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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Condanniamo il nuovo attacco alla minoranza slovena nella Carinzia austriaca

 


Un attacco al movimento antifascista

Il 27 luglio scorso la polizia austriaca ha effettuato un vergognoso raid all'Antifa Camp Koroška/Carinthia, iniziativa antifascista che si è tenuta tra il 27 e il 29 luglio e organizzata dal Klub slovenskih študentk*študentov na Dunaju (KSŠŠD).

Il dispiegamento delle forze repressive è stato impressionante se consideriamo la natura dell'evento (i convenuti erano in larga misura studenti, e vedeva anche il coinvolgimento diretto del locale museo Peršmanhof): droni, decine di agenti (provenienti anche da unità "antiterroristiche"), elicotteri, unità cinofile.
Ça va sans dire, identificazioni a tappeto, fermi e arresti hanno completato il quadro dell'operazione: chissà, magari temevano lo scoppio di un'insurrezione da parte della minoranza slovena in Carinzia? Magari fosse sufficiente un campus studentesco a provocare una rivolta!

Se consideriamo che quest'anno ricorreva l'ottantesimo di un'orribile strage nazista a danno di alcune famiglie slovene (consumatasi il 25 aprile 1945, ha visto tra le sue vittime anche bambini) ricordata dalla struttura commemorativa in loco, e che questo è uno dei luoghi più simbolici della lotta antifascista in Austria, non può che aumentare il livello di bile verso un atto intimidatorio che perfino le autorità borghesi faticano a giustificare (suscitando anche la viva riprovazione di quelle dello Stato sloveno), menzionando problemi legati all'ambiente e affermando che non si trattava di un evento adatto a un memoriale. Curiosamente, di questi aspetti "problematici" se ne sono accorti proprio mentre si teneva l'iniziativa stessa. Un'incursione sbirresca è forse più adatta a stazionare in un memoriale antinazista di alcune decine di studentesse e studenti?

Per fortuna, il caso ha scatenato la rapida mobilitazione di centinaia di persone. Ma allo stesso tempo evidenzia l'acuirsi delle intimidazioni nei confronti delle iniziative antifasciste e delle minoranze nazionali su scala europea. Tanto per fare un paio di esempi vicini, qualche tempo fa si è verificata l'assurda presenza di numerosi agenti (in borghese e non) e militarizzazione a un'iniziativa sull'eccidio di Schio organizzata dalla sezione vicentina del Partito Comunista dei Lavoratori, che vedeva come protagonista lo storico Ugo De Grandis, e la silenziosa (ma ugualmente notata per fortuna dagli attivisti delle minoranze della regione) rimozione della segnalatica bi/trilingue (a Cividale si trovavano le indicazioni in italiano, friulano e sloveno) in alcune stazioni ferroviarie del Friuli.

Le due cose, com'è noto – o come dovrebbe – vanno di pari passo. La lotta contro il fascismo (prodotto scatologico del capitalismo e della reazione) e per i diritti e l’autodeterminazione delle minoranze – e ricordiamo che quelle nazionali sono perlomeno dodici nello Stato italiano, anche se è scomodo doversene occupare – non possono che ancorarsi alla lotta di classe per raggiungere una soluzione reale, definitiva e positiva, perché soltanto la distruzione del capitalismo può decontaminare una volta per tutte l'umanità dalle forme di discriminazione che questo regime moltiplica ininterrottamente come bubboni sulla pelle di un ammorbato.

Alessio Ecoretti, Partito Comunista dei Lavoratori - Friuli-Venezia Giulia

Libertà e rientro immediato per Ilaria!

 


Giù le mani dagli antifascisti!

3 Dicembre 2023

Dal mese di febbraio nelle carceri dell'Ungheria del regime di Orban è rinchiusa Ilaria Salis, compagna anarchica delle occupazioni del Ticinese, da sempre attiva nelle lotte per il diritto alla casa e nella solidarietà verso detenuti anarchici come Cospito, per aver partecipato secondo l'accusa agli scontri contro neonazisti provenienti da tutta Europa durante una parata organizzata dai neonazisti nostalgici del regime fascista e fortemente antisemita dell'ammiraglio Horthy.

Le ultime notizie provenienti dalla prima lettera che è riuscita a inviare dopo più di sei mesi di detenzione ai suoi avvocati ci parlano di condizioni insopportabili, di celle piene di topi e cimici, di detenute costrette a lavorare per 50 euro al mese e dell'impossibilità per la compagna di accedere anche agli accessori per garantirle il minimo di igiene personale.

Come negli scorsi mesi abbiamo solidarizzato con la battaglia in carcere di Alfredo Cospito, da comunisti internazionalisti non possiamo non auspicare che nasca una mobilitazione in solidarietà in tutto il paese per il rilascio ed il rientro di Ilaria e contro il trasferimento nelle carceri ungheresi di Gabriele Marchesi, l'altro compagno anarchico arrestato a Budapest in quei giorni.

Contro il reazionario regime bonapartista di Orban, che gode del convinto sostegno di partiti di governo come la Lega. Per la libertà delle compagne e dei compagni!

Partito Comunista dei Lavoratori

CHE COS'E' IL NSBM E COME COMBATTERLO


Riprendiamo e volentieri pubblichiamo

 Un mio contributo sul nazismo nella scena del metal estremo


Il NSBM (acronimo che sta per National Socialist Black Metal) è una branca del metal estremo improntata ad ideologie nazional-socialiste, che non si caratterizza per una particolare influenza stilistica, per quanto improntato su marcate influenze derivanti dal RAC, quanto per una comunanza di ideali derivanti dal retaggio della destra più estrema, quali razzismo, sessismo, misoginia, abilismo, anti-comunismo, ecc.

Il problema del nazismo nel black metal si pose già dalla cosiddetta "seconda ondata" (successiva ad una prima che ne tratteggiò i canoni stilistici principali, seppur ancora piuttosto vaghi, e formata da band quali primi Bathory, Celtic Frost, Venom), con uno dei suoi principali esponenti, Varg Vikernes in arte "Burzum", che non ha mai nascosto le sue simpatie per il regime hitleriano e che, durante la sua permanenza in carcere successiva all'omicidio di un altro esponente della scena black metal, Øystein Aarseth in arte "Euronymous", arrivò a scrivere un delirante manifesto dal titolo di "Vargsmål" improntato su ideali razzisti e suprematisti.

Inoltre la seminale band Darkthrone, dopo un esordio più improntato sul death metal ed una successiva virata sul black coi dischi successivi, nel suo disco del 1994 "Transilvanian Hunger" stampò sul retro del disco la scritta "Norsk Arisk Black Metal" ("Black Metal Norvegese Ariano") e dichiarò che "Transilvanian Hunger è oltre ogni critica. Se qualcuno dovesse provare a criticare questo LP dovrà essere trattato con sufficienza per il suo comportamento palesemente ebreo." (1)
La pezza che il gruppo cercò di metterci, dato il clamore suscitato, fu peggiore del buco: si giustificarono dicendo che in Norvegia la parola "ebreo" si usa per definire qualcuno particolarmente stupido (sic!).

Con gli anni, e visto il brodo di coltura regnante in tale campo, le ideologie legate alla destra più estrema ebbero modo di proliferare indisturbate e crescere esponenzialmente, passando da stupide boutade ad una vera e propria militanza politica: in Grecia il gruppo dei Der Sturmer (il cui nome rimanda al famoso giornale di propaganda antisemita della Germania nazista, edito tra il 1923 e il 1945) è formato da militanti della famosa formazione neonazista Alba Dorata, ed il gruppo dei Naer Mataron è arrivato anche ad eleggere un deputato, il loro bassista Kaiadas, con tale formazione politica.

La scena NSBM (presente anche in Italia con band quali Kaiserreich, Via Dolorosa, Frangar, i disciolti Waffen SS...) è particolarmente florida nei paesi della ex "cortina di ferro": Polonia (col famigerato Temple Of Fullmoon e band quali Graveland, Veles, Dark Fury), Ucraina (Nokturnal Mortum, Kroda, Drudkh), Bulgaria (88, Gaskammer, Paganblut) e via dicendo.
Questo è sicuramente un lascito dello stalinismo e della sua controrivoluzione che, a causa delle carestie e della povertà provocata dalla sua burocrazia e dalla successiva restaurazione capitalistica dopo il crollo dell'URSS, ha provocato nel proletariato di tali nazioni un sentimento di odio verso quello che loro identificano come "comunismo" ed ha portato così una parte di esso ad abbracciare idee reazionarie e controrivoluzionarie.

Due casi particolari sono rappresentati dai due grandi blocchi che si sono scontrati nel corso della seconda guerra mondiale: Germania e Russia.

Nel caso tedesco, culla dell'ideologia che ha dato vita al nazional-socialismo, pur con diverse band che compongono il sottobosco neonazista, il nome da ricordare è uno ed uno soltanto: Absurd.
Gli Absurd sono stati infatti una delle prime band della scena NSBM, attivi fin dagli anni '90 e da subito votati ad ideologie di estrema destra.
Con il succitato Burzum condividono inoltre anche un fatto di sangue: il loro leader Henrik Mobus si macchiò infatti dell'omicidio di Sandro Beyer, un loro compagno di scuola.
Molto clamore suscitò nel 2012 la calata italiana del combo teutonico, boicottata da Indymedia e dalla rete antifascista nostrana (2) che costrinse allo spostamento di ben 3 location per la sede del concerto, il quale alla fine si tenne al Theatre di Rozzano.

La scena russa è invece molto fiorente: sono tante le band che si richiamano al neonazismo in quella terra (alla faccia di Putin che vuole denazificare l'Ucraina...ma forse dovrebbe pensare prima alla sua nazione!) tanto da dar vita, come in Polonia il Temple of Fullmoon, ad una associazione che riunisce tali band, la Blazebirth Hall.
Alcuni nomi sono M8l8th, Branikald, Forest, Velimor, Temnozor... e via dicendo.
Gruppi accomunati da sonorità tra le più variegate ma riuniti all'ombra della svastica.

Va detto, ad onor di cronaca, che ci sono band che hanno giocato molto sull'ambiguità e sul mostrare vaghe simpatie naziste (Nargaroth, Moonblood, Taake...) per "scandalizzare" e vendere più dischi in un ambiente in cui si gioca a chi è più cattivo e fa la cosa più oltraggiosa.
Per dirla con le parole di Hendrik Mobus degli Absurd, "puoi insultare Gesù Cristo e onorare Satana, e a nessuno gliene fregherà un cazzo. Puoi parlare di qualsivoglia depravazione sessuale, e ti chiederanno di continuare. Oggi come oggi è solo con il nazionalsocialismo che trovi tutte le porte sbarrate e la gente che ti volta le spalle". (3)
Hoest, leader e mastermind dei norvegesi Taake, nel 2007 ad Essen si presentò sul palco con una svastica incisa sul petto e venne (giustamente) cacciato a bottigliate.
Lo stesso Hoest nel tempo ha mostrato atteggiamenti islamofobi e misogini, tanto che ci furono forti polemiche per la calata bolognese della sua band nel 2018 (4) e negli Stati Uniti ed in Oceania ebbero problemi e dovettero cancellare delle date.

Questi miserabili ignoranti mostrano svastiche e croci celtiche convinti così di scandalizzare o addirittura di essere "rivoluzionari", ma non si rendono conto che in questo comportamento non c'è nulla di ribelle nè tanto meno di rivoluzionario: fascismo e nazismo sono sempre stati strumento della grande borghesia contro il proletariato. Basti pensare al biennio rosso italiano quando le squadracce fasciste venivano mandate dai padroni a scardinare i picchetti operai.
Destano inoltre particolare motivo di derisione i gruppi neofascisti che si rifanno al paganesimo, quando il fascismo è sempre stata un'ideologia fortemente legata alla religione cristiana.

Dai primi anni 2000 ha preso però forma un nuovo sottogenere del black metal, con lo scopo di combattere l'avanzata reazionaria e sempre più incontrollata di queste ideologia all'interno della scena: sto parlando del RABM (acronimo che sta per "Red & Anarchist Black Metal", ovvero il black metal di natura comunista, anarchica e antifascista).
Da una prima sparuta manciata di band (Iskra, Profecium, SorgSvart), la scena si è sempre più consolidata fino a giungere negli ultimi anni a creare un vero e proprio network internazionale (5) creato con lo scopo di non lasciare il metal estremo in mano a fascisti e nazisti e di creare spazi sicuri per chiunque non appartenga al classico "stereotipo" del maschio bianco etero cis e voglia assistere ad eventi e ascoltare musica senza sorbirsi retorica imbecille e reazionaria.

A Bologna e in alcune regioni italiane sono in particolare attivi i compagni e le compagne di Semirutarum Urbium Cadavera (6) con banchetti, organizzazione di eventi e sostegno alla scena metal locale antifascista.

Tirando le somme, il metal estremo in generale e il black metal in particolare ha al suo interno un cancro molto radicato ma non impossibile da estirpare.
Con l'impegno dei compagni e delle compagne che non vogliono lascare la musica estrema in mano a tali schifosi soggetti, possiamo fare molto per vincere questa piaga che affligge tale scena.

Alla lotta!

(Luca Dalle Donne)

(1)  (da un comunicato stampa della Peaceville, etichetta della band al tempo)
(3) (intervista tratta da "Come lupi tra le pecore", di Maspero e Ribaric)

Oggi come ieri: Antifascismo per la Rivoluzione!

 


GIOVEDÌ 29 APRILE - ORE 17.30

Non perderti il nostro evento Facebook, giovedì 29 aprile alle ore 17.30 👉 https://fb.me/e/3MQVbDcBV

Diretta streaming sulla pagina nazionale del Partito Comunista dei Lavoratori

Tra il ‘43 e il ‘45 la resistenza partigiana e la ribellione operaia presentarono il conto alla dittatura fascista. Furono i giovani a capo della rivolta.

Una rivolta sospinta non solo da aspirazioni democratiche, ma anche dalla volontà di farla finita con la borghesia italiana che si era servita del fascismo.
Era la speranza di “una rossa primavera”. Ma quella speranza fu tradita.

Stalin aveva pattuito con gli imperialismi vincitori una spartizione delle zone di influenza. L'Italia doveva restare nel campo capitalista. Il PCI di Togliatti fu il fedele esecutore della linea. La Resistenza fu subordinata alla collaborazione con la DC.

I governi di unità nazionale tra DC e PCI disarmarono i partigiani, restituirono le fabbriche ai capitalisti, diedero l'amnistia a decine di migliaia di torturatori fascisti.

E ricominciò, in forme democratiche, la solita vecchia storia: il potere dei padroni, lo sfruttamento dei lavoratori.

Sono passati più di settant'anni dalla Resistenza, ma le sue migliori aspirazioni sono più attuali che mai. Il problema dell'umanità resta come allora il capitalismo, che ovunque ha tagliato gli ospedali per ingrassare le banche e gli armamenti, che ha devastato l'ambiente favorendo le pandemie, che annuncia oggi nella sola Europa 25 milioni di nuovi disoccupati, che nutre i razzismi, legittima i fascisti, moltiplica le guerre.

Anche oggi c'è bisogno di una rivoluzione!
Che questa volta vada sino in fondo! Che questa volta trovi un suo partito!
Per un antifascismo anticapitalista!

ORA E SEMPRE, RESISTENZA!

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PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

CONTRO IL FASCISMO, PER LA DIFESA DEI DIRITTI DELLA POPOLAZIONE RUSSOFONA DEL DONBASS UCRAINO

 


CONTRO GLI OLIGARCHI E L’IMPERIALISMO DI PUTIN

La Sezione di Bologna del Partito Comunista dei Lavoratori partecipa al presidio indetto per la giornata del 2 novembre in ricordo della sporca guerra che il governo golpista ucraino conduce nella regione del Donbass

La rivolta reazionaria, cosiddetta di Euromaidan, ha portato al potere un governo appoggiato da settori apertamente fascisti e nazisti. Per reprimere le popolazioni dell’est ucraino ha avuto bisogno delle milizie di estrema destra come Settore destro e Svoboda che con la loro ideologia nazionalista Grande Ucraina vogliono negare i diritti più elementari della popolazione russofona dell’est.

Il nostro sostegno va incondizionatamente alla lotta antifascista e per i diritti della popolazione russofona e denuncia con forza il sostegno diretto e indiretto dato dalla UE, nella sua veste di accordo tra i rapaci imperialismi europei, e dall’imperialismo USA, al governo che conduce questa sporca guerra.

Allo stesso tempo invitiamo con forza gli antifascisti e le organizzazioni del movimento operaio ucraine e internazionali a non concedere nessuna fiducia a Putin e alle mire imperialiste del suo governo.

La nostra posizione è pertanto quella di Lenin del 1917: contro il fascismo e i governi che se ne servono come quello Ucraino, contro gli interessi imperialistici delle potenze europee e Usa, ma completo disfattismo contro le mire imperialiste e nazionaliste di Putin (come allora lo Zar).

Solo lo sviluppo indipendente del movimento operaio può dare soluzione progressiva alla crisi ucraina. Con l'esproprio dell'oligarchia capitalista dell'ovest e dell'est e il controllo operaio sull'industria. Con l'esproprio delle banche e la loro concentrazione in una unica banca pubblica sotto controllo popolare. Con l'annullamento dell'enorme debito pubblico dell'Ucraina verso le banche imperialiste occidentali e russe. Con la realizzazione di un governo dei consigli dei lavoratori, dell'Est e dell'ovest, basato sull'armamento del popolo e dunque sul disarmo di tutte le forze reazionarie, a partire dalle milizie fasciste. Con l'edificazione di una Ucraina unita e socialista rispettosa dei diritti di tutte le minoranze nazionali, anche nella forma di uno stato federale, nella prospettiva storica degli Stati Uniti Socialisti d'Europa.

Solo questa soluzione può garantire l'indipendenza dell'Ucraina dalle pressioni imperialiste di diverso segno – occidentali e russe-che oggi si contendono la sua spartizione.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI

SEZIONE DI BOLOGNA

I fatti del 30 giugno 1960 a Genova

Ritorna la fiamma dell’antifascismo operaio e di massa

2 Luglio 2020
Pubblichiamo un estratto dall'opuscolo L'antifascismo genovese ieri, oggi e domani, a cura della sezione di Genova del PCL. L'opuscolo è allegato in fondo a questa pagina
Tutta la storia dell'antifascismo genovese durante il fascismo e nella Resistenza inevitabilmente lasciò un segno indelebile nell’identità collettiva e politica della classe operaia e lavoratrice genovese. Questa coscienza politica radicata in anni di lotte, clandestinità, deportazioni e morti si riaccenderà con tutto il suo vigore quando Genova divenne l’epicentro di un’operazione politica del Movimento Sociale Italiano, che nel dopoguerra fu il partito in cui si riciclarono, entro la cornice “democratica”, la gran parte delle anime del Partito Nazionale Fascista e del Partito Fascista Repubblicano.

Gli antefatti sono importanti per comprendere il portato dell’operazione del MSI. Il 21 marzo il democristiano Fernando Tambroni, esponente dell’ala sinistra della DC, venne incaricato dal Presidente della Repubblica Gronchi di costituire un nuovo governo. Al momento della votazione della fiducia alla Camera, il governo, monocolore della DC, passò con i voti dei parlamentari del MSI senza i quali non avrebbe potuto avere la necessaria maggioranza.
Di fronte a questo, gli esponenti della sinistra della DC di quel Governo – Bo, Pastore e Sullo – dichiararono le loro dimissioni e, sotto le pressioni generali, anche lo stesso Tambroni li seguì. Dopo due tentativi di Amintore Fanfani di costituire un governo su maggioranze differenti, Gronchi decise di respingere le dimissioni di Tambroni, che il 29 aprile ottenne la maggioranza anche al Senato, di nuovo con i voti favorevoli dei senatori del MSI.

Questa operazione fece montare la protesta di tutti i partiti della sinistra, che accusarono Tambroni di favorire la legittimazione politica nazionale e di governo degli eredi del fascismo, considerato che già in circa 30 amministrazioni comunali – Roma compresa – le giunte democristiane si reggevano con l’appoggio anche di esponenti del MSI.
Il primo atto del MSI di fronte alle dimissioni di Tambroni, che ostacolavano e indebolivano l’operazione politica di legittimazione e di propria trasformazione in ago della bilancia degli equilibri istituzionali nazionali, fu il ritiro dell’appoggio alle giunte comunali democristiane di tutti i propri consiglieri.

Il 14 maggio 1960 il Movimento Sociale Italiano compì l’ennesima provocazione, dichiarando l’intenzione di organizzare il VI Congresso del MSI a Genova, al Teatro Margherita, in Via XX Settembre.
Da qui cominciò un’operazione, da parte del PCI e della sinistra, di propaganda e agitazione dei genovesi e dei lavoratori della città, che quindici anni prima furono i protagonisti dell’insurrezione, della liberazione e della resa dei nazisti.

Il 2 giugno Umberto Terracini, senatore e membro della ex Assemblea Costituente per il PCI, in un discorso a Lumarzo – in Val Fontanabuona – incitò alla chiamata di una riunione per organizzare una risposta alla provocazione missina.
Il 5 giugno, su L’Unità, organo del PCI, venne pubblicata una lettera-appello di un operaio che incitava ad una reazione di massa contro il congresso.
Il giorno dopo venne prodotto un manifestino in cui si definiva una “grave provocazione” il congresso fascista, su iniziativa del PSI locale, a cui aderirono il PCI, il Partito Radicale, il Partito Socialista Democratico Italiano e il Partito Repubblicano.
Il 13 giugno si unì al coro di chi condannava il congresso del MSI anche la Camera del Lavoro.

Il 15 giugno ci fu il primo corteo, indetto sulla base della richiesta del divieto ai lavori del congresso fascista. Parteciparono circa 20.000 persone, con i primi scontri tra il servizio d’ordine e alcuni manifestanti contro un gruppo di fascisti che osarono provocare la manifestazione in Via San Lorenzo, sedati poi dall’intervento in soccorso del gruppetto di fascisti dei Carabinieri.

Dopo che il 24 giugno la Questura vietò l’autorizzazione per un comizio della Camera del Lavoro e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia (ANPI) con la scusa del mancato preavviso – il vero motivo fu il timore di nuovi scontri e la volontà di impedire che gli animi venissero ulteriormente fomentati – il 25 venne convocato un corteo da parte delle federazioni giovanili dei partiti della sinistra (PCI, PSI, PRI, PSDI e radicali) a cui si unirono anche i portuali. La manifestazione diede vita a ulteriori scontri, questa volta con la polizia, in Via XX Settembre.

Questa escalation di agitazione e mobilitazioni da una parte spinge una componente del MSI a fare pressioni sul governo Tambroni per aumentare l’attenzione e fornire misure di garanzia viste le minacce di disordini e di una forte conflittualità che rischiava di scatenarsi contro il VI congresso; dall’altra i fascisti minacciarono l’organizzazione di “almeno un centinaio di attivisti romani, scelti tra i più pronti a menar le mani”, e annunciarono la partecipazione al congresso sia di Junio Valerio Borghese, celebre capo della X Flottiglia Mas utilizzata nei rastrellamenti contro i partigiani, sia di Carlo Emanuele Basile, il prefetto che nell’estate del 1944 ordinò e organizzò le deportazioni dei lavoratori e delle lavoratrici in Germania e nei campi di concentramento.

Il 28 giugno ANPI e Camera del Lavoro, assieme a tutti i partiti della sinistra, convocarono un corteo contro l’ormai prossimo congresso, a cui il governo della Democrazia Cristiana aveva ormai dato piena legittimità garantendone la protezione attraverso le Forze dell’Ordine. A questo corteo parteciparono oltre 30.000 persone, e si concluse con il celebre discorso di Sandro Pertini, che venne definito “u brichettu” (il fiammifero, in genovese), perché diede l’accensione alla miccia che avrebbe fatto esplodere la bomba della rabbia della classe lavoratrice e del proletariato genovese contro la provocazione fascista protetta dalle istituzioni democristiane:
«La polizia sta cercando i sobillatori di queste manifestazioni, non abbiamo nessuna difficoltà ad indicarglieli. Sono i fucilati del Turchino, di Cravasco, della Benedicta, i torturati della casa dello studente che risuona ancora delle urla strazianti delle vittime, delle grida e delle risate sadiche dei torturatori (…) Oggi le provocazioni fasciste sono possibili e sono protette perché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fascisti sono nuovamente al governo, si sentono partito di governo, si sentono nuovamente sfiorati dalla gloria del potere, mentre nessuno tra i responsabili, mostra di ricordare che se non vi fosse stata la lotta di Liberazione, l’Italia, prostrata, venduta, soggetta all’invasione, patirebbe ancora oggi delle conseguenze di una guerra infame e di una sconfitta senza attenuanti, mentre fu proprio la Resistenza a recuperare al Paese una posizione dignitosa e libera tra le nazioni. (…) Noi, in questa rinnovata unità, siamo decisi a difendere la Resistenza, ad impedire che ad essa si rechi oltraggio. Questo lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo compiremo fino in fondo, costi quello che costi».

Il 29 giugno la Camera del Lavoro indisse uno sciopero generale politico per tutta la giornata del 30 giugno esteso a tutta la provincia, per permettere ai lavoratori e alle lavoratrici di portare tutta la loro forza d’impatto nelle strade di Genova, assieme alle organizzazioni della sinistra e ai militanti politici.
Il corteo fu una mastodontica prova di forza di massa e di classe contro cui nulla potevano le misure repressive che il governo Tambroni aveva sperimentato in altri contesti cittadini: 100.000 antifascisti e antifasciste scesero nelle piazze di Genova. A nulla servì, quindi, l’invio della tristemente celebre celere di Padova, famosa per le sue tattiche antiguerriglia urbana, l’ispezione della città del comandante generale dell’Arma dei Carabinieri e la sostituzione del questore di Genova con Giuseppe Lutri, noto per l’attività antipartigiana a Torino durante la dittatura fascista.
La UIL, con il suo solito operato opportunista, si oppose allo sciopero ma nulla ottenne di fronte alla coscienza di un movimento dei lavoratori in cui era ancora fervida la memoria delle lotte contro l’occupazione. La CISL non si sbilanciò, lasciando libertà di scelta ai propri iscritti, da una parte per non perdere consensi e dall’altra per non mettere in difficoltà la propria cinghia di trasmissione con la Democrazia Cristiana, di cui era espressione.

I lavoratori e le lavoratrici genovesi, inoltre, venivano da un periodo di fortissima conflittualità contro la deindustrializzazione che era in corso da circa un decennio nonostante il cosiddetto “boom economico” italiano. Celebri furono le 82 giornate di occupazione della San Giorgio e le 72 giornate di occupazione degli stabilimenti Ansaldo nel 1950; l’occupazione di 9 mesi dell’ILVA tra il 1950 e il 1951; le 120 giornate di mobilitazione del porto a cui aderirono anche i metalmeccanici, sommando 4.537.033 ore di sciopero del 1955; le mobilitazioni a cavallo tra il 1957 e il 1958 per la riduzione dell’orario di lavoro e per fermare la chiusura dell’Ansaldo Fossati e dell’Ansaldo San Giorgio; gli scioperi generali dell’estate del 1959 per la difesa dei posti di lavoro e l’enorme conflittualità espressa proprio nel periodo di giugno-luglio del 1960 da parte dei marittimi, non solo con rivendicazioni salariali ma anche con rivendicazioni legate alla libertà e alla dignità sul lavoro, contro i soprusi e le angherie degli ufficiali. Tutta la rabbia e l’organizzazione che aveva rinsaldato la coscienza di classe con le celebri mobilitazioni di quegli anni ebbe un’occasione per esprimersi politicamente e per saldare due anime del movimento operaio: quella dei metalmeccanici e dei portuali professionalizzati che avevano lottato per dimostrare che si poteva lavorare senza padrone, e quella dei ragazzi delle “magliette a righe”, una giovane generazione che si vedeva colpita dalla contrazione delle possibilità occupazionali. I 100.000 antifascisti e antifasciste in piazza quel giorno erano espressione di questa grande mobilitazione generale rilanciata su basi politiche.

Quel giorno la manifestazione vera e propria fluì senza incidenti fino a che non venne conclusa in Piazza De Ferrari, ma il fermento era molto e la rabbia dei lavoratori continuava a non spegnersi. Molti manifestanti cominciarono a intonare canti partigiani e slogan contro la polizia, ai margini della piazza, e contro i Carabinieri, schierati a difesa del Teatro dove il 2 luglio avrebbe dovuto tenersi il VI Congresso del MSI.

A quel punto la polizia e il reparto della Celere risposero alle provocazioni dei manifestanti con lacrimogeni e manganellate. Fu l’inizio della battaglia. In poco tempo gli operai ritornarono in Piazza De Ferrari, furono oltre 5000 quelli che parteciparono fin da subito agli scontri con la polizia, armandosi di tutto ciò che potevano trovare. Molte camionette vengono rovesciate, i poliziotti vengono disarmati, il comandante della Celere viene gettato dagli operai nella fontana della piazza, alcune camionette vengono incendiate e gli operai, facendosi inseguire nei “caruggi” del centro storico, attirano le forze dell’ordine in una trappola, con gli abitanti che lanciano sulle loro teste vasi, bottiglie e tutto ciò che possa provocare dei danni. Alla fine la polizia si ritirò, e solo allora ebbero effetto gli annunci e i proclami di ritorno alla calma dei vertici della CGIL e dell’ANPI. Durante gli scontri furono sparati anche dei colpi di arma da fuoco, ma solo un lavoratore risultò ufficialmente ferito da un proiettile. Il bilancio fu incredibilmente favorevole: 162 feriti tra gli agenti e solo una quarantina tra i manifestanti.
Il movimento di massa e di classe di quella giornata aveva dimostrato che nessun dispositivo di repressione può nulla di fronte alla forza della mobilitazione generale, né tantomeno servono a nulla i tentativi di controllare e imbrigliare la rabbia di classe da parte delle dirigenze moderate e riformiste, più preoccupate delle istituzioni borghesi della possibilità che i disordini possano sfociare in un moto insurrezionale canalizzando il malcontento generale.

I giorni successivi furono, infatti, emblematici. Da una parte la dirigenza del PCI si confrontava con il governo e i vertici della DC nella ricerca di un compromesso per poter depotenziare la rabbia di militanti e lavoratori, disposti a continuare la battaglia anche nei giorni successivi qualora non fosse stata ritirata la concessione allo svolgimento del congresso del 2 luglio. Alla fine le burocrazie del “grande” Partito Comunista Italiano considerarono un “giusto” compromesso che il VI congresso del MSI si potesse svolgere a Nervi anziché in centro città. La CGIL invece non accettò il compromesso, sotto la sferzante pressione della sua base, riconoscendo il rischio di perdere ulteriormente la propria credibilità di fronte ad un movimento di massa combattivo e radicale. Vennero preparati trattori per sfondare le recinzioni della polizia, molotov, e issate barricate. Alcuni ex combattenti partigiani disotterrarono anche le loro armi nascoste per prepararsi alla guerriglia urbana verso cui pareva volersi dirigere l’azione delle forze dell’ordine, che militarizzarono le zone sensibili della città in tenuta da guerra, con filo spinato e grate.

Oltre mezzo milione di lavoratori e cittadini si mobilitano per lo scontro finale, il cui esito avrebbe potuto essere realmente insurrezionale e rivoluzionario, ma ciò che mancò, come sempre, fu la volontà delle dirigenze politiche e sindacali di assecondare questa potenza. Anzi, entrambe le dirigenze giocarono tutte le loro carte diplomatiche per calmare gli animi e trovare una soluzione con le istituzioni.
Tambroni, sotto la pressione della stessa borghesia intimorita dal potenziale insurrezionale della città e del movimento antifascista genovese, che stava ottenendo solidarietà anche in altre zone d’Italia – Roma, Milano, Torino, Livorno, Ferrara – in cui si erano tenuti cortei in supporto all’azione del 30 giugno, continuò a far pressioni sulle dirigenze MSI per lo spostamento del VI congresso a Nervi, al Teatro Ambra. I dirigenti del MSI chiesero in cambio il divieto di far sfilare gli antifascisti in centro città. Alla fine di questo braccio di ferro furono i dirigenti del Movimento Sociale Italiano a rinunciare al congresso e a ritirarsi di fronte alla sproporzione delle forze e al timore di finire spazzati via da una mobilitazione che si sarebbe fatta un baffo tanto delle forze dell’ordine quanto dei “cento militanti” fascisti disposti a menar le mani.

Di fronte a ciò, immediatamente la CGIL ritirò la convocazione dello sciopero e le dirigenze del PCI esultarono per la vittoria. Il vero scopo fu uno solo: gettare acqua sul fuoco di una rabbia sociale che avrebbe sorpassato qualsiasi velleità riformista e moderata di quelle dirigenze.

Nei giorni seguenti, sull’onda dei fatti di Genova, si scatenarono proteste e manifestazioni legate all’antifascismo in tutta Italia, in cui la polizia spesso aprì il fuoco tra i manifestanti, ferendo e ammazzando, per disperdere le forze di una pericolosa onda rossa. Il governo Tambroni e l’apparato statale borghese misero in mostra tutte le loro funzioni di garanzia del sistema socio-economico, di protezione della legittimità delle organizzazioni fasciste e, soprattutto, di difesa degli interessi delle borghesie contro la minaccia di un movimento radicale che potesse spingersi verso prospettive insurrezionali e rivoluzionarie. Le dirigenze riformiste del PCI e della CGIL, invece, cercarono di direzionare quella rabbia e quel malcontento verso soluzioni interne alle logiche democratico-borghesi, accontentandosi della caduta del governo Tambroni del 19 luglio e dell’apertura della fase dei governi di centrosinistra con il coinvolgimento del PSI al fianco della Democrazia Cristiana.
I processati per le giornate di Genova furono 43, per la maggior parte lavoratori. I condannati saranno praticamente tutti, 41, con pene fino a 4 anni e 5 mesi. A parte il supporto economico fornito dall’ANPI, divennero sostanzialmente la contropartita delle dirigenze riformiste per lo “sfogo” della piazza.
Una vittoria della mobilitazione di massa e di classe, sì, ma a metà.
Cristian Briozzo

I portuali di Genova contro la guerra. Intervista a un lavoratore del CALP

In mezzo alla rassegnazione generalizzata della maggioranza della classe lavoratrice e ai venti populisti e sovranisti che si radicano tra le masse, a Genova il Collettivo Autonomo dei Lavoratori Portuali (CALP) si è reso protagonista di una battaglia esemplare, che ha saputo coniugare classismo, internazionalismo, antimperialismo e antimilitarismo. Una battaglia che assume ancor più valore perché nasce e si sviluppa dall'iniziativa di lavoratori di un settore strategico. La loro battaglia ha assunto un'eco internazionale, sia per il suo significato sia per il riverbero della mobilitazione, che ha toccato porti in tutta Europa: Anversa, Bilbao, Marsiglia, Tilbury, Le Havre.
La scintilla che ha fatto avviare questa mobilitazione è stata la contrapposizione ai traffici di armi e materiale per scopi bellici della flotta saudita Bahri, che per conto della petromonarchia dell'Arabia Saudita, rifornisce eserciti regolari e milizie islamiste impegnate nei conflitti della Siria del Nord (contro i curdi e il regime di Assad), del Kashmir e nella sporca guerra in Yemen. Tutte guerre che stanno provocando tremende e disumane conseguenze per le popolazioni e le classi lavoratrici, vittime di giochi di potere e profitto delle rispettive classi dirigenti e borghesi.
L'ultimo atto di questa lotta si è tenuto al varco Etiopia lunedì 16 Febbraio, di nuovo contro l'attracco della Bahri Yambu al terminal GMT, con un presidio che ha visto la solidarietà di diverse realtà associative, di movimento, sindacali (ma non di quelle con un peso nel Porto come la CGIL) e politiche – compreso il nostro partito e il coordinamento unitario delle sinistre di opposizione.
Facciamo qualche domanda a Ricki, un compagno del CALP.

Non vi siete opposti solo all'attracco della flotta Bahri ma avete denunciato anche i traffici che hanno coinvolto la Bana, che riforniva armi per conto della Turchia di Erdogan alle milizie libiche di al-Sarraj, e avete denunciato in generale le guerre e i conflitti. La solidarietà ricevuta indica una certa attenzione alla vostra battaglia. Continuerete la vostra lotta? Partiti, sindacati e associazioni come possono fornire una solidarietà attiva?

"Ci siamo opposti a diversi traffici di armi. Quello della flotta Bahri è solo uno dei più impressionanti. Inoltre sappiamo che dal 23 marzo le navi Bahri non toccheranno più i porti europei, per andare direttamente dagli USA alla Turchia e portare forniture all'esercito di Erdogan e alle milizie qaediste e jihadiste che operano nella Siria del Nord. Probabilmente, quelle armi, munizioni ed equipaggiamenti verranno utilizzati contro il progetto rivoluzionario del Rojava.
Sì! Abbiamo denunciato i traffici della flotta Bana, che svolge queste operazioni da sempre. Ma consideriamo l'opposizione alla Bahri centrale, emblematica, perché mette in mostra gli intrecci di interessi sulla guerra contro popolazioni inermi, esemplificando la pericolosità dei traffici di armi. Per questo continueremo con la nostra battaglia e ci auguriamo di continuare ad avere la solidarietà e la vicinanza di tutti i soggetti politici e sociali che ci hanno dato sostegno attraverso la partecipazione e la risonanza alla nostra lotta."


Il 20 maggio 2019 la vostra mobilitazione e il vostro lavoro di inchiesta costrinse la burocrazia FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della CULMV (Compagnia Unica fra i Lavoratori delle Merci Varie) e del terminal GMT per impedire il carico di generatori per scopi militari sulla Bahri Yanbu. Questa volta la CGIL, nonostante le pressioni di altre realtà politiche e associative e il sostegno di tanti delegati FILT e di altre categorie CGIL, non ha convocato alcuno sciopero in vostro sostegno. Secondo voi come mai, e quali conseguenze ha avuto?

"Lo sciopero del 20 maggio è stato costruito tutti assieme e ha visto il sostegno della Compagnia Unica e di tutta la CGIL, è stata una battaglia vincente e importante che ci siamo conquistati tutti, tutti siamo stati protagonisti.
Il 16 febbraio, invece, i soggetti che ci hanno sostenuto nella mobilitazione passata, contribuendo anche alla vittoria, si sono tirati indietro e ci hanno lasciati soli. Le motivazioni crediamo di averle abbastanza chiare nella nostra testa. Sono argomento di discussione e riflessione tra noi del Collettivo e saranno sicuramente oggetto di confronti e discussioni, anche delicate, tra noi e i soggetti che crediamo non ci abbiano sostenuto a sufficienza e con coerenza.
L'ultima mobilitazione è stata costruita dal Collettivo, dall'Assemblea contro la Guerra, da associazioni, partiti e dalle tante persone che hanno condiviso le nostre parole d'ordine, le ragioni della nostra mobilitazione e la presenza al varco portuale in un giorno difficile, lavorativo e di pioggia."


C'è chi insinua che la vostra battaglia sia pericolosa per i lavoratori delle aziende che producono, progettano e trafficano armi e che lucrano sull'economia di guerra. Voi però avete scritto delle lettere proprio ai lavoratori di queste aziende e avete co-organizzato un corteo contro Leonardo, ribadendo come la lotta contro la guerra e i traffici di armi riguardi tutti.

"Sì, noi crediamo che il problema delle armi, di chi le produce e della sua logistica sia una questione che i lavoratori si devono porre. Devono farlo perché è anche una questione sindacale, perché i lavoratori e le lavoratrici devono sapere quello che fanno e per cosa lo fanno, devono essere a conoscenza dell'utilizzo finale di quello che producono e trasportano. Infatti ci sono lavoratori che producono o trasportano materiale per scopi civili e che, ad un certo punto, si sono ritrovati a eseguire lavori per commesse militari, anche inconsapevolmente. Poi è chiaro che siano scelte difficili, che comportano problemi che non si possono risolvere in poche battute. Sta di fatto che a questa filiera ci si può opporre, si possono praticare forme di disobbedienza o anche solo di denuncia, e il nostro interesse, con quelle lettere, era per lo meno informare quei lavoratori e quelle lavoratrici della filiera in cui erano inseriti e di renderli partecipi che c'era chi si opponeva non a loro e al loro posto di lavoro, ma per mettere in discussione per cosa si lavora. Per quel che riguarda il Porto, per esempio, siamo convinti che possa andare avanti anche senza i traffici di armi. Per quanto siano commesse remunerative, fanno lavorare poche persone, e crediamo che i porti non debbano essere utilizzati per traffici di morte, ma per ciò che è necessario alle persone e alla loro vita, non per distruggerla."


Il vostro collettivo si è reso protagonista anche di molte altre lotte, a partire dalle vertenze in porto fino alle manifestazioni di Genova Antifascista. Non ultima, la battaglia di Piazza Corvetto del 23 maggio 2019 contro il comizio di CasaPound, per cui sono arrivati ben 50 avvisi di garanzia contro diversi manifestanti. Purtroppo questa consapevolezza e conflittualità sono rare nella classe lavoratrice. Come mai questo vostro protagonismo e questa vostra sensibilità?

"Credo che i valori dell'antifascismo, della Resistenza, della solidarietà e dell'antirazzismo siano valori che il Porto di Genova ha intrinsecamente e a prescindere da noi. Sono nelle banchine, nei suoi discorsi, nei suoi bar, tra le persone che lo vivono e che lo hanno vissuto. Noi li abbiamo avuti in eredità da chi ha lavorato prima di noi, da chi ha vissuto la rivolta di piazza del 30 giugno del 1960, le lotte dei portuali, i valori e le esperienze della Resistenza e dell'opposizione al regime. Quindi un po' tutti i lavoratori del porto, chi più chi meno, sentono queste cose. Ed è dimostrato anche dai più giovani, infatti dopo essere entrati in poco tempo parlano con noi di antifascismo, di diritti, di questioni legate al mondo del lavoro e alle sue lotte. Credo sia il destino dei portuali genovesi essere in prima fila in tante battaglie. I compagni del Collettivo sono pieni di denunce ma ne andiamo fieri. Le battaglie che noi facciamo per i lavoratori, per la nostra città, per i nostri compagni e per chi vive con noi le lotte, per noi sono medaglie, e le conseguenze non sono certo un problema. Vogliamo andare avanti con intelligenza, determinazione, combattività e coerenza."


Anche in questo breve scambio si mette in evidenza la forza della classe lavoratrice quando è consapevole e determinata e quando riesce a connettersi con le migliori tradizioni di lotta e resistenza del passato, per tradurle nelle necessità dell'oggi.
Noi non possiamo che dare il pieno sostegno a questa lotta e utilizzare le reti di militanti e quadri politici e sindacali per megafonare le loro parole d'ordine e per promuovere l'emulazione e la generalizzazione di queste battaglie, ribadendo che i lavoratori e le lavoratrici devono rivendicare il controllo delle scelte su produzione, lavoro e società. Questa è la base per la prospettiva di un sistema differente, in cui il potere deve essere strappato agli sfruttatori e agli speculatori e assunto dalla classe lavoratrice organizzata, nell'interesse di tutta la società al di là di ogni confine e nazione.
Solo queste lotte possono bloccare i progetti di atomizzazione della classe e del suo disciplinamento, e mettere in discussione i traffici di morte e l'alimentazione di guerre devastanti, per pretendere una riconversione di tutta l'industria bellica per finalità sociali e per dirottare le masse di capitali, impegnate in quel settore, in favore della spesa sociale, per rifinanziare e rafforzare sanità, istruzione, trasporti, case e servizi pubblici. Una rivendicazione più che mai urgente oggi, nel mezzo di una pandemia mondiale, se si pensa che un F-35 corrisponde a oltre 7.000 respiratori, con cui fornire assistenza a chi sviluppa complicazioni gravi. Una rivendicazione sempreverde se si pensa alla miseria e alla crisi sanitaria perenne vissuta da larghissimi strati della popolazione mondiale, soprattutto nei paesi vittime dell'imperialismo.
Ma è all'ordine del giorno anche perché, come detto, i traffici contro cui si scontrano i portuali genovesi sono gli stessi che producono milioni di profughi e sfollati, come le persone che in questi giorni vengono usati come carne da macello e merce di scambio tra Erdogan e l'Europa ai confini della Grecia.
Ribadiamo quindi che i traffici di armi e l'economia di guerra devono essere bloccati, e che va posta all'ordine del giorno la costruzione di un sistema socio-economico e politico alternativo, internazionale, fondato su una economia pianificata e sotto controllo dei lavoratori e delle lavoratrici, da mettere al servizio dei bisogni e delle necessità di tutti e tutte, e non solo dei profitti di pochi.

Basta guerre e basta traffici di armi!
Porti e confini chiusi alle armi! Porti e confini aperti alle persone!
Cristian Briozzo

Solidarietà ai compagni e alle compagne della sezione di Arezzo

Tutto il Partito Comunista dei Lavoratori esprime la propria solidarietà ai compagni e alle compagne della sezione PCL di Arezzo per l'azione squadrista condotta contro la nostra sede di partito a Castiglion Fiorentino.
Un'azione squadrista e vile formalmente anonima, ma in una realtà segnata dalla presenza attiva e organizzata dei fascisti.
La riconoscibilità del PCL sul territorio, l'azione a lungo condotta dal nostro partito nello stesso consiglio comunale contro ogni forma di sciovinismo nazionalista e xenofobo, è stata sempre considerata dai fascisti locali come una provocazione da estirpare. Da qui una lunga serie di intimidazioni, incoraggiate tanto più oggi dal vento reazionario e anticomunista che si respira in tutto il paese.
L'aggressione squadrista contro la nostra sede e stata sospinta e armata da questo clima.
Ma la nostra determinazione antifascista sarà se possibile più forte di prima. Sempre con la consapevolezza che il fascismo ha la sua radice nel capitalismo e nella barbarie quotidiana che questo produce, e che antifascismo e anticapitalismo restano per noi inseparabili.

Partito Comunista dei Lavoratori

ANTIFASCISTI SEMPRE, DENTRO E FUORI I POSTI DI LAVORO


Con questa parola d’ordine il prossimo 26 luglio, alle ore 10,30 saremo davanti al Comune di Casalecchio di Reno per manifestare solidarietà attiva a Giusi, convocata dal Comune di Casalecchio di Reno per un procedimento disciplinare avviato dopo la sua partecipazione alla manifestazione antifascista del 20 maggio a Bologna contro il comizio di Forza Nuova.

Il Comune di Casalecchio, tramite l’ufficio disciplinare con cui è convenzionato, ha deciso di avviare questo procedimento solo dopo che alcuni esponenti istituzionali delle formazioni di destra hanno rivelato pubblicamente l’identità e il lavoro di Giusi, chiedendo contestualmente al Comune “una condanna esemplare”

Una decisione tutta politica, per la quale utilizzano strumentalmente il decreto Severino, una norma nata per contrastare la corruzione e le clientele nella pubblica amministrazione, imputandole di “nuocere all'immagine dell’amministrazione” comunale. Un accusa tanto generica quanto discrezionale.
In questo modo attaccano la libertà di espressione anche al di fuori dell’ambito lavorativo; un attacco ai diritti fondamentali di tutti i lavoratori, una ulteriore forma di repressione che serve per colpire tutti coloro che alzano la testa o che vengono reputati scomodi dal politico o dal dirigente di turno.
Un precedente che, se confermato, aprirà la strada ad un possibile controllo oltre che di carattere sociale, alla vita privata di ogni singolo lavoratore pubblico da parte dei propri datori di lavoro.
Praticare l’antifascismo fuori e dentro i posti di lavoro non può essere considerato un “crimine” ancora di più in questa Fase storica che registra, negli ultimi anni, un’avanzata delle politiche autoritarie ed antisociali.
L’antifascismo è un valore fondante la nostra Costituzione e deve rappresentare la linea guida per ogni amministrazione pubblica oltre che per ogni cittadino.
Invitiamo tutte e tutti a solidarizzare con Giusi.


PRIME ADESIONI

SGB Sindacato Generale di Base
CUB Confederazione Unitaria di Base
Confederazione COBAS - Bologna
RSU Fabio Perini - Casalecchio di Reno
Unione Inquilini - Bologna
Il sindacato è un’altra cosa CGIL - Bologna
USB - Bologna
RSU Cgil Euganea 6 - Padova

Associazione Bianca Guidetti Serra
Paolo Brunetti - editore

Partito della Rifondazione Comunista federazione - Bologna
Partito Comunista dei Lavoratori - Bologna
Partito Comunista Italiano - Bologna
Patria Socialista - Bologna
I/le Giovani Comunisti/e dell'Emilia-Romagna

PER ADESIONE SCRIVERE A - bologna@sindacatosgb.it


Info: Sindacato Generale di Base Bologna - Home /Facebook

https://www.sindacatosgb.it/it/appello-per-giusy

FIRMA LA PETIZIONE:
http://chng.it/W6jDL4JWsz

Di seguito l'O.d.g. approvato dal Comitato Centrale del Partito Comunista dei Lavoratori

Il Comitato Centrale del Partito Comunista dei Lavoratori esprime totale solidarietà a Giusi Russo, lavoratrice delegata RSU del Comune di Casalecchio di Reno (BO), soggetta a procedimento disciplinare da parte dell'Amministrazione pubblica comunale. Giusi Russo è "colpevole" di avere manifestato e protestato contro il comizio del fascista Roberto Fiore. Quel giorno in migliaia furono gli antifascisti (lavoratori, studenti, militanti sindacali, dell'ANPI e delle organizzazioni politiche) a manifestare a Bologna contro il comizio della teppaglia nera, oltretutto tenutosi nonostante il divieto del sindaco. Giusi viene sottoposta a procedimento disciplinare perché è stata riconosciuta nelle foto e in un filmato da consiglieri comunali di destra, e denunciata al dirigente del suo settore di lavoro per violazione del codice etico dei dipendenti pubblici, in osservanza della Legge Severino. Giusi non è stata coinvolta in alcun incidente di piazza, tanto che, fermata, non è stata neanche identificata dalla Digos. Si può dire quindi che la sua colpa è stata quella di avere manifestato contro i fascisti fuori dall'orario di lavoro. I casi di repressione contro la libertà di espressione stanno aumentando in modo preoccupante: dalla maestra di Torino, al tecnico dell'università di Torino, alla insegnante di Palermo. La criminalizzazione del dissenso nella Pubblica Amministrazione va avanti assieme alle proposte di controllo dei dipendenti attraverso le impronte digitali e la geolocalizzazione. Il PCL, nell'esprimere solidarietà a Giusi, parteciperà a tutte le iniziative che SGB, il suo sindacato di appartenenza, deciderà in sua difesa.

13-14 luglio 2019

Partito Comunista dei Lavoratori

Genova: orgoglio antifascista e di classe

Cronaca di una settimana di mobilitazione generale

26 Maggio 2019
In questi giorni di maggio, a Genova, si è potuto respirare un vento di passione e ardore che ha riempito polmoni e cuori di rinnovato vigore. Dal porto ai quartieri di questa città è emersa, con forza e determinazione, la catena della lotta di classe che, unendo i suoi anelli, ha messo in mostra la volontà di opporsi e resistere agli spettri del militarismo, del razzismo, del sessismo, del fascismo, dell'oppressione borghese e dello sfruttamento capitalista.
Di fronte alla coltre di buia reazione che avanza in Europa, una serie di fiammelle di resistenza e di speranza hanno saputo accendere un fuoco, dando vita a una settimana di mobilitazione, per ricordare che anche quando l'oscurità di una società marcescente sembra impossibile da scalfire, gli sfruttati e gli oppressi possono trovare in loro risorse e strumenti per reagire, attraverso l'unità nella lotta per una società migliore.

Una mobilitazione in continuità con le battaglie recenti contro il fascismo, il razzismo e la guerra, e che continua nella prospettiva della costruzione di un 30 giugno di lotta, per attualizzare la rivolta della classe operaia cittadina e della sua popolazione contro il congresso del MSI del 1960.


20 MAGGIO: PORTI CHIUSI ALLE ARMI, PORTI APERTI ALLE PERSONE. RESPINTA LA NAVE BAHRI YANBU 

Contro ogni arroganza razzista salviniana e contro ogni ipocrisia (Partito) Democratica, questa volta non passa sotto silenzio l'ennesimo approdo di una delle navi della National Shipping Company of Saudi Arabia.
Non è una novità che Salvini, e il governo sotto il suo scacco, porti avanti la guerra ai "clandestini", ai profughi e a chiunque osi mettersi in mare per salvarli, con la solita retorica dei "porti chiusi" e dell'"aiutarli a casa loro". Con l'avvicinarsi delle elezioni europee, il Ministro dell'Interno plenipotenziario, però, ha accelerato questa campagna di morte annunciando un secondo Decreto sicurezza in cui, da una parte, predisporre multe esorbitanti per chiunque salvi in mare un naufrago se migrante e, dall'altra, aumentare le pene e la criminalizzazione delle manifestazioni, delle contestazioni di piazza e degli scioperi colpendo chiunque osi utilizzare un fumogeno, uno scudo per proteggersi dalle manganellate e così via.
Lo stesso copione del già in vigore Decreto sicurezza, che da una parte colpisce e ridimensiona il diritto di protezione internazionale, rende impossibile la regolarizzazione in Italia per gli stranieri – soprattutto per quelli socialmente ed economicamente più deboli – e rende più ricattabili clandestini e immigrati regolari per trasformarli più facilmente in schiavi di caporali e organizzazioni mafiose e, dall'altra, aumenta le pene per chi pratica un picchetto, un blocco stradale o un'occupazione (sia essa abitativa, sociale o all'interno di lotte sindacali in difesa del posto di lavoro), trasformandoli in reati equiparabili alla pedofilia e peggiori della bancarotta fraudolenta.

Proprio in quei giorni, peraltro, Salvini stava portando avanti una nuova crociata contro la Sea Watch, dopo quella contro Mediterranea e la Mare Jonio, per impedire lo sbarco di 47 persone appena salvate nel Mar Mediterraneo che, nella sua visione, dovrebbero essere lasciate annegare, distanti da occhi scomodi, o essere lasciate alle milizie di tagliagole libici – rinominate Guardia costiera libica – finanziate e armate dal PD di Minniti, Renzi e Gentiloni, per ingabbiarle in un infinito destino di schiavitù, stupri, torture, campi di concentramento e guerra.

Mentre questo mortifero teatrino si consumava nelle stanze del potere, a Genova stava per attraccare la nave Bahri Yanbu, al servizio degli interessi di guerra dell'Arabia Saudita, indiscusso partner commerciale e militare di tutti i governi italiani – lo stesso paese che finanzia le milizie salafite in giro per l'Africa e il Medio Oriente, e che bombarda e costringe alla carestia l'intero popolo yemenita colpevole di non piegarsi ai propri diktat.
Quella nave era già stata respinta giorni prima dai dockers e dal movimento antimilitarista di Le Havre, che si erano opposti a caricare sulla nave cargo, già piena di armi, otto cannoni Ceasar.
La mobilitazione prende piede a Genova non appena si scopre che la città della Lanterna sarà uno degli scali della nave: a farsene carico è il combattivo Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (CALP), che da anni denuncia i traffici della flotta Bahri.
Su questa mobilitazione, e con la convocazione di una assemblea partecipatissima alla Sala Chiamata del Porto, anche la FILT-CGIL locale e regionale prende posizione e annuncia che verrà convocato lo sciopero se si dimostrerà che deve essere caricato materiale bellico.
Solo la costante pressione del CALP, che denuncia pubblicamente il carico pronto all'imbarco – alcuni generatori Shelter della Tekna, in zona grigia perché utilizzabili sia per scopi civili che militari – e la mobilitazione che coinvolge molti antimilitaristi e pacifisti – tra cui il nostro partito e il raggruppamento di Genova Antifascista – ha spinto la FILT-CGIL a dichiarare lo sciopero della Compagnia Unica Lavoratori delle Merci Varie (CULMV) e del terminal GMT, associandosi alla convocazione del CALP di un presidio-picchetto fin dalle ore 6 del mattino del 20 di maggio.

Con quella determinazione la nave, su indicazione del governo, è stata fatta attraccare, ma dopo un'intera giornata di resistenza e trattative con la Prefettura, viene dichiarata la vittoria definitiva: la nave carica solo il materiale di approvvigionamento per l'equipaggio, i materiali militari vengono stoccati per essere portati fuori dal porto, la nave deve partire senza caricare materiale bellico. Sempre con questa determinazione e per timori che sia i cannoni Ceasar che i generatori Shelter potessero essere caricati nel porto militare di La Spezia, la FILT-CGIL Liguria dichiara lo sciopero regionale in caso di tentativo di attracco.
Alla fine la Bahri Yanbu parte, con armi e bagagli – nel vero senso della parola, ma senza le armi bloccate in Liguria – alla volta dell'Egitto, senza una parte fondamentale del suo carico di morte e devastazione, di cui i portuali genovesi e liguri non si sono voluti rendere complici.
Una grande dimostrazione di coscienza di classe e politica antimilitarista e internazionalista che, in una fase in cui la classe lavoratrice fatica a trovare le risorse, la compattezza e il coraggio per lottare anche per la difesa del proprio posto di lavoro, mostra il livello avanzato di questa avanguardia di classe genovese.
A imperitura memoria di quella giornata di lotta e di chi si è tirato indietro rimarrà, peraltro, una scritta firmata dal CALP davanti al terminal: "CISL e UIL servi della guerra".
Contemporaneamente arriva anche la notizia dello sbarco della Sea Watch 3 e dei 47 migranti salvati. "Porti chiusi alle armi! Porti aperti ai migranti!"


22 MAGGIO: MOBILITAZIONE DI SOLIDARIETÀ PER ROSA E LAVINIA 
Un passaggio doveroso va fatto anche sul presidio di solidarietà per la docente di Palermo Rosa Maria Dell'Aria, convocato da un'assemblea variegata di insegnanti, sospesa perché i suoi studenti hanno osato paragonare il fascismo e le leggi razziali al clima imposto dal governo Salvini-DiMaio e dal Decreto sicurezza in due slide; e per la docente Flavia Lavinia Cassaro, licenziata perché insultò la polizia in tenuta antisommossa schierata in difesa di un comizio di CasaPound a Torino. Un presidio che ha visto il sostegno e l'appoggio di sindacati di base come USB Scuola e SiCobas e dell'area sindacale di opposizione CGIL-RiconquistiamoTutto, con centinaia di persone in piazza a ricordare che non è accettabile il ricatto della sospensione e del controllo poliziesco e repressivo sulla scuola e sull'insegnamento.
È quindi doveroso, oggi più che mai, condannare le armi fornite dai governi precedenti, in particolare quelli del PD, attraverso la Buona scuola e la Riforma Madia, che hanno reso i docenti molto più ricattabili e in balia di dirigenti scolastici con poteri sempre più autoritari e sconnessi da strumenti di democrazia collegiale, che avevano caratterizzato la scuola italiana attraverso la partecipazione di rappresentanze di docenti e studenti alle decisioni.


23 MAGGIO: SCIOPERO DEI PORTUALI E BATTAGLIA CONTRO IL COMIZIO DI CASAPOUND 

il 23 maggio è stata la giornata campale di una città che ha messo in mostra tutto il suo orgoglio di classe e antifascista. Due lotte si sono incrociate: quella dei portuali in sciopero per 24 ore e quella contro il comizio elettorale di CasaPound in pieno centro città.
Fin dal mattino la città si è svegliata con l'imponente sciopero e la combattiva manifestazione dei portuali genovesi, che hanno portato in piazza, dopo la mobilitazione di lunedì contro la Bahri Yanbu, la centralità delle condizioni di lavoro, della sicurezza e delle retribuzioni relative alla necessità di un rinnovo contrattuale, oltre alla battaglia contro lo strumento dell'autoproduzione, con cui armatori e terminalisti tentano di far svolgere ai marittimi i lavori dei portuali risparmiando sui costi, sulla sicurezza, sulla formazione. Insomma, al solito, una battaglia necessaria del mondo del lavoro contro le pretese del padronato di aumentare i propri margini di profitto sulla pelle e sul sangue dei lavoratori e delle lavoratrici.

Questo sciopero si è connesso alla più generale mobilitazione politica, preparata in meno di tre giorni, contro l'annunciato comizio in Piazza Marsala di CasaPound e dei suoi nuovi ras locali in giacca e cravatta: Gianni Plinio e Marco Mori.
Tra tutti gli annunci spicca la provocatoria lettera di Genova Antifascista, raggruppamento di cui il PCL è parte integrante, al sindaco Marco Bucci, con cui si richiamava "il gran lavoratore" a rispettare l'ordinanza voluta dalla sua stessa giunta, con cui si sarebbe impegnato ad impedire la concessione delle piazze a chi minaccia l'ordine costituzionale.
Un'ordinanza che però è sempre rimasta lettera morta, a dimostrare che l'antifascismo o si pratica nelle mobilitazioni o rimane semplice formalità scritta sulla sabbia. A quella lettera, infatti, Bucci risponde con la stessa complice evanescenza e con lo stesso atteggiamento ponziopilatesco con cui si è sempre comportato di fronte alle aggressioni ad opera dei neofascisti e alle loro provocazioni e sfilate: «Non è affar mio, siamo in campagna elettorale, sono altri a decidere...». Ma ovviamente gli "altri" hanno già deciso: Questura, Prefettura, Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica (di cui il sindaco è parte) hanno già dato l'ok al comizio-provocazione in pieno centro città; predisponendo un dispositivo di sicurezza in pieno stile G8 del 2001, istituendo una zona rossa a difesa di CasaPound, oltre 300 agenti in antisommossa pronti a scatenarsi contro gli antifascisti e le antifasciste, decine di mezzi blindati.

Due i presidi convocati. Uno sotto la Prefettura, a distanza di sicurezza dalla piazza del comizio, convocato da burocrazie aventiniane di CGIL, ANPI, ARCI e dalla Comunità di San Benedetto. L'altro convocato dalla combattiva e coerente Genova Antifascista, in Piazza Corvetto, la piazza immediatamente antistante la zona rossa, con la determinazione di non lasciare spazio a CasaPound, di coprirne il comizio coi cori e con slogan, ad assediare la zona rossa istituita dalle direttive del ministero di Salvini a difesa di chi gli fornisce magliette, di chi gli pubblica i libri e di chi gli fa da pretoriano riottoso e squadrista.

Il nostro partito, ovviamente, si è fin da subito, coerentemente, posto organicamente in prima linea assieme ai compagni e alle compagne di Genova Antifascista. Ed è proprio la piazza convocata da Genova Antifascista a mostrare l'orgoglio di una città intera, una piazza ampia con oltre 500 antifascisti e antifasciste che non rappresentavano solo un'avanguardia militante e attivistica, perché a difendere quella piazza e a sostenere l'assedio, anche in prima linea, ci sono donne, bambini, anziani, lavoratori, immigrati.
È fin da subito che si mostra tutta la determinazione e la rabbia di chi non può accettare un tale sfregio. Al grido di "Genova è solo antifascista" da subito la piazza si è spinta ad assediare gli alari e i blindati della polizia, che impedivano l'accesso a Piazza Marsala per difendere venti fascisti con le loro bandierine, vigliaccamente asseragliati dietro i manganelli e i blindati di Salvini, tristemente isolati e relegati in un angolino. Rendendo evidente la vergogna e la complicità di un governo che dispone a difesa di CasaPound un dispiegamento di forze e violenza pronto a scatenarsi contro l'antifascismo e l'antirazzismo.
Da qui partiranno due ore di battaglia campale, prima con tre lanci indiscriminati di lacrimogeni CS su tutta la piazza, ogni volta tentando di disperderla e spezzarla e ogni volta ottenendo sempre maggior combattività e determinazione. Ad ogni lancio di lacrimogeni che riempivano l'aria di quell'odore acre e violento, l'intera piazza ritornava ad assediare le grate, a lanciare fumogeni e bulloni contro i fascisti, a denunciare la protezione di Stato.
Quindi sarà la volta delle violentissime cariche di quattro compagnie di Polizia e Carabinieri. Mani rotte, teste fracassate, ciechi pestaggi anche a persone ormai inermi a terra, lanci di lacrimogeni ad altezza d'uomo che fratturano mani e sfondano una vetrina di un bar storico genovese.
Saranno almeno quattro le cariche ma, anche qui, ogni volta la piazza non si fa spezzare. Al grido di "Genova è solo antifascista", di "Ora e sempre Resistenza" e applaudendo chi resiste in prima fila, il terreno viene di nuovo riconquistato e il presidio, rimanendo composito come all'inizio (anzi, raccogliendo nuove adesioni e solidarietà) ogni volta si riprende l'intera Piazza Corvetto e ritorna a coprire ed assediare il ridicolo comizio di CasaPound.

Dopo che i venti fascisti verranno fatti fuggire scortati dai blindati, alcuni anche caricati su un'ambulanza della pubblica assistenza, la piazza esplode e applaude ironicamente, scandendo i suoi "vergogna", la polizia in antisommossa.
È qui che si assume la consapevolezza che nelle violente cariche due compagni – Simone e Marco – sono stati arrestati, e il presidio decide di istituire immediatamente un corteo per andare davanti alla Questura a pretenderne l'immediato rilascio. Saranno in 300 a partire.
Dopo lunghe ed estenuanti trattative, alle 23:00 i due compagni, in attesa del processo per direttissima, verranno accompagnati alle proprie case per svolgere ai domiciliari la custodia cautelare. Il giorno dopo viene convocato il presidio di solidarietà davanti al tribunale di Genova. Le accuse a carico dei due compagni è semplice resistenza, e sono così rilasciati con l'obbligo di firma fino al 19 luglio.

Determinazione, orgoglio, coraggio, unità. Nel nome della tradizione antifascista che scorre nelle vene di questa città, che parte dalla difesa dalle squadracce fasciste, supportate dal Regio esercito, delle Camere del Lavoro ad opera degli operai armati nel Biennio rosso, passando per una Resistenza operaia e studentesca che ha pagato un enorme tributo di sangue, con centinaia di lavoratori deportati nei campi di sterminio nazisti per i coraggiosi scioperi del '43 e del '44, culminando nell'insurrezione e nello sciopero del 23-24 aprile 1945 e nella resa della Wehrmacht firmata nelle mani delle truppe partigiane, unico caso in Europa.

Denunciamo il fatto che le burocrazie di ANPI e CGIL hanno vergognosamente spezzato la continuità della piazza, lasciando disporre davanti al loro presidio un cordone di polizia in antisommossa rivolto verso la piazza di Genova Antifascista (a cui molti loro iscritti e dirigenti si sono uniti coerentemente), che ha combattuto per difendere la sua posizione, e ogni volta riprendersela.
Denunciamo il fatto che nei giorni successivi i vertici dell'ANPI si sono immediatamente spesi nella doverosa e condivisa solidarietà con il giornalista di Repubblica Origone per il violentissimo pestaggio subito, dimenticandosi tuttavia della solidarietà con le centinaia di antifascisti, giovani e anziani, gasati e pestati altrettanto violentemente.
Nonostante la condanna ipocrita, "democratica" e aventiniana della battaglia e dell'assedio, etichettate come "violenza antagonista", noi rivendichiamo tutto.

In quella piazza non sono esistiti distinguo tra "buoni" e "cattivi", "antagonisti" e "pacifici". Quella piazza era un pezzo di Genova, della sua classe lavoratrice, della sua popolazione antifascista. Quella piazza esprimeva l'anima migliore della città, che non si arrende, che denuncia lo sfregio del comizio di CasaPound come la complicità di giunte e governi, attuali e passati. Una piazza che, con Genova Antifascista, lancia la prospettiva di una mobilitazione antifascista ma al tempo stesso anticapitalista, come dimostrano i lavori in preparazione del corteo di domenica 30 giugno e delle iniziative dei giorni precedenti.
Perché fascismo, razzismo, sovranismo, sessismo e discriminazioni si combattono con le mobilitazioni di classe e di massa, li si combattono scagliandosi contro lo sfruttamento e l'oppressione, e quindi contro il capitale, la borghesia grande e piccola, i suoi partiti – dal Partito Democratico al M5S – e i suoi governi, di centrosinistra, di centrodestra, tecnici o populisti.
Perché la reazione della piccola borghesia nazionalista e l'illusione della grande borghesia europeista e liberista si combattono con l'autorganizzazione e l'unità di tutta la classe proletaria, italiana e straniera, e con un fronte di massa che unifichi ogni battaglia contro ogni oppressione e discriminazione; per lavorare tutti e tutte, meno ore e a salari maggiori; per avere casa, salute, istruzione, trasporti, servizi pubblici universali, popolari; per una vera democrazia diretta fondata sulla gestione di ogni luogo di lavoro e quartiere da parte di chi vi ci lavora e ci vive.
Perché l'unica risposta alla barbarie, alla reazione e alla guerra si chiama rivoluzione sociale, si chiama comunismo!



Qui trovate gli audio dell'intervista di Radio Onda d'Urto a Cristian Briozzo (Comitato Centrale del PCL)
Cristian Briozzo