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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir
Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...
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A difesa del diritto di sciopero
Per il più ampio fronte unico di classe e di massa
Il governo a guida postfascista dichiara illegittimo lo sciopero generale del 17 novembre indetto da CGIL e UIL. Non era mai accaduto nella storia repubblicana che uno sciopero generale confederale venisse impugnato dal governo.
È l'ennesima riprova, se ve ne era bisogno, del totale fallimento della linea di pace sociale regalata al governo Meloni-Salvini nel suo primo anno di vita. Se le burocrazie sindacali si attendevano un riconoscimento di ruolo hanno ottenuto l'opposto: uno schiaffo umiliante.
Il punto è che la dichiarazione di “illegittimità” dello sciopero non rappresenta semplicemente di un affronto alle burocrazie sindacali ma una aperta provocazione nei confronti di tutto il movimento operaio. Un grave precedente, una minaccia per il futuro. Per questo esige una risposta unitaria di tutto il movimento operaio. Una risposta all'altezza della provocazione.
Lo sciopero del 17 va esteso all'intero territorio nazionale e a tutte le categorie, per la difesa stessa del diritto di sciopero. Tutte le organizzazioni del sindacalismo di classe dovrebbero unire le proprie forze allo sciopero, sulle base delle proprie piattaforme, attorno alla difesa di questo diritto, allargando l'iniziativa di sciopero di SI Cobas già indetta per quel giorno. Va rivendicata unitariamente la cancellazione della legge 146/1990 in quanto legge antisindacale, purtroppo avallata per tanto tempo dalle burocrazie sindacali e tante volte usata contro il sindacalismo di classe. Va rivendicata unitariamente l'abolizione della stessa Commissione di Garanzia Sciopero, di fatto agenzia del governo.
Più in generale i fatti dimostrano la necessità del più ampio fronte unico di classe e di massa contro il governo e il padronato. La massima unità e al tempo stesso la massima radicalità.
La pratica rituale degli sciopericchi in ordine sparso, piccoli o grandi, si è rivelata impotente. È necessaria una mobilitazione di massa prolungata attorno ad una piattaforma di svolta. È l'ora di una vertenza generale del mondo del lavoro. È l'ora di uno sciopero generale vero. Per ribaltare i rapporti di forza, fermare la reazione, aprire una stagione nuova.
Partito Comunista dei Lavoratori
Il silenzio e le complicità delle potenze imperialiste
Il popolo che ha subito il primo genocidio del Novecento sta lasciando in massa il territorio che ha abitato ininterrottamente per duemila anni. Si tratta della popolazione armena del Nagorno-Karabakh, vittima della guerra di conquista promossa dal regime di Azerbaigian e della sua rapida vittoria. Una guerra attivamente sostenuta dalla Turchia di Erdogan nel nome del progetto panturco e neo-ottomano che lo ispira.
Tutte le potenze imperialiste vecchie e nuove sono silenti o complici del massacro. La Turchia è a un tempo membro della NATO e interlocutore privilegiato dell'imperialismo russo. Ciò spiega molto della dinamica in atto. L'imperialismo russo, che formalmente doveva custodire “la pace” in Nagorno, ha lasciato fare al regime azero. La guerra d'invasione dell'Ucraina ha ben altra priorità per Mosca, e la Turchia in ogni caso pesa assai più degli armeni. Gli imperialismi occidentali, dal canto loro, non volevano ulteriori problemi con Erdogan, e del resto hanno sviluppato importanti relazioni d'affari col regime azero, soprattutto in fatto di forniture petrolifere e di gas. Paradossalmente, proprio le sanzioni antirusse hanno rafforzato la rendita di posizione strategica dell'Azerbaigian in campo energetico.
L'imperialismo italiano è in prima fila nelle relazioni d'affari con Baku. L'Italia è in Europa la principale destinataria delle esportazioni azere (ben il 30% delle esportazioni di Baku in Europa è verso Roma), in particolare in fatto di idrocarburi. In cambio l'Italia vende armi all'Azerbaigian: elicotteri militari venduti dal gruppo Leonardo sin dal 2012, e più recentemente aerei dal trasporto militare C-27. Gli aerei intervenuti per bombardare gli armeni erano anche di provenienza tricolore.
Questo spiega il totale silenzio del governo Meloni e più in generale dei partiti borghesi italiani di fronte alla persecuzione contro gli armeni in Nagorno-Karabakh. Decine di migliaia di armeni sono costretti ad abbandonare le proprie case e i propri beni per sfuggire alla furia delle truppe occupanti, che distruggono case e musei, sequestrano averi, imprigionano nelle proprie galere migliaia di armeni, con tanto di vessazioni e torture. Ma gli imperialismi “democratici” tacciono. Il principio di autodeterminazione dei popoli oppressi è come sempre, per loro, una variabile dipendenti dei propri interessi, dunque carta straccia.
Solo il movimento operaio internazionale può battersi per la difesa degli armeni e dei loro diritti.
Partito Comunista dei Lavoratori
Dal ghetto postcoloniale alla rivolta. Un'analisi di classe
4 Luglio 2023
«Vi libererò da questa spazzatura umana, dalla canaglia»: così dichiarò nel 2005 il presidente francese Sarkozy di fronte alla rivolta delle banlieue causata dalla morte di due giovani braccati dalla polizia. Diciotto anni dopo, l'assassinio poliziesco di un giovane arabo, Nahel, ha innescato una rivolta analoga. Con alcune differenze. L'età media della «canaglia» è di diciassette anni, la stessa età di Nahel, sensibilmente più bassa di quella di allora. L'uso dei social ha consentito una propagazione della rivolta incomparabilmente più rapida. La sua estensione geografica è più ampia.
La violenza della polizia ha agito come allora quale fattore scatenante. La polizia francese si porta dietro la lunga eredità della tradizione gollista, mano pesante e grilletto facile. In larga parte della società è radicato non a caso un robusto sentimento antipoliziesco.
Ma non è solo questione di tradizioni antiche. La polizia francese ha rafforzato in questi anni i propri poteri. Le leggi eccezionali varate a Parigi dopo gli attentati stragisti del terrorismo islamista dell'ISIS, votate purtroppo da tutte le sinistre parlamentari, hanno accresciuto nettamente le prerogative poliziesche in fatto di gestione dell'ordine pubblico. Nel 2017 sotto la presidenza di “sinistra” di Hollande è stata varata una legge che incoraggia l'uso delle armi da parte degli agenti contro veicoli in movimento “potenzialmente minacciosi”. Il risultato è che il tiro poliziesco su bersagli simili si è moltiplicato da allora per cinque, col relativo carico di sangue.
L'assassinio di Nahel è l'ultima goccia di questo stillicidio. Ma lo stillicidio non è socialmente neutro: i quartieri ghetto delle banlieue sono stati il poligono di tiro preferito.
Le banlieue francesi sono a tutti gli effetti un deposito postcoloniale. I giovani che le popolano sono figli e nipoti degli immigrati di seconda e terza generazione, giovani francesi di estrazione algerina, marocchina, tunisina, ma anche giovani di colore provenienti indirettamente da Guyana, Nuova Caledonia, Guadalupa, tuttora colonie del democratico imperialismo francese, oppure dai territori dell'area francofona dell'Africa subsahariana, quella oggi insidiata, per intenderci, dalla concorrenza dell'imperialismo russo.
Queste banlieue sono autentici ghetti. I giovani che le abitano hanno un tasso di disoccupazione doppio o triplo rispetto alla media (oltre il 40%), raramente dispongono di strutture sociali di appoggio, sono esposti spesso ai ricatti della malavita e dello spaccio, e alla nomea del quartiere in cui vivono. La banlieue diventa per loro a tutti gli effetti uno stigma sociale, un problema aggiuntivo nel trovare un lavoro o una casa, ma anche una ragione dell'assillante pressione poliziesca. Infinite perquisizioni, retate quotidiane, vessazioni umilianti senza motivo, se non appunto il ghetto di provenienza, e l'etnia araba o il colore che lo segnala. Un po' come la popolazione di colore in tante periferie metropolitane USA.
La polizia si esercita quotidianamente nel tormentare i giovani delle banlieue. E i giovani ravvivano quotidianamente il proprio odio contro la polizia. L'omicidio di Nahel ha fatto da stura a questo sentimento radicato, su entrambi i lati, al punto che mentre i giovani dei quartieri si sollevano contro la polizia, i sindacati più reazionari della polizia (Alliance) non solo difendono l'agente omicida ma si dichiarano in guerra contro la canaglia, e chiedono al governo nuovi poteri.
La rivolta della banlieue assume per lo più forme primitive e indifferenziate. Si indirizza non solo contro le caserme e le camionette della polizia, ma anche contro negozi, vetture private, e persino biblioteche e scuole. Obiettivi sbagliati.
Non apparteniamo a quella cultura che subisce il fascino estetico della violenza indifferenziata, tipica di alcune tradizioni anarchiche o autonome. Così come certo non apparteniamo, all'opposto, a quella cultura riformista che col ditino alzato pretende dagli oppressi buone maniere nel rispetto delle istituzioni (come nel caso dei dirigenti del Partito Comunista Francese, che prima votano le leggi di polizia e poi si associano agli appelli alla calma e alla “responsabilità repubblicana”). Qui non si tratta di giudicare un fenomeno sociale, ma di comprenderlo, e soprattutto di rapportarvisi da un punto di vista di classe e rivoluzionario. Una rivolta contro l'oppressione dello Stato borghese contiene sempre, in ultima analisi, un potenziale positivo. Ma non sempre quel potenziale trova un punto di riferimento e una traduzione progressiva. Non sempre segna l'ascesa della marea di massa. Molto dipende dalla dinamica della lotta di classe che le fa da sfondo, e dalla presenza o meno di una direzione politica che intervenga sulla sua coscienza.
L'attuale rivolta delle banlieue francesi non descrive una nuova ascesa della lotta di classe in Francia. Piuttosto riflette il combinarsi oggettivo di due elementi contraddittori: la ritirata del movimento di massa contro la riforma pensionistica, per responsabilità delle burocrazie sindacali e delle sinistre riformiste subalterne a queste, e al tempo stesso l'incancrenirsi della frattura profonda nella società francese.
L'ultimo decennio di vita politica francese è stato solcato da ripetute dinamiche di opposizione di massa al governo. È stato così nel 2017 con la grande mobilitazione di classe contro la legge Khomri, il Jobs act francese. Poi col movimento spurio e contraddittorio dei gilet gialli nel 2019. Poi ancora nel 2023 con la ripresa del forte movimento di massa contro Macron e la sua riforma delle pensioni. Il lascito di queste dinamiche, diverse tra loro, è stato l'odio crescente contro il governo dei ricchi. Macron è stato ed è il manifesto in persona del governo dei ricchi nella percezione di una larga massa popolare. Il suo ripetuto ricorso alla polizia nel contrasto del conflitto sociale ha rafforzato il sentimento antigovernativo e antipoliziesco in ampi settori popolari. La rivolta delle banlieue pesca anche indirettamente in questo retroterra, seppur in forma confusa e contraddittoria.
Ma la vergognosa ritirata delle burocrazie sindacali dallo scontro con Macron sulle pensioni, e l'arretramento che ne è seguito, ha impedito al movimento operaio di dare alla rivolta delle banlieue un riferimento di classe e un indirizzo, di dirottare sul terreno di classe la pulsione ribellistica che in essa si esprime.
Tutto questo non è senza conseguenze politiche. Macron ha ripreso ossigeno e spazio di manovra. Le Pen esce dalla sua marginalità e cerca oggi un rilancio nella invocazione dell'ordine pubblico (nel mentre promette parallelamente la cancellazione dell'odiata riforma pensionistica di Macron, una volta eletta presidente della Francia). Oltre una certa soglia, una domanda d'ordine si affaccia nelle stesse periferie presso importanti settori di piccola borghesia e di popolazione povera, colpiti o danneggiati dagli effetti della rivolta (macchine e servizi distrutti) e al tempo stesso privi di una prospettiva ed impauriti. La raccolta di fondi attivata da gruppi di estrema destra a favore del poliziotto omicida supera di gran lunga quella promossa a sostegno della famiglia di Nahel. Sono sintomi indicativi. Quando una lunga stagione di mobilitazioni di massa rifluisce senza apparenti risultati per responsabilità preminente degli apparati burocratici si può produrre nel sentimento pubblico un effetto di rimbalzo di segno opposto. Le Pen si candida a capitalizzare sul terreno reazionario l'ostilità a Macron e il fallimento della sinistra.
Il tema del rilancio dell'azione di classe e di massa del movimento operaio francese si unisce allora più che mai alla necessità di un cambio nella sua direzione sindacale e politica. Solo una direzione anticapitalista può mettere il proletariato francese nelle condizioni di egemonizzare i confusi sentimenti di rivolta di ampi settori giovanili. In sua assenza, tutto rischia di rotolare a destra tra le braccia del partito dell'ordine.
Partito Comunista dei Lavoratori
Né Prigozhin né Putin
2 Luglio 2023
La crisi esplosa sabato scorso in Russia con l'ammutinamento della milizia Wagner e la sua “marcia su Mosca” è il primo contraccolpo interno della guerra d'invasione dell'Ucraina. Ma è anche la cartina di tornasole, al di là del suo esito, delle linee di faglia che attraversano il regime putiniano e il suo apparato militare.
La ritirata di Prigozhin, e soprattutto i termini della cosiddetta mediazione di Lukashenko, sembrano configurare una sconfitta radicale degli ammutinati, una sorta di resa. Ma anche Putin e la sua immagine pubblica escono lesionate dalla sommossa. Per la prima volta il profilo dell'invincibile comandante in capo che tutto controlla e dispone è stato messo in discussione. Riuscirà ora Putin a trasformare la sconfitta della sommossa in una leva di rilancio del proprio prestigio appannato?
Sotto la direzione di Prigozhin e con la protezione di Putin, la milizia Wagner era diventata un centro di potere di grandi proporzioni all'interno dello Stato russo. Un centro di potere militare, mediatico, affaristico. La sua crescita ha accompagnato lo sviluppo dell'imperialismo russo e della sua politica di potenza. Prima in Siria, poi in Libia, poi ancora in buona parte parte dell'Africa subsahariana. Ovunque la milizia offre protezione militare per conto di Mosca in cambio di concessioni minerarie, in particolare in oro e diamanti (60 milioni di dollari di profitti annui). Il lavoro di rimpiazzo dell'imperialismo francese da parte dell'imperialismo russo nel cuore dell'Africa è stato appaltato da Putin alla Wagner.
Ma è soprattutto l'invasione dell'Ucraina ad aver spinto in primo piano il ruolo militare della Wagner. Lautamente sostenuta con 86 miliardi dallo stato russo, secondo la cifra ora rivelata dallo stesso Putin, la Wagner ha potuto mettere a frutto in Ucraina l'esperienza militare accumulata in Siria e il proprio patrimonio militare di mezzi pesanti e uomini. Il regime putiniano le ha consentito condizioni privilegiate di arruolamento, a partire dal reclutamento in massa di detenuti in cambio di grazia.
Una armata criminale, sotto ogni punto di vista, diretta da avventurieri dichiaratamente nazisti. L'assassinio a martellate, con tanto di video, di militari sospetti di arrendevolezza, dà la cifra delle regole interne alla compagnia. La battaglia di Bakhmut è stata il fiore all'occhiello della Wagner, il simbolo rivendicato della propria capacità militare e del proprio potere. Ventimila soldati massacrati sono stati il prezzo di questo successo, nel nome della patria russa.
Ma la proprio la crescita della Wagner è diventata col tempo un problema negli equilibri interni allo Stato russo.
Prigozhin a partire da gennaio 23 ha avviato una pubblica linea di contrasto con il ministero della Difesa Shoigu e il nuovo Capo di stato maggiore Gerasimov, accusati di incapacità, codardia, corruzione, insensibilità verso le condizioni della truppa al fronte. Una campagna spietata condotta non solo per linee interne, ma anche attraverso i canali Telegram e il gruppo mediatico Patriot, entrambi targati Wagner. La campagna non ha mai chiamato in causa il Presidente Putin, anzi ogni volta omaggiato come “il nostro Presidente”. Semplicemente ha cercato di spingere Putin a rompere con Shoigu e Geramisov rimpiazzandoli con altri uomini legati alla Wagner, tra cui innanzitutto il generale Surovikin, già noto come “macellaio di Aleppo”. Surovikin era stato non a caso il Capo di stato maggiore sino a gennaio, proprio per essere rimpiazzato da Gerasimov. Prigozhin voleva semplicemente spingere Putin a ripristinare la precedente linea di comando.
Per sei mesi la Wagner ha bombardato quotidianamente con la propria propaganda il quartier generale dell'esercito russo. Per sei mesi Putin ha taciuto sulla controversia cercando di tenersi al di sopra delle contraddizioni interne del proprio apparato militare per provare a dominarle. È il ruolo classico di un Bonaparte. Ma l'operazione di equilibrismo si è rivelata, oltre una certa soglia, impossibile.
A partire da maggio, il ministero della Difesa di Shoigu, col benestare di Putin, avviava un'operazione di razionalizzazione dell'apparato militare e di unificazione del comando. L'operazione investiva il ruolo stesso delle milizie private, in Russia assai numerose, rispondenti a diversi interessi oligarchici, come nel caso tra gli altri della milizia Gazprom. Il ministero della Difesa ha chiesto a ogni milizia privata di contrattualizzare il proprio rapporto con lo Stato, come condizione necessaria per poter operare sul fronte di guerra. Nei fatti, una proposta di integrazione e subordinazione delle milizie all'interno delle forze armate della Federazione Russa sotto il comando della Difesa.
La milizia Wagner si è sentita minacciata e ha respinto la proposta. La sollevazione di Prighozin è stato l'estremo tentativo di farla saltare, l'ultimo tentativo temerario di premere su Putin per imporre un cambio di scenario. Non un golpe per rovesciare Putin, ma un'iniziativa mirata a spezzare la sua alleanza con Shoigu, la massimizzazione estrema della propria politica di pressione sul Presidente russo in funzione della salvaguardia del proprio ruolo. Ma l'operazione è fallita. Le prime ore dell'ammutinamento sembravano incoraggianti: la conquista pacifica di Rostov, una rapida avanzata verso Mosca senza significative resistenze. In realtà, in quelle stesse ore si sfaldavano tutte le premesse di un possibile successo.
In primo luogo, messo di fronte all'ammutinamento militare, Putin ha dovuto alla fine posizionarsi con una dichiarazione pubblica di denuncia degli ammutinati come “traditori che pugnalavano alla spalle il popolo russo” nel corso della guerra. “Proprio come aveva fatto Lenin nel '17”, ha affermato Putin con un accostamento tra Lenin e Prighozin ovviamente grottesco (ma che conferma indirettamente una volta di più l'ossessione anticomunista di Putin). Da qui l'annuncio pubblico della punizione esemplare dei responsabili, e l'appello all'unità del popolo russo.
In secondo luogo, il generale Surovikin, prediletto da Prigozhin e su cui Prigozhin puntava, si appellava pubblicamente alla Wagner perché non spargesse sangue russo e scegliesse di ritirarsi. Non solo. Per dare la prova del proprio posizionamento contro la ribellione della milizia Wagner, Surovikin ha mosso aerei ed elicotteri, sotto il proprio comando, per contrastare l'avanzata, L'unica azione militare di contrasto dell'avanzata della Wagner (al prezzo di 16 piloti morti) è stata dispiegata paradossalmente dall'unico generale “amico” di Prighozin. Anche per questo la defezione di Surovikin ha dato all'avventura della Wagner il colpo di grazia,
La dichiarazione di ritirata dopo l'avvicinamento a 200 chilometri da Mosca è stata a quel punto obbligata. Lukashenko, per conto di Putin, si è intestata la mediazione risolutiva. Ma di resa si tratta. Prigozin salva al momento (forse) la pelle attraverso l'esilio in Bielorussia. Per il resto, la Wagner appare smembrata, privata del vecchio sostegno economico statale, e in ogni caso esclusa dalle operazioni militari in Ucraina. Suravikin è scomparso, probabilmente sotto interrogatorio per i sui rapporti ambigui con la Wagner. Gli odiati Shoigu e Gerasimov restano al loro posto, mentre i servizi segreti (FSB) lanciano la caccia ai reali o presunti complici di Wagner nel sottobosco dell'apparato statale. Difficile immaginare un esito più catastrofico per l'avventura di Prigozhin.
Ma se Prigozhin piange, Putin non ride. Il Presidente resta in sella, cerca bagni di folla per dimostrare la propria popolarità, proverà a capitalizzare la disfatta della sommossa col rilancio propagandistico del proprio regime. E tuttavia la sua immagine esce lesionata dalla vicenda. Troppe cose non tornano.
Alle ore 9 del sabato mattina il Presidente aveva lanciato la pubblica reprimenda dell'ammutinamento, ma per l'intera giornata l'esercito non si è mosso. Alcune unità militari hanno persino dichiarato simpatia per gli ammutinati (la duecentocinquesima brigata cosacca dei fucilieri motorizzati, la ventiduesima brigata Spetznaz, e diverse unità del cosiddetto “Storm Z”). L'unico a contrastare militarmente l'avanzata della Wagner è stato il generale estraneo alla catena centrale di comando, Surovikin, unicamente preoccupato di non compromettere il proprio futuro. In compenso a rispondere alla chiamata di Putin, sia pure in ritardo, è stato l'islamofascista Kadyrov e la sua milizia, pronta a farsi guardia del corpo del Presidente (in cambio del controllo terroristico sulla Cecenia).
Per l'intera giornata la resistenza a Prigozhin si è dunque risolta in alcune strade abbattute per rallentare la sua avanzata, i sacchi di sabbia e le mitragliatrici a Mosca quale estrema difesa della capitale: l'immagine di un potere arroccato e sotto assedio messo di fronte a tutta la sua fragilità. Non esattamente la coreografia più indicata per un Presidente che fa dell'ostentazione della propria forza la leva principale del proprio prestigio.
Il regime putiniano paga la privatizzazione dell'apparato statale, l'appalto delle strutture militari, la debolezza di una forza diretta su cui far leva. L'unica forza militare presidenziale è la Guardia nazionale russa, una sorta di arma dei carabinieri. Ma dispone di 10000 uomini, e non possiede ad oggi armi pesanti. Il fatto che ora Putin annunci l'armamento pesante della Guardia nazionale, e dunque il suo potenziamento, rivela la consapevolezza delle difficoltà del fronte interno, esposto in prospettiva a nuove possibili prove.
La popolazione russa non si è mossa, né per Prigozhin né per Putin. Non per Prigozhin, se si esclude l'immagine di Rostov in cui però la festa attorno alla Wagner era anche soddisfazione per la sua resa pacifica e la sua dipartita. Ma nemmeno per Putin, nonostante l'appello a reti unificate del Presidente. Il consenso maggioritario attorno al Presidente resta, ma è un consenso passivo, oggi forse più dubbioso di ieri.
La guerra d'invasione dell'Ucraina era stata presentata da Putin come rilancio della gloria russa, contro l'Ucraina nazista e l'Occidente collettivo, contro il Nemico. Ma ora improvvisamente è il fronte interno che si incrina. Sono i cosiddetti “eroi di Bakhmut” ad aver denunciato la corruzione e l'incapacità dei comandi.
E rimbalza l'ammissione clamorosa di Prigozhin, nell'ora della propria emarginazione, secondo cui sono tutte bugie quelle raccontate sulla guerra: sui morti in battaglia, sulle vittorie riportate e persino sulle ragioni della guerra: fatta non per difendere la Russia dall'Ucraina ma per appendere nuove medaglie al petto di Shoigu. In forma semplificata, una verità indubbia. Ora confessata. Da un macellaio di guerra, ma confessata. E tanto più significativa proprio perché confessata da un macellaio di guerra, il più insospettabile dei nazionalisti russi.
Naturalmente il regime putiniano spiega il tutto col fatto che l'Ucraina e l'Occidente sarebbero i mandanti... dell'ammutinamento di Prigozhin. E alcuni sciocchi in Italia crederanno all'ultima favola putiniana, come già a quelle precedenti. Ma in Russia il dubbio sulla credibilità della propaganda di guerra ha forse aperto un nuovo piccolo varco in un settore più ampio di opinione pubblica. Putin farà di tutto per chiudere quel varco nel segno del rilancio dello sciovinismo grande russo. All'avanguardia del movimento operaio russo il compito di dilatarlo: contro Putin, il suo imperialismo, la sua guerra.
Partito Comunista dei Lavoratori
Il crollo dei consumi e la pace sociale italiana
L'immobilismo della burocrazia sindacale è sempre più ragione di scandalo
È ufficiale. L'ISTAT registra nell'ultimo trimestre del 2022 un calo del 3,7% del potere d'acquisto delle famiglie. Nel 2022 i prezzi sono cresciuti otto volte di più delle retribuzioni. Parallelamente i profitti delle imprese dell'eurozona, nell'ultimo trimestre 2022, hanno visto una crescita del 2%, passando dal 40% al 42%, il valore più alto dal 2007.
La vera spirale dunque non è quella tra prezzi e salari ma tra prezzi e profitti. Per fare solo un esempio: Aspi (Autostrade), che oggi aumenta i pedaggi (+2% e un altro +1,34% già annunciato per giugno) ha appena distribuito ai propri azionisti un dividendo di 924 milioni.
Tanto più in questo quadro l'immobilismo della burocrazia sindacale italiana è ragione di scandalo. Mentre nel resto d'Europa si esprime una mobilitazione sociale contro le politiche d'austerità (Francia) o per aumenti salariali (Gran Bretagna, Germania, Portogallo), in Italia regna la peggiore pace sociale, nonostante i salari italiani siano stati i più falcidiati in Europa negli ultimi trent'anni!
La “mobilitazione” annunciata di CGIL, CISL e UIL nelle prossime settimane si riduce a manifestazioni simboliche, senza una sola ora di sciopero. Il nulla. La notizia è che la CGIL rinuncia persino agli sciopericchi pro forma di altre occasioni, per allinearsi alla CISL. Il fatto che tutto ciò accada in presenza di un governo a guida postfascista rimarca ancora di più la deriva della burocrazia CGIL.
Di certo, tanto più oggi, la battaglia per una vertenza generale del mondo del lavoro attorno a una piattaforma di svolta è inseparabile dalla lotta per un'alternativa di direzione del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori
Per una presenza di classe, anticapitalista e internazionalista alle elezioni politiche
Una proposta pubblica a: Fronte Comunista / Fronte della Gioventù Comunista, Sinistra Anticapitalista, Sinistra Classe Rivoluzione, Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria
Le elezioni politiche sono alle porte.
Il governo confindustriale di Mario Draghi è caduto sotto il peso delle contraddizioni dell’ampia maggioranza su cui si reggeva, enfatizzate dalla prossimità della scadenza elettorale e dall’approfondirsi della crisi mondiale.
I partiti borghesi si presentano al voto in uno stato di difficoltà. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni del 2018 (M5S) è in agonia. Il campo largo del PD si è sfarinato. Enrico Letta rivendica la figura di Draghi e la sua agenda padronale per consolidare il proprio ruolo di partito di sistema e polarizzare la domanda di stabilità di settori piccolo-medio borghesi. Ma Draghi non fa il testimonial dell’operazione e i bizzosi interlocutori di “centro” (da Renzi a Calenda), gli uni contro gli altri armati, si combattono a colpi di veto. A destra sale la stella di Giorgia Meloni, in competizione con Salvini e Berlusconi per la premiership, in una lotta interna furibonda per la spartizione dei collegi e con le peggiori posture reazionarie. È la coalizione favorita, ma non cavalca più un’onda populista montante come quella che premiò prima il grillismo e poi il salvinismo.
Manca insomma ad oggi un centro di gravitazione della politica borghese. Mentre la speranza di una rapida e forte ripresa capitalista, per effetto del Recovery Fund, cede il passo a nuove tendenze recessive, per effetto delle dinamiche di guerra, dell’impennata dell’inflazione internazionale e della svolta di tutte le banche centrali. Ciò che ipoteca la prossima legge di stabilità, appesantendo in ogni caso il suo contenuto antioperaio. Qualunque sia il polo o partito borghese elettoralmente vincente.
In estrema sintesi: il capitale domina nei luoghi di lavoro e nella società ma non trova una forma di stabilità politico-istituzionale. Non accade solamente in Italia, ma in Italia ha un carattere più marcato che altrove.
In questo quadro generale il vero punto di forza della borghesia italiana sta nella debolezza del movimento operaio. Nell’arretramento profondo che esso ha conosciuto, senza punti di paragone tra i paesi imperialisti. Un arretramento dei livelli di mobilitazione, di coscienza politica, di rappresentanza. Lo stesso scenario dell’attuale crisi politica è emblematico. L’intero confronto pubblico si svolge nel campo della borghesia. Senza alcuna iniziativa indipendente del movimento operaio a livello di massa, né in termini di azione, né anche solo di proposta di mobilitazione e piattaforma. La supplica da parte di Landini di “un governo nel pieno delle sue funzioni”, nei fatti a difesa di una unità nazionale defunta, dà la misura della totale subalternità dell’apparato CGIL, che ha persino rinviato il proprio congresso per non disturbare i lavori in corso della borghesia.
La crisi della sinistra politica è da tempo effetto e concausa di questo scenario. Lo scenario è desolante, anche sul piano elettorale. Sinistra Italiana, che è stata formalmente all’“opposizione” di Draghi, sembra candidarsi a ultima ruota di scorta dello schieramento draghiano, in cambio di una manciata di seggi sicuri. Il PC di Rizzo completa il proprio corso rossobruno alleandosi con forze sovraniste reazionarie di destra ed estrema destra, no vax, complottiste, putiniane. Quanto a PRC e PaP, si prostrano ai piedi di De Magistris, che cerca di costruire il proprio partito personale usando la loro manovalanza. L’Unione Popolare è il vecchio canovaccio delle liste civiche di tradizione Ingroia: con una sinistra di classe che si nasconde ancor più di ieri dietro le insegne di un candidato progressista, possibilmente “istituzionale” e “costituzionale”, portavoce dei “cittadini” democratici. La stessa proposta avanzata insistentemente da Unione Popolare di una alleanza politica col M5S – che ha governato contro i lavoratori per tutta la legislatura – è indicativa. Non è un suo errore, al di là dell’esito, ma il riflesso di una impostazione fondata sulla rimozione di ogni centralità di classe e prospettiva socialista.
La necessità di una voce autonoma della classe lavoratrice e di un programma anticapitalista ci pare dunque riproposta con grande forza dalla crisi italiana. Questa necessità si pone innanzitutto sul terreno della lotta di classe, in aperta contrapposizione all’economia di guerra. La rivendicazione del blocco immediato delle bollette e dei prezzi alimentari, di un aumento generale e consistente dei salari e di una loro scala mobile, della requisizione integrale dei sovraprofitti dei monopoli energetici e di una loro nazionalizzazione senza indennizzo, di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, della cancellazione del debito pubblico verso le banche e della loro nazionalizzazione, può e deve indicare la bandiera di una possibile ribellione di classe e di massa in autunno. L’unico spettro che spaventa realmente la borghesia.
Far emergere questa proposta anche nell’arena elettorale ci pare una opportunità importante.
Le elezioni borghesi sono un terreno della battaglia di classe anticapitalista. Come sapete il nostro partito, molto impegnato nell’unità d’azione sul terreno delle lotte, ha sempre perseguito la presentazione indipendente sul terreno elettorale, secondo la vecchia tradizione leninista. Ma le regole truccate della democrazia borghese – soprattutto in termini di raccolta delle firme necessarie alla presentazione con tempi brevissimi – possono ostacolare pesantemente questa scelta, a noi come eventualmente anche a voi.
Per questo vi proponiamo pubblicamente, nell’interesse comune, un possibile blocco elettorale delle nostre organizzazioni in occasione delle prossime elezioni politiche.
Le nostre organizzazioni registrano certo divergenze non secondarie, a seconda dei casi, in fatto di strategia politica, impostazione programmatica, forme di intervento, richiami internazionali. Ciò che spiega l’esistenza di formazioni distinte, e anche in molti casi l’aperta polemica pubblica. Tuttavia, queste divergenze convivono con alcuni elementi comuni: la centralità del riferimento di classe, l’anticapitalismo e non il semplice “antiliberismo”, il richiamo all’internazionalismo contro ogni forma di sovranismo. Sono proprio gli elementi che oggi segnano una comune linea di demarcazione rispetto ai poli liberali, reazionari, populisti, e ad ogni forma di subordinazione ad essi. Sono gli elementi che non a caso hanno favorito, in questi anni difficili, pratiche di unità d’azione tra le nostre organizzazioni: o sul terreno dell’azione sindacale (pur nella distinzione delle posizioni) o in esperienze di fronte unitario di iniziativa politica (Patto d’azione anticapitalista - per un fronte unico di classe). E che rendono plausibile, in questa situazione straordinaria, un’ipotesi di blocco elettorale.
Naturalmente un blocco elettorale deve preservare l’autonomia e la riconoscibilità di ogni soggetto. Ma usare insieme la tribuna elettorale per valorizzare una comune proposta generale di classe, anticapitalista, antimperialista, può offrire una cassa di risonanza pubblica e amplificata alla battaglia che sviluppiamo ogni giorno. E concorrere allo sviluppo della coscienza politica dell’avanguardia di classe, al di là della dimensione elettorale. Come dice una vecchia scuola, i rivoluzionari sono tali se cercano di utilizzare ogni tribuna per parlare alle masse. Uno sforzo congiunto delle nostre organizzazioni nella raccolta delle firme potrebbe certamente guadagnare questa tribuna nazionale in poche settimane.
Dati i tempi imposti, estremamente precipitati, della raccolta firme, vi chiediamo una risposta rapida in termini di concreta disponibilità unitaria. Vi contatteremo direttamente in questi giorni. In caso contrario, il PCL attiverà naturalmente la propria presentazione di partito nei collegi del Senato ovunque risulti possibile.
Saluti comunisti,
Segreteria Nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori (PCL)
La crisi del governo Draghi
15 Luglio 2022
L'instabilità politica italiana smentisce le teorie di “un regime di Draghi”, e ripropone la necessità di un'alternativa di classe
Avremo modo di seguire nei prossimi giorni lo svolgimento della crisi politica italiana. Ma il fatto centrale è il crollo dell'equilibrio di unità nazionale attorno all'attuale Presidenza del Consiglio. La principale forza parlamentare emersa dalle elezioni politiche del 2018, il M5S, versava da tempo in crisi profonda, priva ormai di una ragione pubblica riconoscibile e di un asse di comando interno stabilizzato. La scissione di Di Maio, effetto e concausa di questa crisi, ha sospinto come riflesso condizionato una reazione autoconservativa del M5S “contro” Draghi e a sostegno di Conte, a sua volta sempre più incerto fra la difesa di una propria immagine istituzionale di ex premier e la pressione maggioritaria delle truppe parlamentari residue per la ricollocazione all'opposizione; tra un consolidamento del polo di centrosinistra attorno al PD (il “campo largo” di Letta), e la tentazione di uno scavalco del PD a “sinistra” nella rappresentanza (recitata) delle ragioni del lavoro.
La “non fiducia” al governo Draghi al Senato sul Decreto Aiuti, combinata con la dichiarazione di una immutata disponibilità alla fiducia futura, mirava a un bizantino punto di equilibrio tra smarcamento politico e continuità di governo. Ma con riserve e intenzioni di segno diverso. Conte puntava a conservare il consenso interno dei gruppi parlamentari con un atto simbolico di differenziazione ma senza rompere con l'esecutivo. Una parte importante dei gruppi parlamentari puntava invece ad una dissociazione dal governo che desse via libera alla campagna elettorale del M5S nel presupposto che Draghi restasse in ogni caso in carica, disponendo di una sua maggioranza alle Camere.
Ma i calcoli si sono rivelati sbagliati, e la crisi è finita in un vicolo cieco.
Già frustrato per la mancata ascesa alla Presidenza della Repubblica, Mario Draghi aveva da tempo accumulato una manifesta insofferenza per la maggioranza che lo sosteneva, i suoi crescenti conflitti interni, le impuntature negoziali incrociate, l'annuncio di possibili rotture sulla prossima Legge di stabilità. Una insofferenza marcata in particolare verso il M5S e verso la Lega.
Parallelamente l'intero scenario mondiale riduceva su ogni versante lo spazio negoziale e di mediazione: con l'irruzione della guerra in Ucraina, l'arresto della ripresa economica continentale, l'esplodere dell'inflazione, il cambio di rotta di tutte le banche centrali, l'impossibilità di ricorrere a nuovi scostamenti di bilancio per finanziare le misure emergenziali.
Il combinarsi del nuovo quadro mondiale con il logoramento dell'unità nazionale ha innescato la miccia della deflagrazione. Il M5S ha esibito il proprio cahier de doléance, cambiando di volta in volta il terreno del contendere. Prima indossando i panni di un'improbabile pacifismo (dopo aver accresciuto le spese militari nei due governi Conte); poi rivendicando l'intangibilità del reddito di cittadinanza (di cui già aveva accettato l'ulteriore peggioramento); poi sollevando la richiesta del salario minimo per legge (in realtà depositata già da tre anni, con disponibilità negoziali al ribasso.); infine impugnando il termovalorizzatore di Roma (ma chiedendo di scorporarlo dal Decreto Aiuti per farlo passare senza vincolarlo alla fiducia). Draghi ha prima mimato una disponibilità all'ascolto, senza prendere alcun impegno, poi ha rifiutato lo scorporo del Decreto. La richiesta del voto di fiducia al Senato ha nei fatti sfidato il M5S chiedendogli un gesto di subordinazione, ciò che Conte non poteva offrirgli se non al prezzo di una sconfessione dei gruppi e del proprio suicidio.
Draghi ha ottenuto il voto scontato della maggioranza parlamentare. La stessa defezione del M5S nel voto di fiducia sul Decreto non è (ancora) una rottura della maggioranza politica di governo, secondo le stesse dichiarazioni formali dei pentastellati.
Il punto è che Draghi non sembra disponibile a continuare, sottoponendosi ad un ulteriore logoramento. Avallare la demarcazione del M5S significherebbe incoraggiare quella speculare della Lega su cartelle esattoriali, scostamenti di bilancio... Come gestire in questo quadro una legge di stabilità già di per sé particolarmente impervia? Da qui la sentenza di morte della maggioranza (“la maggioranza di governo di unità nazionale non c'è più”) e l'annuncio delle proprie dimissioni. Né Draghi appare disponibile a maggioranze diverse da quella di unità nazionale, con M5S o Lega all'opposizione in campagna elettorale contro di lui.
Il Presidente della Repubblica, da lord protettore del governo, supplica Draghi di restare e di provare a ricomporre i cocci, nel nome dell'immancabile interesse superiore del Paese. Il PD, e le forze politiche più organicamente legate al capitale finanziario, agiscono e agiranno nella medesima direzione. Nella Lega i governatori del Nord non fanno mistero del proprio sostegno a Draghi contro il cosiddetto salto nel buio, anche perché il progetto di autonomia differenziata è sulla rotta d'arrivo, e non vogliono rinunciare a un sostanzioso malloppo. Di certo gli chiede di restare Confindustria, che attende un taglio del cuneo fiscale, a carico dell'erario pubblico (cioè del lavoro) per disinnescare le rivendicazioni salariali, e che non vuole mettere a rischio la prossima tranche del PNRR con la relativa pioggia di miliardi ai padroni. Naturalmente la Conferenza Episcopale Italiana non fa mancare la propria preghiera devota.
Ma ricomporre i cocci appare difficile. Draghi non sembra disponibile a immolarsi, avendo a disposizione altri possibili incarichi risarcitori di natura internazionale (in sede UE o NATO), e forse volendosi preservare come riserva della Repubblica per il dopo voto anche sul piano interno. Salvini è sotto la pressione di Meloni, che nell'ultimo anno è cresciuta quasi interamente a sue spese. Di certo vuole scrollarsi di dosso la memoria disastrosa (per lui) del Papeete Beach del 2019, ma non al prezzo della rinuncia a una propria campagna elettorale sulla legge finanziaria, una rinuncia che di fatto gli sarebbe richiesta, dopo quanto è successo, nel caso di una ricomposizione della maggioranza di unità nazionale attorno a Draghi. Quanto al M5S, è ancora lontano dall'aver concluso le proprie convulsioni.
Molte sono dunque le incognite e variabili immediate. In caso di dimissioni irrevocabili di Draghi, Mattarella potrebbe tentare la soluzione di un governo tecnico (Massimo Franco?) per fare la prossima legge di stabilità e mettere al sicuro il PNRR. Ma si tratterebbe di un governo di fine legislatura o di un governo di traghettamento per elezioni in autunno? In ogni caso, il governo dovrebbe disporre di una maggioranza parlamentare. Quale, se l'unità nazionale è in frantumi? E in alternativa quali forze politiche a pochi mesi dal voto si caricherebbero sulle spalle gli oneri della legge finanziaria lasciando ai rivali il ruolo di opposizione? Elezioni politiche a fine settembre/ottobre sono dunque ad oggi il possibile sbocco obbligato di un gioco sfuggito di mano. Con ulteriori incognite. Quale legge elettorale le incardinerebbe? Quale governo farebbe la nuova finanziaria, e in quali tempi? Il rischio di un esercizio provvisorio diverrebbe a quel punto concreto. Peraltro già nei prossimi giorni una nuova eventuale caduta delle Borse e impennata dei tassi di interesse potrebbe introdurre una ulteriore drammatizzazione della crisi politica in corso.
L'intero scenario dimostra in ogni caso una volta di più la cronicità di fondo della crisi politica italiana. Molti a sinistra nell'ultimo anno e mezzo (PRC e PaP in testa) avevano presentato il governo Draghi come l'avvento di un “regime”. Un regime durevole sostanzialmente bonapartista, imposto dall'alto (o dalla BCE, o dagli USA, o dalla finanza mondiale, a seconda delle più fantasiose versioni), in ogni caso capace di subordinare a sé un quadro politico parlamentare ormai disciplinato e asservito.
Cosa resta di questa rappresentazione immaginifica e antimarxista? Nulla. I fatti dimostrano uno scenario opposto. L'assenza di un baricentro politico e istituzionale della borghesia, la crisi verticale dei vecchi poli borghesi di alternanza di centrosinistra e centrodestra a partire dal 2011-2013, la crisi dei successivi soggetti populisti emersi dalle elezioni del 2018, a partire dalla decomposizione politica e parlamentare del grillismo, il susseguirsi di formule politiche e di governo instabili e di breve durata.
Il governo Draghi, nato come effetto di questa crisi generale, aveva il compito di tamponarla: innanzitutto gestendo la ripresa capitalista, grazie ai fondi del Recovery fund, e in secondo luogo dando tempo ai partiti borghesi di riorganizzare il sistema politico istituzionale in vista delle elezioni del 2023. Ma il risultato è stato fallimentare su entrambi i versanti. La ripresa capitalista ha ceduto il passo a una nuova crisi, e soprattutto il sistema politico continua a versare in uno stato caotico. Tanto più dopo la resa di Draghi, che prima ha fallito la scalata al Quirinale e poi si è dimesso da Presidente del Consiglio. Altro che “regime draghiano”!
In questa rappresentazione ingigantita e caricaturale dell'avversario non si esprime solamente un errore d'analisi, ma una forma di apologia capovolta del capitalismo, un feticismo involontario della politica borghese, sempre dipinta tendenzialmente come onnipotente, capace di organici disegni orditi da entità superiori. Per cui l'unico ruolo della sinistra è o fare diga di opposizione democratica (spesso rimuovendo la centralità di classe) e/o cercare di contenere il danno con cicliche compromissioni di governo (Prodi, Tsipras, Sanchez, Boric...), che in realtà sono contro i lavoratori e procurano disastri. Mai di ricondurre l'opposizione di classe a una prospettiva di (“impossibile”) rivoluzione.
In realtà proprio la crisi italiana dimostra quanto sia fragile la politica borghese e i suoi assetti. Il vero problema, tanto più oggi, non è la forza della borghesia, ma la debolezza del movimento operaio. Più precisamente, la debolezza del movimento operaio è il vero punto di forza della borghesia. Ciò che davvero fa scandalo nello scenario italiano è la funzione scendiletto delle burocrazie sindacali, che fanno anticamera di fronte a ogni governo, offrendo a ognuno il proprio ruolo “responsabile” di pacificatore sociale, per di più prendendo schiaffi da tutti. Ciò che davvero fa scandalo è l'assenza di una piattaforma generale di lotta che punti a unificare milioni di salariati, ad aggregare attorno ad essi la maggioranza della società, a indicare l'unica vera alternativa possibile: quella di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.
Eppure, un'irruzione dell'azione di massa contro l'economia di guerra, per il blocco delle bollette e dei prezzi alimentari; per un forte aumento generale dei salari di almeno 300 euro netti mensili; per una scala mobile dei salari; per la requisizione integrale dei sovraprofitti dei grandi monopoli energetici e la loro nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio; per una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco, per investire nella sanità, nelle energie rinnovabili, nella rete idrica, nel risanamento ambientale... traccerebbe la vera linea di confine tra blocchi sociali contrapposti, metterebbe a nudo le finzioni populiste, aprirebbe dal basso un nuovo scenario politico. È lo spettro della ribellione sociale d'autunno, quella che i padroni temono, assieme a tutti i loro partiti; quella che le burocrazie sindacali evocano per vendere ai padroni il proprio ruolo di pompieri; quella che le sinistre rimuovono, per non contrapporsi alle burocrazie sindacali limitandosi a criticare i padroni.
Eppure questa è l'unica possibile ventata di aria fresca.
Come riconosceva Rino Formica, ministro PSI della Prima Repubblica, la politica borghese “è sangue e merda”. Solo la classe operaia può spazzarla via con un'azione rivoluzionaria. Non solo è necessario, è anche possibile. Costruire controcorrente questa consapevolezza è la nostra politica quotidiana.
Marco Ferrando
Appello. Unire la lotta contro i licenziamenti!
14 Settembre 2021
Istituire una cassa nazionale di resistenza. Occupare le aziende che licenziano, come hanno fatto in GKN. Nazionalizzarle senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori. Opporre alla radicalità dei padroni una radicalità uguale e contraria
Pubblichiamo qui, su richiesta dei promotori, un appello nazionale per l'unificazione del fronte di lotta contro i licenziamenti, a partire dalle vicende GKN e Whirlpool. L'appello è promosso da lavoratori e lavoratrici di diversa appartenenza sindacale: RLS, RSU, compagni e compagne con ruoli sindacali e/o rappresentativi/e di realtà di lotta importanti nella propria azienda, settore, territorio. Attorno a questo appello, che qui pubblichiamo con la prima rosa di firmatari, si svilupperà una campagna nazionale di adesioni e iniziative di supporto, di cui verrà data periodica informazione.
I compagni e le compagne che intendono aderire possono scrivere a appellocontroilicenziamenti@gmail.com
UNIRE LE LOTTE CONTRO I LICENZIAMENTI!
Lo sblocco dei licenziamenti ha moltiplicato l’offensiva padronale contro i lavoratori e le lavoratrici. Le vicende Whirlpool, GKN, Giannetti, Timken, sono emblematiche. I licenziamenti si concentrano nel settore automotive, dove Stellantis già dichiara ufficiosamente 12000 “esuberi”. Ma coinvolgono anche il settore dei trasporti (Alitalia), colpiscono la logistica (FedEx), si estenderanno all’industria tessile e alle piccole imprese quando diverrà operativo lo sblocco anche in questi settori. Nel complesso un salto nell’attacco al lavoro, che si aggiunge al mancato rinnovo nel primo anno della pandemia di un milione di contratti precari.
Spesso, padroni italiani o stranieri che hanno mercato e commesse e che hanno incassato complessivamente miliardi di soldi pubblici pagati dai lavoratori, decidono di trasferire altrove la produzione per beneficiare o di salari ancor più miserabili, o di ulteriori esenzioni fiscali, o di puri vantaggi speculativi di carattere finanziario. In altri casi, in cui la crisi di settore è reale (auto, siderurgia, trasporti) la si scarica sui salariati a protezione degli azionisti. A pagare sono sempre i produttori della ricchezza, a vantaggio di chi la intasca.
Ad oggi questa offensiva generale non trova una risposta generale unitaria del movimento operaio. Dal 2008 si moltiplicano vertenze su vertenze a difesa del lavoro, che coinvolgono centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici, la loro generosità, la loro tenacia. Ma sono tutte vertenze in ordine sparso, in un quadro di grande frammentazione. Manca una risposta unificante. Ogni vertenza è ripiegata su sé stessa, sulla propria specifica situazione, in una giostra interminabile di contatti istituzionali, annunci elettorali, promesse di futuri acquirenti: che o sono fantasmi, o sono faccendieri, o pongono come condizione d’acquisto la cancellazione di posti di lavoro e/o di diritti acquisiti. È il calvario degli ultimi 15 anni (Alitalia, Termini Imerese, Alcoa, Eutelia, Acciaierie di Piombino, etc.). Un lungo elenco di croci. Ora è la volta di Whirlpool, Giannetti, Timken, GKN.
La legge sulle delocalizzazioni annunciata dal governo Draghi, su modello della legge francese Florange del 2014, non offre alcuna risposta ai lavoratori. Non riguarda né le chiusure legate a crisi economico-finanziarie, né le delocalizzazioni interne alla UE (GKN). Si limita a un piano di cosiddetta “mitigazione delle ricadute occupazionali”: preavviso dei licenziamenti, generici impegni che non valgono nulla per il futuro occupazionale dei licenziati, una multa irrisoria in caso di inadempienze. Per di più oggi, su richiesta di Confindustria, si sono cancellate dal testo di legge persino queste sanzioni simboliche. Nei fatti è una legge che prescrive come licenziare educatamente e monetizzare il licenziamento. Proprio come avviene in Francia. Una truffa presentata come “soluzione”. Inaccettabile.
È necessario voltare pagina. Non pioveranno concessioni dall’alto senza una svolta di lotta dal basso: una svolta di lotta radicale quanto radicale è l’offensiva del padronato. Una svolta che finalmente unifichi le centinaia di vertenze presenti e future, sottraendole all’isolamento, all’abbandono, alla sconfitta. Non si tratta di ignorare le specificità di ogni vertenza, che è sempre un terreno d’azione importante. Si tratta di unire le vertenze al di là della loro specificità. Di individuare comuni forme di lotta e comuni rivendicazioni, che possano trasformare tante vertenze in ordine sparso in una grande vertenza nazionale a difesa del lavoro, capace di mettere la lotta di ognuno al servizio di tutti, e la lotta di tutti al servizio di ognuno. È l’unica via per cambiare i rapporti di forza e strappare risultati.
Per questo proponiamo a tutte le organizzazioni del movimento operaio di unire nell’azione le proprie forze attorno a misure e rivendicazioni di svolta.
OCCUPARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO. FARE COME ALLA GKN
Se il padrone licenzia deve incontrare ovunque una risposta uguale e contraria. A partire dalla occupazione dello stabilimento interessato. Dalla fabbrica non deve uscire neppure un bullone. L’occupazione è una prima forma di requisizione. È ciò che hanno fatto i lavoratori di GKN, con una scelta esemplare, che non a caso ha messo in allarme padronato e governo. imponendo la loro vertenza all’attenzione pubblica. Estendere e generalizzare questa forma d’azione significa moltiplicare i suoi effetti. Significa dire alla borghesia e ad ogni padrone che se vuole licenziare deve mettere sul conto, in primo luogo, la perdita di controllo sui suoi impianti. Un ammonimento che in termini pratici vale infinitamente di più di una multa (eventuale) da assorbire a bilancio.
PER UNA CASSA NAZIONALE DI RESISTENZA
Una occupazione prolungata ha bisogno di essere coperta ben al di là degli ammortizzatori esistenti. C’è bisogno di una cassa di resistenza. È quella che è stata adottata dai lavoratori di Whirlpool, di FedEx, di GKN e di altre vertenze. Ma occorre andare al di là della raccolta volontaria di vertenza in vertenza. Occorre una grande cassa di resistenza nazionale pronta a sostenere ogni azione di lotta prolungata a difesa del lavoro, con l’impegno a tal fine di tutte le organizzazioni di classe e di un loro comitato unitario di controllo. Significa dire alla borghesia e a ogni padrone che i lavoratori sono pronti a reggere ovunque uno scontro di lunga durata. Un deterrente di certo più efficace di qualsiasi “raccomandazione” ai padroni di usare buone maniere.
NAZIONALIZZARE LE AZIENDE CHE LICENZIANO, SENZA INDENNIZZO E SOTTO IL CONTROLLO DEI LAVORATORI
Se il padrone vuole licenziare i lavoratori, questi ultimi hanno diritto a rivendicare il licenziamento del padrone. Se il padrone antepone la proprietà al lavoro, il lavoro ha diritto a mettere in discussione la proprietà. Senza un euro di indennizzo: perché l’indennizzo se lo sono preso con anni e decenni di risorse pubbliche, e con lo sfruttamento dei lavoratori. Nazionalizzare senza indennizzo significa riprendersi ciò che i lavoratori hanno già abbondantemente pagato, e porlo sotto il proprio controllo. Significa dire che il problema non è il costo del lavoro per il capitale ma il costo del capitale per il lavoro, ribaltando decenni di sacrifici e arretramenti che hanno solo ingrassato i profitti.
È una rivendicazione che pone la prospettiva di una alternativa di società partendo dalla necessità immediata del posto di lavoro. Non a caso appartiene alla storia del movimento dei lavoratori, in particolare nelle epoche di crisi. Riprenderla e generalizzarla significa dire alla borghesia e ad ogni padrone che i lavoratori non sono più disposti a considerare intoccabile la proprietà degli azionisti. Se il padrone vuole licenziare deve sapere che la sua proprietà è in gioco. Un avvertimento forse più convincente delle solite prediche virtuose.
PER UNA ASSEMBLEA NAZIONALE UNITARIA DI TUTTE LE VERTENZE CHE DECIDA SU FORME DI LOTTA E OBIETTIVI COMUNI
Questa svolta generale di indirizzo è richiesta dal nuovo livello dello scontro.
Per discuterla e approfondirla crediamo necessaria una grande assemblea nazionale delle rappresentanze di tutte le aziende in lotta, al di là di ogni diversa appartenenza di categoria o di sindacato. Una assemblea nazionale che possa definire democraticamente una piattaforma comune e un’azione comune. Una assemblea che contrapponga al fronte unitario del padronato il fronte unitario dei lavoratori. Una assemblea che ponga l’esigenza di una vertenza generale di tutto il mondo del lavoro, nella prospettiva di una lotta internazionale che ribalti i rapporti di forza tra le classi.
Per adesioni: appellocontroilicenziamenti@gmail.com
Primi firmatari:
Luigi Sorge, operaio STELLANTIS Cassino, Assemblea Generale FIOM CGIL Frosinone/Latina
Gabriele Severi, RSU USB Marcegaglia Forlì
Thomas Casamenti, RSU USB Marcegaglia Forlì
Fabio Frati, Direttivo nazionale CUB trasporti Alitalia
Enzo Accursio, RSU UILM Whirlpool Napoli
Madonna Pasquale, RSU Cgil Jabil Marcianise Caserta
Alessandro Babboni, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino
Paolo Francini, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino
Paolo Ferrari, USB, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino
Giuseppe Filippeschi, cassaintegrato Jsw Steel Italy, ex Acciaierie Piombino
Franco Panzarella, Assemblea Generale GCIL Prato
Enrico Chiavacci, CD FISAC Toscana, Coordinatore Regionale FISAC per le Banche di Credito Cooperativo e membro del Coordinamento Nazionale FISAC Gruppo Iccrea
Aurelio Fabiani, RSU IIS Spagna/Campani Spoleto
Ettore Magrini, USB Territoriale Spoleto
Renato Pomari, RSU FIOM CGIL IBM Milano
Roberto Galvanin, RSU USB Stefani Vicenza
Andrea Bartoli CD FILCTEM CGIL Firenze
Arduino Fraveto, direttivo provinciale CUB, Stellantis Cassino
Andrea Camilli, CD FILCTEM CGIL Pisa
Luca Tremaliti, CD Nazionale FILT CGIL, marina mercantile
Diego D’Agostino, CD FIOM STELLANTIS Cassino
Carlo Velletri, RSU FIOM Guidolin Padova
Fausto Torri, Enel distribuzione La Spezia, Assemblea generale CGIL La Spezia
Gerardo Iuliano, Novolegno Montefredane Avellino
Giovanni Ferraro, CD FP CGIL sanità privata, Napoli
Roberto Bonasegale, RSU FIOM Bcs Abbiategrasso, AG FIOM Ticino-Olona
Mario Maddaloni, RSU USB Napoletana gas
Emanuele Troisi, RSA FLC CGIL Istituto A. Lombardi - Airola (BN)
Lorenzo Mortara, CD FIOM Vercelli, RSU YKK Vercelli
Gennaro Navarra RSA FP CGIL sanità privata Napoli
Gina Atripaldi, USB Napoli
Stefano D'Intinosante, RSU Somec Conegliano (TV), CD FIOM CGIL Treviso
Raffaele Ucci, Farmacia Falco di Marcianise (CE)
Donatella Ascoli, Musei Civici Veneziani, AG CGIL Veneto, CD FILCAMS CGIL Veneto
Elder Rambaldi, AG FP CGIL Veneto, Vigili del Fuoco Venezia
Marco Di Pietrantonio, RSU Provincia di Pescara, CD CGIL Pescara
Leonardo Radi, operaio forestale Unione dei Comuni di Grosseto
Elena Felicetti, lavoratrice precaria della scuola, FLC CGIL Pavia
Diego Ardissono, CD NIDIL CGIL Padova
Sergio Castiglione, CD FLC CGIL Caltanissetta
Luca Gagliano, NIDIL CGIL Padova
Vincenzo Cimmino, lavoratore precario della scuola, AG nazionale FLC CGIL
Sergio Borsato, CD FLC CGIL Milano
Antonio De Caro, lavoratore precario
Francesco Doro, FILCTEM CGIL Venezia, Lumson SPA
Mauro Goldoni, FILLEA CGIL Ancona
Isidoro Migliorati, RSA SI COBAS Memc. SPA Novara
Crescenzo Papale, USB Marche, impiegato pubblico
Antonio Tralongo, CUB Palermo, lavoratore dello spettacolo
Giuseppe Ranieri, CUB PENSIONATI Milano
Riccardo Spadano, SGB Lazio
Barbara Pecchioli, SGB Oss Ospedale Arezzo
Franco Grisolia, SPI CGIL, Collegio di verifica CGIL Lombardia
Alessio Dell’Anna, insegnante precario, FLC CGIL Milano
Natale Azzaretto, assemblea provinciale SPI CGIL Milano
Diiego Peverini, USB Terni, Busitalia srl Umbria
Alessia Isernia, insegnante precaria, FLC CGIL Milano
Mario Cermignani, avvocato giuslavorista
Andrea Mario Lucchetti, ausiliario socio assistenziale Milano
Franco Dreoni SLC GGIL Firenze
Francesco Monti, SLC CGIL Reggio Calabria
Linda Bonci, operaia tessile Arezzo
Leo Barbi, ANPI Gavorrano Scarlino
Simione Perugini, musicista, Cortona
Maurizio Rossi, Pensionato, ex operaio La Magona D’Italia, Piombino
Ettore Ceccanti, autista Tiemme Grosseto
Paolo Gianardi, Pensionato comune di Piombino, SPI CGIL
Stefania Martelloni. Pensionata ex impiegata Tiemme Piombino
Giuliana Giuliani, Castagneto Carducci
Aldo Montalti, SPI CGIL
Alessandro Giannetti, USB, ex operaio ENEL Lardello
Gianfranco Bilancieri, Medico, Castagneto Carducci
Emanuela Pulcini, COBAS lavoro privato, Coopculture Roma
Ivan Romanò, operaio chimico Pirelli Bollate
Sonia Lenti
Lorenzo Materiali
Giuseppe Di Pede, operaio cartaio Cartiera Burgo, Sora (FR)
Gisella Rossi
(in aggiornamento)
Appello "Unire le lotte contro i licenziamenti"
Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti
La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.
I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.
UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA
Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.
La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.
LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO
L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.
L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.
L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA
A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.
LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE
Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.
In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.
Piero Nobili
VOLENTIERI PUBBLICHIAMO: Sosteniamo la giornata di mobilitazione del 29 gennaio
Appello a sostegno dello sciopero di venerdì 29 gennaio, sottoscritto da diversi militanti dell'area sindacale Riconquistiamo Tutto - opposizione in CGIL
Il percorso unitario partito il 27 settembre 2020 a Bologna con la prima Assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattive, a cui è seguita una seconda assemblea il 29 novembre e l’ultima del 16 gennaio, ha avuto il merito di dare l’avvio nel nostro paese alla costruzione di una proposta al tempo stesso conflittuale e unitaria, con l’intento di evitare logiche di autosufficienza e autocentratura che molto spesso hanno portato a proclamazioni di scioperi rituali da parte delle diverse organizzazioni del sindacalismo conflittuale in campo.
Un’esigenza sentita e ribadita dalle centinaia di lavoratrici e lavoratori, tra cui molti immigrati, provenienti dalle più svariate realtà sindacali e autorganizzate e da diversi settori di lavoro, come il metalmeccanico, la logistica, la sanità e l’istruzione, che stanno contribuendo alla sua costruzione.
La piena riuscita di queste assemblee denota la necessità e la giustezza di questo percorso.
L’appuntamento dello sciopero del 29 gennaio deciso dall’Assemblea nazionale dei lavoratori e delle lavoratrici combattive si pone non come traguardo, ma come prima tappa significativa per rilanciare l’iniziativa di classe in Italia, e per ricercare la convergenza delle lotte contro governo e padronato.
Consapevoli delle tante difficoltà che ci sono, riteniamo che l’appuntamento dello sciopero del 29 gennaio e nel suo complesso il percorso di lotta segnato, debba essere il più possibile ampio e partecipato dalle lavoratrici e dai lavoratori e dalle organizzazioni e settori sindacali conflittuali di base e di classe.
Lo impone la grande crisi del movimento operaio dovuta al suo arretramento generale, in cui i momenti di ricomposizione su fronti e percorsi di lotta sono una vitale necessità di fronte alla quale nessun soggetto di classe in campo dovrebbe tirarsi indietro.
Oggi, di fronte all’aggravarsi di una crisi che si scaricherà sulla classe lavoratrice e alla necessità del risveglio del conflitto sociale che porti a una mobilitazione davvero generale e di massa nei luoghi di lavoro, bisogna lavorare per far emergere l’elemento soggettivo della classe.
Anche a partire da quei lavoratori e da quelle lavoratrici che si sono avvicinati al percorso dell’assemblea si può provare a indicare in modo adeguato la strada al resto della classe, in netto contrasto con le pratiche divisive e passive che hanno caratterizzato ampi settori del sindacalismo di base e al posizionamento di Landini e del gruppo dirigente Cgil che prevedono un sindacato istituzionale e collaborazionista.
Noi compagni e compagne militanti dell’area di opposizione in CGIL “Riconquistiamo tutto”, proprio per le considerazioni fatte, facciamo appello a tutti e tutte le militanti di RT e al suo gruppo dirigente affinché tutta l’area di opposizione sostenga e contribuisca, nel limite del possibile, alla riuscita dello sciopero nazionale del 29 gennaio. Auspicando allo stesso tempo che tutta RT sia impegnata in questo necessario percorso unitario.
Achille Zasso, Collegio di garanzia nazionale CGIL
Alberto Signifredi, SPI Parma
Alessia Isernia FLC CGIL Milano
Andrea Bartoli, CD FILCTEM Firenze
Andrea Camilli, CD FILCTEM Pisa
Andrea Domenici, FLC Pisa
Angelo Urgo FP Milano
Cristina Premoli, FP Milano
Diego Ardissono, CD NIDIL Padova
Diego D’Agostino, CD FIOM FCA Cassino
Domenico De Paola, AG GCIL Cosenza
Donatella Ascoli, AG CGIL Veneto, CD FILCAMS Veneto, Musei Civici Veneziani
Elder Rambaldi, AG FP Veneto, Vigili del fuoco Venezia
Elena Felicetti, FLC Pavia
Emilio Damico, CD CGIL Cosenza
Enrico Chiavacci, CD FISAC Toscana
Ercole Mastrocinque, NIDIL Torino
Fabrizio Giavina, FP Biella
Fabrizio Tognetti, FP Macerata Ospedale Civile di Macerata
Fausto Torri, AG CGIL La Spezia, CD FILCTEM La Spezia
Fidalba Zini, FLC Milano
Francesco De Simone, CD CGIL Calabria
Francesco Doro, FILCTEM Venezia
Francesco Monti, SLC Reggio Calabria
Franco Dreoni, SLC Firenze
Franco Grisolia, Commissione di verifica CGIL regionale Lombardia
Franco Panzarella, FLC, CD CGIL Prato
Gabriele Urban, FP Biella
Giovanni Ferraro, CD FP sanità privata, Napoli
Lorenzo Mortara, CD FIOM Vercelli
Luca Gagliano, NIDIL Padova
Luca Tremaliti, CD Nazionale FILT, Marina Mercantile
Luigi Sorge, CD FIOM FCA Cassino
Marco Di Pietrantonio, CD CGIL Pescara, RSU Provincia di Pescara
Massimo Mani, FLC Firenze
Mauro Goldoni, FILLEA Ancona
Natale Azzaretto, AG SPI Milano
Patrizia Pierattini, SPI Firenze
Renato Pomari, CD FIOM Milano, RSU IBM
Roberto Bonasegale, AG FIOM Ticino-Olona, rsu FIOM Bcs Abbiategrasso
Sergio Borsato, CD FLC Milano
Sergio Castiglione, CD FLC Caltanissetta
Stefano D’Intinosante, CD FIOM Treviso
Vincenzo Cimmino, AG Nazionale FLC
Vito Montrone, CD FILCTEM Bari
https://sindacatounaltracosa.org/2021/01/26/unappello-per-lo-sciopero-del-29-gennaio/










