Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta estrema destra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta estrema destra. Mostra tutti i post

Svolta a destra in Sassonia: non è il momento di lamentarsi, ma di cercare di capire


 Martin Suchanek, Jaqueline Katherina Singh

Dopo le elezioni, in molti ambienti della sinistra tedesca – non solo all’interno della Linke – regna lo sgomento. Tuttavia, dopo sconfitte del genere, lo sgomento non serve a nulla. «Non lamentarsi, non ridere, non odiare, ma capire», consigliava Spinoza. E capire è proprio ciò che occorre fare, se vogliamo trarre una lezione politica dalla vittoria dell’AfD.

Non possiamo continuare per gli anni a venire a fingere che la destra possa essere fermata con appelli al “muro di fuoco”, invocando l’«unità dei democratici», sostenendo i governi della CDU «contro il fascismo» o avviando procedimenti di messa al bando dinanzi alla Corte costituzionale. Questo metodo politico separa nettamente la lotta contro l’AfD da quella contro il governo e la crisi capitalistica. Ma c’è di più: in nome della lotta contro la destra, se necessario, si stringono patti proprio con quelle forze che promuovono lo smantellamento dello Stato sociale, il riarmo e l’isolamento, si mette in secondo piano la lotta di classe e si contribuisce a gestire questa miseria. Questa strategia non ha fermato l’AfD. Anzi, ha contribuito a rafforzare la destra.

Chi vuole trarne delle conclusioni politiche deve quindi innanzitutto capire cosa sia realmente accaduto in queste elezioni.

UNA SVOLTA A DESTRA ANNUNCIATA

Il 77,8%: questa è stata l’affluenza alle urne in Sassonia-Anhalt, superiore a quella registrata in qualsiasi altra elezione per il parlamento di questo Land. Un’alta affluenza alle urne è spesso considerata un buon segno per la democrazia. Queste elezioni sfatano però l’idea che ciò vada automaticamente a vantaggio delle forze progressiste. Infatti, con il 43,8% dei voti, la forza politica più forte è stata l’AfD. Una vittoria elettorale clamorosa, ma per nulla sorprendente: da settimane questo partito populista di destra e razzista superava il 40% nei sondaggi. Nel nuovo parlamento del Land, l’AfD dispone quindi di 39 seggi su 83: mancano solo tre seggi per la maggioranza assoluta. La CDU ottiene 15 seggi, SPD, Verdi e Die Linke ne ottengono 8 ciascuno, il BSW 5. I dati più importanti possono essere riassunti in quattro punti:

Primo: la CDU subisce una sconfitta storica. Il suo consenso crolla di 19,9 punti percentuali, attestandosi al 17,2%. Una débâcle che difficilmente potrà non avere conseguenze per il governo federale, già in difficoltà, e sulle tensioni interne al partito.

Secondo: anche la Linke è tra i grandi sconfitti. Con l’8,6%,6 perde altri 2,4 punti percentuali rispetto al 2021. E già allora aveva ottenuto un risultato estremamente deludente. Sta quindi pagando il prezzo di una campagna elettorale che non ha collegato la lotta contro la destra a una chiara opposizione alla CDU, al governo federale e al sistema capitalista. Anziché presentarsi come un’alternativa di principio, si è di fatto proposta come garante della maggioranza per un governo guidato dalla CDU – un motivo non particolarmente allettante per votarla.

Terzo: il BSW, con il 5,3%, supera di poco la soglia di ingresso e potrebbe proprio ora diventare l’ago della bilancia per l’AfD, prima di scivolare nell’irrilevanza a livello nazionale.

Quarto: il successo dell’AfD non si spiega semplicemente con lo spostamento verso destra degli ex elettori della CDU. Una parte decisiva della crescita è dovuta alla mobilitazione di chi finora non votava. Su un totale di 575.037 voti, secondo i sondaggi circa 170.000 erano di ex astenuti alle ultime elezioni regionali. L’affluenza record alle urne e il successo dell’AfD non sono quindi due fenomeni distinti: sono strettamente legati.

CHI HA VOTATO PER L’AFD E PERCHÉ?

Se consideriamo le categorie lavorative, l’AfD ha ottenuto un numero particolarmente elevato di voti tra gli operai e le operaie (59%). Anche tra gli impiegati ha registrato un risultato superiore alla media, con il 46%. Tra le persone in condizioni economiche precarie ha raggiunto il 65%! In altre parole, l’AfD ha conquistato la maggioranza assoluta nella classe lavoratrice. Sebbene non esistano ancora sondaggi specifici sul comportamento elettorale dei membri dei sindacati, possiamo presumere che anche in questo caso l’AfD sia diventato il partito più votato con un netto distacco. Questo fenomeno non è nuovo, ma in Sassonia-Anhalt ha raggiunto un nuovo, drammatico picco.

A differenza di tutti gli altri partiti, l’AfD è riuscita a mobilitare e incanalare a proprio vantaggio l’insoddisfazione, l’insicurezza e la rabbia della popolazione nei confronti del governo e delle conseguenze del continuo peggioramento della situazione sociale.

A differenza di tutti gli altri partiti – compresa la Linke – l’AfD si presenta come un’opposizione radicale al governo e al «sistema». Naturalmente la sua «opposizione» è in definitiva solo di facciata, come in ogni forma di populismo di destra. L’AfD sostiene – non diversamente da altre figure di destra come Milei – un programma economico ultraliberista e lo combina con un razzismo aggressivo. Il razzismo è il programma sociale dell’AfD, che accusa l’imperialismo tedesco di non preoccuparsi della Germania, ma del mondo, dell’Ucraina e dei rifugiati. Il fatto che lo stesso governo agisca in modo massiccio contro i rifugiati e i migranti, e che il sostegno all’Ucraina sia motivato esclusivamente dagli interessi economici e geostrategici della Germania, non cambia nulla. L’AfD, tuttavia – e questo è di fondamentale importanza per gli sviluppi futuri – non rappresenta solo uno sfogatoio di destra per l’insoddisfazione, ma si presenta anche come un’alternativa per la classe dominante in Germania. E proprio tra gli artigiani, gli strati piccolo-capitalisti e la cosiddetta «classe media» (capitali di medie dimensioni) sta trovando sempre più sostenitori.

COSA SIGNIFICA TUTTO CIÒ?

Con queste elezioni, è probabile che si formi un primo governo dell’AfD. Il BSW (Bündnis Sahra Wagenknecht) ha già dichiarato che sarebbe opportuno aiutare un governatore dell’Land dell’AfD a ottenere la maggioranza. Tuttavia, non vuole una coalizione formale, bensì un governo di minoranza da sostenere a targhe alterne. L’AfD, comprensibilmente, rifiuta questa proposta, ma nei prossimi giorni e settimane spererà in defezioni dalla CDU o dal BSW oppure di riuscire comunque a convincere il BSW a formare una coalizione.

Resta da vedere se si arriverà a un governo dell’AfD o piuttosto a nuove elezioni (che probabilmente solleverebbero nuovamente la stessa questione e per le quali l’AfD sarebbe in posizione di vantaggio). In ogni caso, la borghesia tedesca (e anche la CDU) potrebbe considerare la Sassonia-Anhalt come un banco di prova per verificare se l’AfD si rivelerà un difensore affidabile del capitale e se il leader dell’AfD Siegmund si trasformerà in una sorta di «mini-Meloni».

RIPERCUSSIONI SULLA POLITICA FEDERALE

Le elezioni in Sassonia-Anhalt hanno diverse ripercussioni sulla politica federale. Innanzitutto, aggravano la crisi politica all’interno della CDU. Il cancelliere Merz non si dimetterà, ma esce dalle elezioni nettamente indebolito. Anche il governo, già in difficoltà, subirà ulteriori perdite.

Ciò non significa affatto che cambierà rotta. Continuerà l’attacco generale contro i lavoratori dipendenti, il massiccio riarmo e la militarizzazione. Cercherà di recuperare terreno rispetto all’AfD con ulteriori attacchi razzisti, leggi sulla sicurezza più severe e una politica di “law and order”. In realtà, così facendo spingerà verso destra quei sostenitori che preferiscono votare l’originale razzista e populista piuttosto che la sua imitazione.

La crisi, la militarizzazione e la paura del futuro continueranno ad attirare elettori verso l’AfD, tanto più che non sono solo l’SPD e i Verdi ad essere strettamente coinvolti nella politica del governo. Anche i sindacati, con la loro politica di costante cedimento nei confronti del padronato e di cogestione dei licenziamenti di massa – come nel caso della VW – sostengono il governo; anzi, sono uno dei suoi pilastri sociali più affidabili.

La loro politica di collaborazione di classe con il capitale paralizza la classe operaia, impedendole di emergere come forza di opposizione. Allo stesso tempo, aggrava le divisioni esistenti, rafforzando sciovinismo sociale, nazionalismo e razzismo tra i salariati.

Se si vogliono difendere le imprese tedesche sul mercato mondiale dalla concorrenza straniera, allora è logico anche esigere che i posti di lavoro vadano prima ai tedeschi. Il fatto che centinaia di migliaia di salariati votino l’AfD anche per il suo nazionalismo tedesco dichiarato e il suo razzismo, o che lo accettino senza problemi, e che una parte significativa della classe operaia abbia una mentalità razzista, è in ultima analisi anche il risultato di una «politica operaia» concertativa e riformista, secondo la quale il capitale «nazionale» , il gruppo aziendale «del proprio paese» è più “vicino” rispetto alla classe lavoratrice dei paesi e delle aziende «stranieri».

IL DISASTRO DELLA LINKE

Non solo la CDU ha subito una debacle politica in Sassonia-Anhalt. Anche la Linke ha perso il 2,4% e, con l’8,6% e appena 112.541 voti, ha ottenuto il peggior risultato di sempre nel Land. Naturalmente, a ciò hanno contribuito anche fattori congiunturali, come i voti tattici a favore dell’SPD e dei Verdi. Naturalmente, una parte degli ex elettori è passata al BSW. Ma l’intera campagna elettorale è stata praticamente un invito a non votare la Linke. Il partito si era instancabilmente ingraziato la CDU, quasi supplicandola di avviare trattative per una futura collaborazione dopo le elezioni.

Anche il ridicolo tentativo di contendere all’AfD il termine “Heimat” (patria, ndt)– da tempo associato alle correnti conservatrici e nazionaliste – si è rivelato controproducente. Mentre a livello nazionale il partito ama presentarsi come un “partito di classe organizzato”, in Sassonia-Anhalt ha rinunciato a questa strategia, agendo piuttosto come l’ennesima associazione patriottica.

Se la Linke vuole prendere qualcosa dall’AfD, che sia almeno il modo in cui quest’ultima si presenta come opposizione intransigente. Di fronte alla finta opposizione della destra, la Linke deve fare propria, a livello politico e programmatico, una vera opposizione radicale non solo contro la destra e contro l’AfD, ma anche contro il sistema che le genera.

Chi si presenta solo come il partito della cogestione “ragionevole”, del governo condiviso e della tolleranza dello status quo, è destinato a fallire. La classe operaia non ha bisogno di un altro partito che, in caso di necessità, sostenga la CDU. Ha bisogno di un vero partito di classe rivoluzionario – e la Linke ne è ben lontana. Non è nemmeno un partito particolarmente combattivo che si opponga al capitale tedesco, alla sua ragion di Stato, al governo e ai suoi attacchi. Per questo motivo, all’interno della Linke è necessaria un’opposizione di sinistra organizzata e i rivoluzionari devono lottare al suo interno per un programma rivoluzionario.

CHE COSA FARE?

Capire non è un’azione fine a sé stessa. La domanda è: quali conseguenze politiche ne traiamo?

A) Basta con gli appelli all’unità dei «democratici»

Si tratta comunque di una finzione politica. Eppure costringe la Linke a nascondere sotto il tappeto proprio quelle contraddizioni che questo sistema capitalistico produce. Chi difende lo status quo insieme alla CDU, alla SPD e ai Verdi, lascia in balia dell’AfD coloro che ne sono delusi e se ne allontanano disillusi.

Come socialist* – e come esponenti della sinistra all’interno della Linke – dobbiamo quindi chiederci: per chi vogliamo davvero lottare? Perché gli elettori delusi dei Verdi e dell’SPD dovrebbero rivolgersi alla Linke, se alla fine si vuole comunque governare insieme a loro – e per di più alle loro condizioni? E come si possono conquistare, a maggior ragione, i milioni di astenuti, lavoratori e giovani che da tempo non ripongono più alcuna speranza in questo sistema politico?

Ciò significa non fare un solo millimetro di passo indietro in materia di antirazzismo, diritti delle donne o diritti LGBTIAQ. Al contrario: significa collegare queste lotte a una prospettiva sociale. Il nostro obiettivo non può essere quello di sottrarre qua e là uno o due punti percentuali all’AfD. Dobbiamo difendere rivendicazioni e obiettivi per tutta la nostra classe e dobbiamo condurre le lotte in modo tale da realizzarli insieme – e in questo modo indicare la strada da percorrere per rompere con il sistema capitalistico stesso.

B) Organizzare la resistenza invece di limitarsi a proclamare l’opposizione

Né la minimizzazione né l’adeguamento riusciranno a fermare l’AfD. Il compito della Linke deve essere quello di organizzare la resistenza contro i suoi attacchi razzisti, sociali, autoritari e militari e di svolgere in questo un ruolo centrale.

Ma ciò potrà avere successo solo se la sua risposta andrà oltre le frasi di circostanza sulla tolleranza e la diversità. Contro i tagli, l’aumento dei prezzi, la crisi abitativa o il degrado delle infrastrutture pubbliche occorre una risposta socialista: non calpestare chi sta sotto e litigare per briciole sempre più piccole, ma attaccare chi trae profitto da questo sistema. Non mettere i migranti contro i lavoratori tedeschi, ma condurre insieme la lotta di classe contro il capitale e il governo.

A tal fine, la Linke dovrebbe, tra l’altro, avvalersi del proprio radicamento, dei propri membri e dei propri seggi per organizzare lotte concrete, unirle e portarle alla vittoria. Infatti, la risposta all’ascesa dell’AfD non può consistere nel difendere lo status quo contro la destra e fermarsi lì. Che ciò sia possibile lo dimostrano le controproteste organizzate a Sangerhausen contro la fabbrica di armi che si intende costruire in quella città.

Spetta a noi dimostrare che esiste un’alternativa a questa situazione – e che insieme abbiamo il potere di conquistarla. Ciò è possibile, tuttavia, solo se siamo disposti a combattere e ad affrontare lo scontro.

UE, un altro mattone nel muro della “fortezza Europa”

 


Il Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, approfondendo una politica migratoria reazionaria. L’estrema destra e Trump stanno provocando una forte reazione, che si è manifestata con mobilitazioni di massa contro le loro politiche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. L’unità d’azione nella mobilitazione e il fronte unico sono strumenti potenti per contrastarli. L’alternativa alla barbarie è il socialismo, in un mondo senza frontiere

UN SALTO NELLA POLITICA DI ESPULSIONE

Dopo aver ottenuto l’approvazione degli Stati membri (il Consiglio) alla fine dello scorso anno, l’assemblea plenaria del Parlamento Europeo ha approvato il regolamento sui rimpatri, che prevede: la creazione di centri di rimpatrio in paesi terzi, l’estensione della durata della detenzione, la sospensione delle prestazioni sociali, i controlli d’identità, le ispezioni nei luoghi di lavoro e i divieti di ingresso. Inoltre, ha aperto la porta alla cooperazione con regimi extracomunitari, cosa che non è nuova ma che ora ha subito una legittimazione.

Nel testo, che è stato ratificato al Parlamento Europeo con i voti del Partito Popolare Europeo, dei conservatori e dell’estrema destra, è stato eliminato il punto più controverso, ovvero la possibilità di effettuare ricerche porta a porta di persone prive di documenti, come fanno gli agenti incappucciati dell’ICE negli Stati Uniti. Ma è possibile che si tratti solo di una soluzione momentanea, poiché il Consiglio non respinge le retate e gli arresti domiciliari, per cui rimane aperta la possibilità che vengano inclusi in seguito a negoziati istituzionali. Hanno così aggiunto un nuovo mattone alle mura della “fortezza Europa”.

GRADUALE SVOLTA DI NORMALIZZAZIONE DELL’ESTREMA DESTRA

L’idea di esternalizzare la politica di asilo (trasferimento forzoso in paesi diversi da quelli di sbarco e di destinazione, ndt) non è nuova per l’UE. In passato era stata scartata più volte per questioni legali, ma ora è una realtà. Le decisioni adottate continuano a smantellare il “cordone sanitario” contro l’estrema destra e, di conseguenza, contribuiscono alla sua normalizzazione istituzionale e sociale.

Nel corso del 2015 è scoppiata una crisi migratoria quando un milione di rifugiati raggiunse i confini europei. Da allora, il blocco delle entrate ha seguito una via altalenante, ma in una direzione chiaramente reazionaria, manifestatasi con le crisi delle navi come la Ocean Viking e molte altre, bloccate nel Mediterraneo.

L’arrivo di barconi che vengono abbandonati al loro destino o a cui viene impedito l’ingresso dalle autorità europee fa sì che molti finiscano in fondo al mare. I dati di varie ONG, diverse fra loro (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, Caminando Fronteras, ecc.) ma concordi nelle stime, danno per scontato che si tratti di cifre sottostimate a causa delle imbarcazioni scomparse e delle morti non registrate. Alcuni dati approssimativi mostrano l’orrore che l’Europa sta alimentando: nel 2025, via mare, sono morti tra 2.000 e 2.500 persone. In rotta verso la Spagna, su piccole imbarcazioni, sono morte 3.090 persone, di cui 437 bambini.

NON SONO EPISODI OCCASIONALI, MA UNA DERIVA DURATURA

La prossima estate entrerà in vigore il Patto sull’asilo e la migrazione, con la creazione di centri di rimpatrio verso paesi terzi – senza che sia necessario alcun tipo di legame con il luogo di destinazione – ma previo accordo con gli Stati membri. Nel 2018 si era tentato di creare delle “piattaforme di sbarco”, progetto che però dovette essere abbandonato a causa dei dubbi sulla sua legalità. Fu allora che gli accordi migratori con la Turchia aprirono la strada a comprare con milioni di euro i governi dei paesi di origine e di transito in cambio del blocco delle imbarcazioni nel Mediterraneo.

La crescente “mano dura” sull’immigrazione è una tendenza che si consolida. Nel 2025 in Francia, Macron ha schierato 4.000 agenti di polizia per effettuare retate nelle stazioni degli autobus e dei treni, e da tempo promuove una legislazione anti-immigrati. Nel Regno Unito, guidato dai pseudoprogressisti del Partito Laburista, si è festeggiato un numero “record” di retate in luoghi come saloni di manicure, lavanderie e parrucchieri. In Belgio, il governo sta valutando la possibilità di consentire alla polizia di perquisire le abitazioni. E la prima ministra italiana Giorgia Meloni è l’avanguardia dell’esternalizzazione delle espulsioni: con l’appoggio della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha promosso la creazione di centri di detenzione temporanea in Albania.

PEDRO SANCHEZ NON ALTERA LA REGOLA

Il presidente spagnolo Pedro Sánchez (PSOE) ha adottato alcune misure parziali che si allineano rigorosamente alla dinamica dominante, mentre critica Trump. Ma non bisogna lasciarsi ingannare: il suo partito è un pilastro del regime del ’78, plasmato dal franchismo con un’impronta razzista. Non mette in discussione le normative europee, ha accordi con il Regno del Marocco per fermare l’immigrazione in quel paese e reprimere alla frontiera meridionale spagnola, che è la porta d’ingresso in Europa, come hanno fatto le forze di entrambi i paesi uccidendo più di 40 persone alla frontiera di Melilla. Mantiene in vigore la nefasta legge sull’immigrazione ed effettua anche rimpatri immediati. Le quote di migranti che ammette si basano sulla necessità di disporre di manodopera a basso costo che mantenga in piedi i fondi pensionistici. Lo fa perché il suo governo è molto contestato, ha bisogno di riconquistare i settori che si sono allontanati e intende guidare un fronte “progressista” internazionale insieme ad altri riformisti.

In definitiva, le pratiche reazionarie, discriminatorie e violatorie dei diritti umani non sono solo patrimonio dei governi ultranazionalisti, ma anche dei liberali e di coloro che si definiscono falsamente “socialisti” e “di sinistra”.

MOBILITAZIONI DI MASSA NEGLI USA E NEL REGNO UNITO

Il corso degli imperialismi europei procede all’ombra dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), il cui operato è noto per le misure razziste e la brutalità disumana dei suoi agenti. Ma questo non è l’unico aspetto della crescente polarizzazione politica e sociale che attraversa il mondo.

Trump è messo sotto scacco dalle mobilitazioni. Centinaia di migliaia di persone hanno dato vita a una nuova ondata di mobilitazioni in tutti gli Stati Uniti, articolate attorno al movimento “No Kings”, con circa 3.300 marce in città grandi, medie e in zone rurali. Si tratta della terza grande mobilitazione nazionale dal 2025. I cortei di massa, con cori, costumi e cartelli, sono un riflesso della repulsione nei confronti di Trump come un fenomeno che trascende i grandi centri urbani e raggiunge persino gli stati tradizionalmente conservatori.

Le cause di questa esplosione sono legate alla svolta autoritaria e bellicista del governo di Trump: l’uso intensivo di ordini esecutivi per aggirare il Congresso, gli interventi militari in Palestina e in Iran, la repressione migratoria — con retate, deportazioni e violenze da parte della polizia — e una politica economica che aggrava la crisi del costo della vita. Trump è un mostro che va sconfitto!

E nel Regno Unito, che non fa parte dell’Unione Europea, mezzo milione di persone è sceso in piazza a Londra per protestare contro l’avanzata dell’estrema destra e le guerre in Iran e a Gaza. Gli slogan principali univano il rifiuto del razzismo e dell’islamofobia, la difesa dei rifugiati e una forte denuncia contro figure dell’estrema destra come Nigel Farage (Reform UK), insieme a critiche agli agitatori reazionari e al ruolo delle potenze occidentali nei conflitti internazionali.

La mobilitazione ha anche messo in discussione il governo del Partito Laburista guidato da Keir Starmer, accusandolo di aver abbandonato i propri principi storici e di mostrare complicità o passività di fronte alle offensive di Stati Uniti e Israele in Medio Oriente. In questo contesto, la protesta ha espresso non solo un rifiuto dell’estrema destra ma anche una crescente rottura con il Labour, che settori della sinistra ritengono responsabile di non offrire una reale alternativa all’avanzata reazionaria.

UNITÀ NELLA MOBILITAZIONE PER I DIRITTI UMANI E DEMOCRATICI

La svolta reazionaria nell’UE e in altri governi europei riprende il programma e le misure dell’estrema destra. Per questo respingiamo il Regolamento sul rimpatrio, il Patto sull’asilo e la migrazione e ogni politica di esternalizzazione delle frontiere, di detenzione e di espulsione dei migranti. Nessuna persona è illegale!

Difendiamo l’apertura delle frontiere, il pieno diritto a emigrare, all’asilo, la chiusura dei centri di detenzione e la fine immediata dei respingimenti. Lottiamo per la cancellazione delle leggi reazionarie e per il riconoscimento di tutti i diritti politici, sociali e lavorativi per i migranti, a parità di condizioni con la classe lavoratrice autoctona. Documenti per tutti, subito!

Lottiamo per la più ampia unità d’azione per affrontare queste politiche nelle strade, promuovendo l’organizzazione indipendente dei lavoratori, dei migranti e dei rifugiati. Solo attraverso una mobilitazione di massa e prolungata sarà possibile sconfiggere questa offensiva reazionaria. C’è bisogno di un movimento intercontinentale in difesa dei diritti dei migranti!

SOCIALISMO O BARBARIE. PER UN MONDO SENZA FRONTIERE

La radice di queste politiche è in un sistema capitalista in crisi che ha la necessità di dividere la classe lavoratrice per mantenere i propri profitti. Per questo motivo la lotta contro il razzismo, le espulsioni e la “fortezza Europa” è indissolubilmente legata alla lotta per una soluzione socialista, basata sulla solidarietà internazionale e sul governo dei lavoratori. Socialismo o barbarie è un’alternativa sempre più attuale, e che richiede di lottare per un mondo senza frontiere.

Florencia Salgueiro

Per un 8 marzo di lotta rivoluzionaria e internazionalista! Contro l’estrema destra e Trump!

 


Questo 8 marzo, Giornata internazionale della donna lavoratrice, si svolge nel contesto di un’offensiva reazionaria dell’estrema destra in molte parti del mondo. Allo stesso tempo, ci sono forti iniziative di lotta e mobilitazione in risposta a tale offensiva. Noi donne della LIS scendiamo in piazza questo 8 marzo per lottare per i diritti che abbiamo conquistato, con una strategia chiara contro il patriarcato e il capitale, per un femminismo rivoluzionario, internazionalista e socialista!

L’OFFENSIVA REAZIONARIA DELL’ESTREMA DESTRA CONTRO I DIRITTI DI GENERE

L’estrema destra avanza nella sua offensiva globale diretta contro i diritti delle donne e della comunità LGBTQIA+. Ciò fa parte di un programma più ampio antisociale e antidemocratico. Sotto la guida di Donald Trump negli Stati Uniti, di Javier Milei in Argentina e di Giorgia Meloni in Italia, l’obiettivo è lo stesso: attaccare i diritti conquistati con decenni di lotte. Le politiche contro la violenza di genere vengono ridotte, l’educazione sessuale viene smantellata, il diritto all’aborto viene criminalizzato e la comunità LGBTQIA+ viene stigmatizzata.

Questi governi e movimenti non agiscono in modo isolato: sono l’espressione di un sistema capitalista in crisi. Attaccano le infrastrutture di assistenza con i loro tagli e promuovono i valori familiari “tradizionali” per scaricare l’austerità sulle masse lavoratrici e rafforzare l’ordine patriarcale come chiave di volta del controllo sociale.

LA RISPOSTA È NELLE STRADE!

Questa offensiva accende la fiamma della lotta. Ogni attacco provoca una risposta. Ogni loro tentativo di farci arretrare rafforza la nostra organizzazione. Le donne e la comunità LGBTQIA+ si ribellano per difendere i diritti che abbiamo conquistato e per ottenerne altri, articolando le nostre rivendicazioni con le lotte della classe lavoratrice e dei popoli oppressi.

La lotta per una Palestina libera e contro il genocidio perpetrato dal sionismo e sostenuto dall’imperialismo statunitense ed europeo; l’eroica resistenza del popolo ucraino contro l’invasione russa senza smettere di combattere contro la NATO e i suoi piani imperialisti nell’Europa orientale; la solidarietà dei popoli con il popolo venezuelano contro l’intervento imperialista e contro il criminale blocco statunitense di Cuba, o le crescenti mobilitazioni contro Trump e l’ICE, sono esempi di questa risposta che continua a crescere. Allo stesso modo, le proteste di massa in Iran contro il regime repressivo e in difesa della propria indipendenza dagli attacchi statunitensi e israeliani, la difesa del Rojava in Kurdistan o la lotta del popolo saharawi per la propria autodeterminazione mostrano come, di fronte alla violenza e alla reazione dello Stato, le donne siano in prima linea nella lotta per i propri diritti, la propria libertà e la propria vita.

PER UNA SOLUZIONE RIVOLUZIONARIA E INTERNAZIONALISTA

L’emancipazione delle donne e della comunità LGBTQIA+ non sarà il risultato di riforme parziali o concessioni dall’alto. Richiede un orientamento socialista e rivoluzionario che parta dal riconoscimento che l’oppressione di genere, sebbene profondamente intrecciata con lo sfruttamento di classe, ha una sua dinamica propria. Integrare entrambe le dimensioni in una strategia comune è una condizione necessaria per una reale trasformazione della società.

La lotta contro i femminicidi, per il diritto all’aborto legale e gratuito, per la parità salariale, per il pieno riconoscimento delle identità LGBTQIA+ e contro ogni forma di violenza non può essere isolata o frammentata. Deve essere articolata, mirata a smantellare le basi materiali che sostengono il patriarcato e il capitalismo. Non si tratta solo di ottenere diritti all’interno del sistema, ma di mettere in discussione il sistema che riproduce disuguaglianza, violenza e oppressione.

Affrontare questa struttura implica combattere in modo globale il capitalismo in crisi, l’ordine patriarcale che lo permea, il razzismo strutturale, l’eredità coloniale e l’imposizione eteronormativa. Non si tratta di oppressioni scollegate tra loro: fanno parte di una rete che organizza lo sfruttamento e gerarchizza le vite. Pertanto, la nostra risposta non può essere frammentaria o meramente difensiva.

Affinché le lotte non vengano diluite o assorbite da progetti istituzionali che amministrano ciò che già esiste, è necessario costruire uno strumento politico rivoluzionario, organizzato su scala nazionale e internazionale. Solo una leadership consapevole, con un programma e una strategia, può portare avanti la lotta per una società senza sfruttatori e oppressi.

Ecco perché diciamo: non lottiamo solo per difendere le briciole che cadono dalla tavola del regime borghese, lottiamo per conquistare il mondo intero, per tutt* noi.

Diciamo no a tutti i tagli alle infrastrutture sociali, perché sono le donne, i migranti e la comunità LGBTQIA+ a dover assorbire il peso della crisi, e chiediamo massicci investimenti pubblici finanziati dall’espropriazione dei ricchi e soggetti al controllo democratico dei lavoratori.

Diciamo no ai licenziamenti, ai tagli salariali e all’aumento dei ritmi di lavoro che colpiscono in primo luogo i lavoratori e le lavoratrici; al contrario, lottiamo per la parità salariale, la riduzione dell’orario di lavoro con piena compensazione salariale e la ridistribuzione del lavoro tra tutt*.

Diciamo no al carico infinito di cure, educazione e lavoro domestico non retribuito che ricade sulle donne; al contrario, lottiamo per la socializzazione del lavoro riproduttivo, per l’assistenza collettiva all’infanzia, l’assistenza medica, le mense e per strutture di assistenza e educazione organizzate socialmente e collettivamente, affinché ciò sia riconosciuto come lavoro sociale essenziale e cessi di essere un obbligo privato delle donne.

Le varianti riformiste che sperano di umanizzare il capitalismo finiscono per scontrarsi con i propri limiti. La storia dimostra che non è possibile sradicare l’oppressione di genere senza attaccare le relazioni sociali che la sostengono. Né è possibile porre fine al capitalismo senza la partecipazione attiva e organizzata delle donne e degli oppressi come soggetto politico centrale della trasformazione.

Questo 8 marzo ribadiamo questa prospettiva. Ci mobilitiamo non solo per resistere agli attacchi dell’estrema destra, ma anche per rafforzare un’alternativa rivoluzionaria e internazionalista. La nostra lotta è volta a una profonda riorganizzazione della società, per un mondo in cui la vita valga più del profitto e per porre fine all’oppressione, allo sfruttamento e alla violenza.


Commissione donne e LGBTQIA+ della Lega Internazionale Socialista

L'accusa di antisemitismo: una clava contro il movimento

 


No al ddl Gasparri!

La lotta del popolo palestinese, che oggi non deve arretrare ma resistere al piano coloniale di Trump, una battaglia fondamentale l’ha già vinta: la battaglia per la conquista del cuore delle masse.
Movimenti enormi di solidarietà con la lotta di liberazione palestinese hanno attraversato i cinque continenti, dagli USA all’Europa, dall’Asia al Sud America, dall’Africa all’Australia.

In Italia, dopo due anni di mobilitazioni forse di tenore inferiore a quelle di altri paesi europei, si è avuta un’autentica esplosione della partecipazione di massa nelle giornate dal 22 settembre al 4 ottobre, quando milioni di persone sono scese in piazza per mostrare la propria vicinanza al popolo palestinese e la propria solidarietà all’impresa della Global Sumud Flotilla.
Un’immensa partecipazione caratterizzata soprattutto dalla presenza di giovani e giovanissim3, studenti medi e universitari, e da ultimo anche da una crescente componente di classe lavoratrice.

Si è trattato di un autentico salto di qualità nella mobilitazione, un movimento che fa paura al governo e che incontra i favori dei sondaggi. Un movimento politico oltre che umanitario che denuncia la complicità del governo italiano nel genocidio di Gaza, che condanna la ferocia disumana e il razzismo dell’ideologia sionista, e che canta nelle strade la liberazione della Palestina dal fiume al mare.

Mai come oggi l’immagine di Israele è gettata nella polvere, la sua propaganda non creduta e derisa, i suoi atti criminosi denunciati con forza ad ogni livello della società, dai lavoratori, dagli studenti, dagli intellettuali e dagli artisti.
L’entità sionista è costretta a reagire come un animale ferito, e allora lancia ad ogni latitudine geografica, politica e culturale, come un disco rotto, la litania dell’accusa infamante: antisemita.

L’accusa è infame perché rivolta non contro i depositari storici dell’antisemitismo, quell’estrema destra i cui eredi oggi in grande maggioranza in Europa appoggiano il sionismo, ma contro il grande movimento di solidarietà con il popolo palestinese, proprio quando questo denuncia il più grave genocidio del XXI secolo.
Accusare di antisemitismo chi si oppone allo sterminio è ridicolo e volgare. Nondimeno però è un’arma in mano a governi complici che tentano di reprimere la mobilitazione di massa, come Germania, Francia, Inghilterra e ovviamente… l’Italia.

Alcuni esponenti del governo italiano sono intenti ad usare l’accusa di antisemitismo come una clava per colpire la mobilitazione crescente. Nelle università, nelle scuole, negli enti culturali è in corso una lotta accanita per denunciare ogni forma di collaborazione con lo stato genocidario di Israele. Gli esponenti filosionisti sono travolti, e non sanno più quali argomentazioni utilizzare per giustificare la propria collaborazione. Allora per questo viene utile la vecchia e sempre verde accusa di antisemitismo.

Vogliamo precisare che non è possibile sottovalutare il rigurgito di sentimenti antisemiti, ma essi sono in massima parte da imputare agli atti criminali commessi da Israele, la più grande fonte di antisemitismo.
Per propalare questa grande menzogna, dunque, non bastano più la grande stampa ossequiosa con il governo e con i sionisti, non è più sufficiente la propaganda e la repressione ordinaria da parte delle forze di polizia. Per questo è necessario approntare uno strumento nuovo, più adeguato alla bisogna. In altre parole, uno strumento legale con cui armare la repressione.

Il ddl (disegno di legge) Gasparri si incarica di dare soddisfazione a questa necessità. Non è l’unico ad essere in discussione al Senato, ma è quello più avanzato in tal senso.
Tale ddl così riporta nelle premesse; «…i focolai di antisemitismo già presenti in tutta Europa (documentati per l'Italia dal CDEC e dall'Eurispes) si sono estesi e propagati sotto la veste di antisionismo, dell'odio contro lo Stato ebraico e del suo diritto a esistere e difendersi».

L’antisemitismo è connesso all’antisionismo, tanto che:

«Il comma 2 prevede l'istituzione, presso le scuole di ogni ordine e grado, di corsi annuali di formazione per studenti sull'antisemitismo e sull'antisionismo».

Il che comporta l’indottrinamento studentesco nei confronti dell’adesione al regime israeliano e alla giustificazione dei suoi crimini.
Art.2 comma 2: «…Il Ministro dell'istruzione e del merito istituisce, presso le scuole di ogni ordine e grado, corsi annuali di formazione rivolti agli studenti, al fine di favorire il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse, e di contrastare le manifestazioni di antisemitismo, incluso l'antisionismo» (sottolineature nostre).

Non manca l’invito alla delazione, soprattutto di insegnanti e professori universitari. Ma ciò che è più importante è che la pena stabilita dal codice penale si deve applicare come recita l’art. 4 comma:

«La stessa pena si applica qualora la propaganda, l'istigazione o l'incitamento si fondano, in tutto o in parte, sull'ostilità, sull'avversione, sulla denigrazione, sulla discriminazione, sulla lotta o sulla violenza contro gli ebrei, i loro beni e pertinenze, anche di carattere religioso o culturale, nonché sulla negazione della Shoah o del diritto all'esistenza dello Stato di Israele o sulla sua distruzione» (sottolineature nostre).

È evidente che questo dispositivo normativo ha l’obiettivo di abbattersi come una scure contro le masse soprattutto giovanili che hanno alimentato le grandiose mobilitazioni delle settimane scorse. In quelle manifestazioni, fra gli slogan più recitati vi erano proprio quelli che dimostravano l’ostilità al sionismo, un’ideologia politica suprematista e razzista, che ha giustificato negli ultimi 77 anni l’occupazione coloniale delle terre e delle città dei palestinesi, con il corredo di massacri e pulizia etnica. Un’ideologia che ha interessato solo parte dei popoli ebraici, e sostanzialmente la parte più reazionaria e violenta. La parte più progressista e socialista, maggioritaria negli anni ’20 e ‘30 in Polonia, era rappresentata dal partito più grande di matrice ebraica, il Bund (Unione di Lotta dei Lavoratori Ebrei), e avversava il sionismo, definito come “un movimento reazionario capitalista e colonialista al servizio dell’imperialismo”.

La maggioranza dei combattenti dell’insurrezione del ghetto di Varsavia apparteneva in effetti al Bund, compreso il suo eroico comandante militare Marek Edelman, che si rifiutò sempre di andare in Israele e che nel 2002 espresse la sua solidarietà alle organizzazioni combattenti palestinesi.

È assolutamente risibile che, se fosse stata in vigore una legge analoga a quella voluta da Gasparri, il Bund, la maggioranza yiddish del popolo ebraico europeo e il comandante dell’insurrezione del ghetto di Varsavia sarebbero stati perseguibili a norma di legge!

Anche in ossequio a questa grande tradizione dei popoli ebraici, che ha fornito al movimento rivoluzionario comunista degli anni ’20 alcune tra le menti più luminose, non si può che riaffermare la lotta irriducibile al sionismo e la necessità, per i popoli del Medio Oriente e dell’umanità intera, della sua sconfitta definitiva.

Un altro grande slogan ha connotato le mobilitazioni in Italia e nel mondo tanto da essere gridato da moltitudini di persone di ogni età: “Palestina libera dal fiume al mare”.
Questo slogan ha un significato molto preciso, vuole intendere la liberazione della Palestina storica, ciò che implica la distruzione dello stato di Israele.

Questa rivendicazione elementare, ma potentemente espressa da centinaia di migliaia di cittadini, che vuole sostenere il diritto di autodeterminazione del popolo palestinese, è frutto del diritto a esprimere il proprio pensiero, ma secondo Gasparri dovrebbe essere semplicemente sottoposta a censura pena la possibilità di finire in carcere.

È il caso di dire che il lupo perde il pelo ma non il vizio parafascista di istituire reati d’opinione del tutto antidemocratici.

In conclusione, il Partito Comunista dei Lavoratori, erede dell’unica tradizione politica che si è sempre opposta all’esistenza di Israele, difende il diritto del movimento per la Palestina ad esprimere il proprio pensiero e a scendere in piazza per manifestarlo, rifiuta ogni forma di intimidazione nella sua lotta contro il sionismo e invita a proseguire con più forza la mobilitazione contro il piano coloniale di Trump; l’unica mobilitazione che è in grado di rendere inapplicabile e far crollare questo disposto normativo.

Quali che siano le leggi della borghesia filosionista, il Partito Comunista dei Lavoratori ribadisce:

Lo Stato sionista dell’apartheid coloniale non può essere riformato, ma va distrutto.

Per una Palestina unita, laica e socialista (con il ritorno incondizionato dei profughi palestinesi e con i diritti di minoranza nazionale per gli ebrei, ad eccezione dei coloni fascisti e nazisti da espellere).

Per una Repubblica araba socialista unita.

Per una Federazione socialista del Medio Oriente e del Nord Africa, con il diritto di autodeterminazione di tutti i popoli oppressi della regione (curdi, berberi, etc.)

Partito Comunista dei Lavoratori

Il sorriso di Ilaria Salis



Cronaca della prima udienza del processo, da parte di un compagno che vi ha assistito


Coloro che leggono questo resoconto (ma ormai buona parte degli italiani) sanno già chi è Ilaria Salis: l’anarchica milanese che l’anno scorso ha preso parte alle contro-manifestazioni del Giorno dell’onore (un raduno neonazista tollerato dall’Ungheria di Orbán), e che è stata arrestata con l’accusa di aver aggredito due neonazisti, assieme ad altre persone. Benché le lesioni riportate siano state lievi, benché i due aggrediti non abbiano sporto denuncia (hanno fatto sapere online che intendono vendicarsi per strada) e benché il suo volto non sia visibile nel video che riprende l’aggressione, Ilaria è stata in carcere sotto un regime durissimo per quasi un anno, fino alla prima udienza del processo che è iniziato oggi, 29 gennaio 2024.

La mattina a Budapest è fredda. Di fronte al tribunale una fila di persone: solo alle persone registrate è permesso l’accesso all’aula. Dopo i controlli di sicurezza, l’aula. Gli spalti per il pubblico sono divisi in due, un po’ come in certi stadi. Da una parte il padre di Ilaria Roberto Salis, da mesi impegnato in una battaglia perché la figlia abbia un giusto processo e sia sottoposta a una detenzione dignitosa. Accanto gli avvocati italiani di Ilaria, sue compagne e compagni milanesi, un gruppo di tedeschi venuti per il co-imputato Tobias. Dall’altra, cinque o sei neonazisti ungheresi, fin troppo riconoscibili coi loro bomber e crani rasati. Il giudice, un ragazzino dallo sguardo obliquo e inquietante (Dio ci perdoni se c’è offesa per Sua Eccellenza, ma ricorda il Dracula interpretato dal suo compatriota Béla Lugosi) dà inizio al processo.

L’ingresso di Ilaria in aula è spiazzante. Chi si aspettava di vedere entrare in aula una donna distrutta nel fisico e nello spirito dopo la durissima detenzione subita ha dovuto ricredersi. Ilaria entra pesantemente incatenata, due teste di cuoio armate la sorvegliano. Un trattamento che si penserebbe riservato a personaggi di ben altra fatta, ma forse è per farsi gioco anche di questo che Ilaria entra sorridendo agli astanti. Un sorriso fresco, sicuro e sincero, così simile a quello delle fotografie che nelle ultime settimane si sono viste sui media.

Di fatto, questa prima udienza equivale a un rompere il ghiaccio: il processo è aggiornato al 21 maggio e non è dato sapere quanto durerà, quale sarà la sorte di Ilaria, se le sue condizioni detentive cambieranno, se le verranno concessi i domiciliari in Ungheria o in Italia. Qual è quindi la conclusione dell’udienza di oggi? L’imputato tedesco Tobias, anch’egli pesantemente incatenato, si è dichiarato colpevole e ha accettato una condanna a tre anni (anche se i PM faranno ricorso, volendo ottenere almeno tre anni e mezzo).

Come abbiamo scritto in nostri precedenti articoli, non pensiamo che Ilaria subirà un processo giusto. Questo non solo perché le violenze dell’estrema destra in Ungheria sono solitamente impunite (mentre Ilaria viene trattata come una specie di terrorista), ma anche perché in quattordici anni di regno Orbán ha attaccato sempre più pesantemente l’indipendenza dei giudici. Molti giudici non allineati sono andati in pensione o sono stati indotti a dimettersi, e sono stati sostituiti da ragazzini e ragazzine freschi di laurea, ideologicamente fedelissimi a Orbán e al suo regime. Qualche giudice indipendente resta ancora, ma non sappiamo per quanto, né sappiamo come si evolverà la situazione.

Per quanto riguarda Ilaria nello specifico, sembra che l’interprete che ha ricevuto faccia fatica e che non sia molto professionale. Il suo avvocato difensore fa notare che essa non ha ricevuto le traduzioni degli atti che la riguardano, né ha potuto visionare i video che la “incastrerebbero”. Critica il modo in cui si sono svolte le indagini, insiste che bisognerà analizzare più approfonditamente la perizia medica sui feriti e l’esame antropometrico di Ilaria. Attenzione, quest’ultimo esame non è di secondaria importanza dato che, ripetiamo, il volto di Ilaria non si vede nel video che la incolperebbe. L’esame dovrebbe essere pertanto una pesante prova a suo carico. Eppure, fa notare l’avvocato, nel testo della perizia si ripetono spesso espressioni come «probabilmente», «molto probabilmente», «non è escluso possa trattarsi di altra persona», che sono ben lontane dall’indicare una chiara colpevolezza. Sia il medico che ha stilato la perizia sia l’esperto antropometrico saranno chiamati a testimoniare.

Ma al di là della cronaca spiccia della prima giornata di processo, quali considerazioni politiche fare sul caso che ormai da tempo occupa i media italiani? Perché non c’è dubbio che si tratti di una questione politica: come si è detto, è improbabile che Ilaria sia sottoposta a un processo giusto e imparziale, visto anche che i neonazisti ungheresi possono solitamente commettere le loro violenze impunemente. Il padre di Ilaria e il Comitato nato per liberarla, del quale fa parte anche Ilaria Cucchi, insistono su una battaglia legalista e di principio: inammissibile trattare così una persona sottoposta a mera custodia cautelare, e che per di più potrebbe usufruire degli arresti domiciliari nel proprio paese, come consentito da precise norme europee. Benché non possiamo che inchinarci di fronte a queste considerazioni di principio, come partito ci sentiamo di poter andare oltre.

Noi non siamo anarchici, ma conosciamo l’impegno di Ilaria nel milanese. La consideriamo una compagna coraggiosa che ha resistito per quasi un anno a condizioni detentive che avrebbero spezzato ben altre persone. Il pacifismo e la nonviolenza astratti non hanno alcun senso se riportati sul terreno dei fatti concreti i quali, lo ripetiamo, mostrano che Ilaria rischia per un’accusa di lesioni lievi fino a 24 anni di carcere mentre violenze ben più gravi, frequenti e sistematiche restano impunite. Pertanto, come partito ribadiamo la nostra solidarietà a Ilaria e continueremo a seguire il processo, convinti che si tratti di una questione politica e non di mera amministrazione.

Elia Spina

La teppaglia reazionaria e il sacro tempio liberale

 


English translation

Il giorno dopo la cosiddetta insurrezione di Washington, la Borsa di Wall Street ha registrato un record di rialzi sui listini azionari. Il capitale finanziario USA non si è fatto impressionare dalla carnevalata della teppaglia reazionaria a spasso per le sale del Congresso; ha preferito festeggiare ciò che più gli interessa: il ritorno al governo dei democratici, per di più con la maggioranza dei seggi al Senato, ciò che sembra offrire maggiore stabilità ai vertici dell'imperialismo USA, ed anche agli stimoli fiscali anti-Covid promessi da Biden agli azionisti delle corporations.

Agli occhi di Wall Street Donald Trump ha rappresentato un outsider imprevisto. Ovviamente il grande capitale siede al banchetto di qualsiasi amministrazione, e Trump ha offerto alla borghesia americana sicuri vantaggi economici. Ma la linea di destabilizzazione delle relazioni e strutture del multilateralismo – dall'ONU alle Conferenze sul clima, sino alle intese sugli armamenti – non è risultata gradita alla grande borghesia americana, ai gangli profondi della sua diplomazia e dei suoi vertici militari. Né lo è stata la sua gestione pirotecnica, personalista e familista, affidata al ristretto manipolo dei fiduciari del Presidente e del suo giro d'affari. Tanto meno la sua pretesa grottesca di invalidare le elezioni presidenziali prendendo in ostaggio le istituzioni borghesi dello Stato, e chiamando per di più a supporto la folla colorita della sua base popolare, comprese le milizie incontrollabili dell'estrema destra.

Il ritorno al governo del Partito Democratico offre a Wall Street un riferimento più affidabile, sperimentato, equilibrato. E il fatto che Trump abbia perso parecchie piume nella vicenda del 6 gennaio, oltre che non pochi sostegni del suo stesso staff, ha richiamato un ulteriore sospiro di sollievo. La Borsa ha festeggiato a suo modo anche questo.

Significa dunque che il 6 gennaio non è accaduto nulla di rilevante a Washington? No.
Certo è accaduto ben poco di ciò che è stato rappresentato dal commentario mondiale della borghesia liberale e delle sinistre riformiste al suo guinzaglio. “Golpe in America”, “insurrezione a Washington”, “dissacrata la democrazia più antica del pianeta”... le parole si sono sprecate, nella rincorsa del vocabolario. In realtà non vi è stato alcun golpe o insurrezione di sorta, se si vuol dare un significato vero alla parole. Un migliaio di attivisti parafascisti, suprematisti, omofobi, più o meno equipaggiati alla bisogna, ha invaso le sale del Congresso americano, grazie alla latitanza e connivenza dei corpi locali di polizia. Naturalmente non c'è nulla di peggio di questa teppaglia reazionaria, blandita e corteggiata da quello stesso Trump che non ne può garantire il controllo.

Ma non siamo di fronte alla minaccia fascista negli USA. E in ogni caso l'atto compiuto da questa teppaglia non trasforma affatto il Congresso USA nel tempio profanato della “democrazia”. La celebrata “democrazia” americana è solo la forma della dittatura dei capitalisti, di uno Stato che si regge sullo sfruttamento dei salariati di casa propria, sulle mille forme di oppressione e discriminazione degli afroamericani e degli ispanici, sull'arbitrio impunito della violenza poliziesca, sul saccheggio secolare di altri popoli e nazioni, su una politica di aggressioni militari, intimidazioni e ricatti verso ogni popolo oppresso che voglia ribellarsi al suo dominio. La teppa fascistoide del 6 gennaio si nutre, in fondo, dei detriti peggiori della democrazia borghese americana.

Tuttavia, spogliati della veste immaginifica che è stata loro fornita, i fatti del 6 gennaio sono tutt'altro che irrilevanti. Sarebbero stati impensabili anche solo pochi anni fa. Acquistano invece il loro significato, seppur in forma estrema, all'interno della polarizzazione politica e sociale che attraversa la società americana (e non solo) sullo sfondo della grande crisi. Impoverimento dei salari, declassamento di ampi settori della classe media, disuguaglianze sociali abissali in fatto di redditi e patrimoni, che percorrono e aggravano i divari etnici e territoriali, tra grandi città e province, tra metropoli e campagne.
La lunga ripresa economica USA, formalmente la più prolungata del dopoguerra, non solo non ha minimamente scalfito questa dinamica profonda ma l'ha approfondita su ogni versante. La crisi dell'amministrazione Obama, la clamorosa sconfitta di Hillary Clinton, la vittoria di Donald Trump nel 2016 sono stati il portato indiretto di questi processi.

Il trumpismo ha costruito attorno a sé un ampio blocco sociale particolarmente concentrato nella provincia profonda americana. Trump è uscito indiscutibilmente sconfitto nelle elezioni presidenziali appena concluse, ma il suo blocco sociale ha tenuto. Ha perso la presidenza, non il suo popolo. Ed anzi i 74 milioni di voti riportati dal Presidente sconfitto sono significativamente superiori a quelli guadagnati nel 2016, quando riportò la vittoria. Soprattutto è e resta impressionante il successo del trumpismo presso l'elettorato bianco della provincia profonda, una roccaforte inespugnata. La folla accorsa al comizio di Trump del 6 gennaio è uno spaccato sociale fedele di questa provincia, segnato dal peso della tradizione religiosa, estraneo e diffidente verso i costumi della città, alieno a ogni forma di modernità, sensibile alle fiabe sui complotti occulti di poteri misteriosi. La tragedia della pandemia ha moltiplicato gli effetti di questo senso comune. Trump ha costruito con questo blocco sociale un rapporto di fidelizzazione autentica. Agli occhi di questa massa egli resta il Presidente della nazione, per questo estraneo e osteggiato da “quelli di Washington”.

Le milizie armate dei Proud Boys, dei Boogaloo Boys, di QAnon, pascolano in questo ambiente e si candidano a sua guardia del corpo, con le strizzate d'occhio alla (e della) polizia. Sono la componente estrema di una società patriarcale, legge ed ordine, profondamente misogina, col ruolo volontario di squadristi e mazzieri quando si tratta di aggredire e malmenare i Black Lives Matter e l'estrema sinistra. Trump li usa, ma non sono alle sue dipendenze. E la loro azione del 6 gennaio, lungi dall'essere commissionata da Trump, ha indebolito il Presidente in carica a tutto vantaggio dei democratici. Si può non vederlo?

Non è ancora chiaro cosa Trump voglia fare del blocco sociale che ha consolidato attorno a sé. Provare a dominare il Partito Repubblicano? Facile in veste di Presidente, assai più complesso con quattro anni di opposizione e un gruppo parlamentare assottigliato dalla sconfitta. Scindere il Grand Old Party e costruire un proprio partito? Possibile, e alcune pose dell'ultima fase sembrerebbero alludere quanto meno a questa tentazione. Ma il sistema elettorale e istituzionale americano di certo non favorisce tale soluzione, che rischia di consegnare al Partito Democratico una rendita di posizione. Vedremo. Di certo la polarizzazione politica americana ha scosso alle fondamenta il Partito Repubblicano, ben oltre le soglie del vecchio Tea Party, e pone incognite serie sulla sua tenuta e configurazione.

Ma anche la nuova amministrazione democratica di Joe Biden sarà chiamata a un banco di prova particolare. Dovrà ridefinire la politica estera dell'imperialismo USA, tenendo ferma sicuramente la contrapposizione strategica al neoimperialismo cinese, ma rivedendo i rapporti con gli imperialismi europei, che salutano tutti la vittoria di Biden come una sorta di liberazione ma sanno e sentono che non tutto tornerà come prima, e non a caso si dividono. Tra un imperialismo francese che punta a una sorta di autonomia strategica europea, naturalmente sotto l'egemonia di Parigi, e un imperialismo tedesco che cerca in Biden una sponda rassicurante su cui far leva (anche) per contenere le ambizioni francesi. Ma soprattutto Joe Biden dovrà trovare un punto di equilibrio e tenuta nella società americana. Non sarà facile.

La polarizzazione americana non si è sviluppata solamente a destra, ma anche a sinistra. Lo straordinario movimento di massa che ha attraversato le città americane nel 2020 ha sicuramente gonfiato le vele di Biden nelle recenti elezioni. Il successo plebiscitario dei democratici nelle città ne è una prova inequivocabile. Ma le vecchie illusioni mal riposte nel Partito Democratico convivono con una diffidenza aperta verso la sua politica. Il risultato elettorale dei candidati e delle candidate dei Socialisti Democratici d'America riflette a modo suo una domanda di cambiamento. Ma Biden, com'era prevedibile, l'ha già frustrata in partenza, componendo una squadra di governo tutta imperniata sul vecchio personale politico gradito a Wall Street, quello che i tredici milioni di elettori di Sanders nelle primarie democratiche avevano sonoramente contestato. Ed è solo l'inizio.

La costruzione di un partito indipendente della classe operaia americana, fuori e contro il vecchio bipolarismo USA, resta un nodo strategico inaggirabile. In questi anni di grande crisi si è fatta largo tra milioni di lavoratori e di giovani USA una diffusa ripulsa del capitalismo e una confusa domanda di “socialismo”. Questa parola, maledetta nella cultura dominante degli USA, ha fatto il suo ingresso nel vocabolario pubblico, quale che sia la sua reale traduzione politica. Il movimento sviluppatosi attorno ai Socialisti Democratici d'America è un portato di questo sentimento nuovo. I dirigenti e parlamentari riformisti legati a quel partito lo usano come arma di pressione e di scambio con il personale politico del Partito Democratico. Ma l'aspettativa di un proprio riconoscimento e ruolo nel nuovo governo, com'era da attendersi, non ha trovato spazio. E tutta la politica del nuovo governo di Wall Street sarà ogni giorno una doccia gelida per le vecchie illusioni nel Partito Democratico. I marxisti rivoluzionari degli Stati Uniti, nemici di Trump ma non per questo elettori di Biden, lavoreranno per dare al proletariato USA il proprio partito, e proporranno come suo programma l'unica vera prospettiva alternativa: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. La sola autentica rivoluzione americana.




Leggi qui la traduzione in inglese.

Partito Comunista dei Lavoratori

Polizia: sicari del capitalismo vestiti di blu

L'omicidio di George Floyd da parte della polizia, il 25 maggio, ha scatenato una tempesta di manifestazioni di protesta. In centinaia di città, proteste pacifiche sono state attaccate dalla polizia antisommossa. Finora dieci manifestanti sono stati uccisi, e migliaia di altri arrestati e feriti da proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Ciò a cui abbiamo assistito, da Minneapolis a Filadelfia ad Atlanta a Washington, è uno scatenamento poliziesco da parte di un'istituzione razzista fuori controllo.

liberal [la sinistra borghese, non di classe, NdT] vogliono farci credere che la polizia sia neutrale e che siano qui a "proteggere e servire". Ci viene chiesto di credere che siano solo "poche mele marce" ad avere comportamenti violenti e razzisti. I comunisti respingono queste illusioni. La polizia esiste come forza armata di un sistema capitalista razzista. Questa violenza ha radici profonde che risalgono ai cacciatori di schiavi dell'epoca della tratta degli schiavi.


EPIDEMIA DI VIOLENZA POLIZIESCA CONTRO LA POPOLAZIONE DI COLORE

Gli ultimi anni hanno visto innumerevoli vittime di omicidio e violenza della polizia. Numerosi incidenti sono stati registrati in video da testimoni, con conseguenze minime o nulle per gli agenti di polizia coinvolti. Il movimento Black Lives Matter, che iniziò in risposta all'omicidio di Trayvon Martin, ha continuato a mobilitarsi mentre la polizia continuava ad uccidere Michael Brown, Eric Garner, Freddie Gray, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile e molti altri.

A Breonna Taylor hanno sparato otto volte nel sonno, quando la polizia ha eseguito un mandato di perquisizione senza preavviso. Il mandato era in teoria per una persona che era già in custodia di cautelare. Il suo ragazzo, Kenneth Walker, pensando si trattasse di una rapina, ha sparato contro la polizia, ferendo un poliziotto. Per questo è stato accusato di attacco di primo grado a un ufficiale di polizia e tentato omicidio, accuse successivamente ritirate. Non c'erano droghe in casa.

L'omicidio di Ahmaud Arbery da parte di un vigilante è stato inizialmente nascosto, fino a quando il video dell'orrendo omicidio è stato diffuso sui social. Gli assassini di Arbery sono stati arrestati non molto tempo prima del linciaggio di George Floyd.

Certo, da sempre c'è resistenza alla repressione poliziesca. A Houston, nel 1917, truppe di neri dell'esercito degli Stati Uniti presero le armi contro la polizia locale dopo che i poliziotti avevano attaccato un membro della loro unità. Durante gli anni '60 ci furono ribellioni contro la repressione della polizia a Detroit, Los Angeles, Trenton e in altre grandi città. Negli anni '90 ci fu la ribellione di Los Angeles, dopo l'assoluzione dei poliziotti che picchiarono selvaggiamente Rodney King. Più recentemente, le città di Ferguson e Baltimora sono esplose dopo gli omicidi della polizia di Michael Brown e Freddie Grey.


IL CAPITALISMO, LA POLIZIA E LO STATO

La questione relativa alla polizia e al suo rapporto con la società è importante per i comunisti. Molti sindacalisti, membri di nazionalità oppresse e militanti dei movimenti hanno provato sulla propria pelle la repressione della polizia. Qualsiasi lavoratore che abbia scioperato sa che i poliziotti sono chiamati a reprimere le azioni dei picchetti dei lavoratori e a interrompere gli scioperi.

L'attacco della polizia ai manifestanti di una contromanifestazione durante un raduno di estrema destra nel 2018 a Portland è un altro esempio del ruolo reazionario degli sbirri. Durante un'altra manifestazione dell'estrema destra che reclamava "libertà di espressione" ci sono stati scambi amichevoli tra polizia e manifestanti di estrema destra, fino ad arrivare a darsi il cinque fra loro. La cooperazione con il gruppo di estrema destra Oath Keepers [associazione paramilitare non governativa, con compiti simili a quelli della Protezione civile in Italia] è arrivata fino al punto che uno degli Oath Keepers ha aiutato la polizia ad arrestare un contromanifestante.

All'inizio di questa settimana, la polizia di Filadelfia ha fraternizzato con Proud Boys [gruppo neofascista, che ammette al suo interno soltanto gli uomini] e altri gruppi di estrema destra che vicino a una stazione di polizia si sono uniti in una sorta di gruppo di ronda di oltre 100 persone, armate di mazze da baseball e altre armi. I poliziotti hanno dato il cinque e applaudito questi sgherri, anche dopo che essi hanno intimidito manifestanti del Black Lives Matter attaccando fisicamente tre di loro. È stato riferito che c'erano canti che intonavano "le vite bianche importano" (“white lives matter”).

Lo Stato non è qualcosa di particolare per il capitalismo. Lo Stato è l'espressione della divisione della società in classi sociali con interessi contrastanti. In L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato Friederich Engels scrive che lo Stato è «un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'«ordine»; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato».

Lo Stato non esiste per "riconciliare" gli interessi delle varie classi; esiste per la sottomissione dei lavoratori e delle persone oppresse da parte della classe dirigente, la classe dominante. Ciò si esprime nella formazione di istituzioni come la polizia, l'esercito, le carceri e altri strumenti di coercizione volti a tenere in riga i lavoratori.

Negli Stati Uniti la natura della polizia è inseparabile dalla natura razzista del sistema. Le origini della polizia negli Stati Uniti, in particolare negli Stati del sud, possono essere in parte ricondotte alle pattuglie di sorveglianza degli schiavi, formate per catturare schiavi in fuga. Più tardi, la polizia è stata l'esecutore delle leggi Jim Crow di segregazione. Queste leggi rimangono una componente essenziale dell'attuale regime di incarcerazione di massa, che imprigiona centinaia di migliaia di giovani donne e uomini neri e mulatti.


POLIZIA E FASCISMO

In Italia e in Germania, durante l'ascesa dei movimenti fascisti, vi fu cooperazione tra polizia e gruppi fascisti. Questa collaborazione arrivò fino all'addestramento delle camicie nere di Mussolini da parte della polizia italiana. Negli Stati Uniti sono stati dimostrati collegamenti fra polizia, gruppi nazisti e Ku Klux Klan. Ad esempio, si stima che fino al 40% della polizia di Houston negli anni '70 fosse membro del KKK. Lo stesso si potrebbe dire dei dipartimenti di polizia in tutto il sud degli USA.

La polizia razzista non è qualcosa di isolato nel sud degli Stati Uniti. Le città del Nord hanno imposto una segregazione di fatto per anni attraverso il mantenimento razzista dell'ordine pubblico. Filadelfia, la cosiddetta "città dell'amore fraterno", ha una lunga storia di poliziotti razzisti. Il più famoso è l'ex commissario di polizia e sindaco di Filadelfia, Frank Rizzo. I poliziotti di Rizzo erano famosi per gli attacchi contro la comunità nera, incluse pratiche come il trasporto di giovani neri in quartieri bianchi ostili, in modo che dovessero rischiare la vita per tornare a casa a piedi, correndo. Sotto Rizzo, la polizia ha attaccato violentemente il Black Panther Party e le organizzazioni nere per i diritti civili.

Gli atteggiamenti razzisti della polizia di Filadelfia culminarono nel bombardamento della sede della comune del MOVE [gruppo di liberazione nera nato a Filadelfia negli anni '70] nel maggio 1985. Il 13 maggio, la polizia circondò la casa, sparò più di 10.000 colpi di munizioni e usò un camion dei pompieri per inondare la casa con oltre 450.000 litri d'acqua. Successivamente, un elicottero della polizia lanciò una bomba sul tetto della comune, provocando un incendio. Invece di usare i vigili del fuoco per estinguere l'incendio, si decise di lasciare che l'incendio bruciasse, distruggendo alla fine 61 case, lasciando 250 persone senza tetto e uccidendo 11 membri dell'organizzazione MOVE, tra cui cinque bambini.

L'unica persona ad essere incarcerata dopo questo crimine è stata Ramona Africa, membro di MOVE, unica adulta sopravvissuta all'attacco della polizia (anche un bambino, Birdie Africa, ne uscì vivo). Nessun poliziotto o pubblico ufficiale ha mai affrontato conseguenze legali.


I "SINDACATI" DI POLIZIA

Costruire un movimento di resistenza alla violenza della polizia significa smascherare nella società e nel movimento operaio il ruolo reazionario dei "sindacati" di polizia. I sindacati dei poliziotti non solo inventano giustificazioni per gli assassini presenti nelle loro file, ma sostengono politiche razziste e reazionarie come l'incarcerazione di massa. Nei ranghi dei sindacati e delle organizzazioni di lavoro, i sindacati della polizia svolgono un ruolo reazionario, opponendosi a iniziative progressive.

Il Fraternal Order of Police e la Police Benevolent Association sono i maggiori sindacati di polizia. Anche i Teamsters, la American Federation of State, County, and Municipal Employees (AFSCME) e il Service Employees International Union rappresentano la polizia e la polizia penitenziaria.
Costruire solidarietà, all'interno del movimento operaio, con il movimento Black Lives Matter significa sfidare il ruolo dei sindacati di polizia ed esigere che le federazioni sindacali taglino i rapporti con queste organizzazioni reazionarie e antioperaie.

I marxisti rivoluzionari respingono l'idea che la polizia sia una parte legittima del movimento operaio. Se da un lato i poliziotti possono provenire da famiglie della classe operaia, d'altra parte essi in quanto poliziotti servono gli interessi di un ordine sociale capitalista razzista. È il ruolo che svolgono in quanto esecutori dello Stato e della struttura economica esistenti ciò che è il fattore decisivo.

Lev Trotsky, scrivendo negli anni '30 a proposito dei poliziotti, disse: «Il lavoratore che diventa un poliziotto al servizio dello stato capitalista è un poliziotto borghese, non un lavoratore. Negli ultimi anni, questi poliziotti hanno combattuto molto di più con i lavoratori rivoluzionari che con gli studenti nazisti. Un tale addestramento non manca di lasciare i suoi effetti. E soprattutto: ogni poliziotto sa che i governi cambiano, ma la polizia rimane».

I comunisti respingono le richieste di "più poliziotti" e di "legge e ordine", poiché queste politiche prendono sempre di mira le nazionalità oppresse e i lavoratori. Questo è il motivo per cui, ad esempio, ci siamo detti contrari alla richiesta del leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn di aggiungere migliaia di altri poliziotti a quelli già attivi in Gran Bretagna dopo alcuni attacchi terroristici.

Dobbiamo continuare a mobilitarci per la giustizia contro la violenza della polizia, e a lavorare per denunciare i legami tra gruppi neofascisti e poliziotti. Il futuro dei vari movimenti dipende dalla nostra capacità di collegare queste lotte per la giustizia contro il sistema. Ciò significa ritenere responsabili i sicari del sistema vestiti di blu.

Poliziotti assassini in galera! Giustizia per George Floyd! Giustizia per Ahmaud Arbery! Giustizia per Breonna Taylor! Per il controllo della comunità nera da parte della comunità nera! Libertà per tutti gli arrestati! Per il ritiro di tutte le accuse!



da Socialist Resurgence


John Leslie