Post in evidenza

La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

Cerca nel blog per parole chiave

Visualizzazione post con etichetta AVS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta AVS. Mostra tutti i post

Schlein e Conte rassicurano i padroni (e Renzi). Fratoianni rassicura Schlein e Conte. La dirigenza FIOM benedice il campo largo. E gli operai?

 


Partito Comunista dei Lavoratori

Si è rimessa in moto la catena di sant’Antonio del centrosinistra. Col suo carico di ipocrisie.

La Segretaria del PD ha aperto “il confronto con le imprese”. La convention romana del 22 giugno “L’Europa che vogliamo”, promossa dalla delegazione PD di Strasburgo, con la presenza di Schlein, si è platealmente rivolta al fior fiore dei capitalisti italiani. Presenti ai lavori alti dirigenti di ENI, Leonardo, i responsabili affari istituzionali di Stellantis, Lavazza, Campari, ben cinque vicepresidenti di Confindustria (Aleotti, Cimmino, Gozzi, Ponti, Regina). L’incontro è stato preparato da Stefano Bonaccini e dalla sua componente (oggi in maggioranza con Schlein all’interno del partito), quali fiduciari diretti del PD presso il padronato grazie alla pletora dei propri sindaci ed amministratori locali. Che sono anche, tra l’altro, portatori di voti potenzialmente decisivi per Schlein in eventuali primarie.

“Meritati il nostro sostegno. Dopo aver fatto la foto di gruppo con Conte, Fratoianni e Bonelli devi riequilibrare al “centro”. E al centro ci sono le imprese”. Questo in sostanza il messaggio alla Segretaria. Schlein ha rispettato la parte. Rivolta ai padroni ha dichiarato con tono solenne e ispirato: «Noi abbiamo bisogno di voi, che siete venuti a portarci le idee, anche critiche quando serve. Questo è un metodo che vogliamo portare anche al governo di questo Paese». Testuale. «Il dialogo è avviato» commenta soddisfatto il quotidiano di Confindustria (23 giugno). La stessa Confindustria che ha recentemente osannato Giorgia Meloni. La stessa che festeggia i profitti di Borsa mentre i salari operai sono in picchiata.

Se non che pochi giorni prima a Bologna all’Assemblea nazionale della FIOM (“Lavoro, il cuore della democrazia”) si era svolta una cerimonia diversa, con un diverso copione. Il Segretario nazionale dei metalmeccanici Michele De Palma cercava e otteneva l’applauso operaio affermando: «non ne vogliamo più sapere di una coalizione progressista che inseguiva Marchionne e andava contro i lavoratori». Schlein, Segretaria bifronte, riconosceva «gli errori del PD sul lavoro», dichiarando di «voler ricucire col mondo delle fabbriche». Fratoianni si prendeva la scena rivendicando «la reintroduzione della scala mobile», dicendo «mai più parole d’ordine come “flessibilità”», evocando una (modestissima) patrimoniale sulle grandi fortune… Applausi, applausi, e ancora applausi degli operai.

Se non che giunti a questo punto il nastro si riavvolgeva all’indietro. Né Schlein né Conte “raccolgono” le perorazioni di Fratoianni. Schlein non vuole problemi con Bonaccini e coi padroni. Altro che scala mobile. Conte respinge apertamente ogni evocazione di patrimoniale, anche perché cerca di scavalcare Schlein nell’accreditamento presso le imprese. Entrambi, peraltro, incalzati dai giornalisti, confermano il coinvolgimento in coalizione di Matteo Renzi, nonostante il comprensibile “buuu” prolungato della sala operaia al suo nome. E Renzi non è solo un nome. E neppure un aiuto “elettorale” (peraltro assai dubbio). Renzi è anche e soprattutto la garanzia offerta al padronato sul fatto che non si tornerà troppo indietro in fatto di leggi antioperaie sul lavoro. Tutto torna.

E Fratoianni? Fratoianni ha dato semaforo verde persino su Renzi. Non vuol creare problemi né al PD né al M5S. Offre a tutti legittimazione perché nessuno si sogni di negarla ad AVS. Il che riduce a chiacchiera demagogica ogni recita “radicale”, come quelle di Bertinotti fra le braccia di Prodi. E Acerbo (Rifondazione Comunista)? Acerbo insegue Fratoianni come ultimo aspirante vagone del campo largo, lasciando paradossalmente terreno di pascolo nel proprio partito all’ex ministro trasformista Paolo Ferrero (oggi in vocazione campista, domani chissà…).

La verità è che la platea di Bologna misura nel modo più plastico la contraddizione fra i partiti borghesi del centrosinistra (PD, M5S, Renzi) e quella classe operaia che cercano di arruolare, anche grazie alle coperture politiche a sinistra. «Questa è per noi un’assemblea di mandato: i metalmeccanici se prometti una cosa e poi non la fai se la ricordano» ha dichiarato Michele De Palma a Bologna. Ben detto. Se non che la memoria è richiesta anche… al segretario della FIOM. Se ancora affida la classe operaia ai partiti che l’hanno tradita per decenni riduce il sindacato a cerimoniere di sconfitte e delusioni annunciate. Le stesse che hanno lastricato la strada delle destre peggiori, anche fra i salariati.

C’è bisogno di un partito indipendente della classe, basato su un programma anticapitalista. Che si batta per il fronte unico dei lavoratori e delle lavoratrici, per una piattaforma di lotta unificante, per un’alternativa di società e di potere. Fuori da questa prospettiva, il futuro si condanna a triste riedizione del passato, in condizioni ogni volta più degradate.

No alla violenza capitalista e patriarcale sui nostri corpi! Senza consenso è stupro!

 


La senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della Commissione Giustizia del Senato, ha stravolto il testo approvato all’unanimità dalla Camera nel novembre 2025, cancellando il concetto di “consenso libero e attuale” e sostituendolo con quello di “volontà contraria” — cioè il dissenso. In altri termini: non basta più l’assenza del sì. Serve la prova di un no.

Si tratta di un rovesciamento ideologico. La donna che subisce violenza dovrà dimostrare di aver resistito, di aver detto no in modo abbastanza manifesto, abbastanza riconoscibile, abbastanza credibile. Il “tenendo conto della situazione e del contesto” inserito nel testo è una porta spalancata alla vittimizzazione secondaria, all’interrogatorio sugli abiti indossati, sull’ora di rientro, sulla storia personale della sopravvissuta. Il fenomeno del freezing, per cui nella vittima di violenza subentra una sorta di blocco fisico e psicologico, verrebbe dunque considerato un elemento per incolpare la vittima e scagionare l’aggressor*.

Non è un caso che questa norma venga da un governo che serve gli interessi del capitale e del profitto, che taglia i servizi sociali, che lascia le donne prive di rifugi antiviolenza, di reddito autonomo, di tutele sul lavoro. Non è un caso che venga dallo stesso governo che, proprio in questi giorni, ha avviato l’iter di discussione parlamentare del disegno di legge Schillaci-Roccella che punta a regolamentare in modo restrittivo l’accesso e l’uso dei farmaci sospensori della pubertà per le persone trans* minorenni. Un altro chiodo sulla bara del diritto alla salute per le persone LGBTQIAP+. Il patriarcato non è un’aberrazione culturale separata dal sistema economico: è uno dei pilastri strutturali del capitalismo. La subordinazione della donna nella famiglia, nel lavoro, nel corpo, è funzionale alla riproduzione del profitto e del consenso sociale alla classe dominante.

Le donne proletarie sono le più esposte alla violenza maschile e le meno protette dalle istituzioni borghesi. Sono quelle che non possono permettersi avvocati, percorsi psicoterapeutici, case protette. Sono quelle che spesso dipendono economicamente dal loro aggressore. Il DDL Bongiorno non fa che aggravare la loro condizione, rendendo ancora più ardua la via giudiziaria e scoraggiando ulteriormente le denunce.

I dati ISTAT 2025 mostrano un aumento vertiginoso delle denunce, specialmente tra giovani e giovanissime. La risposta di questo governo è stata quella di mettere in discussione la legge che avrebbe dovuto rafforzare le protezioni.

Non ci sfugge che il centrosinistra parlamentare si è indignato per il tradimento del centrodestra, ma quella stessa area politica – che fa capo a PD, M5S e AVS – non ha mai messo in discussione le fondamenta di uno Stato che strutturalmente non protegge, ma anzi opprime le donne e le soggettività queer. La fiducia nelle istituzioni dello Stato borghese non libera le donne: le ingabbia nell’attesa di una riforma che non arriverà mai, o arriverà mutilata e sempre troppo tardi.

La nostra difesa dalla violenza di genere e la nostra liberazione possono avvenire solo fuori e contro ogni logica riformista. Dobbiamo costruire un unico fronte di lotta che riunisca le ragioni delle donne e delle persone LGBTQIAP+ a quelle più generali di tutta la classe lavoratrice e abbattere questo governo reazionario e post-fascista, ma non per sostituirlo con un ipocrita governo di centrosinistra. L’unico governo amico dellɜ sfruttatɜ e dellɜ oppressɜ è quello delle lavoratrici e dei lavoratori, l’unica società finalmente libera dal ciseteropatriarcato e da ogni tipo di sfruttamento e oppressione è quella socialista.

Questo è l’obiettivo che come Femministə Rivoluzionariə perseguiamo. Unisciti a noi!

Scarica il nostro volantino:

La pace delle bombe, la violenza delle bombolette

 


Lo sgombero di Askatasuna tra FdI, PD e AVS

20 Dicembre 2025

Più chiara di com’è, la situazione non può essere. Il governo Meloni ha atteso l’assottigliarsi del grande movimento per la Palestina, quello che negli scioperi generali di settembre e ottobre raggiungeva intorno alle 500.000 persone. La «polpetta avvelenata» del piano di finta pace Trump-Blair-Netanyahu è stata preparata come arma politica finalizzata al riflusso internazionale e, a cominciare dall’approvazione di Hamas, ha agito subito come tale.

Ma questa è solo una parte della spiegazione del fenomeno della momentanea recessione del movimento. L’altra parte è la solita piaga, cioè la "crisi" della direzione politica. Tra i tanti solidali democratici, contrari alle politiche israeliane e alla complicità del governo italiano, in pochi possono esser stati convinti della «pace dei cimiteri», specie a fronte dei bombardamenti che, nella perfetta tradizione sionista, ricominciavano poche ore dopo il "cessate il fuoco". Migliaia di persone possono anche rimanere profondamente perplesse e avvertire un distinto sentore di truffa di fronte a simili operazioni diplomatiche. Ma quando queste migliaia di persone si ritrovano a dover lottare contro il nemico manifesto e contemporaneamente contro i propri condottieri (le burocrazie sindacali, i leader di associazioni palestinesi che inneggiano alla "pace" come «vittoria storica», certe frange del movimento che, con sconsiderate "fughe in avanti", boicottano oggettivamente l’unità), finisce per prevalere il disorientamento che si traduce in immobilità.

Ai primi segnali di riflusso, il governo colpiva a Milano, con un secondo foglio di via al presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun; colpiva a Napoli, arrestando i compagni del SI Cobas in un presidio di protesta contro Teva, l’azienda farmaceutica israeliana; colpiva a Torino caricando a freddo il corteo contro Tajani. Nel frattempo, presentava un DDL Gasparri che identifica antisemitismo e antisionismo e recludeva l’imam Mohamed Shahin, colpevole di aver definito un atto di resistenza anticoloniale le azioni militari di Hamas nel 7 ottobre 2023.

Particolarmente su questo episodio, pur senza ritrovare i volumi di massa dei mesi precedenti, il movimento si riaggrega. Si ripristina un coordinamento nazionale, le manifestazioni a Torino si rifanno quotidiane e sono tenaci anche davanti al CPR di Caltanissetta dove l’uomo è sospeso tra la vita e la morte (il rimpatrio in Egitto, in quanto dichiarato oppositore politico di al-Sisi, avrebbe significato la sua fine) e una parte di opinione pubblica nonché l’intellighenzia non solo italiana si riattiva e sostenutamente denuncia l’abuso di potere del governo. La situazione è tesa e Torino per Gaza, il coordinamento cittadino forse "ammiraglio" per il resto del Paese, si impegna perché l’attenzione non cali. La pressione sociale, il risalto mediatico, la reazione di una parte di voci istituzionali sortiscono il loro effetto: l’imam viene rilasciato, non sussistono gli estremi per l’espulsione.

Il governo capisce che, nonostante il generale spopolamento del movimento, la brace è ancora calda ed è sempreviva minaccia di nuovi divampamenti. In più, negli ultimi giorni sono emersi ulteriori seri grattacapi per il Palazzo: le proteste a Genova degli operai dell’ex Ilva, con fotografie che sembrano strappate al Sessantotto, l’incubo puntualmente esorcizzato da Meloni, Valditara, Sangiuliano, La Russa, Roccella, ecc. Nella narrazione meloniana, la più sfacciata controrivoluzione mondiale assegna al Sessantotto il posto che in quella putiniana assegna al bolscevismo.
In cotanto marasma, è in dirittura di voto la manovra finanziaria 2026, che regala miliardi di sgravi e incentivi fiscali ai ricchi e per gli altri minaccia l'innalzamento dell'età pensionabile a 70 anni. Se non ora, quando? È il momento di colpire. Non farlo adesso significa non poter farlo quando di nuovo il movimento ingranerà. Nei giorni di massima tensione, quando la classe operaia era la protagonista se non altro formale delle mobilitazioni, persino i terribili Decreti sicurezza sono rimasti inattivi.

Il ministro degli Interni ordina lo sgombero del centro sociale occupato e autogestito dal 1996, Askatasuna, tra le componenti di Torino per Gaza e dell’Intifada Studentesca. «Like I see through the water/ that runs down my drain», Piantedosi è in effetti limpidissimo: il motivo per cui bisogna colpire Askatasuna è politico. Questi ragazzi avrebbero forzato l’ingresso della Leonardo S.p.A. vandalizzando dove capitava, avrebbero lanciato uova contro le OGR, avrebbero fatto irruzione negli uffici de La Stampa, bombolettando sui muri e spargendo simbolico letame. È un attacco politico a un soggetto politico per ragioni politiche e a fini politici.

Sennonché Torino è governata da un consiglio comunale a schiacciante maggioranza PD. E, posto che un sindaco non comanda la polizia, Stefano Lo Russo avrebbe potuto fronteggiare politicamente la disposizione di Piantedosi, opponendo ragioni di sicurezza pubblica o la necessità di soluzioni profondamente diverse. Avrebbe potuto chiedere rinvii, opzioni alternative, sollevare criticità operative, sanitarie e sociali alla conquista, se non altro, di una dilazione.

Nessuna persona raziocinante può pretendere che un membro di spicco del partito che più ha armato Israele nelle sue stagioni di governo dichiarasse: «La Leonardo è la fabbrica di morte, la produzione materiale del genocidio in Palestina, l’indignazione – al netto di bravate che colpiscono le utilitarie degli operai invece di colpire i padroni – è del tutto comprensibile, moralmente e politicamente». Oppure: «Il quotidiano di Agnelli ha consegnato come un terrorista il buon Shahin al governo, divertendosi a esporlo a rischio di morte». Sarebbe bastato l’argomento borghese del rifiuto di precipitare la città in una barricata permanente, consapevole del legame che il centro sociale vanta presso gli studenti, il quartiere, il movimento nazionale, a determinare l’opposizione almeno politica del primo cittadino.

Stefano Lo Russo invece si nasconde dietro la contestazione dell’inagibilità. Il patto di cogestione dell’immobile, sottoscritto con gli attivisti di Askatasuna ad aprile, cesserebbe perché tradita la promessa della non assegnazione dei pericolanti piani alti dell’edificio a uso abitativo. La polizia avrebbe invece trovato sei persone e due gatti.

Ora, volendo assecondare le turlupinature istituzionali, la questione che si pone al sindaco è semplicemente la seguente: ammesso che questi «autonomi» abbiano così dolorosamente tradito la tua fiducia e che pertanto urgesse veramente un intervento previa rescissione del patto, l’intervento doveva essere questo?

Non è nostro compito, ma vogliamo prenderci la pena di consigliare noi come avrebbe potuto agire un sindaco di centrosinistra davvero in apprensione per chi dorme sotto tetti pericolanti:

1) Invii i controlli;
2) Individuate irregolarità, dai il tempo che gli abitanti raccolgano gli effetti personali ed escano, destinati ad altre, dignitose soluzioni abitative;
3) Convochi a un incontro i responsabili delle irregolarità;
4) Contesti loro l’irresponsabilità per l’incolumità delle persone;
5) Raccomandi che il fatto non si ripeta oppure, propendendo per la decisione più dura, limiti i sigilli ai piani inutilizzabili, decaduta la fiducia che vengano interdetti secondo coscienza dei gestori.

Ma anche a voler lasciare tutta la libertà al sindaco di agire per lo sgombero, si domanda se è politicamente opportuno approvare l’operazione nell’identico momento in cui è comandata dall’"avversario" Piantedosi. Se davvero, indipendentemente e per le diverse ragioni accampate, Lo Russo fosse arrivato alla stessa decisione di Piantedosi, sgomberare Askatasuna, onde evitare di dar lustro al nemico, sarebbe stato raccomandabile procedere in un’altra fase, riservandosi – sia pure! – gli stessi mezzi! Trattandosi del partito dei lager in Libia, delle manganellate alla FIOM di Terni (29 ottobre 2014), delle botte a ogni fiaccolata i 24 aprile ecc. ecc., chi ne sarebbe stupito?

Dietro la cantilena «dissentiamo dalle scelte e dalla impostazione culturale di questo governo», la verità è che Lo Russo ha assecondato Piantedosi. È per questo che, prima Lo Russo parla delle irregolarità abitative, presentandole come l'autentico ed esclusivo motivo dello sgombero, poi inanella tutte le considerazioni politiche del caso (Leonardo, OGR e Stampa). Di rilievi politici Lo Russo non dovrebbe farne mezzo. Se esistono denunce a carico di qualcuno e se davvero, come dice, Lo Russo ritiene che debbano rispondere gli individui per gli addebiti individuali, perché chiudere la struttura?

Forse, tra i responsabili degli episodi incriminati, si annovera solo qualcuno dell’Askatasuna. Forse costoro non hanno nemmeno agito in rappresentanza di Askatasuna (d’altra parte non risultano rivendicazioni politiche). Forse tra le file di Askatasuna i posizionamenti sono stati diversificati. Questi, beninteso, sono scrupoli che dovrebbe porsi un sindaco, tanto più se si pretende alternativo alla «impostazione culturale» della criminalizzazione generalizzata, manettara, non tatticamente critica ma politicamente nemica usuale al governo centrale.

Va da sé che, quando viene a scatenarsi una rappresaglia di chiaro segno politico, i compagni difendono i compagni senza se e senza ma, e su chi scaricare la responsabilità individuale è argomento che non si discute nemmeno.

Politicamente e personalmente, Lo Russo avrebbe potuto opporsi allo sgombero di Corso Regina Margherita 47. Avrebbe potuto essere in prima fila, insieme alla sua «parte politica» e collaboratori, se davvero tali li avesse ritenuti, a prendersi l’acqua degli idranti e sventolare la bandiera dal suo partito, riservandosi sistemazioni future.

Il punto è capire perché non può succedere. E non può succedere perché il movimento per la Palestina, con l'ampliarsi del campo gravitazionale della lotta di classe che rischia di potenziarlo enormemente, preoccupa il centrosinistra esattamente come le destre populiste. Il movimento per la Palestina mette i bastoni tra i cingoli dell’imperialismo tricolore, i cui interessi il PD ha curato da tempi più lunghi e con più sperimentata scienza dei biscazzieri postfascisti. Al governo del paese, il PD avrebbe in Torino per Gaza, nelle Intifade studentesche, nei sindacati di base, nel malcontento sociale sempre crescente la stessa sfida che si trova di fronte il governo Meloni.

Ecco spiegata la complicità! Finché Askatasuna non ha contribuito ad alimentare una dinamica di tensione di massa, si sono cercate intese utili altresì a consolidare quella parte di elettorato legata a vario titolo, persino più sentimentalmente che operativamente, al presidio autonomo. Ma arriva il tempo di soppesare costi e benefici. Lo Russo sa che, con l'approvazione dello sgombero, rischia la revoca del suo deposito elettorale relativamente sicuro. Ma sa anche che se il popolo di centrosinistra ti vota disgiuntamente e contrariamente alla borghesia che conta, quelli non sono voti che portano al governo. Viceversa, se è la borghesia che conta a votarti disgiuntamente e contrariamente al popolo di centrosinistra, qualche speranza rimane. All’occorrenza, bisogna scaricare gli ornamenti accessori, le fortune incidentali. E per il PD gli ornamenti accessori e le fortune incidentali sono le simpatie, convinte o costrette, di un elettorato socialmoderatissimo. Il cuore da preservare sono i padroni, vero soggetto di riferimento della nuova DC.

Un’ultima nota per gli esponenti di Alleanza Verdi Sinistra, loro sì, al contrario di Lo Russo, fisicamente a fianco dei manifestanti in queste ore. Che mentre con un piede marciano nei cortei, prestano l’altro piede a Lo Russo perché non crolli sulla sua stessa giravolta. «Il sindaco è stato intimidito dal ministero, minacciato dal governo», Marco Grimaldi si appresta a difendere l’amico che non lo ha proprio chiesto e che insiste sicuro col suo spartito: rivendico la scelta, una scelta giusta: c’erano gli Aristogatti a suonare il jazz!

E visto che consigliare ai borghesi come salvarsi da se stessi è esercizio utile almeno a evidenziare lo stato di totale decadenza in cui la borghesia versa attualmente, di nuovo indichiamo ad AVS cosa avrebbe dovuto fare qualora rappresentasse una reale alternativa al PD – ciò che, d’altro canto, dovrebbe costituire l’unico motivo della sua esistenza.

Appurato, membri di AVS, che il PD cede alle pressioni del rivale per l’ennesima volta, ebbene non è questa l'opportunità per affermare distintamente la correttezza di una scelta, l'inaugurazione di una parabola alla sinistra di PD che si conferma irreparabilmente corruttibile, capitolardo, traditore? Con questa mossa, il PD ha fatto il più grande regalo ad AVS. Quale più emblematica risposta a chi lamenta la divisione delle sinistre, di cui AVS è sovente indicata come corresponsabile?

Ma anche AVS bilancia i costi e i benefici. E il beneficio maggiore, per chi si fosse distratto durante le parate per l’Europa del 15 marzo e necessitasse di conferme, è mantenere il cordone ombelicale col PD. Che è a sua volta il comitato d'affari di banche e Confindustria. Che sono esattamente gli speculatori che trasognano i «resort» a Gaza. Che dunque continuano a distruggere la Palestina in società con Netanyahu. Queste, cari Marco Grimaldi, Alice Ravinali ecc., non sono contraddizioni politiche che può coprire una kefiah.

Crisi di sovrapproduzione e attriti prebellici portano il mondo a uno snodo storico. L’alternativa o è anticapitalista o non è. Per realizzare una società anticapitalista occorre la rivoluzione. La rivoluzione ha bisogno del suo partito. Il movimento antimperialista per la Palestina deve trovare la sua evoluzione nella costituzione di un nuovo soggetto politico, coerentemente anticapitalista, coerentemente antimperialista. I padroni vincono coi loro partiti, apparentemente diversi, in realtà partito unico dell'amministrazione del capitale.

Il proletariato può vincere solo con un grande partito del lavoro.
Il Partito Comunista dei Lavoratori propone la costruzione di questo nuovo partito, anche se il processo di raggruppamento rivoluzionario su un programma anticapitalista determinasse il superamento di se stesso nelle forme attualmente date.
Nessun altro soggetto avanza questa proposta. È la proposta dei veri rivoluzionari.

Salvo Lo Galbo

Perché non aderiamo né partecipiamo a questa manifestazione

 


Gli inganni dell'europeismo imperialista nel nuovo quadro mondiale. Per un'Europa socialista, quale unica vera alternativa

13 Marzo 2025

Testo del volantino che distribuiremo alla manifestazione del 15 marzo "Una piazza per l'Europa"

Pubblichiamo qui il testo dei due diversi volantini che distribuiremo a Roma il 15 Marzo in occasione delle due manifestazioni previste: quella convocata a Piazza del Popolo che vede l'adesione e/o partecipazione di uno schieramento trasversale di centrosinistra a egemonia borghese liberale e atlantista; e quella convocata a Piazza Barberini da Rifondazione Comunista e Potere al Popolo nel nome della pace.

Il primo volantino (in questa pagina) segna la nostra contrapposizione frontale ai processi di riarmo degli imperialismi europei, e dunque la nostra denuncia della grave scelta della burocrazia CGIL e di Sinistra Italiana di accodarsi (“criticamente”) al patriottismo europeista in armi. Una vergogna.

Il secondo volantino marca la nostra distanza da un'impostazione che nel nome della pace rimuove la denuncia dell'imperialismo russo e della sua guerra d'invasione, finendo con l'abbellire lo stesso negoziato apertosi tra imperialismo USA e imperialismo russo per la spartizione coloniale dell'Ucraina. Cioè per una pace imperialista.

Siamo, come sempre, per il più ampio fronte unitario di mobilitazione contro l'imperialismo di casa nostra, ma non al prezzo di tacere sull'imperialismo di casa d'altri.




PERCHÉ NON ADERIAMO NÉ PARTECIPIAMO A QUESTA MANIFESTAZIONE

Non è tempo di equivoci ma di chiarezza.

Consideriamo grave la scelta della maggioranza CGIL e di Sinistra Italiana di accodarsi alla manifestazione di un indeterminato patriottismo europeo nel momento in cui i governi di tutta Europa avviano una nuova grande corsa agli armamenti.

Guardiamo in faccia la realtà. L'imperialismo USA di Trump apre all'imperialismo russo per cercare di separarlo dall'imperialismo cinese, immaginando una nuova spartizione del mondo fra tre grandi potenze (USA, Cina, Russia). Gli imperialismi europei reagiscono alla propria emarginazione perché vogliono partecipare alla spartizione. Ma sanno che possono sperare di partecipare alla sola condizione di sviluppare la propria potenza militare. Per questo promuovono la nuova grande corsa agli armamenti, al pari peraltro di tutti gli altri imperialismi.

Il problema non è se il cosiddetto riarmo procede paese per paese (come oggi prevalentemente è) oppure nel nome di una difesa europea (come chiedono Landini e Fratoianni alla coda di Schlein). Non è se il sovranismo in armi è nazionale o continentale. Il punto vero e di fondo è: chi è “il sovrano”? Qual è la classe sociale che si arma?

La classe che comanda in ogni paese è la classe dei capitalisti. La stessa classe che schiaccia i salari e precarizza il lavoro per competere sul mercato mondiale. La stessa che taglia sanità e istruzione per pagare il debito alle banche e alle compagnie di assicurazione. È un caso se il cosiddetto riarmo è fatto a debito? Non fa differenza se l'indebitamento è nazionale o europeo. In entrambi i casi sono chiamati a pagare i salariati. In entrambi i casi a vantaggio dei capitalisti e del loro portafoglio.

Ma noi siamo qui per chiedere un'Europa sociale, democratica, e di pace” obiettano Landini e Fratoianni. Ma è la solita retorica del nulla, che serve a coprire la propria capitolazione. La verità è che tutte le serie rivendicazioni “sociali, democratiche, di pace” sono incompatibili con la classe dei capitalisti, con i suoi governi e con le sue istituzioni, siano esse nazionali o europee.

È un caso se tutti i governi in Europa negli ultimi decenni hanno tagliato salari, salute, istruzione? I governi di “sinistra” o di centrosinistra non hanno fatto meglio delle destre. Spesso hanno spianato loro la strada. Il vento reazionario che oggi spira in Europa e in America non è forse figlio di tutto questo? Se Trump governa gli USA non è forse grazie alle politiche di Biden? Se Meloni oggi governa l'Italia non è forse grazie al suicidio della sinistra? La subalternità delle burocrazie sindacali ai governi capitalisti è stata ovunque complice di questa deriva.

La questione sociale non è separabile dal tema della NATO. È significativo che le forze promotrici di questa manifestazione siano apertamente atlantiste.
La NATO ha difeso la nostra democrazia” gridano in coro i liberalprogressisti, Calenda in testa, in compagnia di Meloni e delle destre, con le sinistre in coda o silenti. No, la NATO ha difeso per ottant'anni la democrazia dei capitalisti, contro le ragioni dei lavoratori. Ha ordito più volte operazioni reazionarie contro la stessa “democrazia”, come ai tempi di Gladio, dei generali greci o di Pinochet. Ha diretto le guerre imperialiste nei Balcani, in Iraq, in Afghanistan. Ha coperto militarmente con la propria espansione nell'Est europeo la restaurazione capitalista dopo il crollo del Muro di Berlino. Da sempre ha sostenuto e armato lo stato sionista, incluso il suo governo più reazionario (Netanyahu) e i suoi orrendi massacri contro il popolo palestinese.

Per più di settant'anni gli imperialismi europei hanno utilizzato la copertura militare della NATO a difesa dei propri interessi contro altre potenze o rivali imperialisti. Ora che l'imperialismo alleato minaccia di defilarsi, in combutta coi rivali, lo supplicano di preservare l'alleanza. E anche per cercare di preservare l'alleanza corrono ovunque al proprio riarmo: esattamente quanto Trump ha chiesto loro per tenere in piedi la NATO (forse). Il patriottismo europeista non serve forse a mascherare tutto questo?

Di più. In ragione della propria natura, gli stati capitalistici europei sono incapaci di unificare l'Europa. Lo sgomitamento tra i diversi imperialismi nazionali europei per contendersi aree di influenza, spazi di mercato, commesse militari, conferma una volta di più che su basi capitalistiche uno stato federale paneuropeo è un'utopia. E se mai dovesse prodursi in futuro in direzione di un'Europa autonoma dagli USA, non nascerebbe affatto per questo una “Europa di pace”. Ma semmai una Europa ancora più armata, quale potenza tra le potenze. Come diceva Lenin: sulle basi del capitalismo, una unione europea o è impossibile o è reazionaria.
La moltiplicazione di poli imperialisti, vecchi e nuovi, è una spinta verso la guerra, non verso la pace. Non è questa forse la lezione mondiale degli ultimi quindici anni?

Ma l'Unione Europea a differenza di Trump sostiene l'Ucraina” urlano i liberal-atlantisti. In realtà la sostengono come la corda sostiene l'impiccato. Sia chiaro: gli ucraini hanno diritto a usare ogni arma disponibile per difendersi dall'imperialismo russo. Ma le armi che gli imperialismi inviano a Kiev sono per lo più caricate sul debito ucraino. In cambio (anche) di privatizzazioni, taglio di spese sociali, liberalizzazioni di mercato. Inclusa la liberalizzazione dei licenziamenti.

La rivendicazione USA delle risorse minerarie ucraine è parte di questa rapina più generale. Il governo borghese di Zelensky ha gestito e gestisce queste politiche antioperaie per ingraziarsi gli imperialisti. Ma si è posto di fatto sotto il loro ricatto. Non solo il ricatto umiliante di Trump in mondovisione. Ma anche quello più “democratico” e meno gridato degli imperialismi europei.
Del resto, possono ergersi a paladini dell'Ucraina gli stessi imperialismi europei che, al pari degli USA, sostengono e armano i crimini sionisti contro i diritti della Palestina? Anche una coerente difesa del popolo ucraino, come di tutti i popoli oppressi, implica la piena indipendenza del movimento operaio da ogni imperialismo, inclusi gli imperialismi europei, e da ogni governo loro asservito (Zelensky).

Per tutte queste ragioni ci battiamo contro ogni riarmo imperialista, nazionale, europeo, mondiale.
Contro ogni NATO, vecchia o nuova. Contro ogni economia di guerra. Contro ogni aumento delle spese militari, ed anzi per il loro abbattimento, a vantaggio innanzitutto di sanità e istruzione. Per la nazionalizzazione senza indennizzo di tutta l'industria bellica sotto il controllo dei lavoratori.

La lotta per la pace o è lotta contro ogni imperialismo, a partire dal proprio, o non è.
Il problema non è armare l'Europa, ma disarmare la borghesia europea. Ciò che solo una rivoluzione sociale potrà fare.

L'unica possibile Europa di pace è quella governata dai lavoratori e dalle lavoratrici. Una Europa socialista. L'unica che possa unificarsi su basi progressive. L'unica che possa schierarsi al fianco di tutti i popoli oppressi e del loro diritto di resistenza, senza scopi di rapina. L'unica che possa incoraggiare la ribellione delle masse lavoratrici dell'America, della Russia, della Cina, contro i propri imperialismi, le loro guerre, le loro politiche coloniali.

Partito Comunista dei Lavoratori

Primi elementi di analisi del voto per le europee in Europa e in Italia

 


Per una iniziativa di classe, per una svolta di fondo

12 Giugno 2024

English translation

Il voto in Europa per il rinnovo del Parlamento UE è la risultante d'insieme dell'esito elettorale di ciascun paese, ove a prevalere nelle motivazioni di voto è il quadro politico nazionale.

Tuttavia è possibile segnalare alcune linee di tendenza sul piano continentale.

Il PPE (Partito Popolare Europeo) conferma e consolida la propria centralità nella UE, quale architrave dei suoi equilibri politici. Si è affermato come primo partito in Germania, Spagna, Polonia, Grecia, Slovenia, Irlanda. Complessivamente incrementa i propri seggi nel Parlamento Europeo, passando da 179 a 186 seggi.
Il campo liberale (ALDE, Alleanza dei Liberali e dei Democratici per l'Europa) conosce un netto indebolimento, trascinato dalla pesante sconfitta in Francia, in Belgio, in Spagna. Passa da 106 a 79 seggi.
L'area dei Verdi subisce un forte arretramento, per via delle sconfitte registrate in Germania e Francia. Passa da 74 a 52 seggi.
Il PSE (Partito Socialista Europeo) registra complessivamente un arretramento a livello europeo (passando da 153 a 137 seggi), con risultati differenziati da paese a paese. Crolla al suo minimo storico in Germania, dove guida il governo; conosce una ripresa in Francia dopo il tracollo successivo al governo di Hollande; consegue il primato in altri paesi, come i Paesi Bassi, la Svezia e il Portogallo, mentre in Italia si rafforza col risultato del PD.

Il campo del Partito della Sinistra Europea, i cui soggetti sono stati attraversati negli anni da processi di crisi o disarticolazione più o meno profonda, mantiene complessivamente inalterata la propria presenza nel Parlamento Europeo (con 36 seggi, perdendo un seggio), ma con risultati e dinamiche molto differenziati nei diversi contesti. In Spagna registra la pesante sconfitta di Sumar, non compensata da Podemos; in Francia, nonostante la crisi di NUPES, preserva una forza relativamente consistente (tra la France Insoumise di Mélenchon al 10% e il PCF al 2,3%); in Germania ha subito la scissione di Die Linke (attestata tra il 2 e il 3%) con la nascita alla sua destra di una formazione rossobruna che supera il 5%.

Le destre sovraniste si rafforzano sia nella composita componente ECR (Conservatori e Riformisti Europei), presieduta da Giorgia Meloni (che passa da 64 a 73 seggi), che nella altrettanto composita componente ID (Identità e Democrazia), dominata da Marine Le Pen (che passa da 49 a 58 seggi). A ciò si aggiunge il risultato riportato dall'estrema destra di AfD in Germania, recentemente allontanata da ID (che ha conseguito il 16%).
Complessivamente le forze della destra incrementano dunque i propri seggi nel Parlamento Europeo. Ma non si tratta di un'avanzata né travolgente né uniforme. Il risultato delle destre è infatti marcatamente differenziato da paese a paese. Calano ad esempio elettoralmente in Polonia (con un netto arretramento del PiS), in Ungheria (dove il partito di Orban perde otto punti percentuali), in Svezia, in Slovacchia.
Da un punto di vista politico, l'espressione principale del rafforzamento delle destre è la forte affermazione registrata in paesi imperialistici chiave della UE come la Francia (con il Rassemblement National oltre il 32%), l'Italia (con Fratelli d'Italia al 28,8%), la Germania (con la forte crescita di Alternative für Deutschland), ciò che ha naturalmente una rilevanza politica continentale.
In Francia l'affermazione di Le Pen ha innescato una crisi degli equilibri politico-istituzionali, con lo scioglimento dell'Assemblea Nazionale e la convocazione elle elezioni politiche, un passaggio cruciale su cui torneremo in una prossima nota.

Negli anni cruciali della pandemia, della guerra, della crescita delle disuguaglianze sociali, l'assenza di una iniziativa di lotta del movimento operaio, per responsabilità delle sue direzioni sindacali e politiche, ha consentito un rafforzamento complessivo del campo politico borghese, e al suo interno del sovranismo reazionario.
Le destre sovraniste, al netto delle loro diverse dinamiche e contraddizioni, capitalizzano la crisi congiunta del liberalismo borghese e del movimento operaio, puntando ad una egemonia piccolo-borghese reazionaria su ampie fasce di popolazione povera urbana e rurale, e su settori rilevanti della stessa classe operaia industriale.


LA POLARIZZAZIONE ELETTORALE IN ITALIA

I risultati elettorali in Italia stanno dentro questa cornice europea, con particolarità nazionali proprie.

L'affluenza al voto in Italia è calata nettamente rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2022, passando dal 64% al 49%, in contrasto con la tendenza opposta di altri paesi (Germania).

La polarizzazione elettorale è il profilo più evidente del voto italiano.

Il governo a guida postfascista esce consolidato dalla prova elettorale. Fratelli d'Italia rafforza la propria percentuale di voto rispetto al dato già straordinario delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 (26%) raggiungendo il 28,8%. Forza Italia sopravvive alla morte di Berlusconi consolidando i propri risultati (dal 8,1% delle politiche al 9,6%), a fronte anche della frantumazione e dispersione del polo di centro, Calenda da un lato, Renzi e Bonino dall'altro. La Lega di Salvini preserva sostanzialmente la forza registrata alle elezioni politiche (passando dal 8,8% al 9,07%) con l'aiuto della candidatura Vannacci, seppur con un indebolimento in regioni del Nord. Complessivamente la maggioranza di governo passa dal 44% delle elezioni politiche al 48% delle europee (pur arretrando in voti assoluti, in misura maggiore o minore, in tutte le sue componenti). Dopo due anni di governo, è un dato di indubbia valenza politica. A differenza di Francia e Germania, l'Italia registra in questa fase una relativa stabilità di governo.

Il PD borghese liberale capitalizza a proprio vantaggio la polarizzazione dello scontro con il governo, e con Giorgia Meloni in particolare, e anche l'effetto immagine del nuovo corso di Elly Schlein, più marcato sul terreno del richiamo ai diritti civili e ai temi sociali. Da qui un netto rafforzamento elettorale del PD, che passa dal 19% delle elezioni politiche del 2022 al 24,1%, con l'incremento di un milione di voti assoluti e il conseguimento del primato nel Mezzogiorno. È un risultato che rafforza la nuova segreteria del partito sul versante interno, e la sua posizione negoziale verso le altre componenti di un virtuale centrosinistra. Tanto più a fronte della pesante sconfitta elettorale del M5S, che passa dal 15,6% delle politiche al 10%, perdendo due milioni di voti, prevalentemente in direzione dell'astensione ma anche dello stesso PD e di AVS (Alleanza Verdi e Sinistra).

Un risultato notevole, sia elettorale che politico, è quello riportato dalla Alleanza Verdi e Sinistra, che non solo supera lo sbarramento del 4% ma raggiunge il 6,7%, con più di un milione e mezzo di voti. Un risultato tanto più rilevante perché conseguito in presenza di una forte ripresa del PD. Sicuramente la candidatura di Ilaria Salis – che abbiamo sostenuto nel Nord-Ovest e che vogliamo immediatamente libera – ha contribuito in modo importante al risultato per il suo forte richiamo democratico, anche al di là delle circoscrizioni del Nord-Ovest, in cui era capolista, e delle Isole, in cui era candidata. Ma al di là del richiamo di Salis, il raddoppio delle percentuali delle elezioni politiche e l'incremento di oltre 500000 voti assoluti rispetto al 2022 indica che AVS sembra raccogliere una domanda di rappresentanza a sinistra del PD di un settore più ampio di popolo della sinistra: una domanda non priva di contraddizioni con la politica organica e irreversibile di coalizione col PD liberale che i gruppi dirigenti di AVS perseguono. Una contraddizione oggi parzialmente occultata dal corso politico “di sinistra” di Elly Schlein.

Di certo l'affermazione di AVS sottolinea la sconfitta politica della lista Santoro, comprensiva di Rifondazione Comunista. Santoro puntava a ottenere almeno una soglia del 3%, che gli consentisse di partecipare alla negoziazione successiva con i partiti del centrosinistra in vista delle elezioni politiche. Il risultato ottenuto, per quanto superiore alle quotazioni elettorali di Unione Popolare, è stato molto al di sotto di quella soglia. Mentre il successo di AVS quale sinistra del centrosinistra occupa lo spazio ambito da Santoro.

Complessivamente, dallo scenario del voto sembra emergere un bipolarismo d'immagine tra il campo della destra e quello di centrosinistra. Il governo si consolida attorno a “Giorgia”, e al tempo stesso si accredita nella percezione pubblica l'”alternativa Schlein”. Con la differenza che la coalizione di governo è un polo definito e strutturato, mentre il centrosinistra liberalprogressista resta disarticolato e virtuale. Ciò che spinge la borghesia italiana, a partire dai nuovi vertici di Confindustria, a confermare il proprio sostegno al governo Meloni.


PERCHÉ IL GOVERNO A GUIDA POSTFASCISTA SI RAFFORZA

Il rafforzamento del campo reazionario a guida postfascista dopo due anni di governo misura la crisi del movimento operaio italiano e le responsabilità delle sue direzioni.

Due anni di sostanziale pace sociale hanno regalato al governo Meloni uno spazio di tenuta e di manovra altrimenti impensabile. Il governo ha potuto sopprimere il reddito di cittadinanza, allargare la precarietà del lavoro, liberalizzare gli appalti, tagliare le prestazioni sociali in sanità ed istruzione, programmare l'aumento delle spese militari, concordare in sede europea un “nuovo” patto di stabilità fondato su un altra mole di sacrifici sociali annunciati, promuovere missioni militari, senza incontrare alcuna vera e seria mobilitazione sociale di massa della classe lavoratrice.
La burocrazia CGIL si è limitata ad una critica mediatica, incapace persino di reagire alla propria emarginazione di ruolo. Ed ora concepisce la sua stessa campagna referendaria sui temi del lavoro – in sé positiva – come alternativa all'iniziativa di lotta, col rischio oltretutto di depotenziare e mettere a rischio i risultati della campagna stessa.
Il PD, per la sua stessa natura borghese liberale, combina un'opposizione “democratica”, non priva di richiami sociali, con la continuità della politica borghese e i suoi risvolti internazionali: avalla il patto di stabilità europeo cucinato (anche) da Gentiloni, partecipa in sede UE attraverso il gruppo PSE all'alleanza col Partito Popolare Europeo, vota col governo Meloni (e il M5S) le missioni di guerra nel Mar Rosso, preserva le relazioni materiali sul territorio con le organizzazioni padronali e i poteri forti, ignora persino ogni richiesta di patrimoniale, fosse pure a supporto delle proprie timide richieste sulla sanità, rivendica l'appartenenza alla NATO e tutte le sue implicazioni, incluso l'incremento del militarismo.
Parallelamente AVS custodisce la collaborazione col PD a livello nazionale e locale. e copre la passività della burocrazia sindacale. Il fatto che in tutta la campagna elettorale non abbia neppure evocato il proprio sostegno ai referendum sociali della CGIL, non sottoscritti in quanto tali dal PD, dà la misura di come la non belligeranza col PD sia la pietra angolare della politica di AVS.

Tutto ciò non impedisce né al PD né ad AVS alla sua sinistra di raccogliere elettoralmente una domanda di opposizione al governo della propria base elettorale. Una domanda importante. Ma si tratta ad oggi di una capitalizzazione passiva che non sposta i rapporti di forza, perché non incide sul blocco sociale reazionario. Un blocco sociale che infatti non solo è rimasto intatto ma si è addirittura consolidato.


DARE PROSPETTIVA ALLA DOMANDA DI OPPOSIZIONE.
LA NECESSITÀ DI UNA SVOLTA DI FONDO


Rompere la pace sociale, promuovere una piattaforma di lotta unificante, aprire una vertenza generale contro governo e padronato è allora tanto più oggi una necessità politica.
L'importante domanda di opposizione al governo Meloni che si è raccolta attorno ad AVS e al nuovo corso di Schlein va travasata e tradotta sul terreno della mobilitazione reale. È l'unica via per aprire le contraddizioni del blocco sociale avversario, liberando milioni di lavoratori e lavoratrici dall'egemonia reazionaria delle destre. L'unica via per affrontare nel migliore dei modi le grandi battaglie democratiche contro i progetti di premierato e autonomia differenziata. L'unica via per riaprire dal basso lo scenario politico italiano.

La campagna dei referendum promossi dalla CGIL per il ripristino dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la cancellazione delle peggiori forme di precariato, l'abolizione della libertà di subappalto – campagna che il PCL sostiene – non può limitarsi a un'iniziativa istituzionale ma deve trasformarsi nell'apertura di un fronte di lotta sul terreno della lotta di classe. Un'assemblea nazionale di delegati eletti può e deve definire la sua piattaforma e le sue forme d'azione. È necessario che su questa battaglia di svolta si costruisca il più vasto fronte unico di azione di tutte le organizzazioni del movimento operaio, e di tutte le sinistre politiche e sindacali, fuori da ogni logica isolazionista e minoritaria.

Questa battaglia per una svolta reale di lotta generale attorno ad una piattaforma sociale deve congiungersi ad una coerente battaglia democratica per il ripristino di una legge elettorale proporzionale. Se oggi la destra a guida postfascista col 44% dei voti del 2022 governa col 59% dei seggi parlamentari ciò accade grazie alla legge elettorale varata dal PD (il rosatellum). È significativo che né il PD né AVS vogliano rompere con questa logica maggioritaria che ha premiato Meloni.
Il PD non lo fa perché spera in futuro di usarla per ritornare al governo secondo il pendolo dell'alternanza bipolare. AVS non lo fa perché subalterna al PD, e interessata ad aggregarsi al suo futuro carro ministeriale. Occorre invece capovolgere l'implicazione antidemocratica del bipolarismo attraverso una battaglia di svolta che stabilisca l'uguaglianza di ogni voto, cancelli sbarramenti e premi di maggioranza, affermi la stretta corrispondenza tra rappresentanza e consenso. Una legge pienamente proporzionale minerebbe alla radice il governo delle destre, che non sono maggioranza nel paese, e soprattutto affermerebbe un principio elementare della democrazia: una testa, un voto. È una battaglia storica del movimento operaio.

La battaglia di classe e democratica è inseparabile dall'aperta rottura con l'imperialismo e con il sionismo. Ciò che oggi significa prima di tutto un aperto sostegno al popolo palestinese, alla sua resistenza contro l'oppressione sionista, al principio elementare della sua autodeterminazione, fuori e contro ogni logica di conciliazione con uno Stato coloniale.
Attualmente il governo Meloni si appoggia sulla politica bipartisan in politica estera garantita dal PD (e dal PSE), rivelata dal voto scandaloso di unità nazionale (destre, PD, M5S) a sostegno della missione militare nel Mar Rosso contro gli houthi e la resistenza palestinese, e confermata dalla dissociazione del PD dalle lotte del movimento di solidarietà col popolo palestinese nelle università italiane come in tante università del mondo.
AVS, che pur ha votato contro la missione in Mar Rosso e formalmente sostiene gli studenti, copre il PD col proprio silenzio o con la propria postura pacifista, non senza appoggiare la richiesta di una “difesa comune” europea, cioè degli imperialismi europei, a rimorchio della socialdemocrazia continentale.
L'esigenza del movimento operaio è esattamente opposta: contro ogni forma di militarismo imperialista, contro la NATO, contro il sionismo, a difesa di ogni popolo oppresso. Da qui, oggi, la richiesta di un'azione di sciopero generale e di massa, che coinvolga tutti i sindacati di classe, a sostegno del popolo di Palestina e della lotta degli studenti filopalestinesi, fuori da ogni logica di equidistanza pacifista e di fatto di subordinazione al sionismo.

Ma questa svolta generale di azione implica la piena autonomia del movimento operaio dal PD e dalla logica di subordinazione all'ennesima alternanza di centrosinistra. Implica la costruzione di una rappresentanza politica indipendente del mondo del lavoro sulla base di un programma anticapitalista, che si batta per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici. L'unica vera alternativa allo stato di cose presenti. In Italia e in Europa.

Il PCL è impegnato nella costruzione di questo partito, combinando come sempre unità di lotta, contro ogni forma di settarismo, e radicalità di proposta, contro ogni illusione nel riformismo.
Fuori da ogni subordinazione al PD o da ogni Santoro che passa.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI