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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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I PORTABORSE DEL CAPITALE BENEDICONO LEPORE

 


I PORTABORSE DEL CAPITALE BENEDICONO LEPORE

Non ci sorprende l'esprimersi di alcuni fra i massimi esponenti del campo largo a favore della ricandidatura di Lepore a sindaco di Bologna.

Al di là dell'appoggio dell'establishment del PD bolognese (da Merola a Di Stasi), è degno di nota lo schierarsi apertamente a suo sostegno di individui quali Renzi e Conte – l'ideatore del Jobs Act e l'individuo che ha governato assieme alla Lega (a memoria dell'inesistenza di vere divergenze fra chi si candida a rappresentare gli interessi di chi muove i capitali).

Conte in particolare si è impegnato a lodare il buon governo bolognese; un buon governo che ha visto il sindaco impegnato a vendere pezzi di città ai fondi d'investimento speculativi, favorire la gentrificazione e la crisi abitativa e sostituire aree verdi con cemento, il tutto sostenuto da un ampio uso delle forze di polizia per reprimere qualunque opposizione popolare. Una lampante (e programmatica) esemplificazione di cosa intenda come “buon governo” chi certuni a sinistra credono essere l'ala filopopolare del campo largo.


La sinistra interna del campo largo ha già capitolato - pensiamo al commissariamento della federazione locale di Europa Verde nel momento in cui questa tentò di sfilarsi dalla maggioranza od al limitarsi di Coalizione Civica a critiche formali accompagnate dal supporto continuo ad un'amministrazione reazionaria e serva dei capitali finanziari.

Tutto punta verso un bis dell'ultimo mandato: una giunta strutturalmente inserita nelle logiche del capitale, dotata di una chiara coscienza di classe (borghese) ed intenta a condurre la lotta di classe dall'alto contro il basso.


Stando così le cose, l'unica vera risposta possibile è una identica, ma di segno opposto: una lotta di classe condotta dal basso verso l'alto, da una classe lavoratrice conscia dell'inevitabile contrapporsi dei propri interessi a quelli dei grandi capitali e di chi li rappresenta. Non vi sono scorciatoie di sorta: non saranno progetti e logiche elettorali a fermare le politiche antipopolari della prossima giunta, ma solo la costruzione di una vera opposizione, classista quanto i propri avversari, radicale nel rivendicare prospettive anticapitaliste in nome proprio degli interessi di classe e non disposta a compromessi programmatici di sorta.


Nella costruzione di questa alternativa continueremo ad essere impegnati come Partito Comunista dei Lavoratori 

Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

ENNESIMA STRAGE DI LAVORATORI. ENNESIMO CRIMINE ODIOSO DEL CAPITALISMO

 


Testo del volantino che verrà distribuito nella giornata del 25 ottobre in occasione del presidio davanti alla Prefettura di Bologna

Le lavoratrici e i lavoratori avevano già denunciato le condizioni di sicurezza precarie del lavoro alla Toyota Material Handling. Ma l’azienda è andata avanti mettendo così in conto questa ennesima strage. Perciò non è il caso di parlare di morti accidentali o di morti bianche. Ma di veri e propri omicidi.

È la logica della massimizzazione dei profitti, è la logica del capitale per cui la sicurezza è un costo

Questo vale tanto a livello di singole imprese che a livello governativo. Il degrado della legislazione sul lavoro procede da almeno trent'anni. Passa per l'introduzione del pacchetto Treu col primo governo Prodi (1997) che aprì la breccia della precarizzazione del lavoro. Passa per la successiva legge 30 del ministro Maroni (2003) del secondo governo Berlusconi che cancellò la parità di trattamento lungo la filiera degli appalti. Passa per la cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ad opera del governo Renzi (2014), che accentua a dismisura la ricattabilità dei lavoratori anche sul terreno delle normative di sicurezza. Passa per i tagli sulle ispezioni e gli ispettori, ridotti ormai a circa duecento su scala nazionale. Persino gli indennizzi per le famiglie delle vittime del lavoro, già miserabili, sono stati tagliati negli anni (da 12,5 milioni del 2012 ai 3 milioni attuali), pur di risparmiare risorse da destinate alle imprese o alle banche in fatto di debito pubblico e relativi interessi.

I morti sul lavoro non cadono per violazione delle leggi, ma per lo più nel loro rispetto.
In compenso, nessuna delle grandi aziende coinvolte nei crimini sul lavoro ha mai veramente pagato. Non a caso i crimini capitano spesso in aziende già coinvolte in precedenti “incidenti” o nelle quali, some nel caso della Toyota, erano già state denunciate condizioni di lavoro non sicure.

E ora? I partiti borghesi sia di governo che di opposizione piangono lacrime da coccodrillo mentre i sindacati confederali dietro il vorticare di parole si guardano bene dal proclamare una seria piattaforma di lotta generale, e un impegno serio nella sua promozione.

Su questo si deve invece unire tutta l’avanguardia sindacale e le organizzazioni che fanno riferimento alla classe lavoratrice. La pace sociale, e la compromissione sindacale nelle politiche padronali e governative, hanno prodotto nei decenni l'arretramento del lavoro. Solo una mobilitazione generale di milioni di lavoratori e lavoratrici può ribaltare i rapporti di forza e porre al centro dello scontro la condizione complessiva dei lavoratori e delle lavoratrici.

·       Controllo operaio sulle condizioni del lavoro

  •     Obbligo per le aziende di investire sulla formazione sulla sicurezza sul lavoro non demandandola ad un sistema di informazione periodica largamente insufficiente come quello attuale
  •       Cancellazione di tutte le leggi di precarizzazione del lavoro e dei subappalti
  •          Investimento massiccio per l’assunzione di migliaia di ispettori da mandare nelle aziende senza preavviso
  •         Nazionalizzazione delle imprese che si rendano colpevoli di gravi incidenti sul lavoro o di malattie professionali
  •         Introduzione dell’omicidio sul lavoro

Con una necessaria consapevolezza di fondo: la società borghese è in quanto tale una associazione a delinquere. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici potrà fare giustizia.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


L'assassinio di Satnam Singh, uno squarcio sulla società borghese

 


Un invito alla mobilitazione generale

24 Giugno 2024

L'assassinio di Satnam Singh – spappolato dallo sfruttamento e gettato sanguinante davanti a casa con un braccio amputato in una cassetta di frutta – ha richiamato l'ennesimo pianto ipocrita di tutta la stampa borghese sulle condizioni del lavoro degli immigrati e delle immigrate, e l'immancabile giostra di promesse a futura memoria. Sino al prossimo crimine, naturalmente, dopo il quale il giro ricomincia ogni volta.

La situazione è semplice nella sua brutalità. Larga parte dell'agricoltura tricolore si fonda sul supersfruttamento di manodopera immigrata, prevalentemente asiatica e africana, ma anche est-europea. Quasi 300000 braccianti sono costretti a lavorare con salari da fame, sino a meno di un euro all'ora, per 12-14 ore giornaliere (e a volte più), senza le minime garanzie di sicurezza, condannati a pagare l'affitto in baracche di lamiera senza bagno, umiliati giorno dopo giorno da padroni e padroncini che li trattano alla stregua degli schiavi. Nel migliore dei casi si tratta di salariati con contratti stagionali, che non possono spesso essere trasformati in rapporti di lavoro a tempo determinato o indeterminato per via dell'esistenza di tetti massimi legali invalicabili. Contratti stagionali scritti peraltro sulla carta e per lo più ignorati nei fatti. Ma molte volte la realtà è anche peggiore.

Il metodo usato dall'azienda agricola del padron Lovato, assassino di Satnam, è esemplare. Il lavoratore viene assunto, lo si fa lavorare in condizioni invivibili per il numero di giorni necessari a fargli maturare il sussidio di disoccupazione, poi viene licenziato per finta, e lo si tiene a lavorare alle condizioni di prima o ancora più infami: in nero, ma con metà paga, dato che l'altra parte la paga l'INPS. In caso di accertamento giudiziario, l'accusa di truffa viene scaricata sul lavoratore.
Questo metodo dello sfruttamento in nero con truffa padronale non è affatto un caso limite, ma una regola diffusa. La ricattabilità del lavoratore è ovunque la leva del suo sfruttamento brutale. Il caporalato il braccio armato del padrone.

Non solo. I padroni sfruttatori, che truffano l'INPS attraverso il lavoro nero, sono gli stessi che la fanno franca. Sia perché le ispezioni sono rare, sia perché, anche quando incorrono in un accertamento imprevisto, risolvono la cosa col pagamento di qualche multa (già contabilizzata a bilancio) e con la promessa di riparare in futuro. Dopo di che tutto torna come prima. Ed anzi le stesse aziende che non dichiarano dipendenti grazie alla truffa del lavoro nero incassano spesso i fondi europei. Salvo poi portare in piazza i trattori per rivendicare sussidi maggiori. Questa è l'agricoltura tricolore che il ministro Lollobrigida invita a non criminalizzare. Ciò che significa letteralmente coprire i criminali. A partire dalla roccaforte elettorale di Fratelli d'Italia nell'agro pontino.

La disparità di trattamento è scandalosa. Un immigrato senza permesso di soggiorno, perché magari licenziato, finisce nel lager di un centro per il rimpatrio. Ma il padrone Lovato che ha scaricato davanti a casa un uomo morente e il suo braccio amputato in una cassa di frutta, che ha lavato le tracce di sangue dal furgone, che ha sequestrato i telefoni dei suoi compagni di lavoro per impedire loro di chiamare i soccorsi, resta tranquillamente a piede libero. Ed anzi accusa Satnam di leggerezza, cioè di essersela cercata e di avergli così procurato dei guai. La natura della democrazia borghese è riassunta alla perfezione da questa immonda vicenda.

Questa vicenda chiama in causa precise responsabilità politiche. Governi borghesi di ogni colore hanno vantato per decenni la “lotta al caporalato”. Il governo Renzi nel 2014 varò la trovata della Rete del lavoro agricolo di qualità come strumento di normalizzazione legale dei rapporti di lavoro nei campi. Tutti i governi successivi, inclusi i governi Conte e Draghi, si sono appoggiati sulla stessa retorica legalitaria. Sarebbe bastato “premiare” le aziende che non ricorrono al caporalato per risolvere il problema.
Ebbene, parlano i numeri. Dopo dieci anni dal suo varo, su una platea di 175000 aziende solo 6000 sono iscritte alla rete. Cosa significa? Significa che il mercato capitalista e l'assenza di controlli (anche per il taglio verticale degli ispettori) rende assai più conveniente il supersfruttamento illegale rispetto all'osservanza delle norme. Tanto più in assenza di punizioni reali per chi le viola. Quanto ai “premi” previsti per le aziende regolari (bollini di qualità per i loro prodotti o nuove decontribuzioni), sono ben poca cosa rispetto ai profitti assicurati dal lavoro schiavile. Per non parlare del fatto che i premi sono incassati assai spesso anche da aziende che “regolari” non lo sono affatto e non hanno alcuna intenzione di diventarlo.

Che fare, allora? È necessario che il movimento operaio e sindacale vada oltre la denuncia del malaffare nelle campagne, e apra una vertenza vera attorno a precise rivendicazioni di classe.
Certo, la Bossi-Fini, ben conservata da tutti i governi per oltre vent'anni, va cancellata perché funzionale allo sfruttamento. Ma non basta. Occorre rivendicare l'introduzione del reato penale per i padroni che ricorrono al lavoro nero; la regolarizzazione legale e contrattuale di tutti i salariati impiegati nei campi, a partire dall'immediato permesso di soggiorno per i lavoratori stranieri che denunciano irregolarità; un controllo sindacale capillare sull'intero territorio nazionale, anche col ricorso strutture di autodifesa contro violenze e minacce dei caporali.
Solo la forza del movimento operaio può imporre una svolta nelle campagne.

E non solo. Il tema del lavoro precario, supersfruttato, sottopagato, si estende a tutti i settori dell'economia: nella produzione, nei servizi, nella logistica, nell'edilizia, nei trasporti, nella ristorazione, nel turismo. Sei milioni di salariati guadagnano meno di 850 euro al mese, altri due milioni ricevono meno di 1200 euro. Il precariato, la pratica degli appalti e dei subappalti con la corsa al massimo ribasso, il dilagare del part time involontario, in particolare nel lavoro femminile, la vergogna degli stage non pagati per milioni di giovani, sono tutti strumenti fra loro combinati che schiacciano verso il basso salari e diritti. È necessaria allora una vertenza generale che metta insieme la rivendicazione di un forte aumento salariale per tutti con la cancellazione di tutte le forme di lavoro precario. Per i lavoratori e le lavoratrici del Nord e del Sud, per italiani/e e migranti. A pari lavoro, pari diritti per tutte e per tutti.

Ben vengano i referendum contro il Jobs Act promosso dalla CGIL. È una battaglia che deve impegnare tutti. Ma non basta. Occorre ricondurre l'impegno referendario ad una piattaforma generale che unisca in un unico fronte reale di lotta 18 milioni di salariati. Una forza enorme. Una forza che può ribaltare dal basso l'intero scenario politico. Una forza che se organizzata e cosciente può ambire a imporre un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, che rompa col capitalismo e riorganizzi tutta la società su basi nuove. L'unica vera alternativa per gli sfruttati e gli oppressi.

Partito Comunista dei Lavoratori

Referendum CGIL. La nostra linea e proposta

 


Come è noto, la CGIL ha promosso quattro quesiti referendari in materia di lavoro. Rivendicando l'abrogazione del “contratto a tutele crescenti” (cancellazione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori) introdotto dal governo Renzi col famigerato decreto 23/2015, il cuore del Jobs act; la cancellazione del tetto massimo di risarcimento ai lavoratori delle piccole imprese (previsto dalla legge 604 del 1966); l'abrogazione delle norme che liberalizzano i contratti a termine (articolo 19 del decreto legislativo 81/2015), anch'esse introdotte dal governo Renzi; l'abolizione delle norme che impediscono di estendere la responsabilità degli infortuni sul lavoro all'impresa appaltante, un tema quanto mai tragicamente attuale. Da notare che in quest'ultimo caso si tratta di norme varate a suo tempo dal governo Prodi, sostenuto da Rifondazione Comunista.


I referendum hanno dunque una natura progressiva nel loro contenuto. Il fatto, indubbio, che la burocrazia CGIL li abbia promossi in una logica sostitutiva dell'azione diretta nella lotta di classe non cambia la natura dei referendum; semmai conferma, se ve ne era bisogno, la natura della burocrazia. Certo, se la CGIL non avesse la direzione burocratica che si ritrova, se avesse avuto e avesse una direzione coerentemente classista e anticapitalista, l'intero scenario italiano sindacale e politico avrebbe preso negli anni un'altra piega, e con ogni probabilità non dovremmo ora occuparci di referendum. Ma i marxisti rivoluzionari si battono nella realtà qual è, non in quella che loro vorrebbero. E oggi i referendum sono e saranno, nelle condizioni date, uno dei terreni di scontro reale.

Non si tratta allora, per parte nostra, di contrapporre la lotta di classe ai referendum, ma di utilizzare ogni momento della battaglia referendaria per rivendicare la centralità di una proposta di svolta sul terreno della lotta di classe: per la vertenza generale, per una piattaforma di lotta unificante, per un vero sciopero generale. Mettendo in discussione apertamente la linea della burocrazia sindacale e ponendo l'esigenza di una direzione alternativa. Ciò che purtroppo l'attuale guida della minoranza CGIL (Le Radici del sindacato) non fa e non intende fare.

In questo quadro, compatibilmente coi nostri mezzi, intendiamo impegnarci per un ruolo attivo e riconoscibile nella battaglia referendaria. Partecipando ove possibile ai banchetti della raccolta firme, proponendo iniziative pubbliche a sostegno dei referendum, ponendo il tema di comitati unitari referendari come strutture di fronte unico. Ogni iniziativa può diventare infatti un'occasione di presentazione della proposta di lotta generale, ben al di là dei limiti del referendum. Più le avanguardie svolgeranno un ruolo riconoscibile nella battaglia referendaria, in questa o quella situazione e iniziativa, più potranno guadagnare uno spazio di ascolto e di attenzione per le proprie posizioni alternative.

Lo scontro referendario ha e avrà peraltro non solo una valenza sindacale ma politica.
Il governo a guida postfascista e l'intero fronte padronale si schierano per loro natura contro i referendum CGIL. Il PD, al di là della firma apposta dalla sua attuale segretaria, non può e non vuole appoggiare i referendum come partito, per il semplice fatto di aver promosso a suo tempo proprio il Jobs act. Il M5S di Conte, che ha preservato il Jobs act nella legislatura precedente pur detenendo a lungo la Presidenza del Consiglio, appone ora una firma pro forma giocando a scavalcare il PD per ragioni elettorali. A sinistra del PD, Alleanza Verdi e Sinistra e Rifondazione Comunista sostengono i referendum, ma su una linea totalmente schiacciata sulla burocrazia sindacale, senza avanzare alcuna proposta di svolta sul terreno della mobilitazione. Infine Potere al Popolo, in una logica settaria e autocentrata, ignora il terreno di scontro dei referendum per il solo fatto che sono promossi dalla CGIL, col risultato di lasciare campo libero alla politica della burocrazia.

Come PCL abbiamo dunque una nuova occasione per valorizzare la cifra caratterizzante della nostra politica nella combinazione dei suoi elementi fondanti: unità di classe e alternativa anticapitalista. La massima proiezione unitaria sul terreno del fronte unico di massa, contro ogni isolazionismo minoritario, e al tempo stesso la massima radicalità nell'indicazione dell'unica vera alternativa: la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fuori e contro ogni illusione riformista.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche

 


Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

Le elezioni politiche sono alle porte.

Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.

I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.

Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.

In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.

In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.

La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.

La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.

Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.

Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.

Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.

Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.

Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.

Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.

Saluti comunisti,

Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

Scuola, perché non bisogna rivendicare il Next Generation EU

 


Il presidio dei Cobas a Roma, in occasione dello sciopero della scuola del 26 marzo, presidio cui hanno aderito varie realtà associative, di settore e studentesche (tra cui anche la Rete degli Studenti medi) è stato caratterizzato nei suoi vari interventi – così come rivendicato anche dalla Rete – dall'apertura ai fondi del “Next Generation EU”.


Un’apertura critica, senz’altro, un'apertura dialettica, ma pur sempre possibilista riguardo ai fondi europei. Un'apertura che comunque non può avere altro significato se non quello di un finanziamento a debito della scuola, dunque verso un peggioramento, nella prospettiva di lungo periodo, del comparto dell'istruzione nella sua interezza. Evidentemente tale fattore di rischio non è stato compreso dai Cobas, dalle studentesse e studenti presenti, che rivendicavano di essere loro la "next generation", fin dalle scritte sui cartelli che tenevano in mano.


NEXT GENERATION EU

La misura invocata, ovvero il Next Generation EU, riguarda un piano di finanziamento pluriennale che prevede uno stanziamento di risorse, pari a 750 miliardi di euro, al quale spesso viene cambiato nome da stampa e politici, preferendo la dicitura “Recovery Fund”, la quale tuttavia si riferisce alla quota finanziaria del “dispositivo europeo per la ripresa e la resilienza”. Si tratta di una mossa economica che vede gli Stati membri dell’Unione europea emettere debito comunemente. All’interno del quadro pluriennale per il periodo che va dal 2021 al 2027, “Next Generation EU” detiene la porzione più importante del finanziamento totale, attorno al 40% di 1.824,3 miliardi. Dunque, per farla breve, si tratta di un enorme finanziamento a debito, invocato dalla stessa classe politica che per almeno venticinque anni ha presentato qualsiasi tipo di politica economica a debito come il male assoluto da scongiurare a qualsiasi costo (per capirci: il 15 marzo di quest’anno il debito pubblico italiano ha sfondato quota 2.600 miliardi di euro, pari al 160% del PIL, nonostante decenni di politiche lacrime e sangue presuntamente finalizzate diminuirlo) [1].

C’è da segnalare che i fondi europei del NG EU sono vincolati dalla “condizionalità” riguardo al loro utilizzo, e non è una questione secondaria. O si seguono determinati dettami imposti per la spesa di tali fondi, che riguardano innanzitutto gli indirizzi e le condizioni di merito dei finanziamenti, oppure il “pilota automatico” caro all’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri quando era in carica alla BCE seguirà – indisturbato – su una strada sempre più stretta e impervia.

A partire dagli investimenti europei, i principi fondamentali su cui si basa l’investimento, per cui ogni paese europeo ha sviluppato un piano specifico, riguardano vari capitoli di spesa, come ad esempio “transizione verde”, le pari opportunità, la stabilità macroeconomica e la “transizione digitale”. Specie per quel che riguarda l’istruzione, dunque, l’impegno è di 28,5 miliardi. Tuttavia viene riproposto il modello di scuola che ha fatto seguito alla legge Renzi (cosiddetta “buona scuola”). In altre parole: ogni scuola e ogni aula potrà avere un computer di ultima generazione per la didattica, tavolette grafiche, lavagne multimediali, ma niente sarà dato per la messa in sicurezza del plesso scolastico, che molto spesso è ferma agli anni del Pentapartito. Molta forma e poca sostanza, quando invece i due tratti spesso coincidono.

Le politiche che accompagneranno questi investimenti a debito saranno quindi le solite, verrebbe da dire, trasversali nel segno dell’imprenditorialità, che già campeggia da anni negli obiettivi scolastici proposti a ragazze e ragazzi delle scuole secondarie di II grado. Non a caso un capitolo di spesa del piano italiano è intitolato significativamente “Dalla ricerca all’impresa”: l’idea alla base di questo processo organico del NG EU è quello di fornire un rapporto di subalternità dell’istruzione all’impresa. Perché di questo trattasi.


RIAPERTURE FANTASCIENTIFICHE E RIAPERTURE REALI

La “questione giovanilista”, vien da sé, non può essere assunta come principio cardine per la riapertura, in funzione della scuola in presenza. Il problema è a monte, o alla radice, a seconda del paragone che al lettore piace di più. Le scuole vanno senza dubbio riaperte ma devono essere messe in sicurezza attraverso un piano vaccinale reale, centralizzato, non demandato alle responsabilità delle regioni; docenti, ATA, studentesse/studenti, devono poter essere monitorati dai presidi sanitari in ogni scuola.

È evidente che il contagio avviene fuori dai plessi scolastici: c'è da evitare che venga portato all'interno delle aule. Per evitare questo cortocircuito serve un piano. Il piano che prevede 8 milioni settimanali di tamponi è totalmente privo di credibilità, e basta guardare quanti tamponi siano stati fatti finora, e come siano stati fatti, per rendersi conto dell'assenza di una qualsiasi base per rendere effettivo un tale provvedimento, peraltro così esteso e concentrato nel tempo. È evidente quindi che un piano non c'è. E riaprire senza un piano significa chiudere due settimane dopo aver riaperto, reiterando un binomio apertura-chiusura ancora più nefasto sul piano psicologico per migliaia di ragazze, ragazzi, docenti.

È impensabile, infine, che i soldi europei – peraltro una tantum – vadano davvero a risolvere i problemi strutturali che la scuola italiana possiede da vari decenni, a causa dei tagli apportati dai governi di centrodestra, centrosinistra e tecnici. È impensabile rivendicare l'utilizzo di quei fondi per la scuola, per la loro messa in sicurezza circa l'edilizia, per la stabilizzazione dei precari (da organico di fatto a di diritto), per le assunzioni vere e massive, perché l'unico provvedimento vero in grado di soddisfare queste esigenze e di rovesciare il piano inclinato sul quale sono state decise tutte le politiche scolastiche “a perdere” degli ultimi decenni è la patrimoniale. Ricorrere ai fondi europei per tale rivendicazione costituisce nei fatti la legittimazione di un ulteriore indebitamento delle casse pubbliche a spese dei lavoratori, senza peraltro che i fondi spesi vadano minimamente nella direzione dei bisogni della scuola e della classe lavoratrice. Anni e anni di tagli alla spesa pubblica, che hanno danneggiato soprattutto la scuola, la sanità e i trasporti, vanno colmati presentando il conto alle classi dominanti.

Torniamo a ripetere che solo una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco dei patrimoni, unita ad un sistema di tassazione fortemente progressivo, può restituire realmente le decine di miliardi di euro tagliati, e consentire una reale messa in sicurezza della scuola, dei suoi studenti e dei suoi lavoratori. Solo una patrimoniale di questo tipo, cioè una patrimoniale anticapitalista, espressione di un altro governo della società e di un altro potere politico, può portare un cambio di rotta in questa società colpita dalla crisi del sistema di produzione capitalistico e da questa pandemia, uno dei suoi sintomi.
Cioè a dire: paghi chi non ha mai pagato, chi si è arricchito durante la pandemia mentre centinaia di migliaia di lavoratori si sono impoveriti e hanno perso l'impiego.



[1] https://www.repubblica.it/economia/2021/03/15/news/debito_pubblico-292301274/

Marco Piccinelli

Italia e Qatar, armi e schiavitù operaia. Le confessioni di Corriere e Sole 24 Ore

 


Ci sono giorni in cui la stampa borghese documenta involontariamente la natura del capitalismo. Nello specifico, del proprio capitalismo, quello da cui è finanziata e da cui dipende. Oggi è uno di questi giorni.



UNA CLASSE OPERAIA IN SCHIAVITÙ

Il Corriere della Sera del 24 febbraio nella sua pagina esteri titola: «Qatar, il censimento della vergogna: 6750 morti nei cantieri dei mondiali». L'articolo riprende la documentazione del britannico Guardian circa la condizione di centinaia di migliaia di lavoratori in Qatar, impiegati nel piano gigantesco di infrastrutture promosso dal regime in vista dei campionati mondiali di calcio (novembre-dicembre 2022). Si tratta nella grande maggioranza di operai immigrati di provenienza asiatica o africana, che cercano di fuggire dalla miseria dei propri paesi, raggranellare un gruzzolo e girarlo come rimessa a sostegno delle rispettive famiglie. India, Pakistan, Nepal, Bangladesh, Sri Lanka, ma soprattutto le Filippine e il Kenya: sono questi i paesi che offrono braccia al Qatar. Più precisamente ai colossi mondiali delle costruzioni, in particolare europei e cinesi, intrecciati con la borghesia locale in una fitta rete di interessi. Il gruppo italiano Salini Impregilo è in prima fila nella costruzione dello stadio e della metropolitana di Doha. Renzi come Presidente del Consiglio, e poi il Ministro degli Esteri Di Maio, hanno trattato direttamente questo e altri affari con Sua Altezza lo sceicco Tamim bin Hamad al-Thani, l'emiro onnipotente del Qatar.

Il trattamento riservato ai lavoratori è disumano: gli operai vengono letteralmente sequestrati; giunti in Qatar vengono privati del passaporto e dunque resi prigionieri; gli orari di lavoro raggiungono le 12 ore giornaliere, per salari di pura sussistenza. Manca naturalmente ogni normativa sindacale e di sicurezza. In queste condizioni sono morti in dieci anni seimilasettecentocinquanta lavoratori, per lo più rimasti sepolti sotto il crollo delle impalcature. Le loro famiglie hanno dovuto tribolare per ottenere il ritorno delle salme, e non sempre con successo.
Le abitazioni operaie sono baracche di lamiera e tuguri malsani dove si ammassano in un paio di stanze gli uni sugli altri decine di lavoratori. La sola periferia di Doha, capitale del Qatar, concentra la maggioranza di questi tuguri, spesso lontani dai luoghi di lavoro. L'assistenza sanitaria, inutile a dirsi, è praticamente assente.

Domanda: come è possibile che in queste condizioni la FIFA abbia potuto assegnare al Qatar nel 2010 i campionati mondiali del 2022? La risposta, scontata, è che il calcio in quanto sport ha ben poco a che fare col Qatar, mentre vi hanno molto a che fare le potenze imperialiste di diverso segno interessate al grande gioco del Medio Oriente.


L'ITALIA ARMA IL QATAR

Ora capita che proprio nello stesso giorno, 24 febbraio, il quotidiano di Confindustria titoli: «Qatar, secondo mercato per l'Italia». Si parla di esportazione delle armi. Armi tricolori, di cui l'Italia mena gran vanto.

Si apprende che nell'ultimo quinquennio il Qatar si sia affermato, subito dopo il Kuwait, come il principale destinatario di armi italiane, per oltre sette miliardi di commesse. Fincantieri ha ottenuto in semimonopolio la costruzione della Marina di guerra del Qatar. Il gruppo Leonardo lo rifornisce di elicotteri militari. Il gruppo MBDA si occupa della sua difesa costiera e del rifornimento di batterie di missili per le navi. Queste attrezzature, diciamo così, non riguardano direttamente i mondiali del pallone. Ma certo riguardano lo sviluppo della potenza qatarina e il suo peso specifico in Medio Oriente. La rotta di collisione tra Arabia Saudita e Iran, in lotta tra loro per l'egemonia regionale, chiede al Qatar di tenersi pronto ad ogni evenienza. Missili e navi da guerra servono esattamente a questo.

Domanda: perché il “democratico” imperialismo italiano arma fino ai denti un paese che schiavizza milioni di operai? Per la stessa ragione per cui arma l'Egitto di al-Sisi, che ha massacrato Regeni, vendendogli fregate militari. Per rafforzare una propria area di influenza in Medio Oriente e partecipare al banchetto della sua spartizione, evitando che qualche boccone di troppo finisca magari alla Francia.

Altro che difesa della sovranità italiana contro il commissariamento della UE, come dicono i sovranisti di sinistra in casa nostra. L'imperialismo italiano è già sovranamente impegnato a tutelare i propri interessi in casa d'altri. Ha subito la perdita di controllo sulla Libia a vantaggio di Erdogan e dell'imperialismo russo. Ora intende rifarsi. Se arma il Qatar è anche per questo.
Del resto: non è proprio il Corriere della Sera a insistere da un paio d'anni sul necessario recupero della presenza italiana nei teatri che contano, con lo sguardo rivolto alla concorrenza francese? È la linea editoriale di Banca San Paolo, grande azionista del Corriere, sicuramente sensibile ai “sovrani” interessi di ENI. Il «censimento della vergogna» con riferimento al Qatar va dunque fatto innanzitutto su Via Solferino.

Partito Comunista dei Lavoratori

Ministero della transizione ecologica: il bazooka mascherato di verde del capitalismo italiano


 I primi a proporre l’idea di un "Ministero della transizione ecologica" arrivano dalle fronde riformiste. Tra i più entusiasti c’è Rossella Muroni ex presidente di lega Ambiente e deputata di Liberi e Uguali che ne parlava da giorni. Il primo febbraio sulla sua pagina facebook si esprime con queste parole: «In queste ore si sta svolgendo un confronto sui temi che devono essere al centro dell’azione del nuovo Governo. I 209 miliardi del Recovery Plan sono una grande occasione: basta litigi, usiamoli per cambiare totalmente il Paese e costruire il futuro, che mi auguro sia fortemente legato all’economia verde».

Ma già da anni si esprimeva per una soluzione di questo genere.

Friday For Future nei giorni ha scritto una lettera direttamente a Draghi: «… Lo scorso agosto, lei ha detto che “privare i giovani del futuro è la più grande forma di disuguaglianza”. Il suo governo agirà per non privarci del nostro futuro, e garantire giustizia climatica, per non far pagare questa crisi ai più fragili e a chi ha meno responsabilità? Non c’è più tempo per “fare il possibile”. Va fatto il necessario. “Whatever it takes”, a qualunque costo. La sentiremo citare di nuovo, tra un po’ di anni, nei video su YouTube o nei libri di storia, come “la frase che ha salvato il clima”? Ai posteri l’ardua sentenza. A questo Governo, però, la scelta di garantirci o negarci un futuro...».

Questa spinta, Draghi e il Presidente Mattarella, non l’hanno lasciata passare invano e l’hanno utilizzata per una fine mossa strategica: imbrigliare la dissidenza del Movimento 5 Stelle contro il futuro governo e muovere le file degli interessi del capitalismo italiano verso 70 miliardi di euro che costituiscono il 37 % del Recovery Fund dentro un piano europeo più vasto chiamato volgarmente Recovery Plan.

Dalle pagine della Commissione Europea all’interno del Recovery Plan si legge: «le transizioni climatiche e digitali eque, attraverso il Fondo per una transizione giusta e il programma Europa digitale». In queste scarne parole è racchiuso tutto il programma capitalistico falsamente tinto di verde del governo Draghi nel suo complesso.

Andiamo, però, con ordine. Draghi ha legato con un filo diretto alla sua supervisione diversi ministeri:

- Il ministero della Transizione ecologica diretto da Roberto Cingolani
- Innovazione tecnologica e la transizione digitale con ministro Vittorio Colao
- Sviluppo economico ministro Giancarlo Giorgetti e ovviamente il Ministero dell’Economia e Finanze diretto dal suo uomo di fiducia Daniele Franco.

Basterebbero le figure e i curricula di questi personaggi, per capire che le visioni “romantiche” di una difesa ambientalista e la trasformazione ecologica da parte del nuovo governo sono una cantonata pazzesca e uno schiaffo che arriva dalla semplice realtà dei fatti.

Chi è Roberto Cingolani? Fisico e Direttore scientifico dell’ITT, Istituto Italiano di Tecnologia dal 2005. Nel 2016 il finanziamento ricevuto dallo Stato, tramite il Ministero dell’Economia e delle Finanze, dell’ITT è stato di circa 94 milioni di euro. I finanziamenti acquisiti direttamente dalla Fondazione ammontano a 213,6 milioni di euro. Nel 2019 diventa Chief Technology and Innovation Officer della società leader del settore difesa e aerospazio Leonardo di proprietà al 30,2 % del ministero di Economia e Finanza che nel 2019 aveva un portafoglio ordini di circa 36.500 milioni di euro, per un ricavo di circa 14.000 milioni di euro.

Un fisico esperto in tecnologie militari e armamenti ai vertici del gioiello imperialista italiano per eccellenza, cosa ha a che fare con la trasformazione ecologica? Infatti, dalla pagina web di Leonardo SpA, si legge testualmente: «Protagonisti nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza. Proteggere i cittadini, i territori, le infrastrutture. Questo ci rende un protagonista globale nell’Aerospazio, Difesa e Sicurezza...».

Eppure Cingolani è oggi il ministro della Transizione ecologica. Viene esaltato da Matteo Renzi che lo definisce uomo di eccezionali doti. Infatti è proprio Renzi che gli affida l’ITT anni prima, ed è ancora Renzi che caldeggia la nomina di Alessandro Profumo a capo di Finmeccanica/Leonardo (condannato in seguito per le vicende del Monte dei Paschi di Siena) e che a sua volta inserisce nel suo staff proprio Cingolani che diventa un protagonista della Leopolda nel 2018.

Alcuni aspetti inquietanti vedono la Leonardo SpA avere stretti legami con l’Arabia Saudita. Infatti proprio dalle pagine di Leonardo SpA si legge che la società “governativa italiana” ha perfino ottimi rapporti con il regime totalitario e disumano Saudita: «Forniamo soluzioni tecnologiche al Regno dell'Arabia Saudita, a partire dagli elicotteri VIP fino ai sistemi per la gestione del sistema bancario islamico». Armi e soldi sicuramente discussi tra Renzi e il principe saudita Mohammed bin Salman. Da notare come lo stesso Renzi sia “invidioso del costo del lavoro” in Arabia Saudita, vista da lui come nuova culla del “Rinascimento”.

Con Leonardo SpA conduce i suoi fili anche il ministero dell’Innovazione tecnologica e transizione digitale, Vittorio Colao, ex amministratore delegato di omnitel/vodafone. Colao viene nominato da Giuseppe Conte a capo della Task Force contro la crisi pandemica nel 2020. Tra i suoi 17 membri c’è l’immancabile Cingolani. Guarda caso però Vittorio Colao entra nel CdA di Finmeccanica nel 2000 insieme a Corrado Passera prima di trasformarsi in Leonardo SpA.

Giancarlo Giorgetti leghista legato agli interessi degli imprenditori del nord, ex missino doc e amico personale di Mario Draghi, è il nuovo ministro dello sviluppo economico. Nel Governo Conte I Lega-5 stelle gli viene affidata la delega alle politiche spaziali ed aerospaziali con la presidenza del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale. Anche lui stringe i legami con Leonardo SpA tanto che partecipa negli USA agli incontri preliminari per il progetto finalizzato alla realizzazione di una specie di spazioporto a Taranto-Grottaglie, al quale guarda Leonardo-Finmeccanica per testare i suoi prototipi. Invece della bonifica del polo di Taranto, si investono energie in faraonici progetti spaziali. Ma se questo non bastasse, tra gli alti vertici di Leonardo troviamo Francesco Giorgetti fratello di Giancarlo. Come minimo è un conflitto di interessi.

Il Ministero dell’Economia e Finanze diretto da Daniele Franco risulta essere il principale azionista governativo di Leonardo SpA da dove proviene il ministro Cingolani. Dalla pagina della Camera dei Deputati prendiamo l’ immagine dei loghi delle aziende con partecipazione statale quotate e non in borsa nel 2018 (la trovate anche alla fine dell'articolo, ndr).

Non c’è alcuna impresa che sia impegnata nel settore delle nuove tecnologie “green”. Viceversa sono molte quelle che si occupano del settore energetico, legate all’apparato militare industriale.

Risulta alquanto difficile immaginare che l’apparato economico dello Stato borghese indirizzi le scelte capitalistiche verso politiche con investimenti in un settore a suo dire “green”, nel quale ad oggi non esiste nulla. Viceversa, tutto il suo sforzo è proteso verso scelte di carattere imperialista. Draghi nel suo discorso di insediamento alle camere ha condensato il programma ambientalista del suo Governo in queste scarne parole: «Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane».

È difficile immaginare che l’equipe prescelta per la “transizione” ecologica del Paese si occupi della difesa dell’ambiente e dei territori, quando questi fini esperti e politici fino a ieri si sono occupati di armamenti, sfruttamenti energetici di territori neo colonizzati e di robotica per limitare la presenza dei lavoratori nei centri di produzione. Le strutture e le infrastrutture del capitalismo nazionale dovrebbero essere trasformate in un programma senza profitti. Questo è palesemente impossibile. Già ad ottobre sulle pagine web del MISE veniva descritto il progetto Italia 2030 insieme alla Luiss Business School (l’accademia del Capitalismo italiano) in collaborazione con Cassa Depositi e Prestiti, Enel, Eni, Generali, Intesa Sanpaolo, Italgas, Leonardo, Poste Italiane, Snam e Terna.

«Abbiamo promosso ‘Italia 2030’ per dare vita a un piano di azione congiunto in cui l’economia circolare fosse al centro delle strategie per il futuro del Paese, a partire proprio da conoscenze e competenze. Solo se continueremo ad avvicinare le opportunità dell’economia circolare a cittadini e aziende, le sue potenzialità diventeranno reali. È una necessità per il Paese, che non può permettersi di perdere il treno della sostenibilità, ed è resa ancora più impellente alla luce della direzione green del Recovery Fund», così aveva commentato per l’occasione Stefano Buffagni, Viceministro allo Sviluppo Economico. Uomo di rango del M5Stelle, sottosegretario alla presidenza del consiglio nel primo Governo Conte e vice ministro al MISE nel Conte II.

Le politiche ambientali di transizione ecologica di questo nuovo governo non esistono. L’Italia è l’anello debole dell’imperialismo europeo e deve stare al passo negli scontri degli interessi tra blocchi nel Mediterraneo e in Africa. Le fonti di energia fossile sono al centro di queste mire. In particolare il Gas Naturale e gli Hub di approvvigionamento e stoccaggio. Il nuovo ministro Cingolani lo diceva già nel 2018.

La sua posizione era nettamente contraria perfino alle rinnovabili in chiave capitalistica: fotovoltaico, eolico, auto elettriche. Alla Leopolda di Renzi dichiarava con decisione sulla sostenibilità: «Nel lungo termine non ci sarà [...] Il costo energetico di tutte le cose che desideriamo avere è molto elevato. Da un lato pretendiamo molto dalla tecnologia come se fosse tutto gratuito, dall’altro non vogliamo oleodotti, gasdotti, nucleare...». Una posizione nettamente a favore delle fonti fossili.

Un futuro programma imperialista, quindi falsamente “ecologico”, teso alla riconquista di spazi e domini in nome del profitto e con i costi a carico dei lavoratori. Altro che Recovery Fund per l’ambiente. Una cascata di soldi per la modernizzazione dell’apparato militare industriale sotto la guida dei gioielli di stato Leonardo SpA, ENI, Saipem, multinazionali dell’energia e banche a dettarne le linee guida.

E triste prevedere che la situazione drammatica dei lavoratori di Arcelormittal, delle miriadi di Terre dei Fuochi sparse nel paese, nonché dei vari dissesti idrogeologici rimarranno tali nel tempo.

Solo la ripresa della lotta di classe contro questo governo come tutti i governi della borghesia, potrà abbattere ogni mistificazione e riportare al centro delle scelte la difesa dell’umanità. Ogni chimera riformista falsamente ambientalista e i compromessi ai danni dei più deboli devono essere spazzati via.

Solo un programma rivoluzionario di transizione anticapitalista verso il socialismo potrà raggiungere la salvezza del pianeta.

Ruggero Rognoni


Il governo Draghi e il nuovo scenario politico

 


Analisi e incognite della situazione italiana

Il nuovo governo Draghi è la risultante di diversi fattori combinati. Se guardiamo la superficie della vicenda politica, è facile individuare in Matteo Renzi il fattore di innesco determinante. La finalità della sua operazione di messa in crisi del governo Conte non è stata affatto dettata dalla fame di poltrone, come voleva una lettura molto approssimativa della crisi, ma dalla volontà di spezzare l'asse tra M5S e PD, e costringere quest'ultimo nella camicia di forza di un'unità nazionale che ne accentuasse le contraddizioni interne a beneficio di Italia Viva. In questo senso il governo Draghi è indubbiamente una risulta dell'operazione di Renzi, al di là dei vantaggi politici che Italia Viva ne può trarre.
Tuttavia abbiamo visto all'opera fattori ben più profondi.


I FATTORI DI FONDO DELLA SOLUZIONE DRAGHI

In primo luogo la pressione del grande capitale e delle organizzazioni padronali, a partire da Confindustria e dalle sue associazioni del Nord.

La borghesia italiana ha conosciuto nell'ultimo decennio una disarticolazione dei suoi assetti interni e riferimenti politici. Ma la precipitazione della più grande crisi del dopoguerra ha fatto emergere la comune volontà di massimizzare in fretta la svolta (obbligata) delle politiche di bilancio della UE. Agli occhi della borghesia il Recovery Fund è l'occasione insperata e irripetibile di provare a rilanciare il capitalismo italiano su scala europea e internazionale, liberandolo dal fardello delle sue zavorre: scarsa concentrazione dei capitali, arretratezza tecnologica, carattere pletorico dell'amministrazione pubblica, lentezze della giustizia civile, peso esorbitante della spesa pensionistica, e persino, incredibile a dirsi, “eccesso di rigidità contrattuali”. È il quotidiano cahier de doléance di tutta la stampa padronale.
Da qui la critica confindustriale al governo Conte e alla sua maggioranza risicata, impegnata in una interminabile negoziazione interna di ogni passaggio decisionale. Da qui, soprattutto, la domanda di un governo dalle spalle larghe, più autorevole su scala mondiale, più permeabile alle pressioni dirette del padronato, e al tempo stesso più capace di imporre alla società italiana il programma di modernizzazione capitalista. Questa domanda di svolta, incluso il nome di Draghi, circolava almeno da un anno, sia pure sottotraccia, in tutti i circoli dominanti. La crisi politica determinata da Renzi le ha aperto il varco.

In secondo luogo, e in connessione col primo fattore, ha operato una pressione delle cancellerie europee. Una precipitazione elettorale della crisi avrebbe messo a rischio l'intelaiatura del Recovery Fund, imperniato sul salvataggio del capitalismo italiano, esponendo l'intera UE ad un pericoloso effetto di rimbalzo. Tanto più nella sgradita previsione di una possibile, se non probabile, affermazione del fronte sovranista, con il conseguente controllo della destra sulla maggioranza assoluta del Parlamento e sulla stessa elezione del nuovo Presidente della Repubblica nel 2022.
La soluzione di unità nazionale era, nelle condizioni date, l'unica via per evitare questo approdo. La presenza del PD ai massimi vertici della UE, nella Commissione Europea (Gentiloni) e nel Parlamento Europeo (Sassoli), ha di certo favorito questa soluzione. Ma essa corrisponde pienamente all'interesse del capitale finanziario continentale. Merkel e Macron hanno tifato, nel proprio interesse, per la soluzione Draghi.

In terzo luogo, la pressione congiunta di padronato del Nord e cancellerie europee ha prodotto un effetto politico decisivo sulla Lega.
Come avevamo segnalato all'inizio della crisi di governo, l'immagine di una Lega salviniana irreversibilmente antieuropea e sovranista non rispecchiava la realtà di quel partito, ben più composita. Una parte decisiva della costituzione materiale della Lega affonda le proprie radici nelle amministrazioni di tutte le principali regioni del Nord, e in una piccola e media borghesia industriale legata alla filiera del mercato europeo, in particolare tedesco. Questa Lega ha incassato i vantaggi dello sfondamento populista del salvinismo, ma non si è mai identificata con questo. Il precipitare della crisi capitalista, combinata con le nuove disponibilità finanziarie della UE, ha spinto in avanti questo settore. Zaia e Giorgetti se ne sono fatti portavoce. La loro domanda governista non è solamente quella di controllare l'uso dei nuovi fondi, ma anche di legittimare la Lega come partito europeista in un quadro internazionale nuovo, segnato dal crollo del trumpismo, dalla svolta della UE, dall'impatto della pandemia sull'immaginario di ampi settori sociali. La svolta del “Capitano” si è posta in sintonia con questo nuovo scenario, per non rischiare di venirne travolto.


IL RUOLO CHIAVE DELLA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

Il Quirinale è stato il dominus del governo Draghi.

Come in altri passaggi della vicenda italiana, la presidenza della Repubblica supplisce alla crisi dei partiti borghesi: è stato così con le presidenze Scalfaro e Ciampi nel passaggio tormentato degli anni '90 tra prima e seconda Repubblica, è stato così con la presidenza Napolitano nella crisi del 2011-2013. Oggi in forme diverse si è ripetuto lo stesso copione. Di fronte allo sfaldamento degli equilibri di alternanza, alla cronica instabilità della legislatura, ai rischi di disfacimento della principale forza parlamentare (M5S), solo l'iniziativa del Quirinale poteva predisporre una via d'uscita.

Sergio Mattarella ha deciso direttamente l'investitura di Draghi, ne ha definito il mandato, ha posto sotto la propria regia la stessa composizione ministeriale. Ciò che tradizionalmente passava attraverso un negoziato interpartitico è stato avocato a sé dalla presidenza della Repubblica. Alcuni costituzionalisti liberali hanno visto in questo l'applicazione salutare e rigorosa della Costituzione. In realtà la crisi politica ha fatto emergere i tratti presidenzialisti, solitamente in ombra, della Costituzione italiana. Era accaduto con Napolitano, si è ripetuto con Matterella.

La presidenza Draghi nasce per volontà della presidenza della Repubblica e col pieno appoggio del capitale finanziario. È davvero il governo dei due Presidenti. La sua forza non sta nella vastissima base parlamentare che lo sorregge; semmai questa, con le sue contraddizioni interne, rappresenta paradossalmente il lato debole dell'esecutivo. Sta invece nell'azione centripeta del grande capitale e della UE, il vero magnete peraltro dell'unità nazionale. Il Presidente Draghi personifica questo nuovo equilibrio, si eleva al di sopra delle contraddizioni politiche della sua maggioranza con l'intento di dominarle. La sua investitura è di fatto presidenziale, e solo di riflesso parlamentare. È, in nuce, una simulazione di bonapartismo.


DRAGHI E MONTI. ANALOGIA E DIFFERENZE

Le analogie con il governo Monti del 2011-2013 sono diverse: oggi come allora, abbiamo un governo di salute pubblica, di nomina presidenziale, espressione del capitale finanziario, con ampia base parlamentare. E tuttavia molte sono le differenze.

Innanzitutto, a differenza che nel governo Monti, i partiti borghesi sono direttamente coinvolti nell'esecutivo, per volontà di Draghi e Mattarella, convinti in tal modo di fortificarlo. Il gruppo dei ministri cosiddetti tecnici, provenienti dall'alta burocrazia di Stato (Daniele Franco) e/o dalla grande impresa (Colao), presidia il core business del nuovo esecutivo, a partire dal controllo dei fondi europei. I partiti borghesi, attentamente calibrati, amministrano invece l'ordinario. Una soluzione più simile a quella di Ciampi del 1993 che a quella di Monti, seppur in un quadro di unità nazionale di cui Ciampi non disponeva.

Inoltre il governo gode di un margine di manovra dal punto di vista finanziario molto più ampio che nel 2011-2012, grazie alla sospensione dei vecchi vincoli di bilancio imposta dalla profondità della crisi, e accettata dallo stesso governo tedesco. Ciò accresce a dismisura il debito pubblico, che sarà scaricato sui proletari, ma nell'immediato aiuta il nuovo esecutivo: gli offre un margine di grasso con cui oliare le relazioni sociali, o almeno provarci.

Infine il governo, anche in ragione di questo margine di manovra, sembra voler perseguire a differenza di Monti una politica di concertazione con le burocrazie sindacali e le organizzazioni padronali. Il ripiegamento del nuovo gruppo dirigente di Confindustria su una politica di “buone relazioni” con la CGIL, dopo le smargiassate iniziali (vedi il nuovo contratto dei metalmeccanici), sembra per ora offrire una sponda a questo corso governativo. Preoccupato di garantire la pace sociale, il governo Draghi farà il possibile per schivare le mine.

Ma chi prevede per il nuovo governo un cammino in discesa, o anche solo in pianura, ha una visione molto semplificata della situazione. Confonde il pallottoliere parlamentare con la vita reale, il profumo d'incenso della retorica con la cruda materialità dei problemi.


PANDEMIA, LICENZIAMENTI, PENSIONI: LE MINE VAGANTI SUL CAMMINO DI DRAGHI

Un primo terreno impervio riguarda la crisi sanitaria e la crisi sociale tra loro intrecciate.

L'evoluzione imprevedibile della pandemia, sotto la minaccia delle mutazioni del virus, si combina con le difficoltà strutturali (continentali ma tanto più nazionali) della vaccinazione di massa, la gestione delle chiusure, i contenziosi con le amministrazioni regionali, il nodo dei DPCM... Un Presidente gesuitico di poche parole dovrà sperimentarsi nella comunicazione pubblica, scendendo dall'eremo della sua santità. Non sarà facile.

A questo si sovrappone il passaggio cruciale dello sblocco dei licenziamenti. Confindustria chiede lo sblocco per le aziende non coperte da cassa Covid che hanno bisogno di ristrutturazioni. Le burocrazie sindacali, in particolare la CGIL, propongono un nuovo rinvio. Ma il padronato, che già teneva sotto pressione il governo Conte, vuole incassare il dividendo del nuovo governo Draghi, e non mollerà facilmente la presa. Bankitalia calcola ad oggi oltre mezzo milione di licenziamenti sospesi pronti a scattare, una valanga sociale di grande ampiezza. E non parliamo solo di piccole imprese, parliamo virtualmente anche del gruppo Stellantis, di AcelorMittal, di Alitalia, di una miriade di aziende di medie dimensioni interessate a riorganizzare produzione e servizi. Draghi cerca di allontanare da sé il calice amaro di questa stretta sociale. Ma sarà arduo evitarla.

La questione delle pensioni non è meno rilevante, seppure su tempi maggiormente diluiti. Quota 100 va a scadenza; non può essere rinnovata a fronte del gigantesco indebitamento pubblico e delle pressioni della UE che condiziona lo stesso Recovey Fund al controllo dei conti pubblici. Non a caso il governo spagnolo (PSOE-Podemos) è già impegnato sull'innalzamento dell'età pensionabile. L'esecutivo Draghi dovrà dunque mettere le mani sul sistema pensionistico nella prossima legge di stabilità, che inizia il suo corso in tarda primavera.

L'incrocio tra sblocco dei licenziamenti e riforma pensionistica può esporre il governo a un rischio di conflitto. La concertazione mira a disinnescarlo, ma al tempo stesso confessa la paura.


PROPORZIONALE O MAGGIORITARIO? LE INCOGNITE DEL SISTEMA POLITICO

Un secondo ordine di problemi è di natura più strettamente politica. La nuova unità nazionale è per definizione una situazione d'eccezione che prelude ad una riorganizzazione del sistema politico. I governi tecnici (Monti) o politico-tecnici (Draghi) sono normalmente incubatori di nuovi soggetti e/o di nuovi equilibri. Oggi è molto difficile prevedere lo sbocco politico dell'esperienza Draghi. L'unità nazionale prelude ad un ritorno a un sistema proporzionale, con la classica composizione di un'area di centro borghese quale punto di gravitazione, o prepara invece un ritorno al bipolarismo con schieramenti ristrutturati ma alternativi? Difficile rispondere ad oggi. Certo nel Parlamento attuale sembra difficile trovare una maggioranza di voto per la legge elettorale proporzionale, perché Forza Italia, PD e M5S non hanno la maggioranza dei seggi al Senato. Se resterà l'impianto maggioritario, comunque articolato, le crepe interne alla maggioranza di governo non tarderanno a manifestarsi, da un lato nel polo PD-M5S, dall'altro nel polo di centrodestra.
I tempi, del resto, non sono neutri. Sul finire della primavera vi sarà un'ampia competizione sul terreno amministrativo a carattere maggioritario che coinvolge le principali città italiane. L'effetto di polarizzazione sarà inevitabile e può riverberarsi a livello politico parlamentare. Inoltre incombe il passaggio tra meno di un anno delle elezioni del Presidente della Repubblica. Draghi appare ad oggi come il candidato naturale alla successione di Mattarella, con un sostegno amplissimo. Ma questo significherebbe elezioni politiche anticipate, una scadenza che se prendesse forma trascinerebbe inevitabilmente lungo l'arco dell'intero anno la competizione interna alla maggioranza Draghi.

Il rapporto del governo con l'opinione pubblica è un'ulteriore variabile dipendente del quadro generale. Al piede di partenza Mario Draghi sembra godere di un affidamento vasto e fiducioso. Un credito iniziale, secondo i sondaggi, di oltre il 70% dei consensi ha pochi precedenti in tempi recenti. È il riflesso naturale della sofferenza per la pandemia, della crisi sociale, dell'enorme disorientamento politico, del ripiegamento dei livelli mobilitazione e di coscienza di ampi strati proletari, ciò che alimenta la ricerca del salvatore della patria, in questo caso tecnocrate competente. Tuttavia proprio l'altezza delle aspettative può favorire rapidi disincanti e cambi di clima. Accadde con Monti, può accadere con Draghi. Proprio la memoria dell'esperienza Monti convive sottotraccia con la speranza in Draghi, e alimenta una diffidenza inquieta. È un equilibrio contraddittorio e instabile, esposto a possibili svolte.

La svolta dell'unità nazionale produce sofferenza in blocchi sociali ed elettorali diversi. Le grandi narrazioni populiste che hanno coinvolto negli ultimi dieci anni ampi settori di piccola borghesia e la maggioranza dei salariati hanno subito un tracollo della propria credibilità. Le campagne sovraniste sono scosse alle fondamenta non solo dal cambio delle politiche di bilancio in Europa ma soprattutto dall'ingresso entusiasta della Lega nel governo Draghi. Parallelamente, la lunga narrazione anticasta del M5S, già svuotata nel corso della legislatura dalle diverse alleanze di governo, è oggi annientata dall'ingresso del M5S nel governo Draghi a fianco di Berlusconi e di Renzi. È un fatto politico enorme nella parabola di questo movimento politico, che ne istituzionalizza definitivamente l'approdo, ma che perciò stesso innesca frantumazioni parlamentari, scissioni tra i suoi attivisti, dispersione nella sua base sociale.

Complessivamente, l'immaginario di ampi settori di massa subisce una scossa traumatica. Non è possibile prevedere la ricaduta prevalente di questo processo sul versante sociale. Ma se il populismo reazionario, grillino o leghista, si è saldato per quasi un decennio con la dinamica di riflusso del movimento operaio, dirottando su uno sfogatoio passivo una gran mole di tensioni sociali, il venir meno di questo sfogatoio potrà avere effetti sulle prospettive della lotta di classe.


LA POLITICA DEI RIVOLUZIONARI NEL NUOVO SCENARIO

Il nuovo scenario politico richiede un rilancio della politica di fronte unico. Se la borghesia ha radunato attorno a sé i suoi partiti, il movimento operaio deve stringere le proprie file contro la borghesia e il suo governo. Contrapporre all'unità nazionale il fronte unico di classe è il primo tassello della nostra proposta e linea di intervento.

È tanto più importante oggi ragionare in una prospettiva di massa. Davanti ad uno schieramento politico così vasto, a un governo che gode di nuova forza per il sostegno unanime del padronato, è necessario lavorare a costruire una forza di massa uguale e contraria, l'unica capace di alzare un argine e strappare risultati.

Nello stesso bacino dell'avanguardia occorre prendere le misure del nuovo scenario. Tanto più oggi logiche di autocentratura ed autosufficienza sono prive di fondamento. Le esperienze controcorrente che si sono prodotte nell'ultimo anno (Coordinamento delle sinistre di opposizione e Patto d'azione anticapitalista - per un fronte unico di classe) assumono un valore ancora maggiore e al tempo stesso misurano il proprio limite. Occorre lavorare alla ricomposizione di queste esperienze in un unico fronte dell'avanguardia di classe, politica e sindacale, per agire insieme in una logica di massa. La proposta di stati generali delle sinistre di opposizione e di classe emersa dal Coordinamento delle sinistre di opposizione intende muoversi in questa direzione, così come le proposte unitarie che emergono nel dibattito del Patto d'azione e dell'Assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori combattivi.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale contro il governo Draghi di tutte le sinistre di classe, ovunque collocate, darebbe impulso a questo processo, a partire dal presidio unitario contro il governo giovedì prossimo a Montecitorio, in occasione dell'insediamento del governo alle Camere, un presidio unitario senza steccati che il PCL, con altri, ha fortemente voluto.

Parallelamente, dentro il percorso di fronte unico dell'avanguardia occorre porre l'esigenza di una proposta d'azione che sia all'altezza del livello di scontro che si prepara. Se lo sblocco dei licenziamenti sarà il primo banco di prova del conflitto sociale, occorre preparare il movimento operaio sul terreno delle indicazioni di lotta, delle forme di organizzazione, delle stesse rivendicazioni. Se nuove centinaia di casi Whirlpool si moltiplicheranno in tutta Italia, va data l'indicazione dell'occupazione delle aziende che licenziano, di un coordinamento nazionale delle occupazioni, dello sviluppo delle casse di resistenza. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori delle aziende che licenziano può unificare il fronte di lotta evitando quella drammatica via crucis delle sconfitte in ordine sparso che la classe operaia ha vissuto nell'ultimo decennio per responsabilità delle sue direzioni.

Certo, sono oggi proposte controcorrente a livello di massa. Ma proprio per questo è importante che le avanguardie le assumano unitariamente, e unitariamente ne facciano strumento di azione per preparare il terreno. Con la propaganda e ovunque possibile con l'agitazione. Sono proposte che il Coordinamento delle sinistre di opposizione ha già assunto e che il PCL ha portato e porta nella discussione interna al Patto d'azione, combinando unità e radicalità.

Il rilancio di una prospettiva anticapitalista di governo dei lavoratori e delle lavoratrici è più che mai un asse centrale della propaganda rivoluzionaria. A un governo espressione del capitale finanziario, nella sua stessa composizione, va contrapposta la prospettiva di un governo del lavoro. La crisi verticale di tutte le mitologie populiste e interclassiste (no euro contro euro, sovranità nazionale contro UE, italiani contro migranti, popolo contro casta...), che purtroppo hanno attecchito in ampi di settori di salariati, può liberare spazio per l'unica alternativa vera: quella tra capitale e lavoro. La parola d'ordine del governo dei lavoratori ne è la naturale proiezione. È l'unica vera soluzione contro il mare di fandonie e di truffe che sono state seminate nella coscienza di massa. È la ragione stessa del PCL e della sua costruzione.

Partito Comunista dei Lavoratori