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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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No alla riforma degli istituti tecnici! No alla firma del CCNL scuola e ricerca 2025-2027!

 


Il 10 marzo 2026, il Ministero dell’Istruzione e del Merito ha sferrato un colpo basso alla scuola pubblica, con un Decreto che attacca fortemente gli Istituti Tecnici, stravolgendone organizzazione e didattica. Il governo sfrutta l’alibi del PNRR per imporre, a tappe forzate e nel silenzio di fine anno, l’attacco ad un altro pilastro della scuola pubblica. 

L’operazione è chirurgica: il curriculum viene spezzato per modellarlo non sui saperi, ma sulle pretese del padronato. Il prezzo da pagare è altissimo: un massacro di ore che investe Diritto, Economia, Matematica, Lingue Scienze e Italiano. Una  vera e propria ritirata strategica della cultura, con la sottrazione del 20% del tempo scuola nel biennio, fino ad arrivare a un 35% nell’ultimo anno.

Si opera un attacco senza precedenti alla formazione e si accelera l’addestramento precoce verso un mondo del lavoro sfruttato e sottopagato in forma di tirocini e PCTO già dal secondo anno.

Il rischio reale è un declassamento di massa e l’istituzionalizzazione della disuguaglianza.

PER UNA STAGIONE DI LOTTE NELLA CONOSCENZA. NO ALLA FIRMA DEL CCNL!

Il primo aprile scorso, le principali organizzazioni sindacali di categoria (CGIL, CISL, UIL, SNALS, GILDA e ANIEF) hanno sottoscritto l’ipotesi di contratto 2025-27, riguardante circa 1,4 milioni di lavoratori e lavoratrici tra Scuola, Università, Ricerca e Afam.  L’aumento del 6% sul salario tabellare, dilazionato in un triennio, è irrisorio e rischia di non essere altro che un’elemosina concessa dal governo per anestetizzare il conflitto sociale in un momento nel quale si trova in forte difficoltà in seguito alla bruciante sconfitta data dalla vittoria del NO al referendum sulla Giustizia.

Questo rinnovo non tiene conto realmente della condizione materiale di chi vive di salario docente e ATA. Dopo il triennio 2022/24, segnato da un’inflazione galoppante che ha divorato il 16,7% del potere d’acquisto, le organizzazioni sindacali, in primis la FLC-CGIL non possono accettare un recupero soltanto del 5,78%. Che comporterebbe nei fatti una perdita strutturale dell’11% del salario reale.

La firma odierna non aiuterebbe altro che un’operazione di propaganda a tutto vantaggio del governo Meloni: accorpando due rinnovi in pochi mesi, si tenta di gonfiare artificialmente le cifre per nascondere sei anni di arretramento, mentre il divario con le Funzioni Centrali e la Sanità permane in una logica divisiva e nociva.

Mentre il blocco di Hormuz e i venti di guerra nel Golfo spingono i prezzi dei beni energetici e alimentari verso l’alto,  l’accordo proposto è basato sull’inflazione “programmata” (quella decisa a tavolino dal governo) e non su quella reale. Firmare oggi significa accettare al buio, privando i lavoratori di qualsiasi meccanismo di difesa contro il carovita che esploderà nei prossimi mesi.

Separare la parte economica da quella normativa è una strategia scientemente orientata a indebolire il potere negoziale dei lavoratori. Incassare il minimo per sedare il malcontento e rimandare alle “sequenze contrattuali” i nodi critici, come l’introduzione di gerarchie aziendalistiche nella scuola (middle management), la premialità meritocratica in stile Brunetta.

Per questo rivendichiamo, nelle assemblee delle lavoratrici e dei lavoratori e nelle piazze:

• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.

• Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro al settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

• L’immediato ripristino del sistema della scala mobile dei salari in tutti i settori.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

La scuola tra rinnovo del CCNL e Manovra 2026. Dove andremo a finire?

 


Due fatti intrecciati si sono abbattuti sul settore della conoscenza nel mese di novembre 2025: la discussione sulla legge finanziaria e la firma del CCNL 2024-2026.


La nuova legge di bilancio porterà ad un peggioramento progressivo nella vita dei lavoratori e delle lavoratrici. Mentre si investono miliardi nel riarmo per uscire dall’impasse della recessione, il settore pubblico, tra cui la scuola, subisce un'ulteriore batosta: non sono previsti investimenti per i rinnovi contrattuali a contrasto degli effetti inflazionistici; non è previsto un piano di assunzioni e di stabilizzazione dei docenti; il personale ATA subirà un taglio di circa 2000 posti entro il 2026-2027.
Inoltre, la trasformazione di oltre 42000 incarichi di collaboratore scolastico in incarichi di operatore scolastico andrà ulteriormente a dividere, stratificare e penalizzare la categoria.

Mentre ovviamente si continuano a stanziare finanziamenti e agevolazioni per le scuole paritarie, come il bonus di 1500 euro.
A completare l’opera saranno i futuri passi nell’ambito della riforma dei professionali e dell’esame di Stato.


IL PIANTO DEL COCCODRILLO

La levata di scudi contro il governo da parte dell’opposizione e dei sindacati concertativi è fasulla ed è una partita giocata nello scontro tra apparati ideologici nella contesa della gestione del capitale e dei suoi effetti. Anche nella scuola: Valditara sancisce come obbligatorio ciò che era già previsto dalla “Buona scuola” renziana (comma 85), cioè il fatto di utilizzare “l’organico dell’autonomia” per coprire le supplenze brevi fino a dieci giorni.
Questo risparmio sarà recuperato con il 10% dell’aumento del FMOF, calcolato sul fondo dell’anno precedente. Un cane che si morde la coda.

In tutti questi anni le supplenze brevi sono state coperte, e lo sono tutt’ora, utilizzando i docenti di potenziamento. Come se fosse una novità! In tante scuole, invece, le cattedre di potenziamento, a cui si aggiungono i soldi del FIS (Fondo dell'Istituzione Scolastica), sono spesso utilizzate per i distacchi dei membri dello staff, collaboratori fidati del Dirigente Scolastico, i quali incarnano il famoso middle management della scuola-azienda.
Dunque, in seconda istanza, si ricorre agli ITP (insegnante tecnico-pratico) e agli insegnanti di sostegno, danneggiando il loro lavoro e ancor più gli studenti, e trasformando l’emergenza una tantum in problema strutturale. Questi “tappabuchi” fanno tanto comodo anche ai presidi “di sinistra”.
Laddove i tappabuchi non sono a disposizione si passa, come terza soluzione, all’accorpamento delle classi fuori da ogni logica di sicurezza.

Questa è l’autonomia scolastica, che piace alla destra e al campo largo dell’opposizione.

Si apriranno delle contraddizioni ma non dobbiamo patteggiare né per chi vuole risparmiare sulla pelle dei lavoratori e degli studenti né per chi vuole spartirsi la torta e utilizzarla per ingrassare il proprio anello magico. Dobbiamo lottare per riaffermare la dignità dei lavoratori, fuori da logiche aziendalistiche e di stratificazione del corpo docenti.
Dobbiamo chiedere a gran voce l’abolizione dell’autonomia scolastica e di tutto ciò che ne consegue. Se tagliano più di 5000 cattedre dell’organico dell’autonomia, dobbiamo pretendere la conversione di queste cattedre in organico di diritto su posto comune e su sostegno, in maniera definitiva.


ASSUMERE E STABILIZZARE I PRECARI, ALZARE I SALARI

Le stime per coprire l’anno scolastico 2024/2025 erano di circa 250 mila insegnanti. Una cifra enorme. A questi ogni anno si aggiungono i pensionamenti: 20 mila nel 2024 e circa 28 mila nel 2025. I Percorsi del PNRR copriranno solo il 20% delle reali necessità.

Sul versante degli ATA, su un fabbisogno di circa 32 mila posti vacanti complessivi delle varie mansioni, le assunzioni coprono circa 9500 posti di lavoro. Circa il 30%. Anche qui ogni anno si aggiungono pensionamenti di circa 10mila unità.
La carenza strutturale di lavoratori fa aumentare sempre di più il precariato, a danno della continuità salariale e didattica.

Sul versante dei salari, in generale anche per i docenti stabili la situazione non è rosea. La perdita del 30% in trent’anni del potere d’acquisto non vede ripresa all’orizzonte; nemmeno per il recupero degli ultimi tre anni. La compressione salariale del settore produttivo ha quindi i suoi effetti anche sul salario indiretto. Invece di aumenti in busta paga, il governo ci rifila sgravi sul salario accessorio e riduzione dell’IRPEF per i redditi medio-alti che riguarderanno (ovviamente) Dirigenti Scolastici e DSGA. Mentre la fiscalità sarà scaricata sulle spalle della classe operaia.

Siamo però ben lontani dall’indignazione dei docenti, poiché c’è sempre un modo per arrotondare il salario: le figure dei docenti tutor e orientatori, per i quali sono stati stanziati nel 2024 ben 267 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 100 milioni approvati nel febbraio 2025, spalmati su due annate (50+50). I progetti finanziati col PNRR, a cui hanno aderito migliaia di docenti, hanno svolto una funzione di “ammortizzatore sociale” divisivo e parziale. Insomma, la scuola dei progetti va a gonfie vele ed è ben remunerata, la scuola ordinaria cade a pezzi e con essa i lavoratori.


I SINDACATI AL TRAINO DEL GOVERNO

Il 5 novembre la maggior parte dei sindacati concertativi ha apposto la propria firma sul rinnovo del contratto, ad eccezione della CGIL che afferma: “Non sussistono le condizioni per la sottoscrizione” poiché “gli incrementi stipendiali previsti e per oltre il 60% già erogati in busta paga sotto forma di indennità di vacanza contrattuale coprono neanche un terzo dell’inflazione del triennio di riferimento e sanciscono la riduzione programmata dei salari del comparto”. L’aumento medio lordo previsto da questo rinnovo del CCNL sarebbe di soli 62 euro lordi! Una vera e propria miseria, ma ancor di più un’umiliazione per i docenti italiani che percepiscono i salari di categoria tra i più bassi d’Europa!

Finalmente una presa di posizione netta, alla quale in teoria avrebbe dovuto far seguito un’azione radicale cha aprisse finalmente il conflitto con il governo.
L’occasione sarebbe stata lo sciopero del 28 novembre: scendere in piazza con i sindacati di base, contro la finanziaria del riarmo e inserire in una vertenza generale la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola.

La CGIL ha preferito scioperare in solitaria, a babbo morto, il 12 dicembre. Una scelta incomprensibile che rompe con il movimento del 3 ottobre e indebolisce i lavoratori. Indebolisce soprattutto coloro che nella breve onda di indignazione per il genocidio in Palestina di fine settembre e inizio ottobre sono stati i protagonisti: studenti in primis e insegnanti.

Attendiamo ora le consultazioni della base CGIL: rientrare con una firma tecnica o tenere duro sul contratto? Noi speriamo la seconda, ma non escludiamo la prima. Di sicuro può essere un’occasione per smascherare gli opportunisti che siedono ai tavoli delle contrattazioni d’Istituto e chiedere che nello statuto della CGIL venga sancita l’incompatibilità tra l’essere parte della RSU e coprire incarichi di staff o figure strumentali.


CAMBIARE LA ROTTA? NON BASTA! È NECESSARIO INVERTIRLA!

Non basta una virata un po’ più a sinistra per cambiare la situazione attuale. La rotta non va cambiata, va invertita.

• Abolire tutte le controriforme della scuola e la legge Bassanini che sancisce l‘autonomia scolastica e tutto ciò che ne consegue, comprese le recenti “Nuove indicazioni nazionali per il curricolo”.
• Fermare l’accorpamento degli istituti e investire nell’edilizia scolastica per la ristrutturazione e il potenziamento delle scuole esistenti.
• Per un piano di assunzione e stabilizzazione di tutti i docenti e ATA precari; per garantire il salario e la continuità didattica.
• Contro l’allungamento dell’orario cattedra: dire no ai ricatti degli uffici scolastici e rispettare i mandati dei collegi docenti. L’orario cattedra non può superare le 18 ore (se non per residui orari);
• Riduzione degli alunni per classe, basta con le classi pollaio;
• Internalizzazione degli educatori e delle educatrici;
• Aumenti salariali da CCNL di circa 400 euro netti.
• Per un patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della popolazione per dare respiro il settore pubblico nella prospettiva di una fiscalità fortemente progressiva.

Se vogliamo risollevare la scuola pubblica è necessario scendere in piazza insieme ai lavoratori dei settori privati e insieme agli studenti.
Solo rovesciando i governi del capitale si può difendere la scuola e pensare di avere una scuola pubblica degna di questo aggettivo.
Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà garantire tutto questo.

Lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori

Industria delle armi e imperialismo italiano

 


5 Dicembre 2024

English version

La vittoria di Trump negli USA è un ulteriore fattore di traino della corsa alle armi in Europa. La corsa è partita da almeno un decennio in tutti gli stati imperialisti del vecchio continente. L'invasione russa dell'Ucraina ha accelerato il suo passo. Ora il passo diventa affannoso.

Già prima delle elezioni americane, e del loro esito prevedibile, il rapporto Draghi aveva sottolineato l'esigenza di una “difesa comune europea” attraverso due vie tra loro combinate: il reperimento delle enormi risorse necessarie con un nuovo indebitamento straordinario continentale (un incremento di 800 miliardi annui, il 5% del PIL dell'Unione Europea), e la progressiva unificazione a livello europeo del complesso industriale-militare. Ma entrambe le vie appaiono ostruite. Da un lato, l'imperialismo tedesco, in profonda crisi, non vuole accollarsi i costi di un nuovo debito europeo. Dall'altro, i diversi monopoli delle industrie militari nazionali sgomitano gli uni contro gli altri per accaparrarsi le accresciute commesse e guadagnare spazi di mercato.

Anche le cooperazioni aziendali transnazionali, che pur si moltiplicano, seguono questa rotta.
La concorrenza nella produzione degli aerei di combattimento è emblematica. Gran Bretagna, Germania, Spagna, Italia cooperano nella produzione di Eurofighter, la Francia punta sul proprio Rafale, la Svezia produce il Gripen. Il futuro cacciabombardiere di sesta generazione (Tempest) vede la collaborazione di aziende britanniche, italiane, giapponesi, con la benedizione dei rispettivi governi, ma la Francia gli contrappone un proprio progetto (Future Combat Air System), non volendo collaborare con l'industria militare britannica. Così l'industria militare americana mantiene saldo il proprio primato, e incassa buona parte delle stesse commesse militari europee, con la relativa protesta della Francia.
La spesa militare europea (313 miliardi di dollari nel 2023) è complessivamente il triplo di quella della Russia (che pur è cresciuta nel solo 2023 del 24%), ma resta segnata da una forte frammentazione.

L'imperialismo italiano si muove in questo quadro d'insieme.

La spesa militare italiana è in crescita da dieci anni (+ 61%). E non ha atteso, come molti pensano, la guerra d'Ucraina. Nel 2020, in piena tempesta Covid, il governo presieduto da Giuseppe Conte (quello che oggi fa il “pacifista”) aumentò la spesa militare in un solo anno del 9,6%, dopo aver concordato in sede NATO il famoso impegno per la prospettiva del 2% del PIL. La profonda crisi recessiva a ridosso della pandemia rallentò parzialmente la corsa. Ma l'attuale governo Meloni-Crosetto si impegna a recuperare i “ritardi”, portando la spesa militare al tetto record di 32 miliardi di euro, e le sole spese in nuovi armamenti ad oltre 13 miliardi annui (40 miliardi nel triennio). Ciò che si è tolto a reddito di cittadinanza, sanità, scuola, servizi lo si investe (anche) nel militarismo. Colpisce il raffronto con la spesa prevista per il dissesto idrogeologico: 1,8 miliardi.

Le aziende militari tricolori si muovono nel solco di questa dinamica.
L'azienda Leonardo (ex Finmeccanica), fiore all'occhiello del militarismo patrio, è in piena espansione di utili e di affari. Attualmente è la seconda azienda militare in Europa alle spalle della britannica BAE Systems, con un fatturato che supera gli 11 miliardi. Ma le sue mire vanno oltre. Leonardo punta ad allargare la produzione di elicotteri militari (con cui già equipaggia lo stato sionista) attraverso la collaborazione con Airbus; prova a scalare posizioni nell'economia dello spazio, facendo leva sulla forte partecipazione azionaria (33%) a Thales Alenia Space. Soprattutto, investe sulla produzione di un nuovo carro armato pesante europeo, detto Main Ground Combat System. Decisiva al riguardo la joint venture con la tedesca Rheinmetall, con sede operativa presso la OTO Melara di La Spezia. Mentre un'altra azienda tedesca, Krauss-Maffei Wegmann (gruppo KNDS) che produce il già noto Leopard, gli contende il mercato.

Parallelamente corre Fincantieri. Il suo balzo in Borsa nell'ultimo anno è del 34%. Ha oggi in portafoglio ordini per 41,1 miliardi. Il suo principale obiettivo di investimento è rappresentato dai sommergibili: un mercato mondiale che vale oltre i 400 miliardi.
Le dinamiche di guerra sospingono il grande affare. Come afferma il Corriere della Sera (11 novembre), «i sommergibili sono tra i mezzi più temuti: possono servire per mappare in segreto le infrastrutture critiche dei Paesi nemici oppure, nello scenario peggiore, per sabotare o attaccare le navi commerciali e militari».
I fondali marini peraltro sono più che mai territorio strategico, ospitano oltre 1,4 milioni di km di cavi sottomarini, sui quali scorrono quotidianamente dati e transazioni finanziarie. Nel solo Mediterraneo oltre 320 mila km di gasdotti e oleodotti.
Nella sua storia, Fincantieri ha prodotto più di 180 sommergibili, ed oggi è in prima fila per onorare la nuova domanda tricolore. Sia attraverso la produzione di droni subacquei, con e senza pilota, «mezzi economici e tremendamente efficaci... per la difesa e, nel caso, anche per l'attacco» (Corriere); sia attraverso la progettazione di nuovi sottomarini nucleari commissionati a Fincantieri dal ministero della Difesa, con tanto di coinvolgimento dell'Università di Genova. È il Piano nazionale per la ricerca militare 2023: si chiama "Minerva – Marinizzazione di impianto nucleare per l'energia di bordo di vascelli armati”.
La grande ambizione di Fincantieri è mettere le mani sulla tedesca ThyssenKrupp Marine Systems, e sui cantieri navali di Kiel, specializzati nella costruzione di navi e sottomarini miliatari. Magari attraverso una joint venture paritetica che consentirebbe un salto enorme di capacità produttiva e peso globale.

La crescita dell'industria militare italiana si combina col ruolo dell'imperialismo patrio su scala internazionale. Sale, non a caso, la spesa programmata per le missioni militari in cui l'Italia è coinvolta, spesso con un ruolo rilevante.

È il caso del ruolo dell'Italia in Medio Oriente. Innanzitutto nel Mar Rosso, in una missione militare votata in parlamento da un ampio fronte di unità nazionale – da Fratelli d'Italia al M5S, passando per il PD – apertamente schierata contro gli houti, a difesa delle navi dirette verso i porti della Palestina occupata. Cioè a difesa di Israele.
Ma anche in Libano, dove l'Italia ha un ruolo centrale nella cosiddetta “missione di pace” UNIFIL (1200 uomini). Una missione intrapresa nel 1978, e poi molto rafforzata nel 2006 col concorso decisivo del governo di Romano Prodi (cui partecipava Rifondazione Comunista). Una missione nata originariamente con lo scopo (fallito) di favorire il disarmo di Hezbollah da parte del governo libanese al fine di compensare e riscattare la sconfitta dell'invasione israeliana del Libano di allora; ed oggi impegnata a rinegoziare con le autorità libanesi il disarmo di Hezbollah sotto la frusta della nuova guerra d'invasione sionista, sullo sfondo del massacro dei palestinesi.

Tanto più oggi l'”applicazione” della famosa risoluzione ONU 1701, quale soluzione di “pace”, significa infatti esattamente questo: aiutare la ricostruzione di una forza militare libanese che possa completare, il più possibile “pacificamente”, il lavoro sporco dello stato sionista, con la benedizione degli altri attori regionali e degli alleati imperialisti. Meloni e Crosetto chiamano “pace” un Libano ripulito dalla resistenza filopalestinese. A tal fine chiedono agli imperialismi alleati di concordare nuove regole d'ingaggio per la missione UNIFIL. Nel mentre, candidano i Carabinieri al ruolo di addestratori di una futura polizia militare per l'ordine pubblico in Palestina, ruolo peraltro già svolto al servizio della polizia di ANP in Cisgiordania.

Ma l'impegno dell'imperialismo italiano si proietta su scala globale, ben al di là del Medio Oriente. «Manovre nel Mar Cinese del Sud, la prima volta delle navi italiane»: così il quotidiano liberalprogressista La Repubblica (13 settembre) saluta enfaticamente il ruolo della portaerei Cavour nelle operazioni militari sul Pacifico.
Per la “prima volta” una portaerei italiana guida un gruppo navale composto da navi americane, francesi, spagnole, tedesche, australiane, giapponesi. «Il gruppo è salpato da Taranto a inizio giugno, ha attraversato il canale di Suez e nel Mar Rosso sono iniziate le attività di addestramento con la portaerei USA Roosevelt, e poi proseguite in Australia partecipando all'esercitazione Pitch Black che ha visto trasferire nelle basi dell'Oceania jet da combattimento delle ultime generazioni...» (La Repubblica). L'addestramento passa per due simulazioni di combattimento: la prima ha visto impegnati i modernissimi caccia F-35B e i più stagionati Harriera nel respingimento virtuale di «squadriglie nemiche»; la seconda ha visto l'azione coordinata di navi, aerei, elicotteri per «dare la caccia a una minaccia negli abissi».
Il ministro Crosetto ha motivato le operazioni, e la relativa partecipazione italiana, con queste parole: “Stiamo stringendo legami più profondi con paesi amici, perché vogliamo mantenere la libertà di navigazione e la sicurezza marittima in questa regione al fine di promuove il commercio e proteggere le catene di approvvigionamento”. Cosa non si fa per la “libertà”...

Il Pacifico si configura sempre più, in prospettiva, come il principale teatro della collisione tra imperialismo USA e imperialismo cinese. Un imperialismo in declino ma ancora dominante e un imperialismo in ascesa con ambizioni crescenti. È la rotta potenziale di una futura grande guerra per la spartizione del mondo. L'estensione della NATO sul Pacifico, con l'arruolamento di Giappone, Corea del Sud, Australia è parte della preparazione alla guerra. Come lo è, sul versante opposto, la stretta cinese su Taiwan. L'imperialismo italiano non è spettatore ma partecipe della grande alleanza a guida USA. E non vuole restare in seconda fila. Come non lo vogliono Leonardo e Fincantieri. L'imperialismo di casa nostra è innanzitutto l'imperialismo tricolore.

Partito Comunista dei Lavoratori

Revolutionary Camp 2024, un piccolo successo

 


Dal 5 all’8 settembre si è svolto il Revolutionary Camp 2024, la scuola estiva del Partito Comunista dei Lavoratori.

A distanza di pochi giorni dalla conclusione dei lavori, possiamo dire che la seconda edizione del Revolutionary Camp è stata un piccolo successo. Come previsto, sono stati quattro giorni intensi di formazione politica, dibattiti, musica e socialità all’insegna del marxismo rivoluzionario.
Ai lavori della scuola ha partecipato anche una delegazione della sezione tedesca (Gruppe ArbeiterInnenmacht) della Lega per la Quinta Internazionale (LQI - League for the Fifth International).

Molti sono stati i dibattiti di questi quattro giorni. Dall’analisi di che cos’è l’imperialismo alla storia del movimento LGBTQIA+ e i compiti dei marxisti rivoluzionari, dallo studio della vita e dell’opera di Lenin a cento anni dalla sua morte al ricordo e bilancio della rivoluzione portoghese nel suo cinquantesimo anniversario, e molto altro ancora. Un compagno della delegazione della LQI ci ha inoltre illustrato i progetti di "Green New Deal”, nelle differenti concezioni borghesi, piccolo-borghesi e riformiste, ribadendo infine la prospettiva anticapitalista, socialista e rivoluzionaria quale unica soluzione alla catastrofe ambientale.

La partecipazione alla scuola estiva del PCL da parte della LQI rappresenta una delle tappe del fitto dibattito che l’Opposizione Trotskista Internazionale (OTI) sta intessendo con questa organizzazione, nonché con la Lega Internazionale Socialista (LIS). Una discussione che ha un'obiettivo per noi chiaro: l'unificazione rapida delle nostre tendenze nella prospettiva della costruzione di un'organizzazione rivoluzionaria internazionale comune. Siamo stati quindi felici di confrontarci, oltre che attorno ai cardini centrali del marxismo rivoluzionario, anche attorno ad esperienze pratiche di intervento concreto nella lotta di classe: che si tratti dell’intervento nel movimento per la Palestina o agli sviluppi dell’attuale situazione alla Stellantis, dove, come alla Volkswagen, c’è il rischio di licenziamenti.

Forti dell’entusiasmo per la riuscita della nostra scuola, diamo già ora appuntamento per il prossimo anno a tutti i compagni e le compagne che vorranno condividere con noi le ragioni della rivoluzione. Augurandoci di incontrarli da subito nelle battaglie quotidiane che ci attendono.

Avanti verso la costruzione del partito rivoluzionario, in Italia e nel mondo! Costruiamo insieme il Partito Comunista dei Lavoratori! Costruiamo insieme l’Internazionale rivoluzionaria!

Partito Comunista dei Lavoratori

La disciplina alla scuola di Valditara

 


Dopo le manganellate di Pisa, Firenze, Roma, contro gli studenti pro Palestina, il governo procede a disciplinare la scuola.


Solo se il voto di comportamento assegnato sarà pari o superiore a nove decimi sarà possibile assegnare il punteggio più alto nell'ambito della fascia di attribuzioni del credito”: si tratta del primo articolo del provvedimento varato dal Senato su proposta del ministro dell'Istruzione Valditara. In parole meno tortuose significa che solo se il tuo “comportamento” di studente sarà valutato col nove o col dieci potrai ottenere il massimo dei voti.

Notevole. I cultori ideologici del merito ti dicono che puoi eccellere in tutte le materie ma il merito non conta: tutto dipende dal tuo “comportamento”. Se partecipi all'occupazione o autogestione della tua scuola, se contesti il/la tuo/a preside o le decisioni del tuo consiglio di istituto, puoi essere punito con la cancellazione dei tuoi risultati scolastici.

Non solo. L'articolo tre del provvedimento a “tutela dell'autorevolezza e del decoro delle istituzioni” sancisce che in caso di “reati commessi in danno del personale della scuola” (non meglio precisati) non dovrai semplicemente risarcire il danno, ma anche pagare una multa da 500 a 10000 euro come “riparazione all'istituzione”. Una sorta di tributo aggiuntivo allo Stato, quale incarnazione dell'Autorità.

Queste misure reazionarie non hanno solo una valenza ideologica. Hanno una funzione deterrente. Hanno lo scopo di intimidire preventivamente ogni possibile ribellione degli studenti. La disciplina a scuola di Valditara vuol essere una scuola di disciplina: la disciplina dell'obbedienza e del silenzio. Si usa la leva della paura per completare quella del manganello.

Ma la leva della paura è solo il riflesso capovolto della paura del potere. La paura di perdere il controllo disciplinare della giovane generazione. Le proteste studentesche pro Palestina hanno in Italia ancora una portata molto ridotta rispetto alla massa degli studenti. Ma sono la spia di un malessere più ampio. In ogni caso un campanello d'allarme per il governo Meloni.

Allargare la mobilitazione è allora necessario non solo per le ragioni della Palestina, ma anche per rispondere alla stretta repressiva di un governo a guida postfascista. Più che mai ribellarsi è giusto.

Partito Comunista dei Lavoratori

Autunno precario per la scuola

 


L’ennesimo settembre all’insegna del precariato e delle incertezze per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola

Anche quest’anno scolastico, come i precedenti, è iniziato all’insegna dell’incertezza per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola che, in mancanza di un reale piano di stabilizzazione, si vedono per l’ennesima volta in una snervante attesa che si sta prolungando anche oltre l’inizio dell’anno scolastico, iniziato con decine di migliaia di cattedre vacanti, visto che neanche quest’anno verranno coperti tutti i posti vacanti e disponibili, con il 200% di insegnanti precari in più rispetto al 2015. Circa 150mila sono i posti in organico di fatto di cui almeno 117mila sono per il sostegno agli alunni con disabilità. Una situazione che vede nei fatti la negazione della continuità didattica per circa la metà delle alunne e degli alunni con disabilità. Anche per quanto riguarda il personale ATA la situazione non è affatto rosea, con le nomine autorizzate, infatti, che andrebbero a coprire a malapena il 30% dei posti vacanti, quando gli incarichi ATA coperti con supplenze vanno a costituire più del 10% del totale.


GPS NEL CAOS: IL CASO DELLA LOMBARDIA

L’attesa per migliaia di insegnanti è stata resa ancora più snervante dagli errori nella convocazione tramite GPS, dove precari storici con un punteggio alto si sono visti scavalcare nella nomina da colleghe e colleghi con un punteggio molto più basso, e supplenze annuali conferite a docenti già inseriti in ruolo da concorso straordinario bis e concorso ordinario. Questa situazione sta penalizzando fortemente i docenti che avevano espresso la preferenza per cattedre che di fatto allo stato attuale sono rimaste vacanti, poiché i docenti con assegnazione finalizzata al ruolo non assumeranno ovviamente servizio nell’altra sede. Una logica del “figli e figliastri” che sta danneggiando docenti e studenti, attaccando salario e dignità dei primi, negando la necessità della continuità didattica per i secondi, soprattutto per le studentesse e gli studenti con disabilità. Queste sedi verranno assegnate, in seconda convocazione, a docenti con punteggio in graduatoria molto inferiore a quello dei colleghi che ne avrebbero avuto diritto. Parecchi docenti che avrebbero avuto diritto alla cattedra annuale, se le procedure fossero state eseguite all’insegna del rispetto dei diritti e della dignità degli insegnanti, risultano allo stato attuale destinatari di cattedra con termine 30 giugno, ed in molti casi di un incarico che nemmeno raggiunge le 18 ore settimanali, con forti ripercussioni anche sul salario e quindi sulla qualità della vita di centinaia, se non migliaia, di docenti.


LA TOTALE CHIUSURA DELL’UST DI MILANO

In tutto ciò le dirigenze dell’ufficio scolastico di Milano, differentemente da quanto sta capitando in altri uffici scolastici provinciali, come Mantova e Cremona, hanno ribadito di non avere alcuna intenzione di ripetere la nomina del primo turno di convocazioni da GPS, rimuovendo dal sistema i docenti che hanno già preso servizio nelle sedi designate per il ruolo.Penalizzando i docenti delle GPS con maggiore punteggio a favore di quelli con punteggio inferiore che, non essendo stati ancora convocati, potranno ottenere incarichi fino al 31 agosto. Ciò vuol dire, oltre l’attuare una letterale umiliazione nei confronti di tanti docenti, della loro dignità come anche della loro anzianità di servizio, la gran parte dei quali provenienti dalle più remote province del Meridione, il cui unico desiderio è quello di poter riprendere a lavorare dopo il licenziamento estivo, il fomentare una vera e propria guerra tra poveri della quale se ne avvantaggeranno soltanto le realtà sindacali corporativistiche e la propaganda dei partiti reazionari come la Lega che sul precariato stanno provando da anni a costruire un bacino di voti.


SE MILANO PIANGE, ROMA NON RIDE

Non troppo diversa è la situazione delle GPS nella capitale. A Roma migliaia di precari hanno vissuto momenti poco piacevoli agli inizi di agosto, quando un errore nelle GPS ha causato punteggi errati, gettando nel panico gli insegnanti e causando un enorme carico di lavoro per l’ufficio scolastico provinciale. Pochi giorni fa, al momento dell’assegnazione, l’algoritmo delle GPS ha assegnato a numerosi docenti incarichi in scuole dove non vi era alcuna sede vacante. Oltre al danno la beffa.
Situazioni simili a quelle di Milano e Roma si sono riscontrate anche in altri territori, come in Toscana, con numerose proteste.


UNA SITUAZIONE CHE NON È PIÙ TOLLERABILE!

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola, portato avanti indistintamente dai governi di centrodestra e centrosinistra a favore di multinazionali e Chiesa ci battiamo per queste rivendicazioni:

La stabilizzazione di tutti i precari della scuola, insegnanti e ATA

Siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto, e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione che non sia diviso, a differenza di come hanno sinora fatto i governi, con il risultato che migliaia di insegnanti abilitati sono ancora senza ruolo (basti pensare alle eterne attese di migliaia di vincitori del concorso 2016 e del concorso 2018, abilitati con le SSIS ed i PAS, del concorso straordinario 2020 come anche dell’ultimo concorso ordinario e dello straordinario bis).

Abolizione dell'algoritmo e convocazioni in presenza

Assistiamo da anni a errori nelle convocazioni dovute alle impostazioni dell'algoritmo. Tutto questo porta a ripetute cancellazioni e ripetizioni delle nomine da GPS che allungano i tempi ad ogni inizio di anno scolastico. Il ripristino delle convocazioni in presenza permetterebbe un più equo scorrimento della graduatoria, evitando che chi ha più punteggio si veda scavalcare da chi è in posizione inferiore per un vizio di forma.
-pubblicazione delle disponibilità al momento della scelta delle sedi. Terribilmente grave è l'inesattezza delle disponibilità, che aumenta nelle migliaia di docenti presenti nelle GPS un senso di incertezza e angoscia che ogni estate si rinnova. È accertato come spesso nei file pubblicati dagli uffici territoriali risultino molte meno cattedre di quelle realmente esistenti.

Lauree abilitanti

Per porre fine al mercimonio dei crediti formativi post-laurea; nello specifico un biennio magistrale abilitante per posto comune e un percorso analogo abilitante per il sostegno.

No al blocco per i neoassunti, sì a pensioni dignitose

Ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare dove preferisce. Con ciò condanniamo fermamente il blocco triennale dei neoassunti contenuto nell’ultimo CCNL 2019/2021. Oggi i docenti over 60 ( dato del 2022) sono il 18%: praticamente il doppio della media europea.( 9%)

Analogo il dato dei docenti ultracinquantenni: il 20% dei docenti ha infatti tra i 54 e i 59 anni, mentre il 19% ha tra i 50 e i 54 anni.Più della metà degli insegnanti italiani ha più di 50 anni, con una percentuale complessiva del 57,2%. La media di docenti over 50 in Europa è di circa il 36% (dati SBC del 05/08/2023).

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, soprattutto nel Meridione, riducendo l’esodo delle mobilità che ogni anno coinvolge migliaia di docenti e ATA, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

- In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.

- Pensione pari all’80% dell’ultimo salario con ripristino del calcolo retributivo

Internalizzare tutti gli educatori

Il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con salari minimi. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.
Con queste rivendicazioni, come lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori, siamo intervenuti in tutti gli scioperi dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola degli ultimi anni, e restiamo al fianco dei precari per bloccare ogni scellerato progetto di privatizzazione e divisione della scuola e degli insegnanti.


VIA IL GOVERNO MELONI, VIA BANCHE E CONFINDUSTRIA, POTERE AI LAVORATORI!

Solo con la lotta questo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato , burocrazia CGIL e Landini in primis, e di quelle di alcune realtà del sindacalismo di base, che perseguono una politica di microburocrazie, con una politica settaria, divisiva e autocentrata. Ma anche e soprattutto contro ogni logica corporativistica. Perché solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Lavoratori e Lavoratrici della scuola – Partito Comunista dei Lavoratori

Ti aspettiamo al Revolutionary Camp

 


Aiuta con un tuo contributo la scuola nazionale di formazione del PCL

4 Settembre 2023

Continua con successo la campagna di autofinanziamento e organizzazione. Contattaci subito per conoscerci, partecipare alla scuola e costruire insieme il partito rivoluzionario

Mancano pochi giorni al Revolutionary Camp, la scuola nazionale di formazione del PCL.

La scuola, come tutte le nostre attività nazionali e locali, sarà sostenuta principalmente dallo sforzo collettivo dei militanti del Partito Comunista dei Lavoratori. Ma vogliamo che possa essere sostenuta anche da tutti coloro che vorranno incontrarci e partecipare alla scuola, o anche solo contribuire.

Abbiamo quindi deciso di lanciare questa campagna pubblica di sostegno per un motivo molto semplice: l'investimento nella formazione marxista rivoluzionaria è in definitiva l'investimento nella costruzione del partito rivoluzionario leninista e nel progetto generale di rivoluzione, su scala nazionale e mondiale.

Aiutaci, e aiutaci a diffondere questa campagna, che è una campagna di organizzazione e costruzione.
In questa pagina potrai contribuire facilmente, con una donazione di qualsiasi importo.

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Per sapere come partecipare al Revolutionary Camp, o per qualsiasi altra informazione, scrivi alle nostre pagine social oppure invia una mail a info@pclavoratori.it

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Cento giorni di Meloni, cento giorni senza opposizione

 


Per una svolta di lotta unificante, che porti in Italia il vento di Francia e Gran Bretagna

La stampa borghese commenta positivamente i primi cento giorni del governo Meloni.
La borghesia liberale ha fatto un'apertura di credito al nuovo governo a guida postfascista. Laddove sottolinea l'incoerenza tra promesse elettorali e misure realizzate, lo fa proprio per plaudere a tali misure, come nel caso della sobrietà dei conti pubblici, cioè delle politiche di austerità (Corriere della Sera). Laddove critica questa o quell'altra misura (condoni, decreto pasticciato sui rave party, innalzamento del tetto al contante) lo fa per invocare l'interesse generale di sistema al di sopra di quello delle lobby (la Repubblica).

L'unica vera preoccupazione del grande capitale non riguarda la politica del governo, ma la sua tenuta. Gli interrogativi sulla soppressione del reddito di cittadinanza (peraltro richiesta da Confindustria) o sui progetti di autonomia differenziata (peraltro graditi alla piccola e media borghesia del Nord) guardano al rischio di linee di frattura sul fronte sociale e dell'unità amministrativa dello Stato. Ma l'apertura della borghesia liberale alla riforma istituzionale presidenzialista è ormai pubblica, pur dissertando se sia preferibile l'elezione diretta del Presidente della Repubblica o quella del Presidente del Consiglio. Ciò che non è in discussione è il rafforzamento ulteriore dell'esecutivo a scapito del Parlamento e nel nome della stabilità.

Quanto alla politica estera il plauso al governo è corale. Non riguarda solo o principalmente il sostegno all'Ucraina, su cui anzi si aprono crepe o preoccupate riserve, come mostra la Stampa di Giannini, ma l'aumento programmato della spesa militare e soprattutto la proiezione dell'imperialismo italiano sul Mediterraneo (Algeria, Libia, Egitto) col patrocinio indiretto dell'imperialismo USA e in concorrenza con Francia, Turchia, Russia. È la partita dell'ENI e dei migranti sulla frontiera esterna della UE. Il giornale Repubblica è giunto a chiedere a Giorgia Meloni di costituire un proprio comitato di sicurezza nazionale politico militare capace di fronteggiare le nuove emergenze energetiche e di guerra. Un neocolonialismo tricolore.

Naturalmente non mancano nel governo e nella maggioranza su cui si regge conflitti sotterranei, tensioni malcelate, ruggini e rancori di diverso peso. Ma non sono tali da impensierire a oggi la tenuta dell'esecutivo.
Quanto alle “opposizioni” borghesi liberali o liberalprogressiste presenti in Parlamento, sono o avvitate nella propria crisi esistenziale (PD) o impegnate nella difesa del proprio spazio (M5S) o votate al mercanteggiamento aperto con l'esecutivo (Azione e Italia Viva). In ogni caso, non rappresentano alcun problema per Giorgia Meloni. Che anzi fa della manifesta impotenza delle opposizioni, o del loro fallimento, un pezzo centrale della propria retorica. Del resto quale reale opposizione potrebbero fare PD e M5S quando hanno governato per tutta l'ultima legislatura nei governi di ogni colore (M5S) o in larga parte dell'ultimo decennio (PD)?

Ciò che resta clamorosamente vuoto è il campo dell'opposizione sociale. Tutto si può dire tranne che siano mancati in questi cento giorni motivi di contrasto e di mobilitazione. Il governo ha cancellato il reddito di 700.000 “occupabili” a partire dal prossimo agosto a fronte dell'enorme espansione della povertà nell'ultimo triennio; ha programmato il taglio di quasi 30 miliardi di spesa pubblica nei prossimi anni per ridurre il deficit pubblico, con pesanti conseguenze sulla sanità e sulla scuola; ha annunciato la soppressione totale dell'IRAP, con un nuovo colpo inevitabile alla sanità pubblica; ha dato la flat tax al 15% alle partite IVA sino agli 85.000 euro di reddito, con un'ulteriore provocazione verso il lavoro dipendente che regge sulla propria schiena la quasi totalità del carico fiscale; non ha stanziato un euro sul finanziamento dei contratti pubblici fra il 2022 e il 2024 con un nuovo colpo al potere d'acquisto di milioni di lavoratori; ha riproposto le accise sulla benzina in spregio a ogni promessa, con effetti moltiplicatori sull'inflazione e sui salari; ha reintrodotto i famigerati voucher e soppresso ogni limite all'uso dei contratti a termine, nel segno di un ulteriore allargamento del precariato; ha annunciato stipendi differenziati per gli insegnanti tra Nord e Sud, tra regioni ricche e povere, assieme all'ulteriore ingresso dei privati nella scuola; programma con l'autonomia differenziata un nuovo colpo al Meridione d'Italia e alla popolazione povera del paese; infine aumenta la spesa militare in direzione del 2% del PIL partecipando a pieno titolo alla nuova corsa agli armamenti che attraversa il mondo.

C'era bisogno di altro per mettere in piedi una risposta di massa, tanto radicale quanto lo è la politica governativa? Tanto più che in questo caso non esiste l'alibi truffaldino del cosiddetto governo progressista verso cui avere un'attenzione – suicida – di riguardo. C'è un governo a guida postfascista, il più a destra dell'Italia del dopoguerra.

Eppure il nulla. Tutto prosegue nella più grigia delle routine. Le burocrazie di CGIL e UIL fanno uno sciopericchio pro forma in ordine sparso senza una sola rivendicazione riconoscibile (16 dicembre). I sindacati di base fanno la propria azione di sciopero rituale di calendario (2 dicembre) per coprire il proprio spazio. Le sinistre politiche riformiste benedicono passivamente gli uni e gli altri, senza lo straccio di una proposta. Tutto, insomma, resta com'era. Lo stesso livello di partecipazione a questi scioperi simbolici misura la loro bassa credibilità presso la classe dei salariati.

C'è bisogno invece di uscire dalla routine. Di lavorare realmente a una mobilitazione vera capace di motivare milioni di salariati. Di far emergere una piattaforma di rivendicazioni unificanti in cui la classe operaia si possa riconoscere, a partire dalla richiesta di forti aumenti salariali di almeno trecento euro netti e di una scala mobile dei salari. Di convocare un'assemblea nazionale di delegati intercategoriale che possa aprire una vertenza generale, decidere la piattaforma della lotta, promuovere una mobilitazione che la supporti. Sono le parole d'ordine che il nostro partito sta portando in ogni sede, in ogni sindacato di classe, in ogni assemblea di lavoratori.

Si guardi a ciò che accade altrove. In Gran Bretagna è in corso la più grande ondata di scioperi per forti aumenti salariali dai tempi di Margaret Thatcher. In Francia si è aperto uno scontro sociale centrale contro l'innalzamento dell'età pensionabile a 64 anni con una dinamica di scioperi che sta investendo l'intero paese. E in Italia? Forse il governo a guida postfascista merita un trattamento migliore di quello riservato a Sunak e a Macron?
È l'ora di una svolta. Tutte le avanguardie di classe, ovunque collocate sindacalmente, debbono unire la propria azione in questa direzione. Per portare nelle grandi masse del lavoro salariato il vento che si è levato in Europa. Finalmente.

Partito Comunista dei Lavoratori

PER UNO SCIOPERO DELLA SCUOLA PROLUNGATO E DI MASSA!

 


Testo del volantino sullo sciopero della scuola del 30 maggio 2022

DL 36/2022: ennesimo attacco alla scuola, alle lavoratrici e ai lavoratori. NO AI TAGLI! Per la scuola di "Alta formazione" taglieranno più di 9600 cattedre all'organico di diritto, aumentando il sovraffollamento delle classi. Taglieranno la spesa

UN ILLUSORIO AUMENTO DEI SALARI. Gli aumenti del salario dei docenti, dai 50 ai 70 euro, servono per distrarre e dare un misero contentino rispetto al taglio della spesa pubblica e delle quasi 10000 cattedre.



LO SCIOPERO DEL 30 MAGGIO: PUNTO DI ARRIVO O DI PARTENZA? Anche se tardivo, è positivo lo sciopero proclamato dalle organizzazioni maggioritarie tra i lavoratori e le lavoratrici della scuola (FLC CGIL, CISL Scuola, UIL Scuola, Gilda, Anief e SNALS). Contro ogni logica corporativistica, deve favorire l’unità delle vertenze dei lavoratori, per impedire le logiche di frammentazione che i governi portano avanti da decenni, in un'ottica di progressiva privatizzazione. Tuttavia, non condividiamo e denunciamo la scelta di una manifestazione unica a Roma, che impedisce la partecipazione diretta sui territori.



LA DIVISIONE DELLA CATEGORIA DOCENTI, CONCORSI SU CONCORSI. In piena pandemia il concorso straordinario per i docenti con tre anni di servizio, su basi nozionistiche che tutto premiano fuorché l'esperienza, ha promosso soltanto il 40% dei partecipanti, così come l'ultimo concorso ordinario e l'ultimo STEM, con una bassissima percentuale di promossi, dimostrano che proprio il mantenimento di un largo bacino di precariato è l’arma perfetta per dividere le lavoratrici e i lavoratori della scuola. L'unica soluzione per uscire dal precariato è l'unità delle vertenze e una reale battaglia per la stabilizzazione basata sul servizio.



COME PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI PROPONIAMO:



· Un reale aumento salariale di 350€ netti.

· La stabilizzazione di tutti gli insegnanti precari.

· Un grande piano di lavori pubblici per la scuola, per risanare i 2400 siti scolastici in cui è stata riscontrata presenza di amianto e tutte le strutture non in regola con i criteri antisismici

· No al blocco per i neoassunti.

· Internalizzare tutti gli educatori, il personale scolastico e dei servizi.

· No ad ogni proposta di autonomia differenziata.



Con queste rivendicazioni il Partito Comunista dei Lavoratori interviene nella mobilitazione della scuola, per uno sciopero generale vero, unitario, prolungato e di massa.



Consapevoli che solo una mobilitazione generale di tutti i settori del lavoro - pubblico e privato - e degli studenti, possa mandare a casa questo governo, perché solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà soddisfare gli interessi della classe lavoratrice e delle masse popolari!

Partito Comunista dei Lavoratori

Un altro studente ucciso dall'alternanza scuola-lavoro

 


Lottiamo contro la scuola al servizio del capitalismo e contro le leggi di precarizzazione. Per una mobilitazione studentesca nazionale

Giuseppe Lenoci aveva 16 anni, e come Lorenzo Parelli è morto da studente durante il percorso di alternanza scuola-lavoro.

Già le sentiamo e le vediamo: le lacrime da coccodrillo di tutta la stampa, istituzioni borghesi, e partiti padronali, gli appelli del Ministro Bianchi alla costruzione dei “tavoli tecnici per la maggiore sicurezza in formazione”, le mille parole di lutto per i prossimi tre giorni, le promesse che “mai più” si ripeterà un fatto tanto grave... L’ipocrisia elevata al quadrato di un sistema criminale e fallito, e che tuttavia è capace di strappare la vita a giovani, studenti e lavoratori. Ogni giorno.

Giuseppe e Lorenzo sono stati ammazzati, come vengono ammazzati ogni giorno lavoratrici e lavoratori nei posti di lavoro: dallo sfruttamento, dagli orari folli, dalla mancanza di condizioni di sicurezza, dalla mancanza di tutele e diritti. Giuseppe e Lorenzo non sono morti per una tragica fatalità, ma dalla subordinazione della scuola alla logica dell’impresa e del profitto. Una logica che va ribaltata, se non vogliamo più piangere i nostri morti.

Ma al di là della retorica nauseabonda e dei piagnistei di istituzioni, partiti borghesi e media, la migliore risposta a ciò che è accaduto la stanno già dando studentesse e studenti nelle piazze, nelle scuole, nelle mobilitazioni. Come è stato nelle scorse settimane, nonostante la vergognosa repressione della polizia, e come sarà il 18 febbraio con la manifestazione nazionale a Roma.

Occorre che le organizzazioni del movimento operaio scendano in piazza con gli studenti a sostegno delle loro richieste.

Via l'attuale alternanza scuola lavoro! Via le leggi di precarizzazione del lavoro, sostenute da tutti i governi, che hanno rovinato la vita di una generazione! Il capitalismo è sfruttamento e morte.

Solo un'alternativa anticapitalista, solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può liberare il futuro.

L'unità di lotta tra studenti e operai è la via per imporlo. Le mobilitazioni del 18 febbraio devono avviare una svolta.

Partito Comunista dei Lavoratori

La nuova emergenza sanitaria e le mezze misure del governo

 


La società borghese, vera alleata della pandemia

10 Gennaio 2022

Senza eliminare il parassitismo del capitale non è possibile eliminare la pandemia

Abbiamo ampiamente analizzato in questi due anni la parabola della pandemia mondiale, le responsabilità del capitale nel suo innesco, nella sua propagazione, nell'incapacità di contrastarla con mezzi proporzionali alla sua gravità. Parallelamente ci siamo assunti la responsabilità di combattere apertamente le ideologie dei no vax e no green pass, in tutte le loro diverse declinazioni, da un punto di vista classista. La nuova moltiplicazione del contagio Omicron e le ultime misure varate dal governo confermano le nostre posizioni su entrambi i versanti.

Partiamo dal principio di realtà.

Le varianti si moltiplicano perché il tasso di vaccinazione sul piano mondiale è spaventosamente diseguale. È vero, i paesi poveri non sono sempre e necessariamente quelli più colpiti dal contagio e dalla sua letalità, nonostante il loro tasso di vaccinazione sia molto basso, talora inesistente. Incidono infatti anche il fattore demografico e climatico, come la possibile barriera di altre vaccinazioni pregresse. È in parte il caso dell'Africa, ad esempio. Tuttavia è nei paesi a bassa o inesistente vaccinazione che il virus circola liberamente senza incontrare ostacoli, moltiplicando per questa via le proprie mutazioni. L'India e il Sudafrica, non a caso, sono stati la culla di Delta e di Omicron. L'indifferenza no vax per la vaccinazione mondiale “perché tanto il vaccino non serve, come dimostra l'Africa” è dunque al tempo stesso cinica e stupida. Non solo perché nei paesi poveri ci si contagia e si muore eccome, spesso in misura inversamente proporzionale al tasso di vaccinazione (come ha dimostrato l'esperienza di buona parte dell'America Latina o quella dell'Est Europa), spesso con numeri sottostimati, perché mancano sistemi sanitari e di rilevazione. Ma anche perché in ogni caso la loro bassa vaccinazione è un fattore di moltiplicazione delle varianti, con un inevitabile impatto mondiale anche all'interno delle metropoli imperialiste. L'angolo di sguardo sovranista in materia sanitaria è dunque non solo reazionario ma orbo. Non solo assolve il proprio imperialismo ma è anche nemico della propria salute.

L'impatto di Omicron non si misura in base alla pericolosità individuale ma alla sua ricaduta sanitaria generale. Se anche Omicron è meno pericoloso per l'individuo (perché colpisce più i bronchi che i polmoni), il suo tasso di contagiosità è talmente più elevato rispetto a Delta che la risultante in termini assoluti in fatto di ricoveri e decessi può essere superiore. Soprattutto se la crescita del contagio mantiene l'attuale dinamica esponenziale.
La crescita di ricoveri e terapie intensive negli ospedali diventa infatti non solo un fattore di crescita dei decessi per Covid, ma un fattore di riduzione verticale degli altri trattamenti sanitari, anche gravi (cancro, ictus, infarto...), che possono colpire ogni fascia di età.
L'idea per cui Omicron è meno pericoloso “per me” quindi chissenefrega del vaccino è dunque demenziale anche... “per me”, oltre ad essere odiosa verso il resto della società. Nella stessa categoria rientra l'argomento secondo cui “il Covid minaccia i non vaccinati, se la vedano loro”. Che il Covid minacci soprattutto i non vaccinati non ci piove. Basta vedere il tasso dei non vaccinati su ricoveri, terapie intensive e decessi, in rapporto alla loro percentuale complessiva nella popolazione. Solo la stupidità accecata dal pregiudizio o dall'ignoranza può non cogliere questa assoluta evidenza. E tuttavia l'argomento di Marco Travaglio secondo cui il suicidio è una scelta democratica e chissenefrega è anch'esso cieco. L'aumento dei ricoveri e delle terapie intensive, fosse pure dei non vaccinati, colpisce infatti milioni di vaccinati che non possono accedere a un pronto soccorso intasato, trovare un letto in ospedale, ottenere una visita oncologica... Ancora una volta il piccolo-borghese, anche di salsa giustizialista, rimuove con l'interesse sociale anche il proprio interesse. Il “suicidio” del non vaccinato riguarda anche lui, a dispetto del suo cinismo.

È vero invece che se sono i non vaccinati, in larghissima misura, a occupare gli ospedali, e lo sono, la massima estensione della vaccinazione di massa è una necessità e un'urgenza sociale.
Questa evidenza logica è contestata a volte da una argomentazione che vorrebbe apparire “di sinistra”. Non parliamo ovviamente dell'argomento ridicolo “siete servi delle multinazionali del farmaco”. Perché sino al loro auspicabile esproprio – che siamo i soli a rivendicare, peraltro – i farmaci sono tutti prodotti da loro (più precisamente dai loro operai). Così come i cappotti sono prodotti dall'industria tessile, senza che nessuna persona che li indossa in pieno inverno possa essere accusato per questo di servilismo verso i capitalisti.
Ci riferiamo invece ad un altro argomento, apparentemente più serio: “Invece di fissarvi sulla vaccinazione, occupatevi dello sfascio della sanità, dei tagli cui è stata sottoposta, della mancanza di personale, o del fatto che i tamponi sono oggetto di speculazione, ecc. ecc.”. È un'argomentazione illogica. Noi ci siamo occupati pressoché tutti i giorni della denuncia dello sfascio della sanità pubblica. Anche quando a tagliarla erano i governi di centrosinistra col sostegno della sinistra cosiddetta radicale, tra cui anche qualche nostro critico. Ma perché mettere in concorrenza tra loro, o addirittura in contrapposizione, due esigenze del tutto complementari? L'argomentazione semmai va esattamente capovolta. Proprio la necessità e l'urgenza della massima estensione della vaccinazione di massa mette a nudo lo sfascio della sanità pubblica, la sua incapacità di affrontarla con le risorse e i tempi dovuti, l'ipocrisia del governo Draghi (e non solo). In altri termini, proprio la campagna per un serio obbligo vaccinale consente di attaccare la gestione capitalistica della pandemia. Lo dimostra la cronaca degli ultimi giorni.

Il Consiglio dei Ministri giorni fa ha varato l'obbligo vaccinale per gli over cinquanta con la multa di 100 euro per gli inadempienti, contestualmente alla riapertura delle scuole di oggi 10 gennaio, e prima alla riduzione delle quarantene. Tutta l'ipocrisia del governo si specchia nel complesso di queste misure.

Innanzitutto: perché l'obbligo solo per gli over 50? Non abbiamo alcuna riserva sull'obbligo vaccinale. Un anno fa lo rivendicammo per gli operatori della sanità (in pieno accordo con la posizione pubblica di Gino Strada) e per il personale della scuola. Di fronte al salto obiettivo della variante Omicron l'abbiamo rivendicato ora per tutta la popolazione. E troviamo davvero singolare che un vasto ambiente a sinistra che per un anno ha contestato il green pass con l'argomento “vogliamo l'obbligo, abbiate il coraggio dell'obbligo, ecc.” ora davanti all'introduzione dell'obbligo gridi alla violazione della libertà, come se oltretutto non vi fossero già vaccini obbligatori, con tanto di sanzioni. È il caso dunque di dire che l'ipocrisia è ben distribuita anche negli ambienti meno sospetti.
Semmai il punto è opposto: perché l'obbligo solo per gli over 50? È vero che gli over 50 non vaccinati sono i più esposti al rischio ricovero, ma il rischio non è solo loro. I ricoveri dei giovani aumentano, anche quelli pediatrici. Proprio tra i giovani e i giovanissimi si concentra una parte importante di non vaccinati, che restano un problema serio anche per chi non si può vaccinare. L'obbligo vaccinale va dunque esteso all'insieme della popolazione nell'interesse della salute di tutti. Non solo ai 2,2 milioni di non vaccinati over 50, ma anche agli altri quattro milioni che sinora hanno scelto di non vaccinarsi.

L'incentivo alla vaccinazione dev'essere reale. La multa una tantum di 100 euro per gli over 50 che non si vaccinano (ingiusta perché eguale per tutti indipendentemente dal reddito) è ridicola. Tanto più per persone che hanno speso ben di più per i tamponi. Il governo ha accolto semplicemente una proposta-farsa di Salvini per ottenere il suo via libera al decreto. Ma l'obiettivo di Salvini non è spingere alla vaccinazione bensì prendere i voti dei non vaccinati. I 100 euro sono dunque la monetizzazione della rinuncia a un obbligo vaccinale serio, che richiede multe proporzionali al reddito e il lockdown per i non vaccinati. Un lockdown necessario perché non solo spingerebbe realmente alla vaccinazione ma ridurrebbe la circolazione e dunque la diffusione del contagio. Il borghese piccolo piccolo protesterà per la (sua) “libertà violata”, l'operaio che vuole la protezione vaccinale per la società e innanzitutto per la propria classe saluterebbe questa misura come efficace e seria. Con buona pace di Salvini e Meloni.

Ma c'è di più. L'obbligo vaccinale del governo, già insufficiente perché limitato a una sola fascia di età, rischia di risolversi in una misura di carta. L'enorme ritardo sulla terza dose lo dimostra. Oggi infatti il problema non è solo la quota del 10% di non vaccinati, che indubbiamente è centrale. È anche quello del 42% di bivaccinati che è in coda chilometrica, a volte da mesi, per fare la terza dose, che è realmente risolutiva contro il rischio della patologia grave. Si tratta di un ritardo inaccettabile e non casuale.
La ragione vera è che sono stati tagliati un terzo degli hub vaccinali l'estate scorsa nella previsione irresponsabile di un'estinzione della pandemia. Le ragioni di cassa hanno prevalso sulla salute pubblica. Sono le stesse ragioni di cassa che nei due anni della pandemia hanno evitato assunzioni nel personale sanitario se non nella forma del lavoro interinale usa e getta. Per cui oggi semplicemente mancano i vaccinatori. Come mancano più in generale almeno 10.000 medici e 20.000 infermieri, secondo stime molto prudenziali.
La Legge di Bilancio appena approvata ha addirittura mantenuto, in piena pandemia, il tetto di spesa per le assunzioni! L'effetto domino è drammatico. La medicina territoriale (servizi territoriali e domiciliari) resta vacante. I tracciatori sono stati ridotti di 4.000 unità. I pronto soccorso ritornano ad essere il collo d'imbuto di mille richieste di assistenza e di aiuto, con le inevitabili code delle autoambulanze, e oltretutto luogo di contagio. Il poco personale sanitario, di nuovo colpito dal contagio, anche se protetto dalla vaccinazione, si carica sulle spalle turni di lavoro massacranti, sotto una pressione emotiva logorante.

La verità è che sono passati due anni, ma in sanità è tutto come prima, con l'eccezione del vaccino. Oggi la stessa malasanità riesce a minare alla radice persino il programma di vaccinazione del governo. Se quasi la metà dei bivaccinati fatica a ottenere la sospirata terza dose, per la mancanza di personale e strutture, immaginiamo cosa significa aggiungere anche solo il carico – insufficiente – di 2.200.000 prime vaccinazioni.

Non è tutto. La riapertura delle scuole, di fronte all'escalation della pandemia, è irresponsabile. Tanto più a fronte dell'attuale condizione della scuola. Come in sanità, anche nella scuola tutto è rimasto nella sostanza come due anni fa. Peggio. Sono state dismesse o ridimensionate persino le poche misure emergenziali abbozzate. Il distanziamento è diventato facoltativo. Classi con ventisette alunni sono considerate “non affollate”. Non un'aula in più è stata predisposta, oltre quelle improvvisate nell'estate del 2020. Il personale aggiuntivo è stato tagliato. Gli istituti faticano a trovare persino i supplenti dei docenti sospesi in quanto non vaccinati, ai quali ora si aggiungeranno inevitabilmente i nuovi contagiati Omicron. Lo screening promesso dal generale Figliuolo è inesistente. Le ASL non sono in grado di dare risposte in tempi accettabili già fin da fine novembre, prima dell'esplosione Omicron, figuriamoci adesso.
Quanto alle mascherine FFP2 sono (forse) in arrivo solo per “docenti a contatto con studenti” che per qualche ragione sono esentati dal portarla. Il resto è affidato alla cosiddetta autosorveglianza, la nuova formula geniale del governo per coprire l'assenza di misure certe ed esigibili.
Insomma, un disastro. In realtà in queste condizioni la cosiddetta “apertura delle scuole in sicurezza” di cui parla il ministro Bianchi è solo una penosa battuta propagandistica. Nei fatti la riapertura della scuola rischia di essere, nelle attuali condizioni, da un lato ingestibile e dall'altro un nuovo volano del contagio.

Occorre allora una misura opposta. La riapertura della scuola va rinviata di almeno venti giorni. Una misura di lockdown che va aggiunta al necessario lockdown per i non vaccinati, anche al fine di dare un colpo al ritmo attuale di propagazione del contagio. Misure di lockdown che vanno accompagnate dal “congedo DAD” retribuito al 100% per almeno uno dei due genitori. Nei venti giorni occorre predisporre tutte le misure di emergenza necessarie. Innanzitutto organizzare lo screening, andare avanti nella vaccinazione degli studenti, reperire mascherine gratuite FFP2 per tutti, insegnanti, personale ATA, studenti... Mascherine FFP2 che debbono anche essere disponibili gratuitamente per tutti i lavoratori e le lavoratrici a carico dei propri datori di lavoro.

Più in generale, va stroncata la speculazione affaristica che sta prosperando nella pandemia. I tamponi debbono essere gratuiti. La loro produzione va incrementata e posta sotto controllo pubblico. Va fatta un'assunzione immediata di personale, a tempo indeterminato, per provvedere all'esecuzione pratica dei test, al lavoro di laboratorio e delle ASL. Le scuole debbono essere anche hub vaccinali. Va assunta a tempo indeterminato una nuova leva di personale sanitario da impiegare nella vaccinazione, nei pronto soccorso, nella medicina territoriale, nell'assistenza domiciliare...

Ma anche solo per predisporre queste misure di emergenza è necessario imporre una patrimoniale sulle grandi ricchezze, cancellare il debito pubblico verso le banche, abbattere le spese militari. In altri termini, mettere in discussione il funzionamento complessivo della società e la logica capitalista.
Il caos che imperversa ad ogni livello nella gestione della pandemia dipende in ultima analisi dal fatto che siamo sotto la dittatura del profitto. I governi borghesi affrontano la pandemia solo entro i limiti angusti compatibili con la ripresa capitalista, una ripresa ingrassata con risorse pubbliche gigantesche riversate nel portafoglio dei capitalisti, e sottratte alla sanità, all'istruzione, ai servizi.
Per capire la mostruosità dell'attuale organizzazione dell'economia internazionale è sufficiente un dato: nei due anni tragici della pandemia, che viaggia ormai verso i sei milioni di morti (per parlare solo di quelli registrati), le Borse mondiali hanno celebrato il record del dopoguerra. Migliaia di miliardi pompati dalle banche centrali e dai bilanci statali si sono riversati nell'acquisto delle azioni, che hanno visto così lievitare i propri valori e i relativi dividendi a livelli mai visti.

La catastrofe dell'umanità da un lato, il più grande successo del capitale finanziario dall'altro. Senza liquidare il parassitismo del capitale non è possibile venire a capo di nulla, men che meno della pandemia. Per questo la migliore terapia contro il Covid è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dallo sciopero della scuola a uno sciopero generale prolungato e di massa

 


Gli ultimi anni sono stati all'insegna del dubbio e dell'incertezza per le centinaia di migliaia di insegnanti e ATA, precari e di ruolo.


La scuola, i suoi lavoratori e lavoratrici e i suoi studenti hanno vissuto un periodo di estrema difficoltà a causa della perenne carenza di interventi per aumentare il salario del personale (docente e ATA) e gli organici di ruolo, con un reale piano di stabilizzazioni basato sulla valorizzazione del servizio, e della mancanza di un reale piano per la messa in sicurezza delle strutture scolastiche. La situazione generatasi con la pandemia di COVID-19 ha amplificato a dismisura queste problematiche, acuite da ministri sordi ad ogni istanza, come la pentastellata Azzolina e la sua retorica del merito e della selezione dei docenti, che ha portato ad un concorso straordinario che non ha fatto che umiliare i partecipanti, docenti con anni e anni di servizio.


LO SCIOPERO DEL 10 DICEMBRE E LE SUE PROSPETTIVE

Dinnanzi alla ostilità verso i lavoratori della scuola manifestata più volte dal ministro Bianchi, non può che essere positiva, seppur estremamente tardiva, la giornata di sciopero proclamata dalle organizzazioni maggioritarie tra i lavoratori e le lavoratrici della scuola (FLC CGIL, UIL Scuola, Gilda, Anief e SNALS) insieme ad alcune realtà del sindacalismo di base, come i Cobas scuola e la Cub Sur. Una mobilitazione che deve, contro ogni logica corporativistica, favorire l’unità delle vertenze dei lavoratori, impedendo così le logiche di divisione che i governi portano avanti da decenni, in un'ottica di progressiva privatizzazione. L'autonomia scolastica e i primi esperimenti di autonomia differenziata in regioni a statuto speciale come il Trentino-Alto Adige ne sono l'esempio lampante. Alle 18 ore settimanali si sono aggiunte 2 ore in più da prestare eventualmente per supplenze. Inoltre, tutti i docenti altoatesini devono prestare ben 220 ore annue come attività funzionali all'insegnamento, il tutto in cambio di un aumento lordo di poche centinaia di euro.


CONCORSI O MACELLERIA SOCIALE?

Il concorso straordinario svolto in piena pandemia per i docenti con tre anni di servizio è stato magnificato come un grande rimedio al precariato. Peccato che sia stato un concorso per soli 32.000 posti, nonostante le cattedre vacanti nella scuola secondaria di primo e secondo grado siano ben 123.000. Nella valutazione degli elaborati hanno contato più le soggettività dei commissari che gli anni di servizio, umiliando così il lavoro di decine di migliaia di insegnanti. Il fatto che sia stato promosso soltanto il 40% dei partecipanti, lasciando oltre 10.000 cattedre vacanti di quelle messe a concorso, conferma la volontà divisiva di questo concorso e dei dicasteri Bussetti, Fioramonti, Azzolina e Bianchi. I concorsi STEM non hanno che confermato questo indirizzo politico.


LE PROPOSTE DEL PCL.

Come Partito Comunista dei Lavoratori, per combattere il precariato e contrastare il palese progetto di progressiva privatizzazione della scuola, portato avanti tenacemente dai governi di centrodestra e centrosinistra che si sono succeduti in questi anni, proponiamo:

- Un reale aumento salariale di 350€ netti, per portare gli stipendi di docenti e ATA in linea con la media europea.

- la stabilizzazione di tutti gli insegnanti precari: siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione.

- Un grande piano di lavori pubblici per la scuola: è urgente provvedere al risanamento degli oltre 2400 siti scolastici nei quali è stata accertata la presenza di amianto, e alla messa in sicurezza di tutte le scuole i cui plessi non sono a norma di criteri antisismici.

- No al blocco per i neoassunti, sia esso quinquennale che triennale: ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare vicino alla propria famiglia.

- Internalizzare tutti gli educatori, il personale scolastico e dei servizi: il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con bassi salari. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.

- No ad ogni proposta di autonomia differenziata.

- Una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco. Solo così si potranno colmare decenni di miliardi di euro di tagli, anche all'istruzione.

- Cancellazione delle leggi di precarizzazione del lavoro e di tutte le esternalizzazioni, e regolarizzazione dei lavoratori precari. A pari lavoro pari diritti.

- Eliminazione di tutti gli abusi e delle discriminazioni di genere nei luoghi di lavoro.

- Il lavoro che c'è va ripartito fra tutti, attraverso una drastica riduzione dell'orario di lavoro a parità di paga: 30 ore pagate 40.

- Introduzione di un salario minimo intercategoriale di 1.500 euro; salario garantito in caso di disoccupazione o inoccupazione.

- Abolizione della legge Fornero. Diritto di lavoro a 60 anni o dopo 35 anni di lavoro.

- Tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro sotto il controllo di chi lavora. Massima sicurezza nelle scuole con l’aumento e perfezionamento delle misure anti-Covid. Raddoppio dell'investimento nella sanità pubblica, con l'esproprio di quella privata, e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato nel servizio sanitario nazionale: per ricostruire la medicina territoriale, fare una seria azione di tracciamento, moltiplicare le sedi di vaccinazione.

- Coordinamento nazionale e costruzione di una assemblea nazionale di delegati/e per decidere il percorso di lotta e unificare tutte le vertenze e le lotte frammentate!

- Costituzione di casse di resistenza per sostenere le lotte!

Con queste rivendicazioni il Partito Comunista dei Lavoratori interviene nella mobilitazione della scuola e dà il suo contributo affinché il 10 dicembre sia una giornata nazionale di lotta, che costituisca un punto di partenza. Indicando la necessità di attraversare la giornata di sciopero generale del 16 dicembre indetto dalla CGIL e dalla UIL con la rivendicazione di uno sciopero generale vero, unitario, prolungato e di massa.

Consapevoli che solo una mobilitazione generale che unifichi tutti i settori del lavoro - pubblico e privato - e degli studenti, possa mandare a casa questo governo nemico di chi lavora.

Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà soddisfare gli interessi della classe lavoratrice e delle masse popolari!

Partito Comunista dei Lavoratori