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  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

TORINO 18/12/2021: BASTA SANGUE OPERAIO!


Roberto Peretto, 52 anni di Cassano d’Adda (Milano);

Marco Pozzetti, 54 anni, di Carugate (Milano);

Filippo Falotico, 20 anni, di Coazze (Torino). 


Loro i tre operai morti oggi in via Nizza Millefonti per il cedimento di una gru sul cantiere della società Fiammengo. 

Vi sono anche tre feriti. 

Giovedì scorso a Milano, Modena, Sassari e Barletta sono morti quattro lavoratori. 

Conosciamo le cause reali di queste esecuzioni che il commentario borghese insiste a far passare come possibili «incidenti», ritraendo subito il dito quando pure gli tocca indicare i colpevoli che brillano di evidenza propria, i padroni. 

Le cause reali sono i contratti ricattatori, i ritmi forsennati, le deregolamentazioni su orari, mansioni, sicurezza, manutenzione, la riduzione profonda delle maestranze con licenziamenti, mancati rinnovi contrattuali, casse integrazioni, etc.

Tutto per massimizzare i profitti con le minori spese. 

I responsabili di questa carneficina sono due, i padroni e i governi loro soci, che formano le due facce di un solo Giano: il sistema capitalistico. 

È una strage quotidiana, uno sterminio sociale, una vera e propria guerra civile nell'interesse proprietario. 


L'unità dei lavoratori in una sola, grande lotta di classe per resistere e contrattaccare all'inasprirsi della sanguinaria barbarie capitalistica è ogni giorno più urgente. 


Solo l'unità del proletariato può respingere la criminale offensiva padronale. 

Solo il rilancio di una grande stagione di lotta sposterà i rapporti di forza sociali e politici a vantaggio degli sfruttati. 

Solo l'opposizione alla radicalità delle politiche capitalistiche con una radicalità uguale e contraria da parte degli sfruttati può cominciare a cambiare le cose in questo paese e nel mondo. 


Basta sangue operaio a lubrificare gli ingranaggi globali dei loro orridi profitti!

Versino i padroni il sangue alle condizioni di lavoro cui costringono i salariati! 


È ora! È ora!

Potere a chi lavora!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - TORINO

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I nodi al pettine della vaccinazione

 


La crisi sanitaria si aggrava

26 Febbraio 2021

La nuova ascesa del contagio, aggravata dalle varianti, si incrocia con la battuta d'arresto dei piani di vaccinazione. La risultante è un peggioramento netto dello scenario generale.

Sino a poche settimane fa i governi europei erano impegnati a spiegare il dovere di vaccinarsi a un'opinione pubblica in parte diffidente o scettica. Ora debbono confessare clamorosamente la penuria dei vaccini. Non è uno spiacevole disguido, ma il riflesso della logica capitalista. Dove entra il profitto tutto si complica maledettamente. Come sempre.

L'Unione Europea ha cercato di colmare il ritardo accumulato rispetto ai poli capitalisti concorrenti attraverso un negoziato sui vaccini coi diversi colossi farmaceutici. Pur di procurarsi sulla carta il maggior numero di vaccini possibile, per poterli sbandierare come proprio successo, ha concesso alle case farmaceutiche tutto quello che loro chiedevano. Non solo la segretezza dei contratti dal punto di vista economico e giuridico, già di per sé uno scandalo, ma la rinuncia ad ogni clausola di garanzia in caso di inadempimento o ritardo nelle forniture.
Due sono state le conseguenze. Da un lato, grazie alla segretezza dei prezzi d'acquisto pattuiti, le case farmaceutiche hanno potuto negoziare prezzi più alti con altri clienti, privilegiando la loro fornitura perché più vantaggiosa. È ad esempio il caso del rifornimento di Israele. Dall'altro, al riparo (persino) da ogni sanzione contrattuale, hanno potuto bluffare tranquillamente con la UE con promesse gratuite di forniture irrealistiche.

Il risultato è che i governi europei si trovano ora in braghe di tela. Gli USA hanno coperto con la vaccinazione il 16% della popolazione, grazie alla presenza delle americane Pfizer e Moderna. La Gran Bretagna ha coperto il 26% grazie alla presenza dell'anglo-svedese AstraZeneca. L'Unione Europea appena il 6,6%, l'Italia il 6%.

Il forte rallentamento delle vaccinazioni genera a sua volta effetti multipli.
In primo luogo fioriscono ovunque trattative sottobanco di entità substatali (regione Veneto in primis, ma anche Länder tedeschi o regioni spagnole) con ignoti intermediari che dichiarano grandi disponibilità di vaccini, non si capisce se contraffatti con grave danno per la salute o invece autentici, a riprova che i colossi farmaceutici giocano sporco e su più tavoli pur di massimizzare i profitti.
In secondo luogo si cerca di approntare improvvisate conversioni della propria industria nazionale in direzione della produzione di vaccini, in una sorta di sovranismo sanitario; ma ci si imbatte in uno spiacevole inconveniente, non solo e non tanto per i tempi tecnici della conversione (sei mesi) ma per la dubbia convenienza di mercato: perché i capitalisti del farmaco dovrebbero investire tutto sui vaccini, quando tra sei mesi rischiano di trovarsi un mercato già saturato dai colossi internazionali?
In terzo luogo si accredita improvvisamente la tesi per cui non è necessario doppiare la dose di vaccinazione, basta una dose sola. Come dire che nell'impossibilità di seguire tempestivamente le disposizioni scientifiche, si decide di ignorarle all'insegna dell'avventurismo sanitario.

Da qualunque parte si giri il problema, la sua natura è semplice: si chiama capitalismo.

Via i brevetti e la cosiddetta proprietà privata intellettuale!
Via il segreto industriale e commerciale su farmaci e vaccini!
Nazionalizzazione dell'industria farmaceutica senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori!
Solo drastiche misure anticapitaliste possono consentire una svolta vera nella lotta contro la pandemia.

Partito Comunista dei Lavoratori

Sud e coronavirus. Anche qui paghino gli untori!

18 marzo 2020 - La pandemia del coronavirus si sviluppa quando il sistema capitalistico, già da decenni, sta vivendo una crisi molto profonda. Quali saranno gli strascichi che si abbatteranno sulle realtà già prima fragili? Come si svilupperanno le contraddizioni sociali e come verrà affrontato l’immane compito di una profonda e ampia riorganizzazione del mondo? E per le giovani generazioni, il cui futuro era già fosco, quali orizzonti preparerà questa pestilenza?
La Commissione meridionale del PCL, che si muove in un contesto complesso e difficile, ritiene che su questi problemi si debba discutere ad ampio respiro.

Il coronavirus non compare all'improvviso, da decenni un lugubre corteo lo ha preceduto con AIDS, SARS, aviaria, ebola. Questo corteo si è sviluppato in un quadro ambientale gravemente compromesso dalla produzione capitalistica e in un contesto sociale reso più debole dalle privatizzazioni.
Il capitalismo non ha più niente da offrire all'umanità. L’ossessione del conseguimento del profitto ha disegnato uno scenario favorevole allo sviluppo della pandemia. Avviene l’acuirsi di una profonda contraddizione: esorbitanti spese militari, ingenti capitali destinati per la realizzazione di faraoniche opere pubbliche come la TAV, la contrazione delle risorse per la ricerca da un lato e dall'altro un immiserimento di massa, una crescente desolazione ambientale, la distruzione cieca di risorse.
La pandemia, che pure ha una sua oggettiva base naturale, si lega e ricade sull'organizzazione classista della società e mette ancor più a repentaglio le aree territoriali più deboli, tra queste il Meridione. Qui la sanità pubblica è abbondantemente scomparsa grazie a una gestione parassitaria e clientelare della spesa e poi al federalismo e al primo incedere dell’autonomia differenziata e delle privatizzazioni. Chi oggi si affanna a creare posti di terapia intensiva ha sulla coscienza la chiusura e il forte ridimensionamento di decine di ospedali meridionali. Più in generale, il Meridione è sempre più una realtà di morte; pensiamo alle stragi dei migranti, alla catastrofe di Taranto e della terra dei fuochi, all'assoluta fragilità sanitaria con cui si dovrebbe fronteggiare la pandemia. Essa indebolirà ancor di più la tenuta dell’economia.

Migliaia di attività, già in situazione di semiliquidazione, saranno inesorabilmente spazzate via, con la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro.
Il governo ha oggi varato un primo stanziamento di 25 miliardi di euro in un clima di concordia nazionale; ma esso pone già da adesso l’interrogativo di chi pagherà i sui costi.
Occorre impedire che essi vengano rovesciati sulle masse povere, che saranno ancor più immiserite e indifese. Esistono invece immense risorse finanziarie da cui attingere.
Il 12 marzo 2020 le borse europee hanno perso 825 miliardi di euro; quella di Milano, da sola, ne ha persi 68. Se queste sono le perdite di un giorno, si deduce quanto straordinariamente grande sia la consistenza delle risorse finanziarie in mano ai capitalisti. Salvando gli interessi dei piccoli risparmiatori, è da questo mondo opulento e crudele dei padroni che devono essere attinte le risorse contro la pandemia.

Non è più rinviabile la cancellazione del debito pubblico, così è pure per lo stop alle spese per le grandi opere e a quelle militari. In Italia si costruisce la TAV e non ci sono le mascherine contro la pandemia.
Chi sarà in grado di affrontare questo compito immane? Solo la classe dei lavoratori salariati può farlo.
Oggi gli scioperi spontanei dei lavoratori contro i diktat di far continuare la produzione sacrificando al Moloch del profitto la loro sicurezza e la loro salute sono un segnale preciso. Il PCL sostiene questa mobilitazione; nessuno deve perdere il posto di lavoro e il diritto alla salute. I costi di tutto ciò non vanno rovesciati con i cosiddetti ammortizzatori sociali indifferentemente sulla società; essi devono essere totalmente a carico dei capitalisti.
Paghino gli untori!

Dobbiamo quindi essere fortemente impegnati nelle lotte parziali che si svilupperanno cercando di unificarle. Nessuna lavoratrice, nessun lavoratore, meridionale, settentrionale, immigrato deve pagare i costi di questa crisi.
Essa può avere altre subdole conseguenze, questa volta di tipo politico. Il clima emergenziale può dare ancora più forza alla nefasta idea della necessità di “poteri forti”. Il referendum, pur rinviato, sulla riduzione del numero dei parlamentari si lega dunque a questo aspetto della pandemia.
Solo un movimento operaio più forte, maturo e consapevole può misurarsi con questi compiti, solo un partito rivoluzionario potrà promuovere questa indispensabile crescita.

In tutte le lotte che si svilupperanno il PCL dovrà presentare gli obiettivi delle mobilitazioni nella loro caratterizzazione transitoria per evidenziare come le grandi questioni oggi di fronte all'umanità richiedano necessariamente che i lavoratori siano al governo della società.
Da qui oggi proponiamo ai lavoratori e alle masse oppresse un programma di lotta: la garanzia dell’assistenza sanitaria gratuita per tutti, la cancellazione del debito, lo stop alle spese militari e per le grandi opere, l’assunzione di tutti i precari della sanità, lo sviluppo della spesa per la ricerca e il risanamento ambientale.

In più la pandemia ha svelato l’esistenza di situazioni di pesante abbrutimento, come quella delle carceri. Qui è necessario un ragionato provvedimento di indulto che sottragga al dominio della grande criminalità una buona parte della popolazione carceraria.

Ovviamente è fondamentale il potenziamento della sanità pubblica nel Sud. Nell’immediato tutti i precari del settore devono essere stabilmente assunti, vanno rimodulati i livelli essenziali di assistenza a partire dalla rapida distribuzione delle mascherine, devono essere aboliti i ticket, le strutture private vanno portate entro il servizio pubblico, va promossa una sinergia con i servizi sociali per l’assistenza più ampia possibile ai soggetti più deboli, con un coordinamento anche territoriale con le realtà più periferiche, si devono riavviare le guardie mediche soppresse e riqualificare le strutture oggetto di ridimensionamento, vanno accelerate le lauree in infermieristica, va sviluppato il coordinamento su ogni terreno con le strutture universitarie; tutti i piani di rientro e le logiche aziendalistiche non devono valere più.

Il PCL deve propagandare nel modo più ampio la sua proposta. Essa non può esaurirsi solo al panorama italiano, e richiede la presenza di un’Internazionale marxista rivoluzionaria.
La pandemia unifica il mondo proprio nel momento stesso della Brexit, del trionfo dei sovranismi e dell’isolazionismo di Trump. A tal proposito Boris Johnson e compari, macabri eredi del positivismo di Spencer, ritengono spudoratamente che se il contagio toccasse il 60% dei cittadini con il prezzo di migliaia di morti si produrrebbero spontaneamente gli anticorpi al virus.
Ciò mentre in Iran l’embargo USA ha liquidato la sanità pubblica causando, così, migliaia di morti.
Ciò mentre le sadiche dichiarazioni di Christine Lagarde ribadiscono che anche oggi il suo obiettivo primario è la salvaguardia del profitto e delle banche.
Ciò mentre con una cintura di incredibile e intollerabile silenzio il regime nordcoreano cerca goffamente di rimuovere la pandemia.

La commissione meridionale del PCL, proprio nel momento in cui il coronavirus può abbattersi più pesantemente sul Sud, vede in questo contesto un’occasione, un terreno su cui impegnarsi e crescere evidenziando in maniera non ideologica e schematica la necessità storica in Italia e nel mondo di un ordine nuovo prodotto dalla rivoluzione socialista.
Partito Comunista dei Lavoratori - Commissione meridionale

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori

Corinaldo: non esistono capitalismi buoni

Il profitto, ancora una volta, alla base della tragedia

La notte tra venerdì 7 e sabato 8 dicembre, a Corinaldo, in provincia di Ancona, si è consumata una strage.
La discoteca Lanterna Azzurra ha venduto 1.400 biglietti per il concerto del trapper Sfera Ebbasta.
Un pubblico soprattutto di minorenni, giovani al punto da essere accompagnati dai genitori fin dentro la discoteca. Il locale si suddivide in diversi vani, e la sala principale, quella che ha ospitato il cantante col relativo pubblico, dispone di una capienza massima di 469 persone. Numero scandalosamente inferiore a quello dei biglietti venduti. Il sito ticketone.it (multinazionale tedesca Cts Eventim, già nel mirino dell’Antitrust) non ha badato a limiti. Ma ancora meno ha badato la direzione del locale che, davanti alla folla sproporzionata, avrebbe dovuto porre il divieto d’accesso con risarcimento dei biglietti venduti.

Ma il capitalismo delle multinazionali e quello dei piccoli esercenti di provincia si comporta allo stesso, criminale modo: perseguire il massimo profitto, facendo carta straccia di leggi e normative quando queste si rivelano d’intralcio.

Il risultato è l’orrore. In seguito all’emissione di un gas urticante da parte di uno o più astanti (espediente, per altro, sempre più diffuso in occasioni simili per rubacchiare nel panico), l’aria si è fatta irrespirabile e la folla si è precipitata fuori per le uscite di sicurezza, una delle quali sbarrata. Il peso insostenibile delle persone ha fatto cedere le balaustre, e qualcuno è scivolato finendo schiacciato dalla calca, perdendo così la vita.

Una tragedia annunciata: tra i 14 e i 20 anni, il bilancio è di un centinaio di feriti, dieci in condizioni critiche e sei morti. La sola vittima adulta, Eleonora Girolimini di Senigallia, 39 anni, è morta calpestata nel fuggi fuggi mentre proteggeva la sua bambina di 11 anni, ora in terapia presso gli psicologi, urlando «C’è la piccola!... C’è la piccola!...». Atroce.

Il Ministro dell’Inferno, l’indomani, dal palco di Piazza del Popolo a Roma, ha dedicato un minuto di silenzio alle vittime promettendo che chi sbaglia paga.
Ne siamo sicuri, come ha pagato chi ha sbagliato per il Ponte Morandi e come paga lui in persona e il suo partito tutto per i 50 milioni rubati allo Stato. O, nella sua lingua, al «popolo italiano».

Il dibattito che segue in queste ore è di un’omertà che nulla ha da invidiare alla mafia. E del resto il capitalismo altro non è che mafia costituzionale.

Tutti a ciarlare, dal governo all’opposizione, sull’opportunità o meno del permesso ai minorenni per i concerti, sulla militarizzazione delle discoteche e sull'identificazione del farabutto o la farabutta dello spray.

Non una parola sui primi responsabili del dramma. Non si fanno circolare neanche le generalità del proprietario del locale. E nessuna parola sulla multinazionale che ha venduto i biglietti.

In compenso eccoli scattanti, da Salvini a Meloni, a puntualizzare "così non fan tutti" e che bisogna distinguere chi sbaglia dalla stragrande maggioranza che non sbaglia. Anzi, ci aspettiamo che traducano l’episodio in un elemento di campagna per la flat tax, argomentando che se lo Stato non tassasse i piccoli imprenditori, costoro non si troverebbero costretti ad aggirare le norme per sopravvivere.

Tanti gentili distinguo e moderazione lessicale («sbaglio» in luogo di «crimine pianificato») per assassini poliziotti e imprenditori non si utilizzano però mai quando nel crimine finisce lo straniero.
Figurarsi, poi, se si fa la minima menzione ai casi in cui stranieri, e per di più poveri, e per di più a rischio espatrio dopo il Decreto sicurezza, come un Mustafa El Aoudi, gli omicidi tentati da italiani li sventano!

Non serve essere uno scienziato per porsi la domanda più elementare: «Ma i veri responsabili? Ma i padroni?». Il chiacchiericcio intorno alza una cortina di ferro intorno alla loro responsabilità, giocando alla liquidazione totale, giorno dopo giorno, silenzio dopo silenzio, deviazione dopo deviazione, persino della pensabilità della loro colpa. Anche di questo si costituisce la nuova fase storica.
Il governo sa, del resto, di dovere il proprio appoggio proprio a quei piccoli capitalismi distrettuali: esso stesso ne è parte.

Quand’anche mai questi capitalisti venissero chiamati a processo, coi soldi fatti proprio grazie a queste occasioni, allo sfruttamento legalizzato più quello illegale che emerge solo in casi di drammi, compreranno fior d’avvocati che dimostreranno la loro innocenza o ne allevieranno le colpe. È la giustizia nel capitalismo.
Trasgredire la legge è vitale al padronato anche per farla franca e trasgredirla ancora. Chissà di quante altre infrazioni si comporrà la mancia che la proprietà della Lanterna Azzurra corrisponderà ai propri difensori legali!

La destra populista racconta, ed è idea anche di alcuni ambienti di sinistra, che vi sia un capitalismo cattivo, quello della finanza e dei grandi delocalizzatori, e un capitalismo buono, mite, quasi naturale; che fa il suo senza pestare i piedi a nessuno. Quello della piccola e media borghesia, cioè i piccoli e medi espropriatori.

Il capitalismo, seppure si divide tra capitalismi più e meno ricchi, è un meccanismo identico di spoliazione di ricchezza da parte dei proprietari sulla pelle dei produttori di quella ricchezza, d’ogni genere, materiale e immateriale: i lavoratori, i proletari, la classe operaia.

La strage di Corinaldo sia elemento di riflessione sulla natura di tutti i capitalismi, piccoli e grandi, di oggi e di ieri, e dimostri indelebilmente come, parafrasando una canzone, non esistano capitalismi buoni.
10 dicembre 2018
Salvo Lo Galbo

Dissesto idrogeologico, decine di morti. Un solo responsabile: il profitto

Gli eventi che si sono abbattuti sull'Italia negli ultimi giorni non sono solo “naturali”. Non lo sono i cambiamenti climatici planetari, legati al lungo ciclo delle energie fossili, che oggi si riversano con mareggiate anomale sulle coste liguri, con venti mai visti sulle montagne del bellunese, con straripamenti più intensi e frequenti di fiumi e torrenti. Non lo sono soprattutto le decine di morti che questi eventi hanno prodotto.

“Ogni volta dobbiamo lamentare con le stesse parole le stesse tragedie”, recita ipocrita la stampa borghese. Qualche intervista, qualche inchiesta, la rituale invocazione al governo di turno di misure risolutive. E il governo di turno annuncia ogni volta mirabolanti investimenti, riorganizzazione della protezione civile, rigore ambientale. Un mare di chiacchiere, in attesa della tragedia successiva.

La verità è che queste tragedie hanno un solo responsabile: la società capitalista, la dittatura del profitto. La stessa che ha minato il Ponte Morandi, la stessa che dissesta il territorio italiano.

Il suolo italiano è divorato dalla speculazione edilizia come nessun altro paese. Otto metri quadri al secondo con una demografia zero. Senza edilizia popolare ma con sette milioni di appartamenti sfitti. L'abusivismo che inghiotte intere regioni (Campania, Sicilia) è legato a questa realtà. Si delega ai comuni l'onere del risanamento nello stesso momento in cui li si priva con i Patti di Stabilità delle risorse minime necessarie. I comuni (tutti) ricorrono all'urbanistica contrattata per incassare gli oneri di urbanizzazione, e così si affidano ai costruttori che dettano loro piani regolatori a immagine e somiglianza dei propri interessi. Lo stesso vale per la manutenzione dei fiumi, spesso assegnata alle Province. La Legge Delrio e l'abolizione delle Province ha cancellato l'intera manutenzione dei fiumi minori, quelli più incustoditi, privi di argini, causa spesso dei maggiori disastri. Mentre il taglio delle spese operato da ogni legge finanziaria ha colpito anche la Protezione Civile e ha cancellato di fatto il Corpo Forestale incorporandolo ai Carabinieri (decreto legislativo del 19 agosto 2016). Il fatto che il “governo del cambiamento” abbia affidato a un ex ufficiale dei carabinieri, Sergio Costa, il ministero dell'ambiente è il risvolto grottesco di questa politica, per nulla “cambiata”.

Peraltro proprio la Legge di stabilità del governo SalviMaio ne è la conferma. Riassetto idrogeologico, messa in sicurezza antisismica di edifici pubblici e privati, bonifiche ambientali, sono capitoli assenti. Il ministro degli interni attribuisce addirittura la colpa dei disastri all'«ambientalismo da salotto», mentre allarga la maglia dei condoni e taglia ai comuni un altro miliardo, in linea con le finanziarie precedenti. Sarebbe questo il “cambiamento”?

Il ministro dell'ambiente annuncia ora trafelato che sarà destinato alla messa in sicurezza del territorio un miliardo di euro in tre anni. Ma è il nulla: il nulla rispetto al disastro, il nulla a maggior ragione per il risanamento. Che sia il nulla lo conferma involontariamente lo stesso Salvini quando dichiara che per il riassetto idrogeologico sarebbero necessari 40 miliardi, cifra in realtà molto sottostimata. Ma soprattutto lo conferma il Politecnico di Milano, che ha studiato seriamente la materia: per la sola messa in sicurezza degli edifici in muratura servirebbero 36 miliardi; per intervenire sulle strutture in calcestruzzo armato realizzate prima del 1971 il costo salirebbe a 46 miliardi, 56 comprendendo gli edifici in cemento armato; se il lavoro fosse esteso a tutti i comuni si arriverebbe alla cifra di 870 miliardi.

La questione è in realtà strutturale e interroga la natura stessa della società capitalista.

Andiamo al sodo. Perché si tagliano i fondi ai comuni, si taglia sulla Protezione Civile, si elimina il Corpo Forestale, non si destina nulla per il risanamento ambientale? Perché si continuano ad abbassare le tasse sui profitti, come avviene ovunque sul mercato mondiale in omaggio alla concorrenza spietata tra gli Stati capitalisti (all'interno della stessa UE) per attrarre gli investimenti privati. Perché si continua a pagare l'enorme debito pubblico alle banche (prevalentemente italiane) e alle grandi compagnie di assicurazione che hanno investito nei titoli di Stato, e che incassano di soli interessi tra i 70 e gli 80 miliardi ogni anno. Sono peraltro le stesse ragioni per cui si tagliano le spese per la scuola, per la sanità, per i servizi sociali. Oggi come ieri. "Prima gli italiani" significa prima i capitalisti e le banche italiane, poi tutto il resto. E il resto possono essere solo elemosine, per di più centellinate col contagocce.

La verità è che per rimettere in sesto il territorio occorrono risorse enormi che il capitalismo reale non può reperire. Occorre abolire il debito pubblico verso le banche e una tassazione progressiva dei grandi patrimoni, rendite, profitti, finanziando un grande piano di opere sociali e lavori pubblici, che potrebbe dare lavoro a milioni di disoccupati, immigrati inclusi. Occorre nazionalizzare la grande industria edilizia e le industrie a questa collegate, come l'industria del cemento, che è in mano alla criminalità. Occorre un controllo pubblico sulle leve fondamentali della produzione e del credito, a partire dalla nazionalizzazione delle banche. Senza queste misure si resta in attesa della prossima tragedia, e dell'ennesimo coro della pubblica ipocrisia.

Ma sono misure che solo un governo dei lavoratori può prendere, e solo una rivoluzione può realizzare.
6 Novembre 2018
Partito Comunista dei Lavoratori