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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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No allo sgombero del Leoncavallo!

 


21 Agosto 2025

Al fianco degli spazi occupati, contro palazzinari e speculazione immobiliare

Nella mattinata di oggi più di 130 carabinieri hanno sgomberato, dalla storica sede di via Watteau dove si trovava da 31 anni, il centro sociale Leoncavallo, luogo storico del movimento milanese, nato proprio cinquant’anni fa nell’omonima via.

Le dichiarazioni trionfalistiche del ministro Piantedosi inseriscono quello del Leonkavallo nell’ambito dei quattromila sgomberi attuati dalle forze dell’ordine durante il governo Meloni, e invocano la tolleranza zero verso le occupazioni, sociali e abitative.
Lo sgombero in pieno agosto del Leoncavallo si pone in decisa coerenza con il Decreto Legge sulla Sicurezza 2025 (D.L. 48/2025), convertito in legge il 9 giugno 2025. Un decreto che penalizza ulteriormente le occupazioni abitative e sociali, oltre che le lotte dei lavoratori e dei militanti ambientalisti.

E non possiamo dimenticare l’odissea giudiziaria dei militanti palestinesi in Italia Anan Yaeesh, Ali Irar e Mansour Doghmosh, in carcere dal marzo 2024 con l’accusa di terrorismo, come anche la carcerazione di Tarek, arrestato durante la manifestazione dello scorso 5 ottobre a Roma per la Palestina.

Contro ogni repressione, per un fronte unico di classe: è questa la parola d’ordine con la quale il PCL ed i suoi militanti esprimono la loro solidarietà, attiva e militante, allo sgombero del Leoncavallo e ad ogni repressione delle avanguardie.

Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalisti a Milano. Il dito e la luna


 Lo “scandalo” di Milano, al pari a suo tempo dello scandalo Toti, è tutt'altro che un caso giudiziario: è l'ennesima cartina di tornasole dell'amministrazione corrente delle città e delle sue regole del gioco nell'ordinaria democrazia borghese. Il vero scandalo sta nella normalità che rivela.


Negli ultimi dieci anni, a partire da Expo, Milano ha visto investimenti immobiliari per 35 miliardi. Tanti quanti Piemonte e Toscana tra loro sommate. Il 10% delle volumetrie di tutta Italia. Nel 2015 fu il colosso americano Blackstone a dare il via, comprando l'ex Palazzo delle Poste di Piazza Cordusio. Da lì un effetto domino incontenibile. Una valanga di investimenti in sontuosi grattacieli, ristrutturazioni di edifici bancari, progetti per hotel e club privati per clientela di alto bordo, con incassi faraonici per i grandi gruppi immobiliari coinvolti. Solo un fatto giudiziario, e solo Milano? No, occorre guardare la luna, non solo il dito.

Il dito della magistratura borghese ha indicato la commistione di interessi privati e pubblica amministrazione milanese: una Commissione Paesaggio guidata da fiduciari dei gruppi immobiliari e dei loro architetti incaricati (Marinoni, Scandurra); un assessore all'urbanistica che gestiva le pratiche della Commissione Paesaggio (Tancredi), sottratte per questa via al consiglio comunale; un sindaco Sala – già amministratore di una delle maggiori imprese milanesi, già city manager della giunta di centrodestra di Letizia Moratti, poi scelto da Renzi per il centrosinistra milanese nel 2016 – che metteva il timbro e la faccia su (quasi) ogni pratica che l'assessore all'Urbanistica e la Commissione Paesaggio (da lui nominati) gli passavano. Il tutto, a quanto pare, per ciò che riguarda assessore e Commissione, lubrificato dalla donazione di sontuose consulenze (complessivamente milioni di euro) offerte dai gruppi immobiliari beneficiati: la nuova veste delle vecchie mazzette note alle cronache di Tangentopoli, 1992.

Ma sotto la superficie della vicenda giudiziaria stanno i fondamenti strutturali della vicenda. Che vanno ben al di là del caso Milano.
La rendita immobiliare è divenuta dopo la grande crisi del 2008 un investimento di prim'ordine del capitale in ogni parte del mondo, una misura del suo parassitismo. Non è un caso se le stesse fortune di Trump nascono in questo ambiente. Le grandi metropoli sono il luogo prescelto dell'investimento immobiliare. Tutte le grandi amministrazioni metropolitane, indipendentemente dalla loro latitudine e colore politico, si contendono l'una contro l'altra gli investimenti dei grandi gruppi.

Due sono i terreni, tra loro intrecciati, su cui avviene una concorrenza spietata.
Il primo è la velocità delle decisioni: ciò che implica scavallare le formalità dei dibattiti istituzionali, del confronto pubblico, a maggior ragione delle opinioni delle popolazioni. Fare in fretta è la prima necessità. Matteo Renzi, già sindaco di Firenze e sicuro esperto della materia, è esplicito nel sostenere le ragioni della giunta Sala: «Nei processi di trasformazione delle metropoli la velocità è un fattore chiave per attrarre gli investimenti necessari ed essere competitivi con le altre città. Per chi mette i capitali c'è la necessità di avere strumenti rapidi...» (Corriere della Sera, 18 luglio). E se gli interessi di «chi mette i capitali» sono la bussola di riferimento, la questione è chiusa.
Peraltro i sindaci-podestà della Seconda Repubblica, voluti da centrosinistra e centrodestra, sono figure ideali per “velocizzare”, dati i poteri di cui dispongono.

In secondo luogo, gioca un ruolo la corsa al ribasso degli oneri di urbanizzazione: ciò che gli investitori pagano all'amministrazione pubblica in cambio delle licenze di costruzione. La gara tra amministrazioni sta nel ridurre sempre più gli oneri di urbanizzazione, pur di soffiare i capitali ai concorrenti. Una forma di ulteriore riduzione delle tasse sul capitale. Il risultato è massimizzare i profitti per gli immobiliaristi riducendo le capacità di spesa delle amministrazioni in fatto di servizi sociali.
Il “caso” Milano è una sintesi perfetta di queste dinamiche generali.

Il risvolto sociale della faccenda è sotto gli occhi di tutti. A Milano si paga sino a 2000 euro per un affitto. Cinquemila al metro quadro per una casa, e non in centro, ma in periferia. Se trovi lavoro a Milano devi andare a vivere fuori, a volte addirittura fuori regione. Per duecentomila studenti universitari, il 50% fuori sede, sono disponibili novemila alloggi: il nulla. Centinaia di migliaia di milanesi nel tempo sono stati espulsi di fatto dalla propria città, per loro di fatto invivibile. Senza parlare degli effetti ambientali dell'ondata di cemento che ha soffocato la metropoli.

In questo quadro generale, la corruzione è solo la patologia incancellabile della dittatura del profitto. Una società per i ricchi costruita sull'oppressione dei poveri, una società in cui comandano i capitalisti e pagano i salariati, contabilizza vecchie e nuove mazzette come normale voce di bilancio. Nella Seconda Repubblica come nella Prima.
Non a caso il vecchio Engels, già nel secondo '800, indicava nella corruzione una forma organica di vita della democrazia capitalista, assieme ai rapporti fra governo e Borsa (L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato). Da questo punto di vista possiamo dire che nulla è cambiato, se non il volume enormemente accresciuto sia degli affari che delle mazzette.

Quanto alle inchieste giudiziarie, faranno il loro corso come quelle di trent'anni fa, peraltro allora ben più estese di oggi. Ma come allora, la soluzione non è e non sarà la magistratura borghese. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi la società su basi nuove, potrà realizzare una svolta vera. Anche in fatto di etica pubblica.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la repressione, per la lotta di classe

 


Le provocazioni poliziesche contro i manifestanti per la Palestina

13 Aprile 2025

Il 12 aprile si è tenuta a Milano una manifestazione nazionale contro il genocidio in Palestina e contro la guerra. Il corteo, sin da subito, si è dimostrato estremamente partecipato e completamente pacifico.

In questo clima, si è verificata un’ingiustificata carica da parte della polizia nei pressi di Piazza Baiamonti. Una carica a freddo, una pura dimostrazione di forza, mascherata dalla necessità di “fermare dei vandali”. In realtà, i compagni e le compagne fermati sono stati scelti casualmente, indicati nella folla senza alcuna reale motivazione, e portati in questura. Il vero obiettivo era chiaro: intimidire il corteo e ostentare la forza dello Stato.

Non è un caso che la polizia si sia permessa un uso tanto indiscriminato della violenza. È il primo segnale della trasformazione dell’Italia in uno Stato di polizia, portata avanti dal governo Meloni. Né è un caso che tutto ciò sia accaduto poco dopo l’entrata in vigore dei nuovi decreti sicurezza, imposti attraverso l’antidemocratico strumento del decreto legge.

Il governo ha voluto testare la propria forza contro i manifestanti, convinto di spezzare facilmente la resistenza. E invece ha trovato una piazza coesa, determinata, che ha resistito fino all’ultimo, senza paura, respingendo le manovre violente del nemico di classe e portando il corteo fino all’Arco della Pace.

Come Partito Comunista dei Lavoratori condanniamo apertamente le manovre repressive del governo. Esprimiamo la nostra completa solidarietà ai compagni e alle compagne denunciati, e dichiariamo che continueremo a lottare, nonostante la repressione e la violenza dei padroni.

Ai manganelli si risponde con il partito. Alla violenza dello Stato si risponde con la lotta di classe. Ai padroni si risponde con la rivoluzione.

Partito Comunista dei Lavoratori

Patto UE su immigrazione e asilo: una coltre di putrida ipocrisia blinda l'Europa contro i migranti


 Nausea. Non ci sono altre parole. Il Patto su Migrazione e Asilo dell’UE stimola solo questa sensazione. Oltre 2500 sono stati i migranti morti affogati nelle acque del Mediterraneo. Bisognerebbe forse dire meglio: uccisi.


Uccisi dall’incapacità di accoglienza da parte di una UE che per altro, lo vediamo bene in questi giorni nel conflitto mediorientale e altrettanto nel continente africano, è pienamente implicata e corresponsabile dello stato di guerra e fame che attanaglia le enormi masse popolari dalle cui file partono masse di diseredati nella speranza di un qualche futuro per la propria vita e per i propri cari.
Da questo punto di vista la differenza tra richiedente asilo, profugo e migrante economico non ha alcuna importanza se non a giustificare politiche repressive sobillate dall’estrema destra.

La stampa borghese definisce il Patto un accettabile compromesso. Per gli interessi imperialisti dei paesi UE è certamente così. Dal punto di vista dei migranti, in massima parte rappresentati da proletari e classi popolari, la realtà è ben diversa.

Questo Patto legittima la chiusura delle frontiere europee al flusso dei migranti (Frontex), con il corollario di terribili tragedie, come quella del 3 ottobre del 2013 sulle coste di Lampedusa in cui morirono 368 persone, o quella più recente sulla spiaggia di Cutro in cui hanno perso la vita oltre 100 migranti.

Riduce la possibilità umanitaria di soccorso in mare, mettendo in preventivo altre migliaia di morti, mentre la UE d’altra parte sostiene le azioni dei suoi Stati membri impegnati in politiche giudiziarie repressive nei confronti di chi presta soccorso e sostegno umanitario (vedi il caso Lucano in Italia).

Limita la possibilità di esigere il diritto d’asilo legalizzandone le violazioni da parte dei singoli Stati, e favorendo le espulsioni rapide verso i paesi considerati “sicuri” come la Tunisia, dove il presidente Saied ha avviato da tempo una campagna di stampo razzista di internamento nei confronti dei migranti, o verso paesi i cui governi ricevono finanziamenti dalla UE che vengono destinati tra l’altro anche al mantenimento di autentici lager per migranti, come in Libia.

Favorisce l’apertura di nuovi centri di detenzione anche tramite patti indegni, come quello recentemente stipulato tra Meloni e Rama. Il recente scandalo del CPR di via Corelli a Milano ha rivelato impietosamente le condizioni inumane nelle quali vengono detenuti uomini donne e bambini colpevoli solo di cercare condizioni di vita accettabili.

Limita fortemente, infine, i cosiddetti movimenti secondari, negando così il diritto a recarsi verso la meta desiderata una volta entrati nel territorio della UE.

Questo Patto è stato eufemisticamente definito un compresso. In realtà si tratta di un atto di guerra verso quelle masse di diseredati in fuga dalle condizioni politiche ed economiche create dallo scambio diseguale e dalla politica di potenza dei paesi imperialisti della UE, in Africa e in Medio Oriente.

L’Europa, che si vanta di essere la culla del diritto, ha così ucciso il bambino. Lo testimonia anche la legge di riforma dell’immigrazione da poco approvata in Francia con il plauso della destra lepeniana, che rappresenta una stretta persecutoria e razzista nei confronti di immigrati e richiedenti asilo.
Tutto ciò accade mentre la popolazione europea invecchia rapidamente ed è in una forte decrescita demografica. Soprattutto in Italia, dove ogni anno la popolazione diminuisce di oltre 100000 unità.

I media borghesi, dai liberali a quelli della destra, ne approfittano per chiamare in causa l’insostenibilità dell’attuale sistema pensionistico e annunciare nuovi aumenti dell’età pensionabile e riduzione degli assegni.
Invece è evidente che questo gap potrebbe essere facilmente e proficuamente superato da politiche di accoglienza che consentissero tutti gli anni ad alcuni milioni di persone di venire a vivere e a lavorare in UE.

Ma allora perché la borghesia non adotta misure politiche che vadano in questa direzione?
Non possiamo completamente escludere che la realtà dei fatti presenti il proprio conto, per cui i governi borghesi siano costretti a un orientamento di maggior apertura sul tema immigrazione. Tuttavia, una ragione strutturale milita contro tali soluzioni: la necessità insopprimibile per il capitalismo imperialista europeo di alimentare la rapina sociale a danno del proletariato, quello proprio e quello internazionale, tramite il dirottamento delle risorse destinate al welfare state pubblico.

Questa rapina stringe al collo i cordoni della borsa per i proletari a tutto vantaggio di enormi svalutazioni fiscali, commesse, appalti e in generale largo pascolo di profitti per le grandi concentrazioni capitalistiche, che così ricavano annualmente utili miliardari da distribuire ai propri azionisti. La rapina sociale è talmente intersecata con il metodo di estrazione del profitto da parte del capitale contemporaneo da non poter essere messa in discussione, seppur timidamente, pena il crollo del sistema capitalistico stesso.

Nello stesso tempo le lavoratrici e i lavoratori migranti, tenuti ai margini della vita sociale in situazioni di povertà e scarsa assistenza, possono essere costretti a subire condizioni di sfruttamento feroce soprattutto in quei settori industriali “straccioni” a maggior tasso di profittabilità, come l’agro-zootecnico (braccianti), il logistico (riders), l’edile, il turistico (gli stagionali), ecc.

Per questo la soluzione dell’”arcano problema” dell’immigrazione deve risiedere nella lotta per un’alternativa di governo e di società.
Solo il governo delle lavoratrici e dei lavoratori può avere nel suo programma misure per una vasta e strutturata accoglienza dei migranti senza fare speciose distinzioni tra migranti “politici” ed “economici”. Solo l’avvio dell’edificazione socialista e dell’esproprio degli immensi capitali detenuti da pochissime e spesso anonime mani può fornire le risorse per finanziare questa accoglienza e in generale tutte le misure di previdenza ed assistenza sociale.
Solo la prospettiva della rivoluzione mondiale con la distruzione di tutti gli imperialismi può consentire, con una equa ripartizione delle risorse tra tutti i paesi del mondo, la fine di quelle condizioni di vita inaccettabili, guerre, fame, sfruttamento, cambiamenti climatici, che spingono centinaia di milioni di persone a lasciare la propria terra.

Il Partito Comunista dei Lavoratori, sezione dell’Opposizione Trotskista Internazionale, è impegnato quotidianamente a costruire in Italia e a livello internazionale questa prospettiva.

Partito Comunista dei Lavoratori

Autunno precario per la scuola

 


L’ennesimo settembre all’insegna del precariato e delle incertezze per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola

Anche quest’anno scolastico, come i precedenti, è iniziato all’insegna dell’incertezza per centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola che, in mancanza di un reale piano di stabilizzazione, si vedono per l’ennesima volta in una snervante attesa che si sta prolungando anche oltre l’inizio dell’anno scolastico, iniziato con decine di migliaia di cattedre vacanti, visto che neanche quest’anno verranno coperti tutti i posti vacanti e disponibili, con il 200% di insegnanti precari in più rispetto al 2015. Circa 150mila sono i posti in organico di fatto di cui almeno 117mila sono per il sostegno agli alunni con disabilità. Una situazione che vede nei fatti la negazione della continuità didattica per circa la metà delle alunne e degli alunni con disabilità. Anche per quanto riguarda il personale ATA la situazione non è affatto rosea, con le nomine autorizzate, infatti, che andrebbero a coprire a malapena il 30% dei posti vacanti, quando gli incarichi ATA coperti con supplenze vanno a costituire più del 10% del totale.


GPS NEL CAOS: IL CASO DELLA LOMBARDIA

L’attesa per migliaia di insegnanti è stata resa ancora più snervante dagli errori nella convocazione tramite GPS, dove precari storici con un punteggio alto si sono visti scavalcare nella nomina da colleghe e colleghi con un punteggio molto più basso, e supplenze annuali conferite a docenti già inseriti in ruolo da concorso straordinario bis e concorso ordinario. Questa situazione sta penalizzando fortemente i docenti che avevano espresso la preferenza per cattedre che di fatto allo stato attuale sono rimaste vacanti, poiché i docenti con assegnazione finalizzata al ruolo non assumeranno ovviamente servizio nell’altra sede. Una logica del “figli e figliastri” che sta danneggiando docenti e studenti, attaccando salario e dignità dei primi, negando la necessità della continuità didattica per i secondi, soprattutto per le studentesse e gli studenti con disabilità. Queste sedi verranno assegnate, in seconda convocazione, a docenti con punteggio in graduatoria molto inferiore a quello dei colleghi che ne avrebbero avuto diritto. Parecchi docenti che avrebbero avuto diritto alla cattedra annuale, se le procedure fossero state eseguite all’insegna del rispetto dei diritti e della dignità degli insegnanti, risultano allo stato attuale destinatari di cattedra con termine 30 giugno, ed in molti casi di un incarico che nemmeno raggiunge le 18 ore settimanali, con forti ripercussioni anche sul salario e quindi sulla qualità della vita di centinaia, se non migliaia, di docenti.


LA TOTALE CHIUSURA DELL’UST DI MILANO

In tutto ciò le dirigenze dell’ufficio scolastico di Milano, differentemente da quanto sta capitando in altri uffici scolastici provinciali, come Mantova e Cremona, hanno ribadito di non avere alcuna intenzione di ripetere la nomina del primo turno di convocazioni da GPS, rimuovendo dal sistema i docenti che hanno già preso servizio nelle sedi designate per il ruolo.Penalizzando i docenti delle GPS con maggiore punteggio a favore di quelli con punteggio inferiore che, non essendo stati ancora convocati, potranno ottenere incarichi fino al 31 agosto. Ciò vuol dire, oltre l’attuare una letterale umiliazione nei confronti di tanti docenti, della loro dignità come anche della loro anzianità di servizio, la gran parte dei quali provenienti dalle più remote province del Meridione, il cui unico desiderio è quello di poter riprendere a lavorare dopo il licenziamento estivo, il fomentare una vera e propria guerra tra poveri della quale se ne avvantaggeranno soltanto le realtà sindacali corporativistiche e la propaganda dei partiti reazionari come la Lega che sul precariato stanno provando da anni a costruire un bacino di voti.


SE MILANO PIANGE, ROMA NON RIDE

Non troppo diversa è la situazione delle GPS nella capitale. A Roma migliaia di precari hanno vissuto momenti poco piacevoli agli inizi di agosto, quando un errore nelle GPS ha causato punteggi errati, gettando nel panico gli insegnanti e causando un enorme carico di lavoro per l’ufficio scolastico provinciale. Pochi giorni fa, al momento dell’assegnazione, l’algoritmo delle GPS ha assegnato a numerosi docenti incarichi in scuole dove non vi era alcuna sede vacante. Oltre al danno la beffa.
Situazioni simili a quelle di Milano e Roma si sono riscontrate anche in altri territori, come in Toscana, con numerose proteste.


UNA SITUAZIONE CHE NON È PIÙ TOLLERABILE!

Per risolvere il problema del precariato e contrastare l'ormai palese progetto di privatizzazione della scuola, portato avanti indistintamente dai governi di centrodestra e centrosinistra a favore di multinazionali e Chiesa ci battiamo per queste rivendicazioni:

La stabilizzazione di tutti i precari della scuola, insegnanti e ATA

Siamo per un piano di assunzioni che parta dalla trasformazione dell'organico di fatto in organico di diritto, e l'ingresso di tutti gli insegnanti con tre anni di servizio in un processo di formazione e stabilizzazione che non sia diviso, a differenza di come hanno sinora fatto i governi, con il risultato che migliaia di insegnanti abilitati sono ancora senza ruolo (basti pensare alle eterne attese di migliaia di vincitori del concorso 2016 e del concorso 2018, abilitati con le SSIS ed i PAS, del concorso straordinario 2020 come anche dell’ultimo concorso ordinario e dello straordinario bis).

Abolizione dell'algoritmo e convocazioni in presenza

Assistiamo da anni a errori nelle convocazioni dovute alle impostazioni dell'algoritmo. Tutto questo porta a ripetute cancellazioni e ripetizioni delle nomine da GPS che allungano i tempi ad ogni inizio di anno scolastico. Il ripristino delle convocazioni in presenza permetterebbe un più equo scorrimento della graduatoria, evitando che chi ha più punteggio si veda scavalcare da chi è in posizione inferiore per un vizio di forma.
-pubblicazione delle disponibilità al momento della scelta delle sedi. Terribilmente grave è l'inesattezza delle disponibilità, che aumenta nelle migliaia di docenti presenti nelle GPS un senso di incertezza e angoscia che ogni estate si rinnova. È accertato come spesso nei file pubblicati dagli uffici territoriali risultino molte meno cattedre di quelle realmente esistenti.

Lauree abilitanti

Per porre fine al mercimonio dei crediti formativi post-laurea; nello specifico un biennio magistrale abilitante per posto comune e un percorso analogo abilitante per il sostegno.

No al blocco per i neoassunti, sì a pensioni dignitose

Ogni lavoratore deve avere il diritto di poter lavorare dove preferisce. Con ciò condanniamo fermamente il blocco triennale dei neoassunti contenuto nell’ultimo CCNL 2019/2021. Oggi i docenti over 60 ( dato del 2022) sono il 18%: praticamente il doppio della media europea.( 9%)

Analogo il dato dei docenti ultracinquantenni: il 20% dei docenti ha infatti tra i 54 e i 59 anni, mentre il 19% ha tra i 50 e i 54 anni.Più della metà degli insegnanti italiani ha più di 50 anni, con una percentuale complessiva del 57,2%. La media di docenti over 50 in Europa è di circa il 36% (dati SBC del 05/08/2023).

Se vogliamo creare lavoro per i giovani, soprattutto nel Meridione, riducendo l’esodo delle mobilità che ogni anno coinvolge migliaia di docenti e ATA, cominciamo mandando in pensione chi ha già lavorato tutta una vita.

- In pensione con 35 anni di lavoro o 60 anni di età.

- Pensione pari all’80% dell’ultimo salario con ripristino del calcolo retributivo

Internalizzare tutti gli educatori

Il settore delle cooperative sociali è una vera giungla dove migliaia di educatori, soprattutto giovani e donne, sono sfruttati con salari minimi. Chiediamo l'assunzione di tutti gli educatori con lo stesso profilo negli enti locali.
Con queste rivendicazioni, come lavoratrici e lavoratori della scuola del Partito Comunista dei Lavoratori, siamo intervenuti in tutti gli scioperi dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola degli ultimi anni, e restiamo al fianco dei precari per bloccare ogni scellerato progetto di privatizzazione e divisione della scuola e degli insegnanti.


VIA IL GOVERNO MELONI, VIA BANCHE E CONFINDUSTRIA, POTERE AI LAVORATORI!

Solo con la lotta questo governo nemico dei lavoratori e dei precari potrà essere cacciato, contro ogni compromesso con i partiti nemici delle lavoratrici e dei lavoratori, per la sconfitta delle burocrazie sindacali complici di governo e padronato , burocrazia CGIL e Landini in primis, e di quelle di alcune realtà del sindacalismo di base, che perseguono una politica di microburocrazie, con una politica settaria, divisiva e autocentrata. Ma anche e soprattutto contro ogni logica corporativistica. Perché solo l'unità delle lotte può realmente portare ad un governo dei lavoratori, l'unico che possa realmente difendere gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici.

Lavoratori e Lavoratrici della scuola – Partito Comunista dei Lavoratori

Beppe Sala commemora il 12 dicembre attaccando lo sciopero generale


 Commemorazione 12 dicembre: il sindaco di Milano Sala approfitta del momento per attaccare la CGIL, e il servizio d’ordine del PD impedisce con la forza al nostro compagno Franco Grisolia di intervenire

«Non spetta a me dire se lo sciopero è giusto o sbagliato, probabilmente è sbagliato»: così, a freddo e senza alcuna connessione con il contesto (la manifestazione per ricordare le vittime di Piazza Fontana), interviene il sindaco. Anche se è la parte ufficiale della cerimonia e molti militanti di sinistra non sono ancora in piazza, parte con fischi e insulti la reazione a queste parole, e Sala si blocca. Il nostro compagno Franco Grisolia urla: «Vergogna! Usare i morti per attaccare la CGIL che fa sciopero!». Sala, sempre più imbarazzato, cerca di rimediare aggiungendo che «lo sciopero è un diritto» e invitando il nostro compagno a intervenire, ma a quel punto è il servizio d’ordine del PD che lo impedisce, brutalmente. Un episodio che dimostra due cose: la vera natura politica di Sala (parole di sinistra per raccattare voti, filopadronale quando governa, visto anche che da manager di grandi aziende non ha mai avuto bisogno di fare scioperi, al pari di Bonomi); l’atteggiamento antidemocratico e stalinista del PD, che fa scudo anche fisicamente ad ogni possibile contestazione.

Questo che precede è il comunicato che abbiamo inviato ad agenzie, TV e giornali su quanto accaduto oggi pomeriggio in Piazza Fontana a Milano. Come ogni anno, si è commemorata la strage fascista del 1969. La manifestazione ha sempre due fasi: la prima ufficiale, con autorità varie e la “sinistra” dal PD a Rifondazione agli “anarchici ufficiali”; la seconda è invece un corteo cui partecipa solo la sinistra più larga, senza istituzioni e senza PD.
L’episodio, riportato da vari siti e media (1), è avvenuto nella prima fase, quando ancora mancavano dalla piazza, tra l’altro, gli altri compagni del PCL. Ciò che emerge sono in particolare due cose: la personalità dell’ex city manager della Moratti Sala, che ancora qualcuno nella sinistra vede in modo troppo roseo, e la vigliaccheria di militanti del PD (“travestiti” da servizio d’ordine ANPI) che hanno fermato il nostro compagno nonostante il reiterato invito del sindaco a farlo parlare.
L’episodio ha avuto comunque il “pregio” di smascherare la vera natura della giunta di Milano e del suo sindaco, che non ha avuto dubbi tra chi scegliere tra i lavoratori e il padronato, al di là delle formali parole in difesa del lavoro. Da segnalare anche uno sgradevole atteggiamento degli “anarchici ufficiali”, gli unici che essendo lì vicino hanno visto bene cosa accadeva e avrebbero potuto intervenire in ausilio al compagno Franco permettendogli di “sfondare” (come ha tentato giustamente di fare) il blocco del servizio d’ordine. Invece non hanno fatto nulla in suo sostegno. E anzi uno di loro lo ha invitato ad allontanarsi per non creare problemi alla loro regolare presenza nella manifestazione.
È doveroso però segnalare che appena avuto visione o notizia di quanto avvenuto, militanti e dirigenti della CGIL, del PRC e di altre organizzazioni di sinistra hanno contattato il compagno Franco Grisolia per segnalargli la loro solidarietà e appoggio per quanto aveva fatto.


(1) https://www.milanotoday.it/attualita/sindaco-sala-contestato-piazza-fontana.html

Partito Comunista dei Lavoratori

Il PCL presente alle elezioni comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori è presente alle elezioni amministrative comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna, con un proprio candidato a sindaco.


Il fine è quello di presentare pubblicamente le proposte e il programma di un'organizzazione rigorosamente anticapitalista, da sempre schierata dalla parte dei lavoratori.

Anche sul terreno cosiddetto amministrativo sosteniamo le ragioni del lavoro. Rivendichiamo ad esempio la regolarizzazione dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione, la cancellazione dei finanziamenti alla scuola privata, l’abolizione del debito comunale verso il capitale finanziario, la requisizione delle case sfitte, la rottura con gli interessi della proprietà immobiliare. Misure che riconduciamo alla prospettiva politica generale di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da comunisti siamo contrapposti a tutti gli altri partiti e schieramenti. Contro le destre reazionarie di Salvini e Meloni, contro il populismo fallito del M5S, contro il Partito Democratico, espressione della borghesia liberale e dell’establishment. L’attuale governo di unità nazionale di Mario Draghi chiarisce che tutti questi partiti stanno dalla parte del capitale contro il lavoro. Noi siamo dalla parte opposta, in coerenza con la nostra opposizione a tutti i governi che l’hanno preceduto, di centrosinistra o centrodestra o giallo-verdi.

Siamo contrapposti a ogni forma di posizione no vax. Per la cancellazione dei brevetti delle multinazionali del vaccino, per un'estensione della vaccinazione di massa su scala nazionale e planetaria, per il raddoppio del finanziamento pubblico nella sanità pubblica e gratuita, finanziato da una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, per la nazionalizzazione della sanità privata e dell’industria farmaceutica.

Da comunisti siamo contrapposti a posizioni rossobrune come quelle del PC di Rizzo, nemiche persino dei diritti civili, e alternativi ad organizzazioni della sinistra cosiddetta radicale come Rifondazione Comunista, che hanno votato a suo tempo la fiducia alle missioni militari, come a quella in Afghanistan, e alla detassazione dei profitti.

La nostra autonomia politica ed elettorale, attorno al nostro programma indipendente, non contraddice l’impegno a favore della massima unità d’azione di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio sul terreno della lotta di classe. Oggi, ad esempio, a favore dell'unità di lotta di tutte le vertenze a difesa del lavoro, attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, come GKN o Whirlpool.

Da ogni versante, la nostra partecipazione alle elezioni è mirata a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori e delle lavoratrici in direzione anticapitalista e rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sosteniamo la lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia e di tutte le donne oppresse!

 


Venerdì 15 gennaio 2021 si è tenuto un presidio davanti alla prefettura di Milano per quanto riguarda la vertenza dei lavoratori e delle lavoratrici dell'Hotel Gallia.

Condividiamo e diffondiamo il comunicato del Comitato 23 settembre, che ha espresso la propria solidarietà a questa lotta contro l'attacco dell'arroganza padronale.
Vorremmo sottolineare che per le donne questa fase di crisi aggravata dalla pandemia si manifesta con la drammatica situazione dell'attacco al lavoro e al salario.
Come se non bastasse, tante donne sono alle prese con una difficile ricollocazione nel mondo del lavoro, sia per motivi legati al lavoro di cura, caricato sulle loro spalle all'interno delle mura domestiche, sia per la repressione in atto da parte dei padroni. A questa poi si aggiunge un particolare e diffuso clima repressivo nei confronti delle donne che si espongono e rischiano per difendere il proprio posto di lavoro: quello di una certa collettività silente o addirittura contraria a queste lotte, che pensa di tacciare come “problematici” gli atteggiamenti di chi sta compiendo delle scelte giuste e inopinabili, lasciandole ai margini come soggetti scomodi.

Il Partito Comunista dei Lavoratori sostiene qualsiasi lotta progressiva che miri alla difesa del salario, all'abbattimento del sistema degli appalti e delle esternalizzazioni, che rivendichi un salario di disoccupazione per chi il lavoro non ce l'ha. Appoggia ogni lotta per l'emancipazione delle lavoratrici e di tutte le donne oppresse, per la loro completa autodeterminazione e liberazione dalle catene del capitalismo e del patriarcato.


Partito Comunista dei Lavoratori – Commissione donne e altre oppressioni di genere




Solidarietà alla lotta delle lavoratrici dell’Hotel Gallia


Piovono pietre sulle lavoratrici dell’Hotel Gallia.
Gli alberghi di lusso, ecco un settore che negli anni ha avuto nella Milano capitale della moda una inarrestabile espansione, un settore in cui si lucrano ingenti profitti grazie alla clientela di super ricchi e soprattutto al supersfruttamento dei lavoratori che vi operano e, ultimo anello della catena, delle lavoratrici delle pulizie. Le condizioni di lavoro, quando il lavoro c’era, erano una sintesi del peggio: grazie al sistema degli appalti, paghe da fame e lavoro a cottimo! Con il cambiamento continuo delle ditte appaltatrici, malattie e maternità non pagate, mancati rimborsi del 730 e la perdita di ogni diritto al mantenimento del posto di lavoro.

Con l’emergenza Covid, le lavoratrici dell’Hotel Gallia sono in cassa integrazione con uno stipendio da fame: essendo tutte a part time, la cassa per alcune è di 300 euro al mese. Da mesi lottano per il riconoscimento dei loro diritti e prima di tutto per la conferma del posto di lavoro. Presidi, manifestazioni e interminabili trattative sindacali non hanno finora evitato la beffa dell’ennesimo cambiamento della ditta che avrebbe dovuto rilevare l’appalto e quindi riassumerle.

La ripresa della lotta a questo punto è una via obbligata, come è necessario attivare una campagna di solidarietà verso tutti i lavoratori e le lavoratrici del settore (più di 30.000 nel milanese) che dovranno affrontare lo stesso destino, nella prospettiva della costruzione di una mobilitazione generale prolungata, che preveda, tra i diversi punti rivendicativi, la cancellazione di tutte le esternalizzazioni e privatizzazioni.

Come ogni crisi, anche questa sarà usata dalle grandi imprese (fra cui quelle del turismo di lusso) per ricevere dallo stato più aiuti del solito e ristrutturare, allontanando ulteriormente quella che dovrebbe essere la naturale collocazione delle lavoratrici, e cioè la loro assunzione da parte della struttura in cui si svolge il loro lavoro e il riconoscimento di tutte le garanzie, tra cui la stabilità del posto di lavoro, la garanzia di un salario dignitoso e in particolare, nell’emergenza sanitaria, oltre alla copertura del 100% del salario, il rispetto delle norme di protezione dal contagio.

Il nostro comitato vuole contribuire a rompere il silenzio sulle lotte delle lavoratrici, e di tutte quelle donne, molte delle quali immigrate, che dopo anni di crisi saranno le prime a dover affrontare nei prossimi mesi il licenziamento e la mancanza di servizi programmata per affrontare l’emergenza.

Una situazione difficile che rischia di diventare insostenibile, che non può certo essere risolta a livello individuale.

Denunciando questa situazione, i veri responsabili dello sfruttamento del lavoro, e il carattere sessista e razzista di questo sistema sociale, vogliamo dare voce a tutte le realtà di lotta sui vari fronti dell’oppressione femminile e batterci per creare collegamenti e lotte sempre più estese e unitarie.

Con questo spirito partecipiamo al presidio che si terrà venerdì 15/1, davanti alla prefettura di Milano.



comitato23settembre@gmail.com

Comitato 23 settembr

Il massacro nelle residenze per anziani

La vita degli anziani e il profitto delle RSA

17 Aprile 2020
In una società organizzata attorno al profitto e non in funzione del genere umano, l'anziano è una figura residuale. Non una persona cui rivolgere maggiori attenzioni, ma essenzialmente un costo.
Si eleva l'età pensionabile per ridurre questo costo, ma l'alzarsi delle aspettative di vita ripropone disgraziatamente il “problema”. La riduzione della spesa dev'essere dunque perseguita per altra via. Una di queste è relegare al privato l'assistenza degli anziani: la famiglia, soprattutto la donna, su cui si scarica il “peso” dell'assistenza; o le case di riposo, le famose residenze per gli anziani di cui si occupano le cronache di questi giorni. Cronache sanitarie ma anche giudiziarie.

Le residenze per anziani sono in larga misure strutture private, in parte religiose, in parte laiche, in ogni caso votate al profitto. Spesso controllate da grandi padroni immobiliari che attorno ad esse hanno costruito un impero. Le stesse residenze per anziani a volte controllano grandi cliniche private attraverso intrecci azionari di varia natura e/o che hanno interessi nell'industria farmaceutica. Per entrambe gli anziani sono un mercato, anzi il principale mercato. E sul mercato si compra e si vende di tutto, perché tutto può fare profitto: il fine vita e persino la morte.

Nella vicenda del coronavirus le residenze per anziani si sono trasformate, com'è noto, nel luogo di un massacro. Una sorta di fossa comune. È accaduto a Milano, ma anche a Torino, a Genova, in Toscana, in Campania. E non solo in Italia, ma anche in Spagna e in Francia.
L'argomento per cui la cosa è naturale in quanto “il virus colpisce prevalentemente gli anziani, a maggior ragione se già sofferenti” non riesce a spiegare i numeri abnormi della strage. Lo spiegano invece altri fattori. Ad esempio la volontà di trasferire nelle case di riposo i malati dimessi dagli ospedali. Dimessi ma non guariti, dunque veicolo di contagio presso i degenti delle case di riposo e il loro personale, tanto più in assenza degli strumenti di protezione più elementari. In Lombardia quindici case per anziani hanno accolto a braccia aperte i malati dimessi dagli ospedali. Addirittura il 30% dei malati dimessi nel mese di marzo hanno trovato ospitalità presso le residenze, a seguito della delibera regionale dell'8 marzo. È il dato riconosciuto dalla Regione Lombardia, quindi al di sopra di ogni sospetto. Bene. Nel solo Pio Albergo Trivulzio, sacra istituzione milanese, 230 anziani in poche settimane hanno tolto il disturbo. Ma dopo aver reso, loro malgrado, l'ultimo servizio al profitto. La Regione paga infatti 150 euro al giorno la degenza nella RSA di un malato di Covid-19, a fronte di un contributo che oscilla tra i 29 e i 49 euro per i degenti di altre patologie. Un guadagno netto di 100 e 120 euro al giorno per ogni ospite affetto da coronavirus. Questo vale, dunque, la vita di un anziano per i padroni delle RSA?

Solo una rivoluzione può fare pulizia.
Partito Comunista dei Lavoratori

A cinquant'anni dalla strage di Piazza Fontana

Il 12 dicembre del 1969 è una data fondamentale della storia della repubblica italiana. In quel giorno, tra Roma e Milano vengono collocate cinque bombe: quella nella banca milanese provoca diciassette morti e ottantotto feriti. La matrice del delitto rimanda alle organizzazioni dell’estrema destra neofascista. I terroristi neofascisti sono il detonatore di un progetto destinato a far dichiarare lo stato di emergenza, una sorta di stato d’assedio inteso come primo passo in direzione di una svolta autoritaria. Attraverso il propagarsi della paura, creando il disordine affinché salga la richiesta di un ritorno all’ordine, questo progetto reazionario punta a sospendere le garanzie costituzionali e permettere l’emissione di misure eccezionali contro le forze politiche della sinistra.
In un paese dell’alleanza atlantica, attraversato dagli scioperi operai, queste misure sono ritenute idonee per arrestare l’ondata rivendicativa suscitata dal Sessantotto studentesco prima, e dal Sessantanove operaio poi.
Indispensabile corollario a tutto ciò è l’attribuzione della strage agli anarchici, individuati come predestinati perfetti di questa macchinazione. Un copione già scritto, che pur nelle differenze, ricalca quello andato in scena nella Berlino del 1933, con l’incendio del Reichstag come pretesto per sospendere le garanzie democratiche e mettere fuori gioco le forze del movimento operaio.

Negli anni successivi affioreranno le complicità dei neofascisti con gli apparati dello Stato e con ambienti internazionali legati alla NATO e alle strutture di intelligence statunitensi; si svelerà così la trama e l’ordito di un progetto reazionario (la cosiddetta strategia della tensione) teso a contenere l’influenza di un forte e radicato partito comunista, e a stroncare le istanze di cambiamento sociale e politico che sul finire degli anni Sessanta si erano diffuse nel paese.
Quel giorno di cinquant’anni anni fa s’invera la criminalità di una classe dominante che, per mantenere il potere di fronte all’ascesa delle lotte del movimento operaio, è disposta a tutto, anche a lastricare di morti il suo cammino pur di non vedere messi a repentaglio i cardini su cui si fonda il suo dominio sull’insieme della società. Quel giorno si materializza una legga storica del capitalismo: il potere borghese non si lascia “rimuovere” pacificamente senza reagire, contrattaccare, vendere cara la pelle; e quindi non esita a ricorrere a quegli strumenti che le sue leggi non contemplano, anzi condannano senza attenuante alcuna.

La strage di piazza Fontana non è una pagina oscura, un mistero irrisolto, ma è un capitolo chiaro, evidente, preciso. Nonostante il lunghissimo iter processuale non sia riuscito a far condannare nessuno degli esecutori e dei mandanti, la verità storica su quella strage è acclarata: la strage è stata compiuta da Ordine Nuovo; la sua esecuzione è stata favorita dai suoi collegamenti con gli apparati statali interni ed internazionali; quegli stessi apparati di sicurezza che poi hanno ostacolato le indagini, proteggendo gli indagati e depistando le inchieste sui responsabili. Anche le ultime sentenze della Corte d’assise di Milano del 2001 e del 2004 indicano in termini inequivocabili la responsabilità dell’attentato negli ordinovisti veneti Freda e Ventura, anche se non più giudicabili perché già assolti in via definitiva (con la sentenza del 1987) per lo stesso reato. Come dire: i colpevoli sono stati individuati ma non possono essere più condannati.
Nell’antichità, gli ateniesi non perdonavano, non dimenticavano, non la facevano passare liscia a nessuno. La maledizione e la vergogna non perseguitavano soltanto i colpevoli ma anche i loro figli, i figli dei loro figli e tutta la loro stirpe. Nel nostro paese invece le stragi di Stato e le trame antidemocratiche sono rimaste impunite. Oggi, nonostante il rilievo mediatico dato all’anniversario di Piazza Fontana, l’attenzione su queste vicende è venuta a cadere, domina l’oblio e la disinformazione, come attesta un sondaggio recente che rivela come la maggior parte dei ragazzi delle scuole superiori di Milano sia convinta che la bomba di piazza Fontana l’abbiano messa le BR.


UN QUINQUENNIO DI TERRORE

Con la strage di Piazza Fontana si apre un lustro terribile per il nostro paese: un’apocalisse di sangue, dolore e morte. Tra il 1969 e il 1974, in Italia vengono perpetrate addirittura sei stragi: alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, sul treno Freccia del Sud a Gioia Tauro, a Peteano, alla questura di Milano, in Piazza della Loggia a Brescia e sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro.
Un'escalation di terrore senza precedenti e seguito nella storia repubblicana. Nello stesso periodo la violenza sarà prerogativa quasi assoluta della destra estrema, responsabile dell’85% degli oltre 4.000 tra assalti e attentati politici che si verificano in quel periodo. Chi faceva esplodere quelle bombe si poneva un duplice obiettivo: spostare a destra l’asse politico del paese, realizzando così una svolta autoritaria, e fermare con ogni mezzo quelle lotte operaie e studentesche che dal ’68 in poi avevano prodotto un’effervescenza sociale che minava gli assetti di potere delle classi dominanti. Contemporaneamente, la spirale di paura che le bombe producevano serviva per mandare un segnale inequivocabile al PCI e all’insieme del movimento operaio: il potere borghese, se viene messo in discussione, può far ricorso a qualsiasi mezzo pur di non farsi mettere in minoranza nelle urne e nelle piazze. Da qui lo sviluppo di una strategia della tensione, che per anni insanguinerà il paese, condizionando pesantemente la vita politica italiana.


LE ORIGINI DELLA STRATEGIA DELLA TENSIONE

La strategia della tensione conosce una lunga gestazione, la cui origine va rintracciata nella guerra fredda che oppone gli USA all’Unione Sovietica. In questo quadro, la collocazione geostrategica dell’Italia l’ha posta già dalla metà degli anni Quaranta in una posizione decisiva. Questo ha significato, fin da allora, una vita politica profondamente condizionata dagli interessi americani. Nel corso degli anni, in nome della lotta al comunismo, vengono siglate intese segrete tra i membri dell’alleanza atlantica, e i vertici militari elaborano piani di “guerra non ortodossa”, di “guerra psicologica”, che in alcuni casi prevedono l’affiancamento dei civili con i militari, e l’uso di pratiche inconfessabili. È del 1963 la direttiva a stelle e strisce secondo la quale il comunismo deve essere fermato ad ogni costo. Nel nostro paese ciò venne tradotto nella costituzione dei Nuclei per la Difesa dello Stato, formati in gran parte da elementi provenienti dalle file dell’estrema destra nostrana, che a differenza di altre reti come Gladio sono un raggruppamento per la guerra non ortodossa finalizzata alla repressione interna. In tale contesto, i gruppi neofascisti si organizzano e si coordinano all’interno di questo articolato fronte anticomunista, assumendo il ruolo di “cobelligeranti” dei circoli dell’oltranzismo atlantico.
Un’intesa che si consolida nel 1965 al convegno organizzato dall’Istituto Alberto Pollio che si tiene a Roma all’albergo Parco dei Principi. Sotto l’egida dello Stato Maggiore dell’esercito e dei servizi segreti, uno stuolo di militari, politici e accademici discutono insieme ad una nutrita delegazione di neofascisti come affrontare la penetrazione comunista nella società. Le modalità scelte sono quelle della guerra psicologica, elaborando anche l’effettuazione di azioni rapide e mirate, che con l’ausilio della propaganda siano in grado di far ricadere la responsabilità sul nemico. I neofascisti rivestiranno, però, solo il ruolo degli esecutori materiali, saranno cioè il terminale operativo di un’azione preventiva che puntava a salvaguardare a tutti i costi gli assetti politici sociali esistenti.


LE BOMBE PER FERMARE LE LOTTE

Nella seconda metà degli anni Sessanta, i neofascisti, gli apparati militari e una parte della borghesia italiana accarezzano il sogno di una svolta autoritaria. Le proteste studentesche e il condensato di rivendicazioni operaie espresse nel biennio 1968-'69 atterriscono i ceti possidenti: dal fronte conservatore sale la richiesta di porre fine alle lotte operaie e giovanili. Le bombe servono per imprimere una virata politica a destra, per rendere inevitabile un pronunciamento militare teso a ristabilire l’ordine sociale.
Questi ambienti guardano con favore ad una “soluzione greca”. Infatti, in quel paese, nell’aprile del 1967, dopo una serie di attentati – realizzati da unità militari speciali ma attribuiti ai comunisti – fu attuato un golpe militare. Anche in Italia le bombe che scoppiano vengono attribuite agli anarchici e all’estrema sinistra. Pietro Valpreda, indicato come “la belva umana”, resterà in carcere tre anni da innocente, mentre Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico fermato nelle ore successive alla strage, muore cadendo dal quarto piano della questura dopo un lunghissimo interrogatorio. Il questore Guida (che nel Ventennio dirigeva il confino politico di Ventotene) diffonde la falsa notizia secondo cui l’anarchico si sarebbe suicidato di fronte agli schiaccianti indizi emersi.
In Piazza Fontana, tuttora rimane una targa posta dagli studenti e dai democratici milanesi che ricorda come Pinelli sia stato ucciso innocente nei locali della questura.
Gli attentati del 12 dicembre, in luoghi altamente simbolici (banche, Altare della Patria) servono per accreditare una pista rossa, per rendere credibile una possibile inversione di responsabilità, per favorire la caccia alle streghe che ha come vittime predestinate gli anarchici, la sinistra extraparlamentare e il movimenti degli studenti.
La strage di Piazza Fontana giunge al culmine di un anno, il 1969, che segna l’ascesa delle lotte del movimento operaio. Le mobilitazioni, che si concentrano nei grandi centri industriali del paese, mostrano un seguito mai visto; una radicalità che si esprime nelle lotte per i rinnovi contrattuali; un protagonismo operaio che esce dal perimetro rivendicativo della fabbrica, contagiando l’insieme delle classi subalterne e ponendo una domanda di cambiamento radicale della società. Contro questa insorgenza sociale viene affinata una strategia della tensione tesa a stroncare le istanze operaie che si stanno sedimentando nel paese.


1969: UN ANNO ESPLOSIVO

Nell’anno dell’autunno caldo e della conflittualità operaia lampeggiano 145 attentati, 12 al mese, uno ogni tre giorni. Due su tre sono dinamite nera. Bombe neofasciste che esplodono contro sezioni del PCI, sedi dei gruppi extraparlamentari, università, sinagoghe, banche. Bombe che esplodono sui treni, 10 solo in agosto, o alla fiera campionaria di Milano. Per queste ultime, seguendo un copione sperimentato, vengono incolpati un gruppo di giovani anarchici. Due anni dopo la macchinazione verrà smontata: il processo rivelerà che quelle bombe non erano anarchiche e gli imputati verranno scagionati.
Ma è proprio in autunno, mentre sono in corso le vertenze sindacali, che si prepara il contesto che conduce alla strage di Piazza Fontana. Il 19 novembre, a Milano, durante lo sciopero generale per la casa, la polizia carica un corteo provocando parecchi feriti. Negli scontri muore l’agente Antonio Annarumma. In serata alla caserma di Sant’Ambrogio si sfiora l’ammutinamento, con i poliziotti che, convinti che il loro collega fosse stato ucciso dai dimostranti, si preparano a marciare sull’Università Statale per farsi giustizia da soli. Ai funerali dell’agente, mentre garriscono al vento le insegne dei reduci di Salò, le squadracce fasciste aggrediscono Mario Capanna, uno dei leader più conosciuti del movimento studentesco.
Mentre si crea un clima per dire che le lotte sindacali producono omicidi si susseguono le provocazioni, e a Vanzago, nell’hinterland milanese, l’industriale Ulisse Cantoni spara con un fucile contro gli operai in sciopero provocando diversi feriti; arrestato, verrà rimesso in libertà dopo pochi giorni.
Mentre il ben informato giornale britannico The Observer il 7 dicembre evidenzia che un gruppo di estrema destra e di ufficiali sta tramando in Italia un colpo di Stato militare, il segretario del MSI Almirante rilascia un’intervista a Der Spiegel in cui dichiara che la battaglia contro il comunismo giustifica tutti i mezzi, e che è venuto il momento di non fare più distinzioni fra mezzi politici e militari per definire, una volta per sempre, la situazione in Italia. E poi, il giorno prima della strage, uno dei settimanali allora più venduti, Epoca, esce con una copertina tricolore, e con un editoriale che dice: “Se si dovesse ricorrere alle elezioni anticipate e il loro responso non fosse accettato dalle sinistre, le forze armate potrebbero essere chiamate a ristabilire immediatamente la legalità repubblicana".


L’ARGINE ALLA SVOLTA REAZIONARIA

Il tentativo di giungere alla promulgazione dello stato di emergenza, e dunque ad una svolta autoritaria, fallisce grazie alla forza della mobilitazione operaia e popolare. Fin dal giorno delle funerali delle vittime della strage, una massa compatta di lavoratori delle fabbriche milanesi gremisce Piazza Duomo e le vie adiacenti, testimoniando la propria presenza vigile e determinata.
Negli anni seguenti, accanto al lavoro d’inchiesta di alcuni giornalisti democratici, sarà la controinformazione e la costante mobilitazione delle organizzazioni dell’allora sinistra rivoluzionaria a disvelare le trame nere che sottendono la strage di Stato del 12 dicembre 1969. Anche per questo, quella parte di borghesia che aveva guardato con favore a una soluzione radicale capace di annichilire il movimento operaio e le sinistre, temendo di non riuscire a padroneggiare uno scontro aspro e risoluto, decide di recedere dai suoi propositi più bellicosi. Blocca i fautori del golpe, garantendogli però l’immunità. Facendo di necessità virtù, utilizza i destabilizzatori per stabilizzare gli assetti di potere.
La strategia della tensione, con il suo corollario di attentati e di provocazioni, declina nella seconda metà del 1974, e il "partito del golpe" viene marginalizzato.
In quell’anno cruciale muta sensibilmente il quadro politico mondiale. Negli Stati Uniti, con la crisi della presidenza Nixon, cambia la politica estera americana, mentre in Europa inizia lo sgretolamento dei regimi di Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, e la fine della dittatura dei colonnelli in Grecia. Muta la fase. La borghesia ricerca nuovi equilibri politici per imbrigliare le lotte operaie, e neutralizzare la forza del principale partito comunista dell’Occidente. In questo nuovo contesto, le grandi famiglie del capitalismo italiano si convincono che, per depotenziare l’onda lunga sprigionata dal biennio '68-'69, è necessario ricercare un’intesa con il PCI, la forza egemone del movimento operaio italiano, ed abbandonare dunque una prova di forza dagli esiti incerti.


TRASMETTERE LA MEMORIA, RILANCIARE LA LOTTA

Quando sul banco degli imputati siede lo Stato con i suoi apparati e le sue istituzioni non è possibile accertare una verità giudiziaria chiara e condivisa. Non è cioè possibile incrinare quella ragione di Stato posta a difesa di interessi inconfessabili.
Verità e giustizia per le stragi di Stato si potranno ottenere solo con il rovesciamento di quell’ordine sociale borghese che ha ispirato, coperto e agevolato le trame nere e la strategia della tensione. Tuttavia, le migliaia di testimonianze raccolte e i sei milioni di pagine dell’inchiesta su Piazza Fontana ci offrono una verità storica che va divulgata e fatta conoscere: la strage di Piazza Fontana fu pensata, ideata e realizzata da una banda di neofascisti che beneficiarono prima e dopo l’eccidio di coperture, appoggi e complicità da parte di uomini e strutture dei servizi segreti italiani. Servizi non “deviati” dai loro compiti istituzionali, servizi non contro lo Stato, ma pienamente dentro questo Stato e le sue alleanze internazionali.
Per questo sarà importante non fare cadere l’oblio sulle stragi di Stato e sulle trame che hanno insanguinato il nostro paese rilanciando la lotta perché vengano aperti gli archivi e venga tolto il segreto di Stato su quella stagione. Per questo sarà importante serbare e trasmettere la memoria di ciò che accadde cinquant’anni fa in una banca milanese, perché chi non ricorda ed elabora il passato è destinato a ripeterlo.
Piero Nobili, Tiziana Mantovani

Via il boia Erdogan! Per il diritto all'autodeterminazione del popolo curdo!


9 Febbraio 2017
testo del volantino che sarà distribuito sabato 11 febbraio a Milano, in occasione del corteo nazionale per il Kurdistan
Il popolo curdo è stato diviso un secolo fa dalle potenze coloniali ed è oppresso in almeno quattro paesi: Siria, Iraq, Iran, Turchia. Tutti questi paesi sono coinvolti, assieme ad Arabia Saudita, Emirati del Golfo e Israele, nella crisi irrisolta del Medio Oriente. La contesa mediorientale vede coinvolti per l’egemonia regionale da un lato Arabia Saudita, Qatar, Turchia, Israele, dall’altro l’Iran, Hezbollah (Libano) e la Siria di Assad, sostenuti rispettivamente da un lato dall’imperialismo statunitense ed europeo e dall’altro dall’imperialismo russo (e in modo più defilato cinese) che intervengono sia direttamente che attraverso formazioni locali. La Siria, dopo la deviazione reazionaria e la sconfitta della rivoluzione araba, è attualmente crocevia di fronti di guerra intrecciati e sovrapposti, e teatro delle principali contraddizioni della situazione internazionale. 

Nessun regime locale e nessuna potenza imperialista ha reale interesse a sostenere la liberazione e ancora meno l’unificazione del popolo curdo. La guerra condotta dalle forze popolari curde, la partecipazione armata delle donne a difesa del Rojava, contro il fascismo islamista dell’ISIS e di altre organizzazioni salafite e reazionarie, rappresenta l’elemento progressivo e di estrema importanza nell’attuale contesto di guerre intrecciate e sovrapposte. 

Il movimento curdo nella regione è politicamente diviso: il PDK di Barzani (Iraq), conservatore, e il PKK, progressista, sono le principali organizzazioni nazionaliste nella regione, in competizione per la direzione del movimento nazionale curdo. Queste forze negoziano con Assad, con la Francia, con gli USA, con la Russia per riceverne il sostegno al proprio progetto nazionale. Una speranza mal riposta e fonte di ricorrenti frustrazioni e sconfitte storiche.

La Turchia di Erdogan, promotrice di un proprio disegno di potenza neo-ottomano nella regione, non ha esitato, insieme all’Arabia Saudita, a sostenere i fascisti islamici dell’ISIS. Questo progetto non può sopportare nessuna forma di autodeterminazione curda, sia all’interno che all’esterno dei suoi confini. Dopo il fallimento del colpo di Stato, Recep Tayyip Erdogan ha operato una repressione senza precedenti finalizzata a liquidare l’opposizione democratica, in particolare della minoranza curda, imporre un regime autoritario e ricomporre le alleanze internazionali. Quindi ha continuato a reprimere nel sangue la rivolta dei curdi in Turchia e ha invaso il Rojava per spezzare in Siria ogni ipotesi di autonomia curda. Dopo l’apparente svolta di Erdogan contro l’ISIS, gli USA hanno voltato le spalle al movimento curdo del Rojava, scegliendo la Turchia quale sicuro bastione della NATO. È evidente che ogni attore si muove con duttilità e spregiudicatezza al solo fine di difendere e rafforzare il proprio peso politico in funzione dei futuri nuovi equilibri. 

Nell’attuale contesto imperialista non c’è soluzione progressiva alla questione palestinese senza la distruzione rivoluzionaria dello Stato sionista, così come non c’è soluzione progressiva della questione curda in un Kurdistan indipendente senza la messa in discussione degli equilibri e dei confini statuali disegnati dalle potenze coloniali. Questa rivendicazione democratica è realizzabile solo nel quadro di una soluzione socialista, nella prospettiva di una federazione socialista del Medio Oriente. Solo la classe lavoratrice, ponendosi alla testa dei popoli oppressi della regione, può realizzare i compiti democratici della rivoluzione (autonomia all'imperialismo, autodeterminazione nazionale, riforma agraria radicale). Solo un partito rivoluzionario e internazionalista, forte della teoria della rivoluzione permanente, può dirigere questo processo. In alternativa, come i fatti dimostrano, in presenza di una direzione borghese c’è la ridefinizione della carta geografica del Medio Oriente per mano dell'imperialismo, dell'ISIS, del sionismo, del progetto neo-ottomano turco. 


NESSUNA FIDUCIA NEGLI IMPERIALISMI! 

PER UN KURDISTAN UNITO E INDIPENDENTE! 

PER UNA FEDERAZIONE SOCIALISTA DEL MEDIO ORIENTE!
Partito Comunista dei Lavoratori