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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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La pace delle bombe, la violenza delle bombolette

 


Lo sgombero di Askatasuna tra FdI, PD e AVS

20 Dicembre 2025

Più chiara di com’è, la situazione non può essere. Il governo Meloni ha atteso l’assottigliarsi del grande movimento per la Palestina, quello che negli scioperi generali di settembre e ottobre raggiungeva intorno alle 500.000 persone. La «polpetta avvelenata» del piano di finta pace Trump-Blair-Netanyahu è stata preparata come arma politica finalizzata al riflusso internazionale e, a cominciare dall’approvazione di Hamas, ha agito subito come tale.

Ma questa è solo una parte della spiegazione del fenomeno della momentanea recessione del movimento. L’altra parte è la solita piaga, cioè la "crisi" della direzione politica. Tra i tanti solidali democratici, contrari alle politiche israeliane e alla complicità del governo italiano, in pochi possono esser stati convinti della «pace dei cimiteri», specie a fronte dei bombardamenti che, nella perfetta tradizione sionista, ricominciavano poche ore dopo il "cessate il fuoco". Migliaia di persone possono anche rimanere profondamente perplesse e avvertire un distinto sentore di truffa di fronte a simili operazioni diplomatiche. Ma quando queste migliaia di persone si ritrovano a dover lottare contro il nemico manifesto e contemporaneamente contro i propri condottieri (le burocrazie sindacali, i leader di associazioni palestinesi che inneggiano alla "pace" come «vittoria storica», certe frange del movimento che, con sconsiderate "fughe in avanti", boicottano oggettivamente l’unità), finisce per prevalere il disorientamento che si traduce in immobilità.

Ai primi segnali di riflusso, il governo colpiva a Milano, con un secondo foglio di via al presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia, Mohammad Hannoun; colpiva a Napoli, arrestando i compagni del SI Cobas in un presidio di protesta contro Teva, l’azienda farmaceutica israeliana; colpiva a Torino caricando a freddo il corteo contro Tajani. Nel frattempo, presentava un DDL Gasparri che identifica antisemitismo e antisionismo e recludeva l’imam Mohamed Shahin, colpevole di aver definito un atto di resistenza anticoloniale le azioni militari di Hamas nel 7 ottobre 2023.

Particolarmente su questo episodio, pur senza ritrovare i volumi di massa dei mesi precedenti, il movimento si riaggrega. Si ripristina un coordinamento nazionale, le manifestazioni a Torino si rifanno quotidiane e sono tenaci anche davanti al CPR di Caltanissetta dove l’uomo è sospeso tra la vita e la morte (il rimpatrio in Egitto, in quanto dichiarato oppositore politico di al-Sisi, avrebbe significato la sua fine) e una parte di opinione pubblica nonché l’intellighenzia non solo italiana si riattiva e sostenutamente denuncia l’abuso di potere del governo. La situazione è tesa e Torino per Gaza, il coordinamento cittadino forse "ammiraglio" per il resto del Paese, si impegna perché l’attenzione non cali. La pressione sociale, il risalto mediatico, la reazione di una parte di voci istituzionali sortiscono il loro effetto: l’imam viene rilasciato, non sussistono gli estremi per l’espulsione.

Il governo capisce che, nonostante il generale spopolamento del movimento, la brace è ancora calda ed è sempreviva minaccia di nuovi divampamenti. In più, negli ultimi giorni sono emersi ulteriori seri grattacapi per il Palazzo: le proteste a Genova degli operai dell’ex Ilva, con fotografie che sembrano strappate al Sessantotto, l’incubo puntualmente esorcizzato da Meloni, Valditara, Sangiuliano, La Russa, Roccella, ecc. Nella narrazione meloniana, la più sfacciata controrivoluzione mondiale assegna al Sessantotto il posto che in quella putiniana assegna al bolscevismo.
In cotanto marasma, è in dirittura di voto la manovra finanziaria 2026, che regala miliardi di sgravi e incentivi fiscali ai ricchi e per gli altri minaccia l'innalzamento dell'età pensionabile a 70 anni. Se non ora, quando? È il momento di colpire. Non farlo adesso significa non poter farlo quando di nuovo il movimento ingranerà. Nei giorni di massima tensione, quando la classe operaia era la protagonista se non altro formale delle mobilitazioni, persino i terribili Decreti sicurezza sono rimasti inattivi.

Il ministro degli Interni ordina lo sgombero del centro sociale occupato e autogestito dal 1996, Askatasuna, tra le componenti di Torino per Gaza e dell’Intifada Studentesca. «Like I see through the water/ that runs down my drain», Piantedosi è in effetti limpidissimo: il motivo per cui bisogna colpire Askatasuna è politico. Questi ragazzi avrebbero forzato l’ingresso della Leonardo S.p.A. vandalizzando dove capitava, avrebbero lanciato uova contro le OGR, avrebbero fatto irruzione negli uffici de La Stampa, bombolettando sui muri e spargendo simbolico letame. È un attacco politico a un soggetto politico per ragioni politiche e a fini politici.

Sennonché Torino è governata da un consiglio comunale a schiacciante maggioranza PD. E, posto che un sindaco non comanda la polizia, Stefano Lo Russo avrebbe potuto fronteggiare politicamente la disposizione di Piantedosi, opponendo ragioni di sicurezza pubblica o la necessità di soluzioni profondamente diverse. Avrebbe potuto chiedere rinvii, opzioni alternative, sollevare criticità operative, sanitarie e sociali alla conquista, se non altro, di una dilazione.

Nessuna persona raziocinante può pretendere che un membro di spicco del partito che più ha armato Israele nelle sue stagioni di governo dichiarasse: «La Leonardo è la fabbrica di morte, la produzione materiale del genocidio in Palestina, l’indignazione – al netto di bravate che colpiscono le utilitarie degli operai invece di colpire i padroni – è del tutto comprensibile, moralmente e politicamente». Oppure: «Il quotidiano di Agnelli ha consegnato come un terrorista il buon Shahin al governo, divertendosi a esporlo a rischio di morte». Sarebbe bastato l’argomento borghese del rifiuto di precipitare la città in una barricata permanente, consapevole del legame che il centro sociale vanta presso gli studenti, il quartiere, il movimento nazionale, a determinare l’opposizione almeno politica del primo cittadino.

Stefano Lo Russo invece si nasconde dietro la contestazione dell’inagibilità. Il patto di cogestione dell’immobile, sottoscritto con gli attivisti di Askatasuna ad aprile, cesserebbe perché tradita la promessa della non assegnazione dei pericolanti piani alti dell’edificio a uso abitativo. La polizia avrebbe invece trovato sei persone e due gatti.

Ora, volendo assecondare le turlupinature istituzionali, la questione che si pone al sindaco è semplicemente la seguente: ammesso che questi «autonomi» abbiano così dolorosamente tradito la tua fiducia e che pertanto urgesse veramente un intervento previa rescissione del patto, l’intervento doveva essere questo?

Non è nostro compito, ma vogliamo prenderci la pena di consigliare noi come avrebbe potuto agire un sindaco di centrosinistra davvero in apprensione per chi dorme sotto tetti pericolanti:

1) Invii i controlli;
2) Individuate irregolarità, dai il tempo che gli abitanti raccolgano gli effetti personali ed escano, destinati ad altre, dignitose soluzioni abitative;
3) Convochi a un incontro i responsabili delle irregolarità;
4) Contesti loro l’irresponsabilità per l’incolumità delle persone;
5) Raccomandi che il fatto non si ripeta oppure, propendendo per la decisione più dura, limiti i sigilli ai piani inutilizzabili, decaduta la fiducia che vengano interdetti secondo coscienza dei gestori.

Ma anche a voler lasciare tutta la libertà al sindaco di agire per lo sgombero, si domanda se è politicamente opportuno approvare l’operazione nell’identico momento in cui è comandata dall’"avversario" Piantedosi. Se davvero, indipendentemente e per le diverse ragioni accampate, Lo Russo fosse arrivato alla stessa decisione di Piantedosi, sgomberare Askatasuna, onde evitare di dar lustro al nemico, sarebbe stato raccomandabile procedere in un’altra fase, riservandosi – sia pure! – gli stessi mezzi! Trattandosi del partito dei lager in Libia, delle manganellate alla FIOM di Terni (29 ottobre 2014), delle botte a ogni fiaccolata i 24 aprile ecc. ecc., chi ne sarebbe stupito?

Dietro la cantilena «dissentiamo dalle scelte e dalla impostazione culturale di questo governo», la verità è che Lo Russo ha assecondato Piantedosi. È per questo che, prima Lo Russo parla delle irregolarità abitative, presentandole come l'autentico ed esclusivo motivo dello sgombero, poi inanella tutte le considerazioni politiche del caso (Leonardo, OGR e Stampa). Di rilievi politici Lo Russo non dovrebbe farne mezzo. Se esistono denunce a carico di qualcuno e se davvero, come dice, Lo Russo ritiene che debbano rispondere gli individui per gli addebiti individuali, perché chiudere la struttura?

Forse, tra i responsabili degli episodi incriminati, si annovera solo qualcuno dell’Askatasuna. Forse costoro non hanno nemmeno agito in rappresentanza di Askatasuna (d’altra parte non risultano rivendicazioni politiche). Forse tra le file di Askatasuna i posizionamenti sono stati diversificati. Questi, beninteso, sono scrupoli che dovrebbe porsi un sindaco, tanto più se si pretende alternativo alla «impostazione culturale» della criminalizzazione generalizzata, manettara, non tatticamente critica ma politicamente nemica usuale al governo centrale.

Va da sé che, quando viene a scatenarsi una rappresaglia di chiaro segno politico, i compagni difendono i compagni senza se e senza ma, e su chi scaricare la responsabilità individuale è argomento che non si discute nemmeno.

Politicamente e personalmente, Lo Russo avrebbe potuto opporsi allo sgombero di Corso Regina Margherita 47. Avrebbe potuto essere in prima fila, insieme alla sua «parte politica» e collaboratori, se davvero tali li avesse ritenuti, a prendersi l’acqua degli idranti e sventolare la bandiera dal suo partito, riservandosi sistemazioni future.

Il punto è capire perché non può succedere. E non può succedere perché il movimento per la Palestina, con l'ampliarsi del campo gravitazionale della lotta di classe che rischia di potenziarlo enormemente, preoccupa il centrosinistra esattamente come le destre populiste. Il movimento per la Palestina mette i bastoni tra i cingoli dell’imperialismo tricolore, i cui interessi il PD ha curato da tempi più lunghi e con più sperimentata scienza dei biscazzieri postfascisti. Al governo del paese, il PD avrebbe in Torino per Gaza, nelle Intifade studentesche, nei sindacati di base, nel malcontento sociale sempre crescente la stessa sfida che si trova di fronte il governo Meloni.

Ecco spiegata la complicità! Finché Askatasuna non ha contribuito ad alimentare una dinamica di tensione di massa, si sono cercate intese utili altresì a consolidare quella parte di elettorato legata a vario titolo, persino più sentimentalmente che operativamente, al presidio autonomo. Ma arriva il tempo di soppesare costi e benefici. Lo Russo sa che, con l'approvazione dello sgombero, rischia la revoca del suo deposito elettorale relativamente sicuro. Ma sa anche che se il popolo di centrosinistra ti vota disgiuntamente e contrariamente alla borghesia che conta, quelli non sono voti che portano al governo. Viceversa, se è la borghesia che conta a votarti disgiuntamente e contrariamente al popolo di centrosinistra, qualche speranza rimane. All’occorrenza, bisogna scaricare gli ornamenti accessori, le fortune incidentali. E per il PD gli ornamenti accessori e le fortune incidentali sono le simpatie, convinte o costrette, di un elettorato socialmoderatissimo. Il cuore da preservare sono i padroni, vero soggetto di riferimento della nuova DC.

Un’ultima nota per gli esponenti di Alleanza Verdi Sinistra, loro sì, al contrario di Lo Russo, fisicamente a fianco dei manifestanti in queste ore. Che mentre con un piede marciano nei cortei, prestano l’altro piede a Lo Russo perché non crolli sulla sua stessa giravolta. «Il sindaco è stato intimidito dal ministero, minacciato dal governo», Marco Grimaldi si appresta a difendere l’amico che non lo ha proprio chiesto e che insiste sicuro col suo spartito: rivendico la scelta, una scelta giusta: c’erano gli Aristogatti a suonare il jazz!

E visto che consigliare ai borghesi come salvarsi da se stessi è esercizio utile almeno a evidenziare lo stato di totale decadenza in cui la borghesia versa attualmente, di nuovo indichiamo ad AVS cosa avrebbe dovuto fare qualora rappresentasse una reale alternativa al PD – ciò che, d’altro canto, dovrebbe costituire l’unico motivo della sua esistenza.

Appurato, membri di AVS, che il PD cede alle pressioni del rivale per l’ennesima volta, ebbene non è questa l'opportunità per affermare distintamente la correttezza di una scelta, l'inaugurazione di una parabola alla sinistra di PD che si conferma irreparabilmente corruttibile, capitolardo, traditore? Con questa mossa, il PD ha fatto il più grande regalo ad AVS. Quale più emblematica risposta a chi lamenta la divisione delle sinistre, di cui AVS è sovente indicata come corresponsabile?

Ma anche AVS bilancia i costi e i benefici. E il beneficio maggiore, per chi si fosse distratto durante le parate per l’Europa del 15 marzo e necessitasse di conferme, è mantenere il cordone ombelicale col PD. Che è a sua volta il comitato d'affari di banche e Confindustria. Che sono esattamente gli speculatori che trasognano i «resort» a Gaza. Che dunque continuano a distruggere la Palestina in società con Netanyahu. Queste, cari Marco Grimaldi, Alice Ravinali ecc., non sono contraddizioni politiche che può coprire una kefiah.

Crisi di sovrapproduzione e attriti prebellici portano il mondo a uno snodo storico. L’alternativa o è anticapitalista o non è. Per realizzare una società anticapitalista occorre la rivoluzione. La rivoluzione ha bisogno del suo partito. Il movimento antimperialista per la Palestina deve trovare la sua evoluzione nella costituzione di un nuovo soggetto politico, coerentemente anticapitalista, coerentemente antimperialista. I padroni vincono coi loro partiti, apparentemente diversi, in realtà partito unico dell'amministrazione del capitale.

Il proletariato può vincere solo con un grande partito del lavoro.
Il Partito Comunista dei Lavoratori propone la costruzione di questo nuovo partito, anche se il processo di raggruppamento rivoluzionario su un programma anticapitalista determinasse il superamento di se stesso nelle forme attualmente date.
Nessun altro soggetto avanza questa proposta. È la proposta dei veri rivoluzionari.

Salvo Lo Galbo

Sulla via di Damasco

 


L'ipocrisia dell'imperialismo italiano. E non solo

17 Dicembre 2024

Cosa rivelano le relazioni "segrete" dell'intelligence italiana con i servizi di Assad e il doppiogiochismo di governo e diplomazia

La caduta del regime dispotico di Assad e l'avvento al potere di un blocco politico islamista sostenuto dal regime reazionario di Erdogan hanno aperto la competizione tra gli stati imperialisti per guadagnare o preservare proprie entrature in Siria. Zone di influenza, equilibri militari, ricostruzione economica della Siria, tutto diventa terreno di sgomitamento tra interessi rivali per occupare il vuoto prodottosi.
L'imperialismo russo, grande protettore di Assad e ora dunque grande sconfitto, cerca di preservare le proprie basi militari costiere, Tartus e Lakatia, ma è costretto a una probabile ritirata, trasferendo forze e uomini nella vicina Libia. Sono invece gli imperialismi d'Occidente a farsi avanti. “Garantire e controllare una transizione democratica in Siria nell'interesse dell'integrità e della sovranità del Paese” recita la loro immancabile retorica di accompagnamento. Una ipocrisia rivoltante quando si vede che lo stato sionista non solo continua a massacrare i palestinesi con armi e copertura degli imperialismi “democratici” ma anche a bombardare impunemente la Siria e occupare parte del suo territorio nel sostanziale silenzio della diplomazia mondiale (imperialismo russo incluso); mentre Erdogan nel nord-est siriano stringe d'assedio i curdi, sperando in un via libera di Trump al loro massacro.

Ma c'è di più. Qualcosa che riguarda il nostro imperialismo tricolore. Dagli armadi spalancati del vecchio regime esce infatti la documentazione delle relazioni tra i servizi segreti italiani e i servizi di Assad, quelli che si occupavano ordinariamente di incarcerazioni, torture, assassini, fosse comuni. Tali relazioni sono continuate, a quanto pare, sino alla vigilia del crollo del regime. The Independent Arabia, versione digitale del britannico Indipendent, riporta infatti la testimonianza della telefonata del capo dell'agenzia italiana di intelligence per l'estero (AISE), Giovanni Caravelli, al suo omologo siriano Hassan Luqa due giorni prima del tracollo di Assad: «Ho ricevuto una telefonata dal generale Giovanni Caravelli, capo dei servizi segreti italiani, su sua richiesta, in cui ha sottolineato il sostegno del suo Paese alla Siria in questo momento difficile», riporta Hassan Luqa. In altri termini, il sostegno dell'Italia al boia Assad, sino vigilia della sua fuga.

Inverosimile? Niente affatto. L'imperialismo italiano nell'agosto scorso aveva riaperto l'ambasciata italiana a Damasco, unico tra gli imperialismi d'Occidente, in segno di normalizzazione delle relazioni col regime. «La Siria da tempo sembra essere stata relegata ai margini dell'agenda internazionale, e questo sarebbe un errore strategico» dichiarava pubblicamernte in quella occasione Antonio Tajani, ministro degli esteri del governo Meloni.
La verità è che l'Italia puntava a una propria entratura in Siria, a dispetto della concorrenza, nel mentre continuava formalmente a sostenere le sanzioni economiche contro la Siria degli imperialismi alleati. Normale doppiogiochismo tra banditi. Cosa c'è di più naturale in un contesto simile del messaggio di sostegno italiano ad Assad, seppur ormai fuori tempo massimo?

La Farnesina, non a caso, non ha commentato l'imbarazzante notizia, per il semplice fatto che non poteva smentirla. L'ha fatto invece la stampa borghese di casa nostra, in particolare quella che fa capo alla cosiddetta opposizione liberale, la stampa del gruppo GEDI (Elkann). Se non che, a fare scandalo ai suoi occhi non è il sostegno italiano a un massacratore, ma il fatto che a dare la notizia sia stata la stampa britannica. Cioè la stampa di un imperialismo concorrente. «Chi ha interesse in questo momento a far sì che l'Italia venga guardata con sospetto dai nuovi leader della Siria post-Assad? Non dimentichiamo quali sono i dossier più importanti delle relazioni bilaterali Italia-Siria: da un lato la gestione del flusso di profughi, dall'altra la ricostruzione del Paese, in cui aziende e compagnie italiane potrebbero essere coinvolte, visto che già da qualche mese, con la riapertura dell'ambasciata, avevano avuto modo di cominciare a tastare il terreno. Evidentemente non sono le sole, ed è questo che ieri ci hanno voluto ricordare». (La Stampa, 16 dicembre).

Chiaro, no? Il fatto che il governo Meloni avesse aperto al criminale Assad per tastare il terreno a vantaggio di aziende e compagnie italiane è ordinaria diplomazia, e anzi merita il plauso dei liberali. Ciò che invece indigna La Stampa è che imperialismi “democratici” alleati documentino questa verità al solo fine (indubbio) di compromettere agli occhi del nuovo governo siriano gli interessi e affari dei capitalisti italiani in Siria.
Questo è l'ambiente putrido della cosiddetta democrazia mondiale. Solo una rivoluzione può liberare il mondo da questa fogna.

Partito Comunista dei Lavoratori

La rivolta sociale di Landini e la nostra

 


La differenza tra gli obbiettivi transitori e gli scioperi senza altro obbiettivo che la testimonianza

«È arrivato il momento di una vera rivolta sociale, avanti così non si può più andare». Così si è espresso Landini in vista dello sciopero rituale del 29 novembre di CGIL-UIL contro la manovra del governo.

Tuona, tra il comico e il patetico, la politica benpensante borghese: come si permette, il principale capo degli schiavi salariati d’Italia, a parlare di rivolta sociale? Lo stato dei padroni ha tutto il diritto di spremerli fino all’osso, togliendogli salario, sanità e pensioni, ma gli schiavi salariati devono stare buoni e subire in silenzio.

Sullo sfondo di tale scontro ci sta la preoccupazione del governo per lo sciopero nei trasporti. Nonostante le leggi antisciopero firmate da CGIL-CISL-UIL, con quello generale si rischia lo stesso di infastidire il Paese del profitto e dello sfruttamento. Richiamare Landini all’ordine capitalistico diventa quindi missione prioritaria per padroni, governo e i loro stupidissimi giornali.

La rivolta sociale è il numero della bestia proletaria per la borghesia. Solo evocarla, per gli alti papaveri neofascisti a libro paga del capitale, è indice di «irresponsabilità», si configura come «reato», è degna dei «dei cattivi maestri degli anni ‘70» (parole, tra le tante, di emerite cime quali Salvatore Sallemi, Tommaso Foti e Maurizio Lupi...), quelli che il popolo delle scimmie fasciste non han mai seguito, preferendo di gran lunga le scuole per vermi dello zoo di Predappio.

Pensate: lo stato italiano borghese, la dittatura spietata del capitale, dal 1861 trasuda ininterrottamente sangue di piazze, di guerre imperialiste e colonialiste, di rastrellamenti, di olocausti, di stragi e di strategie della tensione, ma appena qualcuno, due o tre gradini più in basso del sangue, lascia intravedere uno spiraglio di violenza, diventa uno stato di educande e di figli dei fiori.

Tajani è preoccupato e, quando si preoccupano, i borghesi si trasformano nei sindacalisti più temibili: «Sono rimasto molto dispiaciuto e molto, molto perplesso di un atteggiamento fondamentalista di alcuni sindacati», perché il sindacato «deve fare la sua parte e non ostacolare la tutela dei lavoratori». Naturalmente, a parer suo di zerbino del capitale, i sindacati che tutelano i lavoratori sono CISL, autonomi e UGL, insomma i sindacati dei padroni e dei fascisti: Tajani è il rappresentante perfetto delle loro vecchie corporazioni!

Come fai Landini, si domanda invece Salvini «a invitare alla rivolta sociale e allo sciopero generale quando aumentano gli stipendi dei tuoi rappresentati?». Aumentano così tanto che aumentano solo apparentemente tagliando le tasse ai padroni sul costo indiretto della forza-lavoro, cioè facendo aumentare i profitti, altrimenti il 29 in piazza scendeva Confindustria.

Completa il circo destrorso il numero della Premier che piange perché, non avendo il diritto alla mutua, è costretta a continuare a fare la spola tra Roma e Budapest cantando la solita solfa: «avanti fascisti de Buda, avanti fascisti de Pest, io sono fascista de Roma, chi c’è più fascista de me?». Non avendo mai mosso un dito in vita sua, crumira per vocazione naturale, non sa che i diritti si conquistano scioperando, non certo vantandosi di essere la miglior e improbabile discendente di Stachanov. Verrebbe da dirle, se non si scendesse nel ridicolo, che anche fosse può sempre scioperare con la CGIL per conquistarlo, oppure semplicemente può darselo da sola con una legge visto che è al governo. Non doveva, infatti, anche lei rivoluzionare l’Italia?

Attenzione: entrano in scena ora gli acrobati cosiddetti di sinistra. Schlein sta al fianco dei lavoratori, ma non proprio tutti, solo quei «tre milioni e mezzo di lavoratori e lavoratrici che non ce la fanno più e non arrivano a fine mese» perché non hanno quel «salario minimo» che Meloni nega ma che il PD non ha mai elargito quando era al governo, quindi praticamente quasi sempre. Poveri sì, sembra dire Schlein, purché non miserabili, altrimenti il suo cuore ricolmo di pietà borghese potrebbe soffrirne.

Fratoianni è apparentemente più serio: «La destra attacca i sindacati, ma non ascolta i lavoratori. Un capolavoro firmato Salvini e Meloni: oggi lavoratrici, lavoratori e sindacati del trasporto pubblico sono ancora una volta in sciopero. È la decima volta dall’inizio dell’anno. Da mesi tentano disperatamente di farsi ascoltare dal governo sul tema dei salari e dell’insicurezza. Non danno risposte, sviliscono ogni richiesta dei cittadini, attaccano tutte le forme di protesta e poi si sorprendono se cresce la rabbia». Se la destra non dà risposte, si potrebbe però domandare quale precisa rivendicazione dei lavoratori appoggi una maschera come Fratoianni, ma soprattutto perché la demandi al governo, visto che con le privatizzazioni selvagge della sinistra, andrebbero comunque richieste ai padroni. In ogni caso, siccome Fratoianni non lo dice, diciamo noi per lui che la sua unica preoccupazione è che ai lavoratori scorticati, sia dato almeno il diritto di protesta. Il programma della sinistra del capitale è tutto qua: salario minimo e diritto alla protesta! Dovremmo proprio essere dei lavoratori felici e cretini per marciare il 29 novembre al fianco di questa sedicente sinistra.

Di fronte a tali attacchi e a simili improbabili difese, come ha reagito Landini? «Non ho proprio nulla da rettificare, anzi voglio rilanciare con forza. Loro (il governo, nda) cosa stanno facendo? Stanno aumentando i soldi per comprare le armi, stanno aumentando la precarietà, stanno tagliando e stanno favorendo quelli che evadono il fisco. E questo sarebbe possibile mentre non è possibile dire che c’è bisogno di una rivolta sociale? Aggiungo che ci siamo rotti le scatole, perché non è più accettabile che quelli che tengono in piedi questo Paese siano quelli che non sono ascoltati e che non vengono rappresentati»Se non del tutto giusto, direbbe la ben nota canzone di rivolta, quasi niente sbagliato. Non si dimentichi però che mancano ancora due settimane allo sciopero generale. Già l’anno scorso, di fronte al Garante dello sfruttamento, CGIL e UIL avevano ridotto lo sciopero nei trasporti, quindi non v’inganni la voce grossa del Segretario CGIL, tra quindici giorni sarà come minimo più bassa di due o tre toni.

Infatti accanto a questa presa di posizione apparentemente perentoria, stanno altre ben più significative esternazioni che illustrano meglio il contenuto reale della rivolta sociale alla Landini. Ospite a Radio 1, a chi gli domandava se la sua rivolta sociale fosse violenta, Landini ha risposto: «violento è il governo che sta investendo nelle armi. Quando mai i sindacati non hanno operato in modo pacifico?». La rivolta sociale di Landini, insomma, è qualcosa a metà strada tra la rivolta programmata a tavolino e la protesta vagamente gandhiana, non violenta per il semplice fatto che Gandhi non era un emulo di Gesù Cristo ma dei borghesi inglesi, terrorizzato come tutti i borghesi che i lavoratori scavalcassero le sue rivendicazioni nient’affatto proletarie. E siccome Landini non è Gesù Cristo e nemmeno quel finto non violento di Gandhi, la sua rivolta sociale è solo un’esternazione da riformista che, come tutte le cose dei riformisti, non ha niente di reale.

Questo aspetto lo si vede ancora meglio nella sua concezione dello sciopero. Secondo Landini gli scioperi si potrebbero evitare: «Per impedire gli scioperi bisogna dare le risposte ai lavoratori, ai cittadini. Se il governo vuole evitarli, deve rinnovare i contratti, mettere le risorse necessarie e accettare il confronto con i sindacati, cosa che non sta facendo». Un po’ come dire: date una crocchetta ai cagnolini e i cagnolini smetteranno di abbaiare.

Sarebbe ingeneroso e assolutamente falso dire che Landini pensi i suoi tesserati come cani, ma è indubbio che pensi allo sciopero come qualcosa di avulso dalla dinamica viva della lotta di classe. La nostra concezione, quella marxista, perfettamente aderente alla lotta di classe così com’è, è l’esatto opposto: una rivendicazione conquistata, a noi serve da leva per accelerare la conquista della rivendicazione successiva. È il metodo degli obbiettivi transitori, concetto che non è semplicemente un’idea di Trotsky, ma la trascrizione su carta marxista della reale lotta di classe rivoluzionaria che è tale anche quando apparentemente sembra assopita. Nel riformista Landini, lo sciopero è chiamato, nella migliore delle ipotesi, in vista di stopparla, non per accompagnarla e tirarla. È in questo freno a monte che i Landini di tutti i tempi e le latitudini, non avendo altro orizzonte al di là di un capitalismo ideale, finiscono per transitarci, di manifestazione all’acqua di rose in manifestazione all’acqua di rose, nell’unico capitalismo reale che conosciamo: quello che peggiora le nostre condizioni di anno in anno anche grazie alle loro mobilitazioni testimoniali, a ricordo dell’ennesima sconfitta che stanno preparando.



Nota – Non vorremmo essere fraintesi - perché c'è sempre qualcuno che non vede l'ora di fraintedere! - nel 1956 ungherese noi sì che stavamo coi ragazzi ungheresi, non come i Pingitore che stavano comunque contro.

Lorenzo Mortara

La nota congiunta di Tajani e Weber. Corsa alle armi e lotta tra gli imperialismi

 


Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato la creazione di una riserva militare ausiliaria con «compiti di sicurezza interna ed esterna» di diecimila unità. Parallelamente il governo ha varato un decreto che accelera la procedura decisionale circa l'impiego estero di forze della Difesa «per il loro immediato impiego operativo». Non c'è ovviamente una connessione diretta tra le due decisioni, ma c'è sicuramente una relazione di fondo. Le nuove ambizioni della politica estera italiana si dotano di nuovi strumenti. Si tratta dell'effetto di trascinamento del nuovo contesto internazionale.


Un esercito e più investimenti strategici. Per l'Europa è l'ora della Difesa comune”: è il titolo della nota congiunta (28 gennaio) del ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani e del Presidente del Partito Popolare Europeo Manfred Weber.

«La stella polare è la NATO... Ma gli alleati transatlantici saranno al nostro fianco solo se anche noi europei saremo disposti a fare la nostra parte. Negli ultimi dieci anni Paesi come Russia e Cina hanno aumentato i loro bilanci per la difesa rispettivamente di quasi il 300% e il 600%. Le forze armate statunitensi hanno speso oltre 800 miliardi di dollari nel 2022. Al contrario, la UE a 27 ha aumentato collettivamente la spesa per la difesa del 20%, arrivando a un livello di poco superiore ai 200 miliardi». Da qui la petizione a favore di un rapido sviluppo del militarismo per una «vera Difesa europea».

Tre sono i passi proposti: «aumentare la capacità di produzione di armamenti, attraverso iniziative militari congiunte. Razionalizzare e unire il più possibile la spesa per risparmiare, puntando a un mercato unico per la Difesa. [...] sviluppare [a lungo termine] una vera “Unione europea di difesa” con forze integrate di terra, mare e aria. [...] Abbiamo creato l'Euro: è stato un successo. Dobbiamo far nascere politica estera e Difesa comune: oggi è una necessità assoluta».

Naturalmente occorre sfrondare la nota delle ridondanze retoriche, tanto più alla vigilia delle elezioni europee: i paesi imperialisti dell'Unione Europea hanno interessi distinti e concorrenziali in molti campi, incluso quello dell'industria militare; si contendono le aree di influenza in diversi scacchieri internazionali (dal Nord Africa al Medio Oriente ai Balcani); non hanno la stessa postura nel rapporto con l'imperialismo egemone USA. La strada di un superimperialismo europeo è e resta dunque disseminata di mine. Un conto era unire gli stati americani in una unica federazione nell'epoca preimperialista, un altro è unire su basi federali Stati imperialisti del vecchio continente con tradizioni nazionali consolidate e rivali.

E tuttavia sarebbe sbagliato non cogliere il significato della nota congiunta. Stretti nella morsa tra il vecchio imperialismo dominante USA e le nuove potenze imperialiste di Cina e Russia, gli imperialismi nazionali europei cercano di recuperare un proprio spazio. Lo possono fare alla sola condizione di accrescere la propria potenza militare. E possono accrescerla a condizione di concertare le rispettive risorse ad un livello più avanzato dell'attuale. Non sappiamo se vi riusciranno, ma sappiamo che le forze politiche centrali dell'establishment continentale (il Partito Popolare Europeo in primis) rivendicano pubblicamente questo intento.

Si conferma una volta di più l'attualità di Lenin del 1915: su basi capitaliste gli Stati Uniti d'Europa o sono impossibili o sono reazionari. Proprio così. Potremmo anzi dire che l'attuale Unione Europea condensa già oggi entrambi gli aspetti. L'unificazione federale è impedita dalle contraddizioni nazionali, ma ogni passo unitario implica la crescita del militarismo. Le sciocchezze che circolano a sinistra su una possibile Unione Europea “di pace” sono contraddette sempre più dall'evidenza.

L'indebolimento dell'imperialismo USA sulla scena mondiale, unito alle ambizioni degli imperialismi rivali, rafforza la linea di tendenza degli imperialismi europei. Essi non hanno dubbi sulla propria collocazione nell'Alleanza Atlantica. Ma sanno e sentono che la vecchia rendita di posizione della tutela militare USA non è più garantita nel futuro storico come lo è stata nel passato.
La nuova lotta tra le potenze per la spartizione del mondo pone gli imperialismi europei di fronte a un bivio: o la rassegnazione al proprio declino o lo sviluppo della propria forza militare.

In questo quadro l'imperialismo tricolore cerca un ruolo. «L’Italia, che ha la Presidenza del G7 per il 2024, nei prossimi mesi avrà un ruolo chiave nel trovare con gli alleati risposte politiche alle richieste europee. E potrà imprimere un’accelerazione proprio sulla Difesa europea, da intendersi come pilastro europeo della Nato, anche avendo a mente l’appuntamento chiave del vertice dell’Alleanza di Washington in luglio». A buon intenditor poche parole.

Partito Comunista dei Lavoratori

Contro la missione militare nel Mar Rosso

 


A difesa del popolo palestinese e della sua resistenza

«Una missione navale per salvare il commercio. Previsto l'uso della forza.» Così il Corriere della Sera (22 gennaio) presenta e magnifica l'annunciata spedizione militare nel Mar Rosso, Aspides, da parte di Italia, Francia, Germania.
I relativi ministri degli Esteri si preoccupano di sottolineare “il carattere difensivo” della missione, distinguendola dall'operazione Prosperity Guardian promossa da USA e Gran Bretagna. In realtà, quali che siano le regole di ingaggio, si tratta di un intervento militare in zona di guerra a difesa dello stato sionista. La minaccia e gli attacchi degli houthi riguardano le navi dirette in Israele o in commercio con Israele. Ogni missione militare anti-houthi è a difesa dello stato d'Israele e della sua guerra di sterminio contro il popolo palestinese.
USA e Gran Bretagna hanno attaccato lo Yemen con ripetuti bombardamenti, con oltre cento morti. Italia, Francia, Germania inviano proprie navi da guerra (almeno tre cacciatorpediniere o fregate) per segnare la propria presenza deterrente. L'obiettivo è anche quello di non lasciare a USA e Gran Bretagna il monopolio di gestione della partita medio-orientale.
Ogni imperialismo vuole prenotare il proprio ruolo in partita. La “libertà dei mari e del commercio” è la comune bandiera propagandistica. Ma la prima libertà che viene tutelata è quella di Israele di massacrare i palestinesi.

La missione ha il patrocinio dell'Unione Europea. L'articolo 44 del Trattato dell'Unione prevede che il Consiglio Europeo possa affidare la realizzazione di una missione militare «a un gruppo di Stati membri che lo desiderano e dispongono delle capacità necessarie» per tale missione, in coordinamento con l'Alto rappresentante UE. Francia e Italia sono già presenti nella regione del Mar Rosso e del Canale di Suez con propri bastimenti militari, ufficialmente svincolati dalla presenza americana. La Germania si aggiunge di buon grado nel segno del suo nuovo protagonismo militare e filosionista. Gli ambasciatori dei paesi UE, presenti alla riunione del Comitato politico e di sicurezza del 16 gennaio scorso, hanno anticipato l'appoggio corale alla missione. La Spagna ha dichiarato che non partecipa ma non si oppone: il governo Sanchez-Podemos non vuole intralciare l'azione di guerra, cercando solo di salvare la faccia.

L'Italia si candida a paese guida dell'operazione. Il ministro degli Esteri Tajani ha spiegato che «Aspides non è solo una missione di polizia internazionale, è un importantissimo segnale politico della UE: siamo sulla direzione della difesa comune europea, che è il vero tassello necessario per la politica estera comune».
Tutta la retorica un tanto al chilo su una Europa autonoma dagli Stati Uniti, naturalmente nel nome della pace, si scontra con una realtà ben diversa: ogni passo autonomo degli imperialismi europei richiama lo sviluppo del loro militarismo. Separato o congiunto.

Il governo italiano, a differenza di quello tedesco, olandese, danese, non ha firmato il documento di appoggio agli attacchi di USA e Regno Unito. Vuole minimizzare il rischio di ritorsioni. Punta a coinvolgere nella missione europea i regni del Golfo e i paesi costieri africani più interessati (Gibuti, Eritrea, Egitto), sia per avere la più ampia copertura, sia in funzione della logica generale del cosiddetto Piano Mattei, che candida l'Italia al ruolo di pivot in Africa e Medio Oriente.

È significativo che le opposizioni liberali (PD, Azione, M5S) coprano e sostengano la missione militare italiana ed europea, con la benedizione del Quirinale. Il quotidiano liberalsionista La Repubblica invoca pubblicamente «la più ampia convergenza in Parlamento» (23 gennaio). È l'unità nazionale tricolore. Il governo a guida postfascista ha le spalle coperte quando si tratta dell'interesse superiore dell'imperialismo italiano (e del sionismo).

È una ragione in più perché tutte le sinistre politiche, sindacali, associative, di movimento, si mobilitino unitariamente contro la missione militare imperialista, facendo dell'opposizione alla missione una parte integrante della difesa del popolo palestinese e della sua resistenza. È questa la proposta del Partito Comunista dei Lavoratori.

Partito Comunista dei Lavoratori

Il golpe in Niger e il contenzioso imperialista nel Sahel


Solo la classe lavoratrice può liberare l'Africa da oppressione e sfruttamento

3 Agosto 2023

Il golpe militare in Niger fotografa una volta di più l'instabilità politica del Sahel. L'intero centro Africa è terra contesa tra vecchi e nuovi imperialismi. Una contesa che investe lo scenario mondiale, gli equilibri di potenza tra i blocchi rivali, tanto più dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

L'Africa è il ventre molle dell'influenza imperialistica dell'Occidente. L'imperialismo francese in particolare ha visto la caduta libera del suo vecchio impero. I recenti golpe militari in Mali e Burkina Faso hanno accelerato questa caduta. L'attuale golpe in Niger è un ulteriore colpo di piccone a ciò che resta dell'eredità coloniale di Parigi. Ma è anche un colpo all'Unione Europea, che aveva scelto il Niger come avamposto in Africa lungo la linea di esternalizzazione delle frontiere contro i flussi migratori. Appena un mese fa Josep Borrell, quale Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, aveva visitato il Niger definendolo un partner solido e affidabile. Una previsione clamorosamente smentita.

Le crisi ripetute dei governi filoccidentali del Sahel hanno la loro radice nella disperata miseria sociale delle popolazioni, prodotta dal saccheggio imperialista, e oggi aggravata dai costi della guerra in Ucraina, a partire dalla scarsità di cibo e dall'impennata di prezzo dei cereali, cui si aggiungono i costi delle campagne destabilizzanti dello jihadismo, e dell'incremento corrispondente della presenza militare imperialista americana ed europea.
Di certo sessanta anni di indipendenza formale, e dei cosiddetti aiuti per lo sviluppo e la cooperazione, non hanno assicurato alcun beneficio percepibile alle popolazioni povere del Niger e del Sahel. Hanno solo lubrificato il loro sfruttamento. In particolare negli ultimi trent'anni, la presenza imperialista in Africa ha privatizzato ovunque tutto il privatizzabile a vantaggio delle rispettive aziende multinazionali. Anche i piccoli embrioni di welfare sono stati smantellati, a cominciare dai presidi sanitari e dall'istruzione. Un paese straricco di uranio come il Niger, con gigantesche riserve petrolifere, vede la maggioranza dei suoi abitanti priva di elettricità e sotto il livello minimo di sussistenza. È la misura della “democrazia” occidentale.

L'azione dell'imperialismo russo non è irrilevante nella capitalizzazione politica della situazione. La Russia di Putin ha offerto più volte una sponda alternativa di riferimento alle classi dirigenti corrotte e corruttibili del Sahel. Una sponda innanzitutto militare, spesso garantita dalla protezione banditesca delle milizie Wagner in cambio di concessioni minerarie. Ma anche una sponda economica in termini di rifornimenti alimentari: il blocco militare del grano ucraino sul Mar Nero viene rimpiazzato da donazioni cerealicole russe, quale strumento di pressione per un cambiamento di alleanze. Di certo i golpe recenti in Mali e Burkina Faso hanno avuto uno sbocco filorusso. La Repubblica Centrafricana è esposta a una dinamica analoga.

Il contenzioso apertosi sul Niger ha per ora una natura più incerta. Gli equilibri nigerini non sono ancora definiti. La Wagner ha prontamente offerto il proprio sostegno ai golpisti ma il governo di Mosca al momento si è smarcato. È possibile che pesino i contrasti interni all'apparato imperialista russo, clamorosamente esplosi con la marcia (fallita) di Prigozhin. Ma probabilmente non si tratta solo di questo. Putin sta giocando in Africa, anche in Sahel, una partita più vasta, per estendere influenza e relazioni. Non vuole comprometterla col sostegno affrettato a un golpe dall'esito incerto, malvisto da altri paesi corteggiati. Nel frattempo i governi filorussi del Mali e del Burkina Faso si sono schierati coi golpisti nigerini, garantendo loro aiuto militare, se necessario. Così Putin può giocare su più tavoli, può pesare sulla bilancia negoziale senza esporsi direttamente.

Parallelamente dodici governi filoccidentali dell'Africa Occidentale (CEDEAO) minacciano un intervento militare in Niger se non viene ripristinato il vecchio presidente destituito, Mohamed Bazoum. Con ciò da un lato cercano di tutelarsi da possibili rischi di contagio in casa propria, dall'altro si offrono come possibile fanteria agli imperialismi d'Occidente. Che oggi, a partire dalla Francia, avrebbero grandi difficoltà politiche e militari ad arrischiarsi direttamente in nuove avventure militari nel Sahel, dopo i rovesci subiti.
Quanto al nuovo governo golpista del Niger, non ha ancora scelto la propria collocazione perché sta trattando con diversi interlocutori, alla ricerca del miglior offerente, e deve ancora consolidarsi militarmente sul versante interno. Le manifestazioni antifrancesi, con sventolio delle bandiere russe, non configurano ancora una base d'appoggio sicura. Meglio, al momento, prendere tempo.

L'imperialismo cinese è un altro attore di primo piano della crisi africana. Un attore già egemone economicamente sul continente in termini di controllo di risorse strategiche, in particolare delle terre rare (litio, cobalto, nichel) che sorreggono la competizione mondiale nelle nuove tecnologie e nella cosiddetta transizione energetica.
Tra imperialismo russo e cinese, non senza contraddizioni, si realizza in Africa una sorta di divisione informale del lavoro. L'imperialismo russo offre prevalentemente protezione militare (ma non solo). L'imperialismo cinese compra a prezzi stracciati immense distese di terra africana da sussumere nel proprio sviluppo offrendo enormi investimenti infrastrutturali a debito. L'interesse comune sta nella capitalizzazione del declino imperialistico occidentale. Il costo lo pagano i proletari africani.

Anche all'interno del campo occidentale si giocano sull'Africa diverse partite. L'imperialismo italiano in particolare cerca un proprio spazio nella crisi dell'influenza francese. Il recente summit tra Italia, Arabia Saudita, Qatar e diversi governi africani ha visto non a caso la presenza statunitense, ma non quella francese e tedesca. L'Italia si offre come sponda affidabile all'imperialismo USA in funzione antirussa (e progressivamente anticinese) in cambio di un riconoscimento di ruolo per l'imperialismo italiano da parte americana. Il cosiddetto Mediterraneo allargato è creatura diplomatica italiana. Mira ad estendere ai confini del Niger l'area di interesse dell'Italia, anche a scapito della Francia. Serve non solo per bloccare le partenze dei migranti alla fonte ma anche per guadagnare posizioni chiave sul terreno economico ed energetico. L'ENI, guarda caso, è la principale azienda del continente africano in termini di volume di capitale e di affari.

La presenza militare italiana in Africa, Niger incluso, serve a rafforzare il peso contrattuale dell'Italia nella spartizione delle zone di influenza. Anche per questo il golpe militare in Niger è visto con particolare apprensione. Con qualche risvolto contraddittorio: le truppe italiane stanziate in Niger si occupavano formalmente di addestrare i militari nigerini, gli stessi che hanno appoggiato la Guardia Presidenziale nell'esecuzione del golpe. Non esattamente un successo tricolore. Ma certo è la misura di un ruolo da giocare in partita. Il Ministro degli esteri Tajani si è affrettato a dichiarare che l'ambasciata italiana in Niger resta aperta anche per svolgere un'azione negoziale utile. Utile all'imperialismo italiano, non necessariamente alla concorrenza francese.

I proletari africani, la popolazione povera del continente, non hanno nulla da guadagnare da questa contesa imperialista sulla loro pelle. Tra i vecchi imperialismi e gli imperialismi nuovi non ci sono alleati possibili per le masse diseredate del continente. Né in Niger né altrove. Non si tratta di scegliere l'albero cui impiccarsi, ma di abbatterlo, liberando il continente da ogni retaggio coloniale o neocoloniale e realizzando una prospettiva socialista.
Il proletariato africano è in grande crescita, composto in larga misura da giovani e giovanissimi. Solo la sua forza può liberare l'Africa e ricostruirla su nuove basi sociali. Dare a questa classe la coscienza politica delle sue potenzialità è il compito dei marxisti rivoluzionari africani. Battersi per il ritiro di ogni missione imperialista dall'Africa, tricolore italiano incluso, è un dovere che spetta al movimento operaio internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori