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Dall'assalto fascista alla sede della CGIL al divieto di manifestare

 


Il governo di Draghi cerca di chiudere il cerchio

Noi sosteniamo convintamente la vaccinazione di massa perché crediamo che la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori venga prima dell’aspirazione egoistica alla propria libertà irresponsabile da parte del borghese piccolo piccolo.

Questa aspirazione reazionaria, farcita di argomentazioni antiscientifiche e utilizzata dai fascisti, non promette nulla di buono alle lavoratrici e ai lavoratori che per la stragrande maggioranza hanno ritenuto giusto e doveroso vaccinarsi, nel rispetto dell’incolumità propria e dei propri compagni di lavoro.

Altrettanto diciamo che la salvezza dello “shopping natalizio”, sacralmente assicurato dagli esponenti del governo, non può valere la negazione del diritto a manifestare contro le politiche antioperaie del governo Draghi.

Se per far ripartire il meccanismo dell’accumulazione capitalistica, che passa come un rullo compressore sopra i corpi delle lavoratrici e dei lavoratori come dimostrato dal tragico stillicidio giornaliero degli incidenti, oltre che dalla massa di contagi, per altro in ripresa, sui luoghi di lavoro, si è costretti a recarsi in tali luoghi tutti i giorni, allora si deve aver assicurato il diritto a manifestare contro le condizioni inumane di lavoro a cui i padroni costringono una parte sempre crescente di operaie e operai.

Gli interessi dell’imperialismo italiano, che non si cura di tutelare effettivamente la salute delle classi popolari, come dimostrano il mancato sostegno al sistema sanitario pubblico, ultima voce del PNRR e per giunta in massima parte destinata a finanziare la sanità privata, e gli scandali svelati dalle inchieste giornalistiche riguardo la gestione del piano pandemico da parte del governo in collusione con le associazioni padronali (vedi il caso della Val Seriana oggetto delle indagini della magistratura), non hanno nulla che vedere con gli interessi della classe lavoratrice.

Il divieto di manifestare, anche se fosse limitato oggi alle settimanali manifestazioni reazionarie dei no-vax, a questo punto è una pura espressione dello stato d’eccezione, ossia semplicemente il disvelamento della dittatura di classe della borghesia, che da domani può usarlo contro il movimento operaio e antagonista, la sinistra, i rivoluzionari.

Solo la costruzione di una grande mobilitazione unitaria della classe lavoratrice, a cominciare dalla proclamazione dello sciopero generale e prolungato, può piegare questa dittatura di classe e aprire una fase nuova in cui la salute e la libertà di 16 milioni di salariati siano effettivamente tutelati.

Partito Comunista dei Lavoratori

Quando il proletariato chiedeva il vaccino

 


L'epidemia di colera nella Napoli del 1973

12 Settembre 2021

La spiegazione degli eventi e l’insegnamento della storia si contraddistinguono, in questo periodo pandemico, non dalla qualità delle fonti ma dalla quantità delle fonti. Siti privi di qualsiasi fondamento scientifico proliferano distorcendo le notizie e la verità sui vaccini anti-Covid. Pullulano frasi come “vengono nascosti effetti collaterali e decessi post-vaccino”, “I vaccini anti-Covid sono sperimentali”.

In Italia l’Agenzia Italiana per il farmaco (Aifa) pubblica periodicamente il resoconto con le segnalazioni di sospetti eventi avversi, e la realtà è che «i vaccini autorizzati contro il Sars-Cov hanno effettuato tutti i passaggi della sperimentazione per ricevere l’autorizzazione all’immissione in commercio», non vi è stato nessun “salto del turno”.

Il nozionismo in sostanza sta sostituendo a poco a poco lo spazio della comprensione dei grandi fenomeni storici. Anche le lotte sociali di classe vengono sostituite da paure e convinzioni medievali. Il Covid-19 non è solo una malattia fisica, ma in molti scuote e mobilita le paure più irrazionali.

Era il 1973 quando un’epidemia di colera colpì l’Italia. La propagazione del colera, rispetto alla diffusione del Covid-19, ebbe un processo geograficamente inverso. Il centro del contagio fu Napoli, una città del Sud. Tutto ebbe inizio nell’agosto del '73, per la precisazione il 24 agosto, a Torre del Greco (dove Giacomo Leopardi morì 1837 durante un’altra epidemia di Colera), ove si segnalarono alcuni casi di gastroenterite acuta.

Già il 20 agosto la ballerina inglese Linda Heyckeey morì a causa del colera. Era più di un sospetto. L’ospedale Cotugno del capoluogo campano in pochi giorni assorbì molti pazienti, tutti affetti dagli stessi sintomi: diarrea, nausea e vomito. Il colera si diffuse, il batterio killer iniziò a preoccupare. La malattia viaggiò veloce per le vie della città e con essa, alla stessa intensità, si diffusero la paura e il panico.

Napoli aveva già avuto a che fare con il colera nel 1835, nel 1849, nel 1854, nel 1865, nel 1884 e nel 1893. I decessi furono migliaia, e migliaia di vittime – circa 16000 – il Vibrio cholerae (batterio responsabile del colera) li fece nella penultima epidemia del 1884. L’incubo colera si stava riproponendo per l’ennesima volta a Napoli.

La Napoli degli anni '70 era una Napoli molto diversa da quella di oggi, non solo in senso strutturale ma anche sociale. Il tessuto sociale era strettamente più connesso alla coscienza politica. L’impatto del colera a Napoli negli anni '70, se paragonato ai numeri del Covid-19 odierni, fu sicuramente di lieve entità, le morti (secondo le stime più pessimiste) furono 24, con circa 1000 pazienti ricoverati. Altre regioni come la Puglia, la Sardegna o città come Roma, Firenze, Pescara, Bologna e Milano, contarono ammalati ma nessun aspetto drammatico per le statistiche.

La ricerca delle cause della diffusione della malattia furono, almeno nella prima fase, complesse. Inizialmente infatti si ritenne che l’epidemia fosse stata causata dal consumo di molluschi infetti dai vibrioni, in particolare cozze, che venivano ingerite anche crude. La cosa molto particolare e curiosa è che le vere responsabili della diffusione del batterio furono le cozze tunisine e non quelle nostrane, perché i frutti di mare partenopei avevano un tale concentrato di colibatteri, a causa dell'inquinamento del mare, da impedire di sopravvivere allo stesso batterio del colera [1].

Fu il primo caso d’inquinamento selettivo per il proliferare di batteri.

Le autorità, dunque, adottarono diverse misure di anticontagio: iperclorinarono le acque dell’acquedotto municipale, bloccarono la vendita dei frutti di mare e il consumo nei ristoranti e nelle trattorie, e in concomitanza attivarono una raccolta di massa straordinaria di rifiuti, sanificarono strade ed effettuarono controlli a tappeto.

La situazione era seria, era necessario reagire, tanto più che, come tutte le questioni sociali, restavano sacche di convinzioni medioevali, populiste e parafasciste che facevano resistenza. Ieri come oggi avevamo la destra retrograda (i no vax odierni) in prima linea, i soliti sprezzanti del pericolo (negazionisti dell’epidemia) che pensarono bene di farsi riprendere mentre ingurgitavano cozze crude. Oppure si doveva fare i conti con l’incoscienza nazionalpopolare dei giovani, come quella degli "scugnizzi" che dopo essersi vaccinati si gettavano nelle inquinate acque di Via Caracciolo [2].

La presenza del Colera a Napoli, in pochi giorni, divenne un fatto ufficiale. I media sottolineavano il dato. Il Mattino il 28 agosto ufficializzava la presenza dell’epidemia. Gli anziani del posto avevano ancora vivo il ricordo di cosa aveva fatto il colera nel 1910, pochi decenni prima (111 decessi). Il 29 agosto, il Corriere titolava: «Paura del colera». Il giorno dopo: «Contagiati anche i bimbi».

Era necessario reagire, ma mancavano le dosi. In città, il siero anticolerico contava poco più di 17000 dosi [3]; la popolazione iniziava ad accusare il colpo e la non chiarezza sull’origine della diffusione del batterio metteva Napoli in ginocchio. I napoletani, oltre a subire la malattia, per la paura si trovano sigillati in casa senza poter consumare nulla, dal pesce all’acqua alla frutta. Il disagio cresceva, e aumentava anche il livello di coscienza di classe. Il popolo scese in piazza al grido di “vogliamo il vaccino!”. Napoli reclamò il vaccino. Era la classe operaia, la povera gente dalla grande Napoli che stava reagendo.

Nelle foto in bianco e nero di allora ci sono uomini, donne e bambini che protestano perché vogliono difendersi da quel nemico che evoca terrore e lutti. Proprio come dovrebbe essere oggi per il Covid-19, la gente di Napoli ancor meno di cinquant’anni fa lottava per aver un vaccino, per poter essere libera, per poter mandare i figli a scuola, per uscire e tornare alla normalità.

Ai giorni nostri, con un nemico molto più letale e cattivo, le cronache e le immagini in bianco e nero di quella estate napoletana del 1973 ci consegnano una grande esperienza positiva, l’esempio di come il popolo debba rispondere.

Si creano dunque a Napoli i primi centri vaccinali, uno dei primissimi fu alla Casa del popolo di Ponticelli (un’iniziativa promossa da alcuni militanti del PCI), e in poco tempo la vaccinazione cambia passo. Il 3 settembre il Corriere d’Informazione parla di circa 800000 napoletani vaccinati, e l’obiettivo del milione sembra vicinissimo; “prima di sera”, aggiunge, “potrebbero arrivare a sfiorare il milione”, ma lo cosa che più colpisce è, come afferma il Corriere: «in città si nota un clima molto più sereno».

Per rendere possibile la campagna di immunizzazione, in città erano stati allestiti decine di centri dove il vaccino poteva essere somministrato. Al 3 di settembre ne risultavano attivi «44 nella sola Napoli». Un aiuto importante, per dovere di cronaca, fu dato dalle truppe NATO presenti in Campania, dotate di "siringhe a pistola" capaci di somministrare le dosi in tempi molto rapidi. Questi strumenti erano quelli che utilizzavano per le loro truppe in Vietnam.

Quello che dobbiamo valutare con molta attenzione oggi è quello che ci ha insegnato questa vicenda. A Napoli ci fu una grande partecipazione della popolazione alle proteste per ottenere il vaccino. Con grande tenacia e pazienza, i partenopei ottennero il vaccino, mostrando piena fiducia nella scienza, nell’immunizzazione e nei vaccini.

La storia, come spesso accade, non solo tende a ripetersi, ma purtroppo, come diceva un grande, insegna ma non ha allievi. Nel caso del Covid, purtroppo, ha subito un ulteriore affronto ed è stata ribaltata.





NOTE



1) approfondimenti a questo link.



2Corriere del mezzogiorno



3) Corriere della Sera






ALTRE FONTI



L’epidemia di colera a Napoli



La lezione dell’epidemia del colera



Eugenio Gemmo

Il PCL presente alle elezioni comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna

 


Il Partito Comunista dei Lavoratori è presente alle elezioni amministrative comunali di Roma, Milano, Torino, Bologna, con un proprio candidato a sindaco.


Il fine è quello di presentare pubblicamente le proposte e il programma di un'organizzazione rigorosamente anticapitalista, da sempre schierata dalla parte dei lavoratori.

Anche sul terreno cosiddetto amministrativo sosteniamo le ragioni del lavoro. Rivendichiamo ad esempio la regolarizzazione dei lavoratori precari nella pubblica amministrazione, la cancellazione dei finanziamenti alla scuola privata, l’abolizione del debito comunale verso il capitale finanziario, la requisizione delle case sfitte, la rottura con gli interessi della proprietà immobiliare. Misure che riconduciamo alla prospettiva politica generale di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.

Da comunisti siamo contrapposti a tutti gli altri partiti e schieramenti. Contro le destre reazionarie di Salvini e Meloni, contro il populismo fallito del M5S, contro il Partito Democratico, espressione della borghesia liberale e dell’establishment. L’attuale governo di unità nazionale di Mario Draghi chiarisce che tutti questi partiti stanno dalla parte del capitale contro il lavoro. Noi siamo dalla parte opposta, in coerenza con la nostra opposizione a tutti i governi che l’hanno preceduto, di centrosinistra o centrodestra o giallo-verdi.

Siamo contrapposti a ogni forma di posizione no vax. Per la cancellazione dei brevetti delle multinazionali del vaccino, per un'estensione della vaccinazione di massa su scala nazionale e planetaria, per il raddoppio del finanziamento pubblico nella sanità pubblica e gratuita, finanziato da una patrimoniale straordinaria di almeno il 10% sul 10% più ricco, per la nazionalizzazione della sanità privata e dell’industria farmaceutica.

Da comunisti siamo contrapposti a posizioni rossobrune come quelle del PC di Rizzo, nemiche persino dei diritti civili, e alternativi ad organizzazioni della sinistra cosiddetta radicale come Rifondazione Comunista, che hanno votato a suo tempo la fiducia alle missioni militari, come a quella in Afghanistan, e alla detassazione dei profitti.

La nostra autonomia politica ed elettorale, attorno al nostro programma indipendente, non contraddice l’impegno a favore della massima unità d’azione di tutte le organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio sul terreno della lotta di classe. Oggi, ad esempio, a favore dell'unità di lotta di tutte le vertenze a difesa del lavoro, attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, come GKN o Whirlpool.

Da ogni versante, la nostra partecipazione alle elezioni è mirata a sviluppare la coscienza politica dei lavoratori e delle lavoratrici in direzione anticapitalista e rivoluzionaria.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta dei palestinesi per il diritto al vaccino

 


La dittatura sanitaria è quella del sionismo contro i palestinesi

3 Agosto 2021

Lo stato d'Israele, che ha vaccinato l'85% della popolazione contro il Covid, ha privato i palestinesi del diritto al vaccino. Più precisamente ha vaccinato gli arabi palestinesi che vivono in Israele ma si è rifiutato di vaccinare il grosso dei 4,5 milioni di palestinesi che vivono in Cisgiordania e a Gaza. Sono stati vaccinati solamente 380.000 abitanti della Cisgiordania e 50.000 abitanti di Gaza. Questi ultimi, com'è noto, hanno ricevuto una pioggia di bombe al posto del vaccino.

Il nuovo governo israeliano di Bennett, che ha preso il posto del famigerato Netanyahu, ha finto alcuni giorni fa di compiere un bel gesto procurando all'Autorità palestinese un certo numero di dosi del vaccino Pfizer. Peccato che la donazione era truccata: la data di scadenza dei vaccini procurati era... giugno 2021.
In altri termini, Israele ha dato ai palestinesi i medicinali scaduti e inservibili che gli erano avanzati. Dopo il crimine, l'inganno. Alla fine persino la più che accomodante Autorità palestinese si è vista costretta a declinare l'offerta e a lamentare la violazione degli accordi di Oslo che formalmente prevedevano la collaborazione dello Stato occupante in caso di emergenza sanitaria. Ma com'è noto, gli accordi di Oslo, benedetti dalla sinistra internazionale, sono solo la prigione dei palestinesi. I vaccini sono come la terra, l'acqua e ogni altro diritto: materia proibita, come tutti i diritti per il popolo di Palestina. Col consenso di tutte le “democrazie” imperialiste del mondo.

I palestinesi dei territori occupati hanno registrato una percentuale altissima di contagi Covid (più di 300.000) e quasi 4.000 morti. La lotta per la vaccinazione della popolazione dei territori è oggi in primo piano nella lotta dei palestinesi. Non sappiamo se è una buona notizia per chi in casa nostra protesta contro il vaccino accodandosi di fatto all'estrema destra, e soprattutto facendo propri i suoi argomenti (“la dittatura sanitaria”). Certo è una prova in più che la lotta contro il capitalismo e l'imperialismo non passa per la guerra al vaccino ma per il diritto alla vaccinazione. Contro le multinazionali che sequestrano questo diritto per inseguire il massimo profitto, contro i governi capitalisti che proteggono i loro brevetti.

Partito Comunista dei Lavoratori

Nessun profitto sulla pandemia

 


Perché e con quali posizioni il PCL appoggia la petizione europea

Il PCL sottoscrive e sostiene la petizione europea “Nessun profitto sulla pandemia”, promossa da un variegato arco di forze politiche, sindacali, associative (1).

Sosteniamo la petizione perché condividiamo lo sdegno nei confronti dei colossi dell'industria farmaceutica da parte di milioni di lavoratori, di lavoratrici, di giovani, di anziani, tutti già penalizzati da servizi sanitari disossati, dall'assenza di personale sanitario e di strutture, dal fallimento dei sistemi di tracciamento, dalla distruzione della medicina territoriale e preventiva, dalle difficoltà e dai costi degli stessi tamponi, dall'obbligo di lavorare e produrre senza reali garanzie di sicurezza. E ora privati del diritto ad una vaccinazione tempestiva, generale, sicura, a causa della proprietà intellettuale dei brevetti, una proprietà su cui fa leva un pugno di monopoli farmaceutici, che prima hanno intascato dai rispettivi Stati enormi regalie pubbliche, senza le quali non vi sarebbe vaccino, poi hanno ottenuto da quegli stessi Stati contratti segreti su prezzi e responsabilità giuridiche per poter fare affari in tutto il mondo, e infine hanno persino disatteso le promesse di dosi pattuite nell'impunità generale.
Non esiste oggi al mondo scandalo sociale più grande del sequestro privato del diritto pubblico alla salute.

Per la stessa ragione non abbiamo alcuna illusione sui poteri di una petizione istituzionale. La Commissione Europea e i governi europei cui si rivolge la petizione sono gli stessi che hanno accordato alle grandi ditte farmaceutiche la piena libertà di profitto. Lo hanno fatto tutti i governi europei, nessuno escluso, dalla Francia di Macron alla Germania di Merkel, dall'Italia di Conte (e oggi di Draghi) alla Spagna di Sanchez e Iglesias.
Non sarà una petizione a cambiare la loro natura di comitati d'affari dei capitalisti. Lo stesso vale per i monopoli farmaceutici.
La petizione dice che «le grandi aziende farmaceutiche non dovrebbero trarre profitto da questa pandemia a scapito della salute delle persone». Ma le grandi aziende capitaliste esistono proprio, e solo, in ragione del profitto, sia che producano carri armati sia che producano farmaci e vaccini. La salute è l'ultima loro preoccupazione, e tale resterà.
La petizione afferma che «Non deve essere consentito a Big Pharma di depredare i sistemi di assistenza sociale». Ma i Big Pharma ingrassano proprio con risorse pubbliche ricavate dal taglio della spesa sociale, sanità inclusa; e controllano spesso direttamente o indirettamente l'enorme business della sanità privata a sua volta beneficiata dallo smantellamento di quella pubblica. La conversione morale dei Big Pharma è tanto improbabile quanto quella dei serial killer in angeli azzurri.

Insomma, l'idea che possa esistere un capitalismo umanitario opportunamente riformato è e resta una pietosa illusione, su scala nazionale e continentale. La drammatica esperienza della pandemia dimostra esattamente l'opposto, e cioè che il capitalismo è incompatibile con l'umanità e viceversa. E che l'unica alternativa vera è anticapitalista e rivoluzionaria. Il fatto che sia difficile realizzarla non toglie che sia l'unica soluzione possibile.

Cancellazione dei brevetti e della cosiddetta proprietà privata intellettuale!

Abolizione del segreto industriale e commerciale sulla produzione di farmaci e vaccini!

Diritto universale di vaccinazione, gratuita, tempestiva e sicura!

Esproprio dell'industria farmaceutica, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!


Solo radicali misure anticapitaliste possono determinare una svolta vera nella lotta contro la pandemia. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, su scala nazionale e internazionale, può realizzare compiutamente e sino in fondo tali misure. Ricondurre le rivendicazioni immediate a questa prospettiva generale è la ragione del nostro partito.

Con queste posizioni il PCL parteciperà a tutte le iniziative unitarie che si terranno attorno alla petizione “Nessun profitto sulla pandemia”, a partire dalla
giornata dell'11 marzo.



(1) https://noprofitonpandemic.eu/it/

Partito Comunista dei Lavoratori