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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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NELLA NUOVA ALLUVIONE DELL’EMILIA IL FALLIMENTO DEL CAPITALISMO E DEGLI AMMINISTRATORI SUOI SERVI


Testo del volantino che verrà distribuito alla manifestazione di sabato 26 ottobre a Bologna

A poco più di un anno dalla terribile alluvione della Romagna oggi viene colpita l’Emilia: il territorio di Bologna è stato inondato da una abnorme quantità di pioggia. Un disastro ampiamente annunciato conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Le precipitazioni straordinarie fanno parte delle serie sempre più frequenti di eventi catastrofici causati dallo sfruttamento distruttivo dell’ecosistema da parte della voracità del capitale e dell’emissione massiccia in atmosfera di CO2 dovuta all’utilizzo smodato di combustibili fossili di cui il tardo e decadente capitalismo non può fare a meno. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti così distruttivi. Persino i timidi propositi delle organizzazioni internazionali (Cop 28) di riduzione delle emissioni devono essere continuamente rivisti al ribasso e testimoniano l’incapacità delle società dominate dalla borghesia e dal suo affarismo anche solo di attenuare la prospettiva disastrosa dell’ulteriore riscaldamento globale.

Il territorio di Bologna è stato colpito da una abnorme quantità di pioggia, un fenomeno conseguente al cambiamento climatico prodotto dal capitalismo e non dovuto ai capricci della natura. Ma il cambiamento climatico se spiega l’evento meteorologico eccezionale non spiega perché questo abbia effetti cos’ distruttivi. Si aggiungono infatti altre ragioni dovute al malgoverno degli amministratori locali e nazionali:

l’intensa cementificazione del suolo dettata dall’intreccio inestricabile di rendita fondiaria, proprietà immobiliare, interessi bancari e commerciali che comporta disboscamenti e edifici costruiti sugli argini dei fiumi. I governi nazionali e locali, indipendentemente dal loro colore, sono solo i comitati d’affari di questi interessi e continuano imperterriti a consentire un massiccio consumo di suolo, ambito nel quale l’Emilia-Romagna all’ombra della giunta “progressista” di Bonaccini (e Schlein) – vanta il poco onorevole terzo posto in Italia;

il taglio ventennale agli investimenti nella prevenzione, nella cura del territorio, persino nella Protezione Civile. Dalla Legge Obiettivo del governo Berlusconi (2001) allo Sblocca Italia del governo Renzi (2014), tutti si sono esercitati nel cancellare o ridurre le tutele ambientali a vantaggio dei costruttori. I governi Conte (2018-2021) hanno cancellato persino l’inventario delle richieste ambientali (“Italia sicura”). Per ultima la post-fascista Giorgia Meloni ha tagliato il 40% delle spese per la tutela del Po, nel mentre ha gonfiato quelle per la “Difesa”;

perfino il PNRR da tutti osannano come la manna dal cielo riserva al dissesto idrogeologico appena 2,5 miliardi da qui al 2026 quando ce ne vorrebbero almeno venti volte tanto.

A chi presenta loro il conto dei terribili costi sociali che soprattutto la classe lavoratrice e i ceti popolari debbono sostenere, gli amministratori, a tutti i livelli, alzano le braccia dicendo che non ci sono le risorse. È una menzogna da cialtroni. In realtà si tagliano i fondi per l’ambiente per pagare ogni anno quasi 100 miliardi di soli interessi alle banche che hanno comprato i titoli di Stato. Le stesse banche che detengono azioni nei colossi energetici, nelle grandi proprietà immobiliari, nell’industria militare. Le stesse che hanno dettato a tutti i governi il taglio delle spese sanitarie e delle pensioni per “rispettare il pagamento del debito pubblico”. Cioè, per ingrassare i propri profitti.

Contro l’ordinarietà dell’affarismo capitalista che ci conduce al disastro occorre rivendicare misure semplici e necessarie per reperire le risorse ed evitare la catastrofe:

  •          abolizione del debito verso le banche e dei relativi interessi
  •           nazionalizzazione delle banche in un’unica banca nazionale sotto il controllo delle lavoratrici e dei lavoratori
  •           imposizione di una patrimoniale del 10% sul 10% più ricco della società
  •           abbandono delle grandi opere inutili e investimento massiccio in sanità, scuola e riassetto idrogeologico
  •          diminuzione drastica delle spese militari e ritiro delle missioni militari all’estero 
  •          nazionalizzazione dell’industria del cemento e delle grandi imprese immobiliari sotto il controllo delle                  lavoratrici e dei lavoratori
  •          nazionalizzazione completa dell’industria dell’energia sotto il controllo della classe lavoratrice per una reale        conversione dall’utilizzo dei combustibili fossili alle fonti energetiche rinnovabili

A chi obietta che queste siano misure troppo radicali per essere compatibili con l’economia del capitalismo rispondiamo che la verità è che tutte le recite sull’emergenza ambientale restano chiacchiere senza rompere col regime capitalista. Senza una nuova organizzazione dell’economia e della società, una società finalmente liberata dalla dittatura dei capitalisti, e per questo capace di elaborare il piano della riconversione ecologica della produzione e cura del territorio, cose che possono essere garantite solo dal governo delle lavoratrici e dei lavoratori. La necessità di costruire questa consapevolezza nella classe lavoratrice ed in tutta la società, a partire dai giovani, anima ogni giorno l’impegno del Partito Comunista dei Lavoratori

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZ. DI BOLOGNA


Il clima del capitale

 


La COP28 a Dubai smentisce una volta di più l'illusione di un possibile “capitalismo verde”

15 Dicembre 2023

La stampa borghese internazionale esalta il cosiddetto accordo storico siglato al COP28 a Dubai. Sono gli stessi toni trionfali con cui sono state salutate a suo tempo tutte le conferenze internazionali su clima, a partire dalla conferenza di Kyoto del 1997 per arrivare a quella di Madrid del 2019. Ma ciò non ha né impedito né ostacolato la deriva ambientale del mondo nel corso degli ultimi trent'anni. Gli impegni formali delle diplomazie sono carta straccia. Ciò che conta è la materialità degli interessi in gioco. Il linguaggio cifrato delle diplomazie è solo la registrazione indiretta della partita vera.

Peraltro nel caso di COP28 persino il linguaggio formale dell'accordo raggiunto fa strage di illusioni. Si nega l'abbandono dei fossili (“phase out”) a favore di un generico ”allontanamento progressivo” (“transitioning away”) per tutelare innanzitutto le petromonarchie. Si allude a futuribili sistemi di cattura e stoccaggio della Co2 per legittimare la continuità della produzione di energia sporca. Si lodano i cosiddetti combustibili di transizione per tutelare la produzione di gas. Scompare ogni cenno alla rapida chiusura del carbone. Si staglia l'obiettivo delle emissioni zero nel 2050 senza verifiche intermedie. Quanto al fondo per risarcire i paesi danneggiati dalla transizione (loss damage), lo si riduce alla cifra irrisoria di qualche centinaio di milioni. Il nulla. Anche se si volesse valutare l'accordo in base al testo scritto approvato, sarebbe davvero difficile presentarlo come vittoria dell'ambiente.

Ma non è il testo a spiegare la realtà, è invece la realtà a decodificare il testo. La realtà è molto semplice nella sua brutalità. Tutte le principali potenze imperialiste del pianeta, in lotta tra loro per spartirsi il mondo, stanno programmando grandi investimenti nelle energie fossili. Gli Stati Uniti hanno programmato nel marzo 2023 enormi investimenti nella produzione di GNL (gas naturale liquefatto) da esportazione, per un totale di 450 miliardi di metri cubi all'anno, e il più grande progetto petrolifero in Alaska (ConocoPhillips), con una capacità produttiva di 180000 barili al giorno sino alla fine degli anni venti. La Cina ha programmato un incremento del 56% della produzione nazionale di gas tra il 2020 e il 2030, e del 13% tra il 2030 e il 2050, mentre apre tre grandi miniere di carbone di cui è primo consumatore al mondo. La Russia ha programmato un aumento del 53% della produzione di carbone, e del 32% della produzione di gas da qui al 2035. Mentre su un altro piano, il governo brasiliano di Lula, salutato come progressista dalle sinistre riformiste di tutto il mondo, prevede un aumento del 63% della produzione petrolifera e del 124% della produzione di gas. Intanto l'ENI, fiore all'occhiello dell'imperialismo italiano, ha accresciuto il portafoglio risorse di 750 milioni di barili di petrolio nel solo 2022...

Quanto al mito di una Unione Europea “ambientalista”, è sufficiente un documento pubblicato dalla BCE (Il Sole 24 ore, 7 dicembre) costretto a constatare lo scarto tra la propaganda “verde” delle banche e il loro finanziamento massiccio degli investimenti inquinanti. Un campione di 109 grandi gruppi bancari dell'area euro, dove «le banche che più si presentano attente alle sfide ambientali sono anche quelle che prestano di più... alle industrie con alte emissioni di carbonio». Il greenwashing non è dunque un ricorso marginale, ma una pratica corrente del capitale finanziario d'Europa: quello che regge i governi imperialisti del vecchio continente, quello che chiede di tagliare sanità e pensioni per incassare gli interessi sui titoli di Stato acquistati.

La verità è che futuro dell'umanità non rientra nei bilanci del capitale. Secondo Mario Tozzi «mettendo a confronto i dati relativi agli investimenti in petrolio, gas e carbone con gli scenari di incremento della temperatura» siamo già oggi ben oltre lo scenario dell'aumento di temperatura dell'1,5%. «Se l'attuale progressione non muta andiamo verso un aumento del 2,7%» dichiara a La Stampa (14 dicembre). Con tutte le conseguenze che ne derivano.

Il sistema capitalista non è riformabile. Le illusioni su un possibile “capitalismo verde” sono smentite una dopo l'altra dall'esperienza dei fatti. Solo una prospettiva di rivoluzione sociale su scala internazionale può venire a capo del problema e invertire la rotta. Solo l'azione di massa della classe lavoratrice e della giovane generazione può realizzare tale prospettiva. Costruire controcorrente questa consapevolezza è l'azione quotidiana del nostro partito.

Partito Comunista dei Lavoratori

La colpa delle alluvioni in Romagna

 


Nell’esprimere piena solidarietà alle popolazioni romagnole alluvionate, siamo sicuri che la colpa non sia del nemico di turno; in questo caso le nutrie, che avrebbero scavato gallerie negli argini, come la peggiore disinformazione vorrebbe far credere, ma del cambiamento climatico e di una scriteriata gestione dell’ambiente naturale antropizzato. Vero che le nutrie, importate a suo tempo dai pellicciai e poi dagli stessi liberate quando le pellicce -non tiravano più-, scavano gallerie come i conigli selvatici, ma non vi sono prove che siano responsabili degli smottamenti. Inoltre, sui quindici casi di alluvione, più o meno grave, uno soltanto è stato causato dallo smottamento dell’argine, tutti gli altri da tracimazione al di sopra di esso.

Insomma, se piovono in venti quattr’ore 10/15 centimetri di acqua, c’è poco da fare: il rischio rimane e, vista la totale incapacità della classe politica di risolvere o perlomeno attenuare il pericolo, purtroppo c’è da aspettarsi in futuro altri disastri e sempre più spesso. Nella società mercantile industriale, lo sviluppo della scienza, della tecnologia e della tecnica si converte costantemente, per via dell’accumulazione del capitale, in uno sviluppo di forze distruttive che degradano le fonti stesse della ricchezza, la natura e gli esseri viventi.

Partito Comunista dei Lavoratori
Emilia Romagna

Il portafoglio del clima

 


L'impossibilità di un capitalismo verde

Il 4 ottobre lo Swiss Re Institute ha messo nero su bianco il volume di miliardi necessario, a suo dire, per realizzare l'obiettivo delle emissioni zero entro il 2050 a livello mondiale. Si tratta di 290000 miliardi di dollari. Per rispettare questa esigenza, ogni anno andrebbero messi sul piatto a livello globale 9400 miliardi: elettrificazione delle strade, decarbonizzazione ed energie rinnovabili, infrastrutture, riconversione industriale...

Però lo stesso Swiss Re Istitute lamenta disgraziatamente il fatto che negli ultimi dieci anni «...appena il 2% delle risorse necessarie è stato realmente indirizzato a favore delle azioni di contrasto al cambiamento climatico».

È la confessione – se ve ne era bisogno – del fallimento del capitalismo sul versante climatico. Ossia dell'incapacità strutturale dell'economia di mercato fondata sul profitto di perseguire gli stessi obiettivi che formalmente declama. Se non che lo stesso istituto conclude che per cambiare la rotta «sarà cruciale l'impegno del settore privato... Perché ciò avvenga il pubblico deve creare un quadro... adeguato che spinga le aziende a reindirizzare il capitale esistente in investimenti sul clima». Detto in prosa: lo Stato riduca ulteriormente le tasse sugli investimenti ecologici dei capitalisti e la mano invisibile del mercato compirà il miracolo che sinora ha mancato.

Il capitale batte cassa nel momento stesso in cui dichiara fallimento. Un mondo capovolto che ruota su sé stesso. Solo una rivoluzione anticapitalista può salvare il pianeta riorganizzando alla radice l'economia mondiale.

Partito Comunista dei Lavoratori

L’alluvione nelle Marche. Né eccezione né maltempo, ma cambiamenti climatici e mancata prevenzione

 


Se è piovuto in tre ore la quantità d’acqua di sei mesi, significa che siamo di fronte a un evento naturale di eccezionale forza. Un evento – per di più – tragico, nel quale a oggi i morti accertati sono 11, oltre cento i feriti, imprecisato il numero degli sfollati. Da Pianello di Ostra a Cantiano, da Senigallia a Sassoferrato. Dunque colpita la provincia di Ancona e Pesaro-Urbino, dal mare all’entroterra. Se è piovuto – ripetiamo – un quantitativo d’acqua tale per cui di solito ne occorrono sei mesi, si tratta sì di un evento di eccezionale forza ma che non è in sé un’eccezione. Questo è il punto fondamentale da capire, poiché trattasi di un evento estremo sì ma tipico nel contesto dei cambiamenti climatici.


L’aumentare dei fenomeni naturali estremi è infatti appurato con chiarezza. Per restare in Italia, i dati di Legambiente riportano che gli impatti più rilevanti dei fenomeni naturali estremi si sono verificati in 602 comuni italiani, 95 in più rispetto allo scorso anno. Dal 2010 al 2021, questo tipo di fenomeni sono stati 1.118 e 133 nell’ultimo anno, in aumento del 17,2% rispetto alla precedente rilevazione (1).

Nelle Marche si è trattato, nello specifico, di un temporale autorigenerante. Consiste in un temporale che si autoalimenta grazie al contributo dell'umidità rilasciata dal mare. Fattore aggiuntivo, poi, il clima caldo, in quanto aumenta la quantità di vapore in atmosfera e quindi la quantità di acqua che può diventare pioggia. Un ulteriore ruolo aggravante lo ha giocato anche il cosiddetto Atmosferic River, corrente calda e umida di vapore acqueo proveniente dalle zone sub-tropicali del Pianeta (2).

Si fa fatica a vedere i video e le immagini diffuse in queste ore: borghi storici alluvionati dalle piogge e dall’inondazione dei fiumi, la cui bellezza di solito ignorata dal turismo di massa, ora frutto della consueta e morbosa attenzione dei media. Per qualche giorno, certo: poi, rimane il ricordo in qualcuno, poi più nulla.
Il copione è già scritto; basti guardare all’alluvione che colpì già Senigallia nel 2014, causando anche lì vittime e danni per 180 milioni di euro. Il processo per il reato di inondazione colposa è iniziato solo pochi mesi fa, lo scorso 9 giugno; mentre due mesi prima, in aprile, la Regione ha firmato la consegna del cantiere dei lavori per le vasche di espansione, pensato al fine di dare spazio al fiume Misa in caso di piena. I lavori, però, finiranno solo nel 2024. Intanto però, il Misa è esondato di nuovo.

Visto che questi eventi estremi sono qui per restare, va invertita la rotta: è necessario investire nella prevenzione, molto meno cara della spesa post-emergenziale. Purtroppo si fa al contrario, mancando nei fatti una presa di consapevolezza all’altezza della situazione e delle sfide climatiche che stiamo affrontando qui e ora.
Dobbiamo, in definitiva, avere chiaro che non è colpa del “maltempo”, né della sfortuna. Fintanto che lo si considera maltempo, si nega implicitamente la natura stessa di ciò che sta accadendo, scollegandolo dal contesto dei cambiamenti climatici. A ridosso delle elezioni, questa tragedia reca con sé un conto salato da saldare: che questo sistema economico non è in grado di saldare.

Siamo indietrissimo con le opere di prevenzione e di messa in sicurezza; ancora peggio procede il contrasto al riscaldamento globale, causa ultima degli eventi climatici estremi. Secondo il “Rapporto dissesto idrogeologico in Italia pericolosità e indicatori di rischio” (3) presentato a marzo 2021, è aumentata nello scorso anno la superficie nazionale potenzialmente soggetta a frane e alluvioni: l'incremento sfiora rispettivamente il 4% e il 19% rispetto al 2017. Inoltre, il 94% dei comuni italiani è a rischio dissesto, con oltre 8 milioni di persone che abitano nelle aree ad alta pericolosità.

L’alluvione occorsa nelle Marche non è un caso isolato, ma è frutto anche di mancata prevenzione. Noi crediamo che l’attuale sistema economico non abbia in sé la capacità di ragionare secondo ottiche lungimiranti. Servono adeguati e cospicui finanziamenti per la messa al riparo dal dissesto idrogeologico, progetti di adattamento per inondazioni e frane. Serve, inoltre, che si affronti alla radice il problema della riduzione delle emissioni di CO2. Servono scelte nette e radicali, come radicali sono le sfide della contemporaneità.




(1) https://asvis.it/home/4-10836/in-italia-aumentano-i-fenomeni-meteorologici-estremi-e-i-comuni-colpiti

(2) https://www.focus.it/scienza/scienze/temporale-autorigenerante-bomba-fiume-atmosferico-v-shaped-alluvione-marche

(3) https://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/dissesto-idrogeologico-in-italia-pericolosita-e-indicatori-di-rischio-edizione-2021

Partito Comunista dei Lavoratori - Marche

Climate March. Guerra e catastrofe ambientale o rivoluzione

 


L'intervento del PCL

Sabato 10 settembre si è svolta al Lido di Venezia, in concomitanza con la giornata conclusiva della Mostra del Cinema, la Climate March, che ha visto la partecipazione di attivisti di vari movimenti ambientalisti provenienti da tutta Italia e non solo. La manifestazione si inseriva nel contesto del Climate Camp, organizzato presso lo stesso Lido di Venezia col traino dell’area disobbediente.

Il PCL ha preso parte alla marcia portando le proprie parole d’ordine per un ambientalismo anticapitalista, riassunte dallo slogan “socialism for future” che apriva il volantino diffuso. La lotta per la tutela dell’ambiente non può infatti prescindere da quella per il controllo dei lavoratori sui mezzi di produzione e la pianificazione democratica dell’economia. Allo stesso modo, e per lo stesso motivo, non può prescindere dall’unificazione delle battaglie ecologiste con quelle sociali (ed in tal senso risultava senz’altro positiva la presenza di una nutrita delegazione di compagni della GKN, da lungo tempo impegnati in una dura vertenza per la difesa della loro fabbrica).

Da rilevare come anche in quest’occasione le istituzioni borghesi abbiano deciso di usare il loro apparato repressivo per impedire al corteo di raggiungere la zona del Palazzo del Cinema, bersagliando i manifestanti con idranti e cariche dei reparti antisommossa.



(Di seguito il testo del volantino elaborato dalla Commissione ambiente del PCL e diffuso nel corso della manifestazione)


SOCIALISM FOR FUTURE
Guerra, catastrofe ambientale o rivoluzione!


I capitalisti non possono risolvere la crisi ambientale. Essi devono sfruttare il lavoro, per competere con altri capitalisti e conquistare materie prime e nuovi mercati. E dunque, il capitalismo è una lotta fra bande che i governi fanno combattere ai popoli: nelle fabbriche insalubri, nel degrado delle metropoli, nelle campagne inquinate, nei paesi poveri saccheggiati dalle multinazionali. Le conseguenze sono emigrazioni e disoccupazione di massa, che favoriscono razzismo e nazionalismo, che a loro volta generano guerre.

La concorrenza nazionale e internazionale produce precarietà, abbatte salari e diritti, accrescendo la povertà globale; i massacranti ritmi di lavoro uccidono migliaia di lavoratori ogni anno. Le industrie capitaliste riversano enormi quantità di materiali tossici nell’aria, nell’acqua e nel suolo; producono montagne di rifiuti; stipano materiali pregiati in buche su tutto il pianeta, dove non potranno mai più essere recuperati, o li inceneriscono avvelenando l’aria.

È un sistema inefficiente e demenziale, che depreda le fonti della ricchezza fino all’esaurimento e non può tutelare la salute né dentro le fabbriche né fuori di esse. Ma i capitalisti, i governi e le istituzioni internazionali ignorano gli allarmi degli scienziati e dei movimenti. Anzi, dopo averci condotto vicino all’estinzione, dichiarano di voler attuare la transizione ecologica. È una truffa, la vera transizione ecologica dipende dalla rivoluzione contro il capitalismo.

La rivoluzione ecosocialista prevede che scienza e tecnologia siano messe a disposizione dell’umanità e non del profitto. La vera scienza ecologica considera le industrie come una serie di ecosistemi interconnessi ed interfacciati con l’ambiente globale; dove gli sprechi di energia e materie prime vengano ridotti al minimo.

Affinché ciò possa funzionare è necessaria una collaborazione globale fra le nazioni, un piano di interventi commisurato agli ecosistemi locali, la riorganizzazione dei commerci globali e una selezione qualitativa e quantitativa dei prodotti, cioè, una economia socialista pianificata. Siccome i capitalisti non accetterebbero mai di condividere le proprie ricchezze, si tratta, in fin dei conti, di una lotta fra proprietari dei mezzi di produzione e chi possiede solo il proprio lavoro; riguarda la sopravvivenza dell’intera umanità.

Globalizziamo le lotte contro la deforestazione, la cementificazione, l’industria del lusso e degli armamenti, l’agricoltura e l’allevamento intensivo, la distruzione degli ecosistemi ancora intatti e lo sfruttamento dei lavoratori. Per creare l’equilibrio fra umanità e natura rivendichiamo la nazionalizzazione delle industrie, sotto il controllo dei lavoratori e dei popoli. Per il futuro dei giovani creiamo un equilibrio fra umanità e natura.

Il capitalismo è un sistema decadente; il capitalismo ha fallito.
Uniamoci per realizzare l’ecosocialismo.

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Venezia

La questione energetica: i soviet più l’elettricità

 


Il controllo delle risorse energetiche da parte del proletariato si rivela l'unica alternativa possibile per la salvaguardia del pianeta

La velocità di degradazione ambientale del nostro pianeta ha raggiunto livelli record. La portata del disastro è un prodotto della storia che ha come concause tutti gli aspetti naturali, economici e sociali. Infatti, i bisogni in epoca feudale di un contadino povero non sono gli stessi di un proletario di oggi, e le sfruttamento delle risorse del Medioevo non è paragonabile alla domanda energetica odierna.


Consideriamo ora uno dei principali problemi ambientali, ovvero il cambiamento climatico: si tratta dell’innalzamento delle temperature medie globali come conseguenza dell’attività umana. Il principale motivo per cui si ha questo innalzamento è l’immissione nell’atmosfera di gas ser
ra. E qual è la principale fonte di immissione di gas serra nell’atmosfera? La risposta ce la fornisce l’ISPRA: «Il settore energetico è […] responsabile della quota emissiva prevalente, circa 80% delle emissioni totali. Il settore elettrico costituisce a sua volta una quota rilevante del settore energetico, rappresentando in termini emissivi circa il 30% delle emissioni nazionali di origine energetica.».

La questione energetica domina la società moderna, da un lato dal punto di vista politico, economico e sociale e dall’altro con la sua enorme influenza sull’inquinamento. Si possono studiare nuovi indicatori sociali, come il consumo energetico pro capite, e usarli come stima di “benessere” e sviluppo di una nazione. Per esempio, il consumo annuale di kilowattora pro-capite in Norvegia si aggira sui 24 mila, invece spostandoci in Africa i consumi sono molto più contenuti: in Sudafrica si toccano i 4 mila kilowattora annui pro capite, mentre in altri Paesi più poveri, come la Guinea Bissau, il consumo pro capite si ferma a 17 kilowattora. All’Africa corrisponde l’uso del 4% del consumo globale di energia elettrica, nonostante sia il continente che ospita un quinto della popolazione mondiale.

Le proiezioni su questo tema sono preoccupanti, secondo l’Agenzia Statistica e Analitica del Dipartimento dell’energia degli USA (EIA), il consumo mondiale di energia crescerà del quasi 50% tra il 2019 e il 2050. La crescita si focalizzerà prevalentemente nel settore industriale. Si prevede, infatti, che il consumo di energia nel mondo cresca all’aumentare del consumo di merci. La crescita del consumo totale e mondiale di energia causerà un parallelo aumento (pari al 79%) nella generazione di elettricità. E chi consuma di più nel mondo energia? Oltre a essere i responsabili dei maggiori problemi ambientali, sono i paesi industrializzati i maggiori consumatori di energia al mondo: nonostante rappresentino il 15% della popolazione globale, il loro consumo energetico supera il 50% dell’energia consumata in totale.


PROGRAMMA DI TRANSIZIONE

Il socialismo è uguale ai soviet più l’elettrificazione” fu lo slogan politico della campagna politica per elettrificazione della Russia nel 1920 (piano GOLERO), dove Lenin, in modo brillante, anticipa ed individua nell’elettrificazione un elemento di primaria importanza per lo sviluppo economico e sociale della Russia.
Tutt’oggi, soddisfare il bisogno energetico diventa un obiettivo politico immediato per i comunisti ed una necessità per il proletariato mondiale. La peculiarità di questo nuovo periodo storico sta anche nel contenere i consumi dei paesi avanzati, i quali, come abbiamo appena visto, sono esagerati e distruttivi.

Il mercato capitalista porta ad una produzione di merci (e quindi impiego di energia) sempre maggiore e senza razionalità, con l’unico fine di accrescere il capitale. Perciò è da rivendicare l’esproprio di tutto il settore energetico, centralizzarlo in un unico programma a livello mondiale, in modo da poter pianificare un futuro sostenibile, ponderare la distribuzione di energia e creare nuovi impianti di forniture energetiche nei paesi in via di sviluppo. Le fonti energetiche rinnovabili e non rinnovabili devono essere censite e tenute rigorosamente sotto il controllo dei lavoratori per la loro sostenibilità a lungo termine. In questo modo si va a gestire l’energia per la produzione di beni e non di merci, nel quadro di un programma eco-compatibile.


DALLA CRISI AMBIENTALE ALLA COSTRUZIONE DI UNA NUOVA SOCIETÀ

Il superamento del capitalismo non può fondarsi semplicemente sui buoni propositi della politica, ma deve avere delle corrette fondamenta economiche e scientifiche. Questo lo chiarirono Marx ed Engels nella battaglia politica contro il socialismo utopistico; tuttavia, nelle loro analisi mancavano concetti chiave come l’entropia, che pone dei limiti oggettivi allo sfruttamento energetico. Marx ed Engels, nonostante riconobbero i problemi di inquinamento collegati allo sfruttamento della natura, considerarono “gratuite” le forze-naturali. Ora entra in gioco l’energia (o forza-naturale) come “nuova” (nel senso non più ignorabile) condizione da considerare nel sistema economico-sociale: si inserisce nel processo produttivo oggettivizzandosi in una merce ma non rimane semplicemente “gratuita” poiché presenta dei costi. Infatti, per via del concetto di aumento di entropia in una trasformazione irreversibile (tutte quelle che avvengono in natura), l’energia è direttamente collegata alla degradazione di materia e alla produzione di rifiuti inutilizzabili.

Visto che nel capitalismo le forze-naturali sono una merce, possiamo calcolare il loro valore facendo un parallelismo con la forza-lavoro: è pari al valore dei mezzi di "sussistenza” necessari a riprodurla, che, tradotto, è la capacità delle fonti energetiche primarie (sono quelle fonti che sono presenti in natura e quindi non derivano dalla trasformazione di nessun’altra forma di energia; rientrano sia fonti rinnovabili come l’energia solare, sia fonti esauribili come il petrolio) di rigenerarsi. Così come per l’uomo, che si affatica ogni volta in cui cede forza-lavoro, così anche in una trasformazione irreversibile si hanno dei “costi”, poiché si va ad aumentare l’entropia del sistema chiuso, e questi “costi” vanno messi a bilancio.
Per la precisione, quando abbiamo un aumento di entropia, una parte di energia va “persa”, ma non è effettivamente andata distrutta; infatti, non si può contraddire il Primo Principio (conservazione dell’energia): essa si è solo degradata in una forma non più utilizzabile per produrre lavoro (che è il modo in cui l’energia e la forza-lavoro si estrinsecano per dare valore ad una merce). Già nel 1880 un giovane socialista ucraino, Podolinskij, partendo dai principi della termodinamica, aveva proposto una revisione della teoria marxiana della produzione. La fecondità delle idee di Podolinskij, tuttavia, non fu intesa adeguatamente da Marx ed Engels; Engels si espresse in proposito in modo sostanzialmente (anche se non interamente) negativo in due lettere a Marx del dicembre 1882. Entrambi furono ostacolati nel giudizio poiché non avevano ancora fatto approfonditamente i conti con il principio di entropia e le sue implicazioni.

Inoltre, se definiamo l’energia “l’attitudine di un sistema o di un corpo a compiere un determinato lavoro”, possiamo considerare anche la forza-lavoro come una forza-naturale. Andando a conclusione, dato che l’accrescimento di capitale è fondato sulla mercificazione della forza-lavoro e quindi della forza-naturale, l’emancipazione umana e naturale in una società superiore passa per la liberazione della forza-lavoro e delle forze-naturali dalla posizione di merce.
Con ciò si vuole cercare di spiegare che una prospettiva ecologica deve demolire la causa prima di degradazione ambientale, che è il capitalismo, altrimenti si attueranno soltanto delle “toppe” al sistema che non risolveranno mai completamente il problema. C’è anche dell’altro: ossia che una prospettiva anticapitalista deve basarsi su precisi fondamenti economici e sociali, aggiornarsi con le nuove conoscenze scientifiche e considerare fattori che prima di ora non sono stati appieno calcolati.

Luca Gagliano

Le fiamme assassine del capitalismo

Le fiamme altissime e terrificanti che stanno sconvolgendo il territorio australiano in queste settimane sono il simbolo tragico di questa fase storica del pianeta.
Catastrofi di questa grandezza hanno sempre portato enormi cambiamenti. L'orrore porta a sconvolgimenti nel profondo, distruggono tutta la nostra comprensione del mondo: il nostro ruolo, le nostre certezze, la sicurezza; e la coscienza comincia ad urlarci dentro verso una ribellione che diventa indispensabile.
Questi sono i sentimenti provati non solo dalla parte più debole della popolazione australiana, ma anche dalla classe media, in un durissimo risveglio dentro una realtà che fino a ieri aveva garantito il benessere fittizio del sistema capitalistico.

L'Australia, con le sue immense risorse naturali, è sempre stata una fonte di profitto falsamente inesauribile. Ma la tragedia di oggi ha dimostrato che l'unico responsabile è la barbarie del capitalismo, e il suo prezzo è pagato inevitabilmente dagli strati più deboli della popolazione.
Le immagini trasmesse in tutto il pianeta mostrano barriere di fuoco alte oltre 100 metri, "tornado di fuoco" così forti da carbonizzare in pochi secondi i mezzi di soccorso, incendi boschivi che generano tempeste con fulmini che innescano nuovi incendi in altre aree, gigantesche cappe di fumo e cenere che trasformano il giorno in surreali universi di colore arancio, migliaia di persone rifugiate sulle spiagge sotto una pioggia di cenere e braci mentre le case bruciano davanti ai loro occhi, intere città bruciate dalle ceneri di immensi e invincibili incendi, miliardi di animali morti e quattro di ettari di bosco ridotti in cenere nel solo Nuovo Galles del Sud. E l'estate è appena cominciata.

È indubbio che i cambiamenti climatici abbiano sconvolto gli standard di autoregolazione termica del pianeta, e che la causa sia lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali ed energetiche da parte delle potenze capitalistiche perpetrato in decenni di distruzioni sistematiche di interi habitat naturali.
L'Australia è in uno degli ambienti più sensibili e delicati. Da alcuni anni le estati sono sempre più calde e siccitose. L'estate 2019/2020 è la peggiore della sua storia.

Il governo ultrareazionario sovranista di Scott Morrison non solo ha lasciato che i tragici eventi avessero il sopravvento, ma addirittura è arrivato ad accusare i giovani che protestavano contro i cambiamenti climatici e che richiamavano l'attenzione verso la tragedia imminente come "traditori". Il progresso e il futuro della nazione secondo i politici di questo governo reazionario è nelle risorse fossili: carbone, gas di fracking, gas naturale. Le multinazionali minerarie ricevono 29 miliardi di dollari sussidi ogni anno.
Così le “private” immense riserve idriche racchiuse in centinaia di invasi sono rimaste a disposizione delle multinazionali minerarie invece di essere utilizzate per alleviare la siccità e salvare molti terreni aridi destinati all'agricoltura delle comunità rurali.
Il servizio rurale antincendio è totalmente su base volontaria, e riceve un'inezia in fatto di sussidi. I loro mezzi sono scarsi e arretrati. Il governo si rifiuta persino di acquistare e organizzare una forza aerea con velivoli specializzati come i Canadair.
Tra le vittime delle ultime settimane molte sono giovani volontari del servizio rurale antincendio scarsamente pagati e supportati, che si sono distinti in veri atti di eroismo nei salvataggi della popolazione.

Il peso politico delle multinazionali ha cancellato in questi anni anche la minima resistenza dei partiti riformisti, trascinati nel miraggio del profitto “infinito”.
Non solo. Gli stessi sindacati si trovano in uno stato catatonico e nel loro peggiore momento storico. La loro credibilità agli occhi dei lavoratori è pessima. Con una dirigenza sindacale che negli anni ha seguito la strada della collaborazione di classe piuttosto della lotta di classe, più impegnativa ma potenzialmente vincente, il suo percorso verso cocenti sconfitte è stato inevitabile.
Proprio nel settore carbonifero, dove esiste un ancora un tessuto di decine di migliaia di lavoratori combattivi, i loro diritti e il potere d'acquisto dei salari sono stati colpiti massicciamente dai governi populisti che si sono succeduti. Oggi, con il governo Morrison, la loro situazione lavorativa si è ulteriormente aggravata. I sindacati nazionali piuttosto che seguire la logica degli scioperi generali che avevano portato nel dopoguerra alla conquista di maggiori diritti per i lavoratori, si sono sono spesi in sterili lotte settoriali isolate e spesso anche represse. La lotta esemplare ma isolata dei minatori di Oaky North ne è un esempio. Attualmente le miniere carbonifere sono gestite in appalto con una fortissima riduzione media salariale dei lavoratori del settore.

Il governo Morrison ha trovato la vittoria elettorale sulle macerie delle forze riformiste incapaci di dare un progetto di cambiamento. Le promesse alla nazione di una nuova Eldorado basata sullo sfruttamento minerario del carbone e del gas naturale hanno fatto breccia nella classe media ma soprattutto tra la classe lavoratrice in gran parte formatasi dalle generazioni successive alle prime famiglie di immigrati arrivate in Australia dagli anni '50 agli anni '80 da tutte le parti del mondo, in particolare dall'area asiatica. Tutti in Australia oggi si ricordano dell'intervento di un esaltato Scott Morrison mentre esibiva nel 2017 una preziosissima “pepita” di carbone in parlamento, o del suo folle discorso di Capodanno dove pronunciava queste parole: “nonostante la siccità, gli incendi e le inondazioni, l’Australia resta un paese meraviglioso dove far crescere i bambini”. Oppure delle sue vacanze alle Hawaii mentre negava l'emergenza malgrado le decine di vittime.
Più negazionista di Trump dei cambiamenti climatici, supportato dalle major mondiali carbonifere e del gas naturale, e contrario alla sola idea della riduzione delle emissioni dei gas serra, deve però affrontare la rabbia della popolazione che sta crescendo incontrollata.

Nella tragedia cominciano a vedersi delle luci. Il duro risveglio ha portato la rabbia e una presa di coscienza mai vista prima. Si stanno organizzando proteste spontanee in tutti gli Stati. Venerdì 10 gennaio si sono svolte manifestazioni nelle principali città del continente. Decine di migliaia in particolare a Sydney, Melbourne, Canberra, Perth, Brisbane sono scesi in piazza contro il governo e le multinazionali carbonifere. Mobilitazioni organizzate dagli studenti di Uni Student for Climate Justice, ma che hanno aggregato lavoratori, volontari antincendio, cittadini colpiti in prima persona dalla tragedia, studenti universitari e perfino il popolo nativo aborigeno.
Uno slogan era ricorrente: "Deve iniziare da qualche parte. Deve iniziare qualche volta. Quale posto migliore di qui? Quale momento migliore di adesso?”.
Il nostro appoggio ai compagni marxisti rivoluzionari australiani che si stanno battendo in queste durissime giornate con ogni mezzo a loro disposizione per portare una prospettiva di alternativa e di socialismo è incondizionato. Solo un progetto rivoluzionario globale e la lotta di classe possono fermare gli orrori devastanti provocati dal capitalismo.
Ruggero Rognoni

Il capitalismo distrugge l'ambiente: distruggiamo il capitalismo!

Le politiche del governo Salvini-Di Maio si configurano in continuità con le politiche di distruzione ambientale dei governi precedenti. Il M5S ha tradito i sostenitori No TAP e viviamo in questi giorni una possibile capitolazione sul TAV. Di Maio ha sbandierato ai quattro venti come un successo, con la complicità della maggior parte delle burocrazie del sindacato, l’accordo dell’Ilva, un accordo contro il lavoro e l’ambiente. Nel Decreto di Genova si inserisce l’ennesimo condono edilizio e si consente lo scarico nei campi di fanghi contenenti idrocarburi ed altre sostanze tossiche come la diossina. Tutto ciò dimostra, ancora una volta, che chi si candida a governare il capitalismo si candida a governare la distruzione ambientale.

Il capitalismo in crisi non si fa scrupoli a speculare sui territori e la salute, contro gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. Non si tratta di stabilire se sia più importante la salute, la difesa dell’ambiente o la difesa dei posti di lavoro, tutte questioni importanti e sempre ignorate da chi governa lo Stato e dai capitalisti. Bisogna dire chiaramente che occupazione e salvaguardia dell’ambiente devono essere coniugati tra loro.

Per questo il PCL si batte per la costruzione di un fronte unico di massa e di classe di opposizione al governo, che unifichi tutti i movimenti progressivi che si battono per la salvaguardia dell’ambiente e si intersechi con il mondo del lavoro: No Grandi Navi, No TAV, No TAP, Zero PFAS etc.

È necessario avanzare iniziative e proposte nella prospettiva di cambiare i rapporti di forza, attivare il protagonismo di massa, far crescere la consapevolezza collettiva, costruire gli strumenti dell’autorganizzazione dei lavoratori e delle masse popolari. Rifiutiamo le compatibilità stabilite dalla classe dominante, che vuole conservare lo stato di cose presenti e i profitti derivati dalla distruzione dell’ambiente e dallo sfruttamento nei luoghi di lavoro.

- Per un piano nazionale di riassetto idrogeologico del territorio

- Per l’abbattimento degli eco-mostri e riqualificazione delle aree degradate

- No alle grandi opere inutili, per un trasporto pubblico efficiente e gratuito

- Per la nazionalizzazione, senza indennizzo e sotto controllo dei lavoratori, di tutte le aziende che inquinano o licenziano 


Non può esistere una “coscienza della specie”, un’etica ecologica di validità universale capace di proporre modelli di vita sostenibili, condivisibile dall’operaio e dal capitalista, dal fabbricante di cannoni e dal contadino del Terzo Mondo. Non basta affidarsi ai progressi della conoscenza scientifica per salvare il pianeta dalla distruzione ambientale. È più che mai necessario un completo capovolgimento del modo di produzione. Ciò che oggi orienta la produzione è la ricerca ostinata del profitto, e non la soddisfazione dei bisogni umani, individuali e sociali. È quindi sui discrimini di classe che intersecano i problemi ambientali e sulle condizioni politiche della loro risoluzione che deve intervenire la nostra iniziativa programmatica. Chi decide? Chi paga? Chi controlla? Ecco le domande con cui fare i conti.

L’unico governo del cambiamento che realmente si interesserà delle questioni ambientali sarà un governo dei lavoratori, basato sulla loro forza e organizzazione, in Italia e nel mondo. Un governo che rompa con le compatibilità del capitalismo e costruisca una nuova società. L’unico governo in grado di mettere in primo piano le questioni della riconversione ecologica dell’industria, dell’agricoltura, dei trasporti; di strategie energetiche fondate sull’efficienza, l’uso appropriato delle risorse, lo sviluppo delle fonti rinnovabili; dell’insostenibilità del modo di vita contemporaneo, delle città sommerse dalle auto e dai veleni.
Il PCL si batte in ogni lotta per questa prospettiva: per una rivoluzione, contro il capitalismo, per una società eco-socialista. Unisciti a noi!
Partito Comunista dei Lavoratori

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

Gli eventi che si sono abbattuti sull'Italia negli ultimi giorni non sono solo “naturali”. Non lo sono i cambiamenti climatici planetari, legati al lungo ciclo delle energie fossili, che oggi si riversano con mareggiate anomale sulle coste liguri, con venti mai visti sulle montagne del bellunese, con straripamenti più intensi e frequenti di fiumi e torrenti. Non lo sono soprattutto le decine di morti che questi eventi hanno prodotto.

“Ogni volta dobbiamo lamentare con le stesse parole le stesse tragedie”, recita ipocrita la stampa borghese. Qualche intervista, qualche inchiesta, la rituale invocazione al governo di turno di misure risolutive. E il governo di turno annuncia ogni volta mirabolanti investimenti, riorganizzazione della protezione civile, rigore ambientale. Un mare di chiacchiere, in attesa della tragedia successiva.

La verità è che queste tragedie hanno un solo responsabile: la società capitalista, la dittatura del profitto. La stessa che ha minato il Ponte Morandi, la stessa che dissesta il territorio italiano.

Il suolo italiano è divorato dalla speculazione edilizia come nessun altro paese. Otto metri quadri al secondo con una demografia zero. Senza edilizia popolare ma con sette milioni di appartamenti sfitti. L'abusivismo che inghiotte intere regioni (Campania, Sicilia) è legato a questa realtà. Si delega ai comuni l'onere del risanamento nello stesso momento in cui li si priva con i Patti di Stabilità delle risorse minime necessarie. I comuni (tutti) ricorrono all'urbanistica contrattata per incassare gli oneri di urbanizzazione, e così si affidano ai costruttori che dettano loro piani regolatori a immagine e somiglianza dei propri interessi. Lo stesso vale per la manutenzione dei fiumi, spesso assegnata alle Province. La Legge Delrio e l'abolizione delle Province ha cancellato l'intera manutenzione dei fiumi minori, quelli più incustoditi, privi di argini, causa spesso dei maggiori disastri. Mentre il taglio delle spese operato da ogni legge finanziaria ha colpito anche la Protezione Civile e ha cancellato di fatto il Corpo Forestale incorporandolo ai Carabinieri (decreto legislativo del 19 agosto 2016). Il fatto che il “governo del cambiamento” abbia affidato a un ex ufficiale dei carabinieri, Sergio Costa, il ministero dell'ambiente è il risvolto grottesco di questa politica, per nulla “cambiata”.

Peraltro proprio la Legge di stabilità del governo SalviMaio ne è la conferma. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali, sono capitoli assenti. Il ministro degli interni attribuisce addirittura la colpa dei disastri all'«ambientalismo da salotto», mentre allarga la maglia dei condoni e taglia ai comuni un altro miliardo, in linea con le finanziarie precedenti. Sarebbe questo il “cambiamento”?

Il ministro dell'ambiente annuncia ora trafelato che sarà destinato alla messa in sicurezza del territorio un miliardo di euro in tre anni. Ma è il nulla: il nulla rispetto al disastro, il nulla a maggior ragione per il risanamento. Che sia il nulla lo conferma involontariamente lo stesso Salvini quando dichiara che per il riassetto idrogeologico sarebbero necessari 40 miliardi, cifra in realtà molto sottostimata. Ma soprattutto lo conferma il Politecnico di Milano, che ha studiato seriamente la materia: per la sola messa in sicurezza degli edifici in muratura servirebbero 36 miliardi; per intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate prima del 1971 il costo salirebbe a 46 miliardi, 56 comprendendo gli edifici in cemento armato; se il lavoro fosse esteso a tutti i comuni si arriverebbe alla cifra di 870 miliardi.

La questione è in realtà strutturale e interroga la natura stessa della società capitalista.

Andiamo al sodo. Perché si tagliano i fondi ai comuni, si taglia sulla Protezione Civile, si elimina il Corpo Forestale, non si destina nulla per il risanamento ambientale? Perché si continuano ad abbassare le tasse sui profitti, come avviene ovunque sul mercato mondiale in omaggio alla concorrenza spietata tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) per attrarre gli investimenti privati. Perché si continua a pagare l'enorme debito pubblico alle banche (prevalentemente italiane) e alle grandi compagnie di assicurazione che hanno investito nei titoli di Stato, e che incassano di soli interessi tra i 70 e gli 80 miliardi ogni anno. Sono peraltro le stesse ragioni per cui si tagliano le spese per la scuola, per la sanità, per i servizi sociali. Oggi come ieri. "Prima gli italiani" significa prima i capitalisti e le banche italiane, poi tutto il resto. E il resto possono essere solo elemosine, per di più centellinate col contagocce.

La verità è che per rimettere in sesto il territorio occorrono risorse enormi che il capitalismo reale non può reperire. Occorre abolire il debito pubblico verso le banche e una tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti, finanziando un grande piano di opere sociali e lavori pubblici, che potrebbe dare lavoro a milioni di disoccupati, immigrati inclusi. Occorre nazionalizzare la grande industria edilizia e le industrie a questa collegate, come l'industria del cemento, che è in mano alla criminalità. Occorre un controllo pubblico sulle leve fondamentali della produzione e del credito, a partire dalla nazionalizzazione delle banche. Senza queste misure si resta in attesa della prossima tragedia, e dell'ennesimo coro della pubblica ipocrisia.

Ma sono misure che solo un governo dei lavoratori può prendere, e solo una rivoluzione può realizzare.
6 Novembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori