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Legge elettorale e democrazia borghese

 


Contro la tagliola della quadruplicazione delle firme. Per una legge elettorale integralmente proporzionale, senza sbarramenti, senza impedimenti, senza premi di maggioranza

Partito Comunista dei Lavoratori

Il governo a guida postfascista vuole decuplicare il numero di firme necessarie per depositare una lista elettorale da parte di partiti non rappresentati in Parlamento. Dalle 1500/2000 firme attuali per collegio a 6000/7000 per collegio plurinominale della Camera e del Senato. I collegi della Camera sono 49, quelli del Senato 26. Per presentarsi in tutti i 49 collegi della Camera occorrerebbero 294000 firme. Nei fatti ben oltre 300000, considerando i fisiologici annullamenti. Una enormità. Cui si aggiunge la clausola per cui ci si può presentare nazionalmente solo se si raccolgono le firme necessarie in almeno il 50% delle circoscrizioni.

Il combinato disposto di queste due clausole è uno solo: l’eliminazione dalla competizione elettorale di un ampio arco di forze minori, diversamente collocate, oggi prive di rappresentanza istituzionale. In altri termini, i partiti borghesi di governo che siedono in Parlamento decidono di escludere a priori persino dalla competizione elettorale i partiti che oggi ne sono fuori. È un passo verso l’americanizzazione del sistema politico.

Consideriamo arcireazionaria questa proposta e chiediamo il suo immediato ritiro. Anche attraverso l’appello alla Corte Costuzionale.

Non ci sfuggono le ragioni politiche miserabili della soluzione proposta. Ragioni incrociate. Il governo aveva proposto in prima battuta di escludere persino dal calcolo dei voti di coalizione le liste che non avessero raggiunto la soglia del 3% dei consensi (con la eccezione della prima sotto soglia), col possibile effetto di una coalizione vincente nei voti ma perdente nei calcoli. Una soluzione che Mattarella ha fatto sapere che non avrebbe firmato, anche per timore di una bocciatura della Consulta. Da qui la vendetta del governo: “Va bene, calcoleremo i loro voti ma… alzeremo l’asticella delle firme per impedire che si presentino”. Forza Italia in particolare ha spinto questa soluzione per timore di perdere voti a vantaggio di liste centriste del campo largo. Italia Viva di Renzi appoggia la misura perché così incassa il monopolio della rappresentanza di centro del campo largo. Il M5S la contrasta solo perché Conte gioca di sponda col “progetto civico” dell’assessore romano Onorato che gli ha promesso il voto in occasione delle primarie. Ogni partito borghese gioca per sé sulla pelle dei diritti democratici più elementari.

Ma al di là della superficie politica contingente, occorre una valutazione di fondo.

Le normative reazionarie in fatto di leggi elettorali non nascono col governo Meloni. Il progetto di legge Meloni (cosiddetto Stabilicum) elimina i collegi uninominali dell’attuale Rosatellum in cambio di una legge a base proporzionale truccata con un forte premio di maggioranza. Un premio che trasformerebbe il 42% dei voti almeno nel 55% dei seggi parlamentari. Assolutamente inaccettabile. Ma la legge elettorale attualmente vigente (Rosatellum), proposta e votata dal PD sotto il governo Gentiloni, ha fatto di peggio: ha dato al 44% dei voti della destra ben il 59% dei parlamentari. Se Meloni ha governato l’Italia per cinque anni è anche grazie a una legge elettorale del PD, oltre alle porcherie votate negli anni dai partiti del centrosinistra. Con che faccia il centrosinistra denuncia oggi il progetto di legge Meloni?

Si dirà: la differenza sta nel fatto che Meloni, con la sua nuova proposta di legge, punta scopertamente al premierato, attraverso l’indicazione obbligata del candidato Premier della coalizione. Verissimo. E indubbiamente il progetto di premierato, assieme a quello dell’autonomia differenziata, è un progetto reazionario di stampo bonapartista che va respinto con la massima determinazione.

E tuttavia l’attuale configurazione delle istituzioni locali, a livello comunale e regionale, non disegna forse piccoli premierati? I sindaci-podestà con maggioranza certa nei consigli comunali, e i governatori delle Regioni con maggioranza certa nei consigli regionali, ben al di là dei voti ricevuti, non sono forse la prefigurazione locale di un bonapartismo nazionale? È così. Ed è bene ricordare, per amore di verità, che fu il centrosinistra degli anni ’90 e dei primi anni 2000 il principale proponente dei bonapartismi locali, con in testa il Partito Democratico della Sinistra, poi Democratici di Sinistra, poi Partito Democratico, nel nome del primato della governabilità sul principio di rappresentanza. Per questo le leggi elettorali maggioritarie accompagnarono la seconda Repubblica ad ogni livello istituzionale. Ciò che oggi Meloni vuol fare è semplicemente estendere al piano nazionale il sistema istituzionale locale. Con un salto qualitativo reazionario che raccolga ed amplifichi tutto il peggio di quei modelli.

Occorre allora andare alla radice del problema, fuori da ogni ipocrisia.

Significa rilanciare una battaglia generale per un sistema elettorale integralmente proporzionale, ad ogni livello istituzionale, senza alcuna soglia di sbarramento, senza alcun premio di maggioranza, senza impedimenti a un libero confronto e partecipazione elettorale. Significa affermare il principio elementare della rappresentanza contro il totem della governabilità borghese.

“Ma allora non vi interessa la stabilità dei governi?” No, non ci interessa, perché non stiamo parlando di governi dei lavoratori ma di governi della borghesia, comitati d’affari dei suoi interessi, come diceva Marx. La loro stabilità è solo la stabilità delle politiche di rapina a vantaggio di capitalisti, grandi azionisti, banchieri. Come documentano gli ultimi trent’anni, e non solo in Italia.

La classe operaia, i giovani, le donne, colpiti quotidianamente da queste politiche, hanno un interesse esattamente opposto: quello di rafforzare la propria opposizione ai governi borghesi, quale che sia il loro colore politico. Per questo hanno interesse a una propria rappresentanza politica indipendente, basata su un proprio autonomo programma per una vera alternativa di società: che è anticapitalistica, o non è.

La battaglia per una legge elettorale integralmente proporzionale è l’unica che garantisca la parità di rappresentanza di ogni voto. Certo, nessuna legge elettorale nella società borghese, anche la più democratica, può cancellare in quanto tale il potere della borghesia, che nasce dalla proprietà dei grandi mezzi di produzione, di credito, di commercio. A differenza delle sinistre riformiste tutte, che esaltano la Costituzione di De Gasperi e Togliatti come le colonne d’Ercole della democrazia politica, noi ci battiamo da comunisti per una democrazia dei lavoratori, basata sulla loro forza e la loro organizzazione.

E tuttavia i comunisti non ignorano le battaglie per la democrazia. Se la Costituzione formalmente stabilisce l’uguaglianza di ogni voto, chiediamo a tutte le sinistre di essere almeno su questo aspetto coerentemente… “costituzionali”. Così purtroppo non è stato e non è. Alleanza Verdi Sinistra custodisce il proprio ruolo di sinistra del campo largo dentro il sistema istituzionale e bipolare della Seconda Repubblica. Il Partito della Rifondazione Comunista, dopo vent’anni di digiuno, si candida a rientrarvi, fosse pure dalla porta di servizio. È la riprova, se ve ne era bisogno, che solo i rivoluzionari possono essere conseguenti sullo stesso terreno democratico.

In ogni caso, è sempre utile un banco di prova: proponiamo a tutte le sinistre, politiche, sindacali, associative, di movimento una battaglia comune per il ritorno a una legge elettorale proporzionale integrale, ad ogni livello istituzionale. L’unica, oltretutto, che oggi può privare le destre reazionarie di una maggioranza parlamentare di governo. E che se fosse stata in vigore avrebbe impedito a Meloni di governare per cinque anni contro i lavoratori, i loro diritti, le loro ragioni.

Il “salario giusto” del governo Meloni è solo un regalo ai

 


La necessità e l’urgenza di una grande battaglia salariale. Non nei talk show, ma con la lotta

Il Decreto Lavoro del governo Meloni in occasione del Primo maggio non poteva essere più truffaldino. Il cosiddetto “salario giusto” si risolve nell’ennesimo incentivo alle imprese che lo applicherebbero: quasi un miliardo per i padroni (960 milioni). È lo stesso tipo di normativa che riguarda tutti i cosiddetti incentivi al lavoro introdotti in particolare nell’ultimo decennio. Ogni volta si presenta come tutela del lavoro un vantaggio per i profitti padronali.

Peraltro la stessa definizione di “salario giusto” nel decreto non c’è. Il riferimento infatti è al «trattamento economico complessivo» previsto nei contratti con le «organizzazioni maggiormente rappresentative». Ma il trattamento economico complessivo si compone di molte voci accessorie e variabili, dipendenti assai spesso dal tipo di impresa. La contrattazione collettiva fissa i minimi contrattuali, non il trattamento economico complessivo (TEC). Fare riferimento al TEC significa evitare ogni riferimento al minimo contrattuale della paga base, oltre a ignorare altre voci contrattuali, come ferie, malattia ecc. E in ogni caso non sta scritto da nessuna parte che il contratto collettivo sia di per sé garanzia. Basti pensare al salario della vigilanza, con salario a 5 euro: sarebbe questo un “salario giusto”?

Più in generale, l’attuale regime contrattuale, a partire dall’accordo-quadro del 2009 (firmato da sindacati confederali ed organizzazioni padronali) fa riferimento per il calcolo salariale al cosiddetto IPCA, cioè all’Indice dei prezzi al consumo armonizzato, depurato dagli energetici importati: la depurazione dagli energetici sancisce di per sé che il salario contrattuale non può neppure formalmente mantenere il potere d’acquisto dei salari. Tanto più oggi in presenza di una inflazione trainata proprio dai prodotti energetici.

Il presunto intervento del decreto sul ritardo dei rinnovi contrattuali è altrettanto ipocrita. Il decreto Meloni prevede in caso di ritardo del rinnovo un adeguamento salariale pari al 30% dell’aumento intervenuto dei prezzi. Significa garantire ai datori di lavoro un vantaggio del 70% in caso di ritardo contrattuale. Un incentivo formalizzato ad allungare il tempo dei rinnovi: perché in quel tempo “allungato” i prezzi salgono ben più delle retribuzioni, ad esclusivo vantaggio dei profitti.

Peraltro dall’agosto 2021 alla fine del 2025 anche i prezzi misurati con indice IPCA sono aumentati del 21,7%, mentre i salari dell’11,9%. Significa che i salari hanno recuperato poco più del 50%. L’attuale decreto, con l’adeguamento al 30%, è dunque persino peggiorativo della realtà attuale.

Non solo. L’adeguamento al 30% non ha carattere retroattivo, si applica solo a partire dal 1 gennaio 2027, e solo dopo dodici mesi dalla scadenza del contratto. L’incentivo ai padroni per ritardare i rinnovi è dunque pienamente garantito. Non a caso Orsini, presidente di Confindustria, ha esaltato il decreto Meloni. Lo stesso governo, quale datore di lavoro pubblico, è incentivato a ritardare i rinnovi per “risparmiare” risorse, da destinare in varie forme alle imprese o al pagamento del debito pubblico alle banche che acquistano titoli di Stato. A ciò si aggiungono gli effetti immutati del fiscal drag sui salari (ti aumenta il salario lordo ma non il salario netto, per il gioco delle detrazioni): ben 24 miliardi negli ultimi anni versati per questa via dal lavoro dipendente al Tesoro.

La risultante combinata di tutto questo è la drastica caduta dei salari. Sia che si prenda a riferimento gli ultimi cinque anni sia che si prenda a riferimento gli ultimi trenta, il risultato non cambia. I salari italiani perdono nettamente e progressivamente potere d’acquisto a vantaggio di profitti e rendite. Più che in ogni altro paese d’Europa.

Questo fatto incontestabile chiama in causa la politica delle burocrazie sindacali. Qual è la prima funzione di un sindacato se non quella di tutelare i salari? Se i salari sono in calo da trent’anni non è forse la politica sindacale di lungo corso la prima imputata? Questa domanda elementare interroga in particolare la CGIL, in quanto principale sindacato italiano. Maurizio Landini in ogni talk show denuncia brillantemente le iniquità salariali e le politiche dei governi. Ma padroni e governi borghesi fanno il proprio mestiere, che è quello di tutelare i profitti. È la direzione sindacale che non fa il proprio, né nel settore privato né nel settore pubblico. A dirlo sono proprio i dati che Landini denuncia. E certo oggi la linea delle buone relazioni di Landini con Orsini conferma la paralisi dell’azione sindacale reale, e la sua subalternità politica a una prospettiva di alternanza borghese di centrosinistra.

È l’ora di una svolta. Di una grande battaglia generale per il netto incremento di salari e stipendi di almeno 400 euro netti e per il ritorno della scala mobile dei salari. Una battaglia da collegare alla rivendicazione della cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro, di una drastica riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, di una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco. Una battaglia contro i padroni e contro il governo. La costruzione di una direzione alternativa del movimento operaio e sindacale è anche per questo all’ordine del giorno.

Partito Comunista dei Lavoratori

Solidarietà al Partito dei CARC

 


Esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne del Partito dei CARC per l’ennesima azione repressiva orchestrata dal governo postfascista.

Nella mattina del 21 aprile sei membri delle sezioni di Napoli e Firenze, tra cui un minorenne, sono stati sottoposti a perquisizione domiciliare e sequestro di materiale informatico per la contestazione del reato di associazione «con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (art. 270 bis c.p.).

Neanche questa ulteriore prova muscolare del governo dev’essere interpretata come un fatto isolato nell’ordinaria amministrazione della dittatura borghese. Né sul piano dell’attacco frontale alle organizzazioni del movimento operaio né all’interno del più ampio quadro della lotta di classe del nostro paese.

Essa non rappresenta una semplice rappresaglia in risposta alle parole d’ordine del volantino che, per aver osato inneggiare alla cacciata del governo Meloni, ha fornito il pretesto per un’interrogazione parlamentare al ministro dell’interno Piantedosi, il quale aveva in quell’occasione (8 ottobre 2025) assicurato che sarebbe stata l’autorità giudiziaria «ad accertare» l’esistenza di «una regia dietro ai disordini verificatisi in occasione di manifestazioni a sostegno della causa palestinese».

Essa non è concepibile nemmeno all’interno della sola ritorsione che per via giudiziaria lo Stato borghese utilizza come arma privilegiata per la decapitazione di quel movimento di massa che l’autunno scorso ne ha messo in discussione l’autorità, disinnescando l’operatività dei decreti “sicurezza”.

La continua repressione poliziesca del governo postfascista acquista una dimensione di senso solo come attuazione della sua più specifica funzione storica, solo come amministrazione autoritaria del capitalismo in crisi, solo come grimaldello per la preventiva arginazione delle organizzazioni di classe e di massa, solo per l’annichilimento delle forze sociali che minacciano l’ordine borghese. Quel turpe ordine borghese ammantato dalla foglia di fico della Costituzione che un partito estremamente minoritario è accusato di voler sovvertire, laddove ne rivendica invece esplicitamente l’attuazione.

È allora possibile inquadrare la vicenda dei CARC (interrogazione a Piantedosi inclusa) all’interno del più ampio progetto di consolidamento dell’apparato di controllo borghese sulle masse sfruttate e oppresse insieme ad innumerevoli altri tasselli: dallo spionaggio dell’attivista Luca Casarini (sotto il governo Conte I), all’infiltrazione in Potere al Popolo nel corso del 2025; dalla persecuzione delle direzioni del movimento pro Palestina (Mohamed Shahin, Anan Yaesh, Ali Irar, Monsour Doghmosh, Mohammad Hannoun, e centinaia di altre/i giovani militanti) al gravissimo episodio dei quattro fogli di via recapitati la scorsa settimana ad altrettanti delegati sindacali del SI CoBas per aver organizzato uno sciopero in un magazzino di Tortona (AL).

Terrorista è lo Stato borghese, non chi vi si oppone. Terrorista è chi fiancheggia le politiche genocidiarie dello Stato sionista, non chi le combatte. Terrorista è questo sistema marcio, non chi ne proclama il superamento contro ogni illusione riformista entro il quadro della sua “legalità”.

Che questa vicenda non rimanga un mero fatto di cronaca, ma sia il trampolino di lancio per una rinnovata mobilitazione generale di classe e di massa, che cacci finalmente il governo Meloni e instauri il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

UE, un altro mattone nel muro della “fortezza Europa”

 


Il Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, approfondendo una politica migratoria reazionaria. L’estrema destra e Trump stanno provocando una forte reazione, che si è manifestata con mobilitazioni di massa contro le loro politiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’unità d’azione nella mobilitazione e il fronte unico sono strumenti potenti per contrastarli. L’alternativa alla barbarie è il socialismo, in un mondo senza frontiere

UN SALTO NELLA POLITICA DI ESPULSIONE

Dopo aver ottenuto l’approvazione degli Stati membri (il Consiglio) alla fine dello scorso anno, l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, che prevede: la creazione di centri di rimpatrio in paesi terzi, l’estensione della durata della detenzione, la sospensione delle prestazioni sociali, i controlli d’identità, le ispezioni nei luoghi di lavoro e i divieti di ingresso. Inoltre, ha aperto la porta alla cooperazione con regimi extracomunitari, cosa che non è nuova ma che ora ha subito una legittimazione.

Nel testo, che è stato ratificato al Parlamento Europeo con i voti del Partito Popolare Europeo, dei conservatori e dell’estrema destra, è stato eliminato il punto più controverso, ovvero la possibilità di effettuare ricerche porta a porta di persone prive di documenti, come fanno gli agenti incappucciati dell’ICE negli Stati Uniti. Ma è possibile che si tratti solo di una soluzione momentanea, poiché il Consiglio non respinge le retate e gli arresti domiciliari, per cui rimane aperta la possibilità che vengano inclusi in seguito a negoziati istituzionali. Hanno così aggiunto un nuovo mattone alle mura della “fortezza Europa”.

GRADUALE SVOLTA DI NORMALIZZAZIONE DELL’ESTREMA DESTRA

L’idea di esternalizzare la politica di asilo (trasferimento forzoso in paesi diversi da quelli di sbarco e di destinazione, ndt) non è nuova per l’UE. In passato era stata scartata più volte per questioni legali, ma ora è una realtà. Le decisioni adottate continuano a smantellare il “cordone sanitario” contro l’estrema destra e, di conseguenza, contribuiscono alla sua normalizzazione istituzionale e sociale.

Nel corso del 2015 è scoppiata una crisi migratoria quando un milione di rifugiati raggiunse i confini europei. Da allora, il blocco delle entrate ha seguito una via altalenante, ma in una direzione chiaramente reazionaria, manifestatasi con le crisi delle navi come la Ocean Viking e molte altre, bloccate nel Mediterraneo.

L’arrivo di barconi che vengono abbandonati al loro destino o a cui viene impedito l’ingresso dalle autorità europee fa sì che molti finiscano in fondo al mare. I dati di varie ONG, diverse fra loro (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Caminando Fronteras, ecc.) ma concordi nelle stime, danno per scontato che si tratti di cifre sottostimate a causa delle imbarcazioni scomparse e delle morti non registrate. Alcuni dati approssimativi mostrano l’orrore che l’Europa sta alimentando: nel 2025, via mare, sono morti tra 2.000 e 2.500 persone. In rotta verso la Spagna, su piccole imbarcazioni, sono morte 3.090 persone, di cui 437 bambini.

NON SONO EPISODI OCCASIONALI, MA UNA DERIVA DURATURA

La prossima estate entrerà in vigore il Patto sull’asilo e la migrazione, con la creazione di centri di rimpatrio verso paesi terzi – senza che sia necessario alcun tipo di legame con il luogo di destinazione – ma previo accordo con gli Stati membri. Nel 2018 si era tentato di creare delle “piattaforme di sbarco”, progetto che però dovette essere abbandonato a causa dei dubbi sulla sua legalità. Fu allora che gli accordi migratori con la Turchia aprirono la strada a comprare con milioni di euro i governi dei paesi di origine e di transito in cambio del blocco delle imbarcazioni nel Mediterraneo.

La crescente “mano dura” sull’immigrazione è una tendenza che si consolida. Nel 2025 in Francia, Macron ha schierato 4.000 agenti di polizia per effettuare retate nelle stazioni degli autobus e dei treni, e da tempo promuove una legislazione anti-immigrati. Nel Regno Unito, guidato dai pseudoprogressisti del Partito Laburista, si è festeggiato un numero “record” di retate in luoghi come saloni di manicure, lavanderie e parrucchieri. In Belgio, il governo sta valutando la possibilità di consentire alla polizia di perquisire le abitazioni. E la prima ministra italiana Giorgia Meloni è l’avanguardia dell’esternalizzazione delle espulsioni: con l’appoggio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promosso la creazione di centri di detenzione temporanea in Albania.

PEDRO SANCHEZ NON ALTERA LA REGOLA

Il presidente spagnolo Pedro Sánchez (PSOE) ha adottato alcune misure parziali che si allineano rigorosamente alla dinamica dominante, mentre critica Trump. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il suo partito è un pilastro del regime del ’78, plasmato dal franchismo con un’impronta razzista. Non mette in discussione le normative europee, ha accordi con il Regno del Marocco per fermare l’immigrazione in quel paese e reprimere alla frontiera meridionale spagnola, che è la porta d’ingresso in Europa, come hanno fatto le forze di entrambi i paesi uccidendo più di 40 persone alla frontiera di Melilla. Mantiene in vigore la nefasta legge sull’immigrazione ed effettua anche rimpatri immediati. Le quote di migranti che ammette si basano sulla necessità di disporre di manodopera a basso costo che mantenga in piedi i fondi pensionistici. Lo fa perché il suo governo è molto contestato, ha bisogno di riconquistare i settori che si sono allontanati e intende guidare un fronte “progressista” internazionale insieme ad altri riformisti.

In definitiva, le pratiche reazionarie, discriminatorie e violatorie dei diritti umani non sono solo patrimonio dei governi ultranazionalisti, ma anche dei liberali e di coloro che si definiscono falsamente “socialisti” e “di sinistra”.

MOBILITAZIONI DI MASSA NEGLI USA E NEL REGNO UNITO

Il corso degli imperialismi europei procede all’ombra dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il cui operato è noto per le misure razziste e la brutalità disumana dei suoi agenti. Ma questo non è l’unico aspetto della crescente polarizzazione politica e sociale che attraversa il mondo.

Trump è messo sotto scacco dalle mobilitazioni. Centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a una nuova ondata di mobilitazioni in tutti gli Stati Uniti, articolate attorno al movimento “No Kings”, con circa 3.300 marce in città grandi, medie e in zone rurali. Si tratta della terza grande mobilitazione nazionale dal 2025. I cortei di massa, con cori, costumi e cartelli, sono un riflesso della repulsione nei confronti di Trump come un fenomeno che trascende i grandi centri urbani e raggiunge persino gli stati tradizionalmente conservatori.

Le cause di questa esplosione sono legate alla svolta autoritaria e bellicista del governo di Trump: l’uso intensivo di ordini esecutivi per aggirare il Congresso, gli interventi militari in Palestina e in Iran, la repressione migratoria — con retate, deportazioni e violenze da parte della polizia — e una politica economica che aggrava la crisi del costo della vita. Trump è un mostro che va sconfitto!

E nel Regno Unito, che non fa parte dell’Unione Europea, mezzo milione di persone è sceso in piazza a Londra per protestare contro l’avanzata dell’estrema destra e le guerre in Iran e a Gaza. Gli slogan principali univano il rifiuto del razzismo e dell’islamofobia, la difesa dei rifugiati e una forte denuncia contro figure dell’estrema destra come Nigel Farage (Reform UK), insieme a critiche agli agitatori reazionari e al ruolo delle potenze occidentali nei conflitti internazionali.

La mobilitazione ha anche messo in discussione il governo del Partito Laburista guidato da Keir Starmer, accusandolo di aver abbandonato i propri principi storici e di mostrare complicità o passività di fronte alle offensive di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. In questo contesto, la protesta ha espresso non solo un rifiuto dell’estrema destra ma anche una crescente rottura con il Labour, che settori della sinistra ritengono responsabile di non offrire una reale alternativa all’avanzata reazionaria.

UNITÀ NELLA MOBILITAZIONE PER I DIRITTI UMANI E DEMOCRATICI

La svolta reazionaria nell’UE e in altri governi europei riprende il programma e le misure dell’estrema destra. Per questo respingiamo il Regolamento sul rimpatrio, il Patto sull’asilo e la migrazione e ogni politica di esternalizzazione delle frontiere, di detenzione e di espulsione dei migranti. Nessuna persona è illegale!

Difendiamo l’apertura delle frontiere, il pieno diritto a emigrare, all’asilo, la chiusura dei centri di detenzione e la fine immediata dei respingimenti. Lottiamo per la cancellazione delle leggi reazionarie e per il riconoscimento di tutti i diritti politici, sociali e lavorativi per i migranti, a parità di condizioni con la classe lavoratrice autoctona. Documenti per tutti, subito!

Lottiamo per la più ampia unità d’azione per affrontare queste politiche nelle strade, promuovendo l’organizzazione indipendente dei lavoratori, dei migranti e dei rifugiati. Solo attraverso una mobilitazione di massa e prolungata sarà possibile sconfiggere questa offensiva reazionaria. C’è bisogno di un movimento intercontinentale in difesa dei diritti dei migranti!

SOCIALISMO O BARBARIE. PER UN MONDO SENZA FRONTIERE

La radice di queste politiche è in un sistema capitalista in crisi che ha la necessità di dividere la classe lavoratrice per mantenere i propri profitti. Per questo motivo la lotta contro il razzismo, le espulsioni e la “fortezza Europa” è indissolubilmente legata alla lotta per una soluzione socialista, basata sulla solidarietà internazionale e sul governo dei lavoratori. Socialismo o barbarie è un’alternativa sempre più attuale, e che richiede di lottare per un mondo senza frontiere.

Florencia Salgueiro

Lo scenario post-referendum

 


Cacciare Meloni. Rilanciare l’opposizione di massa. Liberare la via di una alternativa anticapitalista

Dopo quasi quattro anni di governo, Giorgia Meloni ha conosciuto la sua prima sconfitta politica. Una sconfitta seria che investe l’intero scenario italiano, e carica di nuove responsabilità le organizzazioni del movimento operaio.

LA SCONFITTA PESANTE DEL GOVERNO

La misura della sconfitta governativa è innanzitutto nei numeri. L’affluenza al voto è stata molto alta, nel segno di una forte polarizzazione. Oltre un terzo di chi non votò alle elezioni europee del 2024 è andato a votare per il referendum. Il No ha vinto con due milioni di scarto, dopo una rapida rimonta. Ha vinto in tutte le grandi città e nella larga maggioranza delle regioni, anche in quelle governate dalla destra. Ha vinto tra i giovani sotto i 34 anni (61%), e ancor più marcatamente fra gli studenti (63,6%). Ha vinto nella popolazione femminile occupata (56%).

Il travaso diretto di voti dal blocco sociale del centrodestra in direzione del No c’è stato (il 10% dell’elettorato di Forza Italia, il 12% di quello leghista, il 3% di Fratelli d’Italia) ma in misura complessivamente contenuta. È vero invece che una parte significativa dell’elettorato della destra nelle regioni del Sud si è astenuto dal voto, mentre una parte di astenuti “di sinistra” alle ultime elezioni europee è andato a votare per il No. La destra non ha perso il proprio blocco sociale ma ha registrato una sua crisi di motivazione. Mentre il fronte del No, relativamente parlando, ha fatto il pieno, nonostante le defezioni a favore del Sì di alcuni segmenti di elettorato PD (9%) e più significativamente del M5S (17%).

Come è evidente, il voto del 22-23 marzo non è stato un voto “per le procure” (a dispetto dell’impostazione dei comitati del No), e neppure un voto “per il centrosinistra”. È stato principalmente un voto politico contro il governo a guida postfascista. Ed in particolare contro la premier.

Giorgia Meloni si era spesa fortemente nell’ultima fase della campagna, combinando i toni istituzionali da Presidente del Consiglio con il ricorso agli argomenti più truci di taglio trumpiano: contro «gli stupratorii pedofili, i devastatori, gli spacciatori», persino «i ladri di bimbi strappati alle madri», tutti attribuiti ai possibili effetti del No. La sua speranza era quella di trascinare al voto i bassifondi della propria base elettorale, usarli come ariete di sfondamento, incassare la vittoria prevista, spianare per questa via il cammino plebiscitario del premierato. Questo disegno è clamorosamente fallito.

UN VOTO CONTRO MELONI, CONTRO TRUMP, CONTRO NETANYAHU

I fatti internazionali hanno avuto un ruolo importante in questo fallimento. La sovrapposizione di immagine fra Trump e Meloni si è trasformata col tempo in una zavorra per la Presidente del Consiglio, con un crescendo traumatizzante.

Prima il pieno sostegno di Trump alla guerra genocida di Netanyahu; poi la pirateria in Venezuela; poi le minacce contro Cuba; poi le pretese sulla Groenlandia; poi gli assassinii di Minneapolis in mondovisione; infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran, con le sue ricadute sul portafoglio ma anche con le sue incognite globali. Questa escalation del trumpismo ha suscitato una progressiva reazione di rigetto, sempre più radicale, nel senso comune di una parte maggioritaria dell’opinione pubblica. Nel mondo, in Europa, anche in Italia. Una Presidente del Consiglio che aveva esibito pubblicamente la propria relazione speciale con Trump, che aveva vantato il ruolo di pontiere fra Trump e la UE, che si era spesa elettoralmente a sostegno dell’internazionale trumpiana (da Orban a Milei), che aveva portato l’Italia nel Board of Peace anche per tutelare l’intesa con Trump, è stata inevitabilmente colpita da questo rigetto. Il suo tentativo di sottrarvisi, con qualche contorta dissociazione passiva dell’ultima ora, non le ha risparmiato l’immagine di complicità. L’ha paradossalmente sottolineata.

Il movimento di settembre-ottobre 2025 ha pesato nell’urna. In forma indiretta ma evidente. I giovani avevano già segnalato in precedenza un orientamento contrario alle destre. Nelle stesse elezioni politiche del settembre 2022 (dove però l’astensionismo giovanile era stato elevato) e a maggior ragione nella prova successiva delle elezioni europee. Non a caso in occasione del referendum CGIL sui temi del lavoro di un anno fa la fascia generazionale under 34 è stata l’unica a superare il quorum di affluenza al voto, naturalmente a sostegno dei quesiti. Ma certo il genocidio di Gaza e le complicità del governo italiano col sionismo hanno sospinto un salto netto di radicalizzazione del sentimento giovanile. Le straordinarie mobilitazioni del 22 settembre e del 4 Ottobre nelle strade e nelle piazze di tutta Italia ne sono state il riflesso. Quel movimento non ha conosciuto continuità per responsabilità prevalenti delle direzioni sindacali, ma ha lasciato un segno nel senso comune sia dei protagonisti che di un’area più vasta della società italiana. Il voto referendario contro il governo è stato anche un voto per la Palestina.

UN GOVERNO NETTAMENTE INDEBOLITO

La sconfitta referendaria è gravida di conseguenze politiche. Non precostituisce affatto, in quanto tale, una sconfitta della destra nelle elezioni del 2027. Ma certo complica pesantemente la vita del governo nell’anno decisivo di fine legislatura.

Il progetto delle riforme istituzionali è azzerato, e con esso quello scambio tra riforma della giustizia, autonomia differenziata e premierato su cui era stato costruito il patto di maggioranza tra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia. Resta la proposta di riforma della legge elettorale, incentrata sull’eliminazione dei collegi. Ma la Lega non sembra ora disponibile a mollare i collegi del Nord, tanto più a fronte dell’insidia Vannacci. Forza Italia obietta all’indicazione del candidato premier della coalizione perché teme una penalizzazione elettorale a vantaggio di Meloni. E Meloni dopo la sconfitta ha un potere negoziale con i suoi alleati obiettivamente ridotto.

Il campo della politica estera, cui Meloni aveva affidato una parte importante del proprio prestigio, sia in Italia che nella UE, è stato investito dal ciclone del trumpismo e dalla sua crisi. Il marchio dell’”unico governo stabile” d’Europa è ormai materiale d’archivio. Non è un fatto secondario. La stabilità di governo era fino a ieri la principale dote di Meloni nel rapporto col grande capitale. Ora tutto si complica anche su quel versante. Lo scontro fra Confindustria e governo sugli incentivi fiscali alle imprese prima concessi e poi revocati non è solo un riflesso dei costi imprevisti della guerra, ma anche una registrazione della novità di scenario: Confindustria batte cassa presso un governo più debole, al quale tanto più oggi non concede licenza di sgarro.

Più in generale, è proprio il terreno economico-sociale il punto più problematico per il governo. Le risorse del PNRR sono finite. La crisi industriale si acuisce. La crisi energetica si fa drammatica per l’Italia, in particolare per le forniture di gas, per via degli effetti della guerra. La crescita di prezzo dei carburanti, ma anche a cascata dei beni alimentari, insidia il consenso del governo presso più ampi settori popolari. L’obiettivo della fuoriuscita dalla procedura d’inflazione, che sembrava acquisito, è contraddetto dagli ultimi dati: ciò che impedirebbe al governo di finanziare fuori bilancio l’aumento annunciato delle spese militari. Ogni ipotesi di rinegoziazione o di nuova sospensione del Patto di stabilità continentale, per via dell’emergenza guerra, appare molto improbabile. Mentre l’ampliamento del possibile ricorso ai cosiddetti “aiuti statali” all’industria, sponsorizzato non a caso dalla Germania, cozza nel caso dell’Italia con un indebitamento pubblico gigantesco, in progressivo incremento, privo oltretutto del precedente sostegno della BCE.

In ogni caso, l’impatto politico della sconfitta pesa sulla percezione di massa. Per quasi quattro anni la Presidente del Consiglio aveva usufruito di una immagine pubblica di “invincibilità”: una sua rendita di posizione, per quanto abusiva, presso ampi settori popolari e di classe media. Questo mito è crollato. E questo crollo trascina con sé l’indebolimento politico reale della sua figura, nel mentre incoraggia i sentimenti ostili del blocco sociale di opposizione. Meloni ha rappresentato per quattro anni il volto pubblico del governo e della sua comunicazione sociale. Per molti aspetti l’unico volto “presentabile” di una compagine molto posticcia. Ora la sconfitta, sfregiando quel volto, zavorra la credibilità dell’esecutivo. Le dimissioni imposte a Delmastro, Bartolozzi, Santanchè sono il tentativo di un colpo d’ala della Presidente del Consiglio alla ricerca affannosa di capri espiatori. Ma sono anche la misura del colpo subito, e per alcuni aspetti una sua oggettiva amplificazione, al di là delle intenzioni. Mentre la crisi interna di Forza Italia, sotto il pressing proprietario della famiglia Berlusconi, e le spinte divaricanti che attraversano la Lega, aggiungono nuovo piombo sulle ali della coalizione.

LA GUERRA INTERNA AL CENTROSINISTRA LIBERALE

Il campo largo del centrosinistra borghese è sicuramente beneficiario della sconfitta governativa. Con effetti immediati. La segretaria del PD si rafforza nel proprio partito. Si rafforza l’asse PD-M5S-AVS come baricentro della coalizione. Si indebolisce il peso negoziale di Renzi. Va fuori campo l’opzione terzopolista di Calenda. Nel complesso, un consolidamento degli stati maggiori del centrosinistra.

Ma paradossalmente questo successo, proprio perché rafforza le chance di una futura alternanza di governo, radicalizza lo scontro fra PD e M5S per la guida del centrosinistra. Uno scontro di ambizioni apparentemente irrinunciabili per la guida della borghesia italiana.

Giuseppe Conte vuole correre per guidare il suo terzo governo. Rifiuta la soluzione Schlein quale leader del principale partito di centrosinistra. Rivendica “primarie aperte”, con voto on line, che possano ribaltare il rapporto di forza col PD. Punta a beneficiare di una possibile moltiplicazione di candidature concorrenti a danno di Schlein. Investe su una postura politica anfibia che da un lato occhieggia ai sentimenti pacifisti (piegati soprattutto in chiave anti-Ucraina), dall’altro liscia il pelo alle politiche legge e ordine, come già sul tema anti-immigrati, e corteggia gli appetiti fiscali delle imprese. È la postura populista spregiudicata di un premier per tutte le stagioni.

Elly Schlein capitalizza la sconfitta di quelle minoranze interne al PD che si erano schierate per il Sì, a favore obiettivo di Meloni, pur di contrastare la segretaria. Può contare sul sostegno di Bonaccini e Franceschini, e con essi sulla non belligeranza di un apparato interno di partito oggi privo di possibili alternative. Ma resta per molti aspetti prigioniera della costituzione materiale borghese del partito che dirige. Un partito costretto ad affidarsi a Schlein per battere la concorrenza dei Cinque Stelle e tornare alla guida del governo del capitale, ma che non si identifica nella segreteria, e si riserva in prospettiva di rimpiazzarla.

Non a caso nella partita annunciata delle primarie Schlein punta sul “sostegno esterno” della burocrazia CGIL, non potendosi fidare del proprio partito. Mentre una schiera di padri nobili del PD, Prodi in primis, evoca dietro le quinte un candidato premier super partes per la coalizione, che possa non solo evitare primarie di scontro Schlein-Conte (e le sue incognite) ma anche offrire al grande capitale una maggiore garanzia di autorevolezza sul piano nazionale ed europeo.

Non è tutto. Sul lato destro della coalizione sono al lavoro diverse ingegnerie di improbabili soggetti di centro in cerca di autore (Ruffini, Spadafora, Onorato, Manfredi, Sala, Silvia Salis…), con l’obiettivo di riequilibrare l’assetto interno del centrosinistra. Il principale architetto dell’operazione è Matteo Renzi e la sua Italia Viva, che si erano schierati in larga misura per il Sì nel referendum, a vantaggio del governo Meloni, ma che PD, M5S e la stessa AVS hanno da tempo accettato incondizionatamente come socio di coalizione, rimuovendo ogni veto. Non è un caso, e non è solo questione elettorale. Le credenziali antioperaie di Renzi convalidate dall’esperienza di governo (2014-2016) sono un canale utile di relazione con ambienti del grande capitale. E gli ambienti del grande capitale sono centrali per un’alternanza borghese di governo, come nella storia degli ultimi trent’anni.

IL GOVERNO MELONI RESTA IN SELLA. L’IGNAVIA DELLE OPPOSIZIONI LIBERALI. LA DOMANDA DI STABILITÀ DELLA BORGHESIA

Nel frattempo nessun partito di centrosinistra ha chiesto le dimissioni del governo Meloni a seguito della sua sconfitta referendaria. Nessuno. Rimproverano ovviamente a Meloni il ritardo e l’ipocrisia del repulisti interno di figure da tempo impresentabili. Ma la richiesta di dimissioni dell’esecutivo viene rimossa. È clamoroso. Un governo reazionario che da quattro anni governa “nel nome del popolo” con il 44% dei votanti e il 59% dei parlamentari grazie a una legge elettorale truffaldina varata dal PD (il Rosatellum); che “nel nome del popolo” ha varato una legge di riforma costituzionale sottratta ad ogni mediazione parlamentare persino all’interno della propria maggioranza; che ha cercato su questa legge l’investitura del popolo in funzione di un progetto bonapartista di pieni poteri; che è stato clamorosamente sfiduciato dallo stesso “popolo” che ha evocato… viene risparmiato dalla richiesta di dimissioni. Quale la ragione di tanta generosità?

Ragioni diverse. Incide la lotta irrisolta per la guida del centrosinistra. Ma non solo. Incide anche la “responsabilità istituzionale” dei partiti borghesi liberali, in uno scenario internazionale di crisi profonda. Il Presidente di Confindustria è esplicito: «Serve un grande senso di responsabilità da parte di tutti i partiti. Abbiamo troppe cose da fare… bisogna mettersi a a lavorare a testa bassa per il bene delle imprese e dei cittadini..Sarebbe nell’interesse del Paese oggi vedere le forze di maggioranza e di opposizione sedersi insieme per scrivere un patto per lo sviluppo, per mettere a fuoco, in pochi punti, le priorità dell’industria..La stabilità è una delle poche cose che ci vengono riconosciute in Europa. Quindi la stabilità non può essere messa in discussione» (Il Foglio, 26 marzo).

La stessa domanda di stabilità e collaborazione viene dagli ambienti del Quirinale, e persino dai vertici rinnovati della Associazione Nazionale Magistrati («vogliamo ripristinare un clima di dialogo col nostro interlocutore politico», cioè col governo Meloni). Naturalmente oggi non vi sono le condizioni politiche per un patto generale fra opposizioni e governo. Ma le pressioni di Confindustria e dei piani alti dello Stato borghese non sono irrilevanti per quegli stati maggiori del centrosinistra che si candidano a governare in loro nome.

La stessa burocrazia CGIL, subalterna al centrosinistra, non solo evita di affondare il colpo contro Meloni ma giunge ad avanzare una proposta pubblica di reciproco “ascolto”. «Questo governo non ha la maggioranza di consenso nel Paese. E quindi deve avere l’umiltà di smetterla di comandare per mettersi finalmente a governare… Il governo deve accettare di confrontarsi con le parti sociali e con il Parlamento. Perché mediazione sociale e compromesso non sono brutte parole… Soprattutto in un momento in cui siamo di fronte ad una situazione del tutto inedita… col ritorno della guerra, con l’aumento delle disuguaglianze, c’è bisogno di un coinvolgimento delle persone e delle parti sociali». Sono le parole di Maurizio Landini sul quotidiano La Stampa (25 marzo). Il capo della principale organizzazione di massa del movimento operaio non solo non chiede le dimissioni del governo reazionario ma fa leva sulla sua sconfitta per rivendicare il compromesso politico e sociale con Meloni e col padronato. Non importa che si tratti di un pio desiderio, già tante volte frustrato. Importa il significato della profferta in sé, quale misura della subalternità CGIL alla borghesia italiana.

Inutile aggiungere che né Alleanza Verdi-Sinistra né il Rifondazione Comunista hanno qualcosa da dire sulla linea CGIL. È il risvolto fisiologico della loro subalternità al centrosinistra, e delle proprie ambizioni di governo.

In questo quadro, protetto dall’ignavia delle opposizioni, Giorgia Meloni può disporre di un proprio spazio di manovra per sopravvivere alle proprie difficoltà. Può decidere di tentare un rilancio, magari sul terreno di quelle politiche forcaiole contro i migranti che hanno ottenuto il viatico dell’Unione Europea (col voto di settori della socialdemocrazia continentale). Come potrebbe invece valutare conveniente andare un domani a elezioni anticipate, per evitare uno sfarinamento della sua maggioranza. In ogni caso, sarebbe lei a decidere, al riparo da ogni vera opposizione, e da ogni prospettiva di alternativa vera.

UNA VERA OPPOSIZIONE PER UN’ALTERNATIVA ANTICAPITALISTA. UNITÀ E RADICALITÀ STANNO INSIEME

Una vera opposizione e una vera alternativa sono dunque più che mai indissolubilmente intrecciate.

“Cacciare il governo Meloni” è tanto più oggi una rivendicazione elementare. I manifestanti No Kings della grande manifestazione del 28 marzo a Roma hanno fatto giustamente della parola d’ordine “governo Melonidimissioni” la propria colonna sonora corale. Un sentimento pubblico liberatorio dopo la vittoria referendaria. Se non ora, quando?

Ma la cacciata del governo è inseparabile dal rilancio di una mobilitazione di massa capace di imporla. Il tema è delicato e decisivo.

Se le grandi mobilitazioni di settembre-ottobre 2025 hanno lasciato il segno nel senso comune di ampi settori di massa, e in particolare della gioventù, la loro disattivazione – per volontà soprattutto delle direzioni sindacali – non è stata priva di conseguenze. È vero, il governo ha subito ugualmente una sconfitta politica pesante, ma il suo blocco sociale è ancora in piedi. Oltre la metà dei salariati ha votato Sì al referendum. La maggioranza della popolazione femminile impiegata nel lavoro domestico ha votato Sì. Tre grandi regioni del Nord conservano un’egemonia reazionaria piccolo-medio-borghese sulla maggioranza della popolazione. La riserva reazionaria della provincia profonda resta intatta. L’astensione dal voto nel Meridione ha premiato il No, ma il rapporto di forza tra blocchi sociali rimane in larga misura inalterato, come registrano tutti i sondaggi post-referendum sugli orientamenti di voto.

Solo una mobilitazione straordinaria può smuovere il blocco sociale reazionario, dilatare le sue contraddizioni, precipitarne la crisi. Ma una mobilitazione straordinaria ha bisogno di una bandiera di riferimento, di una piattaforma di rivendicazioni in cui riconoscersi e per cui battersi. Una piattaforma capace non solo di unire nella lotta i diversi attori del blocco sociale alternativo, ma anche di parlare ai salariati che votano a destra, di favorire la loro autonomia e lo sviluppo di una loro coscienza.

La richiesta di un forte aumento generale dei salari e di una scala mobile a protezione dall’inflazione; di una patrimoniale straordinaria del 10% sul 10% più ricco per finanziare sanità, istruzione, servizi, un piano di opere sociali e ambientali; dell’abolizione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro; di una riduzione generale dell’orario di lavoro a parità di paga capace di ripartire fra tutti il lavoro che c’è; di una vertenza unificante per le centinaia di aziende in crisi (Stellantis ed Ilva in primis) con la richiesta della loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori; di una nazionalizzazione e riconversione dell’industria bellica, senza indennizzo e sotto controllo operaio, come dei grandi monopoli energetici… Sono tutte rivendicazioni che nel loro insieme possono incunearsi nel blocco sociale reazionario e favorire una sua scomposizione.

Al tempo stesso sono richieste che possono e debbono saldarsi con rivendicazioni democratiche già fatte proprie dal senso comune e/o di facile comprensione popolare. Come il rifiuto di ogni guerra imperialista, l’abbattimento delle spese militari, la chiusura delle basi, il ritiro dalle missioni di guerra, la rottura con la NATO e con lo Stato coloniale di Israele, la difesa del diritto di autodeterminazione di ogni popolo oppresso, a partire dal popolo di Palestina. Ma anche la cancellazione dei privilegi fiscali del Vaticano, la soppressione delle misure liberticide di Meloni-Salvini-Piantedosi-Valditara, una legge elettorale interamente proporzionale a difesa del principio di rappresentanza e dell’uguaglianza di ogni voto…

Nessuno di questi obiettivi – tanto più il loro insieme- è compatibile col centrosinistra liberal-borghese, la cui costituzione materiale regala alla destra e al suo blocco sociale una rendita di posizione resistente, come mostra la storia della seconda Repubblica. Solo le organizzazioni del movimento operaio possono assumersi la responsabilità di promuovere un’opposizione di massa e di classe su una piattaforma generale di svolta. Solo un fronte unico delle sinistre sindacali, associative, politiche, di movimento, può sostenere uno sciopero generale vero mirato a ribaltare i rapporti di forza tra le classi. Ciò che implica la rottura col centrosinistra ed una iniziativa politica indipendente.

L’autonomia dal centrosinistra liberale non è un fine a sé ma il passaggio decisivo per un’opposizione di massa e di classe, in funzione di una prospettiva anticapitalista. Non si tratta di disertare il fronte unico dei movimenti, come ha fatto Potere al Popolo in occasione della grande manifestazione nazionale del 28 marzo a Roma, a favore di un proprio percorso separato e autocentrato. Al contrario. Si tratta di battersi per il più ampio fronte unico di lotta di tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento; e di portare dentro ogni occasione di fronte unico, e dentro ogni organizzazione di classe e di massa, la proposta della rottura col centro borghese liberale per la promozione di un’alternativa anticapitalista. Unità e radicalità debbono stare insieme. Non si dà l’una senza l’altra. È la linea che caratterizza, oggi come ieri, il Partito Comunista dei Lavoratori.

Marco Ferrando

Via il governo della reazione!

 


Vertenza generale! Sciopero generale! Per un governo delle lavoratrici e dei lavoratori

Il governo della postfascista Meloni esce chiaramente sconfitto dal voto referendario

Non si è trattato di un voto tecnico sulla separazione delle carriere ma di un voto politico contro il governo.

Benché sia preoccupante che ancora tanti elettori (tra cui molti lavoratori) sostengano questo governo, la maggioranza si è espressa in modo inequivocabile.

Meloni, prevedendo la possibile sconfitta, si era sperticata ad affermare che non si trattava di un voto politico e che qualunque fosse stato il risultato non si sarebbe dimessa.

Noi dobbiamo dirle un sonoro NO! Il governo se ne deve andare!

E per obbligarlo è necessario da subito che la sinistra politica, sindacale e associativa elabori un piano di lotta basato su una piattaforma unificante, con obiettivi sia economici che politici.

Bisogna rivendicare, in primo luogo, l’abrogazione delle leggi liberticide contro le lotte (decreto sicurezza), un forte recupero salariale di fronte alle drammatiche perdite di questi ultimi anni, una seria riduzione dell’orario a parità di salario, l’abolizione delle leggi di precarizzazione del lavoro, l’abolizione della legge Fornero, una vera patrimoniale straordinaria sul 10% più ricco per finanziare il raddoppio della spesa sanitaria pubblica. Ma anche l’abbattimento delle spese militari, la rottura con lo Stato coloniale di Israele, il ritiro dai teatri di guerra del Medio Oriente, il diritto di autodeterminazione dei popoli oppressi e della loro resistenza al colonialismo e ad ogni imperialismo. Così come va rivendicato un sistema elettorale interamente proporzionale senza sbarramenti e altri limiti.

Per questo le organizzazioni sindacali devono organizzare una mobilitazione generale. Questo spetta in primo luogo alla CGIL, che raggruppa la maggioranza degli iscritti al sindacato, con l’appoggio senza settarismi dei diversi sindacati di base. Landini deve dimostrare nel concreto se vuole difendere davvero finalmente gli interessi dei lavoratori o tradirli ancora una volta.

Naturalmente la soluzione per sviluppare gli interessi di operai e impiegati, pensionati e studenti, non potrà venire da un nuovo governo di centrosinistra, che come si è visto in quelli degli scorsi decenni, partecipa all’azione contro la classe lavoratrice, a favore di capitalisti e banchieri.

Bisogna creare nella lotta le condizioni per un vero governo dei lavoratori e delle lavoratrici, basato su un programma anticapitalista.

È quello cui si è sempre dedicato il nostro partito e cui ci dedicheremo oggi con rinnovata forza.

Partito Comunista dei Lavoratori