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Il golpe in Niger e il contenzioso imperialista nel Sahel


Solo la classe lavoratrice può liberare l'Africa da oppressione e sfruttamento

3 Agosto 2023

Il golpe militare in Niger fotografa una volta di più l'instabilità politica del Sahel. L'intero centro Africa è terra contesa tra vecchi e nuovi imperialismi. Una contesa che investe lo scenario mondiale, gli equilibri di potenza tra i blocchi rivali, tanto più dopo l'invasione russa dell'Ucraina.

L'Africa è il ventre molle dell'influenza imperialistica dell'Occidente. L'imperialismo francese in particolare ha visto la caduta libera del suo vecchio impero. I recenti golpe militari in Mali e Burkina Faso hanno accelerato questa caduta. L'attuale golpe in Niger è un ulteriore colpo di piccone a ciò che resta dell'eredità coloniale di Parigi. Ma è anche un colpo all'Unione Europea, che aveva scelto il Niger come avamposto in Africa lungo la linea di esternalizzazione delle frontiere contro i flussi migratori. Appena un mese fa Josep Borrell, quale Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, aveva visitato il Niger definendolo un partner solido e affidabile. Una previsione clamorosamente smentita.

Le crisi ripetute dei governi filoccidentali del Sahel hanno la loro radice nella disperata miseria sociale delle popolazioni, prodotta dal saccheggio imperialista, e oggi aggravata dai costi della guerra in Ucraina, a partire dalla scarsità di cibo e dall'impennata di prezzo dei cereali, cui si aggiungono i costi delle campagne destabilizzanti dello jihadismo, e dell'incremento corrispondente della presenza militare imperialista americana ed europea.
Di certo sessanta anni di indipendenza formale, e dei cosiddetti aiuti per lo sviluppo e la cooperazione, non hanno assicurato alcun beneficio percepibile alle popolazioni povere del Niger e del Sahel. Hanno solo lubrificato il loro sfruttamento. In particolare negli ultimi trent'anni, la presenza imperialista in Africa ha privatizzato ovunque tutto il privatizzabile a vantaggio delle rispettive aziende multinazionali. Anche i piccoli embrioni di welfare sono stati smantellati, a cominciare dai presidi sanitari e dall'istruzione. Un paese straricco di uranio come il Niger, con gigantesche riserve petrolifere, vede la maggioranza dei suoi abitanti priva di elettricità e sotto il livello minimo di sussistenza. È la misura della “democrazia” occidentale.

L'azione dell'imperialismo russo non è irrilevante nella capitalizzazione politica della situazione. La Russia di Putin ha offerto più volte una sponda alternativa di riferimento alle classi dirigenti corrotte e corruttibili del Sahel. Una sponda innanzitutto militare, spesso garantita dalla protezione banditesca delle milizie Wagner in cambio di concessioni minerarie. Ma anche una sponda economica in termini di rifornimenti alimentari: il blocco militare del grano ucraino sul Mar Nero viene rimpiazzato da donazioni cerealicole russe, quale strumento di pressione per un cambiamento di alleanze. Di certo i golpe recenti in Mali e Burkina Faso hanno avuto uno sbocco filorusso. La Repubblica Centrafricana è esposta a una dinamica analoga.

Il contenzioso apertosi sul Niger ha per ora una natura più incerta. Gli equilibri nigerini non sono ancora definiti. La Wagner ha prontamente offerto il proprio sostegno ai golpisti ma il governo di Mosca al momento si è smarcato. È possibile che pesino i contrasti interni all'apparato imperialista russo, clamorosamente esplosi con la marcia (fallita) di Prigozhin. Ma probabilmente non si tratta solo di questo. Putin sta giocando in Africa, anche in Sahel, una partita più vasta, per estendere influenza e relazioni. Non vuole comprometterla col sostegno affrettato a un golpe dall'esito incerto, malvisto da altri paesi corteggiati. Nel frattempo i governi filorussi del Mali e del Burkina Faso si sono schierati coi golpisti nigerini, garantendo loro aiuto militare, se necessario. Così Putin può giocare su più tavoli, può pesare sulla bilancia negoziale senza esporsi direttamente.

Parallelamente dodici governi filoccidentali dell'Africa Occidentale (CEDEAO) minacciano un intervento militare in Niger se non viene ripristinato il vecchio presidente destituito, Mohamed Bazoum. Con ciò da un lato cercano di tutelarsi da possibili rischi di contagio in casa propria, dall'altro si offrono come possibile fanteria agli imperialismi d'Occidente. Che oggi, a partire dalla Francia, avrebbero grandi difficoltà politiche e militari ad arrischiarsi direttamente in nuove avventure militari nel Sahel, dopo i rovesci subiti.
Quanto al nuovo governo golpista del Niger, non ha ancora scelto la propria collocazione perché sta trattando con diversi interlocutori, alla ricerca del miglior offerente, e deve ancora consolidarsi militarmente sul versante interno. Le manifestazioni antifrancesi, con sventolio delle bandiere russe, non configurano ancora una base d'appoggio sicura. Meglio, al momento, prendere tempo.

L'imperialismo cinese è un altro attore di primo piano della crisi africana. Un attore già egemone economicamente sul continente in termini di controllo di risorse strategiche, in particolare delle terre rare (litio, cobalto, nichel) che sorreggono la competizione mondiale nelle nuove tecnologie e nella cosiddetta transizione energetica.
Tra imperialismo russo e cinese, non senza contraddizioni, si realizza in Africa una sorta di divisione informale del lavoro. L'imperialismo russo offre prevalentemente protezione militare (ma non solo). L'imperialismo cinese compra a prezzi stracciati immense distese di terra africana da sussumere nel proprio sviluppo offrendo enormi investimenti infrastrutturali a debito. L'interesse comune sta nella capitalizzazione del declino imperialistico occidentale. Il costo lo pagano i proletari africani.

Anche all'interno del campo occidentale si giocano sull'Africa diverse partite. L'imperialismo italiano in particolare cerca un proprio spazio nella crisi dell'influenza francese. Il recente summit tra Italia, Arabia Saudita, Qatar e diversi governi africani ha visto non a caso la presenza statunitense, ma non quella francese e tedesca. L'Italia si offre come sponda affidabile all'imperialismo USA in funzione antirussa (e progressivamente anticinese) in cambio di un riconoscimento di ruolo per l'imperialismo italiano da parte americana. Il cosiddetto Mediterraneo allargato è creatura diplomatica italiana. Mira ad estendere ai confini del Niger l'area di interesse dell'Italia, anche a scapito della Francia. Serve non solo per bloccare le partenze dei migranti alla fonte ma anche per guadagnare posizioni chiave sul terreno economico ed energetico. L'ENI, guarda caso, è la principale azienda del continente africano in termini di volume di capitale e di affari.

La presenza militare italiana in Africa, Niger incluso, serve a rafforzare il peso contrattuale dell'Italia nella spartizione delle zone di influenza. Anche per questo il golpe militare in Niger è visto con particolare apprensione. Con qualche risvolto contraddittorio: le truppe italiane stanziate in Niger si occupavano formalmente di addestrare i militari nigerini, gli stessi che hanno appoggiato la Guardia Presidenziale nell'esecuzione del golpe. Non esattamente un successo tricolore. Ma certo è la misura di un ruolo da giocare in partita. Il Ministro degli esteri Tajani si è affrettato a dichiarare che l'ambasciata italiana in Niger resta aperta anche per svolgere un'azione negoziale utile. Utile all'imperialismo italiano, non necessariamente alla concorrenza francese.

I proletari africani, la popolazione povera del continente, non hanno nulla da guadagnare da questa contesa imperialista sulla loro pelle. Tra i vecchi imperialismi e gli imperialismi nuovi non ci sono alleati possibili per le masse diseredate del continente. Né in Niger né altrove. Non si tratta di scegliere l'albero cui impiccarsi, ma di abbatterlo, liberando il continente da ogni retaggio coloniale o neocoloniale e realizzando una prospettiva socialista.
Il proletariato africano è in grande crescita, composto in larga misura da giovani e giovanissimi. Solo la sua forza può liberare l'Africa e ricostruirla su nuove basi sociali. Dare a questa classe la coscienza politica delle sue potenzialità è il compito dei marxisti rivoluzionari africani. Battersi per il ritiro di ogni missione imperialista dall'Africa, tricolore italiano incluso, è un dovere che spetta al movimento operaio internazionale.

Partito Comunista dei Lavoratori

 

Né Prigozhin né Putin

 


Alcune prime considerazioni sulla crisi russa

2 Luglio 2023

La crisi esplosa sabato scorso in Russia con l'ammutinamento della milizia Wagner e la sua “marcia su Mosca” è il primo contraccolpo interno della guerra d'invasione dell'Ucraina. Ma è anche la cartina di tornasole, al di là del suo esito, delle linee di faglia che attraversano il regime putiniano e il suo apparato militare.
La ritirata di Prigozhin, e soprattutto i termini della cosiddetta mediazione di Lukashenko, sembrano configurare una sconfitta radicale degli ammutinati, una sorta di resa. Ma anche Putin e la sua immagine pubblica escono lesionate dalla sommossa. Per la prima volta il profilo dell'invincibile comandante in capo che tutto controlla e dispone è stato messo in discussione. Riuscirà ora Putin a trasformare la sconfitta della sommossa in una leva di rilancio del proprio prestigio appannato?

Sotto la direzione di Prigozhin e con la protezione di Putin, la milizia Wagner era diventata un centro di potere di grandi proporzioni all'interno dello Stato russo. Un centro di potere militare, mediatico, affaristico. La sua crescita ha accompagnato lo sviluppo dell'imperialismo russo e della sua politica di potenza. Prima in Siria, poi in Libia, poi ancora in buona parte parte dell'Africa subsahariana. Ovunque la milizia offre protezione militare per conto di Mosca in cambio di concessioni minerarie, in particolare in oro e diamanti (60 milioni di dollari di profitti annui). Il lavoro di rimpiazzo dell'imperialismo francese da parte dell'imperialismo russo nel cuore dell'Africa è stato appaltato da Putin alla Wagner.

Ma è soprattutto l'invasione dell'Ucraina ad aver spinto in primo piano il ruolo militare della Wagner. Lautamente sostenuta con 86 miliardi dallo stato russo, secondo la cifra ora rivelata dallo stesso Putin, la Wagner ha potuto mettere a frutto in Ucraina l'esperienza militare accumulata in Siria e il proprio patrimonio militare di mezzi pesanti e uomini. Il regime putiniano le ha consentito condizioni privilegiate di arruolamento, a partire dal reclutamento in massa di detenuti in cambio di grazia.
Una armata criminale, sotto ogni punto di vista, diretta da avventurieri dichiaratamente nazisti. L'assassinio a martellate, con tanto di video, di militari sospetti di arrendevolezza, dà la cifra delle regole interne alla compagnia. La battaglia di Bakhmut è stata il fiore all'occhiello della Wagner, il simbolo rivendicato della propria capacità militare e del proprio potere. Ventimila soldati massacrati sono stati il prezzo di questo successo, nel nome della patria russa.

Ma la proprio la crescita della Wagner è diventata col tempo un problema negli equilibri interni allo Stato russo.
Prigozhin a partire da gennaio 23 ha avviato una pubblica linea di contrasto con il ministero della Difesa Shoigu e il nuovo Capo di stato maggiore Gerasimov, accusati di incapacità, codardia, corruzione, insensibilità verso le condizioni della truppa al fronte. Una campagna spietata condotta non solo per linee interne, ma anche attraverso i canali Telegram e il gruppo mediatico Patriot, entrambi targati Wagner. La campagna non ha mai chiamato in causa il Presidente Putin, anzi ogni volta omaggiato come “il nostro Presidente”. Semplicemente ha cercato di spingere Putin a rompere con Shoigu e Geramisov rimpiazzandoli con altri uomini legati alla Wagner, tra cui innanzitutto il generale Surovikin, già noto come “macellaio di Aleppo”. Surovikin era stato non a caso il Capo di stato maggiore sino a gennaio, proprio per essere rimpiazzato da Gerasimov. Prigozhin voleva semplicemente spingere Putin a ripristinare la precedente linea di comando.
Per sei mesi la Wagner ha bombardato quotidianamente con la propria propaganda il quartier generale dell'esercito russo. Per sei mesi Putin ha taciuto sulla controversia cercando di tenersi al di sopra delle contraddizioni interne del proprio apparato militare per provare a dominarle. È il ruolo classico di un Bonaparte. Ma l'operazione di equilibrismo si è rivelata, oltre una certa soglia, impossibile.

A partire da maggio, il ministero della Difesa di Shoigu, col benestare di Putin, avviava un'operazione di razionalizzazione dell'apparato militare e di unificazione del comando. L'operazione investiva il ruolo stesso delle milizie private, in Russia assai numerose, rispondenti a diversi interessi oligarchici, come nel caso tra gli altri della milizia Gazprom. Il ministero della Difesa ha chiesto a ogni milizia privata di contrattualizzare il proprio rapporto con lo Stato, come condizione necessaria per poter operare sul fronte di guerra. Nei fatti, una proposta di integrazione e subordinazione delle milizie all'interno delle forze armate della Federazione Russa sotto il comando della Difesa.
La milizia Wagner si è sentita minacciata e ha respinto la proposta. La sollevazione di Prighozin è stato l'estremo tentativo di farla saltare, l'ultimo tentativo temerario di premere su Putin per imporre un cambio di scenario. Non un golpe per rovesciare Putin, ma un'iniziativa mirata a spezzare la sua alleanza con Shoigu, la massimizzazione estrema della propria politica di pressione sul Presidente russo in funzione della salvaguardia del proprio ruolo. Ma l'operazione è fallita. Le prime ore dell'ammutinamento sembravano incoraggianti: la conquista pacifica di Rostov, una rapida avanzata verso Mosca senza significative resistenze. In realtà, in quelle stesse ore si sfaldavano tutte le premesse di un possibile successo.

In primo luogo, messo di fronte all'ammutinamento militare, Putin ha dovuto alla fine posizionarsi con una dichiarazione pubblica di denuncia degli ammutinati come “traditori che pugnalavano alla spalle il popolo russo” nel corso della guerra. “Proprio come aveva fatto Lenin nel '17”, ha affermato Putin con un accostamento tra Lenin e Prighozin ovviamente grottesco (ma che conferma indirettamente una volta di più l'ossessione anticomunista di Putin). Da qui l'annuncio pubblico della punizione esemplare dei responsabili, e l'appello all'unità del popolo russo.

In secondo luogo, il generale Surovikin, prediletto da Prigozhin e su cui Prigozhin puntava, si appellava pubblicamente alla Wagner perché non spargesse sangue russo e scegliesse di ritirarsi. Non solo. Per dare la prova del proprio posizionamento contro la ribellione della milizia Wagner, Surovikin ha mosso aerei ed elicotteri, sotto il proprio comando, per contrastare l'avanzata, L'unica azione militare di contrasto dell'avanzata della Wagner (al prezzo di 16 piloti morti) è stata dispiegata paradossalmente dall'unico generale “amico” di Prighozin. Anche per questo la defezione di Surovikin ha dato all'avventura della Wagner il colpo di grazia,

La dichiarazione di ritirata dopo l'avvicinamento a 200 chilometri da Mosca è stata a quel punto obbligata. Lukashenko, per conto di Putin, si è intestata la mediazione risolutiva. Ma di resa si tratta. Prigozin salva al momento (forse) la pelle attraverso l'esilio in Bielorussia. Per il resto, la Wagner appare smembrata, privata del vecchio sostegno economico statale, e in ogni caso esclusa dalle operazioni militari in Ucraina. Suravikin è scomparso, probabilmente sotto interrogatorio per i sui rapporti ambigui con la Wagner. Gli odiati Shoigu e Gerasimov restano al loro posto, mentre i servizi segreti (FSB) lanciano la caccia ai reali o presunti complici di Wagner nel sottobosco dell'apparato statale. Difficile immaginare un esito più catastrofico per l'avventura di Prigozhin.

Ma se Prigozhin piange, Putin non ride. Il Presidente resta in sella, cerca bagni di folla per dimostrare la propria popolarità, proverà a capitalizzare la disfatta della sommossa col rilancio propagandistico del proprio regime. E tuttavia la sua immagine esce lesionata dalla vicenda. Troppe cose non tornano.
Alle ore 9 del sabato mattina il Presidente aveva lanciato la pubblica reprimenda dell'ammutinamento, ma per l'intera giornata l'esercito non si è mosso. Alcune unità militari hanno persino dichiarato simpatia per gli ammutinati (la duecentocinquesima brigata cosacca dei fucilieri motorizzati, la ventiduesima brigata Spetznaz, e diverse unità del cosiddetto “Storm Z”). L'unico a contrastare militarmente l'avanzata della Wagner è stato il generale estraneo alla catena centrale di comando, Surovikin, unicamente preoccupato di non compromettere il proprio futuro. In compenso a rispondere alla chiamata di Putin, sia pure in ritardo, è stato l'islamofascista Kadyrov e la sua milizia, pronta a farsi guardia del corpo del Presidente (in cambio del controllo terroristico sulla Cecenia).
Per l'intera giornata la resistenza a Prigozhin si è dunque risolta in alcune strade abbattute per rallentare la sua avanzata, i sacchi di sabbia e le mitragliatrici a Mosca quale estrema difesa della capitale: l'immagine di un potere arroccato e sotto assedio messo di fronte a tutta la sua fragilità. Non esattamente la coreografia più indicata per un Presidente che fa dell'ostentazione della propria forza la leva principale del proprio prestigio.

Il regime putiniano paga la privatizzazione dell'apparato statale, l'appalto delle strutture militari, la debolezza di una forza diretta su cui far leva. L'unica forza militare presidenziale è la Guardia nazionale russa, una sorta di arma dei carabinieri. Ma dispone di 10000 uomini, e non possiede ad oggi armi pesanti. Il fatto che ora Putin annunci l'armamento pesante della Guardia nazionale, e dunque il suo potenziamento, rivela la consapevolezza delle difficoltà del fronte interno, esposto in prospettiva a nuove possibili prove.

La popolazione russa non si è mossa, né per Prigozhin né per Putin. Non per Prigozhin, se si esclude l'immagine di Rostov in cui però la festa attorno alla Wagner era anche soddisfazione per la sua resa pacifica e la sua dipartita. Ma nemmeno per Putin, nonostante l'appello a reti unificate del Presidente. Il consenso maggioritario attorno al Presidente resta, ma è un consenso passivo, oggi forse più dubbioso di ieri.
La guerra d'invasione dell'Ucraina era stata presentata da Putin come rilancio della gloria russa, contro l'Ucraina nazista e l'Occidente collettivo, contro il Nemico. Ma ora improvvisamente è il fronte interno che si incrina. Sono i cosiddetti “eroi di Bakhmut” ad aver denunciato la corruzione e l'incapacità dei comandi.

E rimbalza l'ammissione clamorosa di Prigozhin, nell'ora della propria emarginazione, secondo cui sono tutte bugie quelle raccontate sulla guerra: sui morti in battaglia, sulle vittorie riportate e persino sulle ragioni della guerra: fatta non per difendere la Russia dall'Ucraina ma per appendere nuove medaglie al petto di Shoigu. In forma semplificata, una verità indubbia. Ora confessata. Da un macellaio di guerra, ma confessata. E tanto più significativa proprio perché confessata da un macellaio di guerra, il più insospettabile dei nazionalisti russi.

Naturalmente il regime putiniano spiega il tutto col fatto che l'Ucraina e l'Occidente sarebbero i mandanti... dell'ammutinamento di Prigozhin. E alcuni sciocchi in Italia crederanno all'ultima favola putiniana, come già a quelle precedenti. Ma in Russia il dubbio sulla credibilità della propaganda di guerra ha forse aperto un nuovo piccolo varco in un settore più ampio di opinione pubblica. Putin farà di tutto per chiudere quel varco nel segno del rilancio dello sciovinismo grande russo. All'avanguardia del movimento operaio russo il compito di dilatarlo: contro Putin, il suo imperialismo, la sua guerra.

Partito Comunista dei Lavoratori

Dichiarazione del Comitato Centrale del RRP (Russia) in relazione all'insurrezione militare

 


24 Giugno 2023

Pubblichiamo la prima dichiarazione del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario) sull'attuale situazione in Russia. Seguiremo con attenzione lo sviluppo degli avvenimenti nelle prossime ore e nei prossimi giorni, e le ripercussioni che ciò che sta avvenendo avrà rispetto alla guerra imperialista della Russia in Ucraina

Indipendentemente dall'esito del putsch di Prigozhin, questa "ribellione" porterà solo a un irrigidimento del regime e all'introduzione di una dittatura in Russia. La natura di classe di Prigozhin e la natura delle sue dichiarazioni politiche non permettono di sperare che, in caso di vittoria, il regime diventi più sociale. Al contrario, Prigozhin potrebbe piuttosto cambiare la situazione verso una più aperta dittatura del capitale.

I proletari potrebbero approfittare della situazione di divisione delle élite per prendere il potere, se avessero una propria organizzazione di classe e un programma politico chiaro, ma al momento non è così. Tuttavia, la situazione attuale e la confusione del Presidente e del Governo di fronte alla rivolta sfatano completamente il mito dell'inviolabilità e dell'inattaccabilità del potere di Putin.

Su questa base, il Comitato Centrale del Partito Operaio Rivoluzionario esorta i proletari coscienti a organizzarsi in brigate per difendersi, poiché la situazione in Russia è fuori controllo, ma nessuna delle due parti in conflitto è proletaria e non merita di essere sostenuta.

Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario)

No all’estremismo nazionalistico di Zelensky

 


Per il ritiro delle truppe russe nei confini del 23 febbraio 2022.

Per una giusta pace con la Crimea nella Federazione Russa e l'autodeterminazione e l'autonomia del Donbass

Fin dall'inizio della guerra in Ucraina noi abbiamo denunciato, come del resto hanno fatto i compagni russi del Revolyutsionnaya Rabochaya Partiya (Partito Operaio Rivoluzionario), l'aggressione imperialista russa finalizzata non a difendere la popolazione pro russa del Donbass e il suo diritto all’autodeterminazione (che noi avevamo sostenuto fin dal golpe reazionario di Piazza Maidan), ma a distruggere l’indipendenza reale dell’Ucraina, denunciata da Putin come un'invenzione antirussa di Lenin e dei “comunisti bolscevichi”, in un'impresa neozarista.


Per questo noi abbiamo sostenuto il diritto dell’Ucraina e del suo popolo a resistere, a procurarsi le armi per tale resistenza ovunque possibile, e a recuperare i territori occupati dall’esercito russo e dai suoi mercenari nazifascisti della Wagner e islamofascisti ceceni di Kadyrov, a partire dall’inizio della guerra il 23 febbraio 2022.

Nel contempo abbiamo precisato che noi eravamo contrari a ogni intervento diretto della NATO nella guerra in corso, al suo riarmo, al suo allargamento; aggiungendo che un tale intervento avrebbe trasformato la natura del conflitto, rendendolo una vera e propria guerra interimperialistica, in cui noi saremmo stati per il disfattismo bilaterale (diventando in quel quadro la questione dell'indipendenza Ucraina, da questione principale, una questione secondaria).

Nel contempo avevamo precisato che la nostra posizione non significava in nessun caso sostegno al governo ucraino e al presidente Zelensky; così come la nostra difesa dell’Iraq nel 2003 non aveva in alcun modo significato sostegno, in quel caso, al dittatore Saddam Hussein. Anzi in questo come in quel caso indicavamo che le forze rivoluzionarie locali dovevano cercare di creare le condizioni per rovesciare il regime esistente e creare, nel quadro stesso della lotta nazionale, un governo operaio e contadino, così come i giacobini-montagnardi nel 1792 avevano rovesciato il governo monarchico-girondino nel quadro della guerra e creato la repubblica democratica.

Questo anche dichiarando la nostra contrarietà alla pura ricostruzione della Ucraina nei confini internazionalmente riconosciuti del 1991, ritendo infatti valida e rispondente ai desideri della maggioranza della popolazione l’annessione alla Federazione Russa della Crimea (“regalata” alla Ucraina da Kruscev solo nel 1954) e impossibile risolvere la questione del Donbass senza un democratico referendum di autodeterminazione. In questo senso non solo prima del 24 febbraio del 2022, ma anche dopo, ci siamo contrapposti al nazionalismo ucraino.

Nell’importante viaggio a Roma del 13 maggio, il presidente ucraino Zelensky, in particolare dopo l’incontro con Francesco Bergoglio, papa dei cristiani cattolici, ha respinto un piano di pace che rispondesse al diritto dei popoli dell'Ucraina e ha rivendicato un progetto nazionalistico di riconquista dei confini del 1991.
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Zelensky era stato eletto nel 2019 come candidato di centro (borghese, ovviamente) con il voto totale degli elettori russi e russofoni e di circa metà degli ucrainofoni, contro il candidato della destra nazionalista Poroshenko, votato dall’altra metà degli ucrainofoni, maggioritariamente nell’Ucraina occidentale. Allora si era presentato come un “uomo nuovo” capace di sconfiggere la corruzione e risolvere la questione della guerra “a bassa intensità” del Donbass. Aveva fallito, nolente o volente, su entrambi i punti. Tanto che, secondo i sondaggi, la sua popolarità era molto scesa.

La popolarità di Zelensky era molto risalita per l’atteggiamento tenuto il 24 febbraio 2022. Mentre il governo americano gli offriva un areo per fuggire, lasciando Kiev alle truppe russe (altro che spinta alla guerra a oltranza!), aveva risposto: “Non ho bisogno di un taxi ma di armi”, e capeggiato la resistenza del popolo ucraino contro l’invasore. Da quel momento la sua posizione sulla questione dei confini del 1991 era stata oscillante e contradditoria: a volte aveva affermato “sarà difficile riconquistare la Crimea”, salvo, sotto pressione dei suoi ministri e consiglieri, rimangiarsi il concetto pochi giorni dopo. Oggi sembra essere definitivamente e graniticamente sulla posizione della riconquista dei confini del 1991.

Non sappiamo se è una sceneggiata dell’attore o una reale posizione immutabile. Ma questo poco importa. Noi condanniamo con fermezza tale posizione e, come abbiamo sempre affermato, se nell’ipotesi che, dopo esser riuscite a liberare il largo corridoio sul Mar Nero tra Donbass e Crimea (ipotesi francamente del tutto improbabile) le forze ucraine cercassero di impadronirsi della Crimea e delle ex repubbliche del Donbass, noi cambieremmo la nostra posizione, non sosterremmo più l’Ucraina e il suo diritto di armarsi come può.

Così noi, da leninisti e trotskisti conseguenti, continueremo a sostenere, come sempre e come sempre indifferenti a insulti e calunnie da ogni parte provengano, solo gli interessi del proletariato e dei popoli oppressi. Fermo restando che i loro veri interessi e la pace potrebbero essere difesi solo dal successo della rivoluzione socialista, in Russia, in Ucraina e nel mondo.

Partito Comunista dei Lavoratori