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Perché non aderiamo né partecipiamo a questa manifestazione

 


Gli inganni dell'europeismo imperialista nel nuovo quadro mondiale. Per un'Europa socialista, quale unica vera alternativa

13 Marzo 2025

Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione del 15 marzo "Una piazza per l'Europa"

Pubblichiamo qui il testo dei due diversi volantini che distribuiremo a Roma il 15 Marzo in occasione delle due manifestazioni previste: quella convocata a Piazza del Popolo che vede l'adesione e/o partecipazione di uno schieramento trasversale di centrosinistra a egemonia borghese liberale e atlantista; e quella convocata a Piazza Barberini da Rifondazione Comunista e Potere al Popolo nel nome della pace.

Il primo volantino (in questa pagina) segna la nostra contrapposizione frontale ai processi di riarmo degli imperialismi europei, e dunque la nostra denuncia della grave scelta della burocrazia CGIL e di Sinistra Italiana di accodarsi (“criticamente”) al patriottismo europeista in armi. Una vergogna.

Il secondo volantino marca la nostra distanza da un'impostazione che nel nome della pace rimuove la denuncia dell'imperialismo russo e della sua guerra d'invasione, finendo con l'abbellire lo stesso negoziato apertosi tra imperialismo USA e imperialismo russo per la spartizione coloniale dell'Ucraina. Cioè per una pace imperialista.

Siamo, come sempre, per il più ampio fronte unitario di mobilitazione contro l'imperialismo di casa nostra, ma non al prezzo di tacere sull'imperialismo di casa d'altri.




PERCHÉ NON ADERIAMO NÉ PARTECIPIAMO A QUESTA MANIFESTAZIONE

Non è tempo di equivoci ma di chiarezza.

Consideriamo grave la scelta della maggioranza CGIL e di Sinistra Italiana di accodarsi alla manifestazione di un indeterminato patriottismo europeo nel momento in cui i governi di tutta Europa avviano una nuova grande corsa agli armamenti.

Guardiamo in faccia la realtà. L'imperialismo USA di Trump apre all'imperialismo russo per cercare di separarlo dall'imperialismo cinese, immaginando una nuova spartizione del mondo fra tre grandi potenze (USA, Cina, Russia). Gli imperialismi europei reagiscono alla propria emarginazione perché vogliono partecipare alla spartizione. Ma sanno che possono sperare di partecipare alla sola condizione di sviluppare la propria potenza militare. Per questo promuovono la nuova grande corsa agli armamenti, al pari peraltro di tutti gli altri imperialismi.

Il problema non è se il cosiddetto riarmo procede paese per paese (come oggi prevalentemente è) oppure nel nome di una difesa europea (come chiedono Landini e Fratoianni alla coda di Schlein). Non è se il sovranismo in armi è nazionale o continentale. Il punto vero e di fondo è: chi è “il sovrano”? Qual è la classe sociale che si arma?

La classe che comanda in ogni paese è la classe dei capitalisti. La stessa classe che schiaccia i salari e precarizza il lavoro per competere sul mercato mondiale. La stessa che taglia sanità e istruzione per pagare il debito alle banche e alle compagnie di assicurazione. È un caso se il cosiddetto riarmo è fatto a debito? Non fa differenza se l'indebitamento è nazionale o europeo. In entrambi i casi sono chiamati a pagare i salariati. In entrambi i casi a vantaggio dei capitalisti e del loro portafoglio.

Ma noi siamo qui per chiedere un'Europa sociale, democratica, e di pace” obiettano Landini e Fratoianni. Ma è la solita retorica del nulla, che serve a coprire la propria capitolazione. La verità è che tutte le serie rivendicazioni “sociali, democratiche, di pace” sono incompatibili con la classe dei capitalisti, con i suoi governi e con le sue istituzioni, siano esse nazionali o europee.

È un caso se tutti i governi in Europa negli ultimi decenni hanno tagliato salari, salute, istruzione? I governi di “sinistra” o di centrosinistra non hanno fatto meglio delle destre. Spesso hanno spianato loro la strada. Il vento reazionario che oggi spira in Europa e in America non è forse figlio di tutto questo? Se Trump governa gli USA non è forse grazie alle politiche di Biden? Se Meloni oggi governa l'Italia non è forse grazie al suicidio della sinistra? La subalternità delle burocrazie sindacali ai governi capitalisti è stata ovunque complice di questa deriva.

La questione sociale non è separabile dal tema della NATO. È significativo che le forze promotrici di questa manifestazione siano apertamente atlantiste.
La NATO ha difeso la nostra democrazia” gridano in coro i liberalprogressisti, Calenda in testa, in compagnia di Meloni e delle destre, con le sinistre in coda o silenti. No, la NATO ha difeso per ottant'anni la democrazia dei capitalisti, contro le ragioni dei lavoratori. Ha ordito più volte operazioni reazionarie contro la stessa “democrazia”, come ai tempi di Gladio, dei generali greci o di Pinochet. Ha diretto le guerre imperialiste nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan. Ha coperto militarmente con la propria espansione nell'Est europeo la restaurazione capitalista dopo il crollo del Muro di Berlino. Da sempre ha sostenuto e armato lo stato sionista, incluso il suo governo più reazionario (Netanyahu) e i suoi orrendi massacri contro il popolo palestinese.

Per più di settant'anni gli imperialismi europei hanno utilizzato la copertura militare della NATO a difesa dei propri interessi contro altre potenze o rivali imperialisti. Ora che l'imperialismo alleato minaccia di defilarsi, in combutta coi rivali, lo supplicano di preservare l'alleanza. E anche per cercare di preservare l'alleanza corrono ovunque al proprio riarmo: esattamente quanto Trump ha chiesto loro per tenere in piedi la NATO (forse). Il patriottismo europeista non serve forse a mascherare tutto questo?

Di più. In ragione della propria natura, gli stati capitalistici europei sono incapaci di unificare l'Europa. Lo sgomitamento tra i diversi imperialismi nazionali europei per contendersi aree di influenza, spazi di mercato, commesse militari, conferma una volta di più che su basi capitalistiche uno stato federale paneuropeo è un'utopia. E se mai dovesse prodursi in futuro in direzione di un'Europa autonoma dagli USA, non nascerebbe affatto per questo una “Europa di pace”. Ma semmai una Europa ancora più armata, quale potenza tra le potenze. Come diceva Lenin: sulle basi del capitalismo, una unione europea o è impossibile o è reazionaria.
La moltiplicazione di poli imperialisti, vecchi e nuovi, è una spinta verso la guerra, non verso la pace. Non è questa forse la lezione mondiale degli ultimi quindici anni?

Ma l'Unione Europea a differenza di Trump sostiene l'Ucraina” urlano i liberal-atlantisti. In realtà la sostengono come la corda sostiene l'impiccato. Sia chiaro: gli ucraini hanno diritto a usare ogni arma disponibile per difendersi dall'imperialismo russo. Ma le armi che gli imperialismi inviano a Kiev sono per lo più caricate sul debito ucraino. In cambio (anche) di privatizzazioni, taglio di spese sociali, liberalizzazioni di mercato. Inclusa la liberalizzazione dei licenziamenti.

La rivendicazione USA delle risorse minerarie ucraine è parte di questa rapina più generale. Il governo borghese di Zelensky ha gestito e gestisce queste politiche antioperaie per ingraziarsi gli imperialisti. Ma si è posto di fatto sotto il loro ricatto. Non solo il ricatto umiliante di Trump in mondovisione. Ma anche quello più “democratico” e meno gridato degli imperialismi europei.
Del resto, possono ergersi a paladini dell'Ucraina gli stessi imperialismi europei che, al pari degli USA, sostengono e armano i crimini sionisti contro i diritti della Palestina? Anche una coerente difesa del popolo ucraino, come di tutti i popoli oppressi, implica la piena indipendenza del movimento operaio da ogni imperialismo, inclusi gli imperialismi europei, e da ogni governo loro asservito (Zelensky).

Per tutte queste ragioni ci battiamo contro ogni riarmo imperialista, nazionale, europeo, mondiale.
Contro ogni NATO, vecchia o nuova. Contro ogni economia di guerra. Contro ogni aumento delle spese militari, ed anzi per il loro abbattimento, a vantaggio innanzitutto di sanità e istruzione. Per la nazionalizzazione senza indennizzo di tutta l'industria bellica sotto il controllo dei lavoratori.

La lotta per la pace o è lotta contro ogni imperialismo, a partire dal proprio, o non è.
Il problema non è armare l'Europa, ma disarmare la borghesia europea. Ciò che solo una rivoluzione sociale potrà fare.

L'unica possibile Europa di pace è quella governata dai lavoratori e dalle lavoratrici. Una Europa socialista. L'unica che possa unificarsi su basi progressive. L'unica che possa schierarsi al fianco di tutti i popoli oppressi e del loro diritto di resistenza, senza scopi di rapina. L'unica che possa incoraggiare la ribellione delle masse lavoratrici dell'America, della Russia, della Cina, contro i propri imperialismi, le loro guerre, le loro politiche coloniali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Una nuova stagione di lotta di classe per contrastare il programma oscurantista dei sovranisti

 


La carta dei valori siglata tra i 16 principali partiti sovranisti e conservatori europei, tra cui Lega e Fratelli d’Italia, testimonia il ruolo da protagonista che l’estrema destra vuole giocare in Europa nei prossimi anni. In nome di un’Europa che rimette al centro le singole identità nazionali, le forze dell’estrema destra nazionalista chiamano a raccolta quanti vogliono un continente senza immigrati, islamici e omossessuali.

I sovranisti, rivendicando «l’eredità giudaico-cristiana dell’Europa», ripropongono la difesa della famiglia tradizionale, lo stop all’immigrazione, l’opposizione "all’iperattivismo morale dell’Unione europea". Questo manifesto ideologico disvela un’Europa cupa e reazionaria: quella sovranista e oscurantista dei diritti cancellati e delle libertà negate, quella che discrimina le donne e la comunità Lgbtq+.
Le dure parole di molti leader europei arrivano tardi e servono a poco. Non saranno certo le élite liberali del continente, le stesse che negli ultimi vent’anni non hanno mosso un dito per salvare le decine di migliaia di migranti annegati nel Mediterraneo, a difendere i diritti civili e democratici. Solo la ridiscesa in campo di una forte mobilitazione operaia su scala continentale, capace di saldare in un unico fronte la battaglia per i diritti civili e democratici con quelli sociali, può spazzare via la folata reazionaria che attraversa gran parte d’Europa. Solo una nuova stagione di lotta che rimetta al centro i bisogni e le aspirazioni delle classi subalterne può essere il lampo di magnesio che illumina una notte senza stelle.


UN FRONTE COMPOSITO ALLA RICERCA DI UNA CONVERGENZA

Questo manifesto ideologico è stato sottoscritto dalle forze politiche che fanno parte di tre gruppi diversi nel Parlamento UE, ovvero Identità e Democrazia (ID) e Partito dei Conservatori e dei Riformisti Europei (ECR), più Fidesz. Accanto al Rassemblement National di Marine Le Pen e agli spagnoli di Vox, spicca la presenza del partito del premier ungherese Viktor Orbán, recentemente uscito dal PPE, e del partito del primo ministro polacco Mateusz Morawiecki, due forze di governo che confermano il peso rilevante che le nazioni dell’Europa centrale rivestono in questo schieramento. Anche i sovranisti di casa nostra rivestono un ruolo importante. Matteo Salvini e Giorgia Meloni ricoprono un ruolo apicale all’interno dei loro rispettivi gruppi europei, e in caso di successo elettorale nelle prossime elezioni politiche, possono aspirare a diventare il perno imprescindibile del mondo conservatore e sovranista del vecchio continente, potenzialmente in grado di saldare le forze politiche dell’Europa Occidentale con quelle dei paesi di Visegrad.

La convergenza realizzata dal documento siglato lo scorso 2 luglio rende manifesto un duplice obiettivo: allargare l’area delle forze identitarie e al contempo rassicurare l’establishment sul fatto che il fronte sovranista in via di costruzione non sarà di stampo puramente estremista. Non a caso, la dichiarazione d’intenti non contiene le posizioni più schiettamente euroscettiche che alcuni dei sottoscrittori avevano sostenuto nel recente passato, come l’uscita dalla UE e l’abbandono della moneta unica. L’edulcorazione delle posizioni più accesamente antieuropeiste è funzionale al progetto di trasformare quest’area composita in un baricentro politico capace di attrarre quelle forze di centrodestra che si sentono a disagio nel Partito Popolare Europeo. Anche per questo dall’elenco dei firmatari sono state escluse le forze che più di altre vengono percepite come forze radicali e antisistema, come i tedeschi dell’AfD.


LE INCOGNITE DEL PROCESSO IN CORSO

L’arco politico che ha siglato la “carta dei valori” potenzialmente potrebbe associare 115 deputati, diventando a Strasburgo la terza formazione dopo i popolari e i socialdemocratici. Un numero ragguardevole, che potrebbe anche fungere da leva per accaparrarsi presidenze di commissioni e quote rilevanti dei finanziamenti dell’europarlamento.
Ovviamente la costituzione di un gruppo comune non rappresenterebbe il primo passo verso la costruzione di un’internazionale sovranista, che in sé sarebbe un vero e proprio ossimoro. Più realisticamente questo confronto che si è aperto nel campo sovranista potrebbe favorire la definizione di un nuovo contenitore politico dell’estrema destra al parlamento europeo, anche se la strada appare scoscesa e irta di ostacoli. La galassia sovranista, del resto, è assai composita e conflittuale, e le convergenze fra i suoi membri sono spesso parziali e momentanee. Da sempre questo mondo è attraversato da rivalità non episodiche, ma vi sono anche interessi specifici e questioni di merito assai significative che in alcuni casi riflettono visioni diametralmente opposte, come nel caso di Vlaams Belang e di Vox, entrambi uniti nel richiedere una ferrea regolamentazione dell’immigrazione, ma con gli spagnoli feroci nemici degli indipendentisti di casa loro, e con i fiamminghi che si battono apertamente per la secessione delle Fiandre dal Belgio. Altre formazioni, invece, all’ultimo momento si sono defilate dalla dichiarazione congiunta, come gli olandesi di JA21, che volevano che nella dichiarazione comune fosse contemplato il no al trasferimento di risorse dal Nord al Sud dell’Europa.

L’evoluzione di questo processo dipenderà anche dai rapporti di forza tra la Lega e Fratelli d’Italia, una partita che si gioca a Strasburgo ma soprattutto a Roma, dove in palio c’è la conquista del primato nella coalizione di destra che concorrerà alle prossime elezioni politiche. Da verificare saranno anche le linee di faglia che, nel prossimo periodo, si possono aprire all’interno delle singole forze politiche, come nella Lega, dove il ministro dello sviluppo economico Giorgetti può appoggiarsi a settori importanti del Carroccio, quelli maggiormente legati ai ceti produttivi del Nord Italia, per perseguire un indirizzo politico diverso da quello salviniano: scolorire il profilo sovranista della Lega per avvicinarsi al PPE.
Anche nel partito di Marine Le Pen si possono aprire delle contraddizioni, come si è iniziato a vedere al recente congresso di Perpignan, dove l’estrema destra transalpina ha iniziato ad interrogarsi sull’efficacia della cosiddetta dédiabolisation, una strategia volta a presentare un’immagine rassicurante intesa a conquistare il consenso tra i ceti moderati che tradizionalmente votano per le formazioni che collocano al centro. Una strategia che alle ultime elezioni regionali ha segnato il passo, non riuscendo ad allargare il consenso e creando malumore tra la base militante (con la chiusura di alcune federazioni) ed anche tra l’elettorato più radicale, che in previsione delle elezioni presidenziali del prossimo anno potrebbe essere attratto dai proclami accesamente retrivi di Eric Zemmour, se il noto commentatore deciderà di correre per l’Eliseo.


L’INEFFICACIA DELLA RISPOSTA EUROPEISTA

A questa ventata oscurantista, lo schieramento liberale e socialdemocratico contrappone i valori della costruzione europea, che a loro dire difenderebbero i diritti civili e democratici dei cittadini. In questo quadro, le cancellerie europee hanno usato parole di fuoco per denunciare la deriva illiberale dell’Ungheria di Orbán. Da quando è uscito dal PPE, il premier magiaro è costantemente pressato dalla critica dei governi dell’Unione Europea che gli imputano il non rispetto dei valori comunitari in merito allo stato di diritto e all’indipendenza della magistratura. Gli strali si sono appuntati soprattutto sulla legge omofoba e discriminatoria approvata dal parlamento di Budapest. Persino il Consiglio d’Europa si è sentito in dovere di prendere posizione per il rispetto dei diritti Lgbtq+. Tali vibranti proteste in difesa dei diritti civili sono una novità assoluta per i paludati ambienti di Bruxelles, visto che non hanno proferito parola per una legge approvata alla fine del 2018 che impone ai lavoratori ungheresi di effettuare una mole di ore di lavoro straordinario non pagato. Una legge significativamente ribattezzata “legge schiavitù”, che ha gonfiato i profitti non solo degli imprenditori locali, ma anche dei capitalisti stranieri (in specie tedeschi) che lì hanno delocalizzato una parte della loro produzione. Segno che per l’Unione Europea le necessità dell’economia capitalista prevalgono sui valori, e che i diritti sociali si fermano davanti ai cancelli delle fabbriche.


LA NECESSITÀ DI UNA RISPOSTA DI CLASSE

Al di là delle fortune elettorali altalenanti, le forze della destra e dell’estrema destra europea dimostrano di essere ben radicate nella società. Non solo confermano la capacità di produrre fatti politici rilevanti, ma soprattutto continuano ad essere in grado di veicolare le loro posizioni reazionarie, xenofobe e razziste in amplissimi strati della società.

In un’Europa ferita dalla pandemia, dove chi già subiva gli effetti delle politiche di austerità si ritrova ancora più povero ed abbandonato, la malapianta della predicazione sovranista può trovare nuova linfa vitale, riproponendo falsi miti, nuove identità e facili capri espiatori a cui addossare la colpa del disagio e della crisi. Il razzismo nei confronti dei migranti, la contrapposizione tra gli ultimi e i penultimi, e la discriminazione delle minoranze, possono cioè conoscere una nuova stagione capace di occultare le contraddizioni di fondo – quelle di classe – che muovono e determinano i destini individuali e collettivi.
Lo scenario dominato dalla falsa contrapposizione tra élite europeista e nazionalismo sovranista si potrà nuovamente riprodurre se le forze del movimento operaio non abbandoneranno la fallimentare politica collaborazionista, per rilanciare invece una decisa e coerente mobilitazione anticapitalista che si batta contro i veri responsabili della crisi economica e sociale. Anche perché la narrazione reazionaria dei nazionalisti si è finora nutrita di quel groviglio di risentimento e di senso di abbandono che negli ultimi decenni è cresciuto nel seno delle classi subalterne, mentre i cosiddetti progressisti sposavano la causa della “buona globalizzazione” e lasciavano le classi inferiori preda delle loro paure e delle loro sofferenze.

Piero Nobili

Per il più ampio fronte unitario di opposizione al governo Draghi

 


Lettera aperta rivolta a tutte le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra di classe a seguito della formazione del governo Draghi

Care compagne e cari compagni,

è sicuramente evidente a tutti noi la rilevanza del cambio politico intervenuto con la formazione del governo Draghi. Un governo che è diretta espressione del capitalismo e della grande finanza, italiani ed europei. L’ampia unità nazionale che si è raccolta attorno al nuovo esecutivo non è solamente un episodio di clamoroso trasformismo, ma la misura della comune subordinazione al capitale finanziario di tutti i partiti di governo. Dai partiti europeisti liberali sino ai partiti di cosiddetta marca sovranista.

L’enfatica celebrazione mediatica di Mario Draghi indica l’investimento centrale della classe dominante nel nuovo esecutivo, come strumento di riorganizzazione del capitalismo italiano e del suo rilancio. Sul piano dei rapporti di classe, a partire dallo sblocco dei licenziamenti, sotto la pressione diretta di Confindustria; ma anche sul piano europeo e internazionale, nel segno di una forte sottolineatura atlantista.

Ogni sostegno accordato al nuovo governo da parte di forze della sinistra politica come da parte delle direzioni sindacali ci pare in profonda contraddizione con tutte le ragioni del lavoro. E viceversa tutte le rivendicazioni più elementari dei lavoratori e delle lavoratrici, a partire dalla difesa della salute e del lavoro, militano contro il governo Draghi.

Per questo crediamo importante che fuori e contro l’unità nazionale attorno a Draghi prenda forma il più vasto fronte unitario di azione di tutte le sinistre di opposizione e di classe, sociali, politiche e sindacali, estranee al campo liberale come alla “galassia sovranista”. Superando ogni logica di primogenitura, di autosufficienza, di autocentratura, ci pare sia il momento di costruire gli “Stati Generali” dell’opposizione di classe.

Non è in discussione naturalmente la piena autonomia politica e organizzativa di ogni soggetto, nella consapevolezza delle diversità esistenti. L’esigenza che qui vogliamo sottolineare è un’altra: quella di fare fronte comune contro il governo dal versante dei lavoratori e delle lavoratrici; quella di una unità d’azione delle nostre organizzazioni che si ponga al servizio della ricostruzione di una opposizione di massa. L’unica in grado di alzare un argine e di incidere sui rapporti di forza, tanto più a fronte del nuovo scenario politico.

Ci rivolgiamo dunque a tutte le organizzazioni della sinistra di classe, e a tutti i circuiti dell’avanguardia che già si pongono sul terreno dell’opposizione e già sollevano con diverse modalità il tema dell’unità delle lotte, per discutere insieme su come fare fronte comune. Per quel che ci riguarda siamo pienamente disponibili a superare la nostra stessa esperienza di coordinamento dentro un fronte d’azione più largo.

La preparazione comune di una manifestazione nazionale unitaria contro il governo di tutta l’opposizione di classe – da discutere e definire congiuntamente – ci pare possa essere un banco di prova importante dell’unità d’azione.

Coordinamento nazionale delle sinistre di opposizione
(Comunisti in Movimento, Fronte Popolare, La Città Futura, Partito Comunista Italiano, Partito Comunista dei Lavoratori, Partito Marxista-Leninista Italiano)

Recovery fund. La svolta europea e il portafoglio dei salariati

Il fatto nuovo c'è, ed è rilevante. La più grande crisi capitalistica del dopoguerra ha spinto gli imperialismi europei a una parziale gestione comune del debito pubblico, cioè all'emissione di titoli continentali coperti dal bilancio comunitario. I famosi Eurobond, a lungo evocati da ambienti borghesi liberali e riformisti, hanno visto di fatto la luce.
Il valore complessivo dei titoli emessi, secondo i diversi programmi previsti (Sure , Bei, Recovery Fund), corrisponde a una cifra imponente. Superiore in termini di incidenza percentuale sul Pil europeo del piano Marshall del 1948/1951 (ben il 5% del Pil continentale). La spartizione della somma ricavata dalla loro collocazione sul mercato è direttamente proporzionale all'impatto della crisi sulle diverse economie nazionali. Italia, Spagna, Francia, sono dunque le prime beneficiarie. La suddivisione interna tra prestiti e sussidi (a fondo perduto) varia anch'essa in rapporto alla portata della recessione annunciata. Per l'Italia è pertanto prevista una destinazione di risorse obiettivamente consistente.
Il significato politico dell'accordo è chiaro: il capitalismo tedesco ha accettato quella soluzione di parziale mutualizzazione del debito (futuro) che aveva rigorosamente respinto come impossibile per decenni. Lo ha fatto per timore che il crollo di Italia e Spagna potesse trascinare in rovina l'economia tedesca, profondamente integrata con quella italiana a partire dal settore centrale dell'automotive, e precipitare così la disgregazione del mercato europeo. Inoltre ha sicuramente giocato un ruolo centrale l'asse della Germania con la Francia, di cui Berlino non può privarsi.

Un salto verso l'Europa capitalista “federale”? No. La gestione comune del nuovo indebitamento pubblico è stata concordata dal Consiglio Europeo, dunque dai capi di governo nazionali. Il Consiglio Europeo avrà un ruolo importante nel controllo della destinazione delle risorse pattuite.
Il complesso meccanismo previsto, per quanto non preveda il diritto di veto, garantisce gli interessi dei vari Stati capitalisti, dentro un faticoso equilibrio, fonte di possibili contenziosi. I parlamenti nazionali, incluso quello olandese, dovranno ratificare l'accordo intervenuto, come fosse una modifica del Trattato. Basterebbe il no di un Parlamento per far saltare l'accordo. Il blocco dei capitalismi nordici (Svezia, Olanda, Danimarca), insieme all'Austria, eserciterà una funzione di freno, e ha consentito l'accordo solo grazie all'ottenimento del taglio dei propri contributi al bilancio continentale. Il cosiddetto blocco di Visegrad, a partire da Ungheria e Polonia, mercanteggia l'avallo dell'accordo con la preservazione dei propri regimi reazionari, in un quadro di negoziato permanente.
Occorre dunque prudenza nel misurare portata e prospettive del Recovery Fund. Una svolta è avvenuta. Al tempo stesso non è ancora consolidata, né è irreversibile.

Il punto vero, tuttavia, è un altro: una svolta nelle relazioni capitalistiche non è affatto una svolta per il portafoglio dei lavoratori. Tutt'altro.


UNA GIGANTESCA OPERAZIONE A DEBITO

L'intera operazione del Recovery Fund, come quella di Sure e Bei, è a debito. L'Unione degli Stati capitalisti vende titoli continentali sul mercato finanziario. Chi li comprerà? I cosiddetti investitori istituzionali: banche, fondi, compagnie di assicurazione. Dunque l'Unione degli Stati capitalisti accumula un proprio debito nei confronti del capitale finanziario, con l'impegno a ripagarlo coi dovuti interessi. Con quali risorse lo ripagherà? Con quelle del bilancio comunitario, di cui dispone la Commissione Europea. Ma il bilancio comunitario è estremamente ridotto (l'1% del Pil continentale) ed oltretutto ha visto dopo la Brexit e prima della pandemia un ulteriore restringimento. Dunque per soddisfare i creditori, cioè gli acquirenti dei titoli, occorre espandere le risorse di bilancio disponibili. Si può farlo in due modi: applicando nuove imposte continentali e/o aumentando i versamenti statali al bilancio europeo. L'Italia si è impegnata ad esempio ad accrescere di 50 miliardi il proprio versamento, così altri paesi. Come finanziano gli Stati nazionali, a loro volta, questi accrescimenti di spesa? O attraverso la fiscalità generale, che grava ovunque sui lavoratori salariati, o/e tagliando le spese sociali a danno prevalentemente della popolazione povera.
Dunque, il primo dato certo dell'indebitamento europeo è che verrà scaricato sul portafoglio dei lavoratori. E non è che il primo aspetto.


A CHI ANDRANNO I SOLDI?

Una volta che la UE ha venduto i nuovi titoli continentali sul mercato finanziario, coprendoli con risorse prese da salari e spese sociali, distribuisce il ricavato ai diversi paesi secondo il criterio prima indicato, parte in prestiti, parte a fondo perduto. Ma a chi andranno concretamente questi soldi? In buona misura a imprese e banche, colpite dalla recessione. Gli stati nazionali hanno già varato per proprio conto grandi operazioni di finanziamento dei capitalisti attraverso l'apposizione di garanzie pubbliche al credito bancario. Ora il Recovery Fund interviene sullo stesso tracciato, sotto forma del “sostegno alla competitività delle imprese” e della “sostenibilità del credito”. Gli stessi investimenti green, infrastrutturali e in digitalizzazione sono di fatto trasferimenti alle imprese sotto forma di incentivi, sussidi, detassazioni. Un affidamento al mercato, che come l'esperienza insegna non promette alcuna svolta né sul terreno ambientale né su quello sociale.

La novità è che parte di questa elargizione non dovrà essere rimborsata. Si tratta di regalia pura, senza accrescimento del debito pubblico. Peraltro, già il solo annuncio della nuova pioggia di miliardi in arrivo ha coperto una ulteriore detassazione dei capitali. In Italia è stata tagliata in piena pandemia la prima tranche dell'IRAP (4 miliardi) che oggi finanzia la sanità. Confindustria chiede in queste ore che la prossima legge di stabilità cancelli definitivamente la tassa (13,4 miliardi complessivi). Lo stesso ordine del giorno, in varie forme, viene posto in Francia e in Spagna. Ovunque i soldi europei finanziano la detassazione dei padronati nazionali, tutti in corsa gli uni contro gli altri per la massimizzazione dei propri profitti.

Non solo. Per poter ridurre i contributi di Olanda, Svezia, Danimarca e Austria al bilancio europeo, e al tempo stesso allargare quest'ultimo, il Consiglio Europeo ha tagliato 9,4 miliardi di spese sanitarie e 7 miliardi per la ricerca. Il primo biglietto da visita del Recovery Fund lo pagano la sanità pubblica e la ricerca medica. E ciò in presenza della più grande pandemia del dopoguerra.


LE “RIFORME” AL SERVIZIO DI CHI?

A sua volta, questa destinazione ai capitalisti dei diversi paesi di quanto ricavato dalla vendita dei titoli europei ai gruppi capitalisti è condizionata dal varo delle famigerate “riforme”. Le “riforme” hanno il marchio di sempre: liberalizzazione del mercato, flessibilizzazione del lavoro, e soprattutto piani di rientro credibili dal debito pubblico.

Il debito pubblico di ogni paese è cresciuto enormemente per le spese legate alla pandemia, il soccorso pubblico a imprese e banche, la precipitazione della recessione. Non volendo tassare i capitalisti ed anzi volendo continuare a detassarli, i governi borghesi sono ricorsi ben prima del Recovery fund a nuovo deficit e nuovo debito. Cioè hanno emesso propri titoli pubblici, ordinari o straordinari, per venderli sul mercato finanziario. Li hanno comprati banche nazionali, compagnie di assicurazione, e la BCE. Una BCE che oggi continua a finanziare massicciamente innanzitutto l'Italia, comprando i suoi titoli, ben al di là della quota detenuta in BCE da Bankitalia.
Questa enorme crescita del debito pubblico sovrano è una mina vagante per l'economia mondiale ed europea. Occorrono dunque piani di rientro. Nel 2020 ovviamente è impossibile, dal 2021 è inevitabile, pena la fuga degli investitori, la minaccia di crack, l'impennata dei tassi di interesse.
Come avvengono i piani di rientro? Consolidando il cosiddetto avanzo primario, cioè il rapporto tra entrate e uscite al netto dei tassi di interesse. Significa che ogni anno i tagli dovranno essere superiori al prelievo fiscale. Punto. Non a caso l'avanzo primario è una costante delle leggi di bilancio in Italia negli ultimi vent'anni. Il ministro del Tesoro Gualtieri ha assicurato che manterrà questo «percorso virtuoso». È la garanzia offerta dall'Italia ai propri creditori, banche italiane in testa e BCE. La piena preservazione della Legge Fornero, la cancellazione della elemosina di quota 100, sono già nella partita di scambio. Nessun pranzo è gratis, come dicono i padroni. Tranne per i padroni.


NÉ EUROPEISTI NÉ SOVRANISTI. SEMPLICEMENTE COMUNISTI

Qual è dunque l'indicazione di fondo che emerge dal nuovo accordo europeo? L'Unione Europea, stretta nella morsa tra USA e Cina, preserva la propria esistenza attraverso una gigantesca operazione a debito, che si somma al crescente indebitamento pubblico di tutti gli Stati nazionali. La montagna del debito, nazionale ed europeo, poggia sulla schiena di centinaia di milioni di lavoratori salariati del vecchio continente. C'è un solo modo di liberarsene: rovesciare la classe dei capitalisti, a partire dai capitalisti di casa nostra. È possibile recuperando l'autonomia della classe lavoratrice contro gli europeisti borghesi e contro i sovranisti reazionari. La linea divisoria non è tra Unione Europea e Indipendenza Nazionale. È tra i capitalisti, italiani ed europei, e i salariati di ogni paese.
L'abolizione del debito pubblico verso il capitale finanziario, la nazionalizzazione delle banche, vanno posti all'ordine del giorno nei programmi di mobilitazione della classe lavoratrice, in ogni paese e su scala continentale, legandoli alle battaglie per la ripartizione del lavoro (30 ore pagate 40), di riorganizzazione ecologica della produzione, di un investimento massiccio nel sistema sanitario e nell'istruzione, pagata dai grandi patrimoni, rendite, profitti.

La crisi la paghi chi l'ha provocata, non chi l'ha subita.
Partito Comunista dei Lavoratori

Portare nelle lotte una prospettiva generale

Allargare il patto d'azione per il fronte unico di classe, unire le lotte delle lavoratrici e dei lavoratori

Un contributo alla riflessione

Testo del volantino per le manifestazioni del 6 giugno convocate dal "Patto d'azione per il fronte unico anticapitalista".


Le manifestazioni del 6 giugno, su scala nazionale, sono il primo momento di riconquista dello spazio pubblico contro governo e padronato da un versante classista, anticapitalista, e unitario, dopo i mesi della pandemia.
“Siano i capitalisti a pagare la crisi, non i lavoratori e le lavoratrici”: questo è il senso della piattaforma comune del patto d’azione. Una piattaforma che mira ad unire gli sfruttati contro gli sfruttatori e tutti i loro partiti, che non si subordina alle burocrazie sindacali, si oppone apertamente al governo, combatte l’europeismo borghese liberale ma anche il sovranismo reazionario, comunque mascherato o evocato. Perché “gli operai non hanno patria” (Marx), come ci insegnano tante piazze d’America.

Le manifestazioni nelle piazze di tante città esprimono l’unità d’azione di forze diverse dell’avanguardia di classe, politiche e sindacali. È un fatto importante. Il PCL è parte di questo processo. Da tempo ci battiamo contro la frammentazione dell’iniziativa di classe, contro la logica autocentrata di chi contrappone il proprio sindacato o il proprio partito all’esigenza elementare dell’unità d’azione. Di chi celebra come virtù il proprio rifiuto di lotte comuni.

È una logica che va rovesciata. Nessuno mette in discussione l’autonomia politica di ogni soggetto, politico e sindacale. Ma l’autonomia di ciascuno deve porsi al servizio della lotta di tutti. È nella lotta comune, dentro la stessa appartenenza di classe, che va sviluppato il libero confronto di progetti diversi.
Questa è la logica con cui il nostro partito ha lavorato all’assemblea nazionale unitaria delle sinistre di opposizione al governo, il 7 dicembre scorso, dando vita al loro coordinamento nazionale. È la stessa logica con cui abbiamo aderito sin dall’8 febbraio al patto d’azione promosso da SI Cobas.

Dobbiamo continuare insieme su questa strada. Estendere l’unità d’azione dell’avanguardia; coinvolgere attivamente ogni soggetto disponibile, politico, sindacale, di movimento; coordinare il patto d’azione sui territori; intervenire a sostegno di ogni lotta che abbia valenza progressiva contro padroni e governo, portandovi la nostra piattaforma comune.

Al tempo stesso, dentro la lotta comune, vogliamo porre tre elementi di riflessione.


PATTO D’AZIONE E FRONTE UNICO

Non confondiamo il nostro patto d’azione col fronte unico della classe.

Il fronte unico della classe è quello che muove i milioni, che sono la massa critica necessaria per reggere l’urto dell’offensiva capitalista e reazionaria, capovolgere i rapporti di forza e creare le condizioni di una alternativa vera. Il nostro patto d’azione organizza ancora poche migliaia (o decine di migliaia) di avanguardie. Un patrimonio preziosissimo e indispensabile, protagonista di mille lotte di resistenza, ma ancora molto limitato, tanto più a fronte del riflusso profondo del movimento operaio e della sua coscienza, e della nuova drammatica offensiva capitalista.

Avere la misura dei nostri limiti d’avanguardia è l’esatto opposto di una politica minoritaria. È la condizione decisiva di una attiva politica di massa. Di un intervento che ambisca a muovere la massa e a conquistarla. Di un intervento che non si limiti a recintare il proprio piccolo spazio “antagonista”, ma che punti strategicamente a rilanciare il conflitto di massa, a ricomporre la sua unità, a organizzare la sua forza, a conquistare la sua direzione.
L’unità d’azione d’avanguardia crediamo debba ambire a questa prospettiva, che è in ultima analisi la prospettiva rivoluzionaria. La parola d’ordine del fronte unico di classe e di massa contro l’offensiva padronale è parte oggi di questa azione.


ANTAGONISMO E RIVOLUZIONE

È importante far emergere dentro l’esperienza del patto unitario il tema della rottura anticapitalista.

Non è sufficiente una rosa di rivendicazioni immediate per definire la prospettiva di rivoluzione. Eppure, nessuna delle rivendicazioni del patto può essere strappata e neppure coerentemente perseguita fuori da quella prospettiva, tanto più nella nuova grande crisi. Chi pensa seriamente che sia possibile anche solo l’abbattimento delle spese militari o la riduzione dell’orario a 30 ore pagate 40 dentro le compatibilità del capitale?

Da qui l’importanza di un programma che leghi presente e futuro; che “riconduca ogni obiettivo immediato al fine rivoluzionario” (Gramsci); che faccia da ponte tra la coscienza arretrata dell’oggi e la necessità della rivoluzione; che al tempo stesso agisca da fattore di organizzazione, unificazione, maturazione della classe, e attorno ad essa di un nuovo blocco sociale. È il tema del programma di transizione su cui si cimentò un secolo fa una generazione di comunisti e che va oggi declinato in rapporto alle attuali condizioni. Le stesse rivendicazioni del nostro patto pongono di fatto questo tema, ben oltre la soglia del puro antagonismo.


UNITÀ D’AZIONE O PARTITO? UNA CONTRAPPOSIZIONE SBAGLIATA

Il tema del soggetto politico, del “partito”, è affiorato più volte nella discussione del patto, talvolta come sbocco auspicato del patto stesso, talora come fantasma da cui rifuggire. In entrambi i casi, a nostro avviso, con una impostazione sbagliata.

Non c’è programma di rivoluzione senza un’organizzazione politica di rivoluzionari coscienti che miri a raggruppare attorno ad esso la parte più avanzata dei lavoratori e dei giovani, e che persegua quel programma in forma coordinata su tutti i terreni della lotta: nella lotta di classe quotidiana, nei sindacati, nella gioventù, sul terreno elettorale, in ambito nazionale e internazionale, sul terreno della battaglia ideologica e culturale, ovunque subordinando le stesse scelte della tattica al primato della prospettiva rivoluzionaria.

Ma se questa è la necessità, allora non può essere assolta da un sindacato, per quanto radicale esso sia, perché per sua natura ha altre funzioni. Né può essere assolta dal patto d’azione, perché l’unità d’azione tra soggetti diversi non può porre come precondizione un programma politico generale, se non al prezzo di amputare il fronte comune o di presentare come fronte comune il proprio soggetto politico. In entrambi i casi una finzione, che prima o poi si dissolve.

Un partito rivoluzionario si costruisce sulla base di un programma generale che va al di là del contingente, perché condensa un’esperienza storica internazionale. E sul quel programma lavora ad unire nella stessa organizzazione tutte le avanguardie che lo condividono, al di là della diversità di provenienze, di percorsi, di appartenenza sindacale classista.

A nostro avviso, tenere distinti i piani (unità d’azione, fronte unico, azione sindacale, soggetto politico), senza confonderli e sovrapporli, significa non solo fare chiarezza, ma favorire il più ampio lavoro comune nelle lotte. E significa al tempo stesso, dentro l’unità d’azione, confrontare liberamente esperienze, tradizioni, progetti, come nella storia migliore del movimento operaio.
Partito Comunista dei Lavoratori

Confindustria e Landini a braccetto a sostegno dell'Unione Europea

La nuova segreteria Landini in CGIL era stata presentata come garanzia di svolta della confederazione. Nonostante il nuovo segretario portasse in dote il peggior contratto della storia dei metalmeccanici pur di accreditarsi agli occhi dell'apparato, questa illusione è stata ampiamente condivisa in ambienti diversa della sinistra, con la immancabile benedizione de Il Manifesto.
Ora parlano i fatti.

L'appello unitario di Confindustria e CGIL, CISL, UIL a sostegno dell'Unione Europea non è un innocuo pezzo di carta, ma un fatto politico di prima grandezza. L'organizzazione dei padroni e le burocrazie sindacali si tengono a braccetto alla vigilia delle elezioni europee. Firmano insieme un appello che esalta «la funzione sociale di progresso dell'Unione» (salari e pensioni ringraziano), loda la UE come «garanzia di pace» (e i bombardamenti su Belgrado? E il sostegno al governo di guerra in Ucraina?), e soprattutto rivendica lo sviluppo competitivo delle aziende europee, la massima concentrazione delle imprese europee per consentire loro di «raggiungere dimensioni comparabili a quelle USA», il ruolo di possibile potenza economica della UE per «rispondere alla concorrenza degli altri player mondiali». Per questo invoca «una politica estera europea proporzionale al Pil continentale». In altri termini invoca la UE come polo imperialista continentale capace di contendere a USA e Cina fette crescenti del mercato mondiale.

Inutile dire che l'appello ignora inevitabilmente ogni rivendicazione elementare dei lavoratori europei in contrapposizione ai propri padroni. Nulla sull'abbassamento dell'età pensionabile, nulla sulla riduzione dell'orario di lavoro, nulla sugli aumenti salariali, nulla di nulla che possa disturbare Confindustria. L'appello è di fatto un appello di Confindustria firmato da Landini, Furlan e Barbagallo. I lavoratori e le lavoratrici vengono offerti ai padroni non solo sul piano nazionale ma anche sul terreno europeo.

Non si dica che l'appello serve a contrastare le destre nazionaliste nel nome dell'europeismo. Perché è vero l'opposto. Proprio le destre sono le prime beneficiarie dell'appello. Per avvalorare la demagogia reazionaria contro “i sindacati incapaci di proteggere il popolo” cosa c'era di meglio che firmare un appello comune con i padroni che tagliano i salari, allungano l'orario, delocalizzano gli investimenti, chiedono rigore contro pensioni e sanità, lodano la santità della UE? Salvini e Di Maio non potevano sperare in un regalo più generoso.

Europeismo? Certo. Ma a favore di quale classe e contro quale classe? L'Unione Europea non è l'Europa. È l'unione delle classi capitalistiche di tutta Europa contro i salariati di tutta Europa. È l'unione che taglia servizi sociali per pagare il debito al capitale finanziario, che riduce le tasse ai capitalisti per attirare gli investimenti esteri, che aumenta lo sfruttamento dei propri operai per meglio competere, che saccheggia ambiente e territorio per ingrassare i profitti. Questa Unione per sua natura è nemica dei lavoratori e non è riformabile. Il nostro europeismo contro ogni sovranismo nazionalista muove da una angolazione di classe esattamente opposta. Rivendica l'unità di lotta dei lavoratori salariati di tutta Europa contro l'Unione Europea dei capitalisti, e l'unità di lotta dei lavoratori europei coi lavoratori americani e cinesi contro il capitalismo mondiale. Ci battiamo per una Europa socialista: gli unici Stati Uniti d'Europa che abbiano una valenza storica progressiva.

“Proletari di tutti i paesi unitevi” è più attuale che mai. Ma solo se è in contrapposizione ai padroni. Se invece è al loro servizio, nulla di nuovo all'orizzonte. È il film continentale degli ultimi quarant'anni. Maurizio Landini ha semplicemente scelto (e non da oggi) di figurare nella compagnia dei suoi attori. Evidentemente la segreteria CGIL val pure una messa... confindustriale.
9 aprile 2019
Partito Comunista dei Lavoratori

Né con l'establishment europeista né con il sovranismo nazionalista

Per l'autonomia del movimento operaio. Per una soluzione di classe della crisi politica e istituzionale

28 Maggio 2018
Nel continuo saliscendi di questi mesi la crisi italiana precipita assumendo i caratteri di una crisi istituzionale.
La linea di demarcazione del confronto pubblico sembra contrapporre il cosiddetto fronte "della responsabilità”, di marca istituzionale e europeista, e il cosiddetto fronte sovranista, di marca populista e nazionalista. Da un lato la “difesa delle istituzioni” contro l'avventura, dall'altro la tutela del popolo italiano contro l'élite “mondialista e tedesca”. Da un lato Mattarella e Cottarelli, dall'altro Di Maio e Salvini.
In realtà ognuno dei due fronti è l'alibi dell'altro, in uno spregiudicato gioco di sponda e di reciproco alimento. Entrambi vorrebbero arruolare i lavoratori nella propria crociata. Ma l'interesse dei lavoratori e delle lavoratrici non ha nulla da spartire con nessuno dei due contendenti.

Il fronte della cosiddetta responsabilità istituzionale è il fronte tradizionale dell'establishment, del grande capitale italiano ed europeo. Il PD ne è la sponda politica organica. La sua preoccupazione è subordinare i salariati alla continuità dei sacrifici dentro la cornice della Unione Europea. Compressione dei salari, precarizzazione del lavoro, cancellazione dei diritti sindacali, a vantaggio dei profitti e della competitività delle imprese. Tagli a pensioni, sanità, istruzione, per finanziare la detassazione del capitale e pagare il debito pubblico alle banche. Sono le politiche di austerità promosse negli ultimi trent'anni dalle borghesie del vecchio continente a da tutti i loro governi. L'Unione Europea che queste forze difendono è il club entro cui i capitalisti italiani, tedeschi, francesi, spagnoli negoziano la tutela dei propri interessi comuni sul mercato mondiale, si contendono le rispettive zone di influenza, concordano le linee guida della propria offensiva antioperaia. Sergio Mattarella, al pari dei suoi predecessori, è il massimo tutore istituzionale dell'interesse dell'imperialismo italiano e dei suoi legami con la UE. Il governo Cottarelli, al pari dei precedenti, ne è il comitato d'affari. L'uomo della spending review e del rigore alla presidenza del Consiglio dà il segno inconfondibile al nuovo esecutivo: un replay del governo Monti in vista del voto come rassicurazione al mercato finanziario. Una provocazione contro i lavoratori. Per questo il sostegno della burocrazia CGIL a Mattarella è la conferma clamorosa della sua subordinazione al capitale, oltre che un insperato regalo alla campagna delle destre contro la “sinistra”.

Ma il fronte cosiddetto sovranista, con sventolio delle bandiere tricolori, non è affatto l'avvocato del popolo. Lo dimostra, se ve n'era bisogno, il contratto di governo tra M5S e Lega. Parla di lavoro, ma conserva il Jobs Act e tutte le leggi di precarietà, al punto da reintrodurre i famigerati voucher. Sventola la promessa di qualche elemosina sociale (reddito, pensioni), ma la mette sul conto dei salariati attraverso una riforma fiscale scandalosa che beneficia come non mai le grandi ricchezze. Chiede di rinegoziare i trattati della UE, ma solo per trovare i soldi con cui finanziare la detassazione dei profitti e continuare a pagare il debito alle banche, innanzitutto le banche italiane che ne detengono la gran parte. Infine dirotta la rabbia sociale contro i migranti per evitare che si rivolga contro i capitalisti, in una guerra tra sfruttati che avvantaggia solo gli sfruttatori, dentro il rilancio di tutta la peggiore spazzatura xenofoba e securitaria.

È vero: il grande capitale italiano non si affida oggi al sovranismo nazionalista, diffida delle sue intemperanze, vuole negoziare i propri interessi dentro la cornice istituzionale della UE, contro ogni rischio di sua destabilizzazione. Ma lo stesso grande capitale che “denuncia” il sovranismo nutre di fatto il suo consenso sociale con le proprie politiche di austerità, e beneficia dei suoi preziosi servizi di divisione dei lavoratori e di inquinamento della loro coscienza. E viceversa.
La polemica sovranista contro Mattarella e Cottarelli non muove dalle ragioni del lavoro e tanto meno della "democrazia", ma dall'ambizione di nuove destre (più o meno) reazionarie che puntano alla conquista in proprio del potere. Far propria la campagna “contro il golpe di Mattarella”, come oggi fanno alcuni ambienti della sinistra, non significa solo avallare implicitamente una visione angelicata della Costituzione borghese, ma coprire al di là di ogni intenzione rappresentazioni e linguaggi delle destre nel momento stesso della loro ascesa.

Contro l'europeismo borghese, contro il sovranismo nazionalista, c'è bisogno di costruire il campo che manca: un grande fronte di classe e di massa che unifichi i lavoratori e le lavoratrici attorno ad una propria piattaforma di lotta indipendente. Solo l'azione di massa della classe lavoratrice può spezzare la tenaglia tra establishment e populisti, scompaginare il blocco sociale delle destre, costruire dal basso una prospettiva nuova. Quella che chiama in causa il sistema capitalista, l'unica vera alternativa. Quella che impone la sovranità dei lavoratori, l'unica vera democrazia.
Partito Comunista dei Lavoratori