Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Cina. Mostra tutti i post

Nessuna fiducia al governo Zelensky!

 


di Salvo Lo Galbo

BOLSCEVISMO E QUESTIONE NAZIONALE

Ma Chiang Kai-shek? Non dobbiamo farci illusioni su Chiang Kai-shek, sul suo partito o sull’intera classe dirigente cinese, così come Marx ed Engels non si facevano illusioni sulle classi dirigenti di Irlanda e Polonia. Chiang Kai-shek è il boia degli operai e dei contadini cinesi. Ma oggi è costretto, suo malgrado, a lottare contro il Giappone per ciò che resta dell’indipendenza della Cina. Domani potrebbe tradire di nuovo. È possibile. È probabile. È persino inevitabile. Ma oggi sta lottando. Solo i codardi, i mascalzoni o i completi imbecilli possono rifiutarsi di partecipare a questa lotta.

Erano i poco equivocabili termini con cui, nella lettera a Diego Rivera del settembre 1937, Trotskij tumulava chi equiparava la guerra difensiva di Chiang Kai-shek alla guerra offensiva dell’imperatore giapponese Hiroito contro la Cina. A dimostrazione che gli effetti della storia non cambiano finché rimane identica la causa, e cioè il capitalismo entrato nel suo stadio supremo, questi aggettivi restano perfettamente calzanti nel 2026. Nei Travaglio, nei Santoro, negli Orsini e dintorni abbiamo ancora i codardi piccolo-borghesi, giardinieri del tranquillo orto italico, angosciati dagli urti della Storia, perfettamente capaci di distinguere un aggressore da un aggredito ma che, con fermezza commisurata a tale consapevolezza, allontanano la causa ucraina come un parente lebbroso che rischia di contagiare tutti, portando la guerra in casa di chi ne evoca, come il numero della bestia, anche solo il nome. È del resto impossibile sviscerare la questione, da liberali, democraticisti e persino giustizialisti quali sono tali figuri, senza arrivare a riconoscere la giustezza della resistenza ucraina. Il che pone su una china logica perniciosa: se riconosci la ragione ucraina, riconosci il torto russo. Se condanni la Russia, devi sostenere la NATO (neanche volendo questi personaggi saprebbero puntare su una fuoriuscita operaia e socialista dal dramma bellico, tenendo fuori la NATO). Se cominci a reggere la falce alla NATO sull’Ucraina, contribuirai a un possibile scenario di allargamento della spirale fino al tuo placido orticello. Meglio, con un fare che ha dello scaramantico, dare in partenza tutta la ragione a Putin, evitando complicazioni da conseguenze logiche di un posizionamento anche vagamente solidale con la povera Ucraina. Abbiamo poi ancora i mascalzoni, cioè chi scientemente si offre all’altro imperialismo, i trucidi campisti. E, incredibile ma vero, l’evoluzione politica non ha ancora portato alla estinzione di tutti quegli imbecilli che vanno dai grezzi economicisti in giù. Per il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione italiana della Lega Internazionale Socialista, non esiste alcun dubbio sul diritto dell’Ucraina a difendersi dall’invasione.

LA VERITÀ SU ZELENSKY

Zelensky non è responsabile dell’inizio dell’invasione, come salmodia il campismo per poter affermare infine che Putin stia liberando l’Ucraina da un pazzo guerrafondaio «nazista».

Volodymyr Zelensky viene eletto presidente dell’Ucraina nell’aprile 2019, ottenendo una vittoria schiacciante al ballottaggio con oltre il 73% dei voti contro il presidente uscente Petro Poroshenko. Il nome del partito di Zelensky, Servitore del Popolo (Sluha Narodu), riprende il titolo della serie televisiva in cui egli, in veste d’attore, interpretava il ruolo di un insegnante di storia che, inaspettatamente, diventa presidente dell’Ucraina. Nato come emanazione diretta del movimento mediatico creato dallo stesso Zelensky, il profilo identitario del partito sorge all’insegna di un populismo centrista che ha cercato di intercettare il malessere trasversale della società ucraina verso la vecchia guardia politica.

Per genesi e per l’ossimorica sostanza da «liberalismo sociale» è un fenomeno molto vicino all’italiano Movimento Cinque Stelle. Il partito si definisce populista, non di destra e non di sinistra. La sua origine è legata alla lotta contro la corruzione e l’oligarchia, temi centrali anche nella omonima serie televisiva. Non stupisce che inizialmente vi si guardasse come a un movimento addirittura più filorusso che europeista. Le simpatie internazionali fungevano da elemento “identitario” nella contrapposizione elettorale tra Zelensky da un lato e dall’altro Poroshenko che aveva governato per cinque anni quale principale direttore di un allineamento dell’Ucraina con la NATO e l’Unione Europea. L’ascesa del Blocco Petro Poroshenko «Solidarietà» (Blok Petra Poroshenka «Solidarnist» – BPP), il partito di Poroshenko, avveniva proprio in seguito alla crisi scatenata dagli eventi di Euromaidan (fine 2013 e inizio 2014), che portarono alla fuga del presidente filorusso Viktor Yanukovych.

L’AMBIGUITÀ FILORUSSA DEL PRIMO ZELENSKY

Servitore del popolo di Zelensky segue la parabola pressoché obbligata di tutti i soggetti «antisistema» che, presentandosi come rottura dal seminato dei governi precedenti additato quale matrice d’ogni male, strizzano l’occhio ad altri potentati, tratteggiati come «alternativi», perché, da partiti borghesi, l’alternativa non possono trovarla nel socialismo. Zelensky è un madrelingua russo, originario di Kryvyi Rih, una città industriale dell’Ucraina orientale a forte maggioranza russofona. Negli anni della presidenza Poroshenko (2014-2019), lo Stato ucraino aveva imposto una rigida legislazione per «ucrainizzare» la sfera pubblica, i media e l’istruzione con lo slogan Armiya, Mova, Vira (Esercito, Lingua, Fede). Durante la campagna del 2019, Zelensky assunse una posizione molto più sfumata e critica verso le leggi punitive sulla lingua. Sosteneva che bisognasse tutelare il russo e le minoranze linguistiche, evitando imposizioni autoritarie. Per i nazionalisti e per i falchi atlantisti, rifiutarsi di fare della discriminazione linguistica un dogma statale equivaleva a un «ammiccamento» al mondo russo. Ma il punto più forte della propaganda di Poroshenko contro Zelensky fu l’accusa di essere un «capitolazionista» disposto a scendere a patti con Putin. Zelensky aveva dichiarato pubblicamente che, per fermare la guerra in Donbass, bisognava «parlare con Putin» e scendere a compromessi, affermando che la guerra si poteva chiudere solo negoziando direttamente. In una intervista che rimase celebre arrivò a dire che bastava «smettere di sparare» per avviare la tregua, frase che i suoi detrattori valutarono come una colpevole sottovalutazione dell’aggressività russa e una premeditazione di resa. I sostenitori di Poroshenko dipingevano Zelensky come un burattino inesperto che, non avendo una linea di scontro ideologico intransigente con Mosca, avrebbe consegnato l’Ucraina all’influenza del Cremlino. Prima di entrare in politica, la fortuna economica e professionale di Zelensky era legata a filo doppio al mercato dello spettacolo russo. La sua casa di produzione, la Kvartal 95, produceva show televisivi, film e serie comiche che venivano regolarmente venduti, trasmessi e distribuiti in Russia, fruttandogli milioni di dollari di guadagni e diritti d’autore. Durante la campagna elettorale del 2019, i canali di informazione vicini a Poroshenko scavarono nel passato economico dell’ex attore, accusandolo di possedere ancora beni e società registrate nella Federazione Russa e di aver continuato a fare affari con Mosca anche dopo l’annessione della Crimea nel 2014, elemento brandito dai suoi avversari per marchiarlo come personaggio compromesso col nemico. Anche sul fronte dei poteri forti, Zelensky veniva contrapposto a Poroshenko che era l’oligarca al potere. Zelensky era sostenuto mediaticamente dal canale televisivo 1+1, di proprietà di Ihor Kolomoisky, uno degli oligarchi ucraini più potenti e discussi, all’epoca in forte polemica con lo Stato per il controllo della banca nazionalizzata PrivatBank. I critici occidentali e atlantisti temevano che la vittoria di Zelensky non fosse una vera rottura con il sistema oligarchico, ma il cavallo di Troia attraverso cui oligarchi ambigui (con forti interessi economici legati anche all’area post-sovietica e ai capitali in fuga) potessero riprendere il controllo del paese, sabotando le riforme dettate dal Fondo Monetario Internazionale e dalla NATO.

Ma sospetti e posture disallineate durano fino a quando i parvenu non si istituzionalizzano, assumendo la responsabilità della vigilanza delle stabilità economiche e politiche del proprio paese. Così, esattamente come avviene coi populisti nostrani, lo Zelensky di governo si spogliava di ogni moroteismo e si attestava rapidamente su posizioni di atlantismo ed europeismo.

Rimane ad ogni modo indicativo che proprio quel popolo ucraino che la vulgata campista dipinge come un blocco ascaro innamorato della NATO e delle sue vocazioni bancocratiche e belliciste, abbia di fatto votato in massa un candidato che al tempo veniva guardato dai circoli atlantisti come un inaffidabile ircocervo dalle sfumature russofile. Votando Zelensky, il popolo ucraino esprimeva proprio l’opposto di un’adesione entusiastica alla linea atlantica: una radicale sfiducia che travolgeva il dichiarato e sperimentato templare dell’atlantismo Poroshenko il quale aveva fatto della subordinazione alla NATO una religione di Stato attraverso la quale contraffare il fallimento delle sue politiche predatorie e assassine. Quella di Poroshenko (2014) fu una guerra terribilmente reazionaria contro i diritti linguistici delle comunità russofone e le repubbliche di Donetsk e Lugansk. La difesa di quelle repubbliche nel nome dell’autodeterminazione delle popolazioni del Donbass, pur nella denuncia della natura rossobruna dei loro governi e del ruolo dell’imperialismo russo, era infatti una politica leninista elementare. Oggi che le popolazioni del Donbass sono ostaggio della guerra di Putin contro l’intera Ucraina, l’autodeterminazione del Donbass resta un diritto negato – non soddisfatto o corroborato – dall’occupazione militare russa. Autodeterminazione e annessione sono incompatibili: sostenere la guerra di Mosca significa negare due autodeterminazioni in una volta, quella dell’Ucraina e quella del Donbass. Gli elettori ucraini non davano un mandato né per la NATO né per una sfida alla Russia in nessuna forma ma, al contrario, esprimevano il desiderio di finirla con un establishment che del contrasto alle ingerenze russe (certo esistenti) faceva paravento per il dissesto dell’economia del paese.

UN POPULISTA LIBERALE

Sono tante le analogie tra lo «zelenskismo» e il nostro grillismo. L’asse portante del programma di Zelensky era la lotta alla corruzione con proposte che includevano l’ergastolo per i reati più gravi. L’immancabile richiamo alla democrazia diretta con il ricorso a frequenti referendum per decisioni di rilevanza nazionale. L’orientamento verso il liberismo economico, con l’obiettivo di ridurre il peso dello Stato e favorire il libero mercato per attrarre investimenti stranieri e favorire l’aumento di posti di lavoro. L’impegno per la «de-occupazione» dei territori di Crimea e Donbass, presidi simbolo del governo precedente. Assenza di estremismi ideologici (altro che nazismo!), elemento che guadagnava a Zelensky un consenso di massa e interclassista, proprio perché scelse di evitare di cavalcare le istanze della destra radicale, pesantemente sconfitta alle elezioni del 2019 (altro che ucraini «nazisti»!). Si trattava di un partito che, in definitiva, si candidava a sintetizzare la promessa di pulizia morale contro il sistema oligarchico figlio di politiche filoatlantiche e, contraddittoriamente, le aspirazioni della classe media ucraina verso un’Europa di quieto vivere liberale.

LA PARALISI DI UNA RESISTENZA A DIREZIONE BORGHESE

Lo Zelensky pre-invasione (2019 – 2022) era tutto l’opposto del leader guerrafondaio che dipinge la retorica campista e putiniana. E proprio in quanto costruì il profilo programmatico del suo partito in antitesi al bellicista e iperatlantista Poroshenko riscosse un successo massivo. Zelensky, dunque, non partì allora e non è finito oggi come il provocatore né come lo scatenatore di un conflitto su larga scala. Sicuramente, è invece il responsabile della attuale, drammatica paralisi della guerra russa all’Ucraina. Non perché, come postula l’altrotskista Partito Comunista Rivoluzionario, l’Ucraina dovrebbe arrendersi quale unica via per porre fine allo spargimento di sangue. Ma per il motivo tutto opposto e cioè perché, per la sua propria natura di classe, il governo di Kiev non può armare adeguatamente il popolo ucraino, timoroso delle masse armate più di quanto lo sia dell’invasore.

Dall’inizio della guerra, Zelensky ha vincolato il destino dell’Ucraina esclusivamente alla tenuta dell’alleanza NATO e agli umori, peraltro altalenanti, del Congresso statunitense. Una scelta di classe. La borghesia ucraina non cerca la mobilitazione generale delle risorse sociali e umane del paese, perché ciò richiederebbe una rottura con il capitale transnazionale e una redistribuzione della ricchezza che essa non è disposta a concedere. In ultimo, ma non per importanza, si potrebbe dire che la borghesia ucraina conosce la trascrescenza leniniana e la legge della rivoluzione permanente molto meglio dei «comunisti» italiani. Essa sa bene che, dotandosi di armi e di esperienza di maturazione politica che passano dai contatti con i partiti di classe, con i sindacati, con le associazioni della sinistra anticapitalista, implementando insomma tutto quanto compone un fisiologico processo di insorgenza popolare, il proletariato prenderebbe la testa degli eventi, le masse caccerebbero l’invasore per poi cacciare le classi dominanti nazionali e giungere a sbocchi di alternativa rivoluzionaria.

IL DISIMPEGNO DELL’IMPERIALISMO STATUNITENSE E L’UMILIAZIONE DI ZELENSKY

Quando una borghesia subalterna (quella di una nazione in via di sviluppo o periferica) affida la propria sopravvivenza al grande capitale imperialista, essa infila la testa nella trappola. Il disimpegno di tasselli dominanti dell’imperialismo occidentale (Trump e l’umiliazione pubblica verso il presidente ucraino, col contestuale invito a Putin nel porto franco dell’Alaska, onde sottrarlo a incidenti diplomatici in quanto pende sul neozar un mandato d’arresto internazionale, dove annuncia una stagione di intesa e reciprocità col nuovo amico), trasforma Zelensky in leader umiliato e politicamente sospeso. Così gli USA scaricano l’Ucraina e su questa patetica scena cala il sipario di una linea di difesa che si esaurisce in larga misura nel soccorso economico e distributivo offerto dall’imperialismo occidentale.

IL LOGORAMENTO SOCIALE

Il morale delle truppe è tra i fattori decisivi di ogni guerra. Oggi la popolazione ucraina è minata da una inevitabile stanchezza e scarsa tenuta morale. Il che non significa, per inciso, che il popolo sarebbe disposto ad arrendersi a Putin purché «termini questa guerra» e che, come viene inventato in certi ambienti, le masse ucraine abbiano individuato in Zelensky, che continua la difesa, un nemico ancora più grande di Putin che continua l’aggressione. Questo no, nel modo più assoluto. Ma la demoralizzazione esiste ed è principalmente il frutto di anni di politiche economiche antisociali. Zelensky non ha attuato nessuna politica nell’interesse delle classi subalterne eccetto, collateralmente, una resistenza condotta però, ed è questo il punto, alla maniera borghese. Il suo governo ha approvato provvedimenti che hanno sventrato le tutele del lavoro in tempo di guerra:

  1. La riforma del Codice del Lavoro: il governo ha sospeso gran parte delle norme sul lavoro per le piccole e medie imprese, facilitando licenziamenti arbitrari e la deregolamentazione dei salari.
  2. Attacco alla sinistra: la messa fuori legge di vari partiti di sinistra, seppure stalinisti filorussi, e l’ulteriore limitazione degli spazi di agibilità per i sindacati indipendenti non hanno aiutato a creare un movimento popolare, una democrazia dibattimentale, un fronte unico nazionale. Al contrario, hanno mostrato che, sotto la borghesia, la guerra viene usata a pretesto per consolidare un ordine di classe repressivo.
  3. Mentre i resistenti morivano al fronte, il governo ha accelerato piani di privatizzazione che hanno favorito i capitalisti anziché nazionalizzare i settori strategici per sostenere lo sforzo bellico.

Senza una politica economica di sostegno ai lavoratori (salari dignitosi, nazionalizzazione delle fabbriche, diritti democratici), il legame tra governo e masse è meramente burocratico. L’entusiasmo popolare della resistenza viene fiaccato perché i lavoratori ucraini sentono non solo l’inimicizia con l’invasore, ma anche l’inimicizia sociale all’interno del proprio schieramento. Prive di possibilità di organizzare politicamente, militarmente, economicamente questo sentimento di inimicizia sociale proprio a causa delle politiche repressive e antioperaie che la borghesia ucraina continua a perseguire internamente alla nazione, le masse approdano solo a un inaridimento, a un logoramento, a uno sconcerto che non porta a nulla o porta al peggio.

In questo quadro, il Donbass è una ferita aperta. I bombardamenti di Kiev dal 2014 hanno creato una frattura profonda tra la popolazione locale e il centro. La debolezza cronica della sinistra di classe ucraina ha impedito che si formasse un’alternativa popolare in grado di dialogare con le masse di quelle regioni, lasciandole in balia della propaganda russa e dell’occupazione. Sebbene il malcontento verso Putin sia crescente anche tra chi subisce l’occupazione, la popolazione dell’ucraina orientale non trova un punto di riferimento politico. Il ritardo, per questi motivi, di un progetto di «Ucraina dei lavoratori» che possa offrire un’alternativa tanto al capitalismo filo-occidentale quanto all’imperialismo russo è tra le cause principali della continuazione della guerra e della mancata sconfitta dell’esercito russo dopo cinque anni di combattimenti.

IL COMPITO DEI RIVOLUZIONARI

La tragedia ucraina è la riprova che la borghesia nazionale, in un mondo globalizzato e polarizzato, è un attore debole, impastoiata persino nella difesa della propria esistenza. Come in Palestina, dove Hamas ha accettato compromessi che di fatto legittimano l’occupazione israeliana pur di sopravvivere come impotente entità politica, anche i partiti della borghesia ucraina oscillano tra salvare il salvabile e l’arretramento su ciò che diventa non più salvabile. La borghesia non combatte per i diritti dei popoli né per valori universali; combatte per il mercato. Se in una determinata lotta il mercato perde più che guadagnare, gradualmente una borghesia lascia campo all’altra. Nella lotta per la difesa nazionale da una aggressione imperialista, la politica leninista è sempre stata quella dell’indipendenza programmatica di classe: fronte militare nazionale per rafforzare la difesa, ma nessun fronte popolare di tipo staliniano, cioè nessuna collaborazione di classe, nessuna subalternità né condivisione programmatica con la borghesia, nessun sostegno politico ai tanti «servitori del popolo» che, tra popolo e padroni, hanno già deciso chi servire davvero, perfezionando ogni giorno la sconfitta del proprio paese, inteso come il 90% dei suoi abitanti, i salariati.

Contemporaneamente e senza nessuna contraddizione con la sfiducia a Zelensky, siamo per la lotta intransigente contro il redivivo imperialismo russo, parto mostruoso di una ex RSFSR ormai tarlata di faccendieri, mafiosi e sfegatati restauratori.

La vittoria ucraina sarà possibile solo se il popolo si riapproprierà della guida della propria nazione, togliendo la direzione alla borghesia e ponendo la resistenza su base rivoluzionaria. È il difficile compito che ricade più direttamente sulle organizzazioni del movimento operaio ucraino, alle quali i partiti della LIS non fanno mancare la collaborazione, tentando di riavviare una sinistra rivoluzionaria nei rispettivi paesi, in un processo di affermazione egemonica di una linea rivoluzionaria, con ogni azione determinante che allora potrà seguirne. Così come facciamo in Russia perché i rivoluzionari conquistino la testa del crescente malcontento popolare e sabotino la guerra là dove parte.

Sostituendo gli attori della lettera di Trotskij con gli attori in campo nella guerra russo-ucraina, concludiamo: ma Zelensky può garantire la vittoria? Non crediamo. Con lui, tuttavia, è iniziata la guerra e lui oggi la dirige. Per poterlo sostituire è necessario acquisire un’influenza decisiva tra il proletariato e nell’esercito, e per fare ciò è necessario non rimanere sospesi a mezz’aria, ma partecipare. Dobbiamo conquistare influenza e prestigio nella lotta militare contro l’invasione straniera e nella lotta politica contro le debolezze, le mancanze e i tradimenti interni. A un certo punto, che non possiamo stabilire in anticipo, questa opposizione politica può e deve trasformarsi in conflitto armato poiché la guerra civile, come la guerra in generale, non è altro che la continuazione della lotta politica. Gli impostori campisti o gli imbecilli economicisti cercano di ironizzare su questa «riserva». «Il PCL», dicono, «vuole servire Zelensky nei fatti e il proletariato a parole». Partecipare attivamente e consapevolmente alla guerra non significa «servire Zelensky», ma servire l’indipendenza di un paese dipendente nonostante Zelensky. E la propaganda della sinistra rivoluzionaria ucraina rivolta contro Zelensky è il mezzo per educare le masse al rovesciamento di Zelensky. Partecipare alla lotta militare agli ordini di Zelensky, poiché purtroppo è lui ad avere il comando nella guerra d’indipendenza, per preparare politicamente il rovesciamento di Zelensky. Questa è l’unica politica rivoluzionaria. Riformisti, economicisti, anarchici, campisti, semicampisti e criptocampisti contrappongono la politica della «lotta di classe» a questa politica «nazionalista e social-patriottica». Lenin ha combattuto questa contrapposizione astratta e sterile per tutta la vita. Per lui, gli interessi del proletariato mondiale imponevano il dovere di aiutare i popoli oppressi nella loro lotta nazionale e patriottica contro l’imperialismo. Coloro che non lo avessero ancora compreso, a più di un secolo dalla Grande Guerra e dalla Rivoluzione d’Ottobre, dovrebbero essere respinti senza pietà dall’avanguardia rivoluzionaria come i peggiori nemici interni.



Dichiarazione della LIS – Fermare la distruzione del Libano da parte di Israele! Solidarietà con la resistenza!

 


Segretariato Internazionale della Lega Internazionale Socialista

Questa settimana gli Stati Uniti e l’Iran hanno firmato un protocollo di intesa e venerdì è previsto un accordo di cessate il fuoco che comprenda tutti i fronti, compreso il Libano, e il ritiro delle forze sioniste.

Allo stesso tempo, la zona sud di Beirut è stata bombardata, in concomitanza con l’espansione delle operazioni israeliane nel sud del Libano, con l’intento di dividere i due fronti, imporre la propria presenza e perseguire i propri interessi nella regione.

Ciò è diventato evidente da quando, alla fine di maggio, Netanyahu ha minacciato di bombardare massicciamente Beirut, e l’esercito dell’entità sionista ha ordinato alla popolazione della zona sud di Beirut e del sud del Libano di evacuare le proprie case prima che fossero ridotte in macerie. Si tratta di una guerra permanente contro il Libano.

Nel frattempo, l’invasione delle Forze di Difesa Israeliane prosegue. Ha raggiunto la periferia della città di Nabatiyeh, nel sud del Libano, roccaforte della resistenza, e ha issato la propria bandiera sulle rovine strategiche del castello medievale dei crociati, situato sulla cima di una montagna, violando ancora una volta il cessate il fuoco concordato nell’aprile del 2026. Hanno inoltre minacciato le principali città di Sidone e Tiro e hanno recentemente emanato ordini di evacuazione totale di una regione che si estende a nord fino al fiume Zahrani, 10 km a nord del fiume Litani.

L’obiettivo di questa guerra è chiaro: il nemico sionista mira a conquistare e occupare in modo permanente il sud del Libano. Pertanto, la resistenza deve essere schiacciata e l’intera popolazione deve essere cacciata in modo permanente. Il cosiddetto accordo di cessate il fuoco ha portato all’attuale occupazione della zona a sud del fiume Litani, con oltre un milione di abitanti sfollati. Da allora, le Forze di Difesa Israeliane hanno raso al suolo e fatto saltare in aria villaggi, ormai svuotati dei loro abitanti, dimostrando così la loro intenzione di rendere permanente l’occupazione.

Il governo israeliano proclama non solo di voler sradicare i combattenti di Hezbollah, ma anche di voler distruggere la loro base sociale, ovvero la popolazione prevalentemente sciita della zona, che si stima superi il 30 per cento della popolazione del Paese. Ciò dimostra, contrariamente alle intenzioni dei sionisti, che i combattenti di Hezbollah costituiscono effettivamente una forza di resistenza legittima, organicamente legata ai residenti rimasti e a quelli sfollati, costituiti in gran parte dalla popolazione sciita.

I comunisti di tutto il mondo, pur non condividendo la politica e la strategia islamista di Hezbollah, hanno il dovere assoluto di sostenere questa resistenza e di denunciare le Forze di Difesa Israeliane attraverso una lotta organizzata contro l’imperialismo, che sta cercando di estendere il proprio genocidio e la propria pulizia etnica a Gaza e in Cisgiordania.

Netanyahu lo ha chiarito in modo inequivocabile quando ha annunciato la conquista dello storico Castello di Beaufort (Qal’at al-Shaqīf). In un’intervista alla BBC, ha descritto l’evento, secondo le sue stesse parole, come «l’abbattimento della barriera della paura» e ha confermato che «prenderanno l’iniziativa di operare su tutti i fronti in Siria, a Gaza e in Libano».

IL REGIME SIONISTA CERCA DI APPROFITTARE DELLA SITUAZIONE

Ci sono diverse ragioni, tra loro collegate, per cui lo Stato sionista sta spingendo in questa direzione proprio ora.

In primo luogo, lo stesso regime sionista è diventato sempre più aggressivo, barbaro ed espansionista dall’ottobre 2023 in poi. Il governo e le forze fasciste in Israele, in particolare, vedono l’opportunità di continuare il genocidio a Gaza, di cui ora controllano almeno il 60% del territorio, che si estenderà al 70%, secondo quanto dichiarato da Netanyahu il 21 maggio. Nel frattempo, Israele prosegue l’annessione de facto di porzioni sempre più ampie della Cisgiordania. E vede la possibilità di occupare in modo permanente vaste aree del Libano nella loro spinta verso la creazione di un “Grande Israele”. Ciò deriva dalla logica espansionistica intrinseca allo stesso Stato sionista.

Naturalmente, esistono anche altre ragioni contingenti, come l’utilizzo dell’aggressione permanente come mezzo per distogliere l’attenzione dalle difficoltà interne del governo di Netanyahu. Ma l’inesorabile espansione di uno Stato coloniale ha un carattere più fondamentale. Non ci sarà mai una pace duratura con i suoi vicini, né si porrà fine alla distruzione del popolo palestinese, fintanto che esisterà lo Stato razzista sionista.

Sono molteplici le ragioni che determinano l’attuale possibilità di espansione di cui approfitta lo Stato sionista: dall’attuale crisi dell’egemonia statunitense nella regione al continuo sostegno delle potenze occidentali alla complicità dei regimi reazionari arabi e alla pronta tolleranza delle politiche sioniste da parte, tra gli altri, di Russia e Cina.

Israele ha colto la guerra reazionaria contro l’Iran come un’opportunità per attaccare il Libano.

Ironia della sorte, il fallimento degli Stati Uniti nella guerra che aveva per obiettivo rovesciare gli islamisti a Teheran e imporre un cambio di regime filoccidentale ha portato a una situazione fragile, in cui i “negoziati” proseguono parallelamente agli attacchi statunitensi e alle controffensive iraniane. La difficoltà di concordare un cessate il fuoco, che possa in qualche modo essere presentato come un “successo”, consente a Israele di proseguire la propria guerra nonostante le pressioni dei suoi alleati di Washington e dell’Europa occidentale. Finché l’esercito statunitense presenterà i propri continui attacchi contro l’Iran come “autodifesa”, i sionisti useranno la stessa urgenza e la stessa scusa per la loro invasione del Libano, anche se sono consapevoli che l’Iran non può accettare un accordo con gli Stati Uniti fintantoché Israele continua la sua guerra contro il Libano.

Sebbene l’attuale invasione e campagna militare in Libano contraddica il tentativo degli USA e dell’Europa occidentale di giungere a una soluzione reazionaria nella regione e di mediare un accordo con l’Iran, questi non sono disposti a esercitare alcuna pressione decisiva contro il loro alleato sionista. Ciò è il risultato delle contraddizioni interne della “strategia” di Trump, nonché delle divisioni interne all’establishment statunitense. Per quanto riguarda le principali potenze imperialiste europee – in particolare la Gran Bretagna e la Germania – su questo punto esse seguiranno gli Stati Uniti e, di conseguenza, continueranno a sostenere «incondizionatamente» il «diritto di Israele all’autodifesa».

Pertanto, i sionisti potranno proseguire la loro guerra nelle sue diverse forme, e cercheranno di raggiungere i propri obiettivi, nella situazione attuale, anche in caso di cessate il fuoco.

COME SI PUÒ FERMARE IL SIONISMO?

Il popolo libanese ha tutto il diritto di resistere all’aggressione sionista. La classe operaia internazionale, i socialisti, i comunisti, i sindacati e i partiti devono mobilitarsi a suo sostegno, proprio come sostengono il popolo palestinese nella sua lotta contro il genocidio.

In Libano il governo svolge un ruolo particolarmente infido. Si rifiuta di mobilitare l’esercito per la difesa del Paese. Non solo viene meno a questo dovere elementare, ma si impegna addirittura in negoziati con il nemico, concordando “tregue” e “cessate il fuoco” che i sionisti violano costantemente.

Per mesi, tutti i discorsi sulla tregua sono stati un tentativo deliberato di ingannare l’opinione pubblica e nascondere la continuità dell’aggressione sotto forme diverse. Il sud del Libano non ha mai vissuto una tregua, ma piuttosto una guerra aperta portata avanti con molteplici metodi: bombardamenti quotidiani, omicidi mirati, occupazione continua del territorio e progressiva espansione delle aree su cui il nemico impone il proprio controllo militare diretto.

Ma le autorità libanesi si rifiutano di opporsi ai sionisti. Sono diventate burattini degli Stati Uniti e delle altre potenze imperialiste occidentali, prive di qualsiasi potere contrattuale e totalmente dipendenti dai sostegni economici imperialisti. Imporre in modo permanente un regime fantoccio di questo tipo, tuttavia, richiede anche lo schiacciamento di tutte le forze di resistenza e di malcontento popolare all’interno del Libano.

Per quanto riguarda Hezbollah, esso continua a contrastare l’occupazione nei limiti delle possibilità disponibili e grazie al sacrificio dei propri combattenti. Ma la natura islamica e borghese della sua politica, la sua dipendenza da un’alleanza con il regime reazionario iraniano e il suo ruolo nelle passate lotte di massa proprio in Libano, rendono impossibile per Hezbollah fornire una strategia e un programma in grado di unire l’intera classe lavoratrice, i giovani e i poveri delle città di tutto il Paese, superando le divisioni confessionali e identitarie su basi di classe.

La classe lavoratrice e le masse popolari libanesi devono unirsi alla resistenza contro il nemico sionista. Ma devono farlo sulla base di un programma che colleghi la lotta contro il sionismo e l’imperialismo alla lotta per una soluzione socialista. Cioè un programma di rivoluzione permanente, per un Libano socialista come parte di un mondo socialista. Per questo è necessario costruire un partito rivoluzionario nel pieno di questa battaglia.

La Lega Internazionale Socialista (LIS) esprime solidarietà e sostegno alla resistenza del popolo libanese. Sosteniamo i nostri compagni libanesi della LIS, i loro sforzi per allargare la lotta contro l’occupazione in qualsiasi modo e il loro obiettivo di costruire un ampio fronte, politicamente attivo e presente sul territorio, che riunisca lavoratori, studenti, sindacati, forze progressiste e tutti coloro che rifiutano la normalizzazione e la resa.

SOLIDARIETÀ INTERNAZIONALE

Ma nonostante il loro eroismo e la loro lotta, le masse libanesi da sole non saranno in grado di fermare l’esercito israeliano e la sua enorme potenza militare. L’aggressione sionista può essere invece fermata e sconfitta se la classe lavoratrice araba, statunitense ed europea costringerà i propri governi a interrompere il sostegno militare allo Stato sionista e a recidere i legami finanziari ed economici.

Ciò significa che le organizzazioni dei lavoratori – compresi i partiti riformisti di massa e i sindacati – devono mobilitarsi in massa per intensificare la pressione sui governi occidentali che favoriscono e sostengono i crimini di Israele, e sui regimi della regione che ostacolano o non fanno nulla per sostenere la resistenza contro di essi. Nel farlo, dobbiamo combattere le leggi e la propaganda che dipingono Hezbollah come un’organizzazione terroristica, mentre presentano Israele come un modello di democrazia. Milioni di persone, soprattutto tra i giovani, hanno ora smascherato tutto ciò.

Dobbiamo lottare per boicottare ogni forma di appoggio e di aiuto militare e culturale a Israele, ed esigere la condanna per il genocidio di cui è autore. I lavoratori devono imporre le proprie sanzioni contro Israele, come hanno fatto in diverse occasioni i lavoratori portuali greci e italiani. La sinistra di tutto il mondo deve inoltre inviare aiuti ai comunisti libanesi, alle organizzazioni studentesche e ai sindacati, affinché si possa indicare una prospettiva di classe e rivoluzionaria al popolo lavoratore del Libano che sta soffrendo.

– Fermare i bombardamenti delle Forze di Difesa Israeliane e l’espulsione della popolazione libanese.

– Sconfiggere l’aggressione e l’occupazione sionista! Fuori dal Libano tutte le forze sioniste e liberazione degli ostaggi sequestrati.

– Israele, USA e Stati europei che sostengono il sionismo paghino integralmente per la ricostruzione di tutti i villaggi e delle aree devastate del Libano.

– Sostegno alla resistenza popolare! Sostegno ai comunisti e ai sindacalisti libanesi!

– Per un Libano socialista, parte di una Federazione socialista della regione del Medio Oriente e Africa del Nord!

La crisi in Europa

 Non passa giorno senza che si senta parlare di un altro “campanello d’allarme per l’Europa”. Che si tratti di Merz o di Macron, della Commissione Europea o dei capi di governo nazionali. Secondo la cancelliera tedesca, l’Europa deve reimparare il linguaggio del potere, deve staccarsi dagli Stati Uniti e diventare «sovrana». Macron chiede una forza di difesa europea e un’industria degli armamenti coordinata.

“L’Europa” – o, più precisamente, l’Unione Europea – deve quindi aumentare il proprio peso politico, militare ed economico. Eppure, il campanello d’allarme si conclude regolarmente con i postumi di una sbornia. L’ultimo vertice UE rivela ancora una volta che “l’unità” del continente versa in uno stato pietoso, e non solo a causa di Viktor Orbán.

L’Europa è nel mezzo di una crisi profonda e storica. Ciò riguarda soprattutto, sebbene non esclusivamente, l’UE, ma in pratica tutti gli Stati e le potenze del continente.

Di seguito esamineremo le varie manifestazioni di questa crisi, poiché ci aiutano a comprendere le cause più profonde del costante fallimento nel raggiungere gli obiettivi autoimposti e proclamati, e a capire perché la borghesia europea si sta dimostrando incapace di unire il continente economicamente e politicamente.

CRISI ECONOMICA

L’economia europea è in fase di stagnazione e sta perdendo terreno rispetto ai suoi concorrenti Cina e Stati Uniti. Ciò riguarda tutte le principali economie dell’UE e del Regno Unito. La Russia va considerata a parte, ma anche lì si registrano chiari segnali di stagnazione. Il passaggio a un’economia di guerra e la capacità di resistere alle estreme sanzioni economiche imposte dall’UE e dagli Stati Uniti in seguito allo scoppio della guerra in Ucraina evidenziano, da una parte, il carattere imperialista del capitalismo russo, dall’altra parte, che il passaggio a un’economia di guerra e i costi finanziari e umani del conflitto portano a lungo termine all’esaurimento e al declino economico, come dimostrano l’inflazione, la carenza di manodopera, il supersfruttamento dei lavoratori migranti e il calo dei tassi di accumulazione.

Tuttavia, in termini economici, la Russia è sempre stata una potenza imperialista relativamente debole. Gli Stati dell’UE, al contrario, all’inizio del millennio si sono prefissati di diventare la potenza economica più forte. Con l’euro hanno creato la seconda valuta più importante al mondo, destinata a sfidare il dollaro nel lungo periodo. Ma per quanto significativo possa essere l’euro, da tempo non è in grado di raggiungere il dollaro statunitense, e che riesca a raggiungerlo è del tutto fuori discussione per il prossimo futuro.

Con la Strategia di Lisbona del 2000, le potenze europee, guidate da Germania e Francia, hanno articolato apertamente le loro ambizioni di diventare una potenza globale. Secondo l’allora cancelliere tedesco Schröder, l’UE avrebbe dovuto affermarsi come il più grande e dinamico spazio economico basato sulla conoscenza. Questi obiettivi sono stati accantonati da tempo. Da anni, l’Unione Europea è sottoposta a una pressione crescente derivante dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina sulla ridistribuzione del mondo, e sta cercando in qualche modo di tenere testa e di trovare un modo per arrestare, quantomeno, questo sviluppo.

La quota del PIL globale degli Stati membri dell’UE si attesta attualmente intorno al 17% in termini nominali (e a circa il 14% in termini di parità di potere d’acquisto). A titolo di confronto: nel 2000 era ancora del 29,5%. Questa tendenza è destinata a continuare nei prossimi anni.

Tuttavia, il PIL è solo uno degli indicatori di sviluppo. La quota dell’UE nella produzione industriale globale si attesta al 15-18%, a seconda di come vengono classificati determinati settori. Anche questa cifra è in calo, ed è diminuita del 2,4% nel solo 2024.

Prendendo il 2019 come anno di riferimento, la produzione industriale dei quattro principali Stati imperialisti dell’UE (Germania, Francia, Italia, Spagna) nel 2024 ammonta solo al 92,1% del dato di riferimento. Nel “resto dell’UE” questo calo è in parte compensato (con un aumento al 114,1%), riflettendo uno spostamento della produzione, in particolare verso le semicolonie dell’Europa orientale. Nello stesso periodo anche la produzione industriale negli Stati Uniti si è contratta, attestandosi nel 2024 al 98,2% del dato del 2019. La produzione in Cina, al contrario, ha continuato a crescere in modo massiccio (raggiungendo il 137,2%), mentre quella dei paesi dell’ASEAN-5 (Indonesia, Malesia, Filippine, Thailandia, Singapore) è aumentata in misura minore, raggiungendo il 114,1%.

All’interno dell’UE, la Germania e l’Italia in particolare hanno subito un calo della produzione industriale dall’inizio della guerra in Ucraina, una situazione legata anche alla composizione dei settori produttivi e all’andamento dei prezzi dell’energia. Solo in Germania, ad esempio, dal 2019 sono andati persi circa 266.000 posti di lavoro nell’industria (4,7%), senza che siano stati sostituiti.

Tuttavia, l’economia europea non sta perdendo terreno solo nel settore industriale; sta rimanendo indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina in particolare nei settori del capitale finanziario e dell’alta tecnologia.

Ciò rende quasi inevitabili un ulteriore declino e una continua stagnazione. Il problema per le potenze del continente europeo è che questa base economica della crisi è inestricabilmente legata alle sue dimensioni politiche e militari, e i due aspetti si rafforzano a vicenda.

CRISI POLITICA E MILITARE

Nella politica mondiale, l’UE e i suoi Stati membri svolgono un ruolo secondario rispetto alle principali potenze globali. Ciò non è dovuto solo alla debolezza militare rispetto a Stati Uniti, Cina o Russia, ma soprattutto alle contraddizioni interne all’Europa stessa. La Russia, dal canto suo, è riuscita ad affermarsi come potenza imperialista globale, sebbene a un costo enorme.

La portata della crisi che affligge l’Europa e l’UE diventa chiara se si considera una differenza cruciale rispetto agli Stati Uniti e alla Cina. A differenza di queste due grandi potenze, l’UE non è uno Stato, ma una confederazione di potenze imperialiste e semicolonie (in particolare nell’Europa orientale). È uno spazio economico con una propria moneta e un grande mercato unico che si estende ben oltre i confini nazionali. A questo proposito, rappresenta un enorme vantaggio per i capitali imperialisti più potenti, soprattutto per la Germania, che domina economicamente i paesi dell’UE dell’Europa orientale e ne ricava giganteschi superprofitti, oltre a una riserva di manodopera qualificata a basso costo che comporta costi di formazione nulli o relativamente bassi per il capitale tedesco.

L’Unione Europea e l’Eurozona rappresentano un tentativo di superare, con mezzi capitalistici, i confini dello Stato-nazione, i quali, come Trotsky aveva giustamente analizzato già prima della Prima guerra mondiale, sono da tempo diventati troppo ristretti per l’ulteriore sviluppo del capitalismo. Eppure l’Europa è un continente di (ex) grandi potenze e potenze coloniali, le quali rivendicano tutte un ruolo di leadership nell’UE, o almeno affermano di essere “su un piano di parità” con le altre potenze. Questi conflitti erano già evidenti quando fu fondata la Comunità Europea (CE), antesignana dell’odierna UE, ma erano anche tenuti a bada dal fatto che la CE era in primo luogo un’entità economica e, in secondo luogo, dal fatto che anche gli Stati Uniti svolgevano un ruolo egemonico nell’Europa occidentale.

Più l’UE si trova di fronte alla questione di andare avanti, più la questione della leadership diventa pressante, non solo all’interno dell’UE, ma anche in relazione alle altre potenze europee, in particolare la Russia e la Gran Bretagna. E poiché l’unificazione capitalista solleva inevitabilmente la questione della leadership tra di loro, l’Europa si scontra con l’interesse singolo di ciascuno Stato nazionale del continente. Tuttavia, ciò non sta avvenendo in uno spazio geografico isolato, ma sullo sfondo del conflitto globale tra Stati Uniti e Cina, che a loro volta esercitano un’influenza aperta e, nel caso degli Stati Uniti, molto aggressiva sull’UE (e naturalmente la Russia sta facendo lo stesso, proprio come le potenze statunitensi e dell’UE si sono espanse verso est fin dalla fine della Guerra Fredda).

Negli ultimi anni, tuttavia, le potenze dell’UE hanno perso costantemente terreno non solo sul piano economico, ma anche politico e strategico. L’imperialismo francese, ad esempio, ha subito una massiccia perdita di influenza in Africa ed è stato costretto a ritirarsi da numerose sue ex colonie. Una volta che nel 2022 sono diventate evidenti le debolezze della macchina da guerra russa, le potenze dell’UE hanno tentato, insieme agli Stati Uniti, di sfruttare la guerra della Russia contro l’Ucraina come un’opportunità per indebolire gravemente la Russia come potenza imperialista ed escluderla di fatto dal mercato mondiale attraverso un regime di sanzioni senza precedenti contro uno Stato imperialista fin dalla Seconda Guerra Mondiale. Tuttavia questo tentativo è fallito (il che a sua volta è il riflesso di un cambiamento e una trasformazione nell’economia mondiale).

Con l’insediamento di Donald Trump, la situazione si è ancor più deteriorata drasticamente. Anche prima di Trump le potenze dell’UE avevano difficoltà a sviluppare una posizione indipendente e unitaria sui principali conflitti politici globali. Ma fino ad allora, gli Stati Uniti avevano svolto il loro ruolo nel quadro di un’alleanza transatlantica. Sotto Biden (e prima ancora sotto Obama) era possibile fingere di essere stati compartecipi su un piano di “parità” in tutte le questioni. L’UE e le principali potenze europee hanno così assecondare l’illusione di essere un partner alla pari, una quasi-potenza mondiale. Il primo mandato di Trump è stato minimizzato come uno “scivolone” isolato. Ma il suo secondo mandato ha infranto un altro sogno ad occhi aperti dei leader imperialisti europei.

In questi anni tali divergenze sono diventate ancora più marcate. Ciò vale per la Palestina, l’Ucraina, la conclusione di importanti accordi commerciali come quello con il Mercosur, le questioni chiave della politica economica e industriale europea, la questione della politica migratoria e delle frontiere interne, nonché le relazioni con gli Stati Uniti, il “Consiglio di pace” di Trump, la posizione sul rapimento di Maduro, il blocco di Cuba e la guerra contro l’Iran.

L’AMMINISTRAZIONE TRUMP: UN VERO PUNTO DI SVOLTA

Prima di Trump, le potenze dell’UE e l’Unione stessa erano trattate “rispettosamente” dagli Stati Uniti come pari, come quasi-superpotenze. Sotto Trump, solo gli Stati Uniti, la Cina e, con qualche riserva, la Russia sono considerati superpotenze. L’UE e le potenze dell’UE non lo sono.

Ciò indebolisce la posizione dei paesi europei sulla scena politica mondiale. Una “potenza mondiale” che non è riconosciuta come tale dagli altri non è nemmeno lei una pari. Deve piuttosto dimostrarlo attraverso le azioni, attraverso l’unità e il potere economico, politico e militare.

A ciò si aggiunge il fatto che Trump, Vance e l’intera amministrazione statunitense considerano l’UE come un’entità ostile, e cercano di combattere e indebolire, o addirittura distruggere, i più grandi risultati economici delle potenze imperialiste dell’Europa occidentale.

Di conseguenza, l’amministrazione statunitense e il movimento MAGA stanno anche assumendo una posizione offensiva a sostegno della destra in Europa, sia che si tratti di governi di destra come quello di Orbán in Ungheria o di Meloni in Italia, che si presenta come una «mediatrice», sia che si tratti della destra in Germania, Francia e Gran Bretagna. Anche se non è chiaro se Orbán verrà destituito in Ungheria (l’articolo è stato scritto prima delle ultime elezioni in Ungheria, ndt), questa lotta si sta effettivamente svolgendo in tutti i paesi europei, con uno dei prossimi grandi scontri che si verificherà alle elezioni presidenziali francesi.

L’obiettivo degli Stati Uniti non è necessariamente una rottura con l’Europa (occidentale). L’obiettivo è piuttosto quello di stabilire un ordine chiaro nell’“emisfero occidentale”: gli Stati Uniti determinano questa sfera di influenza, proprio come la Cina e la Russia hanno la loro. Pertanto, la minaccia di annettere la Groenlandia è più che simbolica: riassume la situazione, per così dire. Anche se le immediate ambizioni annessionistiche sono attualmente fuori discussione, questo conflitto potrà riemergere. Anzi, riemergerà. Mentre la maggior parte degli Stati dell’UE ha inviato solo forze puramente simboliche in Groenlandia all’inizio dell’anno, gli Stati scandinavi stanno tenendo pronti contingenti di una certa consistenza. I conflitti commerciali ed economici sui dazi, in cui l’UE è stata costretta a fare concessioni massicce, sono ben lungi dall’essere risolti.

Nel documento della “National Security Strategy” del novembre 2025, l’amministrazione Trump definisce chiaramente i propri obiettivi riguardo all’Europa/all’UE.

– Porre fine alla guerra in Ucraina per stabilizzare l’Europa.

– Rendere l’Europa in grado di camminare con le proprie gambe; il che, in parole povere, significa un massiccio programma di riarmo.

– Coltivare, all’interno delle nazioni europee, la resistenza all’attuale corso (e l’aumento del sostegno ai “partiti patriottici” dimostra che ciò è possibile).

– Costruire nazioni “sane”, bianche in Europa.

Nel loro insieme, tutto ciò costituisce una dichiarazione politica di guerra ai governi esistenti in Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna e alla Commissione Europea. E costituisce anche una dichiarazione di guerra ai capitali europei, il cui accesso privilegiato e il cui dominio sui mercati europei sono anch’essi sotto attacco. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno modificato radicalmente il loro rapporto con la Russi: si veda la guerra in Ucraina. A ciò si aggiunge il fatto che le sanzioni contro la Russia ora colpiscono gli Stati dell’UE più di quanto le sanzioni UE colpiscano la Russia, avendo queste ultime dimostrato economicamente di essere un autogol. Mentre l’UE invoca costantemente la “solidarietà con l’Ucraina”, in realtà essa sta svolgendo un ruolo secondario nella mediazione statunitense tra Ucraina e Russia. Sebbene in futuro non sarà necessariamente questo il caso, al momento gli Stati Uniti puntano su una nuova divisione delle sfere di influenza con la Russia (con gli Stati Uniti, ovviamente, che ne traggono vantaggio molto di più) e sperano di liberarsi in qualche modo dalla crescente dipendenza dalla Cina. A tal fine, sono disposti a rispettare gli interessi strategici fondamentali di Putin in Ucraina e nell’Europa orientale.

LA RISPOSTA “DELL’EUROPA”?

Gli Stati membri dell’UE e l’Unione nel suo complesso non hanno una risposta unitaria né tantomeno una strategia in merito, a meno che non si considerino tali i periodici appelli alla sveglia, i periodici “campanelli d’allarme”. Tuttavia, ciò non deve impedirci di vedere i cambiamenti reali che l’UE e le sue potenze principali hanno avviato per riconquistare terreno nella redistribuzione del mondo. Anche se non esiste una strategia unitaria all’interno della borghesia europea su come rispondere alle sfide poste dal trumpismo, dalla Cina e dalla Russia, vi sono comunque alcuni punti in comune tra tutte le fazioni dominanti delle classi dirigenti e dell’establishment politico nell’UE.

  1. Riarmo e militarizzazione in tutta Europa

In occasione del vertice NATO del giugno 2025, è stato concordato che tutti gli Stati europei avrebbero aumentato la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035, con il 3,5% destinato alle spese militari in senso stretto (bilancio della difesa, forniture di armi) e l’1,5% alle infrastrutture. Alcuni Stati, come la Polonia, hanno già raggiunto questo obiettivo e stanno proseguendo nel riarmo. Anche la Germania raggiungerà questo obiettivo ben prima del 2035, e ha di fatto abolito tutte le restrizioni sui finanziamenti all’interno del bilancio della difesa. Anche se le decisioni sono state apparentemente prese sotto la pressione degli Stati Uniti, questi obiettivi sono da tempo in linea con gli interessi delle principali fazioni del capitale nazionale e degli Stati imperialisti, ma sono stati più facili da vendere come “risposta” alla presunta minaccia globale rappresentata da Russia, Stati Uniti e Cina. In realtà, il punto è questo: se l’UE o le singole potenze vogliono svolgere un ruolo centrale nella politica globale, devono possedere enormi capacità militari. Ciò vale per le armi convenzionali, ma varrà anche per l’armamento nucleare. Prima o poi anche la Germania prenderà l’iniziativa di produrre le proprie armi nucleari (un’estensione dell’ombrello nucleare francese è in definitiva vista solo come una soluzione provvisoria).

Questo riarmo non serve solo a fini militari e geostrategici. È destinato anche a fungere da strumento di stimolo economico. Naturalmente, a trarne vantaggio sono innanzitutto i vari produttori di armi. Ma allo stesso tempo anche aziende “civili”, come le case automobilistiche, si stanno inserendo nel settore per compensare il calo delle proprie vendite.

  1. Attacchi alla classe lavoratrice, discriminazione razziale, attacchi all’ambiente e ai modelli sociali

Tuttavia, il riarmo e gli sconvolgimenti economici hanno un costo. Essi vanno di pari passo con un massiccio aumento del debito, che a sua volta deve essere pagato dalla classe lavoratrice, nonché da settori della classe media e della piccola borghesia.

Gli immigrati e le popolazioni delle regioni semicoloniali dell’UE (così come delle regioni emarginate all’interno degli Stati centrali) sono particolarmente colpiti. La crisi colpisce i gruppi socialmente oppressi, le donne, le persone LGBTIAQ, i giovani e i pensionati in misura ancora più grave rispetto alla media, in genere. Ma la concorrenza, la ristrutturazione del capitale europeo e la crisi colpiranno duramente anche i settori “privilegiati” della classe lavoratrice. E, nel frattempo, gli strumenti di ammortizzazione sociale si stanno riducendo.

Inoltre, gli standard ambientali e sociali nell’UE sono stati e continuano ad essere oggetto di imponenti attacchi.

In ogni paese, gli attacchi alle masse salariate vanno di pari passo con una politica deliberata di divisione, che esacerba enormemente la mentalità arretrata e la mancanza di solidarietà già esistenti a seguito di anni di sconfitte e perdite. I risultati ottenuti dai movimenti sociali, le campagne contro le “follie dell’ideologia gender” e soprattutto il razzismo fanno parte del repertorio classico non solo dei partiti populisti di destra e di estrema destra, ma anche dei conservatori. I liberali, i Verdi e i socialdemocratici oscillano tra una finta opposizione e l’effettivo sostegno e complicità in questi attacchi.

  1. Razzismo e nazionalismo

Ciò vale soprattutto per il razzismo e il nazionalismo, che si tratti di quello della UE come blocco “unito”, o quello di uno stato-nazione “indipendente”. In ogni caso, il collante del nazionalismo e del razzismo è necessario per portare avanti il riarmo e la mobilitazione interna contro nemici esterni. Chiunque voglia trasformare l’Europa o la Germania in una potenza mondiale non può farne a meno. Nella migliore delle ipotesi, il razzismo e il nazionalismo verranno mascherati con sembianze “socialscioviniste”, “verdi”, “democratiche” o attraverso il “partenariato sociale” fra lavoratori e padroni. Ironia della sorte, questo fenomeno non è affatto limitato agli Stati dell’UE. Esiste anche in Russia, ad esempio, dove si è spinto ancora oltre.

  1. Cambiamento nell’equilibrio di potere all’interno dell’UE

Il razzismo e il nazionalismo vanno di pari passo con un cambiamento delle maggioranze politiche all’interno dell’UE. Fino a pochi anni fa, il blocco politico dominante era costituito da un’alleanza tra conservatori, socialdemocratici, liberali e Verdi. Con l’ascesa della destra, ma anche a causa delle esigenze militari e dell’intensificarsi della lotta per la nuova divisione del mondo, il blocco dominante si è spostato. Aree della destra, guidate da Meloni e Fratelli d’Italia, sono state incorporate nel blocco di potere classico e sono ora considerati dal settore borghese dominante della UE come un’area conservatrice più radicali. Ciò sta attualmente rafforzando non solo la destra, ma soprattutto i conservatori europei, che sono in grado di manovrare tra la destra da un lato e i socialdemocratici, i liberali e i Verdi dall’altro. Il tentativo è quello di rendere “rispettabile” una parte della destra, anche all’interno dei singoli Stati. Le condizioni di base per l’integrazione di questa destra nel blocco dominante sono semplici: adesione all’UE e abbandono di ogni rivendicazione di uscire dall’UE o dall’euro; rifiuto di ogni aspirazione socialdemagogica e sostegno ai tagli e alla deregolamentazione a favore del capitale.

Tuttavia, tutto ciò non costituisce ancora una strategia comune volta ad approfondire l’unità capitalista dell’Europa e a formare un blocco imperialista più potente. Ciò richiederebbe, in ultima analisi, l’indebolimento dei diritti degli Stati nazionali più deboli all’interno dell’UE e una soluzione alla questione della leadership tra le potenze imperialiste. Ma non vi è alcun segno di una tale soluzione.

Pertanto, nel prossimo futuro, gli Stati dell’UE continueranno come prima: oscillando tra appelli all’unità europea, al rafforzamento e alla “sovranità” dell’Europa, e alla politica di appeasement nei confronti di Trump. Se, dal punto di vista di un’unione capitalista, sarebbe effettivamente necessario superare il particolarismo nazionale, assisteremo invece a una rinazionalizzazione a vari livelli, soprattutto sul fronte ideologico. Ma poiché non esiste un vero nazionalismo europeo, si deve ricorrere ai nazionalismi esistenti – e quindi, inevitabilmente, alle loro contraddizioni – per invocare la nazione e oscurare l’antagonismo di classe.


Anche se possiamo aspettarci qualche esitazione nel breve termine e anche se l’esistenza dell’UE e dell’Eurozona non è minacciata nell’immediato – non da ultimo perché anche governi estremamente nazionalisti come quello ungherese sanno che senza l’UE andrebbero incontro alla rovina economica – ciò non vale nel medio e lungo termine.

La situazione attuale porterà infatti l’UE a rimanere sempre più indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina e, sul piano economico, a perdere terreno persino rispetto a semicolonie emergenti come l’India. Quindi la situazione potrebbe cambiare in modo decisivo se, ad esempio, una delle principali borghesie europee cercasse una via al di fuori dell’UE o tentasse di perseguire la strada di una “Europa centrale”, ovvero, in pratica, una scissione all’interno del blocco.

Nel complesso, tuttavia, ciò chiarisce una cosa: la classe capitalista non ha alcuna risposta ai problemi fondamentali del continente; è incapace di unire e sviluppare l’Europa. Solo la classe lavoratrice può risolvere la questione. Non attraverso un utopistico ritorno alla politica dei piccoli Stati, ma lottando per gli Stati uniti socialisti d’Europa.

Nota finale

Nella prima parte abbiamo esaminato gli elementi chiave della crisi in Europa e, soprattutto, negli Stati dell’UE. Nella prossima parte analizzeremo la situazione della classe lavoratrice e del movimento sindacale.