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Unire le forze contro la guerra o dividerle?

 


La mobilitazione necessaria e i veti fuori luogo

24 Ottobre 2023

La manifestazione di Ghedi contro la guerra, convocata da un arco di organizzazioni che gravitano attorno al SICobas, ha visto i promotori opporre un secco e addirittura «sconcertato» rifiuto alla partecipazione del PCL.
Abbiamo giudicaro questo rifiuto politicamente sbagliato nel merito e assurdamente settario nel metodo.

In sostanza, con questa scelta i promotori hanno ritenuto opportuno delimitare la partecipazione a questa manifestazione non sulla base di rivendicazioni e parole d'ordine unificanti «contro la guerra, l’economia di guerra, il governo Meloni, la NATO», come recita l'appello di convocazione in apertura, ma sulla base di una comune identica analisi della natura del conflitto.

Prendiamo atto di questa modalità di costruzione e di mobilitazione, che evidentemente si ritiene efficace rispetto all'obiettivo che ci si propone.
Sarebbe semplice, da parte nostra, far notare la contraddizione fra il contenuto dell'appello (a partire dal titolo: «uniamo le nostre forze», «facciamo appello a tutte le realtà attive contro la guerra», «promuoviamo il 21 ottobre una mobilitazione nazionale unitaria»...) e la pratica del veto nei nostri confronti.
Così come sarebbe scontato far notare la presenza fra gli aderenti di organizzazioni (Potere al Popolo, USB [Brescia]) che ci risulta difficile far rientrare in quell'omogeneità di analisi e di posizionamento sull'Ucraina che a quanto pare era richiesta come condizione per poter partecipare alla manifestazione.

Quello che ci interessa maggiormente – il motivo principale per cui riteniamo deleteria la decisione presa dagli organizzatori – è far notare quanto questo atteggiamento sia controproducente rispetto ai fini, sterile rispetto al confronto, inefficace rispetto alle prospettive. È solamente per questo che pensiamo utile spendere ancora qualche parola.

Controproducente rispetto ai fini. Il periodo che si apre vedrà il tema della guerra sempre più all'ordine del giorno. È possibile, ed è auspicabile, che l'aumento delle tensioni interimperialiste, così come l'escalation nei teatri di guerra attuali (a cominciare dalla Palestina) e l'esplodere di nuovi conflitti, portino a mobilitazioni di massa contro la guerra anche in Italia.
Ciò vuol dire che potrebbero esserci manifestazioni contro la guerra convocate da organizzazioni come la CGIL, ARCI, ANPI, l'amplissimo e composito mondo delle varie sigle contro la guerra e dell'associazionismo in generale, ma anche da organizzazioni come i partiti della sinistra riformista in vario grado subalterni al PD.
Manifestazioni, cioè, che potrebbero eventualmente vedere il coinvolgimento non di avanguardie politiche e sindacali, ma di molte decine, se non centinaia, di migliaia di lavoratori, giovani, singoli che decideranno (magari per la prima volta in vita loro) di scendere in piazza.

Che cosa deve fare una forza di classe e anticapitalista in questo scenario? Quale deve essere il suo atteggiamento nei confronti di questi settori, di queste organizzazioni?
Noi pensiamo che sarebbe non solo sbagliato ma politicamente criminale voltare loro le spalle, o anche solo stare ai margini.
Stare ai margini di un eventuale movimento del genere avrebbe il solo effetto di non disturbare il manovratore, cioè in questo caso di consentire che la mobilitazione avvenga sotto l'indisturbata guida del pacifismo piccolo-borghese.

Una mobilitazione contro la guerra può essere efficace, e persino vincente, se modifica i rapporti di forza, se incrina il fronte guerrafondaio, se pone un argine alla narrazione e ai misfatti delle classi dominanti. E la forza per conseguire tali obiettivi – nella pratica, non solo nella propaganda – risiede solamente nella potenza messa in campo dai grandi numeri, cioè dalle masse.
Qualsiasi considerazione, per noi, muove da questo principio.
Ma se si intende parlare alle masse, bisogna essere consapevoli che le masse, persino in una situazione più avanzata, o finanche prerivoluzionaria, non sono in partenza su posizioni di classe né antimperialiste (figuriamoci disfattiste rivoluzionarie).

Se l'atteggiamento degli organizzatori della manifestazione di Ghedi prevede il rifiuto di manifestare con chi non condivide integralmente le loro posizioni e analisi sull'Ucraina, è legittimo chiedersi: pensano essi di imporre queste loro posizioni e analisi come condizione per la partecipazione a queste eventuali manifestazioni? Pensano di intervenire solamente nei casi in cui possano confrontarsi con settori che hanno le loro stesse posizioni? O intendono, al contrario, stare alla larga da queste mobilitazioni, proprio perché dominate dal pacifismo, da posizioni confuse, dall'interclassismo?

Se si ritiene che queste siano domande retoriche bisognerebbe per lo meno indicare su quale strategia, su quali tattiche, con quali interlocutori, incardinare la propaganda e l'agitazione di classe contro la guerra. Indicare cosa fare in questi (non così futuribili, e in ogni caso auspicabili) scenari. Altrimenti sarebbe lecito pensare che esse trovino il proprio inizio e la propria fine nelle manifestazioni convocate dal SICobas, e solamente in quelle.

Questi interrogativi trovano ulteriore conferma quando, come veniamo a sapere da un resoconto dell'assemblea preparatoria, gli organizzatori della manifestazione di Ghedi hanno proposto agli organizzatori delle altre due concomitanti manifestazioni per la pace [a Pisa e in Sicilia] «di lanciare un appello unitario alla mobilitazione, ma la proposta non è stata accolta». Ma se si intende organizzare una manifestazione di soli sostenitori delle posizioni dei convocatari, come mai è stato proposto un allargamento a settori e organizzazioni che chiaramente non condividono quelle posizioni?

E ci chiediamo, ancora: quanto può essere preso sul serio dichiarare, il giorno dopo la manifestazione, che «...non siamo certo soddisfatti dalla frammentazione tematica e organizzativa della giornata del 21 ottobre»?
E che senso ha da una parte rimproverare l'«attitudine anti-unitaria» dovuta al «rifiuto di altre componenti», e dall'altra parte ribadire che comunque quell'unitarietà che a parole si va cercando è in ogni caso impossibile, perché... «nessuno può sostenere che “guerra alla guerra” sia la stessa cosa che “no all’escalation” o “fuori l’Italia dalla guerra”»?

Ma andiamo avanti. Tanto il testo dell'appello quanto il resoconto dell'assemblea riconoscono la necessità di parlare alle masse e ai milioni di lavoratori. E questo è un bene. Nella storia recente italiana, il massimo avanzamento di posizioni di classe all'interno del movimento contro la guerra si riscontrò proprio quando quel movimento ebbe caratteristiche di massa, e cioè con il ciclo di mobilitazioni contro la guerra in Kosovo fino ad arrivare al movimento contro la guerra in Iraq. Non fu un caso. E non fu solamente per una ragione quantitativa.
Vorremmo far notare, di passaggio, che uno dei momenti di maggiore visibilità nella propaganda contro il "nemico in casa propria", cioè il nostro imperialismo, fu l'azione che la nostra organizzazione condusse, nella persona di Marco Ferrando, allora candidato alle elezioni politiche, a sostegno della resistenza degli iracheni contro gli invasori italiani durante la guerra scatenata nel 2003 da USA e potenze europee contro l'Iraq. In quel momento si levò da tutto l'apparato dell'informazione borghese, in blocco, un fuoco di sbarramento senza precedenti, diretto contro quelle posizioni disfattiste e antimperialiste e contro chi in quel momento le difendeva. (Il tutto mentre il 99 percento dell'allora sinistra ed estrema sinistra spasimava per convolare a nozze con il governo Prodi alle porte, cioè con il governo dell'imperialismo italiano). Ciò per quanto riguarda la cronaca, e la storia. E per quanto riguarda le patenti di "buon antimperialismo", elargite da qualcuno con troppa leggerezza e poca memoria storica.

Abbiamo ricordato questo episodio non perché siamo affezionati alla storia del PCL (alla quale in effetti siamo affezionati) quanto per sottolineare il ruolo decisivo che ebbe, in tutta quella fase, proprio la dimensione e la presa di massa del movimento contro la guerra. Fu ciò che determinò non solo la possibilità, la visibilità e le ripercussioni di quell'azione di propaganda ma anche il consenso (seppur minimo) che quell'azione seppe attirare, il tentativo di polarizzazione all'interno del movimento, la luce che fu possibile gettare su posizioni di classe, la visibilità ma anche per certi aspetti la maturazione di un punto di vista e di una strategia alternativi a quelli pacifisti e riformisti ufficiali.

E qui veniamo alla questione del confronto. È evidente che in una logica di fronte unico – e il fronte unico è ciò cui si richiamano le stesse organizzazioni dell'appello di Ghedi, e non solo per ciò che riguarda questa manifestazione – non siano né praticabili né immaginabili veti e omogeneità. Per lo meno se si intende il fronte unico come lo intendevano Lenin e Trotsky, e non come lo intendeva Bordiga. Ognuno segua chi vuole.
E ciò per il semplice motivo che il fronte unico è di massa (oltre che di classe): un fronte unico che non sia di massa è una contraddizione in termini. Non è definibile fronte unico, è un'altra cosa.
La questione è se queste pratiche e demarcazioni possano invece trovare spazio in una logica di unità d'azione delle avanguardie (o sarebbe meglio dire delle avanguardie delle avanguardie), quale è quella che intercorre tra le nostre organizzazioni, e quale è quella che è oggettivamente espressa nella manifestazione di Ghedi, al di là delle intenzioni.
Noi pensiamo che esse non siano desiderabili neanche nel caso di unità d'azione delle avanguardie.

Non è ovviamente in discussione il diritto di ogni organizzazione di delimitare come e quanto desideri l'area delle proprie interlocuzioni o della propria attività. Il punto è un altro, e cioè come si concepisce l'interlocuzione in rapporto all'azione (altrimenti non sarebbe un'unità d'azione ma un'unità d'unificazione, unità di discussione, unità di propaganda... insomma, unità per fare altro).

La divisione della classe lavoratrice oggi si riflette, direttamente o indirettamente, nell'arretratezza della sua coscienza, nella debolezza delle sue organizzazioni, nella mancanza di un referente di massa, nella subalternità alla classe dominante e ai suoi partiti, e soprattutto nella sua incapacità d'azione unitaria.
La divisione delle avanguardie (che è un riflesso essa stessa della divisione della classe, soprattutto nel lungo periodo) aggrava questo quadro e lo modifica qualitativamente. Sul terreno dell'azione, ciò vuol dire rendere impossibile quell'impulso minimo di coordinamento fra le situazioni in lotta e fra chi quella lotta la impersona. Con, a sua volta, un effetto inevitabile sulla dimensione di massa.
Ancor peggio quando si decide (o perfino si teorizza) la separazione delle avanguardie da altre avanguardie o delle avanguardie dalla massa. E quando la si decide e la si teorizza introducendo discriminanti che, in questo caso, non hanno niente a che vedere con la comune opposizione di classe ai diversi imperialismi, compreso il proprio, e il comune quadro di riferimento di princìpi.

Vediamo ormai da molti anni qual è stato il portato di questa linea e di questa logica, non solo sul terreno politico ma anche, ancor più gravemente, sul terreno sindacale. Occorre trarne un bilancio, e non è questa la sede. Ma pensiamo che l'argomento in discussione chiami in causa proprio questo.
L'esperienza delle assemblee dei lavoratori combattivi e del Patto d'azione anticapitalista (tanto per fare un esempio, che non a caso riguarda gli stessi organizzatori della manifestazione di Ghedi) hanno avuto il loro limite principale, come fu già allora nostra opinione, esattamente nella non comprensione che l'unità d'azione, e il quadro di obiettivi comuni e condivisi, non dovesse e non potesse essere subordinata all'omogeneità delle posizioni contingenti e delle analisi (vedi divisione sulla questione del green pass). E nella non comprensione che l'allargamento del fronte (il fronte unico) prevedesse non solamente l'interlocuzione e l'azione comune con le strutture di massa in quanto tali (e non solo con la loro base), ma anche la presenza e il lavoro al loro interno da parte delle avanguardie.

Le prospettive, in conclusione. Si delinea, come abbiamo detto, un periodo di inasprimento delle contraddizioni capitaliste e imperialiste su scala mondiale, con il loro precipitato di crisi (economiche, ambientali, migratorie...) sempre crescenti e con il loro corollario di guerre. Proprio le guerre – la loro natura, configurazione, caratteristiche, rapporto con le strutture economico-sociali ecc. – saranno sempre più dipendenti dallo scenario a venire.

Entrare in un'epoca di aperti scontri antimperialisti e di guerra guerreggiata vuol dire, per noi trotskisti, non solo ribadire la nostra ferma collocazione di classe, non solo tenere alti i nostri principi, ma anche dotare la classe di una propria strategia, di una propria tattica, di un proprio ruolo per trovare la strada alla sconfitta della guerra e alla vittoria di un nuovo ordine sociale. È ciò che Trotsky stesso tentò di fare, con gran scandalo dei settari e dottrinari dell'epoca, con la cosiddetta politica militare proletaria, applicandola alla Seconda guerra mondiale e allo scontro interimperialista dell'epoca. Crediamo che questo sia valido per l'oggi e per il domani.

Ma in uno scenario di guerra interimperialista le avanguardie comuniste e internazionaliste non possono non trovarsi unite nella difesa di una prospettiva disfattista, contro i governi, gli imperialismi, le loro guerre, al di fuori di ogni campismo. Una divisione delle avanguardie, ancor più in una guerra interimperialista dispiegata e in atto, non farebbe che rendere ancora più ardua la difesa di questa prospettiva. Nel vivo dello scontro aumenterebbe ulteriormente la difficoltà della presenza nei luoghi di lavoro, dell'intervento negli eserciti di leva, dell'azione in una società militarizzata e sottoposta a censura e repressione (censura e repressione in primo luogo delle avanguardie, come sempre).

L'unità d'azione non è per noi il presupposto di un cambiamento delle condizioni soggettive del proletariato. Ma non è neanche un fattore secondario rispetto alle condizioni in cui si svolge la lotta per il rovesciamento del sistema capitalista, tanto più oggi, tanto più su un tema come la guerra.
Il PCL non ha mai confuso l'unità d'azione con la costruzione del partito, né con la costruzione di fronti e blocchi politici permanenti. Ma mettere in contrapposizione questi due compiti, o, peggio, utilizzare il perimetro del proprio blocco politico come barriera per evitare o non porsi l'esigenza dell'allargamento e dell'egemonia sull'intero movimento e sulla classe, è il peggior servizio che si possa rendere alla lotta contro la guerra. Ci auguriamo che non sarà questa la linea di marcia.

Sergio Leone

Contro l'infamia dei licenziamenti Whirlpool è l'ora di voltare pagina

 


Solo la nazionalizzazione delle aziende che licenziano, senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, può unire gli operai e tutelare i posti di lavoro

La lettera di licenziamento da parte del gruppo Whirlpool conferma il totale cinismo di un'azienda che non si fa scrupolo di gettare i lavoratori e le lavoratrici in mezzo a una strada. La magistratura copre il cinismo padronale, rigettando il ricorso sindacale. Il governo smentisce le sue promesse di cartone, come già i due governi precedenti. Il famoso consorzio sulla mobilità che dovrebbe riassumere i licenziati è rimasto un fantasma, tempo perso per i lavoratori e guadagnato dai padroni Whirlpool, che ora provano a disgregare l'unità degli operai con lo strumento della corruzione economica individuale.

L'operazione Whirlpool va respinta. L'unità tra i lavoratori va salvaguardata, assieme all'enorme patrimonio di lotta accumulato in due anni. Ma si impone un bilancio della linea seguita sinora dalle direzioni sindacali. Prima l'idea di un improbabile “ravvedimento” della proprietà USA, poi la ricerca di un nuovo compratore sul mercato grazie all'interessamento dei governi, infine la fiducia nella magistratura, hanno finito col portare i lavoratori in un vicolo cieco. È necessaria ora una svolta.

Come abbiamo affermato sin dall'inizio di questa vicenda drammatica, c'è una sola possibile soluzione a garanzia del lavoro: la nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio dell'azienda Whirlpool. Sia lo Stato a farsi garante del posto di lavoro. Se poi Whirlpool è disposta a spendere 85000 euro per dipendente, li versi allo Stato. Non per liquidare il lavoro, ma per preservarlo. La rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori è l'unico modo di rispondere all'aggressione padronale con una radicalità uguale e contraria. L'unico modo per provare a riaprire la partita. L'unica via per porre il governo, e non solo il padrone, come propria controparte denunciando le sue responsabilità e le sue finzioni da intermediario.

Questa rivendicazione non può e non deve restare isolata; centinaia di delegati di diversa appartenenza sindacale la stanno promuovendo attraverso un appello nazionale. I lavoratori della GKN ultimamente l'hanno fatta propria con una decisione importante e preziosa. Si tratta di fare fronte comune su questa richiesta tra tutte le aziende in lotta per aprire una vertenza nazionale. Non si può più proseguire in ordine sparso, azienda per azienda, se non al prezzo di finire sconfitti, l'uno dopo l'altro, in un calvario che dura ormai da quindici anni. Ora basta. Ora è necessario voltare pagina. Se gli azionisti licenziano gli operai, gli operai hanno diritto di chiedere il licenziamento degli azionisti, e di chiederlo insieme.

Il Partito Comunista dei Lavoratori mette tutte le proprie disponibilità al servizio di questa battaglia. Chiede a tutte le organizzazioni sindacali che parlano a nome della classe lavoratrice di farla propria. Chiede a tutti i circuiti di avanguardia di unire nell'azione le proprie forze attorno alla rivendicazione della nazionalizzazione senza indennizzo e sotto controllo operaio.

Resta in ogni caso una considerazione di fondo. Solo un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può spazzare via la classe degli azionisti parassiti e riorganizzare la società su basi nuove. Solo la lotta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici può tutelare il lavoro e fare avanzare gli operai.

Partito Comunista dei Lavoratori

LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI SINISTRA UNITA E POTERE AL POPOLO

 

A partire dal 18 ottobre scorso abbiamo voluto rivolgerci alle compagne e ai compagni della sinistra d’opposizione di Bologna al fine di aprire una interlocuzione che favorisca la più ampia unità d’azione nelle mobilitazioni tra le nostre forze.

Abbiamo inviato la lettera che potete leggere di seguito ai recapiti reperiti sui siti web e Facebook ufficiali delle diverse organizzazioni.

Ad oggi non abbiamo avuto risposta.

Speriamo vivamente che ciò sia dovuta solamente ad un normale ritardo dovuto magari alla necessità di una complessa ma costruttiva risposta o puramente ad un errore di recapito da parte nostra del qual caso ci scusiamo.

Rimaniamo in attesa di un riscontro perché pensiamo che sia un’occasione importante per mettersi al lavoro nell’interesse esclusivo della classe lavoratrice e dei ceti popolari.

Saluti comunisti

 

LETTERA APERTA ALLE COMPAGNE E AI COMPAGNI DI SINISTRA UNITA E POTERE AL POPOLO

COSTRUIAMO L'UNITÀ D'AZIONE DELLE ORGANIZZAZIONI CHE FANNO RIFERIMENTO ALLA CLASSE LAVORATRICE

Care compagne e cari compagni.

Le scorse elezioni amministrative per l'elezione del sindaco e del consiglio di Bologna ci hanno visto divisi su liste contrapposte.

La ragione è molto semplice: abbiamo presentato programmi differenti e che cercano di dare una risposta diversa alle rivendicazioni fondamentali della classe lavoratrice e delle classi popolari sia sul terreno politico che su quello sociale.

Per quanto ci riguarda noi abbiamo sentito il dovere di presentare il nostro programma rivoluzionario che avanza le rivendicazioni fondamentali per dare soddisfazione ai bisogni fondamentali delle lavoratrici, dei lavoratori e delle classi popolari.

Questi bisogni possono essere soddisfatti solo rovesciando il capitalismo e iniziando l'edificazione socialista sotto la direzione delle organizzazioni e del governo delle lavoratrici e dei lavoratori.

Per raggiungere questo fine riteniamo indispensabile la costruzione del partito rivoluzionario sia a livello nazionale che internazionale e perciò abbiamo inteso ingaggiare la battaglia elettorale. Come ben sapete non siamo elettoralisti e non riteniamo il mero risultato elettorale il metro per giudicare la correttezza delle proprie posizioni e dell'azione di propaganda nei confronti della classe operaia. Tuttavia riteniamo la presentazione elettorale uno strumento importante per portare la nostra propaganda rivoluzionaria all'attenzione di una vasta platea di lavoratrici, lavoratori e settori popolari, interessati alle elezioni. In definitiva cerchiamo di contestualizzare la tradizionale tattica elettorale leninista.

Sappiamo che la vostra proposta politica non corrisponde ai criteri che abbiamo inteso seguire. Pertanto, al contrario di una parte importante dell’elettorale di sinistra, comprendiamo bene le differenze che esistono tra di noi e l'impossibilità, almeno per quanto ci riguarda, della composizione di un'unica lista genericamente di sinistra alle elezioni.

Abbiamo visto come, nonostante il fallimento dell'obiettivo di eleggere un consigliere comunale, il complesso delle nostre tre liste abbia registrato uno spostamento a proprio favore di alcune migliaia di elettori che hanno in ogni caso manifestato con il loro voto una volontà di contrastare da sinistra l’amministrazione targata PD, il partito che meglio rappresenta l'architrave della governabilità borghese oggi in Italia.

A questa domanda, oggi, crediamo, sia necessario dare una risposta, essendo fortemente convinti che la vera unità della sinistra si costruisca, non alle elezioni, ma nella mobilitazione.

Infatti è questa unità d’azione, a partire dall’avanguardia politica della classe lavoratrice, che può essere disposta utilmente a supporto della costruzione del più ampio fronte unitario di massa della classe lavoratrice, possibilmente con il contributo di tutte le organizzazioni che vi fanno riferimento.

A questo scopo il Partito Comunista dei Lavoratori è quotidianamente impegnato nella costruzione di percorsi unitari politici e sindacali e nel loro reciproco intreccio.

I terreni di incontro ed elaborazione comune, possono essere molteplici, fatto salvo che ogni organizzazione conservi del tutto legittimamente la propria autonomia di proiezione, proposta politica e programmatica,

Possono variare dal terreno delle rivendicazioni sindacali, con la ricerca costante della possibile unità d'azione del sindacalismo di classe, a temi sociali sentiti dall'opinione pubblica (ad esempio il rilancio della sanità pubblica), a temi più strettamente politici ideologici come l’antifascismo, il cui rilancio è tornato di estrema attualità dopo l’attacco fascista alla sede della CGIL.

Costruendo tra le nostre organizzazioni un momento di confronto comune e possibilmente un coordinamento sul terreno dell'azione risponderemmo al contempo alla domanda di unità che ci viene dall’elettorato di sinistra e ci doteremmo di uno strumento utile e favorevole alla costruzione della più ampia mobilitazione unitaria della classe lavoratrice e dei settori popolari a partire dal nostro territorio, l'unica unità che può veramente contrastare l'attacco padronale e delle amministrazioni locali sue subalterne.

Ovviamente il nostro percorso di coordinamento sarebbe e rimarrebbe aperto all'apporto di tutte le forze di sinistra di opposizione disponibili a cui continuerebbe a proporre la più ampia interlocuzione tanto più incisiva quanto resa forte dall’unità tra di noi.

Con la speranza di una favorevole accoglienza da parte Vostra di questa nostra proposta vi facciamo i nostri migliori auguri di buon lavoro per le ragioni della classe lavoratrice e delle classi popolari.

Saluti comunisti

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - SEZ. DI BOLOGNA

Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

 


Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi

Care compagne e cari compagni,

è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.

L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.

Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.

Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Nel cambio di scenario, per la più ampia unità d'azione della sinistra di classe

Comunicato del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Il presente documento riporta gli elementi condivisi della discussione del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione del 31 marzo. Li mettiamo a disposizione di un necessario dibattito interno alla sinistra di classe politica e sociale al fine di operare un salto di qualità nell'azione unitaria delle sinistre in Italia in questa fase.

Siamo di fronte a un cambio profondo dello scenario mondiale e nazionale, che investe la condizione quotidiana della larga maggioranza dell'umanità, i suoi costumi di vita, i suoi stessi immaginari. Un ciclone di portata straordinaria che coinvolge la vita pubblica e privata, ma anche l'economia mondiale e le condizioni della lotta di classe.


LA CONNESSIONE MONDIALE TRA PANDEMIA E PROFITTO

Non esistono complotti segreti da svelare ma una evidenza da denunciare: quella della connessione tra pandemia e profitto.
I processi di incontrollato sfruttamento dell'ambiente hanno favorito lo sviluppo della pandemia. L'arresto della ricerca scientifica sulla famiglia del coronavirus da parte delle case farmaceutiche nel 2003 – a seguito dell'arresto della epidemia SARS e quindi della non convenienza di mercato – è la causa dell'assenza attuale di un vaccino.
I tagli ai sistemi sanitari nel lungo ciclo dell'austerità per finanziare banche e imprese, hanno moltiplicato a dismisura in ogni parte del mondo gli effetti mortali della pandemia.
L'emergenza sanitaria così prodottasi sta trascinando una recessione mondiale di grande ampiezza, di cui già esistevano le premesse, ma che la pandemia ha accelerato e precipitato.
La crisi economica si riversa a sua volta sulle condizioni di vita e di lavoro della maggioranza dell'umanità, come mai era accaduto nel dopoguerra.


IL CICLONE CHE INVESTE L'ITALIA

In Italia questo ciclone si abbatte con particolare intensità, per il sovrapporsi al massimo livello della crisi sanitaria e della crisi sociale. L'emergenza sanitaria è stata amplificata dalla situazione di crescente degrado della sanità pubblica e dal comportamento di autentica criminalità padronale della Confindustria che si è opposta per ragioni di profitto alla recinzione del focolaio di Bergamo e Brescia, con effetti tragici in tutta la Lombardia e non solo.
Al tempo stesso la nuova recessione interviene sul lascito mai recuperato della depressione dell'economia italiana del 2008/2012, moltiplicandone gli effetti.

Il sovrapporsi di crisi sanitaria e crisi sociale si rovescia sui lavoratori, sulle lavoratrici, su tutti i settori oppressi della società. Nell'immediato, con una valanga di licenziamenti, cassa integrazione, espulsione dei precari, rovina sociale di una vasta area di piccole partite Iva, degrado e miseria per milioni di lavoratori in nero finiti su una strada, condizioni di fame per gli immigrati “irregolari”. Ma anche nella prospettiva, con la preparazione annunciata di nuovi piani di austerità per pagare l'enorme mole di miliardi da destinare a banche e imprese, e dunque l'ampliamento massiccio del debito pubblico.
Il negoziato in corso tra il governo italiano e gli altri governi della UE verte sulla copertura finanziaria di questa operazione. La prospettiva latente di un governo Draghi ne è la proiezione politica.


GLI SCIOPERI OPERAI A DIFESA DELLA SALUTE

Il fatto nuovo e rilevante sul fronte sociale è stato il prodursi degli scioperi operai contro l'assenza di condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro e di produzione. Scioperi della classe operaia industriale, relativamente diffusi, molto partecipati, prevalentemente spontanei. Scioperi che si sono posti in contraddizione con una politica delle direzioni sindacali che prima (fine febbraio) firmavano la dichiarazione congiunta con Confindustria a favore della continuità della produzione (“L'Italia non si ferma”), poi a fronte degli scioperi spontanei hanno cercato di correre ai ripari firmando in fretta e furia un protocollo d'intesa sulla sicurezza in fabbrica obiettivamente truffaldino.

La continuità degli scioperi, nonostante l'intesa, e la paura a questo punto di un conflitto sociale ingovernabile, hanno spinto il governo a un decreto concordato di sospensione di “attività non essenziali”. Ma le maglie larghe del nuovo accordo consentono a Confindustria di aggirarlo in larga parte del territorio nazionale attraverso il ricorso alle prefetture. La lotta di classe non è andata dunque in quarantena da nessun punto di vista.


CAMBIA IL SENSO COMUNE, TORNA LA QUESTIONE SOCIALE

Più in generale la vicenda in corso produce riflessi importanti sulla psicologia di massa e sull'immaginario collettivo.

Al centro della scena torna la questione sociale, lo scandalo dei tagli e delle ingiustizie subite per 30 anni in nome del profitto. Il senso comune di massa ha subito una scossa. Ne esce spiazzato il vecchio immaginario xenofobo e giustizialista di marca leghista (e non solo), come a maggior ragione le culture e i pregiudizi di marca liberista. Tutto ciò non determina di per sé un cambio della coscienza politica sedimentatasi in lunghi anni di deriva politica e culturale, ma certo apre una nuova contraddizione nuova e un nuovo spazio per l'intervento di massa anticapitalista. Ci pare essenziale intervenire in questo spazio, cogliendo le nuove potenzialità che si sono aperte, per rilanciare un progetto di alternativa di società. Un progetto capace di rapportarsi alla nuova situazione e sensibilità di massa, con un linguaggio semplice e popolare, per riproporre la centralità di una prospettiva anticapitalista. Quella di una alternativa di potere che assegni la guida della società alla classe lavoratrice, e la riorganizzi su nuove basi. Per noi questa alternativa si chiama socialismo.


LA CRISI LA PAGHINO I CAPITALISTI, NON I LAVORATORI E LE LAVORATRICI

Per metterci in sintonia con questo scenario nuovo e straordinario che si è prodotto pensiamo essenziale non solo aggiornare ma riarticolare radicalmente l'impianto delle campagne varate il 7 dicembre. Per collocarli nel nuovo contesto, rapportarli alle nuove domande, rilanciare la loro stessa capacità comunicativa nelle condizioni profondamente mutate.

“Questa crisi la paghino i capitalisti, non i lavoratori e le lavoratrici”, è il senso generale del nostro posizionamento politico generale, in opposizione a ogni unità nazionale. Non siamo tutti sulla stessa barca. Ne consegue un pieno sostegno alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici per la tutela incondizionata della propria salute contro ogni sua subordinazione a padroni e prefetture. La nostra emergenza contro la loro emergenza.

In questo quadro rivendichiamo il blocco dei licenziamenti, la copertura piena del salario al 100% per i lavoratori in cassa integrazione, un reddito dignitoso per tutti coloro che si trovano senza lavoro e senza reddito (“reddito di quarantena”), la regolarizzazione dei lavoratori immigrati, un provvedimento urgente di indulto per i reati minori per svuotare le carceri sovraffollate.
Ci battiamo per una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.
Rilanciamo la prospettiva della riduzione generale dell'orario di lavoro a 30 ore pagate 40, per ripartire il lavoro fra tutti in modo che nessuno sia privato del lavoro.

Rivendichiamo una patrimoniale straordinaria sulle grandi fortune.


PER UN SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE, PUBBLICO, GRATUITO

L’epidemia da coronavirus ha messo in luce la crisi del nostro sistema sanitario, alla quale hanno contribuito i due governi Conte. Il nostro sistema sanitario è da tanti anni in una condizione di sottofinanziamento. Nell’ultimo decennio ha subito un taglio di ben 37 miliardi, di politiche che hanno ridotto ospedali, posti letto, organici, servizi e prestazioni.
Si sono precarizzati i rapporti di lavoro, si è mortificata, anche economicamente, la condizione lavorativa, è avanzata una progressiva esternalizzazione, privatizzazione di servizi prima gestiti direttamente. Si sono inoltre sviluppati crescenti processi di finanziarizzazione, di corporativizzazione (emblematico lo sviluppo della cosiddetta sanità o mutualità integrativa, anche di derivazione contrattuale), di aziendalizzazione, di crescente compartecipazione dei cittadini alla spesa (ticket). I processi di autonomia regionale in materia sanitaria- che in tanti, con l’autonomia differenziata, vorrebbero spingere ancora più avanti- hanno di fatto messo in discussione l'esistenza stessa di un Servizio Sanitario Nazionale. Investire in direzione del rilancio, della qualificazione di una sanità pubblica, gratuita, di qualità è necessario e possibile assieme.

Serve un unico sistema sanitario nazionale, superamento della sanità privata; un piano straordinario di finanziamento massiccio del Fondo Sanitario Nazionale, che recuperi quanto tagliato, risponda alla domanda crescente indotta anche dalla evoluzione demografica, colmi i divari determinatisi tra le diverse aree geografiche, con particolare riferimento al Meridione; la reinternalizzazione dei servizi (sanitari, socio-sanitari, di supporto) e un vasto piano di assunzioni a tempo indeterminato volto a garantire l’intero sistema sanitario.

Inoltre, la situazione data pone la questione della ricerca, produzione, distribuzione dei farmaci e dispositivi sanitari cui dare risposta anche prefigurando processi di nazionalizzazione e la costruzione di forme di controllo dei lavoratori.

Un insieme di proposte questo che può essere sostenuto anche attraverso una petizione nazionale on line.


PER L'UNITÀ D'AZIONE PIÙ AMPIA DI TUTTE LE SINISTRE DI CLASSE

Su questi temi e terreni di proposta vogliamo confrontarci nel modo più aperto con tutte le sinistre di classe politiche e sindacali, fuori da ogni logica di veto e preclusione. È la ispirazione che ci ha guidato sinora e alla quale non intendiamo rinunciare.

Non abbiamo alcuna vocazione a recintarci in uno spazio separato a presidio di confini precostituiti. Vogliamo dialogare senza pregiudizio con tutte le altre organizzazioni politiche e sindacali di classe per discutere, concordare, costruire con esse campagne e iniziative comuni, con la più ampia disponibilità di ascolto. Con questa impostazione abbiamo preso parte alle assemblee promosse dal Si Cobas l'8 febbraio e 2 aprile, e così faremo con altri soggetti interlocutori. È la logica della più larga unità d'azione di tutte le organizzazioni dell'avanguardia politica e sindacale in funzione del più ampio fronte di massa del movimento operaio e dei settori oppressi della società. È una logica per sua natura refrattaria ad ogni settarismo, e al tempo stesso chiara nel suo orizzonte di classe e di massa.
Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione

Perché Marco Rizzo contrappone il partito al fronte unico?

Una domanda ai militanti del PC

Quando in agosto emerse il governo Conte due, con il coinvolgimento di Sinistra Italiana e la posizione anfibia del PRC, il PCL lanciò la proposta di un coordinamento dell'unità d'azione tra tutte le sinistre di opposizione, per definire insieme campagne comuni dal versante di un'opposizione di classe, nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto.

I successivi sviluppi in direzione dell'assemblea nazionale del 7 dicembre, e poi la nascita del coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione, hanno rappresentato lo sbocco di questa iniziativa, che ha registrato un successo superiore alle attese, in termini di partecipazione e di interesse.

La nostra proposta si indirizzò allora a tutte le sinistre di opposizione, indipendentemente dalle diversità politiche e programmatiche. Perché non si trattava di costruire un partito comune o un blocco elettorale, ma di realizzare una unità d'azione su obiettivi comuni tra soggetti diversi.
Per questo ci rivolgemmo, tra gli altri, anche al PC, con una lettera pubblica e contatti diretti tra dirigenti. Con la consapevolezza della profonda distanza di posizioni, ma anche della presenza reale di quel partito in ambienti giovanili dell'avanguardia.

La risposta di Marco Rizzo fu glaciale. Contrappose alla proposta di unità d'azione una propria manifestazione di partito (quella del 5 ottobre) nel segno di una indisponibilità pregiudiziale ad ogni reale convergenza unitaria.
Ma perché mai una legittima manifestazione di partito doveva contrapporsi all'unità d'azione? Peraltro la preclusione è rimasta immutata anche dopo il 5 ottobre, e nei mesi successivi.

C'è in questa posizione un risvolto autocentrato e settario che vuole presentarsi come tratto radicale, ma che esprime in realtà una pulsione opposta: la volontà di conservazione di un proprio spazio separato con finalità prevalentemente elettorali e di immagine. Come se il partito, invece che strumento rivoluzionario, diventasse il fine di se stesso a beneficio di qualche attenzione mediatica. È una concezione e cultura legittima, ma non ha nulla a che vedere col leninismo.

Per Lenin il partito svolge un ruolo fondamentale e insostituibile, ma in funzione dell'egemonia nel movimento reale, non come corpo separato rispetto ad esso. Una politica di fronte unico, di unità d'azione tra sinistre diverse su obiettivi e campagne comuni, mira ad ampliare l'azione dell'avanguardia della classe e dei movimenti, in funzione di una prospettiva di massa.
Un partito rivoluzionario non ha nulla da perdere dall'avanzamento dell'unità d'azione: semmai allarga in esso il proprio campo di relazioni, di costruzione, di possibile egemonia. Invece contrapporre il partito all'unità d'azione significa rivelare la propria indifferenza all'avanzamento della classe e della sua avanguardia, al di là di ciò che si scrive e si dice. In ultima analisi una indifferenza alla rivoluzione, al di là degli omaggi retorici e rituali che le vengono tributati. Come, del resto, in tanta parte della tradizione dello stalinismo.

Siccome siamo abituati al fatto che se si polemizza con Marco Rizzo scatta la difesa d'ufficio dei suoi fan piuttosto che una replica di merito con argomenti, poniamo pubblicamente una domanda molto semplice: perché il PC ha scelto di star fuori da ogni percorso di unità d'azione?

La risposta per cui il PC è talmente forte da potersi disinteressare dell'unità d'azione con altre sinistre classiste si incontra frequentemente sui social. Ma questa risposta conferma e peggiora il nostro giudizio. Sia perché la politica leninista del fronte unico ha interessato nella storia partiti rivoluzionari mille volte più grandi e rappresentativi del PC. Sia perché oggi la crisi profonda del movimento operaio italiano e la frammentazione delle sue stesse organizzazioni, politiche e sindacali, dovrebbe porre il tema dell'unità d'azione come esigenza elementare, tanto più a fronte della deriva reazionaria in corso. Del resto, se la domanda dell'unità è oggi così presente e diffusa tra militanti comunisti e avanguardie combattive è proprio perché riflette una esigenza obiettiva.

Certo, si può dare a questa domanda unitaria risposte diverse. Le si può dare una risposta frontista (l'alleanza col PD, nell'eterna riproposizione del centrosinistra); le si può dare una risposta elettoralista (facciamo un pateracchio elettorale a sinistra del PD, mischiando progetti diversi e inventandoci un nome). Sono risposte o subalterne o devianti, che non sviluppano la coscienza politica dell'avanguardia ma aggiungono confusione a confusione. E in ogni caso contraddicono l'autonomia del partito comunista.
Ma a quella domanda di unità si può invece dare una risposta corretta: quella dell'unità d'azione nella lotta di classe, nel rispetto dell'autonomia del partito e di ogni soggetto coinvolto. È quella che come PCL abbiamo dato attraverso il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione.

La cosa che invece non si può fare è ignorare quella domanda, oppure disprezzarla celebrando il rito dell'autosufficienza. Era la politica settaria che Lenin criticava quando a praticarla era Amadeo Bordiga alla testa di un PCd'I di quarantamila iscritti. Cosa mai avrebbe detto se a praticarla fosse stato, con tutto il rispetto, un Marco Rizzo?
Partito Comunista dei Lavoratori

Perché Rifondazione dice no al coordinamento delle sinistre di opposizione?

La risoluzione della Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista del 19 gennaio ha dato una risposta negativa alla proposta di unità d'azione che le è stata rivolta dall'assemblea nazionale del 7 dicembre a Roma e dal coordinamento che da essa è nato.

Come PCL ne prendiamo atto. Ma gli argomenti che l'accompagnano non reggono alla prova della logica.

La risoluzione votata dalla Direzione Nazionale del PRC propone «alle forze promotrici dell’assemblea del 7 dicembre scorso di individuare obiettivi concreti su cui sviluppare campagne politiche e mobilitazioni comuni» ma respinge «cartelli di sigle» e «sommatoria di partitini».

È una contorsione incomprensibile.
Il coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione non è affatto “un cartello di sigle”. È un coordinamento dell'unità d'azione su cinque temi concreti: la riduzione generale dell'orario di lavoro; la nazionalizzazione senza indennizzo delle aziende che licenziano, inquinano, delocalizzano; l'abolizione dei decreti sicurezza e degli accordi stipulati con la Libia; l'abolizione della legge Fornero; l'opposizione a ogni disegno di autonomia differenziata; il no alla guerra, la rottura con la NATO, il ritiro delle truppe italiane da tutte le missioni.
Su ognuna di queste campagne, com'è ovvio, possono realizzarsi convergenze e pratiche d'azione, nazionali e locali, che vanno al di là del coordinamento. Ma il coordinamento nazionale delle campagne è essenziale per dare ad esse una cornice d'insieme e definire i loro contenuti. Sull'insieme delle campagne, e su ciascuna di esse, il coordinamento nazionale ha discusso nel modo più aperto e con un metodo inclusivo, cercando il coinvolgimento più largo di tutte le organizzazioni disponibili, secondo le decisioni dell'assemblea del 7 dicembre. E infine ha prodotto i materiali delle campagne unitarie – un volantone di impostazione generale e cinque testi tematici – proprio per dare il via all'azione comune. Che senso ha dire che si è disponibili all'azione comune ma non al suo coordinamento unitario perché sarebbe un «cartello di sigle»!?

L'obiezione è tanto più curiosa perché il PRC, dopo il successo del 7 dicembre, ha partecipato alle riunioni del coordinamento con una rappresentanza della propria Segreteria nazionale. Ha dunque partecipato per un mese a un... cartello di sigle? È stato chiarissimo sin dall'inizio che le firme d'organizzazione attorno al volantone non prefigurano alcun nuovo soggetto, non alludono a sbocchi elettorali, tanto meno a un partito comune. Indicano semplicemente, in piena trasparenza, la paternità politica delle campagne unitarie e dell'indirizzo di merito proposto. Ogni organizzazione doveva scegliere se promuovere nazionalmente le campagne oppure no, se condividere i loro contenuti oppure no, se aderire al loro coordinamento oppure no. Una scelta libera, rispettosa dell'autonomia di ogni soggetto, e persino dei suoi tempi di decisione. Al punto di lasciare aperta, anche nazionalmente, la possibilità di aderire al coordinamento in un momento successivo al varo dei testi.

La Direzione Nazionale del PRC, dopo lunghe oscillazioni, ha scelto il no. È legittimo. Ma perché giustificare questo no evocando cartelli inesistenti o mascherandolo dietro finti rilanci unitari proprio nel momento in cui si respinge il coordinamento dell'unità d'azione?

La vera ragione del no sta, a nostro avviso, in altro. Sta nel fatto che la maggioranza dirigente di Rifondazione non condivide, com'è suo diritto, l'impostazione programmatica che è stata data alle campagne. Non vuole problemi con i vertici della CGIL. Non vuole rompere i ponti con la sinistra di governo (Sinistra Italiana). Continua a cercare di legittimarsi come sinistra “radicale” ma “responsabile”, a futura memoria, come mostra per ultimo la firma all'appello pacifista che difende l'Unione Europea e persino la NATO, o il plauso alla subordinazione di Podemos al governo della socialdemocrazia spagnola con la benedizione della monarchia. Un plauso su cui si chiude, non a caso, la risoluzione della Direzione Nazionale.

Sì, è vero, il nostro è un giudizio severo. Ma è il nostro giudizio. Esso non muta di una virgola la piena disponibilità del PCL all'unità d'azione col PRC come con altri soggetti riformisti. Perché il fronte unico non lo si fa con se stessi (come vuole Rizzo). Lo si fa tra forze diverse che scelgono di unire la propria azione su obiettivi comuni al servizio del proprio campo sociale, riconoscendosi al tempo stesso reciproca autonomia, compreso il diritto di critica. Questo è, per noi, il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione. Né più, né meno.

Il rifiuto del PRC di farne parte è negativo, ma certo non disarma il lavoro del coordinamento su scala nazionale e sui territori attorno alle campagne decise. E forse costituisce un'occasione di riflessione e di bilancio politico per tante/i comuniste/i del PRC, a partire dai tanti/e che in molte parti d'Italia sono e restano parte integrante dei coordinamenti unitari, nonostante le scelte della propria Direzione Nazionale.


Partito Comunista dei Lavoratori

Le ragioni di una opposizione a sinistra

Articolo pubblicato il 27 settembre su il Manifesto - La soddisfazione per la caduta agostana di Matteo Salvini, il ministro più reazionario del dopoguerra, è comprensibile. Chiunque abbia lottato per i diritti degli sfruttati non può che condividerla. Meno comprensibile a sinistra è l'apertura di credito al nuovo governo Conte. Il PD è stato negli anni un partito contrapposto al lavoro. Il voto determinante alla Legge Fornero, che ha spianato la strada a Salvini, lo diede il PD di Bersani. Renzi ha aggiunto al carnet la distruzione dell'articolo 18, ciò che neppure Berlusconi era riuscito a fare. Peraltro proprio Renzi è stato l'attore decisivo della formazione del nuovo governo, e la formalizzazione oggi di Italia Viva ne accresce ulteriormente il peso. Ora, un governo “di svolta” che si regge su Renzi non è già in sé una contraddizione in termini?

Il punto non è la legittimità parlamentare del nuovo governo, ma la sua natura di classe. Il primo voto di fiducia al Conte due non l'ha dato il Parlamento, ma il capitale finanziario, la Borsa, il Vaticano, le cancellerie dell'Unione Europea, il Presidente più reazionario della storia americana. Significa che i poteri forti, nazionali e internazionali, si sentono rassicurati dal ritorno al governo del PD quale partito organico di sistema. Di più: sperano che il PD possa “normalizzare” definitivamente il M5S, ripulirlo delle residue scorie, assimilarlo a un polo liberale stabile. Il voto del M5S a favore di Ursula von der Leyen in sede europea è un passo in questa direzione, come lo sono i negoziati in corso tra M5S e PD nelle regioni.

Peraltro il programma del nuovo governo, al netto di ogni retorica, riflette la sua natura: riduzione del cuneo fiscale con costo zero per i padroni; infrastrutture a tutto spiano; centralità del sostegno, fiscale e finanziario, al made in Italy. Mentre resta il Jobs Act, resta la Buona Scuola, resta la legge Fornero, restano nella loro “ratio” gli stessi decreti sicurezza, già peraltro sulla scia di Minniti. Resta insomma il lavoro sporco condotto dai precedenti governi. L'austerità non è rilanciata solo perché è ereditata. Le direzioni sindacali guadagnano il tavolo di concertazione, ma le ragioni del lavoro stanno dall'altra parte della barricata.

Il sostegno da sinistra al governo Conte, oltre che socialmente immotivato, è disastroso politicamente. Lasciare a Salvini e Meloni il monopolio dell'opposizione significa concimare la loro rivincita. È già avvenuto negli anni '90 e 2000, quando governi di centrosinistra nati “contro la destra”, e sostenuti dalla sinistra “radicale” (da Bertinotti a Rizzo), spianarono la strada due volte al ritorno di Berlusconi, oltre che al suicidio di Rifondazione. Sinistra Italiana pare ripetere, in peggio, la stessa esperienza, per di più con forze assai più marginali.

Credo che l'opposizione al nuovo governo sia l'unica scelta coerente di una sinistra classista. Una opposizione senza ambiguità: non basta dire che il Conte due “non è il nostro governo”, va detto che è un governo del capitale. Su questo terreno credo necessaria la più ampia unità d'azione di tutte le sinistre di opposizione, politiche e sindacali, in funzione della ripresa delle lotte sociali. Non c'è bisogno di (legittime) manifestazioni di partito camuffate da manifestazioni unitarie. C'è bisogno di costruire un'unità d'azione vera, che nel rispetto dell'autonomia di ogni soggetto – politico, sindacale, di movimento – muova dalla chiarezza di una scelta di campo: quello del lavoro, non del capitale.

Marco Ferrando