sul banco dei colpevoli ed i palestinesi su quello delle vittime. (corsivo mio)

L’analisi è attraversata da un approccio filo Hamas e fa trasparire l’idea che lo Stato ebraico sia illegittimo.”
Ora a prescindere dalla conoscenza esatta dei fatti e qui evidente l’intento dell’Osservatorio di equivocare tra antisionismo, ossia la legittima contrapposizione ad un’ideologia politico-religiosa fortemente sospetta di suprematismo e razzismo nei confronti della popolazione araba di Palestina, e l’antisemitismo, cioè il razzismo soprattutto europeo occidentale che giustificò la persecuzione fino allo sterminio degli ebrei. Questa sovrapposizione impropria viene invece data per scontata dai redattori dell’Osservatorio. Tuttavia, questo equivoco è tutt’altro che innocente ma piuttosto serve a stigmatizzare la solidarietà alla Palestina nell’opinione pubblica e ad alimentare politiche repressive nei confronti del grande movimento mondiale a sostegno della lotta del popolo palestinese.

Il contenuto di un’altra segnalazione di un presunto episodio di antisemitismo riguarda l’attacco politico alla grande manifestazione del 28 ottobre svolatasi Roma in sostegno della causa palestinese e contro il genocidio di Gaza. Le parole del breve articolo “Slogan e parole di odio al corteo pro-Palestina svoltosi ieri a Roma, con circa ventimila partecipanti giunti da tutta Italia. “Israele terrorista”, “Israele assassino”, “Israele criminale”, sono alcuni dei cori che si sono levati dal cuore della manifestazione.” tendono immancabilmente a confondere la contestazione radicale dello Stato di Israele e della sua politica di occupazione militare della Palestina con il pregiudizio antisemita ed antiebraico. Ciò che appare, però, più grave è che questo voluto e del tutto ideologico fraintendimento viene utilizzato come una clava per attaccare le manifestazioni pro-Palestina e chiederne la repressione.

Purtroppo, una conferma indiretta di questo atteggiamento deriva dal comportamento delle autorità che rappresentano la comunità ebraica italiana, le quali mentre sono giustamente solerti nel porre all’evidenza pubblica ogni minimo segnale di antisemitismo non hanno trovato tempo in questi due mesi di esprimere neanche una parola di compianto per le vittime civili di gaza, soprattutto donne e bambini.

Sul terreno della sovrapposizione abusiva tra antisemitismo e antisionismo le organizzazioni ebraiche sioniste si riuniscono con i governi delle principali potenze imperialiste europee, come Francia e Germania, a tutela dei loro interessi geopolitici. È l’alibi ideologico con cui attaccare e cercare di fiaccare il grande movimento al fianco della lotta palestinese ed il sostegno crescente che riceve dall’opinione pubblica. Un alibi spesso smascherato da vasti settori ebraici che partecipano attivamente al movimento contro il sionismo, come si è visto soprattutto negli USA.


LA POSIZIONE STORICA DEL TROTSKISMO CONSEGUENTE RIGUARDO AL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE

L’alibi della lotta antisemitismo deve essere respinto al mittente. Nel sostegno ad un’occupazione militare da parte di uno stato colonialista non si ritrova una goccia del contrasto di qualsiasi discriminazione contro popoli e settori oppressi della società. Tanto più nei confronti del popolo ebraico.

Da questo punto di vista l’identificazione del popolo ebraico, dei suoi intimi interessi con la “difesa” dello stato israeliano è totalmente abusiva, oggi, quando le forze armate israeliane stanno compiendo lo sterminio della popolazione di Gaza e stanno terrorizzando i cittadini della Cisgiordania, quanto ieri.

«I bundisti [membri del Bund, partito socialista ebraico cui appartenevano la maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto, nda] non aspettavano il Messia, né pensavano di emigrare in Palestina. Pensavano che la Polonia fosse il loro paese e combattevano per una Polonia giusta e socialista, in cui ogni nazionalità avrebbe avuto la propria autonomia culturale, e in cui i diritti delle minoranze sarebbero stati garantiti». (Marek Edelman, comandante militare del ghetto di Varsavia. Socialista antisionista. Sostenitore dei diritti del popolo palestinese). Sono le parole dell’eroico comandante ebreo dell’insurrezione del ghetto di Varsavia contro l’occupazione nazista che nel 1943 cercò disperatamente di anticipare la liberazione della città e di risparmiare la vita a decine di migliaia di propri connazionali.

Edelman fu cinicamente avversato dal sionismo di destra che lo iscrisse tra i “nemici” di Israele per il suo appoggio ai partigiani palestinesi. La sua vita eroica fu dunque sempre un esempio inconfutabile di antisionismo antirazzista in lotta senza quartiere contro l’antisemitismo.

La tradizione politica da cui proviene il PCL incarnò e proseguì lungo lo stesso solco contro ogni forma di razzismo e perciò contro il sionismo. Già nel 1939 i trotskisti palestinesi (di origine sia araba che ebraica) dichiaravano «la loro intera solidarietà con il movimento nazionalista arabo.


Nel suo numero di novembre-dicembre 1947, Quatriéme Internationale, organo del Comitato Esecutivo Internazionale, riassumeva così le posizioni dell’Internazionale: “La posizione della Quarta Internazionale di fronte al problema palestinese resta chiara e netta come in passato. Essa sarà all’avanguardia della lotta contro la spartizione, per una Palestina unita e indipendente, nella quale le masse determineranno sovranamente la loro sorte attraverso l’elezione di un’Assemblea costituente»

Il Congresso mondiale della Quarta Internazionale riunitosi nell’aprile del 1948 riassumeva le posizioni complessive del nostro movimento in questi termini: «Negli Stati arabi del Medio e del Vicino Oriente e in Africa del Nord le sezioni e gruppi della Quarta Internazionale sono a favore dell’unificazione dei Paesi arabi in federazioni di repubbliche arabe libere. Queste sezioni lottano per l’eliminazione dell’imperialismo – britannico e francese – contro l’intervento imperialista degli USA, contro i proprietari terrieri complici degli imperialisti, contro il loro strumento: la Lega araba; per delle Assemblee costituenti e per la più larga democrazia» … «In ciò che concerne particolarmente la Palestina, la Quarta Internazionale respinge come utopica e reazionaria la soluzione “sionista” alla questione ebraica; dichiara che il ripudio totale del sionismo è la condizione sine qua non per una fusione delle lotte degli operai ebrei con le lotte emancipatrici, sociali e nazionali dei lavoratori arabi». Il contrasto dell’antisemitismo, così come di ogni forma di razzismo e pertanto del sionismo è una naturale conseguenza dell’antimperialismo della Quarta internazionale di Trotsky.

Anche su questo terreno i marxisti rivoluzionari condussero sempre una battaglia senza quartiere nei confronti delle ideologie borghesi, conservatrici e liberali, e quelle maggioritarie, al tempo, nel movimento operaio: la socialdemocrazia e lo stalinismo entrambi favorevoli alla nascita dello stato di Israele, uno stato borghese, eretto sul sangue del popolo palestinese e protetto dall’imperialismo USA.


PER UNA PALESTINA LIBERA, DEMOCRATICA LAICA E SOCIALISTA

Il PCL, rivendica pienamente questa grande tradizione politica. Per questo sviluppa una polemica anche nei confronti di partiti nazionali e internazionali della sinistra comunista di varia ascendenza comprese alcune organizzazioni trotskiste che rifiutano sostanzialmente l’appoggio incondizionato alla resistenza palestinese.

Il PCL combatte nella sinistra tutte le posizioni che in nome del pacifismo o del carattere democratico di Israele in definitiva mettono sullo stesso piano oppressi ed oppressori con vari stratagemmi: da quello di un’agognata pace nonostante l’oppressione violenta che subisce il popolo palestinese a quella della demonizzazione di Hamas e della resistenza palestinese in nome del presunto diritto di Israele a difendersi, o tutt’al più collocandosi in una ambigua posizione di disfattismo bilaterale, in sostanza una diserzione.

Il PCL non riconosce affatto questo diritto giudicandolo solamente l’abuso di un regime coloniale sorretto dagli USA e dagli imperialismi europei, e, in una diversa misura, persino dagli imperialismi loro rivali quali quello russo e cinese. Al contrario auspica e persegue la distruzione rivoluzionario dello stato sionista.

I marxisti rivoluzionari non riconoscono gli accordi di Oslo e ritengono del tutto irrealistica la proposta dei due stati per due popoli, oggi ridotta ad una foglia di fico per i governi delle potenze imperialiste e i partiti filo-imperialisti che appoggiano Israele e così favoriscono il massacro della popolazione palestinese. Per questo denunciano con forza tutte le forze della sinistra che vi fanno riferimento.

Si pongono incondizionatamente al fianco della resistenza armata palestinese contro l’occupazione israeliana, con il fine della liberazione della Palestina e di tutto il suo territorio storico, ossia quello precedente al piano di spartizione del novembre del 1947 voluto dalle Nazioni Unite.

Questo appoggio incondizionato al movimento partigiano palestinese non significa alcun sostegno alla sua direzione politica, detenuta soprattutto dall’alla militare di Hamas che considerano un’organizzazione fondamentalista islamica di natura reazionaria.

Combattono il fine politico della costituzione di una repubblica islamica perseguito dalle organizzazioni islamiste a capo della resistenza palestinese, perché lo considerano un obbiettivo reazionario, oppressivo nei confronti delle minoranze e delle donne e destinato solamente a svendere la libertà del popolo palestinese agli interessi dei regimi arabo-islamici e di altre potenze imperialiste come Russia e Cina.

Contrappongono a questo proposito il fine della costruzione di una Palestina, libera laica e socialista, l’unica che possa garantire la piena emancipazione del popolo palestinese e la tutela dei diritti di tutte le minoranze a cominciare da quella ebraica. Allo stesso tempo sono ben consapevoli che lo sviluppo socialista della Palestina è impossibile se non nel quadro della più grande rivoluzione araba e socialista del Medioriente che si ponga il fine di distruggere tutti i regimi islamisti reazionari, e di sconfiggere tutte le potenze imperialiste che opprimono il popolo arabo con la costruzione di una Federazione socialista di tutto il Medioriente.

Il PCL, pertanto, è impegnato giornalmente nella promozione e nella partecipazione ad ogni forma di iniziativa in solidarietà con la lotta del popolo palestinese e con l’enorme movimento che si è sviluppato in tutto il mondo a suo sostegno

Federico Bacchiocchi

L'Italia nel Mar Rosso per difendere il massacro sionista

 


...ma anche gli interessi dei "nostri" armatori

Prosperity Guardian: questo è il nome della missione militare promossa dall'imperialismo USA nel Mar Rosso, contro gli attacchi del regime yemenita alle navi israeliane o che trafficano con Israele. La sua bandiera è la “difesa della libertà del commercio internazionale”. In realtà l'unica “libertà” che si vuole tutelare è la libertà dello Stato sionista. La libertà del genocidio della popolazione di Gaza, e del terrore antipalestinese in Cisgiordania.

Certo, c'entrano anche, nella partita, interessi commerciali e finanziari. Gli attacchi houthi alle navi israeliane o che trafficano con Israele hanno indotto 55 navi commerciali a sostituire il canale di Suez con la circumnavigazione dell'Africa, gli oneri delle compagnie assicurative stanno salendo, i noleggi portuali diventano più costosi, il prezzo del petrolio può aumentare.
Tutto ciò che disturba la quotidianità degli affari è una insidia per i capitalisti e per gli Stati che li tutelano. Ma tutto questo è il portato indiretto dello sterminio in atto contro il popolo di Gaza e di Palestina. Gli stessi Stati imperialisti, a partire dagli USA, che sostengono il massacro sionista mirano a tutelare la sua impunità minacciando la guerra contro chi la contrasta. Questa è la ragione prima della missione.

L'imperialismo italiano, fedele alleato d'Israele, è coinvolto nell'operazione, al pari del Regno Unito, del Canada, della Francia, dell'Olanda... e del governo “progressista” e “di sinistra” di Spagna.
Il ministro Crosetto sta negoziando le regole d'ingaggio del coinvolgimento italiano. Semplice difesa militare dei mercantili insidiati o anche potere di bombardamento diretto dello Yemen? Quel che è sicuro è la partecipazione italiana alla missione, senza neppure la formalità di un mandato parlamentare. Secondo Crosetto si tratterebbe semplicemente di appoggiarsi al mandato già conferito per la missione antipirateria nei mari del Medio Oriente. Ma chiunque capisce che qui la pirateria non c'entra nulla. Il governo Meloni sta predisponendo semplicemente una diretta partecipazione italiana a una missione di guerra contro un paese arabo, quali che siano le sue modalità operative.

Semplice sudditanza italiana agli USA? No, è anche un duplice interesse nazionale italiano.
Innanzitutto un interesse strategico: il governo Meloni sta usando la sponda americana per allargare il proprio raggio d'azione in Medio Oriente e in Africa (Piano Mattei) in aperta concorrenza con la Francia. Per questo vuole restare nel gorgo senza lasciare spazi indebiti agli imperialismi rivali.
In secondo luogo un interesse diretto dei capitalisti italiani e del mondo degli affari coinvolti. Lo afferma candidamente il ministro Crosetto: «Rispondendo a una precisa richiesta di tutela degli interessi nazionali pervenuta dai nostri armatori, abbiamo deciso di spostare nel Mar Rosso una delle nostre unità navali...». Più chiaro di cosi! I palestinesi crepino pure purché i “nostri” armatori siano tutelati.

La verità è che l'Italia viene coinvolta in una azione di guerra, su mandato dei suoi armatori, a tutela dello Stato sionista, contro il popolo palestinese.

È necessario portare nella mobilitazione a difesa della Palestina la parola d'ordine del No alla missione nel Mar Rosso. No a una missione internazionale imperialista e filosionista. No alla partecipazione italiana alla missione.

Partito Comunista dei Lavoratori