Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta rivolta. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta rivolta. Mostra tutti i post

Al fianco della resistenza palestinese

 


In queste ore le forze dell’IDF stanno occupando porzioni crescenti della striscia di Gaza. Dopo giorni di bombardamento a tappeto, che hanno causato circa 30000 vittime tra i civili palestinesi, tra morti e feriti, con un tragico bilancio soprattutto per i bambini e le donne, le forze armate israeliane stanno procedendo al tentativo di rastrellamento dei combattenti palestinesi e si apprestano al combattimento casa per casa.


Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene il pieno diritto dei palestinesi a prendere le armi e resistere all’invasione genocidaria da parte dei sionisti.

Riconosciamo che oggi le forze armate palestinesi comprendono partiti e fazioni politiche diverse.


L’URGENZA E I COMPITI DELLA RESISTENZA ARMATA ALL’INVASIONE COLONIALE ISRAELIANA

La connotazione di Hamas, la maggiore delle organizzazioni che dirigono la resistenza a Gaza, il suo carattere antiproletario, su cui torneremo, non deve significare alcun arretramento, nemmeno di un millimetro, dal pieno appoggio alla resistenza armata del popolo palestinese.
Per questo sosteniamo la lotta armata di Hamas e degli altri combattenti, e salutiamo con favore una possibile rivolta popolare in Cisgiordania. Una rivolta che deve affrontare le forze israeliane e purtroppo anche la polizia dell’ANP, a cui chiediamo di interrompere immediatamente il proprio ruolo di governo collaborazionista con le forze colonialiste dello Stato sionista.

Auspichiamo inoltre che tutte le organizzazioni combattenti palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania mettano da parte ogni divisione e si riuniscano in un coordinamento unificato che consenta loro di prendere con efficacia tutte le misure militari necessarie a respingere l’invasione di Gaza e inferire le massime perdite all’esercito occupante.

Questo è infatti l’obbiettivo militare e politico prioritario del momento, che se dovesse essere fallito aprirebbe la strada alla pulizia etnica e ad una nuova Nakba per il popolo palestinese.


I MARXISTI RIVOLUZIONARI E I COMPITI FONDAMENTALI DELLA LOTTA DEL POPOPOLO PALESTINESE

Lo scopo della liberazione della Palestina, il che implica la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista di Israele, deve essere incondizionatamente sostenuto dai marxisti rivoluzionari di ogni parte del mondo.
Su questo non vi possono essere ambiguità che diano spazio all’illusoria possibilità che in qualsiasi forma, persino “socialista”, possa sorgere ed avere vita legittima uno Stato palestinese a fianco dello Stato sionista. Questa possibilità, oltre che dalla logica, oggi è esclusa dai fatti storici che avvengono sotto i nostri occhi.

Ma la liberazione della Palestina non può avvenire né nella forma della Repubblica islamica, come vogliono Hamas e la Jihad islamica, né in quella democratico-borghese. In questo senso, l’esistenza di uno Stato palestinese effettivamente libero e indipendente sarebbe meramente illusoria, perché sarebbe invariabilmente sottomessa a potenze capitaliste e imperialiste che continuerebbero la rapina delle sue risorse e lo sfruttamento delle sue masse proletarie.

Solo la rivoluzione socialista può realizzare il compito storico dell’autodeterminazione nazionale del popolo palestinese. Solo la sua estensione a tutto il Medio Oriente, con il fine della realizzazione di una Federazione socialista del Medio Oriente, può proteggere i diritti e le condizioni di vita tanto delle masse proletarie palestinesi quanto di quelle arabe.


LA NATURA REAZIONARIA DI HAMAS

L’accordo al coordinamento e al comando unificato delle operazioni militari non significa in alcun modo un appoggio politico, nemmeno transitorio, ad Hamas, verso cui i rivoluzionari devono nutrire, al contrario, la massima sfiducia.
Hamas, che in arabo vuol dire "Movimento islamico di resistenza", è un partito islamista piccolo-borghese dotato di un’ala politica ed un’ala militare non necessariamente unite sotto la stessa direzione.

Il reclutamento al partito e alla sua ala combattente avviene per il tramite della fidelizzazione mistica e religiosa che si sublima nell’ideologia della Jihad, ossia la guerra santa contro gli osservanti di altre religioni ed in primo luogo di quella ebraica.
La jihad costituisce un terreno di reclutamento per Hamas, così come il nazionalismo lo ha assunto spesso per direzioni piccolo-borghesi che hanno promosso lotte di liberazione nazionale in Europa e nel resto del mondo nei decenni passati.

Questa ideologia è inoltre resa lugubre da un marcato antisemitismo, che professa la cacciata e l’uccisione degli ebrei in quanto ebrei, e non solo la lotta contro i coloni ed il colonialismo, così come il nazionalismo spesso degenera nella sua forma fascista.
Inoltre è finalizzata a subordinare l’aspirazione nazionale palestinese all’interesse di regimi monarchici e capitalisti che finanziano il partito (Qatar).

I marxisti rivoluzionari da sempre denunciano queste ideologie e mettono in guardia il proletariato delle nazioni oppresse contro il loro inevitabile tradimento delle aspirazioni di liberazione nazionale. Questa infatti può essere garantita, nel quadro dell’attuale spartizione imperialistica del mondo, solo dalla rivoluzione socialista, che instaurando la dittatura del proletariato con il metodo della democrazia operaia, è la sola forma che può garantire la fine dell’oppressione nazionale così come di tutte le altre forme di oppressione.

Allo stesso tempo, contestiamo come obiettivo reazionario e antiproletario il fine politico strategico di Hamas, che è quello di costituire una repubblica islamica sul territorio della Palestina.
Una repubblica islamica simile a quella iraniana che oggi è attraversata dall’eroica rivolta del movimento delle donne, che il PCL sostiene incondizionatamente


IL MOVIMENTO MONDIALE A SOSTEGNO DELLA PALESTINA

Un grande e inaspettato movimento popolare, soprattutto giovanile, da est a ovest, da sud a nord sta attraversando tutti i continenti al grido “free Palestine”.

I marxisti rivoluzionari devono portare in questo grande movimento la consapevolezza del sostegno incondizionato alla resistenza palestinese, rifiutando ogni equidistanza tra oppressori ed oppressi, tra aggressori e aggrediti, anche se ammantata di un ipocrita pacifismo. Ciò nella prospettiva della liberazione della Palestina e la distruzione dello Stato sionista, per l’istaurazione di uno Stato operaio socialista che garantisca tutti i diritti del popolo ebraico e per l’estensione della rivoluzione proletaria a tutto il Medio Oriente.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dal ghetto postcoloniale alla rivolta. Un'analisi di classe

 


Per una lettura della rabbia delle banlieue senza incantamenti o pregiudizi

4 Luglio 2023

«Vi libererò da questa spazzatura umana, dalla canaglia»: così dichiarò nel 2005 il presidente francese Sarkozy di fronte alla rivolta delle banlieue causata dalla morte di due giovani braccati dalla polizia. Diciotto anni dopo, l'assassinio poliziesco di un giovane arabo, Nahel, ha innescato una rivolta analoga. Con alcune differenze. L'età media della «canaglia» è di diciassette anni, la stessa età di Nahel, sensibilmente più bassa di quella di allora. L'uso dei social ha consentito una propagazione della rivolta incomparabilmente più rapida. La sua estensione geografica è più ampia.

La violenza della polizia ha agito come allora quale fattore scatenante. La polizia francese si porta dietro la lunga eredità della tradizione gollista, mano pesante e grilletto facile. In larga parte della società è radicato non a caso un robusto sentimento antipoliziesco.
Ma non è solo questione di tradizioni antiche. La polizia francese ha rafforzato in questi anni i propri poteri. Le leggi eccezionali varate a Parigi dopo gli attentati stragisti del terrorismo islamista dell'ISIS, votate purtroppo da tutte le sinistre parlamentari, hanno accresciuto nettamente le prerogative poliziesche in fatto di gestione dell'ordine pubblico. Nel 2017 sotto la presidenza di “sinistra” di Hollande è stata varata una legge che incoraggia l'uso delle armi da parte degli agenti contro veicoli in movimento “potenzialmente minacciosi”. Il risultato è che il tiro poliziesco su bersagli simili si è moltiplicato da allora per cinque, col relativo carico di sangue.
L'assassinio di Nahel è l'ultima goccia di questo stillicidio. Ma lo stillicidio non è socialmente neutro: i quartieri ghetto delle banlieue sono stati il poligono di tiro preferito.

Le banlieue francesi sono a tutti gli effetti un deposito postcoloniale. I giovani che le popolano sono figli e nipoti degli immigrati di seconda e terza generazione, giovani francesi di estrazione algerina, marocchina, tunisina, ma anche giovani di colore provenienti indirettamente da Guyana, Nuova Caledonia, Guadalupa, tuttora colonie del democratico imperialismo francese, oppure dai territori dell'area francofona dell'Africa subsahariana, quella oggi insidiata, per intenderci, dalla concorrenza dell'imperialismo russo.

Queste banlieue sono autentici ghetti. I giovani che le abitano hanno un tasso di disoccupazione doppio o triplo rispetto alla media (oltre il 40%), raramente dispongono di strutture sociali di appoggio, sono esposti spesso ai ricatti della malavita e dello spaccio, e alla nomea del quartiere in cui vivono. La banlieue diventa per loro a tutti gli effetti uno stigma sociale, un problema aggiuntivo nel trovare un lavoro o una casa, ma anche una ragione dell'assillante pressione poliziesca. Infinite perquisizioni, retate quotidiane, vessazioni umilianti senza motivo, se non appunto il ghetto di provenienza, e l'etnia araba o il colore che lo segnala. Un po' come la popolazione di colore in tante periferie metropolitane USA.

La polizia si esercita quotidianamente nel tormentare i giovani delle banlieue. E i giovani ravvivano quotidianamente il proprio odio contro la polizia. L'omicidio di Nahel ha fatto da stura a questo sentimento radicato, su entrambi i lati, al punto che mentre i giovani dei quartieri si sollevano contro la polizia, i sindacati più reazionari della polizia (Alliance) non solo difendono l'agente omicida ma si dichiarano in guerra contro la canaglia, e chiedono al governo nuovi poteri.

La rivolta della banlieue assume per lo più forme primitive e indifferenziate. Si indirizza non solo contro le caserme e le camionette della polizia, ma anche contro negozi, vetture private, e persino biblioteche e scuole. Obiettivi sbagliati.
Non apparteniamo a quella cultura che subisce il fascino estetico della violenza indifferenziata, tipica di alcune tradizioni anarchiche o autonome. Così come certo non apparteniamo, all'opposto, a quella cultura riformista che col ditino alzato pretende dagli oppressi buone maniere nel rispetto delle istituzioni (come nel caso dei dirigenti del Partito Comunista Francese, che prima votano le leggi di polizia e poi si associano agli appelli alla calma e alla “responsabilità repubblicana”). Qui non si tratta di giudicare un fenomeno sociale, ma di comprenderlo, e soprattutto di rapportarvisi da un punto di vista di classe e rivoluzionario. Una rivolta contro l'oppressione dello Stato borghese contiene sempre, in ultima analisi, un potenziale positivo. Ma non sempre quel potenziale trova un punto di riferimento e una traduzione progressiva. Non sempre segna l'ascesa della marea di massa. Molto dipende dalla dinamica della lotta di classe che le fa da sfondo, e dalla presenza o meno di una direzione politica che intervenga sulla sua coscienza.

L'attuale rivolta delle banlieue francesi non descrive una nuova ascesa della lotta di classe in Francia. Piuttosto riflette il combinarsi oggettivo di due elementi contraddittori: la ritirata del movimento di massa contro la riforma pensionistica, per responsabilità delle burocrazie sindacali e delle sinistre riformiste subalterne a queste, e al tempo stesso l'incancrenirsi della frattura profonda nella società francese.
L'ultimo decennio di vita politica francese è stato solcato da ripetute dinamiche di opposizione di massa al governo. È stato così nel 2017 con la grande mobilitazione di classe contro la legge Khomri, il Jobs act francese. Poi col movimento spurio e contraddittorio dei gilet gialli nel 2019. Poi ancora nel 2023 con la ripresa del forte movimento di massa contro Macron e la sua riforma delle pensioni. Il lascito di queste dinamiche, diverse tra loro, è stato l'odio crescente contro il governo dei ricchi. Macron è stato ed è il manifesto in persona del governo dei ricchi nella percezione di una larga massa popolare. Il suo ripetuto ricorso alla polizia nel contrasto del conflitto sociale ha rafforzato il sentimento antigovernativo e antipoliziesco in ampi settori popolari. La rivolta delle banlieue pesca anche indirettamente in questo retroterra, seppur in forma confusa e contraddittoria.

Ma la vergognosa ritirata delle burocrazie sindacali dallo scontro con Macron sulle pensioni, e l'arretramento che ne è seguito, ha impedito al movimento operaio di dare alla rivolta delle banlieue un riferimento di classe e un indirizzo, di dirottare sul terreno di classe la pulsione ribellistica che in essa si esprime.
Tutto questo non è senza conseguenze politiche. Macron ha ripreso ossigeno e spazio di manovra. Le Pen esce dalla sua marginalità e cerca oggi un rilancio nella invocazione dell'ordine pubblico (nel mentre promette parallelamente la cancellazione dell'odiata riforma pensionistica di Macron, una volta eletta presidente della Francia). Oltre una certa soglia, una domanda d'ordine si affaccia nelle stesse periferie presso importanti settori di piccola borghesia e di popolazione povera, colpiti o danneggiati dagli effetti della rivolta (macchine e servizi distrutti) e al tempo stesso privi di una prospettiva ed impauriti. La raccolta di fondi attivata da gruppi di estrema destra a favore del poliziotto omicida supera di gran lunga quella promossa a sostegno della famiglia di Nahel. Sono sintomi indicativi. Quando una lunga stagione di mobilitazioni di massa rifluisce senza apparenti risultati per responsabilità preminente degli apparati burocratici si può produrre nel sentimento pubblico un effetto di rimbalzo di segno opposto. Le Pen si candida a capitalizzare sul terreno reazionario l'ostilità a Macron e il fallimento della sinistra.

Il tema del rilancio dell'azione di classe e di massa del movimento operaio francese si unisce allora più che mai alla necessità di un cambio nella sua direzione sindacale e politica. Solo una direzione anticapitalista può mettere il proletariato francese nelle condizioni di egemonizzare i confusi sentimenti di rivolta di ampi settori giovanili. In sua assenza, tutto rischia di rotolare a destra tra le braccia del partito dell'ordine.

Partito Comunista dei Lavoratori

Kazakistan, una ribellione di classe

 


Le letture farlocche del campismo

9 Gennaio 2022

“Rivoluzione colorata” dell'imperialismo, “rivolta salafita integralista orchestrata dall'Occidente”... La pigrizia mentale del campismo di casa nostra (e non solo) nei presentare i fatti del Kazakistan è pari solamente alla sua ignoranza complottista. Tutto ciò che accade al mondo, a qualsivoglia latitudine, dipende sempre dall'intervento di burattinai occulti. Secondo questa visione, ad essere il motore della storia non è più la lotta di classe, con buona pace di Marx, ma le stanze dei servizi segreti. Tra i quali naturalmente si tratta solo di scegliere quelli buoni. I russi e i cinesi, ad esempio.

Purtroppo per loro, gli avvenimenti del Kazakistan rappresentano l'ennesimo schiaffo in faccia.

Innanzitutto la ribellione kazaka ha un'inconfondibile natura di classe. Ne fornisce una puntuale documentazione il Movimento Socialista del Kazakistan. Il primo gennaio i lavoratori salariati dell'industria petrolifera di Zhanaozen si sono messi in sciopero con la rivendicazione dell'annullamento dell'aumento di prezzo del gas. Il 3 gennaio gli scioperi operai si sono estesi all'intera regione di Mangghystau e poi di Atyrau.
Anche la piattaforma degli scioperanti per l'occasione si è arricchita: aumento dei salari del 100%, annullamento degli aumenti di produttività, libertà sindacali.
Il 4 gennaio sono entrati in sciopero i lavoratori del settore petrolifero della Tengizchevroil, partecipata al 75% da compagnie americane, dove nel dicembre scorso erano stati licenziati 40.000 operai. A loro sostegno si sono mossi i lavoratori del petrolio di Aqtobe, del Kazakistan occidentale e di Qyzylorda. A questi si sono aggiunti a loro volta i minatori, che sono entrati in sciopero alla ArcelorMittal Temirtau nella regione di Karaganda e nel settore del rame alla Kazakhmys. Nei fatti si è trattato dello sciopero generale della classe operaia di tutto il settore estrattivo, cioè del cuore della classe operaia industriale del Kazakistan.

Questa onda d'urto della classe operaia ha innescato un sommovimento popolare più ampio, che nella notte del 4-5 gennaio ha visto esplodere la rivolta di piazza in diverse città, a partire dalla città di Almaty, con scontri durissimi tra manifestanti e polizia. Qui il volto della ribellione è stato quello delle borgate periferiche, in larga parte dei disoccupati, che il regime ha cercato di dividere dagli operai con alcune concessioni, ma invano.
Il Presidente del Kazakistan ha ha provato allora a giocare una carta istituzionale: ha sciolto il governo, e ha licenziato Masimov, il Presidente del Consiglio di sicurezza, simulando una svolta politica finalizzata a disinnescare il movimento di massa. Ma l'operazione è fallita. Il 5 gennaio le manifestazioni operaie e popolari si sono estese al Kazakistan settentrionale e orientale, inizialmente risparmiate dalle agitazioni, e in diverse città hanno puntato ai palazzi delle amministrazioni regionali. Anche le parole d'ordine hanno assunto un carattere più direttamente politico. La parola d'ordine “Via il vecchio” (Nazarbayev), che già aveva fatto capolino nella prima fase degli scioperi è stata rimpiazzata da quella della liberazione di tutti i detenuti politici, della fine della repressione, di garanzie costituzionali, delle dimissioni di Tokayev.

Un passaggio centrale della vicenda è stato il rifiuto di alcune forze di polizia di colpire i manifestanti e addirittura qualche caso di fraternizzazione con questi. Tale linea di faglia negli apparati di sicurezza interni ha acceso la spia di massimo allarme ai vertici istituzionali del Kazakistan: la paura di perdere definitivamente il controllo della situazione a vantaggio dell'insurrezione. In questo preciso momento si è prodotta la svolta del regime: l'appello di Tokayev all'aiuto fraterno degli Stati alleati (Russia, Kirghizistan, Tagikistan, Bielorussia, Armenia) e il passaggio alla repressione militare frontale, col mandato di uccidere. Gli ammiccamenti alla piazza dei primi giorni della rivolta, nella illusione di riassorbirla, hanno lasciato il posto alla denuncia di "ventimila terroristi armati dall'estero”. Denuncia grottesca subito raccolta naturalmente dalla Russia e dalla Cina. In particolare dalla Russia, che ha prontamente inviato in Kazakistan le proprie truppe speciali. Non lo aveva fatto un anno fa, quando il Presidente armeno, in guerra con l'Azerbaigian, aveva richiesto analogo aiuto nel nome della stessa alleanza militare. Putin lo ha fatto ora invece in Kazakistan senza esitazioni. Perché la sollevazione kazaka è troppo contigua al territorio della Russia, le sue rivendicazioni classiste e democratiche troppo potenzialmente contagiose, per rischiare una destabilizzazione alle frontiere. Né la Russia poteva lasciare all'imperialismo cinese, già economicamente straripante, una chiave politica d'accesso nel proprio cortile di casa. I blindati di Mosca non sono solo un aiuto regime kazako, ma anche il tentativo di bloccare ogni possibile effetto di propagazione di dinamiche analoghe in Russia, e la riaffermazione dell'egemonia militare russa in Asia centrale, contro ogni possibile tentazione concorrente

Chi solidarizza con la Russia e la Cina contro gli operai kazaki ignora peraltro non a caso il ruolo del proprio imperialismo in Kazakistan, americano, europeo, italiano. Dopo il crollo dell'URSS, quando anche la vecchia oligarchia stalinista del Kazakistan si è convertita nella nuova oligarchia capitalista, il regime kazako ha aperto a tutti gli investimenti stranieri, offrendo loro le ricchezze del paese: cromo, carbone, zinco, ferro, manganese, bauxite, ma anche il preziosissimo cobalto e naturalmente, in primo luogo, il petrolio. I paesi imperialisti hanno tutti trovato il proprio posto al sole in Kazakistan. Non solo le aziende americane ma anche quelle europee, come la Total e ovviamente l'ENI, presente in Kazakistan dal 1992, che ha recentemente stretto accordi di cooperazione con KazMunayGas per sviluppare progetti in energie rinnovabili e idrogeno.

Il regime kazako, lo stesso che uccide gli operai in sciopero, è stato ed è il garante di tutti gli interessi stranieri nell'industria estrattiva. Gli operai kazaki non scioperano solo contro il proprio regime ma anche contro gli azionisti stranieri che lo sorreggono e che sono stati da questi beneficiati nel corso degli anni. Non a caso il regime kazako, che pur si affida per la sicurezza alle forze speciali della Russia, è stato ed è ben attento a preservare un proprio equilibrio in fatto di relazioni internazionali. Con gli USA, ottenendo sempre un atteggiamento di riguardo; con la UE, infatti particolarmente cauta di fronte alla repressione sanguinosa; con la Turchia di Erdogan, che coltiva in Kazakistan una forte presenza turcofona; ma anche con la Cina, presente in Kazakistan in modo massiccio nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti. Il regime kazako insomma si è offerto a tutti i propri clienti come loro garante, giocando sulle loro rivalità e appetiti contrastanti, con l'unico scopo di restare in sella. Oggi si attende e ottiene da tutti, in forme diverse, una complicità silenziosa o un aperto sostegno. L'appello dell'ONU alla “moderazione” rivolta indistintamente a tutti i soggetti coinvolti, mettendo operai e regime assassino sullo stesso piano, è di fatto una copertura ipocrita al regime kazako.

Alcuni borghesi kazaki, presenti all'estero da esiliati, cercano di corteggiare la diplomazia occidentale offrendosi come possibile carta di ricambio per gli interessi imperialisti in Kazakistan. Si distingue in questo campo l'ex banchiere ed ex ministro Ablyazov, capo del movimento “Scelta democratica del Kazakistan”, che addirittura si presenta abusivamente come l'ispiratore della ribellione. Il suo scopo è quello di ottenere un'investitura occidentale in caso di crollo del regime. Ma è un caso di millantato credito. Nelle sue interviste alla stessa stampa italiana l'ex banchiere si guarda bene dal citare gli scioperi e le rivendicazioni della classe operaia kazaka. Parla invece con cognizione di causa della corruzione interna al regime, di cui ha fatto parte. Parla anche, meno cautamente, dei favori di Unicredit al regime kazako, forse sperando in qualche entratura di rimando nel campo della concorrenza bancaria. Da ex banchiere s'intende del ramo. È possibile che qualche campista sventurato di casa nostra, in cerca di conferme, avalli la megalomania di questo personaggio indicandolo come prova provata del “complotto occidentale”.

Ma l'unico complotto degli occidentali in Kazakistan negli ultimi trent'anni è stato quello del sostegno corale al regime che ha garantito loro gli affari, anche e soprattutto contro gli operai kazaki; una garanzia certo più robusta di quella che oggi può offrire un ex banchiere trombato in esilio a Parigi in cerca di riscatto.

La nostra scelta di campo è inequivoca. Stiamo dalla parte della classe operaia kazaka contro il regime sanguinario, contro i carri armati russi, contro tutte le presenze imperialiste in Kazakistan

Per la più ampia solidarietà internazionale ai lavoratori kazaki.
Giù le mani dalla classe operaia kazaka.
Via il regime assassino.
Via le truppe russe dal Kazakistan
Libertà per i lavoratori arrestati.
Pieni diritti e libertà sindacali.
Nazionalizzazione dell'industria estrattiva kazaka, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori.
Per un governo dei lavoratori in Kazakistan.

Partito Comunista dei Lavoratori

Bagno di sangue in Birmania

 


Necessaria una immediata mobilitazione di solidarietà con gli operai e i giovani in rivolta

Più di 400 morti. La giunta militare birmana procede con l'arma del terrore contro la ribellione di massa al golpe del 1 febbraio. L'esercito del Myanmar ha sempre rappresentato uno Stato nello Stato. Il corpo degli ufficiali gode di enormi privilegi sociali, gestisce in prima persona interi settori dell'economia, detiene per legge un quarto dei seggi nelle due camere del Parlamento, esercita un diritto di veto in materia di riforme costituzionali. La carriera militare è per molti aspetti l'unico possibile ascensore sociale in Birmania, il sogno tradizionale di tante famiglie per il futuro dei propri figli. L'armata si regge sul culto della disciplina totale ai comandi, nel nome della “protezione della nazione”. Il peggiore massacro della storia birmana si è realizzato nell'anniversario della liberazione dal Giappone del 1945, con tanto di parata militare.

“Non uscite di casa. Genitori, assicuratevi che i vostri figli non si uniscano ai rivoltosi, potrebbero essere colpiti alla testa o alla schiena”: questo l'agghiacciante appello della televisione di Stato il giorno prima della parata militare. Così è stato. Militari e polizia hanno sparato ovunque per uccidere, hanno sequestrato autoambulanze per assassinare i feriti, hanno compiuto rastrellamenti omicidi nelle case dei quartieri più poveri. Un solo obiettivo: piegare la ribellione con ogni mezzo.

Ma la ribellione continua in quarantuno città del paese. Nelle strade scendono operai, giovani e giovanissimi, tantissime donne, senza altre armi che bottiglie molotov, pietre, fionde, frecce, barricate di strada contro il tiro mirato dei cecchini. La sproporzione delle forze sul piano militare è drammatica, ma la giunta teme che un eccessivo prolungamento della ribellione di massa possa aprire crepe nell'esercito. Al momento la truppa è rimasta compatta, ma una sua divisione interna potrebbe essere esiziale per il regime.

Di certo le masse birmane non hanno ragione di affidarsi alla diplomazia mondiale. L'ONU condanna la violenza del regime, con le tradizionali risoluzioni salvacoscienza. In realtà gli imperialismi cosiddetti democratici piangono lacrime di coccodrillo. Il turbamento per il bagno di sangue non vale la somma degli investimenti fatti in Birmania. Alcuni Stati imperialisti (Canada, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti) affidano la propria riprovazione contro l'uso della forza letale contro persone disarmate ai capi di stato maggiore dei rispettivi eserciti, per non esporre in prima linea i propri governi. Cina e Russia si sono invece schierate a sostegno dei generali assassini, votando contro ogni riprovazione in sede ONU. La Cina offre il proprio appoggio alla giunta chiedendo in cambio precise garanzie logistiche e militari, non senza problemi negoziali. La Russia cerca di scavalcare la Cina nel sostegno solerte al regime, di cui è, dopo Pechino, il principale fornitore d'armi. Sergueï Choïgou, ministro della difesa russo, era in Birmania nella settimana precedente il golpe. Il generale Min Aung Hlaing, capo della giunta birmana, ha moltiplicato le proprie visite a Mosca negli ultimi due mesi. Imperialismo russo e imperialismo cinese sono oggi la spalla internazionale del regime.

La solidarietà vera alle masse birmane può venire solo dal basso, dai lavoratori e dai giovani del mondo. Purtroppo oggi non c'è in Europa una mobilitazione di solidarietà che sia all'altezza del drammatico scontro che insanguina il Myanmar, tanto meno in Italia. In alcuni casi pesa l'orientamento campista filocinese e filorusso presente in settori della sinistra, in altri casi il disinteresse per una vicenda “troppo lontana” in un paese “troppo marginale” per occuparsene seriamente. Stupisce che il disimpegno su questo versante coinvolga anche in qualche caso ambienti della sinistra classista e internazionalista, che dovrebbero essere i primi promotori della solidarietà.

Occorre contrastare ovunque disinteresse e disimpegno. La lotta di strada degli operai e dei giovani di Birmania è la nostra lotta.

Tutte le organizzazioni del movimento operaio, tutte le forze della sinistra di classe, politiche e sindacali, hanno il dovere di porsi al fianco della resistenza di massa contro una giunta golpista assassina!

Partito Comunista dei Lavoratori

Una lettura marxista rivoluzionaria dei fatti di Birmania

 


Il colpo di Stato militare in Birmania, la sollevazione popolare contro il golpe, la repressione sanguinosa del regime hanno riproposto all'attenzione del mondo la vicenda politica del Myanmar. Sarebbe il caso se ne occupasse anche la sinistra di classe di casa nostra, normalmente distratta sul versante asiatico, se non spesso per esaltare la Cina.


La dittatura militare non è un'esperienza inedita in Birmania. Raggiunta l'indipendenza dalla Gran Bretagna nel 1948, il paese conobbe nel 1962 un primo golpe militare che instaurò un regime dittatoriale di lungo corso, protrattosi in forme diverse sino al 2010. Nel 2010 il regime attuò una cauta apertura “democratica”, per quanto controllata, che spianò la strada a elezioni parlamentari. Prima nel 2012, poi più ampiamente nel 2015, le elezioni videro l'affermazione della Lega Nazionale per la Democrazia (LND), un partito borghese liberale guidato da Aung San Suu Kyi, leader femminile di grande prestigio popolare perché più volte incarcerata durante la dittatura. Il suo governo ha guidato la Birmania dal 2015 sino al novembre 2020, quando nuove elezioni politiche, sancendo il largo primato della LND, hanno confermato il governo uscente. L'attuale colpo di Stato militare ha rovesciato il governo di Aung San Suu Kyi con l'accusa di brogli elettorali ripristinando il potere dell'esercito.


LA SOLLEVAZIONE POPOLARE CONTRO IL GOLPE

Il fattore che ostacola la stabilizzazione militare è l'imponente sollevazione popolare che si è prodotta contro il golpe.

La mobilitazione democratica contro il regime militare ha una sua storia in Birmania. Nel 1988 un enorme movimento prevalentemente studentesco scosse la dittatura, seppur al prezzo di una repressione brutale che fece oltre tremila morti. Nel 2007 una seconda mobilitazione di massa, fortemente influenzata nella stessa iconografia dal clero buddhista, mise a dura prova la tenuta del regime, spingendolo all'apertura liberale del 2010. Come dire che persino i precari spazi di democrazia borghese in Birmania sono stati un sottoprodotto della mobilitazione popolare.

Tuttavia la sollevazione di massa che si è oggi prodotta contro il nuovo golpe va ben al di là delle mobilitazioni precedenti, non solo per l'ampiezza del coinvolgimento di massa ma per la composizione sociale della rivolta.

L'estensione della protesta è enorme. Coinvolge la capitale Rangoun, baricentro economico del paese, ma anche Mandalay , la più grande città del Nord, e decine di centri minori della provincia birmana (Pegu, Lashio, Dawei, Myeik, Myawaddy...). La giovane generazione, maschile e femminile, è ovunque la protagonista delle piazze; i social sono stati, come nella vicina Thailandia, uno dei veicoli della ribellione e della sua rapida propagazione. Inoltre, a differenza del passato, tutte le sette principali etnie che compongono la popolazione birmana sostengono la mobilitazione in corso e ne sono partecipi. A queste si aggiunge la martoriata minoranza musulmana dei Rohingya, perseguitata e massacrata non solo dal regime ma anche dal governo della Lega Nazionale per la Democrazia, negli anni del suo compromesso con i militari. Non a caso il tentativo dei militari di cavalcare l'odio antimusulmano attribuendo le proteste al “complotto Rohinga” è ad oggi clamorosamente fallito.


LA CLASSE OPERAIA BIRMANA SULLA SCENA

Ma soprattutto, ciò che distingue la rivolta in atto dalle mobilitazioni del 1988 e del 2007 è l'irruzione della classe operaia.

La Birmania, assieme ad altri paesi del Sud-est asiatico, ha conosciuto una forte industrializzazione nell'ultimo decennio, anche per effetto della delocalizzazione degli investimenti imperialisti, in primo luogo cinesi, ma anche giapponesi, statunitensi ed europei. Lo Stato e l'apparato militare ha il diretto controllo dell'industria pesante, in compartecipazione azionaria con gli investitori stranieri, mentre la presenza privata domina l'industria leggera. La produzione tessile è il cuore della presenza industriale in Birmania, assieme alla lavorazione del legno e all'economia mineraria, in particolare del ferro. Proprio la classe operaia tessile e i lavoratori delle miniere sono oggi una spina dorsale del movimento, attraverso ampi e prolungati scioperi di massa. A questi si sono aggiunti i salariati dei trasporti, della scuola, della sanità. Lo sciopero dei lavoratori e delle lavoratrici di settanta ospedali in trenta città birmane misura l'ampiezza dell'agitazione.

Il regime appare socialmente isolato, non riuscendo a mobilitare una propria piazza. Due sono i suoi strumenti. Il primo è l'organizzazione delle squadracce di banditi (thugs), composte da sottoproletari armati di bastoni, pietre, coltelli, che a più riprese hanno aggredito le manifestazioni per intimidirle e disperderle. Il secondo sono le pallottole. L'ultima drammatica domenica di sangue, e la repressione di ieri, con 40 morti sotto il fuoco della truppa, dimostrano la determinazione omicida dell'apparato militare, ma anche la difficoltà a costruire consenso e dividere i manifestanti.


IL GIOCO DEGLI IMPERIALISMI, CINA INCLUSA

È importante osservare che la rivolta birmana si è prodotta sul terreno direttamente politico. Non nasce da rivendicazioni economiche e sociali immediate, ma dal rifiuto della dittatura e dalla rivendicazione delle libertà politiche e sindacali.

La Lega Nazionale per la Democrazia e la sua leader sono ad oggi il principale riferimento della mobilitazione. Lo scopo della LND è far leva sulla sollevazione per ottenere il proprio ritorno al governo della Birmania. A questo fine hanno un ruolo centrale le sue relazioni internazionali con gli ambienti dell'imperialismo statunitense, europeo, giapponese.
La sovranissima ENI dal 2014 ha quattro investimenti in Birmania nell'estrazione del gas. La Total francese ha una presenza ancora maggiore. In questi ambienti il golpe militare birmano non è affatto gradito. Sia perché produce instabilità sociale dagli sbocchi incerti – come i fatti dimostrano – che è l'esatto opposto di ciò che aveva promesso. Sia perché la casta militare birmana ambisce a tenere sotto il proprio controllo ampi settori dell'economia, che il capitale straniero vorrebbe liberamente spartirsi senza dover mediare coi militari.
Ma c'è una terza ragione per cui i governi imperialisti dell'Occidente e del Giappone mostrano ostilità all'esercito birmano: i suoi rapporti con l'imperialismo cinese. La Birmania è da tempo nell'orbita dell'influenza cinese, a dispetto in particolare delle ambizioni giapponesi. Non a caso la Cina è e resta oggi la principale sponda del regime militare birmano, l'unico tra i grandi paesi imperialisti che non ha deplorato il golpe e non ha minacciato sanzioni. Un episodio di cronaca illumina questa realtà. L'ambasciatore birmano presso l'ONU, Kyaw Moe Tun, si è pubblicamente dissociato dal golpe militare, tra gli applausi scroscianti di tutti i suoi colleghi tranne uno: l'ambasciatore cinese. Cinesi sono le tecnologie che armano la repressione del regime.

Lo scontro drammatico in Birmania dal punto di vista degli imperialismi è parte del contenzioso per l'egemonia in Asia.


DUE PROSPETTIVE OPPOSTE

Ma dal punto di vista del movimento operaio la sollevazione popolare in Birmania ha un contenuto progressivo inequivoco, come ogni mobilitazione democratica di massa. Non si tratta di determinarsi in base alle sue insufficienze o all'arretratezza della sua coscienza, si tratta di portare in quella lotta e nella mobilitazione internazionale a suo sostegno una coscienza anticapitalista e socialista.

Una sollevazione popolare è sempre terreno di scontro e manovra politica tra opposti interessi di classe. La Birmania non fa eccezione.

Sorpresa dalla ampiezza e dalla radicalità della rivolta la Lega Nazionale per la Democrazia cerca a suo modo di indirizzarla per subordinarla ai propri interessi. Un folto gruppo di deputati dell'ex Parlamento bicamerale (Senato e Assemblea nazionale) ha composto un Comitato, denominato nel suo acronimo inglese CRPH (Committee Representing Pyidaungsu Hluttaw). Il Comitato ha fatto appello alla popolazione perché perseveri nella disobbedienza pacifica ai militari e formi nei quartieri proprie amministrazioni popolari (Le Monde, 2 marzo). Nei fatti, potenzialmente, una sorta di doppio potere. Che sia un partito liberale a evocare questo scenario misura la frattura del blocco dominante, sotto la pressione della ribellione sociale.

Parallelamente nello stesso giorno si produce per la prima volta una defezione importante nell'apparato repressivo. Il capo della polizia di Rangoun, Tin Min Tun, si dimette dalle sue funzioni e si schiera con i manifestanti («Non voglio lavorare per il regime del colpo di stato»), mentre gli operai in sciopero delle miniere del ferro manifestano nella capitale. Una rottura interna al campo militare avrebbe ricadute decisive sullo sviluppo degli avvenimenti.

In questa dinamica imprevedibile c'è tutto lo spazio di una politica proletaria indipendente, in alternativa al liberalismo borghese. Una politica che ponga il tema del doppio potere in termini di autorganizzazione democratica di classe e di massa; che affronti la necessità dell'autodifesa delle manifestazioni dalle squadracce e dei militari, a dispetto del pacifismo buddhista; che intervenga sulle contraddizioni interne all'apparato militare, per favorirne l'approfondimento; che introduca nella ribellione democratica la rivendicazione dell'esproprio delle enormi proprietà economiche delle gerarchie militari, nel settore dell'industria, dell'estrazione mineraria, dell'agricoltura, e del capitale finanziario ad esse collegato. È la prospettiva di un governo operaio e contadino di aperta rottura con il capitalismo e con l'imperialismo.

Come ogni esperienza internazionale della classe lavoratrice, anche la rivolta birmana è una scuola di formazione per i militanti rivoluzionari. Costruire ovunque la più larga campagna di solidarietà con le masse birmane contro la giunta militare assassina è la prima necessità. Portare in questa campagna un punto di vista classista e internazionalista contro i diversi imperialismi in gioco è il compito delle avanguardie rivoluzionarie.

Partito Comunista dei Lavoratori

In Guatemala esplode una massiccia rivolta sociale

 


In Guatemala è esplosa la rivolta sociale, nel pieno di una crisi economica senza precedenti. In piena emergenza Covid, e dopo aver subito centinaia di morti provocati da due uragani devastanti all’inizio di novembre, che hanno messo in ginocchio la parte più povera e contadina del paese, la borghesia e le forze reazionarie dentro il governo della destra reazionaria “Vamos” e quello che è stato definito il “Patto della corruzione” (un'alleanza tra politici corrotti, il capitalismo locale e la mafia del narcotraffico al potere del Paese fin dalle dimissioni del presidente Otto Pérez Molina, nel 2015) hanno approvato tramite il Congresso il bilancio dello stato, che di fatto che mette in ginocchio i lavoratori e la parte più debole della popolazione guatemalteca.


Era stato lanciato un appello da diverse organizzazioni di sinistra, democratiche e dei lavoratori per una manifestazione convocata per sabato 21 novembre, contro il governo e la legge di bilancio che di fatto toglie ogni risorsa per la sanità, l’istruzione e i servizi essenziali. Alla manifestazione hanno partecipato in migliaia, e una parte del corteo ha fatto irruzione nel palazzo del Congresso, incendiandolo. Le forze di polizia, impreparate ad una così alta partecipazione di massa, non sono state in grado inizialmente di reagire, ma in serata hanno scatenato una feroce repressione ordinata dal governo di Alejandro Giammattei.
La rabbia della popolazione e dei manifestanti è totalmente diretta contro la destra di Vamos. Settori studenteschi e giovanili stanno in continuazione lanciando appelli per la mobilitazione e la resistenza sociale.
L'Unità Rivoluzionaria Nazionale Guatemalteca, partito di sinistra con rappresentanza parlamentare (erede del Partito Guatemalteco del Lavoro stalinista e delle organizzazioni guerrigliere castriste), intanto sta lanciando inviti alla protesta pacifica contro il governo e la corruzione. Il Presidente Giammattei ha promesso di non risparmiare una dura repressione.

Le proteste in Guatemala non sono isolate, e si stanno unendo a quelle di altri paesi in America latina: Cile, Colombia, Perù, Ecuador, Argentina, Costa Rica. La necessità principale è quella di unificare la lotta di classe in un continente sempre più in fiamme, devastato dalla pandemia e dalla crisi economica. Non limitandosi, come purtroppo fanno molte organizzazioni trotskiste, alla rivendicazione di nuove assemblee costituenti (quando questa rivendicazione è espressa dal movimento di massa), ma lanciando la prospettiva dell’autorganizzazione di massa in comitati e consigli eletti nei luoghi di lavoro, nelle scuole e università, nei quartieri e nei comuni rurali, come potere alternativo allo stato borghese, alla sua repressione e ai suoi inganni “democratici”.

Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione internazionale

La rivolta di massa in Nigeria

 


Una grande rivolta di massa è in corso in Nigeria, la principale potenza economica africana. L'innesco dell'esplosione sociale è il video che documenta l'assassinio di un uomo a sangue freddo da parte delle forze di polizia. Un “caso George Floyd”, per capirci. Con la differenza che avviene in un paese che non è esattamente sotto i riflettori dell'opinione pubblica dei paesi imperialisti.


Il crimine poliziesco è la goccia che ha fatto traboccare il vaso dell'indignazione popolare. Da tempo la gioventù nigeriana è vessata dalla violenza ordinaria delle cosiddette SARS (squadre speciali antirapina), una milizia armata in uniforme che opera al servizio del governo Buhari, un regime corrotto dalle tangenti delle grandi aziende che investono in Nigeria (ENI in testa). Le SARS gestiscono l'ordine pubblico col metodo dello squadrismo: incarcerazioni arbitrarie, torture, sequestri, estorsioni. Un apparato criminale che si regge sull'intimidazione e sul terrore, con la copertura dell'esercito regolare e della legge.

Non a caso la rivolta ha assunto come parola d'ordine «End SARS», sciogliere le SARS. Una parola d'ordine direttamente politica indirizzata contro il Presidente Buhari. Il governo ha sperato in un primo tempo che la ribellione si esaurisse, come altre volte è accaduto, ma la mobilitazione è continuata. Sorpreso dalle dimensioni e dalla durata della rivolta, Buhari ha pensato di tacitarla con un escamotage truffaldino: ha annunciato lo scioglimento delle SARS come chiedeva la piazza (11 ottobre), ma ricostruendola due giorni dopo sotto un altro nome. L'operazione ha radicalizzato ancor di più la dinamica di massa. A questo punto, dopo essersi appellato invano ai rivoltosi perché dismettessero la protesta, il governo ha usato la forza. Prima ha imposto il coprifuoco nella capitale; poi di fronte alla continuità della mobilitazione, per nulla intimidita dal coprifuoco, è ricorso alla repressione armata. Martedì la polizia ha aperto il fuoco contro i manifestanti, facendo almeno diciotto morti.

La rivolta nigeriana occupa le strade e le piazze da due settimane. Ha il volto della gioventù in un paese in cui l'età media della popolazione è diciotto anni. Le forme della ribellione sono state diverse combinando manifestazioni pacifiche di massa, barricate di strada, assalti alle caserme della polizia. Col passare dei giorni anche la composizione sociale della massa si è allargata: ai giovani disoccupati e precari si sono uniti vasti strati popolari e di lavoro dipendente. Con ciò le parole d'ordine politiche hanno iniziato a combinarsi con rivendicazioni sociali a partire dalla richiesta di lavoro e di aumenti salariali. Le opposizioni borghesi liberali hanno chiesto ai manifestanti di tornare a casa e al governo di rispondere alle richieste della popolazione. Addirittura il segretario generale dell'ONU (!) ha sentito il bisogno di invitare «i manifestanti a protestare pacificamente e ad astenersi da qualsiasi atto di violenzaper evitare che nel paese la situazione possa degenerare in maniera irreversibile». Una notevole preoccupazione per chi copre e avalla in tutto il mondo le peggiori violenze imperialiste e i peggiori regimi reazionari.

Seguiremo nei prossimi giorni lo sviluppo dello scenario. Di certo la ribellione di massa in Nigeria, come la grande protesta proletaria in corso in Indonesia, conferma una volta di più l'instabilità della situazione politica mondiale, anche ai tempi del Covid, anche nel cuore dell'Africa.

Partito Comunista dei Lavoratori

La sollevazione popolare in Libano

La sollevazione popolare in Libano dopo la drammatica esplosione al porto di Beirut ha costretto alle dimissioni il governo Diab. La stessa sorte toccata a suo tempo al governo Hariri, anch'esso disarcionato dalla prima ribellione di massa iniziata il 17 ottobre 2019.

Chi nutre una visione geopolitica e spesso complottistica della storia, secondo cui tutto ciò che avviene è deciso dietro le quinte da un pugno di burattinai (siano essi gli imperialismi, le multinazionali, Soros e Bill Gates...) che manovrerebbero le masse a proprio piacimento, avrà qualche difficoltà a interpretare la dinamica libanese. Perché l'intero corso politico dell'ultimo anno nel paese dei cedri ha come primo protagonista la rivolta di massa contro un intero sistema di potere, e di poteri: quello che gli imperialismi e le potenze regionali avevano architettato per i libanesi.


EREDITÀ COLONIALE E SPARTIZIONE CONFESSIONALE

La divisione confessionale dello stato libanese è in ultima analisi un'eredità coloniale. Dopo la disgregazione dell'impero ottomano seguito alla prima guerra mondiale, l'imperialismo francese e l'imperialismo inglese si spartirono le sue spoglie disegnando la geografia del Medio Oriente. Fu il trattato di Sykes Picot,
1916, rivelato e denunciato agli occhi del mondo dalla rivoluzione bolscevica. La Francia ottenne il mandato per Libano e Siria, creature artificiali del nuovo ordine stabilito con riga e compasso. La divisione confessionale del Libano fu la forma politica funzionale al suo controllo. La conquista dell'indipendenza nel 1943/'45 preservò questa eredità, dandole nuove forme. Il lungo periodo dei trent'anni gloriosi del secondo dopoguerra consentì al Libano risorse economiche sufficienti per sostenere il proprio equilibrio interno fondato sull'alleanza tra borghesia sunnita e cristiana. Ricchezza finanziaria ed estraneità alle guerre regionali sembrarono assegnare al Libano un insperato privilegio. Erano gli anni in cui il paese veniva chiamato, non a caso, la Svizzera del Medio Oriente.
Ma alla metà degli anni '70 questo equilibrio crollò. La Svizzera del Medio Oriente si trasformò in breve tempo nel paese di una spietata guerra civile confessionale, tra il fronte cristiano maronita e il fronte arabo musulmano, sostenuto dai palestinesi e dalla minoranza drusa (Jumblatt). Una guerra estenuante, che dal 1975 al 1990 trasformò il Libano in un cumulo di rovine, a partire da Beirut. L'equilibrio tra le confessioni religiose fu ristabilito solo dopo quindici anni col concorso decisivo delle potenze imperialiste, in primis USA, Francia, Italia, che dal 1982 – dopo l'aggressione sionista all'OLP e alla sua presenza libanese – investirono in Libano una propria presenza militare quale garante dello status quo.
Il sistema da allora vigente ha recuperato la vecchia spartizione delle funzioni istituzionali definita nel 1943 tra le minoranze etniche e religiose: la guida del governo ai sunniti, la presidenza della repubblica e la guida dell'esercito ai cristiano-maroniti, la presidenza del Parlamento agli sciiti. Il sistema di voto (proporzionale dal 2018) è blindato e distorto da questa spartizione corporativa, che ha retto nel tempo a prove difficili, come le guerre del Golfo, la nuova guerra libano-israeliana del 2006 e il contrasto tra USA e Iran. Persino la prima onda delle rivoluzioni arabe e la lunga guerra siriana sembrarono risparmiare gli equilibri libanesi, dove dal 2009 la nuova alleanza di governo tra una parte della comunità cristiano-maronita guidata dal generale Aoun e il “Partito di Dio” filoiraniano Hezbollah sancì una sorta di pacificazione nazionale. Con l'Arabia Saudita, nemica dell'Iran, nel ruolo di protettrice della borghesia sunnita (famiglia Hariri).


UN CAPITALISMO LIBANESE SUPERPARASSITARIO

La pace interna poggiava in realtà su basi fragili. Prima la crisi capitalistica internazionale, poi la seconda ondata delle rivoluzioni arabe hanno destrutturato il regime nelle sue fondamenta.

Il capitalismo libanese ha assunto nel lungo periodo una natura particolarmente parassitaria. Beirut ha operato per decenni come deposito di grandi investimenti immobiliari e finanziari. La ricostruzione degli anni '90 dopo la guerra civile è stato un volano di tali investimenti, provenienti dai paesi imperialisti e dalle monarchie del Golfo. Una ristretta oligarchia finanziaria – cristiana, sunnita, sciita – si è smisuratamente arricchita in un rapporto osmotico col grande capitale internazionale. Oggi il 5% della società libanese concentra nelle proprie mani il 70% della ricchezza nazionale. Lo Stato confessionale opera come intermediario e agenzia del capitale finanziario: prende a prestito dalle sessanta banche private del paese a tassi di interessi altissimi, indebitandosi a dismisura, mentre l'estrema debolezza della produzione industriale costringe il Libano a importare ogni bene di prima necessità, dagli alimenti ai medicinali, con un deficit strutturale della bilancia dei pagamenti (3,7 miliardi di esportazioni e 20 miliardi di importazioni) e un ulteriore incremento del debito pubblico. L'evasione fiscale delle grandi ricchezze e il peso della corruzione endemica hanno fatto il resto. Intanto molte banche hanno chiuso i battenti, ma solo dopo aver portato all'estero 6 miliardi di dollari, i risparmi dei cittadini libanesi. Il default dello Stato nel marzo 2020, il crollo della lira libanese, lo sviluppo di una inflazione annua del 60% sui beni primari, sono lo sbocco di questa spirale rovinosa.


“ANDATEVENE TUTTI, E TUTTI VUOL DIRE TUTTI”.
CARATTERI E DINAMICA DI UNA RIVOLUZIONE


L'ascesa di massa dell'ottobre 2019 è inseparabile da tale contesto.
L'innesco della rivolta, come spesso accade, è stato casuale: l'aumento della tassa sulle comunicazioni Whatsapp. Ma le sue radici erano e sono profonde. Da un lato, la mobilitazione ha raccolto la nuova spinta della seconda fase delle rivoluzione arabe e medio-orientali (Algeria, Iraq, Sudan), a partire dalle loro rivendicazioni democratiche. Dall'altro, si è rivolta contro l'insieme della classe dirigente libanese in tutte le sue espressioni politiche e istituzionali, quale responsabile del crollo del paese.

Il tratto caratterizzante della ribellione di massa in Libano (come del resto in Iraq) è il suo carattere aconfessionale. È la rottura dei vecchi recinti etnici, religiosi, settari che per un lungo periodo storico hanno diviso e frantumato il proletariato libanese e le classi subalterne a vantaggio della borghesia, dell'imperialismo, delle diverse potenze regionali. La parola d'ordine “non siamo né sunniti né cristiani né sciiti, siamo libanesi” è divenuta una parola d'ordine di massa, in una dinamica di movimento che ha investito il Nord sunnita e cristiano e il Sud sciita, e che per questo si è posta in rotta di collisione con i diversi partiti confessionali della borghesia. È una parola d'ordine democratica che rivendica l'eguaglianza e la laicità dello Stato contro la sua spartizione. Non è un caso che sia la giovane generazione la protagonista della ribellione. Una giovane generazione che non ha vissuto la guerra civile degli anni '70 e '80, che non è stata irregimentata dalle diverse confessioni, ma che ha vissuto sulla propria pelle la comune condizione di miseria, di disoccupazione, di privazione di futuro.

Per la stessa ragione è molto significativa la partecipazione delle donne alla rivoluzione. Il patto tra i clan confessionali, il profilo reazionario delle loro leadership, ha comportato la sistematica negazione dei diritti democratici delle donne libanesi, su ogni terreno. L'unità di governo tra reazionari maroniti e reazionari sciiti si è consumata in primo luogo contro di loro. La sollevazione anticonfessionale ha dunque trovato le donne in prima fila, a partire dalle giovanissime, con lo sviluppo di un imponente movimento femminista nazionale organizzato, a Nord e a Sud.

La pandemia ha frenato e interrotto questa mobilitazione multiforme negli ultimi mesi. L'immane tragedia dell'esplosione di Beirut, fotografia perfetta del fallimento di un regime, l'ha oggi rilanciata e radicalizzata. L'assalto ai palazzi del potere di sabato 8 agosto, l'occupazione e devastazione della sede associativa delle banche, hanno espresso la radicale volontà di rottura della gioventù libanese con la propria classe dominante. Il tentativo di quest'ultima di dirottare la crisi politica verso nuove elezioni è al momento fallito, perché privo di credibilità. Nuove elezioni con le vecchie regole sarebbero non solo un salvacondotto per i partiti dominanti ma la riproduzione del loro sistema spartitorio. “Andatevene tutti, e tutti vuol dire tutti!” è la replica di massa a questa profferta.


LA DEBOLEZZA DEL MOVIMENTO OPERAIO LIBANESE

L'esplosione di massa dell'ultimo anno ha scavalcato il movimento operaio organizzato. Il movimento operaio libanese è stato fortemente indebolito nella sua lunga storia dalla divisione confessionale del paese. I partiti confessionali hanno lavorato sistematicamente per la sua frantumazione. In particolare la Confederazione Generale dei Lavoratori Libanesi (CGTL) è stata terreno di spartizione tra i partiti dominanti. Ogni partito settario ha costruito il proprio sindacato di categoria per pesare maggiormente nella Confederazione, col risultato di dividere le forze e paralizzarne l'azione.

La Commissione di Coordinamento dei Sindacati (UCC), quale sindacato alternativo, ha svolto invece un ruolo importante nel ciclo di lotte operaie dal 2011 al 2014 attorno a rivendicazioni economiche elementari (aumenti salariali, diritti di contrattazione, rifiuto dell'austerità). Un ciclo di lotte che ha visto la crescita dei livelli di sindacalizzazione nei diversi settori: tra i portuali (baricentro storico del proletariato libanese), fra gli insegnanti (per lo più dipendenti di scuole private religiose), nel personale sanitario (in particolare fra le infermiere). Ma contro questo processo di sindacalizzazione ha lavorato l'intero fronte dei partiti dominanti, con l'obiettivo di spezzarne la dinamica e disinnescare il contagio. Nel 2015 il blocco dei partiti confessionali ha recuperato il proprio controllo sull'UCC impedendo l'elezione ai suoi vertici di una candidatura "di sinistra", Hanna Gharil. L'indebolimento di UCC ha favorito l'arretramento della classe lavoratrice e del suo livello di organizzazione proprio alla vigilia dell'esplosione rivoluzionaria e della crisi verticale del regime.

La politica del Partito Comunista Libanese, di estrazione stalinista, legato strettamente al Partito Comunista Siriano filo-assadista, è stata subalterna, al di là dei proclami, a questa dinamica generale. La partecipazione del Partito Comunista Libanese a partire dal 2008 ad un blocco politico con Hezbollah e con forze borghesi confessionali, la cosiddetta “Alleanza dell'8 marzo”, lo ha di fatto subordinato al bipolarismo dominante, privandolo di un possibile ruolo alternativo.
La debolezza del movimento operaio rappresenta a sua volta un punto debole della rivoluzione libanese.


LE MANOVRE DELLA REAZIONE E DELL'IMPERIALISMO, FRANCIA IN TESTA

La coscienza politica della ribellione è più arretrata della sua azione, come accade frequentemente nelle dinamiche di massa.
Il movimento si articola in una miriade di comitati di scopo e di associazioni ( “movimento contro il caro prezzi”, “comitato contro il pagamento del debito pubblico”, “osservatorio popolare per la lotta alla corruzione”, “comitato sui rifiuti urbani”, ecc.), ma manca di ogni centralizzazione e direzione politica unificante, mentre la disperazione sociale e letteralmente la fame allargano il proprio raggio ogni giorno di più, in un paese in cui tra quindici giorni rischia di mancare la farina e il pane, mentre la pandemia moltiplica contagi e morti. E a fronte di un sistema sanitario costosissimo, largamente privato, e in buona parte crollato, come denuncia Medici Senza Frontiere.

È in questo spazio che si sviluppano le manovre politiche per indebolire e dividere la mobilitazione. Settori di destra cristiana reazionaria legati al partito falangista dei Gemayel, ad esempio il gruppo di ex ufficiali che chiedono l'aumento delle proprie pensioni, cercano di inserirsi nella rivolta per indirizzarla unilateralmente contro Hezbollah e Amal, in una logica di richiamo della foresta della vecchia pulsione settaria. Specularmente, il Partito di Dio fa leva sulla campagna di Gemayel per recuperare consenso presso la gioventù sciita che gli è sfuggita di mano, e richiamarla all'unità confessionale.

Ma è soprattutto l'imperialismo che bussa alla porta di un Libano collassato. La Francia di Macron si offre nelle vesti di salvatrice del Libano, e addirittura della sua rivoluzione: 250 milioni di euro come primo obolo «direttamente destinato al popolo, non ai suoi governanti», recita il Presidente francese, chiedendo in cambio riforme economiche risolutrici. Quali? Ad esempio un drastico taglio delle spese sociali per rendere solvibile il Libano presso il capitale finanziario, anche francese. E chi dovrebbe realizzare queste riforme? Un nuovo governo selezionato dai creditori, sotto il loro controllo. Il plauso di alcuni settori popolari all'offerta francese riflette ad un tempo ingenuità e disperazione.
Non mancano peraltro le contraddizioni d'interesse tra gli imperialismi. La Francia, per ingraziarsi il senso comune popolare, chiede una inchiesta internazionale sull'esplosione al porto di Beirut, perché “non è possibile aver fiducia in una commissione d'inchiesta gestita dai governanti libanesi”. Ma gli USA si oppongono, perché temono che la commissione offra alla Francia un palcoscenico troppo ampio. Quanto all'Italia, il ministro degli esteri Luigi Di Maio non vuole essere emarginato dall'iniziativa francese e si affretta a dichiarare che il Libano è per l'Italia «una seconda casa» (!), e che per questo dirige la missione militare UNIFIL nel Sud Libano, una missione che proprio il 31 agosto dovrà rinnovare il proprio mandato.
Di certo la seconda ricostruzione del Libano è un boccone ghiotto per gli imperialismi. E non solo in termini economici, ma anche come postazione strategica nel rimescolamento degli equilibri generali in Medio Oriente.


PROGRAMMA DI EMERGENZA E PROSPETTIVA RIVOLUZIONARIA

Ma non sarà l'imperialismo a salvare il Libano. Il colonialismo francese è la radice storica del dramma, non può essere la sua soluzione. In ogni caso non può esserlo per la classe lavoratrice, i disoccupati, la popolazione povera del paese. Al contrario, non può esservi alcuna soluzione progressiva della crisi politica, economica, sociale, istituzionale, sanitaria senza una rottura drastica con l'imperialismo, a partire dalla cancellazione del gigantesco debito pubblico. I cosiddetti aiuti dell'imperialismo servono solo a garantire laute commesse per la ricostruzione e a pagare gli strozzini del capitale finanziario. Senza recidere la dipendenza economica dall'imperialismo, innanzitutto europeo, e dalle potenze regionali – Arabia Saudita e Iran in primis – non è possibile alcun controllo sulla ricostruzione e alcuna prospettiva di emancipazione sociale. Cancellare il debito pubblico con l'imperialismo, nazionalizzare senza indennizzo per i grandi azionisti l'intero sistema bancario, sono la prima voce di un programma di emergenza, assieme all'esproprio dei capitalisti libanesi e alla cacciata di tutti i loro partiti.

Questo programma è inseparabile dall'unificazione di un fronte di massa che raccolga tutte le domande di liberazione: le domande di emancipazione della classe lavoratrice, dell'industria, del commercio, dell'amministrazione pubblica, a partire da una scala mobile dei salari contro il carovita, un controllo popolare sui prezzi, un piano di investimenti pubblici nella sanità (che va interamente nazionalizzata), nei trasporti, nel risanamento ecologico, che offra lavoro all'enorme massa dei giovani disoccupati, mettendola al servizio della ricostruzione. Ma anche le domande e i diritti dei rifugiati siriani, spesso usati come manovalanza ricattabile e al tempo stesso bersaglio di campagne xenofobe; e del mezzo milione di palestinesi, costretti da decenni a vivere nei campi, senza servizi e senza tetto, in una condizione ignobile di degrado.

Questo programma di lotta salda le ragioni dell'emergenza libanese con la prospettiva della rivoluzione araba e medio orientale, che va ben al di là dei confini del Libano. Una prospettiva che cancelli alla radice ogni eredità coloniale, a partire dallo Stato sionista, affermi il pieno diritto di autodeterminazione del popolo palestinese e del popolo curdo, unifichi il Medio Oriente in una grande federazione di popoli liberi. Ciò che può avvenire solo su basi socialiste.
Questo programma ha bisogno di un partito rivoluzionario internazionale capace di conquistare sul campo la propria credibilità di direzione alternativa, in Libano, in Algeria, in Iraq, ovunque la rivoluzione rialzi la testa.


CON LA RIVOLUZIONE, PER UNA SUA DIREZIONE ANTICAPITALISTA

Leggeremo lo sviluppo della crisi libanese col metodo dei marxisti, che vedono i processi rivoluzionari ovunque si manifestino, nella diversità delle loro forme, dinamiche, contraddizioni; e che al tempo stesso non si affidano alla spontaneità dei movimenti, ma pongono la questione decisiva dello sviluppo della loro coscienza e direzione. È il metodo con cui abbiamo riconosciuto e sostenuto le rivoluzioni arabe, contro ogni sostegno ai regimi oppressivi cui si ribellavano (come ha fatto tanta parte del campismo di estrazione stalinista); ma senza mai subordinarci alle loro direzioni liberali, piccolo-borghesi e filoimperialiste, che le hanno portate alla disfatta in Tunisia, in Egitto, in Siria, come hanno fatto i più diversi ambienti movimentisti.

Autonomia dei comunisti in funzione della lotta per l'egemonia anticapitalista nei movimenti di massa: è la politica di Lenin e di Trotsky, dell'Internazionale comunista dei tempi migliori. È la politica che lo scenario mondiale rende ogni giorno più attuale, quale unica possibile alternativa, in Libano e ovunque.

Partito Comunista dei Lavoratori

1970-2020, la lezione dei moti di Reggio Calabria

Un'iniziativa del PCL in Calabria sui moti di Reggio

I moti di Reggio Calabria furono uno snodo significativo della storia italiana. Il dibattito che oggi si sta sviluppando è paralizzato dalla riproposizione banale di posizioni che, da un lato, si presentano come una rivolta di popolo contro un ceto politico prevaricatore guidata dai “boia chi molla” e, dall’altro, rivendicano al gruppo dirigente del PCI il “merito” di avere garantito la stabilità delle istituzioni. In questi termini si perde, in maniera interessata, l’occasione di una riflessione adeguata.

Su questi problemi la Commissione meridionale del Partito Comunista dei Lavoratori ha, invece, promosso una conferenza che ha discusso aspetti essenziali sui quali riflettere per farne tesoro in questo momento cruciale.
Nel clima di omologazione oggi imperante va indubbiamente rilevata la scarsa attenzione che gli organi di informazione hanno riservato all’iniziativa. Essa è partita dalla lucida ricostruzione dei fatti sviluppata dal compagno Brunetti, all’epoca segretario regionale del PSIUP, che è partito dal riferimento generale al contesto italiano.

Negli anni seguiti alla nascita del centrosinistra, la società meridionale vide lo sviluppo di mobilitazioni di massa di grande rilievo condotte da lavoratori, contadini e da settori importanti delle giovani generazioni. Dopo la repressione delle lotte per la riforma agraria, stroncate nel dopoguerra dalle stragi di Melissa, e il consolidamento di un blocco reazionario e mafioso nel Sud, le masse finalmente tornavano in campo.
Ciò accadeva anche nella città di Reggio Calabria, con ferrovieri, studenti, ampi settori di un proletariato cresciuto con lo sviluppo demografico e l’inurbamento di migliaia di lavoratori che si stavano mobilitando contro emarginazione e sfruttamento.
La mobilitazione toccava aspetti di grande significato, come l’opposizione all’imperialismo, l’occupazione delle scuole, il riconoscimento dei diritti del lavoro.
C’era, in altri termini, la possibilità di costruire un grande movimento che unisse la società meridionale alle masse del Nord e alle loro lotte.
Il malessere del Sud emergeva con la manifestazione di bisogni di massa che talvolta venivano espressi anche con elementi di confusione. Quando questo malessere si incrociò con la scelta del capoluogo regionale, la sinistra avrebbe dovuto essere presente nella società con una proposta che giocasse al rialzo e ponesse al centro la necessità di spezzare l’ordine sociale sulle questioni del lavoro, della mafia, e che parlasse con la voce dell’anticapitalismo; se ciò fosse avvenuto, le masse di Reggio Calabria non sarebbero state consegnate all’egemonia della destra.

Il gruppo dirigente del PCI fece totalmente altro, con una scelta che rimuoveva le indicazioni di Gramsci e cancellava il compito di unire le masse di tutto il paese, per privilegiare invece il suo ruolo di forza politica nazionale che garantisse la tenuta dell’ordine sociale e la stabilità delle istituzioni borghesi.
Le posizioni del PSIUP calabrese, che si muovevano su una prospettiva radicalmente diversa e di classe, furono pesantemente attaccate come irresponsabili e costrette all’isolamento, anche con la complicità del gruppo dirigente nazionale dello stesso PSIUP.
Posizioni che furono ben altra cosa rispetto a quelle prodotte in maniera estemporanea da esponenti di Lotta Continua.
A ben considerare, la posizione assunta dal PCI era in stretta continuità con la linea imposta al partito da Togliatti e da tutto il gruppo dirigente staliniano con la svolta di Salerno.
La sconfitta sui fatti di Reggio, che il responsabile meridionale del PCI Gerardo Chiaromonte classificò come “una ragazzata di quattro teppisti”, portò conseguenze pesanti, con il definitivo arroccamento del PCI al governismo e alla collaborazione di classe. Tutto ciò con conseguenze che ricadono fino ad oggi, momento in cui globalizzazione e imperialismo producono, anche per la crisi del movimento operaio, una miseria più grande e nuovi spaventosi sviluppi.

Cinquanta anni dopo i moti si evidenzia come la Caporetto della sinistra governista, che è durata nel tempo, ha contribuito a una crisi generale gravissima.
Nel suo quadro si collocano la situazione di un’area mediterranea sempre più povera e uno sconvolgimento che tocca aree geografiche e sociali sempre più grandi.
La speranza che l’Europa degli imperialisti possa produrre un riequilibrio è solo una pia illusione. Solo un’Europa diversa basata sull’unione dei lavoratori del vecchio continente e delle masse dei paesi poveri costrette all’immigrazione può invertire la rotta. La proposta di un piano per il nuovo lavoro e un’economia non più fondata sul capitalismo è di fondamentale importanza.

Altri aspetti sono stati puntualizzati dal compagno Pino Siclari, coordinatore della Commissione meridionale del PCL. La cecità delle burocrazie politiche e sindacali e il loro naufragio sui fatti di Reggio emersero anche con la sottovalutazione del problema del capoluogo inserita nella riforma che al momento del varo della Costituzione introduceva l’ordinamento regionale. Essi avevano tutto il tempo per disinnescare questa mina vagante e per evitare tutte le sue catastrofiche conseguenze sulla realtà sociale calabrese. Le scelte adottate dal PCI diedero spazio all’egemonia reazionaria e consentirono alla destra di costruire un blocco sociale contrapposto al movimento operaio e collaterale, se non collegato, alla strategia della tensione e delle stragi.
L’errore proseguì nel tempo; ancor prima del governo Andreotti, in Calabria si costituì una maggioranza regionale allargata al PCI.
Poi il compromesso storico, la svolta dell’EUR con i sacrifici che, imposti nel sacro nome dello sviluppo del Sud, avrebbero penalizzato ulteriormente le masse meridionali.
E poi ancora la mutazione dell’identità esteriore del PCI e la sua inequivoca collocazione nel campo delle forze borghesi con la nascita del PDS e dei DS.
Infine una considerazione sul lascito culturale dell’egemonia reazionaria: la protesta contro i misfatti dei “politici”.
L’odierna “antipolitica” non può essere considerata una proiezione di quel delirio "rivoluzionario" che oggi si ripropone con Grillo e Salvini?
In questo momento di emergenza, a una sinistra più debole e mal messa si ripropone lo stesso dilemma di allora: o essere l’elemento di garanzia per il mondo di lorsignori o parlare il linguaggio della rivoluzione.

Altri interventi, come quelli dei compagni Demetrio Cutrupi e Antonio Messineo, hanno puntualizzato la responsabilità di quei gruppi dirigenti che lasciarono campo aperto alla destra e resero ancor più esplicito l’abbandono delle categorie politiche di Antonio Gramsci. Quelle categorie politiche che invece la conferenza del PCL ha rimesso al centro, e con le quali ha letto i moti di Reggio, rendendo la loro lezione utile sul terreno della prospettiva politica nel nome e per conto dell’interesse dei lavoratori.
L’iniziativa si è conclusa con l’annuncio di una prossima sessione degli "itinerari gramsciani” dedicata ai moti di Reggio e con l’indicazione di un’assemblea meridionale della sinistra di opposizione da tenersi nei mesi a venire.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

Polizia: sicari del capitalismo vestiti di blu

L'omicidio di George Floyd da parte della polizia, il 25 maggio, ha scatenato una tempesta di manifestazioni di protesta. In centinaia di città, proteste pacifiche sono state attaccate dalla polizia antisommossa. Finora dieci manifestanti sono stati uccisi, e migliaia di altri arrestati e feriti da proiettili di gomma e gas lacrimogeni. Ciò a cui abbiamo assistito, da Minneapolis a Filadelfia ad Atlanta a Washington, è uno scatenamento poliziesco da parte di un'istituzione razzista fuori controllo.

liberal [la sinistra borghese, non di classe, NdT] vogliono farci credere che la polizia sia neutrale e che siano qui a "proteggere e servire". Ci viene chiesto di credere che siano solo "poche mele marce" ad avere comportamenti violenti e razzisti. I comunisti respingono queste illusioni. La polizia esiste come forza armata di un sistema capitalista razzista. Questa violenza ha radici profonde che risalgono ai cacciatori di schiavi dell'epoca della tratta degli schiavi.


EPIDEMIA DI VIOLENZA POLIZIESCA CONTRO LA POPOLAZIONE DI COLORE

Gli ultimi anni hanno visto innumerevoli vittime di omicidio e violenza della polizia. Numerosi incidenti sono stati registrati in video da testimoni, con conseguenze minime o nulle per gli agenti di polizia coinvolti. Il movimento Black Lives Matter, che iniziò in risposta all'omicidio di Trayvon Martin, ha continuato a mobilitarsi mentre la polizia continuava ad uccidere Michael Brown, Eric Garner, Freddie Gray, Tamir Rice, Sandra Bland, Philando Castile e molti altri.

A Breonna Taylor hanno sparato otto volte nel sonno, quando la polizia ha eseguito un mandato di perquisizione senza preavviso. Il mandato era in teoria per una persona che era già in custodia di cautelare. Il suo ragazzo, Kenneth Walker, pensando si trattasse di una rapina, ha sparato contro la polizia, ferendo un poliziotto. Per questo è stato accusato di attacco di primo grado a un ufficiale di polizia e tentato omicidio, accuse successivamente ritirate. Non c'erano droghe in casa.

L'omicidio di Ahmaud Arbery da parte di un vigilante è stato inizialmente nascosto, fino a quando il video dell'orrendo omicidio è stato diffuso sui social. Gli assassini di Arbery sono stati arrestati non molto tempo prima del linciaggio di George Floyd.

Certo, da sempre c'è resistenza alla repressione poliziesca. A Houston, nel 1917, truppe di neri dell'esercito degli Stati Uniti presero le armi contro la polizia locale dopo che i poliziotti avevano attaccato un membro della loro unità. Durante gli anni '60 ci furono ribellioni contro la repressione della polizia a Detroit, Los Angeles, Trenton e in altre grandi città. Negli anni '90 ci fu la ribellione di Los Angeles, dopo l'assoluzione dei poliziotti che picchiarono selvaggiamente Rodney King. Più recentemente, le città di Ferguson e Baltimora sono esplose dopo gli omicidi della polizia di Michael Brown e Freddie Grey.


IL CAPITALISMO, LA POLIZIA E LO STATO

La questione relativa alla polizia e al suo rapporto con la società è importante per i comunisti. Molti sindacalisti, membri di nazionalità oppresse e militanti dei movimenti hanno provato sulla propria pelle la repressione della polizia. Qualsiasi lavoratore che abbia scioperato sa che i poliziotti sono chiamati a reprimere le azioni dei picchetti dei lavoratori e a interrompere gli scioperi.

L'attacco della polizia ai manifestanti di una contromanifestazione durante un raduno di estrema destra nel 2018 a Portland è un altro esempio del ruolo reazionario degli sbirri. Durante un'altra manifestazione dell'estrema destra che reclamava "libertà di espressione" ci sono stati scambi amichevoli tra polizia e manifestanti di estrema destra, fino ad arrivare a darsi il cinque fra loro. La cooperazione con il gruppo di estrema destra Oath Keepers [associazione paramilitare non governativa, con compiti simili a quelli della Protezione civile in Italia] è arrivata fino al punto che uno degli Oath Keepers ha aiutato la polizia ad arrestare un contromanifestante.

All'inizio di questa settimana, la polizia di Filadelfia ha fraternizzato con Proud Boys [gruppo neofascista, che ammette al suo interno soltanto gli uomini] e altri gruppi di estrema destra che vicino a una stazione di polizia si sono uniti in una sorta di gruppo di ronda di oltre 100 persone, armate di mazze da baseball e altre armi. I poliziotti hanno dato il cinque e applaudito questi sgherri, anche dopo che essi hanno intimidito manifestanti del Black Lives Matter attaccando fisicamente tre di loro. È stato riferito che c'erano canti che intonavano "le vite bianche importano" (“white lives matter”).

Lo Stato non è qualcosa di particolare per il capitalismo. Lo Stato è l'espressione della divisione della società in classi sociali con interessi contrastanti. In L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato Friederich Engels scrive che lo Stato è «un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'«ordine»; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato».

Lo Stato non esiste per "riconciliare" gli interessi delle varie classi; esiste per la sottomissione dei lavoratori e delle persone oppresse da parte della classe dirigente, la classe dominante. Ciò si esprime nella formazione di istituzioni come la polizia, l'esercito, le carceri e altri strumenti di coercizione volti a tenere in riga i lavoratori.

Negli Stati Uniti la natura della polizia è inseparabile dalla natura razzista del sistema. Le origini della polizia negli Stati Uniti, in particolare negli Stati del sud, possono essere in parte ricondotte alle pattuglie di sorveglianza degli schiavi, formate per catturare schiavi in fuga. Più tardi, la polizia è stata l'esecutore delle leggi Jim Crow di segregazione. Queste leggi rimangono una componente essenziale dell'attuale regime di incarcerazione di massa, che imprigiona centinaia di migliaia di giovani donne e uomini neri e mulatti.


POLIZIA E FASCISMO

In Italia e in Germania, durante l'ascesa dei movimenti fascisti, vi fu cooperazione tra polizia e gruppi fascisti. Questa collaborazione arrivò fino all'addestramento delle camicie nere di Mussolini da parte della polizia italiana. Negli Stati Uniti sono stati dimostrati collegamenti fra polizia, gruppi nazisti e Ku Klux Klan. Ad esempio, si stima che fino al 40% della polizia di Houston negli anni '70 fosse membro del KKK. Lo stesso si potrebbe dire dei dipartimenti di polizia in tutto il sud degli USA.

La polizia razzista non è qualcosa di isolato nel sud degli Stati Uniti. Le città del Nord hanno imposto una segregazione di fatto per anni attraverso il mantenimento razzista dell'ordine pubblico. Filadelfia, la cosiddetta "città dell'amore fraterno", ha una lunga storia di poliziotti razzisti. Il più famoso è l'ex commissario di polizia e sindaco di Filadelfia, Frank Rizzo. I poliziotti di Rizzo erano famosi per gli attacchi contro la comunità nera, incluse pratiche come il trasporto di giovani neri in quartieri bianchi ostili, in modo che dovessero rischiare la vita per tornare a casa a piedi, correndo. Sotto Rizzo, la polizia ha attaccato violentemente il Black Panther Party e le organizzazioni nere per i diritti civili.

Gli atteggiamenti razzisti della polizia di Filadelfia culminarono nel bombardamento della sede della comune del MOVE [gruppo di liberazione nera nato a Filadelfia negli anni '70] nel maggio 1985. Il 13 maggio, la polizia circondò la casa, sparò più di 10.000 colpi di munizioni e usò un camion dei pompieri per inondare la casa con oltre 450.000 litri d'acqua. Successivamente, un elicottero della polizia lanciò una bomba sul tetto della comune, provocando un incendio. Invece di usare i vigili del fuoco per estinguere l'incendio, si decise di lasciare che l'incendio bruciasse, distruggendo alla fine 61 case, lasciando 250 persone senza tetto e uccidendo 11 membri dell'organizzazione MOVE, tra cui cinque bambini.

L'unica persona ad essere incarcerata dopo questo crimine è stata Ramona Africa, membro di MOVE, unica adulta sopravvissuta all'attacco della polizia (anche un bambino, Birdie Africa, ne uscì vivo). Nessun poliziotto o pubblico ufficiale ha mai affrontato conseguenze legali.


I "SINDACATI" DI POLIZIA

Costruire un movimento di resistenza alla violenza della polizia significa smascherare nella società e nel movimento operaio il ruolo reazionario dei "sindacati" di polizia. I sindacati dei poliziotti non solo inventano giustificazioni per gli assassini presenti nelle loro file, ma sostengono politiche razziste e reazionarie come l'incarcerazione di massa. Nei ranghi dei sindacati e delle organizzazioni di lavoro, i sindacati della polizia svolgono un ruolo reazionario, opponendosi a iniziative progressive.

Il Fraternal Order of Police e la Police Benevolent Association sono i maggiori sindacati di polizia. Anche i Teamsters, la American Federation of State, County, and Municipal Employees (AFSCME) e il Service Employees International Union rappresentano la polizia e la polizia penitenziaria.
Costruire solidarietà, all'interno del movimento operaio, con il movimento Black Lives Matter significa sfidare il ruolo dei sindacati di polizia ed esigere che le federazioni sindacali taglino i rapporti con queste organizzazioni reazionarie e antioperaie.

I marxisti rivoluzionari respingono l'idea che la polizia sia una parte legittima del movimento operaio. Se da un lato i poliziotti possono provenire da famiglie della classe operaia, d'altra parte essi in quanto poliziotti servono gli interessi di un ordine sociale capitalista razzista. È il ruolo che svolgono in quanto esecutori dello Stato e della struttura economica esistenti ciò che è il fattore decisivo.

Lev Trotsky, scrivendo negli anni '30 a proposito dei poliziotti, disse: «Il lavoratore che diventa un poliziotto al servizio dello stato capitalista è un poliziotto borghese, non un lavoratore. Negli ultimi anni, questi poliziotti hanno combattuto molto di più con i lavoratori rivoluzionari che con gli studenti nazisti. Un tale addestramento non manca di lasciare i suoi effetti. E soprattutto: ogni poliziotto sa che i governi cambiano, ma la polizia rimane».

I comunisti respingono le richieste di "più poliziotti" e di "legge e ordine", poiché queste politiche prendono sempre di mira le nazionalità oppresse e i lavoratori. Questo è il motivo per cui, ad esempio, ci siamo detti contrari alla richiesta del leader del Partito Laburista Jeremy Corbyn di aggiungere migliaia di altri poliziotti a quelli già attivi in Gran Bretagna dopo alcuni attacchi terroristici.

Dobbiamo continuare a mobilitarci per la giustizia contro la violenza della polizia, e a lavorare per denunciare i legami tra gruppi neofascisti e poliziotti. Il futuro dei vari movimenti dipende dalla nostra capacità di collegare queste lotte per la giustizia contro il sistema. Ciò significa ritenere responsabili i sicari del sistema vestiti di blu.

Poliziotti assassini in galera! Giustizia per George Floyd! Giustizia per Ahmaud Arbery! Giustizia per Breonna Taylor! Per il controllo della comunità nera da parte della comunità nera! Libertà per tutti gli arrestati! Per il ritiro di tutte le accuse!



da Socialist Resurgence


John Leslie