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La responsabilità di quattromila morti

 


La scelta di non fare la zona rossa in Val Seriana. La nostra denuncia confermata dall'indagine

Quattromila morti che si sarebbero potuti evitare, se solo si fosse recintata la Val Seriana come zona rossa. È l'esito dell'indagine che la Procura di Bergamo ha affidato al dottor Crisanti per avere da lui una risposta strettamente epidemiologica. Cinque i quesiti che la Procura ha posto a Crisanti. Il quinto era il più spinoso: esistevano le condizioni sanitarie di necessità accertata per realizzare la zona rossa in Val Seriana, e come possono essere quantificate le conseguenze per non averla fatta? Crisanti ha dovuto studiare per rispondere dodicimila pagine di dati clinici. Ora ha risposto: “Sì, c'erano le condizioni di necessità per fare come a Codogno una zona rossa. Non averla fatta ha comportato almeno quattromila vittime” aggiuntive.

Crisanti si è limitato, com'è giusto, a una risposta strettamente clinica. È quello che gli è stato richiesto. Ma la risposta clinica investe obiettivamente le responsabilità politiche. Il governo italiano, il Presidente del Consiglio Conte e il ministro della Salute Speranza sono coloro che decisero di non varare la zona rossa in Val Seriana, assieme al presidente della regione Lombardia Attilio Fontana. Decisero di non vararla non sulla base di considerazioni sanitarie, ma perché hanno scelto di allinearsi alla richiesta dei vertici di Confindustria regionali (Bonomi e Bonometti) di non bloccare la produzione per non danneggiare l'economia. Erano i giorni in cui la Confindustria di Bergamo gridava al mondo “Bergamo is running”, la produzione corre e deve correre, per rassicurare i propri clienti e soprattutto il proprio portafoglio. Il governo ha scelto Confindustria invece che la vita. Quattromila morti è il prezzo della scelta.

Ora i responsabili debbono pagare. Tutti. Il nostro partito fu il primo a denunciare anche in sede giudiziaria presso la Procura di Bergamo le responsabilità criminali di quella scelta. Ora chiediamo giustizia assieme ai parenti delle vittime, senza guardare in faccia nessuno. Altro che i cortei no vax che, con 140.000 morti di Covid accusano il governo di anteporre la salute pubblica al “diritto individuale di non vaccinarsi”. Occorrerebbe una grande manifestazione di massa per accusare i ministri di ieri e di oggi, e insieme i vertici padronali, di aver subordinato la salute al profitto. Anche al prezzo di un massacro.

È il capitale la vera grande associazione a delinquere. È il profitto ad essere criminogeno. È la sua dittatura che va spazzata via, per costruire un'altra società, governata dai lavoratori e dalle lavoratrici.

Partito Comunista dei Lavoratori

MANCATA ZONA ROSSA AD ALZANO LOMBARDO E NEMBRO - COMUNICATO STAMPA

Comunicato del Partito Comunista dei Lavoratori sull’inchiesta per la mancata “zona rossa” ad Alzano e Nembro denunciata dallo stesso PCL il 9 aprile


Il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria soddisfazione per la scelta della procura di Bergamo di interrogare il presidente del Consiglio e i ministri degli Interni e della Salute in merito alla mancata istituzione della nei comuni di Alzano e Nembro. E non potrebbe essere altrimenti: è stato il Pcl infatti, tramite il suo Portavoce Nazionale Marco Ferrando a presentare per primo (alle procure di Bergamo, Brescia, Milano e Roma) denuncia contro il Governo, nonché contro la Regione Lombardia e Confindustria. E lo ha fatto in tempi certamente non sospetti: il 9 aprile scorso. Quando tutti facevano muro minimizzando ciò che accadeva e rimpallandosi le responsabilità. A cominciare dalla Lega di Salvini che oggi sostiene ma allora difendeva a spada tratta la politica delle fabbriche aperte a tutti i costi. I costi di migliaia di morti. 
Nel nostro esposto abbiamo sottolineato come la mancata zona rossa non era frutto di un semplice “errore” di valutazione del rischio ma era stata il risultato di un cinico calcolo economico: “costava troppo” chiudere una zona ad alta concentrazione industriale. Era la tesi di Confindustria Lombardia e sia la Regione che il governo l’hanno fatta propria. Adesso assistiamo allo squallido palleggiamento di responsabilità su chi poteva e doveva decidere: potevano e dovevano sia la Regione che il Governo. Ma hanno lasciato che, nei fatti, decidessero gli industriali. E il risultato sono stati i cortei dei camion militari pieni di bare.
Questo dimostra la vera natura di questo governo, che qualcuno si illude sia “progressista”. Pur sapendo che solo le mobilitazioni di massa di lavoratori e giovani - e un governo che riflette i loro interessi – possono cambiare le cose ci auguriamo che tutti i responsabili di questo massacro ne rispondano davanti alla giustizia.

https://www.giornalettismo.com/zone-rosse-denuncia-pcl/

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI                                                                                             
10/06/2020

Nel cambio di scenario, per la più ampia unità d'azione della sinistra di classe

Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Il presente documento riporta gli elementi condivisi della discussione del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione del 31 marzo. Li mettiamo a disposizione di un necessario dibattito interno alla sinistra di classe politica e sociale al fine di operare un salto di qualità nell'azione unitaria delle sinistre in Italia in questa fase.

Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.


LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO

Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.


IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA

In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.

Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.


GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE

Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.

La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.


CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE

Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.


LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.

“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.

In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.


PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO

L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.

Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.

Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.


PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE

Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.

Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Lo scandalo dei morti fantasma

Un'organizzazione sociale che non protegge i vivi è incapace di rispettare i morti

Pensavamo di aver scandagliato tutte le possibili connessioni tra pandemia e società borghese. Il ruolo delle deforestazioni nel salto di specie; l'interruzione della ricerca scientifica sulla famiglia dei coronavirus da parte delle case farmaceutiche dopo la fine della SARS nel 2003; l'impatto della pandemia su sistemi sanitari smantellati dalle politiche di austerità per finanziare banche e imprese, con la conseguente moltiplicazione dei morti; la ricaduta della crisi sanitaria sull'economia, con una nuova pesante recessione di portata mondiale, che viene scaricata sulle condizioni del lavoro; la condanna di milioni di salariati alla continuità della produzione in fabbrica senza le minime garanzie di sicurezza, peraltro negate agli stessi medici e paramedici; la scelta criminale di non recintare Bergamo e Brescia con la soluzione Codogno sotto la pressione di Confindustria lombarda e dei suoi interessi...

Ma ci siamo sbagliati. Ciò che sta emergendo clamorosamente in questi giorni apre un altro squarcio di verità. Nella bergamasca e nel bresciano, ma anche a Como, a Pavia, in innumerevoli centri minori della Lombardia, si registra un divario impressionante tra i decessi di questi mesi e la media dei decessi nel periodo corrispondente del passato decennio. Città per città, paese per paese, il divario è infinitamente più ampio di quello coperto dai dati ufficiali sui morti per coronavirus. È un dato confermato dai sindaci dei comuni interessati, a partire dal sindaco di Bergamo, e da tutte le indagini in corso a livello giornalistico.
Questo dato ha un solo possibile significato: vi sono complessivamente migliaia di morti per coronavirus non registrati e classificati come tali. Per lo più persone anziane, sole, abbandonate nelle proprie case, senza assistenza e cure dovute. Oppure ospiti di residenze per anziani e case di riposo, per lo più private, assistite da personale sanitario non protetto oltre che insufficiente, e per questo veicolo di contagio e di morte. Persone cui non è stato fatto neppure il tampone per accertare la causa del decesso. Oppure persone di cui è stata accertata la positività ma la cui morte è stata attribuita ad altre cause. “Morti col coronavirus, non per coronavirus” è stata a lungo la formula di copertura della realtà. Una formula ambigua. Se il virus favorisce un infarto mortale è indubbio che la causa del decesso è l'infarto, ma anche che l'infarto non ci sarebbe stato senza il virus. Se un malato oncologico vede precipitare la propria situazione per mano del virus, è indubbio che muore di cancro ma è il virus il fattore agente di quella morte... Tuttavia la formula cattedratica rassicurante serviva a minimizzare e nascondere la verità.

Tanti avevano interesse a nascondere questa verità. Avevano interesse a nasconderla le autorità sanitarie nazionali per edulcorare il fallimento di un sistema sanitario di cui hanno avallato negli anni tagli brutali a non finire. Aveva interesse a nasconderla il governo regionale lombardo, per non rovinare l'immagine del modello sanitario lombardo-veneto più di quanto non sia già rovinata. Avevano interesse a nasconderla le proprietà delle case private di riposo, per il buon nome del proprio marchio (e delle relative rette). Se non fosse che poi la verità si fa strada attraverso le testimonianze dei parenti e del loro dolore. E quando emerge, gli stessi che avevano cercato di nasconderla si mostrano improvvisamente costernati e sorpresi, magari invocando “le dovute indagini” per evitare di esserne sepolti. Ipocrisia su ipocrisia, senza fine.

Resta il fatto che migliaia di persone morte di Covid-19 e non registrate come tali non sono solo un fatto rilevante ai fini statistici per misurare le dimensioni reali dell'epidemia, sopratutto in Lombardia. Misurano anche il cinismo sprezzante di una organizzazione sociale incapace non solo di proteggere i vivi ma persino di conteggiare (e rispettare) i morti.

Ricordiamoci anche di questo per quando tutto sarà finito.
Partito Comunista dei Lavoratori

Morire di posta ai tempi del coronavirus

Due dipendenti postali a Bergamo, uno a Lecce e uno a Merate sono morti per il contagio da Covid-19. La dirigente sindacale dell'SLC-CGIL Bergamo ha chiaramente denunciato la connessione tra il contagio e le condizioni di lavoro di portalettere e impiegati degli uffici postali.
In perfetta sintonia con i vertici di Confindustria, anche i vertici di Poste Italiane SpA sono pronti a sacrificare la vita e la salute dei lavoratori e delle lavoratrici nel nome della quadratura dei bilanci, della difesa degli imponenti utili e della concorrenza con le altre aziende private per difendere le proprie quote di mercato.
Una schifosa competizione mortifera nel nome del profitto, che mette in mostra come questa tragica pandemia sia diventata disvelatrice di tutte le inaccettabili contraddizioni di questa società.

Non è quindi un caso che, come per la gran parte della classe lavoratrice d'Italia, la salute e la sicurezza dei lavoratori sia considerata come inevitabilmente e inderogabilmente sacrificabile, ben più della garanzia dei profitti dei loro padroni e delle loro amministrazioni.
Così, nei vari decreti, si è molto dettagliati nel fornire garanzie, benefici fiscali e blocchi dei pagamenti – finanziati con le contribuzioni e le tasse della grande massa di salariati, gli unici che non possono evadere il fisco con le stesse gabole finanziarie dei loro padroni – ma non si è altrettanto precisi e dettagliati nel garantire misure di sicurezza, DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) e le loro caratteristiche minime (come le mascherine, il gel igienizzante e i guanti), pieno salario per i contagiati e a chi rimane a casa per il fermo delle lavorazioni a causa dell'emergenza e così via.
Per cui, padroni, ministri e burocrazie sindacali fanno riunioni e conferenze Skype, dal comfort sicuro delle loro regge, con cui decidono che i salariati devono continuare a lavorare senza tutele minime reali, senza contare tutta quella enorme fetta di lavoratori in nero, spesso e volentieri giovani e/o immigrati senza diritti e sotto ricatto, che non sono neppure sfiorati dai ragionamenti delle trattative.


LA RACCOMANDATA VAL BEN UN CONTAGIO: DOV'È' LA SICUREZZA?

Ma non serve andare così distante, perché anche l'azienda misto pubblico-privato più grande d'Italia, con 130.000 dipendenti – che hanno appena subito pesanti ristrutturazioni e riorganizzazioni aziendali in cambio di miseri aumenti salariali e riduzione di diritti e garanzie – e oltre 1,5 miliardi di utili in un anno, triplicati rispetto ai 500 milioni del 2018, sempre grazie ai sacrifici di quei lavoratori che ne sono ossatura e muscolatura, manda al macello tutti i giorni chi gli garantisce dividendi e fatturato.

Così Poste Italiane dà vita a un tragicomico valzer di fasulle misure di precauzione, dichiarate sulla carta, applicate a singhiozzo e col contagocce nei vari uffici postali, di recapito, centri di smistamento e produzione e negli uffici impiegatizi.
L'azienda ha ovviamente aspettato gli “obblighi” di un governo compiacente per cominciare a muovere i primi passi, e anche quando l'emergenza – dell'epidemia prima e della pandemia poi – era evidente e acclarata, le misure sono rimaste insufficienti, tardive e applicate a spizzichi e bocconi, spesso delegate direttamente all'autorecupero sul mercato locale dei singoli direttori e capisquadra.

Poste ha così la pretesa di far credere ai suoi dipendenti che basti mantenere un metro di distanza tra lavoratori e con gli utenti, incuranti del fatto che non si sta parlando di uffici statici e chiusi al pubblico, e giustificando così la mancanza della necessità di mascherine FFP2 o di quelle chirurgiche, guanti e gel igienizzanti, nonostante le disposizioni di Istituto Superiore di Sanità e Organizzazione Mondiale della Sanità.
Nonostante questo alibi di carta, l'azienda ha fornito a ogni dipendente una maschera FFP2 con valvola – con un periodo di usura di 8 ore di utilizzo, ergo poco meno di un turno di lavoro, con la clausola che quella sarebbe dovuta bastare a tempo indefinito e che, per essere sicuri, sarebbe stato sufficiente “igienizzarla” con dell'alcol ogni giorno.
Passata una settimana, alle prime rimostranze dei vertici nazionali dei principali sindacati – CISL, CGIL, UIL, FAILP, UGL – le FFP2 vengono sostituite con cosiddette “mascherine” composte da due strisce sovrapposte di tessuto non tessuto – una sorta di panno cattura polvere con due buchi per le orecchie. Sostanzialmente inutili, perché dopo qualche ora di utilizzo si usurano, filtrano a malapena polveri e batteri, e non riescono a coprire contemporaneamente bocca e naso.

Queste farse sono ampiamente coperte dal decreto “Cura Italia”, che sembra curare principalmente tasche e interessi dei padroni ma non la salute pubblica e dei lavoratori. Infatti, mentre le mascherine chirurgiche vengono definite DPI, con un comma si permette di derogare sulle certificazioni senza stabilire caratteristiche minime da garantire, e si legittima la mancata fornitura ai lavoratori in caso di impossibilità di reperirle sul mercato, senza per questo prevedere il blocco delle lavorazioni.
In più, l'azienda, per rassicurare i lavoratori ha fatto nel giro di settimane e con estrema lentezza una sanificazione sola per ufficio, come se i lavoratori degli uffici di recapito non uscissero tutti i giorni per entrare a contatto con centinaia di persone e migliaia di portoni, ambienti e superfici potenzialmente contaminanti, per poi raggrupparsi nuovamente nell'ufficio. O come se gli uffici postali, a maggior ragione chiudendone qualcuno, non vedessero centinaia di persone entrare e uscire ogni giorno, per quanto scaglionate.

Negli uffici (postali e di recapito), intanto, si genera il caos con indicazioni sulle modalità di lavorazione dei prodotti a firma, quelli più a rischio perché richiedono il diretto contatto con l'utente. Un caos dovuto, appunto, ad una sconclusionata e parziale chiusura degli uffici postali in cui ritirare i prodotti giacenti, con cambiamenti quotidiani. Per fare un esempio, nel giro di qualche giorno si è passati dal blocco della consegna degli atti giudiziari all'obbligo di mettere l'avviso in cassetta (ergo facendo fare al postino un giro a vuoto, poi un secondo giro per la seconda comunicazione di giacenza il giorno dopo, e poi costringendo l'utente a recarsi all'ufficio postale, che magari nel frattempo è stato chiuso, per ritirare un atto di un procedimento giudiziario che probabilmente è stato sospeso o prorogato, sempre a causa dell'emergenza), e infine alla possibilità di immetterli in cassetta, come viene fatto per le raccomandate normali. Anche per l'immissione in cassetta delle raccomandate ordinarie si è passati dal mantenimento della consegna a mano per ditte e uffici alla "postalizzazione" anche per quei destinatari, accorgendosi che anche quei luoghi sono frequentati da persone potenzialmente contagiose.

Rimane che non sempre è possibile per il portalettere garantire di non trovarsi a meno di un metro da un utente o di entrare in contatto con un locale o una superficie potenzialmente contaminante, soprattutto dopo la conferma che il virus può rimanere attivo fino a 72 ore su plastica e metalli.

A tutto questo si aggiunge anche il mancato rispetto dei normali accordi sindacali e del limitato protocollo d'intesa siglato tra sindacati, governo e Confindustria. Infatti dapprima Poste si è accordata con le OOSS per una riduzione del 25% del personale in servizio attraverso una rotazione settimanale del personale, lasciando intendere l'utilizzo degli ammortizzatori sociali e in particolare della cassa integrazione all'80% del salario. Poi viene rimandato l'incontro per definire la remunerazione e l'inquadramento regolamentare di questa turnazione. Infine l'azienda ha deciso, unilateralmente e improvvisamente, di sospendere qualsiasi turnazione e di far tornare in servizio la totalità dei dipendenti in barba alle disposizioni finalizzate alla rarefazione delle presenze negli uffici di recapito.
Nonostante questo caos e l'emergenza sanitaria, non si sono mai interrotte le pressioni alla massimizzazione della consegna, con la consueta tiritera dei ricatti nei confronti dei precari, spingendo alla consegna dei prioritari anche delle zone spente per compensare la riduzione dei prodotti postali in consegna (con una mano tolgono carico lavorativo, con l'altra lo aumentano da dietro) e, comunque, continuando a far arrivare ai portalettere prodotti che non sono affatto urgenti, indispensabili, improrogabili o essenziali (come le pubblicità, le réclame, rendicontazioni, cartoline, etc.) nonostante gli impegni presi.


PICCOLE E TIMIDE REAZIONI. BISOGNA GENERALIZZARE LA LOTTA!

In risposta a tutto questo si sono sviluppate piccole e timide rimostranze tra alcuni portalettere.
Di fronte al blocco degli scioperi e alla definizione di servizio essenziale, in un settore non particolarmente noto negli ultimi anni per la sua combattività, lo spauracchio di ritorsioni anche pesanti ha dato il colpo di grazia a qualsiasi possibilità di vedere scintille di mobilitazione particolarmente conflittuali. A questo va anche aggiunto un abile lavoro dei vertici sindacali e della ramificata struttura sindacale della CISL – egemone in Poste Italiane – nel frenare qualsiasi spirito bollente, giustificare l'azienda, ridimensionare i timori sui rischi e quant'altro potesse venire comodo per buttare acqua sul fuoco.
Le uniche reazioni un po' più consistenti sono state astensioni dal lavoro in contestazione all'assenza di DPI e igienizzazioni, con lavoratori che hanno presentato rimostranze scritte o autodichiarazioni, facendo appello in particolare al Testo Unico sulla sicurezza (Decreto legislativo 81/08), tornando a casa o rimanendo nei piazzali a distanza di sicurezza attendendo la fine del turno di lavoro. Reazioni però a macchia di leopardo, spesso individuali e solo raramente capaci di coinvolgere i lavoratori di tutto un ufficio.
Tutti i sindacati di base – CUB Poste, SLG-CUB Poste, SI Cobas Poste, Cobas Poste – hanno fin da subito posto la rivendicazione del blocco del servizio, ma sono presenze assolutamente marginali e prive di reale influenza in questa azienda.
Anche settori territoriali particolarmente combattivi della SLC-CGIL, però, si sono lanciati fin da subito nella pretesa del blocco del servizio (fatte salve le reali lavorazioni essenziali e improrogabili, come i pagamenti delle pensioni e le consegne urgenti), come quello ligure e quello lombardo.

Anche con il decreto del 22 marzo, con cui viene intimato il blocco di una piccolissima parte della produzione, e a cui Confindustria si è opposta apertamente ottenendo un ulteriore affievolimento al primo elenco di attività da fermare, il governo non prevede nulla di diverso per il settore postale, delle consegne e della logistica. Considerandoli a pieno titolo servizi essenziali, non viene previsto alcun blocco temporaneo, nessuna particolare imposizione ai datori di lavoro e alle amministrazioni per quanto riguarda la fornitura di dispositivi di protezione individuali, nessuna particolare indicazione di quali merci, prodotti e servizi siano indispensabili e quali no.

Tutto questo mette in evidenza una cosa che era già chiara da principio, ma che viene sempre di più a galla: se il profitto, le rendite e i fatturati vengono prima della salute e della vita dei lavoratori e delle lavoratrici, per imporre condizioni e misure di sicurezza necessarie per la salute pubblica e per i lavoratori stessi non rimangono che i rapporti di forza dati dalla lotta di classe e dalla combattività della classe lavoratrice.
E in questo diviene altrettanto evidente come le burocrazie sindacali, in particolare quelle confederali della triade CGIL-CISL-UIL, si presentino come incapaci, o peggio complici del padronato. Incapaci di difendere gli interessi della classe lavoratrice nel suo complesso e di organizzarla in termini sufficienti a porre la propria forza nella società per determinare scelte politiche, sociali ed economiche.

Per fare questo diviene oggi più che mai necessario coordinare in maniera autorganizzata tutte le realtà lavorative e gli uffici che hanno espresso forme di conflittualità; tutti i delegati e le delegate sindacali attivi nell'opporsi a questo stato di cose, a prescindere dalla loro appartenenza sindacale; tutti e tutte le lavoratrici e i lavoratori combattivi disposti ad attivarsi per pretendere il blocco delle operazioni postali per almeno quindici giorni e, laddove non sia possibile, la garanzia di condizioni igienico-sanitarie di lavoro e forniture di DPI per ridurre al minimo il rischio contagio o, altrimenti, fermare anche lì il lavoro.

Questo nel quadro e nella prospettiva di una unificazione di tutti i fronti del lavoro che si stanno mobilitando per pretendere che anche i lavoratori e le lavoratrici di tutti i settori non essenziali e emergenziali possano stare a casa per proteggersi e proteggere dal contagio, contro i decreti farsa del governo PD-M5S, contro le pretese sporche di sangue di Confindustria, e in alternativa alla linea morbida delle burocrazie sindacali nazionali.
Cristian Briozzo
I Dispositivi di Protezione Individuale forniti da Poste Italiane

Video: È il momento dell'unità nella lotta! - Marco Ferrando - 23/03/2020



Non c'è nessuna unità nazionale da celebrare! Organizzare ed estendere gli scioperi, per uno #sciopero generale vero!
La #lotta deve continuare in tutte le forme possibili, per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
È il momento dell'#unità: ma nella chiarezza della lotta e della contrapposizione frontale al padronato e alle classi dirigenti!
1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere #Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.
2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di #sicurezza non si lavora. Gli #scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il #controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.
3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.
4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del #salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.
A pagare il conto del coronavirus siano i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici!

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

Confind-19

A Bergamo e Brescia Confindustria ha spianato la strada al contagio

23 Marzo 2020
Le nuove disposizioni del governo Conte non solo non risolvono i problemi ma tantomeno cancellano le responsabilità di quanto accaduto ed accade. Responsabilità tanto abnormi quanto silenziate dai canali dell'informazione pubblica. Di questo vogliamo parlare, con un esempio specifico che in questi giorni drammatici è sotto gli occhi di tutti.

Bergamo e Brescia. Due zone della Lombardia oggi epicentro della massima diffusione del contagio col conseguente carico di morti. Morti rapidissime, in una solitudine straziante, spesso avvenute prima ancora di entrare in terapia, senza il conforto di una persona cara, senza la possibilità di un funerale e di un ricordo. I carri militari in fila a trasportare le bare fuori Bergamo nel buio della notte sono forse lo specchio più fedele di questo orrore. Lo specchio di uno scenario di guerra.

Era evitabile questo scempio? Sì. Nella misura e nelle forme che ha assunto, sicuramente sì. Non solo perché, da un punto di vista generale, non era un destino inevitabile quello di avere un sistema sanitario talmente massacrato dalle politiche di austerità da essere incapace di fronteggiare una epidemia. Ma anche perché era possibile e necessaria la misura di contenimento più semplice del contagio: fare a Bergamo e Brescia quello che si è fatto con successo a Codogno (e a Wuhan in Cina): recintare la zona, chiudere ogni produzione, bloccare ogni attività, con l'eccezione ovviamente di quella sanitaria, e dei negozi di alimentari. Creare insomma una autentica zona rossa, che abbattesse ogni occasione di contagio nella popolazione della zona, e al tempo stesso proteggesse il resto della Lombardia. Capire perché questa misura non è stata applicata significa andare al cuore del problema. Cioè alle responsabilità di un crimine.

Confindustria. Il cuore del problema sta qui. Bergamo e Brescia sono il cuore della produzione metalmeccanica italiana. Brembo, Tenaris, ABB, centinaia di aziende con decine di migliaia di operai ed operaie in produzione. Non come a Lodi e dintorni, dove l'industria contava solo Unilever. No, a Bergamo e Brescia troppo grandi e concentrati erano gli interessi padronali in gioco. Al punto che quando i sindaci del circondario hanno chiesto al governo nazionale e regionale di fermare le attività, è stata Confindustria a mettersi di traverso. Non lo dice il PCL, lo dice il sindaco di Brescia. Lo testimonia in forma inequivocabile un'iniziativa pubblicitaria di Confindustria Bergamo, con tanto di video di accompagnamento. Era il 28 febbraio, una settimana dopo l'esplosione del contagio; la scritta sovraimpressa del video rassicurava la clientela estera circa la continuità della produzione: “Le operazioni delle nostre aziende non sono contagiose, Bergamo is running”, con tanto di firma di Paolo Plantoni, direttore generale della Confindustria bergamasca. Per inciso, erano i giorni in cui le segreterie nazionali di CGIL, CISL, UIL, firmavano con Confindustria un comune appello contro “l'allarmismo ingiustificato” e a favore della “normalità” produttiva.

Confindustria ha dunque voluto e imposto che la produzione continuasse a Bergamo e Brescia; Confindustria locale e Confindustria nazionale. Il governo nazionale e il governo regionale si sono subordinati ai suoi interessi. Per questo sono corresponsabili di un crimine.

Di certo, comunque si concluda la vicenda del coronavirus, quali che saranno ulteriori misure che saranno attuate, ciò che è avvenuto non può essere dimenticato. Non lo sarà da parte delle migliaia di parenti delle vittime. Non lo sarà sicuramente da parte nostra.

Partito Comunista dei Lavoratori

La lotta deve continuare!

Le ultime misure del governo non risolvono i problemi

22 Marzo 2020
Le pressioni dei sindaci dei territori massimamente infetti, il pronunciamento corale dei medici coinvolti, le iniziative autonome dei governatori regionali di Lombardia, Piemonte, Emilia e Veneto, con la minaccia di divaricazioni istituzionali, infine le pressioni delle direzioni sindacali, hanno spinto il governo ad estendere il blocco delle attività produttive, anche al di là di quanto deciso localmente dai governatori del Nord.

Le burocrazie sindacali hanno sintetizzato le ragioni della propria richiesta con le parole significative di Landini: «Bisogna evitare che la paura dei lavoratori si trasformi in rabbia». La continuità degli scioperi spontanei in centinaia di aziende, nonostante il protocollo di accordo tra sindacati e padroni, ha sicuramente lasciato il segno. I burocrati sindacali hanno avvisato governo e padronato del rischio di un’ulteriore propagazione del conflitto e della paura di non riuscire a controllarlo. Hanno dunque consigliato, nell'“interesse comune”, di disinnescare la miccia.

Il consiglio di Landini è stato evidentemente persuasivo, se ha indotto alla fine Confindustria a patteggiare la soluzione concordata, in cambio di nuovi miliardi di risorse pubbliche che il governo ha prontamente promesso ai padroni, e che saranno messe sul conto dei lavoratori.

Di certo questa chiusura di “unità nazionale” delle attività produttive non ha risolto alcun problema, né sanitario, né sociale.

1) A Bergamo, a Brescia, in Lombardia, e in situazioni similari di focolaio eccezionale del contagio in altre parti d'Italia, va attuata la “soluzione Codogno”. Un blocco totale di tutte le attività, ad eccezione ovviamente della sanità: l'unica via per contrastare il contagio e proteggere la popolazione. È una misura che andava presa congiuntamente a Codogno e che invece si è voluto evitare solo per compiacere Confindustria e Federmeccanica lombarde e i loro interessi, come ha denunciato persino il sindaco PD di Brescia. Tanto più oggi va applicata senza esitazioni. E va ben al di là dei provvedimenti assunti dal governo nazionale e lombardo.

2) Nei luoghi di produzione e lavoro tenuti aperti, che vanno ben oltre il recinto della produzione alimentare e farmaceutica, vanno rivendicate condizioni di reale sicurezza, perché il protocollo di accordo tra sindacati e imprese non ha garantito un bel nulla. Senza condizioni di sicurezza non si lavora. Gli scioperi devono continuare sino alla conquista di queste condizioni. Le RSU e le RLS verificheranno in piena autonomia le condizioni del lavoro. Il controllo operaio indipendente sulla sicurezza resta un terreno centrale di conflitto.

3) Va impedito che dietro la copertura del blocco delle attività e della sospensione della produzione vi siano padroni che preparano la chiusura delle fabbriche e il trasferimento di soppiatto di macchinari e impianti. I discorsi di marca padronale secondo cui “purtroppo molte aziende non riapriranno più” servono a preparare il terreno per queste pratiche. Nelle forme possibili va esercitata una vigilanza sindacale tesa a bloccare sul nascere queste operazioni, già attuate in tempi normali e oggi coperte dallo stato di eccezione.

4) I lavoratori e le lavoratrici dispensati dalla produzione e dal lavoro in ragione del blocco delle attività debbono avere una copertura salariale piena, ossia il 100% del salario. Milioni di lavoratori e lavoratrici non possono subire la decurtazione di un salario già modestissimo, impoverito negli anni e spesso colpito dal mancato rinnovo contrattuale, tanto più a fronte della mole di miliardi che in varie forme vengono dati a imprese e banche. La rivendicazione del 100% del salario, a carico del padronato, ha valore unificante per tutto il mondo del lavoro.

In conclusione: non c'è nessuna unità nazionale da celebrare. La lotta deve continuare in tutte le forme possibili per unire il fronte dei lavoratori attorno alle proprie rivendicazioni indipendenti.
Partito Comunista dei Lavoratori

Capitalismo criminale

Cosa rivela l'intervista clamorosa del sindaco di Brescia

18 Marzo 2020
«Se fossimo partiti tutti prima, il contagio quanto meno sarebbe stato più diluito. Qui è arrivato da Lodi, da Cremona. Come a Bergamo. Si tratta di una zona molto industriale, molto commerciale, dove la gente si sposta rapidamente. Noi, come dodici sindaci dei capoluoghi lombardi, avevamo chiesto sia alla Regione che al governo di chiudere le attività produttive, tenendo aperte solo le filiere di igiene per la casa e quella alimentare. Oltre alla manutenzione dei servizi pubblici essenziali. Il numero dei lavoratori delle fabbriche è molto elevato... Fontana ha sempre mantenuto una posizione severa, ma il peso del mondo industriale sia su Roma che su Milano si è sentito.»

Sono le parole di Del Bono (PD), sindaco di Brescia, in una intervista rilasciata martedì 17 marzo a Il Fatto Quotidiano. Il contenuto è inequivocabile e rivelatore: il “mondo industriale” del bresciano e del bergamasco, col suo “peso”, ha esercitato una pressione decisiva sul governo nazionale e regionale affinché nelle proprie zone si continuasse a produrre, escludendole dalla zona rossa applicata con successo a Codogno e nel lodigiano. E questo nonostante gli stessi sindaci della Lombardia avessero chiesto di sospendere la produzione per contenere il contagio.

In poche parole: nel lodigiano, zona a bassa presenza industriale, la Confindustria ha acconsentito alla “zona rossa”. A Brescia e Bergamo, cuore dell'industria metalmeccanica, i padroni hanno imposto la legge del profitto sulla salute della popolazione e innanzitutto dei propri lavoratori. La diffusione concentrata del contagio in quelle valli e negli stessi luoghi di produzione, con un numero impressionante di morti, hanno dunque una precisa responsabilità: i padroni e i governi (nazionale e regionale) che si sono inchinati alla loro volontà. Lo dice di fatto, nero su bianco, il sindaco di Brescia.

Nessuno ha da dir nulla, nel vasto mondo dell'informazione, su una denuncia così clamorosa, autorevole e gravissima? Tante vite potevano essere salvate se si fossero applicate le misure osteggiate dai padroni. Tante vite sono state stroncate dal loro cinismo.

Ecco, quando il PCL parla della dittatura del profitto e dei suoi crimini parla esattamente di questo. Che è poi la ragione di quella prospettiva di rivoluzione per cui ci battiamo.
Partito Comunista dei Lavoratori