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ELEZIONI REGIONALI DELL’EMILIA ROMAGNA: LE NOSTRE INDICAZIONI DI VOTO

 


Domenica 17 e lunedì 18 novembre si terranno le elezioni regionali dell’Emilia-Romagna.

Il nostro Partito non potrà essere presente a questa competizione a causa delle leggi elettorali antidemocratiche e che impongono un numero esorbitante di sottoscrittori per poter presentare la lista. In questo modo verrà a mancare sulla scheda elettorale la sola forza politica che si è sempre e solo schierata a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori e non si è mai compromessa con accordi di governo sia a livello locale che nazionale contro i loro interessi.

Il significato politico di queste elezioni va oltre l’ambito regionale e assume un significato nazionale.

Anche se è molto probabile una riconferma del centro-sinistra alla guida della regione, essa come le altre che si stanno svolgendo, dalla Liguria all’Umbria, entra nel confronto tra il governo e l’opposizione in un quadro di rafforzamento del carattere bipolare del quadro politico

Dalla parte del governo si cercano di rafforzare le basi di consenso ad una linea politica che, al di la della becera propaganda post-fascista, raccorda una politica economica molto attenta alla contabilità degli interessi del grande capitale imperialista e di Confindustria, oltre che compatibile con i dettami europei, all’insegna dell’equilibrio dei conti pubblici, con un percorso di torsione autoritaria nei confronti del più ampio spettro delle mobilitazioni sociali e che colpisce in prima battuta lavoratori, sindacalisti, migranti, studenti,  attivisti per la Palestina e per l’ambiente (DDL 1660).

Questa torsione autoritaria rappresenta oggi un pericolo immediato per le ragioni di tutti i settori oppressi della società ed è per questo che il Partito Comunista del Lavoratori è impegnato nella costruzione unitaria, con altre forze politiche e sindacali, di ogni possibile mobilitazione per combatterla.

Dal lato dell’opposizione liberale dietro lanci propagandistici di misure quali ad esempio, il salario minimo o gli investimenti nella sanità, misure che questa parte politica si è ben guardata dal varare quando era al governo, e una postura di opposizione democratica nei confronti della gestione dei flussi migratori (caso Albania) e contro i decreti sicurezza del Governo, laddove su entrambi i  fronti PD e M5S non possono certo dire di avere la coscienza a posto, i risultati elettorali eventualmente favorevoli sono posti sul piatto di un accreditamento presso quello stesso grande capitale imperialista come compagine più credibile e seria di governo rispetto alla destra post-fascista.

Insomma, in gran parte il confronto tra governo e opposizione si riduce ad un teatro degli equivoci, ad una lotta tra concorrenti a rappresentare i medesimi interessi della classe capitalista e dove perciò nessuna delle due parti porta avanti i bisogni di milioni di salariati che rimangono ancora privi di una propria rappresentanza politica.

A livello locale le differenze tra le posizioni dei due poli si fanno ancora più sottili.

A ruoli invertiti qui in Emilia-Romagna è il centro-sinistra a rappresentare ed assicurare la continuità di governo mentre il centro-destra punta soprattutto ad una vittoria dell’alto valore simbolico e, come abbiamo detto, da spendere nei rapporti di forza tra governo e opposizione a livello nazionale.

Proprio l’Emilia-Romagna rappresenta un modello di governo compatibile e fruttuoso per gli interessi capitalistici.

Una Regione, quella emiliano-romagnola, governata da sempre dal Pd e dai suoi alleati e che si avvicina il più possibile ad una gestione dell’amministrazione pubblica funzionale al grande capitale e alla piccola e media industria, in altri termini all’interesse medio e trasversale del capitalismo emiliano.

La risultante di questa conduzione politica sono stati negli anni la speculazione edilizia, la cementificazione e il consumo di suolo responsabili insieme mancato intervento contro il dissesto idrogeologico dei grandi disastri dovuti alle recenti alluvioni.

Ma la cornucopia per il capitale non è finita qui: grandi opere inquinanti, privatizzazioni soprattutto in tema di sanità, precarizzazione del lavoro sono altrettanti capitoli dell’autentica rapina subita dalle classi popolari italiane a tutto vantaggio di padronato e finanza in un territorio per altro colpito da numerose crisi industriali e da un vertiginoso rincaro dei prezzi.

Persino sul terreno dell’edificazione della rapina sociale futura l’Emilia-Romagna si è distinta. Il suo governatore, Bonaccini, è stato infatti tra i primi promotori dell’autonomia regionale differenziata, ossia la secessione dei ricchi, seppur in salsa emiliana. Oggi il passaggio al contrasto dell’attuale legge varata dal governo, contrasto che però si limita ad una volontà di emendamento e non di abrogazione come invece vogliono i sottoscrittori del referendum, non cancella le responsabilità di un’amministrazione che persino su questa base si è posta in posizione ancillare nei confronti dei grandi interessi capitalistici.

L’Emilia-Romagna, perciò, viene esibita dal PD e dai suoi alleati come esempio di “buon governo”, di fruttuosa amministrazione e gestione dei conti pubblici anche in funzione di un accreditamento per il governo nazionale. Bisogna pero vedere a quale altare si portano i propri doni. In questo caso è chiaro: il capitale e le banche.

Il centrodestra, che parte svantaggiato, non ha sostanzialmente un programma di governo diverso. Dal punto di vista degli interessi che tutela la linea di fondo dell’attuale amministrazione può essere completamente riciclata. Il significato politico sarebbe porre l’eventuale affermazione, come abbiamo detto, sul piatto dei rapporti di forza tra governo e opposizione nazionali in funzione di un ulteriore rafforzamento del governo Meloni.

In definitiva scegliere tra De Pascale, centro-sinistra, e Ugolini, centro-destra, è come scegliere tra il gatto e la volpe. Le lavoratrici e i lavoratori emiliano-romagnoli non hanno nulla da guadagnare, e purtroppo tutto da perdere, dalla vittoria di uno dei due.

Se spostiamo lo sguardo a sinistra troviamo la lista Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro, che candida Federico Serra e che è sostenuta da Potere al Popolo, PCI e Rifondazione Comunista.

Questa lista, in contrapposizione sia al centro-destra che al centrosinistra, si presenta con un programma pieno di buoni propositi. Però rileviamo come, per essere un programma anticapitalista e non meramente riformista, manchi il protagonismo della classe lavoratrice e delle organizzazioni che vi fanno riferimento, la nazionalizzazione sotto controllo operaio delle aziende che licenziano, inquinano e ledono l’incolumità dei lavoratori, il controllo operaio delle condizioni di sicurezza sul lavoro e sugli uffici di collocamento. Insomma, mancano le fondamentali parole d’ordine di classe nella direzione di una piattaforma rivendicativa unificante al servizio della costruzione del più ampio fronte unico della classe lavoratrice.

Inoltre, il passaggio sul sostegno alla causa palestinese non è chiaro: infatti non compare la rivendicazione della liberazione del territorio palestinese dal fiume Giordano al mare e un appoggio chiaro alla resistenza sia in Palestina che nel Libano. Ciò accade a causa dell’attardarsi di forze come Rifondazione Comunista e del PCI sulla rivendicazione dei due stati per due popoli, rivendicazione oggi evidentemente fuori dalla storia, invisa alla resistenza palestinese e invece significativamente sostenuta tanto dal PD che dalla destra filosionista. Non certo una bella compagnia.

Ciò che vogliamo porre in discussione però non riguarda la caratura più o meno di sinistra del programma che in realtà rischia di rimanere lettera morta. Un programma per quanto radicale procede zoppicando sulle gambe di organizzazioni politiche su cui non si possa fare affidamento.

Il punto è che bisogna mettere alla prova questi partiti facendo un bilancio della loro condotta precedente, della coerenza o meno del loro posizionamento politico.

In questo bilancio, che questi partiti non fanno, ma che noi abbiamo il dovere di chiarire agli elettori di sinistra, deve essere posta la partecipazione a governi nazionali e locali in coalizione con partiti borghesi e nella fattispecie con il PD.

 Avviene ancora oggi che il PRC sia presente in coalizioni che comprendono il PD in molte giunte locali del territorio Emiliano Romagnolo (es. Forlimpopoli e Bertinoro).

L’attitudine alla ricerca di un compromesso con quelle stesse forze che in queste elezioni in termini del tutto propagandistici si dice di voler combattere è tanto più dimostrata dal tenore della discussione congressuale che sta lacerando Rifondazione Comunista e che è imperniata intorno alla possibile alleanza con il PD.

I riferimenti internazionali di queste forze politiche rafforzano, se possibile, l’impressione di ambiguità della loro collocazione politica.

L’infatuazione per il governo Tsipras e Syriza che tradi il movimento di massa che aveva detto un grande no al referendum sulle misure della Troika UE, l’ammirazione pe il governo PSOE-Podemos che ha aumentato a dismisura la precarietà lavorativa, proseguito le politiche persecutorie nei confronti dei migranti dei governi precedenti e ha aumentato le spese militari. Governi di “sinistra” che hanno finito per tradire le ragioni sociali della loro esistenza

Ma forse ciò che attrae di più l’ammirazione nei confronti di queste sinistre è proprio il loro essere di governo, ossia esemplificare perciò l’esito sperato della propria condotta politica, la possibilità di conseguire un risultato elettorale utile alla negoziazione di un accordo con il centro-sinistra con un successivo sperabile sbarco al governo.

Per tutti questi motivi vogliamo parlare chiaro ai compagni, elettori, iscritti e militanti di queste formazioni politiche e chiedere loro se al di là dei proclami che valgono lo spazio di una campagna elettorale, si possa riporre fiducia in dirigenti che proseguono la china già contrassegnata da innumerevoli disastri: quello della ricerca di un accordo con il centro-sinistra per strappare magari uno strapuntino nel cosiddetto “campo largo”. Se non sia giunto il momento di rifiutarsi di farsi prendere per il bavero ed invece incalzare i propri dirigenti per indurli ad una virata di 180° verso la lotta di classe e la prospettiva del governo delle lavoratrici e dei lavoratori, terreno sul quale troveranno il Partito Comunista dei Lavoratori sempre disponibile alla massima unità d’azione.

Ai compagni che ci obbiettano che un voto a sinistra sarebbe un segnale politico in quella direzione, rispondiamo che nessuna lista rappresenta coerentemente gli interessi della classe lavoratrice e dei settori oppressi e svantaggiati della società emiliana

Il centrodestra e il centrosinistra sono due cavalli per uno stesso scudiero: il grande capitale.

La lista di sinistra vuole conseguire un risultato, che, al di là dei buoni propositi, se positivo, finisca nel paniere da spendere al tavolo del campo largo ossia quel campo a guida PD autentico architrave della governabilità borghese.

Pertanto, diamo indicazione astensione al voto ed al contempo invitiamo le compagne e i compagni, le lavoratrici e i lavoratori, e tutte le organizzazioni che vi fanno riferimento a costruire il più ampio fronte unico della classe lavoratrice, l’unico che basandosi su una piattaforma rivendicativa anticapitalista, possa rovesciare lo svantaggio nei rapporti di forza con la classe capitalista e aprire una stagione nuova.

Una stagione nuova le cui conquiste possano essere portate avanti e garantite non da un governo di quel o quell’altro colore, ma da un governo di tipo nuovo: il governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

EMILIA ROMAGNA

La colpa delle alluvioni in Romagna

 


Nell’esprimere piena solidarietà alle popolazioni romagnole alluvionate, siamo sicuri che la colpa non sia del nemico di turno; in questo caso le nutrie, che avrebbero scavato gallerie negli argini, come la peggiore disinformazione vorrebbe far credere, ma del cambiamento climatico e di una scriteriata gestione dell’ambiente naturale antropizzato. Vero che le nutrie, importate a suo tempo dai pellicciai e poi dagli stessi liberate quando le pellicce -non tiravano più-, scavano gallerie come i conigli selvatici, ma non vi sono prove che siano responsabili degli smottamenti. Inoltre, sui quindici casi di alluvione, più o meno grave, uno soltanto è stato causato dallo smottamento dell’argine, tutti gli altri da tracimazione al di sopra di esso.

Insomma, se piovono in venti quattr’ore 10/15 centimetri di acqua, c’è poco da fare: il rischio rimane e, vista la totale incapacità della classe politica di risolvere o perlomeno attenuare il pericolo, purtroppo c’è da aspettarsi in futuro altri disastri e sempre più spesso. Nella società mercantile industriale, lo sviluppo della scienza, della tecnologia e della tecnica si converte costantemente, per via dell’accumulazione del capitale, in uno sviluppo di forze distruttive che degradano le fonti stesse della ricchezza, la natura e gli esseri viventi.

Partito Comunista dei Lavoratori
Emilia Romagna

Bonaccini, come Fontana, Zaia e Cirio, obbedisce al richiamo del padrone

In questi giorni Confindustria sta facendo pressioni fortissime sul governo per l'avvio al più presto della fase due, ossia della riapertura delle attività produttive. Le autorità scientifiche lo sconsigliano, perché dati i numeri ancora alti del contagio da coronavirus, soprattutto nelle regioni del Nord, le più industrializzate, è ancora alto il rischio di una recrudescenza dell'epidemia.
Il governo traccheggia, mente i governatori del Nord fanno asse con Confindustria.
È il potente richiamo del padrone, quello sotto la cui influenza decisiva sono stati commessi autentici crimini, come il Partito Comunista dei Lavoratori ha denunciato recentemente.

Bonaccini, governatore dell'Emilia-Romagna, proprio non ce la fa: nemmeno lui può sottrarsi a questo richiamo.
Nella riunione con il governo insieme agli altri "governatori" regionali – la cosiddetta cabina di regia – ha proposto, analogamente alla Lombardia, la riapertura delle filiere internazionali, dal comparto automobilistico, alla ceramica, alla nautica ecc..., per «salvaguardare l'export», l'edilizia e le costruzioni, ovviamente «garantendo ciò che serve per avere la massima sicurezza».
Peccato che, come affermano le autorità scientifiche, questa benedetta sicurezza non solo non è massima, ma non esiste finché il tasso di contagio non sia azzerato.

Se la sicurezza non è la preoccupazione principale, secondo le dichiarazioni del nostro Presidente di regione un'altra è la vera minaccia: «evitare che ci sia un problema di scontro sociale e di perdita di lavoro per troppe persone». Vale a dire che l'intenzione del padronato è proprio quella di scaricare la crisi sui lavoratori, e Bonaccini se ne fa un fidato messaggero.

Alle elezioni regionali di gennaio il Partito Comunista dei Lavoratori ha rifiutato di dare il proprio sostegno a Bonaccini, denunciando il suo ruolo in continuità sostanziale con le politiche antisociali del PD e del governo di manutenzione degli interessi capitalistici. La manutenzione evidentemente continua, a dispetto di ogni emergenza e del pericolo di contagio per milioni di lavoratori.
Bonaccini lo aveva dimostrato allora, allineandosi ai governatori leghisti e della destra sulla richiesta di autonomia regionale differenziata. L'emergenza sanitaria ha dimostrato impietosamente che proprio la frammentazione regionale ha favorito la disastrosa disorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale di fronte all'epidemia. Oggi il governatore dell'Emilia-Romagna conferma il suo ruolo subalterno agli interessi padronali facendosi alfiere degli interessi di Confindustria insieme alle regioni governate dalla destra.

Intanto Emilia Romagna Coraggiosa, la sinistra che ha appoggiato la rielezione di Bonaccini, rimane in silenzio. Dov'è finito tutto il suo coraggio? Forse bisogna ammettere, come Don Abbondio, che in certi casi, quando si rischia l'osso del collo (politicamente parlando, s'intende) “uno il coraggio... mica se lo può dare”.

Per quanto ci riguarda, come Partito Comunista dei Lavoratori, rimaniamo fermamente dall'altra parte della barricata: quella delle lavoratrici e dei lavoratori che hanno tutto il diritto, anche in Emilia-Romagna, di tornare al lavoro solo quando sarà garantita la prevenzione dal contagio, di controllare essi stessi le condizioni di sicurezza della propria mansione lavorativa, di aver garantiti salario e occupazione per tutti, compresi i precari, di poter usufruire di una sanità pubblica adeguata mediante il massiccio rifinanziamento del SSN e la nazionalizzazione della sanità privata, di imporre che questa volta siano i padroni a pagare la crisi tramite una patrimoniale straordinaria del 10% del patrimonio sul 10% più ricco della popolazione.
Per questo sosterremo ogni forma di mobilitazione unitaria della classe lavoratrice senza alcun timore dello scontro sociale.
Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Bologna

Per chi suona il citofono

I risultati del voto regionale in Emilia-Romagna e Calabria hanno un profilo contraddittorio.

In Calabria lo sfondamento del blocco reazionario di centrodestra ha le proporzioni attese, capitalizzando l'autentico crollo del M5S, sullo sfondo dell'assenza sul piano elettorale di qualsiasi sinistra a sinistra del PD.

Diverso il caso dell'Emilia-Romagna, dove si è concentrato uno scontro politico di immediata valenza nazionale. Qui la Lega ha cercato lo sfondamento puntando a un effetto domino su scala generale. L'obiettivo era quello di conquistare il governo della regione per accelerare elezioni anticipate e rivincita politica nazionale.
Il piano è fallito.

Diversi sono i fattori che hanno sospinto la vittoria di Bonaccini.
Lo scarto tra Bonaccini e Borgonzoni in fatto di immagine e “credibilità istituzionale”, come mostra il successo della lista personale Bonaccini (5,76%) a fronte del fallimento della lista Borgonzoni (1,73%).
La capitalizzazione di un voto disgiunto proveniente da elettori del M5S, di Forza Italia, delle tre liste di sinistra, unito per ragioni diverse dalla repulsione per Salvini: chi da un versante sociale e democratico, chi da un versante borghese liberale.
La rimotivazione al voto di un settore significativo di elettorato di sinistra e democratico che in precedenza si era astenuto e che in questo caso ha fatto la fila ai seggi. Qui ha svolto un ruolo il movimento delle sardine, che non ha ricollocato l'elettorato popolare che votava a destra ma certo ha trascinato al voto una parte di elettorato di sinistra passivizzato e deluso.

La sconfitta di Salvini sta qui. Le dimensioni della sconfitta politica sono superiori a quella della sconfitta elettorale. Elettoralmente il blocco reazionario del centrodestra tiene la propria base di massa, particolarmente concentrata nelle campagne, nella provincia profonda, nelle periferie. Ma politicamente non poteva esserci sconfitta più netta.
Salvini ha puntato sulla massima politicizzazione dello scontro e insieme sulla sua estremizzazione reazionaria. Bibbiano e il citofono ne sono stati l'emblema. L'obiettivo era impugnare la bandiera del cambiamento contro quella della conservazione – con tutto il peggiore armamentario bigotto e xenofobo – per polarizzare a destra in chiave anti-PD il crollo annunciato del M5S. La politicizzazione dello scontro è riuscita, ma ha prodotto prevalentemente (e paradossalmente) una dinamica opposta: prima il movimento delle sardine, nato non a caso in Emilia proprio in opposizione a Salvini; poi la crescita della partecipazione al voto, maggiore soprattutto nelle città, per sbarrare la strada a Salvini. Ha vinto dunque l'eterogenesi dei fini. Salvini ha suonato il citofono sbagliato. All'interno del centrodestra, l'arretramento della Lega a vantaggio di Fratelli d'Italia, che supera l'8%, è un ulteriore smacco per il suo segretario.

Il PD liberal-borghese capitalizza elettoralmente la sconfitta del Capitano, come dimostra la crescita della sua lista (34,69%) rispetto allo stesso risultato delle elezioni europee, nonostante il successo della lista personale di Bonaccini. Da un lato il PD ha spartito con la lista Bonaccini il voto di settori piccolo e medio-borghesi moderati, desiderosi di tranquillità, dunque appagati dalla “buona amministrazione” del Presidente uscente; dall'altro ha capitalizzato la spinta prevalente di un elettorato di sinistra legato alla tradizione democratica e antifascista, e spaventato dall'ex ministro degli interni in permanente divisa di polizia. Il 3,77% riportato dalla lista Emilia-Romagna Coraggiosa Ecologista Progressista, interna alla coalizione di Bonaccini, ha anch'esso raccolto questa pulsione, cui le sardine non sono certo estranee.
Dunque il referendum su Salvini voluto da Salvini ha punito chi lo ha invocato. Mentre un governatore borghese come Bonaccini, eletto contro Salvini ma garante del padronato, potrà continuare a gestire la normale amministrazione degli interessi capitalistici in regione, non ultimo il progetto di autonomia differenziata ai danni di istruzione, sanità, servizi, contro i lavoratori, le lavoratrici e la popolazione povera. Ciò che in assenza di un'opposizione di classe, e col tacito consenso della CGIL, continuerà a consegnare al blocco sociale reazionario un ampio settore di salariati.

A sinistra del PD, il richiamo del voto utile ha fortemente penalizzato le liste presenti. Il risultato d'insieme delle tre liste (complessivamente l'1,3%, un 1% tra i candidati presidente) è obiettivamente marginale, e nessuna di esse emerge come polo attrattivo rispetto alle altre. Il PC di Rizzo (0,48%) dimezza i voti rispetto alle elezioni europee anche nei collegi in cui era presente. Potere al Popolo (0,37%) disperde larga parte dell'elettorato conquistato nelle elezioni politiche del 2018. Ma è soprattutto la lista L'Altra Emilia-Romagna a conoscere il risultato peggiore: l'unica lista delle tre ad essere presente in tutta la Regione – e che per questo aveva rivendicato il voto utile per sé a scapito delle altre – è quella che ha raccolto meno voti in assoluto e in percentuale. Rifondazione Comunista, che ne è stata il perno, paga una volta di più il mimetismo della propria politica.

Il PCL non ha potuto essere presente per via di una legge elettorale antidemocratica. Abbiamo dunque dato indicazione di voto a sinistra del PD, senza illusioni. Ma al tempo stesso diciamo forte e chiaro che non c'è possibilità di risalire la china a sinistra, sullo stesso terreno elettorale, senza la ripresa di una opposizione di classe e di massa. Chi pensa che la soluzione a sinistra sia questo o quell'altro cartello elettorale continua a pestare l'acqua nel mortaio. Le elezioni riflettono in modo distorto ciò che si muove, o non si muove, sul terreno sociale. Se si smarrisce il confine di classe nell'immaginario sociale quotidiano, perché quel confine dovrebbe apparire nel giorno del voto? Se la lotta di classe rifluisce, se con essa arretra la coscienza politica di massa e spesso della sua stessa avanguardia, nessuna alchimia elettoralista invertirà la condizione della sinistra politica. Semmai produrrà nuovi danni.

Il coordinamento nazionale unitario delle sinistre di opposizione, fuori da ogni logica elettorale, è nato il 7 dicembre per unificare le lotte di resistenza e rilanciare l'opposizione sociale. Le campagne unitarie che sono partite in tutta Italia hanno esattamente questo scopo. Il PCL, che ha contribuito in modo determinante al coordinamento dell'unità d'azione, continuerà a lavorare per il suo allargamento, nazionale e locale, politico e sindacale, contro ogni settarismo e preclusione. E al tempo stesso porta e porterà in esso il proprio programma di rivoluzione per lo sviluppo della coscienza anticapitalista, contro ogni illusione riformista.

Senza unire l'azione di avanguardia non si può lavorare alla ripresa di massa né incidere sullo scenario politico. Senza un programma di rivoluzione non si può dare all'avanguardia una prospettiva vera di alternativa al capitale.

Per questo saremo come PCL i più unitari e i più radicali. Per questo costruiamo il Partito Comunista dei Lavoratori.
Partito Comunista dei Lavoratori

Fermiamo l'ondata reazionaria! Nessun sostegno a Bonaccini e al PD e alle loro politiche filopadronali! Vota a sinistra

Il voto in Emilia Romagna può costituire uno spartiacque per la caduta del governo e l’avvento al potere della Lega e di Fratelli d’Italia. Bonaccini e il PD non sono un argine a alla destra reazionaria. Tutt’altro: gli hanno aperto la strada.
Il Partito Comunista dei lavoratori non si sottrae alla responsabilità di dare un’indicazione per fermare la destra. Diamo indicazione ai compagni militanti, aderenti e simpatizzanti di votare a sinistra del PD, ma il nostro sarà un voto necessariamente critico, perché nessuna lista presente alle elezioni rappresenta le ragioni del rilancio del movimento operaio e dei bisogni delle classi popolari
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Il mondo politico e quello dei mass media hanno messo ormai da mesi sotto osservazione le prossime elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 26 gennaio 2020. Queste elezioni vengono rappresentate come lo snodo politico decisivo per le sorti del governo e il precipitare della dinamica politica italiana verso le elezioni anticipate, che con tutta probabilità darebbero la vittoria alla destra e al suo progetto neoautoritario.

Non ci possiamo nascondere il pericolo: bisogna fermare l’ondata reazionaria cavalcata da Salvini e Meloni.

Un’ondata reazionaria che cerca di dirottare la rabbia sociale contro gli immigrati, con misure forcaiole, per impedire che si rivolga contro i capitalisti, quelli che loro proteggono, mentre rilancia la crociata contro i diritti delle donne e legittima le organizzazioni fasciste, che si avvalgono della copertura e degli ammiccamenti di Salvini per allargare e moltiplicare le proprie provocazioni e aggressioni squadriste.

Il primo dovere è opporsi alla reazione e ai suoi partiti.

Ma il governo di PD-M5S-LeU non rappresenta in alcun modo un argine alla destra.

Il governo che si annunciava di svolta è in realtà il governo della continuità, di manutenzione degli interessi capitalistici. Continuità non solo di un Presidente del Consiglio buono per ogni stagione, ma soprattutto delle politiche dominanti. Tutte le peggiori misure antioperaie dell'ultimo decennio, dal Jobs Acts alla legge Fornero, restano intatte, ed anzi si preannuncia il de profundis di "quota 100". Restano intatti nella loro sostanza i famigerati decreti sicurezza, usati come clava contro gli immigrati, ma anche contro i picchetti e i blocchi stradali di chi difende il posto di lavoro. Si salvaguarda l'accordo infame col governo libico, che finanzia i carcerieri di carne umana ammassata in luoghi di tortura e di stupri. Si rivendica la continuità di tutte le missioni militari ed anzi si amplia l'acquisto a suon di miliardi dei famosi F-35, mentre si assicura alla NATO l'aumento richiesto del bilancio della Difesa. Si rilancia ed anzi si accelera un progetto di “autonomia differenziata”, a vantaggio delle imprese del Nord e a carico della popolazione povera del Sud e di tutti i lavoratori del Sud e del Nord.

Questo non solo non ferma la destra, ma ne aumenta il consenso fra le masse popolari.

Bonaccini, il governatore dell’Emilia Romagna, è invocato dalle forze del governo e soprattutto dal PD come un “salvatore della patria”.

Bonaccini è indubbiamente un eminente campione delle politiche antisociali dei governi targati PD. Il fatto che oggi preferisca un profilo di parziale autonomizzazione dal PD, da decenni alla guida dell’amministrazione della regione, e che venga investito da parte dell’opinione pubblica del ruolo di argine all'avanzata salviniana, non ne sminuisce le responsabilità. Tutt’altro.

L’Emilia Romagna di Bonaccini insieme a Veneto e Lombardia è tra le regioni che pretendono l’autonomia differenziata.
L’autonomia differenziata è, come abbiamo già spiegato, la secessione dei ricchi. Ossia la pretesa di trattenere sul proprio territorio il gettito fiscale più ricco prodotto da queste regioni, perché sede di una borghesia più ricca, a scapito delle popolazioni povere del Sud, con un aumento del già vertiginoso differenziale tra Nord e Sud. Inoltre a pagare sarebbero anche i salariati del Nord, perché le regioni ad autonomia differenziata, potendo trattenere tutti gli aumenti di gettito fiscale, aumenterebbero le tasse locali (le addizionali sul’IRPEF). Il risultato sarebbe che, poiché l'entità stessa dei fabbisogni in termini di servizi sociali viene col tempo rapportata al gettito fiscale della regione, le regioni più ricche offrirebbero i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza, e non dalla eguale natura dei bisogni.

Insomma sappiamo chi pagherà: i poveri e i lavoratori salariati.
Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.

La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.

Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale.
Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni.

La verità viene a galla: nella regione in cui il PCI costruì la sua fortuna in termini di qualità e quantità dei servizi sociali, lodati anche all'estero, il PD ha dovuto subire lo smacco di essere imputato proprio del contrario, cioè di una sanità che non tiene conto affatto delle esigenze dei malati ma della redditività dei posti letto (chiusura di pronti soccorso o di reparti di ostetricia in zone di montagna, nelle quali le alternative più vicine si trovano a 30-40 km di distanza).

Una verità così imbarazzante per Bonaccini, che, in vista del possibile disastro elettorale, ha avuto bisogno del soccorso del ministro della sanità che glia ha promesso stanziamenti nazionali per nuovi reparti di ostetricia in zone impervie.

L’uomo che si incarica di gestire le politiche filopadronali del PD sul territorio dell’Emilia Romagna, che una volta almeno in parte aveva un’amministrazione influenzata da politiche solidaristiche vesso i lavoratori e i settori più svantaggiati della società, non fermerà la Lega. Al contrario, le sta già spianando la strada.

Per questo il Partito Comunista dei Lavoratori dà indicazione di voto a sinistra, contro le destre e contro Bonaccini.

Invitiamo le compagne e i compagni a dare un voto a sinistra del PD ma senza illusioni.

La lista “L’Altra Emilia Romagna” è composta da partiti che hanno ciclicamente sostenuto le politiche antioperaie dei governi di centrosinistra, anche nei governi locali (precarizzazione del lavoro, detassazione dei profitti, tagli sociali, campi di detenzione per gli immigrati...). Quegli stessi partiti che dopo aver assunto a riferimento europeo il partito Syriza, che con Tsipras ha gestito le politiche di lacrime e sangue per conto e col plauso del capitale finanziario, oggi plaudono al governo Sanchez in Spagna, che lascia praticamente intatte le politiche antioperaie dei governi PPE, omaggia la UE e le sue politiche disumane contro i migranti, difende la NATO in un contesto di revanscismo imperialista, e continua a tenere in galera gli indipendentisti catalani negando il diritto di autodeterminazione al popolo della Catalogna.

La lista di Potere al Popolo, dietro una propaganda roboante di solidarietà con la classe lavoratrice e le masse popolari, si limita a proporre misure mutualistiche e solidali invece di porre la questione del governo dei lavoratori.

La lista del PC, un partito che è guidato da un camaleonte (Rizzo) che non solo ha sostenuto i due governi Prodi, ma persino il governo D'Alema che bombardò la Serbia, parla di anticapitalismo, di diritti dei lavoratori e dei ceti poveri e dice di volere il socialismo. Ma il “socialismo” di riferimento è il regime nordcoreano, e quindi avverso alla democrazia operaia. E la cultura staliniana non promette nulla di buono: basta vedere le ambiguità calcolate del PC sui diritti civili, sulle rivendicazioni delle donne, sulla difesa dei migranti.
È una sinistra che ammicca al sovranismo nazionalista, e proprio in ragione di questa politica di raggiro degli interessi della classe operaia sfocia in un atteggiamento ultrasettario, tanto da rifiutarsi di aderire al coordinamento unitario delle sinistre di opposizione che ha preso il via con la partecipatissima assemblea del 7 dicembre a Roma e che vede il Partito Comunista dei Lavoratori tra i suoi principali promotori.

Nessuna di queste compagini può rappresentare l’esigenza di una vera alternativa anticapitalista su scala nazionale così come su scala locale.

Un’alternativa che declini sul territorio il programma di svolta unitaria e radicale del movimento operaio sul terreno dell'unificazione delle lotte.

Un programma che traduca nei territori la necessità di una vertenza unificante del mondo del lavoro e del suo incontro con i movimenti che si coagulano intorno alle rivendicazioni democratiche: dai diritti dei migranti a quelli delle donne e di tutti i settori oppressi della società.

Perché anche a partire dal territorio dell’Emilia Romagna ci si può battere contro il governo dei padroni avanzando la rivendicazione di un grande piano di nuovo lavoro, a partire dalla riconversione ambientale e la lotta all'inquinamento, finanziato dalla tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite e profitti; l’abolizione del debito pubblico verso le banche nazionalizzandole senza alcun indennizzo per i grandi azionisti; l’esproprio delle aziende che licenziano o che inquinano, a tutela di lavoro e salute, e sotto il controllo dei lavoratori; l’azzeramento delle vecchie e nuove misure di precarizzazione del lavoro (dai precari della scuola, alla pubblica amministrazione, ai riders); il rilancio della sanità pubblica contro il parassitismo di quella privata; il diritto alla mobilità pubblica; l’accoglienza dei migranti; il contrasto all'autonomia differenziata.

Il nostro partito non ha potuto presentare questo programma alle regionali dell’Emilia Romagna, per via di assurde barriere antidemocratiche che alterano la rappresentanza democratica, a danno soprattutto dei lavoratori e delle classi povere. Ma questo programma lo portiamo in ogni lotta dei lavoratori e degli oppressi.

Attorno a questo programma lavoriamo a costruire il partito rivoluzionario, un partito che lotti controcorrente per elevare la coscienza politica degli sfruttati.
Perché solo una rivoluzione può cambiare le cose.
Partito Comunista dei Lavoratori - Emilia Romagna

Solidarietà a Yassin

Atmosfera nazi-populista al Pilastro. Matteo Salvini, ex Ministro dell'Interno, ideologo dei decreti sicurezza e Senatore della Repubblica, forse in un bagliore di goliardia che richiama i rastrellamenti degli anni '30, citofona ad una casa abitata da una famiglia tunisina per chiedere, dinnanzi ad una folla armata di cellulari, se il malcapitato "fosse uno spacciatore".

È successo realmente nella rossa Bologna, in piena campagna elettorale. A rispondere al citofono uno studente diciassettenne di origini tunisine figlio di un operaio di Bartolini e di una pensionata. Una famiglia normale salita agli onori della cronaca per la propaganda elettorale della Lega.

Riteniamo scandalosa la tacita complicità che la sinistra "politically correct" dedica a questo fatto, certamente troppo occupata a conservare lo scranno regionale. Rivendichiamo un'opposizione di classe alle nuove destre.

È un triste assaggio del clima che in Emilia Romagna si instaurerà se alle elezioni regionali vincerà la Lega, o se questi infelici barbari riusciranno a governare il paese. Barbari ai quali è il centrosinistra, locale e nazionale, a spianare la strada e concimare il terreno da decenni.

Con pieno spirito rivoluzionario, diamo piena solidarietà a Yassin, contro ogni forma di razzismo e fascismo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Autonomia differenziata: cosa significa, quale risposta

Analisi e proposta del Partito Comunista dei Lavoratori

29 Giugno 2019
Ricognizione dei bisogni sociali dei lavoratori e dei poveri in tutta Italia. Definizione di un piano di lavoro e di investimenti dettato unicamente dalle urgenze sociali, contro ogni compatibilità. Per una risposta anticapitalista alla secessione dei ricchi

 DA DOVE NASCE L'AUTONOMIA DIFFERENZIATA
L'autonomia differenziata è un disegno politico e sociale che investirà gli assetti istituzionali e il conflitto di classe in Italia.
L'autonomia differenziata viene riconosciuta a livello legislativo dalla riforma dell'Articolo V della Costituzione promossa dal governo di centrosinistra di Giuliano Amato nel 2001. L'articolo 116 introdotto dalla riforma dà facoltà alle Regioni di negoziare con il governo centrale, e dunque con lo Stato nazionale, l'ampliamento delle proprie competenze sino a un massimo di 23 materie. Era l'epoca in cui il centrosinistra cercava di occupare il terreno federalista imposto dalla Lega inseguendola sul suo terreno.

Nella legislatura successiva fu il centrodestra a rilanciare il disegno autonomista inserendosi negli spazi aperti del centrosinistra. Nacque la riforma istituzionale della cosiddetta “devolution”, redatta da Calderoli e approvata nel 2005. Ma la riforma, sottoposta a referendum istituzionale, fu bocciata dall'elettorato il 25-26 giugno 2006.

Nel 2016 il progetto bonapartista di Renzi, ritagliato sulle sue ambizioni politiche, mirò a una riforma istituzionale di segno opposto, nel segno del rafforzamento politico e istituzionale del governo centrale a scapito dei poteri delle Regioni. Era il tentativo di dare al capitalismo italiano un assetto istituzionale più centralizzato attorno alla figura dominante del capo del governo.

Il fallimento clamoroso del disegno politico e istituzionale di Renzi (bocciatura referendaria del 4 dicembre 2016) ha incoraggiato, per effetto di rimbalzo, il nuovo rilancio del disegno autonomista. Veneto e Lombardia intraprendono un'iniziativa referendaria, con l'appoggio sostanziale al Nord sia del PD che del M5S. Il referendum, tenutosi nel 2017, registra un successo plebiscitario. Parallelamente nel 2017 la regione Emilia Romagna, senza passare per il referendum, apre il negoziato col governo centrale per la concessione dell'autonomia regionale in 15 materie e competenze. Il governo Gentiloni, proprio alla vigilia delle fatidiche elezioni del 4 marzo 2018, sigla una pre-intesa con le tre regioni interessate, nel segno dell'apertura alle loro richieste. Nel varco aperto si muovono altre sette regioni a statuto ordinario (Liguria, Piemonte, Toscana, Lazio, Marche, Umbria, Campania), i cui governatori ottengono il mandato a intraprendere l'iter istituzionale del negoziato col governo centrale.

La ridefinizione dei rapporti istituzionali tra Stato e Regioni è parte dell'onda d'urto della sconfitta del renzismo, la stessa onda d'urto che sul piano politico ha sospinto l'inedito governo M5S-Lega, ha prodotto sul piano istituzionale un contraccolpo non meno profondo.


LA SECESSIONE DEI RICCHI

Il canovaccio dell'argomentazione autonomista ruota attorno ad un apparente senso comune: “Cosa c'è di male ad assicurare maggiori competenze ai governi locali? Non è forse un possibile vantaggio in fatto di minore burocrazia, maggiore vicinanza ai territori, maggiore possibilità di sostenere i cittadini e soddisfare i loro bisogni?”.

La realtà è esattamente opposta.

Il primo obiettivo di fondo dell'autonomia differenziata è trattenere sul proprio territorio il cosiddetto residuo fiscale, ossia lo scarto tra le entrate fiscali che lo Stato preleva da una regione e le risorse che vengono spese in quella regione. Le regioni del Nord, più ricche, hanno ovviamente un residuo fiscale alto. Per questo i governatori di Veneto e Lombardia chiedono di poter incassare il grosso del residuo. L'obiettivo iniziale era radicale: la giunta Zaia chiedeva di poter godere degli stessi privilegi delle province autonome di Trento e Bolzano, dove i nove decimi delle tasse pagate sul territorio restano a casa. Ma questa rivendicazione radicale serviva ad alzare contrattualmente la posta per strappare comunque un risultato vantaggioso. La bozza di accordo raggiunta tra governo Conte e Regioni interessate prevede clausole che tra loro combinate portano in quella direzione.

Il meccanismo sancito dalla bozza prevede la compartecipazione della Regione al gettito di tributi erariali maturati sul territorio. Attraverso la compartecipazione delle imposte la Regione copre il finanziamento delle funzioni trasferite dallo Stato alla sua competenza. Tanto spendeva lo Stato, tanto spende la Regione: sembrerebbe una operazione a costo zero. Ma non è così.

Innanzitutto la bozza d'accordo prevede come riferimento di calcolo il criterio della spesa media pro capite su scala nazionale: «l’ammontare delle risorse assegnate alla Regione per l’esercizio delle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia di cui alla presente intesa non può essere inferiore al valore medio nazionale pro capite della spesa statale per l’esercizio delle stesse» (1). Il punto è che Lombardia, Veneto ed Emilia hanno valori di spesa pro capite che si posizionano al di sotto della media nazionale. Quindi vuol dire che in base all'intesa le tre regioni vanno subito all'incasso. E non si tratta di pochi spiccioli. I bilanci di Lombardia, Veneto, Emilia aumenterebbero del 50%. Il solo Veneto di Zaia potrebbe contare su 5-6 miliardi aggiuntivi. Per dare un'idea, prendiamo il capitolo istruzione. Lombardia e Veneto dichiarano che in fatto di istruzione lo Stato versa loro una cifra pro capite di 480 euro per abitante, ben inferiore alla spesa media nazionale pro capite di 537 euro (trascurando il piccolo dettaglio che la maggiore spesa del Sud per l'istruzione è dovuta anche al fatto che lì si pagano insegnanti di ruolo, mentre al Nord si pagano di più i supplenti di insegnanti che hanno chiesto il trasferimento al Sud). Il risultato è che già al piede di partenza dell'autonomia, Lombardia e Veneto si troverebbero a incassare rispettivamente 265 e 742 milioni in più solo per allinearsi alla spesa media pro capite nell'istruzione. Un primo miliardo sottratto alla ripartizione, innanzitutto alle scuole del Sud.

In secondo luogo la bozza d'accordo prevede che tutti gli aumenti di gettito fiscale restino sul proprio territorio: «l’eventuale variazione di gettito maturato nel territorio della Regione dei tributi compartecipati o oggetto di aliquota riservata rispetto alla spesa sostenuta dallo Stato nella Regione o, successivamente, rispetto a quanto venga riconosciuto in applicazione dei fabbisogni standard, anche nella fase transitoria, è di competenza della Regione». È una clausola che da un lato incentiva le tasse locali (le famose addizionali sull'Irpef), per di più a carico dei “propri” salariati, dall'altro sottrae strutturalmente e cumulativamente le risorse aggiuntive alla ripartizione nazionale, a danno della popolazione povera del Meridione. Maggiore è la ricchezza incassata, prelevata dalle tasche dei lavoratori, minore è la ricchezza distribuita. Per di più, la bozza prevede che l'entità stessa dei fabbisogni venga col tempo rapportata al gettito fiscale della regione: «I fabbisogni standard sono misurati in relazione alla popolazione residente e al gettito dei tributi maturati nel territorio regionale». Significa che le regioni più ricche offriranno i servizi migliori, quelle più povere i peggiori. Come se i diritti sociali alla salute o all'istruzione dipendessero dal luogo di residenza e non dalla eguale natura dei bisogni.

Si obietta che il primo anno il criterio di compartecipazione regionale al gettito avrà come riferimento la “spesa storica” (cioè quanto tradizionalmente si spende regione per regione), come a dire che nessuno sarà penalizzato. Ma l'obiezione è curiosa. Non solo perché si tratta per l'appunto di un criterio di riferimento temporaneo di cui già si programma il superamento in direzione peggiorativa, ma anche perché la “spesa storica” è esattamente la sanzione dell'ingiustizia e della disuguaglianza attuale. Già oggi il regionalismo ha sancito condizioni ineguali in prestazioni e servizi. Già oggi la regionalizzazione della sanità fa sì che esistano 21 sistemi sanitari regionali diversi, con 750.000 malati che devono curarsi fuori regione per assenza di servizi pubblici o costi incompatibili. Già oggi nel Centro-nord le risorse pubbliche complessive pro capite sono di quasi 15.000 euro, in Campania di 10.800. Il rispetto della spesa storica è dunque la sanzione dell'ineguaglianza attuale. L'autonomia differenziata mira solo ad allargarla ulteriormente e radicalmente a vantaggio dei ricchi. La secessione dei ricchi non è un argomento propagandistico, ma la realtà di un progetto.


CHI PAGA? IL SACCHEGGIO DEI POVERI

Se da un lato si incassano maggiori risorse vuol dire che dall'altro c'è qualcuno che paga.
La popolazione povera del meridione è la prima vittima dell'autonomia regionale, ma non la sola.
Lo spostamento di risorse verso le tre regioni che insieme fanno quasi il 40% del Pil nazionale non sarà tutto caricato sulle regioni del Sud (perché data l'entità del trasferimento sarebbe socialmente e politicamente ingestibile). Sarà in parte caricato sul bilancio pubblico nazionale. Per un verso sulla fiscalità generale, e siccome l'80% del carico fiscale ricade sulle spalle di lavoratori e lavoratrici (e pensionati), saranno loro a pagare, inclusi i lavoratori lombardi, veneti, emiliani. Per altro verso sarà finanziato dal taglio della spesa pubblica, che in larga parte è spesa sociale. Ancora una volta, dunque, pagheranno i lavoratori e le famiglie povere, senza confini geografici.

L'obiezione secondo cui “nelle regioni ricche vi saranno vantaggi sociali per i lavoratori” è una truffa bella e buona. Qual è la destinazione sociale del surplus fiscale che Lombardia, Veneto ed Emilia richiedono? Basta ascoltare la voce dei governatori interessati: riduzione delle tasse per le imprese del territorio, sostegno alle esportazioni e investimenti esteri delle proprie imprese, maggiore finanziamento pubblico alle scuole private e alla sanità privata, secondo il modello sociale già largamente sperimentato in particolare proprio in quelle regioni. Il padronato del Nord – grande, piccolo e medio – è il beneficiario dichiarato di tutta l'operazione dell'autonomia. La grande partita politica che gioca Salvini è proprio questa. La nuova Lega non può scaricare la vecchia. Può cancellare il suo vecchio leader e la simbologia nordista nel nome della proiezione verso Sud, ma lo può fare solo in cambio di precise contropartite da assicurare al Nord. E la contropartita è una nuova valanga di soldi alle “proprie” imprese. Nella prima legge di stabilità la Lega ha dovuto sacrificare al reddito di cittadinanza il progetto annunciato della flat tax; deve dunque compensare oggi non solo col rilancio di quel progetto ma anche con l'autonomia differenziata. Questo chiedono Fontana e Zaia, grandi elettori di Salvini nella Lega. E il capo ha garantito loro il malloppo.

La Lega cerca i voti dei lavoratori salariati e della popolazione povera del Sud proprio quando carica sul loro portafoglio la più grande regalia ai padroni del Nord.


LA FRANTUMAZIONE TERRITORIALE DELLA CLASSE LAVORATRICE

L'autonomia differenziata non si limita a trattenere localmente una parte sempre più ampia della ricchezza a scapito delle regioni povere. Prevede anche una destrutturazione territoriale di condizioni contrattuali, normative e salariali.

La scuola in particolare sarà investita da un vero ciclone. Lombardia e Veneto ottengono precisi poteri sulla «disciplina, anche mediante contratti regionali integrativi, dell'organizzazione e del rapporto di lavoro del personale dirigente, docente, amministrativo, tecnico e ausiliario». I neoassunti diventeranno dipendenti regionali, chi già lavora potrà scegliere se “trasferirsi” alla Regione. Il risultato sarà la frantumazione su base territoriale del settore più consistente dei lavoratori pubblici. I lavoratori assunti dalla Regione o che sceglieranno il contratto regionale potranno eventualmente ottenere qualche vantaggio corporativo di natura salariale, ma al prezzo della lacerazione della forza contrattuale della categoria e di ogni principio di uguaglianza. A pari lavoro, contratti e stipendi diversi, nella stessa regione e su scala nazionale. Tutto dipenderà dalla residenza. Doveva essere “prima gli italiani!”, è diventato “prima i lombardi, i veneti, gli emiliani!”.

Lo stesso vale per la sanità. La sanità è già in parte a gestione regionale, ma l'autonomia differenziata conferisce ancor più poteri in campo sanitario ai governatori delle regioni interessate. Essi «potranno rendere più flessibile la capacità di gestione della spesa, mediante la rimozione di vincoli specifici presenti e futuri in materia di personale». I vincoli dei contratti nazionali di lavoro «presenti e futuri» potranno dunque essere aggirati, contratti regionali potranno affiancare anche qui quelli nazionali contro ogni logica di tutela sociale, mentre i padroni delle cliniche private potranno allargare con maggiore libertà la torta dei propri affari. Inoltre negli Atti preliminari del disegno di legge si afferma che l'obiettivo è quello di «una maggiore autonomia nello svolgimento delle funzioni relative al sistema tariffario, di rimborso, di remunerazione e di compartecipazione limitatamente agli assistiti residenti nella regione». Una sanità per i residenti. I malati delle regioni del Sud, magari costretti a cercare le cure negli ospedali del Nord a seguito dello sfascio della sanità meridionale, saranno discriminati rispetto ai malati lombardo-veneti. Stessa malattia, diverso trattamento.

Intanto Lombardia e Veneto ottengono più ampi poteri in fatto di previdenza integrativa e sanità integrativa. Non è un caso. Mentre la sanità pubblica nazionale continuerà ad essere falcidiata ogni anno dalle leggi di stabilità (non solo per pagare il debito alle banche e ridurre le tasse ai padroni, ma ora anche per finanziare il surplus fiscale alle regioni ricche), le Regioni beneficiarie faranno affari con le polizze sanitarie private. Magari con campagne promozionali nel nome della “tutela della salute”. Parallelamente, siccome la legge Fornero non è affatto abolita, e giovani non giungeranno mai a 38 o 41 anni di contributi, le regioni autonome si portano avanti con l'affare sempreverde della previdenza integrativa. La stessa Lega che crocifigge a parole la Fornero si appresta a lucrare (in senso letterale) sul suo mantenimento. I lavoratori lombardi, veneti e emiliani sono le prime vittime di questa truffa.


LIBERI TUTTI

Il rafforzamento dei poteri regionali sarà un “liberi tutti” in fatto di gestione dell'ambiente, del territorio, del patrimonio artistico e culturale.

Sui trasporti si gioca una partita enorme. L'Emilia vanta già un'intesa per la potestà legislativa e amministrativa della rete stradale, autostradale, ferroviaria, proprio come la Lombardia: «Sono trasferite al demanio della Regione le tratte autostradali comprese nella rete autostradale nazionale insistente sul territorio lombardo. I beni, gli impianti e le infrastrutture sono retrocesse al demanio della Regione alla scadenza delle concessioni». I governatori potranno dunque decidere sull'affidamento e «l'approvazione di costruzione ed esercizio di autostrade e sulla vigilanza delle medesime». La possibilità fa gola a Zaia, che ancora non ha raggiunto l'accordo per la gestione delle autostrade ma intanto ha inserito in bozza la competenza su 18 tratte ferroviarie e il controllo degli aeroporti. La Regione è pronta a subentrare al ministero nelle trattative miliardarie sulle concessioni. Un passaggio rilevante nella costruzione di relazioni in proprio col capitale e fonti di ulteriori incassi.

Ma è su ambiente e territorio che i nuovi poteri minacciano le conseguenze più pesanti. Tra le competenze richieste dalle tre Regioni c'è la tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale. Considerando che le tre regioni sono quelle segnate già oggi dal consumo del suolo più alto del paese, si tratta della rivendicazione di un via libera definitivo. I governatori puntano alla completa liberalizzazione dei piani di cementificazione e saccheggio. Gli argomenti per cui non c'è nulla di male se è la Regione e non lo Stato ad amministrare il territorio è un argomento a geometria variabile a seconda degli interessi del capitale. Non vale magari per la TAV Torino-Lione, a fronte di interessi borghesi preminenti, ma vale se si tratta delle sorti delle coste e delle foreste, dove ad esempio i poteri della Regione a statuto speciale della Sicilia hanno consentito più agevolmente la peggiore speculazione e la logica di scambio con gli interessi affaristici delle cosche locali. Non è un caso se Lombardia e Veneto guardano alla Sicilia come modello in fatto di competenze paesaggistiche. Lo stesso vale per il patrimonio artistico e culturale. “Che male c'è - dice Salvini - se il direttore di Brera o il soprintendente di Milano saranno nominati dalla regione Lombardia invece che dal ministero dei beni culturali?”. In realtà Brera ai lombardi e l'Accademia di Venezia ai veneti vogliono introdurre una scomposizione del patrimonio artistico su base territoriale, a scapito del suo valore nazionale e universale. Premessa a sua volta dell'ulteriore sviluppo della gestione privatistica e mercantile di tali beni.


QUALE RISPOSTA

Se il disegno autonomistico ha una valenza classista e capitalista, anticapitalista e di classe deve essere la risposta.

C'è bisogno sicuramente di costruire il fronte unitario più vasto in opposizione al disegno.
L'assemblea nazionale della Scuola del 7 luglio a Roma si muove in questa direzione. Un'iniziativa tanto più importante dopo che un mese fa la CGIL ha revocato uno sciopero generale della scuola già indetto, con un regalo insperato al governo in cambio del nulla. E dopo che l'opposizione interna alla CGIL, un fronte di sindacati di base, numerose associazioni della scuola, hanno reagito unitariamente alla revoca mantenendo lo sciopero. Il PCL ha dunque aderito convintamente all'assemblea nazionale del 7 luglio.

Anche l'appello promosso da un gruppo di personalità politiche, sindacali, intellettuali per la formazione di un coordinamento del No alla "secessione dei ricchi" solleva una giusta esigenza unitaria. Tuttavia il taglio essenzialmente costituzional-democratico dell'appello, incentrato sulla “difesa della Repubblica” e sulla proposta di una commissione parlamentare di inchiesta sui diritti sociali in Italia, ci pare fuorviante.
Le istituzioni della Repubblica sono le stesse che hanno accompagnato e gestito negli ultimi trent'anni l'offensiva contro i diritti del lavoro e le protezioni sociali e ambientali. Lo stesso disegno autonomista si è sviluppato nel varco che queste istituzioni hanno aperto. L'identificazione nelle istituzioni di questa Repubblica collocherebbe il fronte del No nella immagine pubblica sul terreno della conservazione, regalando al populismo reazionario la bandiera del cambiamento e della svolta. La richiesta di una commissione parlamentare d'inchiesta rivolta oltretutto a un parlamento a composizione reazionaria è un ulteriore messaggio di impotenza privo di qualsiasi efficacia pratica.

L'impostazione crediamo vada esattamente rovesciata. È il movimento operaio che in piena autonomia dal governo e dalle istituzioni dello Stato ha il compito di sviluppare la propria inchiesta e mobilitazione. Tre sono le necessità che si tengono insieme, dentro la proposta di una iniziativa di classe indipendente:

1) La CGIL e tutti i sindacati di classe debbono intraprendere su scala nazionale la ricognizione/inventario dei bisogni sociali insoddisfatti dei lavoratori e della popolazione povera di ogni territorio, al Nord, nel Sud, nelle isole: in fatto di servizi sociali, sistema dei trasporti, assetto idrogeologico, bonifiche ambientali. Un inventario che può e deve passare attraverso la promozione di un'azione attiva (assemblee nei luoghi di lavoro, rapporto con le organizzazioni e i comitati ambientalisti, assemblee popolari).

2) Sulla base di questa ricognizione indipendente delle urgenze sociali va definito un grande piano di nuovo lavoro e investimenti pubblici su scala nazionale, con la quantificazione delle risorse necessarie e della nuova occupazione richiesta: un piano unicamente dettato dalle urgenze sociali, e dunque estraneo ad ogni logica di cosiddetta “compatibilità”. Un piano combinato con la ripartizione del lavoro tra tutti, occupati e disoccupati, attraverso la riduzione progressiva dell'orario di lavoro a parità di paga (scala mobile delle ore di lavoro).

3) Il piano deve indicare le fonti del proprio finanziamento: cancellazione dei trasferimenti pubblici a imprese e banche private, tassazione progressiva dei grandi patrimoni, tassazione progressiva di rendite e profitti, abolizione del debito pubblico verso le banche e loro conseguente nazionalizzazione.

Questo piano mira a ricomporre il fronte sociale che governo e Lega vogliono dividere (lavoratori e lavoratrici del Nord e del Sud, pubblici e privati, precari e indeterminati, italiani e immigrati) e a raccogliere attorno ai lavoratori, su scala nazionale, l'insieme della popolazione povera. Attorno a questo piano va aperta una grande vertenza nazionale e una mobilitazione radicale a suo sostegno, in aperta contrapposizione al progetto del governo. Al tempo stesso una lotta reale per tale piano pone inevitabilmente il tema della prospettiva, il tema della soluzione politica necessaria perché esso possa essere davvero realizzato. Per noi questa soluzione è un governo dei lavoratori e delle lavoratrici, fondato sulla autorganizzazione democratica e di massa dei lavoratori stessi. L'unico governo che può realizzare queste misure di svolta, e ridisegnare l'ossatura stessa dello Stato in base agli interessi degli sfruttati.

Nel più vasto fronte unico di lotta contro il disegno del governo il PCL porterà questo indirizzo generale di proposta.




Note:

(1) Per questo e i successivi riferimenti legislativi e citazioni: Ecco l’accordo: su scuola e sanità l’Italia è divisa in 2, Lorenzo Giarelli, Il Fatto Quotidiano, 12 Febbraio 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

La secessione dei ricchi

Il referendum lombardo-veneto (Zaia-Maroni) del 2017 sulla cosiddetta autonomia regionale sta partorendo il frutto annunciato. Il governo giallo-bruno sta varando un'intesa con i governatori di Lombardia e Veneto che colpisce il lavoro salariato e la popolazione povera, in particolare del Sud.

Il meccanismo è semplice nella sua brutalità. I governatori del Nord vogliono allungare le mani su una fetta più grande delle risorse fiscali. Inizialmente la richiesta di Zaia era di poter trattenere localmente il cosiddetto residuo fiscale, cioè lo scarto tra gettito fiscale prodotto e trasferimento statale alla Regione. Siccome la richiesta, così formulata, aveva difficoltà a passare, ora si persegue lo stesso obiettivo in una forma diversa: si chiede allo Stato un trasferimento di competenze alla Regione che motivi una “maggiore compartecipazione” della stessa al gettito territoriale (dell'Irpef, dell'Irap, della tassa sull'auto...).

Il significato sociale e di classe dell'operazione è evidente. Le tre Regioni più ricche d'Italia, che fanno insieme più del 40% del PIL, chiedono e ottengono di sottrarsi ampiamente alla redistribuzione nazionale dell'introito fiscale. Maggiore è la quota che si accaparrano, minore è la quota che verrà riservata al resto d'Italia. In un contesto segnato dalla disuguaglianza sempre più ampia tra Nord e Sud in fatto di occupazione, servizi, prestazioni, il governo giallo-bruno arreca una nuova mazzata al Meridione.

Ma non si tratta di sola ripartizione territoriale. I governi regionali di Lombardia e Veneto (con alla coda la giunta regionale emiliana del PD) chiedono il pieno controllo di tutto il sistema degli incentivi alle imprese, la gestione della cassa integrazione e delle cosiddette politiche attive del lavoro (reddito di cittadinanza incluso); il controllo di autostrade, ferrovie, aeroporti; la regionalizzazione dei rapporti di lavoro nella scuola, dell'alternanza scuola-lavoro, del rapporto con le scuole private; pieni poteri in fatto di sanità, inclusa la gestione dei fondi sanitari integrativi; e persino la gestione della previdenza complementare, della protezione civile, dell'ordinamento sportivo locale. Insomma, i governi regionali si candidano ad avere mano libera su ogni terreno. La disponibilità di maggiori risorse fiscali consentirà loro di continuare a ridurre le tasse sui profitti, di allargare le regalie pubbliche alle imprese private, di liberalizzare e privatizzare ulteriormente prestazioni sociali e servizi pubblici. Più ridurranno la spesa sociale più aumenteranno l'assistenza ai padroni. In cambio offriranno qualche piccolo privilegio corporativo ai propri “residenti”, pagato con la frantumazione contrattuale dei lavoratori, e dunque con l'attacco alla loro forza collettiva.

La Lega finanzia con questo accordo gli impegni assunti col padronato. Salvini non ha potuto onorare adeguatamente la promessa della flat tax nella prima legge di stabilità, dovendo accordarsi col M5S sul reddito di cittadinanza. Ora compensa la promessa mancata regalando alla piccola e media borghesia del Nord una nuova fetta di soldi e di potere. Pagano i salariati, del Nord e del Sud. Paga ovunque la popolazione povera. Il paradosso è che Salvini sfonda elettoralmente nella popolazione povera del Sud nel momento stesso in cui le carica sul groppo l'ingrasso ulteriore del padronato del Nord. E che il M5S sventola al Sud il reddito di cittadinanza nel momento stesso in cui concorre con Salvini, e alla coda di Salvini, nello spogliare le masse meridionali.

Per ora la truffa tiene, il consenso al governo resta alto. La memoria popolare di PD e FI è sufficiente per assicurare a Conte un sostegno sociale reale, mentre la passività dei sindacati continua ad offrigli un margine di manovra propagandistico. Ma i nodi si aggrovigliano, la coperta è stretta, le contraddizioni aumentano. È l'ora di rilanciare una opposizione sociale e di massa. Le chiacchiere di Landini stanno a zero. È l'ora di una lotta vera.
Partito Comunista dei Lavoratori