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Il PCL nelle elezioni per il Senato in Liguria

 


Di fronte a una normativa elettorale particolarmente antidemocratica per i tempi imposti, e considerando l'importanza di una presenza dei marxisti rivoluzionari alle elezioni su scala nazionale, avevamo proposto a diverse sinistre classiste (Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, SCR, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria) un'alleanza elettorale capace di garantire tale presenza. La nostra proposta unitaria è stata purtroppo respinta. Di conseguenza, nei tempi previsti, il PCL ha potuto presentarsi al voto solamente in Liguria al Senato.


Il bilancio di questa esperienza per il partito ligure è stato positivo. In contrapposizione ai partiti borghesi, e a differenza di Sinistra Italiana e di Unione Popolare, abbiamo posto al centro della nostra campagna l'esigenza di una rappresentanza politica indipendente dei salariati e un programma apertamente anticapitalista per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. Non è un programma “elettorale”, è il programma per cui ci battiamo ogni giorno in ogni lotta. Semplicemente, a differenza di altri, non rinunciamo a presentarlo anche alle elezioni. Non disertiamo questo terreno di propaganda di massa. Non rinunciamo a usare la tribuna borghese, fosse pure nelle condizioni più sfavorevoli, per presentare una prospettiva rivoluzionaria. È l'insegnamento elementare del leninismo.

Sotto il profilo strettamente elettorale abbiamo registrato in Liguria un netto progresso rispetto alle elezioni politiche del 2018. Nel 2018, in alleanza con Sinistra Classe Rivoluzione nella lista “Per una sinistra rivoluzionaria”, prendemmo 1500 voti a livello regionale (0,17%). Nel 2022 come Partito Comunista dei Lavoratori, con la piena riconoscibilità del nostro simbolo, abbiamo preso 4380 voti (0,66). Abbiamo cioè triplicato. Ovviamente resta un risultato molto modesto, nel quadro complessivo della perdurante crisi della sinistra politica che le elezioni hanno confermato. Ma resta la sua positività.

L'aspetto più importante, al di là del risultato, ha riguardato la campagna condotta, sia in termini di proiezione mediatica sulle tv e radio locali, con contenuti dichiaratamente di classe, sia soprattutto in termini di volantinaggio sulle fabbriche. Pur con forze molto piccole, il partito ha coperto tutte le principali fabbriche della regione (ex Ilva e Ansaldo a Genova, gli stabilimenti di Fincantieri a Riva Trigoso e a La Spezia, la Oto Melara di La Spezia, la Bombardier di Savona, la Piaggio di Albenga, le vetrerie della Val Bormida). È un intervento al quale daremo stabilità e continuità mensile con la diffusione del volantino periodico nazionale.

La campagna elettorale ci ha consentito di guadagnare alcune nuove adesioni al PCL e diversi nuovi contatti, anche a livello operaio (Oto Melara), che cercheremo di far aderire al partito. In altri termini, nel nostro piccolo, con le difficoltà che ben conosciamo, la campagna elettorale è stata un fattore di costruzione e consolidamento del nostro partito in Liguria. È la conferma una volta di più del metodo leninista: non rinunciare mai, battersi sempre per le proprie idee su ogni terreno.

Partito Comunista dei Lavoratori

La risposta delle sinistre classiste alla nostra proposta di alleanza elettorale

 


Le diverse organizzazioni classiste cui abbiamo proposto un'alleanza elettorale hanno risposto negativamente. Non è una buona notizia, ma purtroppo neppure una notizia inattesa.


La nostra proposta richiamava un principio elementare di realtà. Le elezioni incombono, in un quadro di confusione nello stesso campo borghese. La crisi sociale si acuisce giorno dopo giorno contro la classe dei salariati, mentre salgono a livello di capogiro i profitti delle banche e dei capitalisti. Manca una rappresentanza indipendente con basi di massa della classe lavoratrice, in contrapposizione a tutti i poli borghesi o piccolo-borghesi. Le sinistre che si affollano nello scenario elettorale o si subordinano al PD (Sinistra Italiana) o fanno blocco con destre reazionarie (Rizzo) o danno vita a un polo civico democratico-progressista (Unione Popolare), che per di più vorrebbe l'accordo con il M5S, cioè col partito più governativo di tutta la legislatura, quello che ha firmato con Salvini i decreti più forcaioli, contro gli immigrati e gli operai.

Perché allora non unire le forze della sinistra classista, anticapitalista, internazionalista, per far emergere una proposta di classe anche sul terreno elettorale? Questo era il senso della nostra proposta unitaria nelle condizioni straordinarie che si sono prodotte, a fronte di una normativa borghese che ostacola pesantemente nei tempi imposti la presentazione di una organizzazione, ma può essere facilmente affrontata da uno sforzo congiunto.

Non abbiamo letto motivazioni pubbliche del diniego, pur a fronte di una proposta pubblica. Le motivazioni reali le interpretiamo noi, e sono tra loro diverse: in un caso la subalternità pervicace al Partito della Rifondazione Comunista (Sinistra Anticapitalista), in un altro caso l'isolazionismo autocentrato e settario nel proprio mondo (Sinistra Classe Rivoluzione), in altri casi, se abbiamo ben inteso, il disinteresse per il terreno elettorale in quanto tale (Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria).

Non siamo elettoralisti, facciamo lavoro di massa” ci è stato detto. Ma perché non usare anche la tribuna elettorale borghese per lavorare alla ribellione sociale d'autunno presentando una risposta anticapitalista alla crisi? Perché lasciare campo libero ai filoliberali, ai rossobruni, al riformismo civico progressista, con ulteriori danni per la coscienza politica di massa e di avanguardia? In poche settimane lo sforzo comune nella raccolta delle firme avrebbe garantito facilmente l'accesso alla tribuna elettorale nazionale. Rinunciarvi significa dar prova di un elettoralismo capovolto: la demonizzazione delle elezioni come terreno di battaglia politica. Comprensibile per i movimentisti, non per chi formalmente si richiama al leninismo.

Nel caso del Fronte della Gioventù Comunista, accanto alla divergenza (reale) sulla questione ucraina, si è mossa l'obiezione del carattere controproducente di presentazioni elettorali parziali con risultati insignificanti. Ma sul tema della guerra, fermo restando l'autonomia di ogni soggetto (e dunque, per quanto ci riguarda, il diritto di resistenza dell'Ucraina all'imperialismo russo, come di ogni popolo aggredito dall'imperialismo), si poteva mettere a valore la comune contrapposizione ai due poli imperialisti, la denuncia della guerra d'invasione dell'imperialismo russo, il rifiuto del riarmo dell'imperialismo di casa nostra e la comune contrapposizione alla NATO, la parola d'ordine “se vuoi la pace prepara la rivoluzione”, che è il terreno della lotta generale contro la guerra imperialista: una linea generale di demarcazione rispetto al pacifismo, al sovranismo, ad ogni imperialismo. Quanto alla presentazione elettorale, uno sforzo congiunto avrebbe consentito di coprire larga parte del territorio nazionale e di conquistare la tribuna.
I risultati riflettono sempre i rapporti di forza reali, non dipendono dalla nostra volontà. Ma la paura del risultato elettorale non deve paralizzare i rivoluzionari, se rifiutano l'elettoralismo. Mentre il risultato certo della non presentazione è la rinuncia alla presenza di una voce classista, ad esclusivo vantaggio degli avversari.

Detto questo, come si suol dire, prendiamo atto. Evidentemente l'autoconservatorismo di routine ha avuto la meglio su ogni altra considerazione.

A questo punto proveremo a presentarci come PCL in alcuni collegi senatoriali, ove possibile, per dare voce e rappresentanza a un programma classista, anticapitalista, internazionalista. Indicheremo nei prossimi giorni gli eventuali collegi. Chiunque voglia aiutarci nella raccolta delle firme per favorire la presentazione può prendere contatto col nostro partito.

Partito Comunista dei Lavoratori

Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche

 


Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria

Le elezioni politiche sono alle porte.

Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.

I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.

Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.

In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.

In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.

La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.

La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.

Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.

Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.

Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.

Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.

Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.

Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.

Saluti comunisti,

Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)

Comitato Centrale FIOM, Riconquistiamo Tutto e l'esordio di SCR in solitaria all'opposizione

Contro la risoluzione finale del CC FIOM, contro l'astensione delle opposizioni

Il 15 luglio si è rifatto vivo, in carne e ossa, il Comitato Centrale (CC) della FIOM. Fosse stato solo per il CC rituale della maggioranza, si poteva tranquillamente rimandarlo sine die, tanto è prevedibile. Ma il 15 luglio il CC era straordinario per un altro motivo, andava in scena la "prima" di quel che resta di "Riconquistiamo Tutto - Il sindacato è un'altra cosa", e della nuova opposizione di Sinistra Classe Rivoluzione, “I giardini di Marzo” , ops… pardon: "Le giornate di Marzo".

Ebbene, con ben due opposizioni rivoluzionarie, sapete com’è finita? Con tre astenuti e nessun contrario. Astenuta la compagna Como per "Riconquistiamo Tutto", astenuto il compagno Brini per "Le giornate di Marzo". Temiamo grasse risate di Re David. Come direbbe quel tale, la situazione sarebbe tragica se solo ci fosse un'opposizione seria.

Due settimane fa eran volati gli stracci per lo strappo di SCR da RT. Alla proposta, della nuova opposizione alla vecchia, di fronte unico a sinistra, la portavoce di RT aveva mandato a stendere SCR e detto perentoriamente: "guardiamo avanti!" Ebbene com’è finita? Col fronte unico di SCR rifiutato da sinistra e regalato al centro da RT! Invece di dimostrare subito quale delle due opposizioni fosse la vera sinistra, la maggioranza ha potuto godersi lo spettacolo unico di un CC FIOM in cui la sinistra è sparita, sostituita da due opposizioni che insieme, al momento, valgono meno di mezza.

Il fatto è che, dovunque la si giri, non si capisce il motivo di una simile astensione. O meglio, SCR, un anno fa, col voto favorevole alla piattaforma dei metalmeccanici, avendo intravisto chissà quale spostamento a sinistra della burocrazia, con l'astensione non ha fatto altro che andare dietro alla sua logica. Ma RT? Che motivi poteva avere RT per astenersi?

Ancora si discute sull’astensione di RT sulla piattaforma. Errore, torto? Ognuno si dia la risposta che crede. Quel che è certo è che almeno lì, una rottura con la vecchia impostazione dell’indice IPCA c’era. Ma qua? Che rottura ha proposto il documento conclusivo del CC FIOM?

Re David nel dispositivo finale ha spiegato che aprile e maggio hanno raggiunto ognuno 800/900 milioni di ore di cassa integrazione. L'intero anno 2009 oltre 900. In pratica quel che le crisi del ’29 e del 2009 hanno fatto in due anni, il Covid ha fatto in due mesi.

La pandemia da Covid ha causato il crollo dell’11.5% del Pil del sistema produttivo dei capitalisti, ma Re David, come prima della pandemia, continua ad essere sicura che sia “il nostro”.

Il sistema è talmente nostro che in due mesi di pandemia ha messo 5 milioni di lavoratori in cassa integrazione "a zero ore" con una perdita complessiva di quasi 1000 euro per ognuno di loro. In pratica, stipendio poco più che dimezzato per cinque milioni di lavoratori. Se il sistema non fosse stato "il nostro", di cassa integrati quanti ne avremmo avuti, signora Re David? Dieci milioni?

Se questo è il male, la ricetta è più cassa integrazione, cioè più stipendi dimezzati; rialzo dei massimale, per sopperire parzialmente alla prima richiesta a perdere; continuità del blocco dei licenziamenti, ossia continuità al massacro di precari (e non solo), non considerati licenziati solo perché di fatto mai assunti; riduzione "bastarda" degli orari, vale a dire misto di lavoro produttivo e qualche ora al giorno di pausa retribuita sotto forma di "sermone-formazione". E se già i padroni vogliono pagarci il meno possibile quando lavoriamo, solo la burocrazia sindacale può credere di convincerli a regalarci due ore retribuite solo per sentire fesserie formative.

Il tutto nel solito quadro del sindacato consigliere pratico dei padroni. La FIOM, per difendere i lavoratori, si erge a sindacato imprenditore, quello che vuol spiegare al capitale come fare il capitalismo. Per cui, al capitalismo che per sua natura è anarchico e individualista si spiega quanto sarebbe utile per lui una «visione d'insieme», vagamente pianificata, per uscire dalla crisi. Un consiglio così utile che non solo non si capisce come mai ai padroni entri da un orecchio ed esca dall'altro, ma anche se per miracolo l'ascoltassero, per noi cambierebbe poco e niente, visto che il capitalismo, in qualsiasi versione si presenti – da quella reale di "cane mangia cane", a quella idealistica "per il bene di tutti" della burocrazia sindacale – sempre capitalismo resta, e quindi funziona sempre nell'interesse di una classe sola, la loro, la classe dei cani sfruttatori che se ne infischiano degli sfruttati e dei consigli non richiesti di una burocrazia sindacale subalterna.

Scopo del sindacato-imprenditore è l'imprescindibile "tavolo negoziale" col governo. È al governo che sono indirizzate tutti questi cahiers de doléances, ai quali si aggiunge la postilla funebre sul rinnovo del Contratto Nazionale, già cestinato da Federmeccanica prima del Covid.

Al governo si chiede di far da regia a tutto questo. E per questo, cioè per ottenere un tavolo, si è pronti con FIM e UILM a mobilitare i lavoratori nell'interesse esclusivo della burocrazia sindacale. Sempre che il governo dia l'ok. Perché la mobilitazione vera fa così tanta paura che pure a quella totalmente finta con FIM e UILM è bene mettere un freno, in questo caso il rispetto giudizioso verso i protocolli sicurezza del governo, ossia le misure anti-sciopero e anti-assemblea di Conte.
L'esatto opposto di quel che han fatto a marzo i lavoratori, quando hanno scioperato infischiandosene di leggi e cavilli burocratici che governi e burocrazie sindacali hanno frapposto alla loro mobilitazione.

Null'altro contiene il testo conclusivo del CC FIOM. Eppure, questo esempio perfetto del nulla è bastato alla compagna Como per astenersi, par di capire per la semplice proroga, per lo più formale, come abbiamo visto, del blocco dei licenziamenti. "Serve molto di più" è la sua conclusione, "la mobilitazione simbolica" (leggi finta) "non basta".

Abbiamo visto male? Siamo troppo critici? Per fortuna di opposizioni ce ne sono ben due. Sentiamo quindi Brini, magari lui sa spiegarci le sacrosante ragioni dell'astensione.

Per Brini, neopaladino delle giornate di marzo, in quei giorni i padroni han fatto quello che han voluto. Più della metà delle aziende è rimasta aperta. FCA ha ottenuto l'avallo di FIOM e CGIL a 6,5 miliardi di soldi pubblici in cambio della cogestione delle perdite che il padronato manco ha concesso. Di buono c'è solo la richiesta di aumento di ammortizzatori sociali e del blocco dei licenziamenti. E tuttavia anche queste "bontà" sono per Brini dei palliativi. Proprio per questo serve, a suo dire, cambiare radicalmente la linea. E così è avvenuto. Siccome il documento finale del CC esprime in tutto e per tutto la continuità con la linea fallimentare e subalterna a Confindustria e governo che la FIOM e la CGIL hanno fin qui mantenuto, Paolo Brini cambia la sua e passa dall'appoggio sperticato alla piattaforma metalmeccanica all'astensione per dei palliativi.

Noi pensiamo che non solo non c'erano motivi per astenersi, ma ce ne erano tutti ma proprio tutti per votare contro. Pensiamo che, unendo Como a Brini, non servano più palliativi, perché il problema non è più o meno di ciò che non serve a niente.

Il problema è di metodo. Un sindacato che guarda solo al governo cui tiene la mano è destinato a raccogliere mosche, anche con le migliori intenzioni (che nel CC, comunque, non si sono viste).

Bisogna puntare tutto sui lavoratori, sulla loro mobilitazione e sulla loro responsabilizzazione, non sul loro controllo offerto a governo e Confindustria per avere un tavolo negoziale.

Una mobilitazione vera, vale a dire come minimo per aumenti salariali consistenti, riduzioni d'orario da 40 a 30 ore e rientro di FCA nel contratto, non passa certo da una innocua passerella programmata non prima di settembre, se va bene, con FIM e UILM. Il contratto è scaduto da sette mesi, e il fatto che FIOM, FILM e UILM appendano sulle bacheche delle fabbriche volantini per la sua "ultrattività" inventandosi di sana pianta che le aziende debbano erogare 200 euro di welfare anche per l'anno 2020 (quando da contratto scaduto sono previste solo per gli anni 2017-'18-'19) dimostra che nel loro profondo hanno già accettato, per quest'anno, di sostituire un improbabile, vero rinnovo con l'ultrattività immaginaria delle elemosine in forma di welfare di Federmeccanica, sperando che il buon cuore della controparte accetti di darglieli. Speranza vana, perché nella maggior parte delle fabbriche i 200 euro di presunta ultrattività del welfare nessuno li ha visti. E dove si sono visti, si son visti appunto per il buon cuore del padrone, non certo per l'ultrattività del contratto scaduto.

Dopo quasi un anno dalla scadenza, non si possono più aspettare FIM e UILM. Se si vuole un nuovo contratto decente, bisogna rompere coi docili cagnolini di Federmeccanica. Tanto più che la storia recente parla chiaro: un sindacato rosso per i daltonici e due gialli anche per i ciechi si mobilitano solo per far fallire i lavoratori, come dimostra il peggior contratto nazionale della storia, quello appena scaduto, che ottenne due euro di aumenti nei primi due anni con oltre 24 ore di sciopero finto. Non capiamo come si possa salutare come positiva la replica dello sceneggiato.

I 10 euro di aumento di giugno per l'ultrattività del contratto scaduto, inoltre, dimostrano che per quest'anno la FIOM ha già rotto con la "rottura" dell'indice IPCA inserito in piattaforma, ed è tornata all'ovile. Di rottura, se mai, se ne parlerà nel 2021, con buona pace di Brini, che votando a favore nel 2019 dimostra che la neonata opposizione, sedicente "giornate di marzo", è nata prematuramente in letargo. E a sentire Brini, ancora fermo alla richiesta cestinata dell'8% di aumento, la dormita continuerà della grossa per un altro po'.

Per svegliare la FIOM serve anzitutto un'opposizione che prenda atto della realtà senza farsi abbindolare dalle chiacchiere.
Le giornate di marzo, nonostante la generosità della classe operaia, si sono concluse con una sconfitta, grazie alla complicità della CGIL e di Landini che le hanno usate per aprirsi un varco al tavolo con Conte, senza ottenere altro che briciole per i lavoratori.

La sconfitta è doppia per i metalmeccanici. Non solo perché la FIOM non ha detto "beh" mentre Landini svendeva la mobilitazione degli operai, ma anche perché Re David e il responsabile per l'automotive, De Palma, replicavano la svendita in FCA siglando un accordo capestro che garantiva la ripresa dell'attività produttiva in tutta sicurezza per il profitto degli Agnelli. Benedetto da Burioni, tale accordo non è stata una conquista per i lavoratori, ma una sconfitta, perché non sono stati i lavoratori con la loro forza a portare a quel tavolo la FIOM, ma è stata l'azienda stessa a volerla insieme con tutte le altre organizzazioni sindacali, per garantirsi la massima collaborazione affinché fosse evitata ogni eventuale forma di conflitto.
Non un'ora di sciopero è costato quell'accordo, e questo basta e avanza per capire che vale meno di niente.

Questa è la FIOM che si è ripresentata dal vivo nel Comitato Centrale del 15 luglio. La stessa FIOM lasciata in mutande da Landini e ora sempre più nuda in mano a Re David e De Palma, i suoi degni eredi. Quella FIOM che con le chiacchiere non ha ottenuto nulla, ma che con le chiacchiere continua a pretendere di ottenere neanche qualcosa, ma solo tavoli negoziali.

A una FIOM così fallimentare e smobilitante a prescindere, per giunta senza alcun segnale di redenzione, si vota contro, non ci si astiene, perché astenersi significa dire che tutto sommato si è sulla strada giusta, basta qualche piccola correzione.

Per noi serve cambiare tutto, linea e dirigenti. In attesa che lo capiscano gli astenuti in CC, chi è in cerca di un'opposizione che faccia davvero l'opposizione deve accontentarsi della contrarietà assoluta dei metalmeccanici del Partito Comunista dei Lavoratori, i veri oppositori presenti in RT.
Luigi Sorge - Lorenzo Mortara

SCR costruisce una propria area in CGIL, l’opposizione continua ad essere RT!

Comunicato della Commissione sindacale del PCL sulla nascita della nuova "area" in CGIL, denominata "Le giornate di marzo"

L'uscita di Sinistra Classe Rivoluzione (SCR) dall’area programmatica congressuale di RiconquistiamoTutto! (RT!) è il punto conclusivo di una lunga deriva settaria (nella CGIL come più in generale nella sua azione politica, nei movimenti e nelle lotte). L'uscita infatti non è solo scorretta per i modi in cui si è avverata, senza un solo avviso ai compagni e alle compagne con cui, bene o male, da anni si lottava fianco a fianco (un colpo basso, in contrasto proprio con quelle giornate di marzo che SCR ora vorrebbe rappresentare e che sono quanto di più nobile espresso dalla classe lavoratrice quest'anno).
Per quanto dolorosa, comunque, questa uscita non è improvvisa e inaspettata.
Come infatti scrivevamo fin dalla risoluzione del Comitato Centrale del PCL del dicembre scorsoSCR aveva avviato evidenti "dinamiche di sganciamento". Come mai il gruppo dirigente di RT! non se ne è accorto?

Non crediamo nemmeno che si possa incolpare, come viene fatto da una parte del gruppo dirigente dell’area sindacale, l'ingerenza dei partiti al suo interno, dando per scontato che i partiti siano un male. Per noi è il contrario. In primo luogo, in generale, l’impegno politico dei militanti sindacali, e quindi anche la loro partecipazione ad organizzazioni politiche, non può che sostenere quel processo più ampio di sviluppo della coscienza di classe che è inevitabilmente necessario per svilupparne la lotta. In secondo – ma non secondario – luogo, in questi ultimi venti anni la sinistra sindacale della CGIL ha subito progressive derive burocratiche, spesso isolando e disperdendo avanguardie radicate nelle singole realtà di lavoro: è stata proprio una rete di militanti politici nella CGIL che ha permesso, in alcuni passaggi fondamentali, di tenere dritta la barra, e la spina dorsale, e di perseguire controcorrente un raggruppamento conflittuale e classista, tessendo relazioni tra diversi settori sindacali e politici, oltre che tra diverse avanguardie nei posti di lavoro, e impedendo così di esser risucchiati nelle dinamiche burocratiche della CGIL (dalla stessa fondazione della "Rete 28 aprile" nel 2004 alla rottura con "La CGIL che vogliamo", permettendo quindi la costruzione di "Il sindacato è un'altra cosa-Riconquistiamo Tutto"). Anche per questo, in un’area plurale che raccoglie diverse pratiche sindacali e diverse sensibilità politiche, abbiamo sempre ritenuto e continuiamo a pensare che il suo sviluppo non passi per la negazione, l’isolamento e tanto meno l’estromissione delle soggettività presenti, ma anzi per il libero sviluppo del confronto, della discussione, dell’espressione dei diversi punti di vista e delle diverse impostazioni.

La deriva settaria e “politicista” di SCR si evidenzia nella scelta di costruire una nuova "area" fatta a immagine e somiglianza della sua organizzazione politica, semplice espressione e proiezione di sé stessa. Una scelta sicuramente autoreferenziale, ma figlia anche della sua personale e legittima visione della costruzione del conflitto, del sindacato e del partito di classe. Una visione con cui, al pari di tutte le altre presenti, RT! dovrebbe imparare a fare i conti.

SCR lamenta l'assenza di RT! nelle giornate di marzo, dimenticando che a marzo SCR aveva nell’area una significativa influenza, oltre che una presenza radicata, in particolare in alcune fabbriche e aziende emiliane. In realtà RT! è stata presente a marzo dove ha potuto e come ha potuto, in alcune situazioni con un ruolo non secondario proprio nell’innesco di quell’ondata, portando a casa anche alcuni risultati importanti. Certo, RT! non ha egemonizzato le giornate di marzo, perché se lo avesse fatto avrebbe avuto un radicamento di massa, che è precisamente il problema non solo di RT! ma di tutta l'estrema sinistra e del sindacalismo di classe, SCR compresa.
La mitologia di SCR sembra dire l'esatto opposto: l'area non ha fatto niente ma dove era presente SCR la classe è avanzata come un rullo compressore. Se così fosse, non si capirebbe come SCR non sia stata capace in questi anni di conquistare almeno l'egemonia di RT!. Ammantare di mitologia la propria uscita impedisce di vedere i reali problemi dell'area.

RT! è da tempo in difficoltà e in una fase di ripiegamento. Estremamente limitata e schiacciata dalla burocrazia CGIL, particolarmente dopo l’ultimo congresso, ha faticato a sviluppare una propria linea generale alternativa (come aveva invece impostato nei rinnovi contrattuali precedenti, entrando in sintonia e relazionandosi con dinamiche di classe anche estese, come mostra l’ampio dissenso di numerosi rinnovi). Una fatica determinata anche da arretratezze e incapacità del suo gruppo dirigente, come evidenziato da alcune derive verticistiche (vedi la penosa questione pisana). Una fatica evidenziatasi anche nella stessa battaglia di marzo, rimanendo chiusa nella ridotta del conflitto azienda per azienda e non ponendosi il problema della generalizzazione delle lotte, oltre che focalizzandosi sulla lotta per la salute ("chiudiamo le fabbriche"), senza generalizzare la lotta anche per il salario (la vera sicurezza è stare a casa pagati, non chiudere semplicemente le fabbriche).
Un ritardo segnato nei mesi scorsi dall’assenza di una piattaforma di lotta generale e unificante di tutta la classe lavoratrice di fronte all’emergenza della crisi sanitaria, economica e sociale, e dalla ritrosia nel partecipare organicamente ai diversi percorsi di fronte unitario dell’avanguardia politica e sindacale di classe.

Questi problemi dell'area chiamano in causa in primis il gruppo dirigente. Noi, pur segnalando tutti i problemi soggettivi interni all'area, non dimentichiamo però che in ultima analisi dipendono dalla lotta che a marzo, nonostante la generosità degli operai, ha evidenziato le divisioni tra le diverse realtà ed i diversi settori di classe, e quindi segnato una nuova sconfitta per la classe lavoratrice, grazie alla complicità di Landini e della CGIL col governo Conte. Se così non fosse, i padroni non avrebbero insistito così spudoratamente su tutte le loro pretese.

Il destino dell’opposizione nella CGIL, dello sviluppo di un’area classista e conflittuale, al netto dei problemi segnalati che vanno assolutamente rimossi, dipende oggi soprattutto dalla riscossa dei lavoratori e delle lavoratrici il prossimo autunno, con la precipitazione delle crisi e della conseguente offensiva padronale. Ovviamente, non è scontata. A noi spetta il compito di arare il terreno, lottando contro la burocrazia di maggioranza, e per una democrazia cristallina in RT!.

In ogni caso, quando il conflitto si riaccenderà, non rifiuteremo certo la collaborazione di chi vorrà porsi su quel terreno di conflitto e di costruzione di un’alternativa classista, nella CGIL e soprattutto nelle lotte di lavoratori e lavoratrici. L’opposizione in CGIL continua infatti ad essere RT!. E il suo primo compito, da qui in avanti, è rimarcarlo al meglio.

La battaglia per la costruzione di una tendenza che sia classista, anticapitalista e rivoluzionaria, per portare avanti l’obiettivo di conquistare alla prospettiva della rivoluzione socialista la maggioranza della classe lavoratrice, è il compito dei marxisti rivoluzionari. Il Partito Comunista dei Lavoratori si muove con i suoi militanti e le sue militanti in questa direzione.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione sindacale