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La polizia assassina e la risposta di Bologna all’esecuzione di Fakir

  Cosa è avvenuto ieri non è un fatto di ordine pubblico; non si può prendere gli scontri, estrapolarli dal contesto in cui sono nati e lame...

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Libertà e rientro immediato per Ilaria!

 


Giù le mani dagli antifascisti!

3 Dicembre 2023

Dal mese di febbraio nelle carceri dell'Ungheria del regime di Orban è rinchiusa Ilaria Salis, compagna anarchica delle occupazioni del Ticinese, da sempre attiva nelle lotte per il diritto alla casa e nella solidarietà verso detenuti anarchici come Cospito, per aver partecipato secondo l'accusa agli scontri contro neonazisti provenienti da tutta Europa durante una parata organizzata dai neonazisti nostalgici del regime fascista e fortemente antisemita dell'ammiraglio Horthy.

Le ultime notizie provenienti dalla prima lettera che è riuscita a inviare dopo più di sei mesi di detenzione ai suoi avvocati ci parlano di condizioni insopportabili, di celle piene di topi e cimici, di detenute costrette a lavorare per 50 euro al mese e dell'impossibilità per la compagna di accedere anche agli accessori per garantirle il minimo di igiene personale.

Come negli scorsi mesi abbiamo solidarizzato con la battaglia in carcere di Alfredo Cospito, da comunisti internazionalisti non possiamo non auspicare che nasca una mobilitazione in solidarietà in tutto il paese per il rilascio ed il rientro di Ilaria e contro il trasferimento nelle carceri ungheresi di Gabriele Marchesi, l'altro compagno anarchico arrestato a Budapest in quei giorni.

Contro il reazionario regime bonapartista di Orban, che gode del convinto sostegno di partiti di governo come la Lega. Per la libertà delle compagne e dei compagni!

Partito Comunista dei Lavoratori

Ciao Bianca. Comunque vada sarà una vittoria

 


...i'm not going to carry banners of defeat and wear shackles of resignation...




La compagna Bianca Cerri ci ha lasciato. Le è stato fatale questo stramaledetto Covid, che mesi fa ce l'ha portata via senza senza che potessimo rivederla un'ultima volta, senza che potessimo perfino accorgercene. D'altra parte non amava le luci della ribalta, Bianca, lei che faceva di tutto perché le luci si indirizzassero altrove, dove era sempre e solo buio pesto, dove in pochi potevano o volevano guardare.

Abbiamo incrociato Bianca a Roma tanti anni fa, alla ricerca di un interprete per un compagno greco. Lei, che conosceva sette lingue, accettò divertendosi, senza nemmeno chiederci chi fossimo. Da allora è stata sempre, generosamente, al nostro fianco, come è stata al fianco di altri e di chiunque le chiedesse un aiuto, chiunque le proponesse di fare qualcosa insieme, fosse pure nello spazio di un pomeriggio.

"Continuo a collaborare come posso e resto incrollabilmente fedele agli ideali del comunismo, che sono stati la portante della mia vita", ci tenne a precisare subito, fin da quella prima occasione. Bianca è rimasta fedele agli ideali del comunismo combattendo la bestia del capitalismo laddove questa mostrava il massimo della sua brutalità all'interno del massimo della sua espressione più idolatra e demente: le carceri del più grande paese imperialista del mondo, gli Stati Uniti. Alle carceri USA, alle leggi penali ed elettorali, e in generale alla storia recente di quel paese, Bianca aveva dedicato la sua attività professionale di giornalista e scrittrice. Sull'universo concentrazionario a stelle e strisce aveva scritto un libro nel suo stile, documentato e "in presa diretta", America letale. Epistolario dal braccio della morte.

Un'attività professionale che non sarebbe potuta essere ciò che è stata se non avesse poggiato sullo spirito profondamente e interamente militante di Bianca, militante nel senso pieno ed etimologico della parola. Tant'è che aveva iniziato ad occuparsi di carceri leggendo su un giornale italiano un appello di detenuti dell'altra parte dell'Atlantico, e questo le è bastato perché iniziasse un lavoro decennale non di distaccato giornalismo davanti a uno schermo ma di viaggi infiniti in giro per le prigioni americane, di acquisizione diretta dei dati e dei meccanismi, e soprattutto di colloquio e scambio con i carcerati, che conosceva personalmente a decine. Un lavoro di ricerca e scavo condotti in prima persona, nel cuore del cuore della bestia. Un lavoro da militante, appunto. Che l'aveva portata a contatto con larga parte dei dannati di quella terra: con detenuti cosiddetti comuni, con condannati alla pena capitale, con prigionieri politici delle Pantere Nere e di altre organizzazioni, con la repressione politica nei confronti dei detenuti che avevano sviluppato una coscienza politica e si erano avvicinati al marxismo.

"Non resistere è acconsentire alla tua stessa oppressione" (Mumia Abu-Jamal). E Bianca ha resistito, eccome se ha resistito. Come ha potuto e come ha saputo, nelle sue condizioni di salute "abbastanza precarie", come le definiva lei stessa abbozzando e senza mai perdersi d'animo; le sue condizioni che la piegavano ma non la spezzavano, e che non hanno spezzato mai, fino alla fine, il suo sorriso, il suo sguardo dolcissimo, la sua voglia infinita di discutere, di fare, di progettare.

Sei anni fa, in questo periodo dell'anno, Bianca commentò i primi risultati della contesa elettorale che incoronò Trump esclamando, a ragione: "Comunque vada sarà una sconfitta". Noi oggi ti salutiamo, compagna Bianca, ringraziandoti per quello che ci hai dato e che ci hai insegnato, e non perdendo la certezza che alla fine di questa lotta, tua e nostra, comunque vada sarà una vittoria. E allora ci sarà tempo per un'altra chiacchierata, un altro caffè, un'altra sigaretta.

Partito Comunista dei Lavoratori - sezione di Roma

Lo Stato siamo noi

 


I pestaggi a Santa Maria Capua Vetere e la natura reale dello Stato

L'ignobile pestaggio di centinaia di detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere richiama alcune considerazioni obbligate.

Il fatto che l'ex ministro degli interni Matteo Salvini vada a solidarizzare con gli agenti della Guardia Penitenziaria arrestati perché «non hanno fatto nulla di male» dà la misura dell'uomo, oltre che del segretario della Lega: non c'è da stupirsi per chi solidarizzò a suo tempo con i massacratori di Cucchi definendoli “innocenti” e “vittime della campagna ideologica della sinistra”. Per chi fa della divisa il proprio marchio di riconoscimento è normale.

Piuttosto colpisce il commentario sorpreso e sdegnato della stampa borghese democratica, e dell'attuale ministra della giustizia: «Tradita la Costituzione, voglio verificare ogni passaggio».
Ma di che verifica c'è bisogno? Gli agenti erano indagati da un anno, perché le telecamere, che forse gli agenti credevano spente, avevano ripreso la mattanza, e perché le registrazioni, spesso cancellate, erano state acquisite dal magistrato di sorveglianza.
Eppure per un anno gli agenti sono rimasti al loro posto con la copertura del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Anche perché un anno fa (16 ottobre) l'allora ministro Bonafede – ossimoro ingrato – dichiarava solennemente in Parlamento che tutto si era svolto regolarmente nelle carceri italiane (Santa Maria Capua Vetere inclusa) nonostante gli scenari di guerra documentati dai media e le tante morti oscure tra i detenuti. «Una doverosa operazione di ripristino della legalità», dichiarò il Guardasigilli, col plauso corale del M5S e del PD, gli stessi che oggi fanno i sepolcri imbiancati dell'indignazione, gli stessi che assieme a Salvini sorreggono Draghi e la ministra Cartabia. Se la ministra “vuole verificare ogni passaggio” della vicenda interroghi prima di tutto chi le dà i voti in Parlamento.

Per il resto è tutto terribilmente chiaro, nel suo orrore. Pestaggio pianificato di tutti i detenuti da parte del “Gruppo di supporto agli interventi”, la struttura militare di rinforzo chiamata dalle autorità carcerarie. Partecipazione attiva e collettiva di tutti gli agenti al pestaggio e all'umiliazione dei detenuti – disabili inclusi – tra manganellate, calci, perquisizioni anali coi manganelli, strappo di barbe, privazione in giornata di cibo e acqua. Per i pestati proibizione delle cure mediche, del contatto coi familiari, del cambio di vestiti impregnati di sangue per una settimana, imposta dalla minaccia di altri pestaggi.
C'è bisogno di aggiungere altro a questo spettacolo di vigliaccheria, disumanità, ed impotenza?

“Non facciamo di tutta l'erba un fascio, distinguiamo le mele marce dal resto!”, protesta il buonsenso democratico. Lo si è detto per la Diaz e Bolzaneto di vent'anni fa a Genova, come per Cucchi, Aldovrandi e mille altri. Lo si è detto per i carabinieri di Modena che torturavano e taglieggiavano i tossicodipendenti per gestire in proprio lo spaccio. Lo si dirà nei prossimi giorni quando troveranno conferma i pestaggi cileni consumati, a telecamere spente, nelle carceri di Ascoli e di Potenza. Come se l'eterno ripetersi di pratiche di violenza e tortura da parte dei corpi militari dello Stato non fosse sufficiente di per sé per porsi interrogativi di fondo e più scomodi.

Qual è la natura reale dei “corpi di pubblica sicurezza”, in tutte le loro articolazioni? Santa Maria Capua Vetere è, nella sua brutalità, un caso di scuola. La mattanza è stata compiuta collettivamente, senza eccezioni. Gli indagati sono solo una parte degli agenti coinvolti, quelli di cui è stata possibile l'identificazione. Le testimonianze parlano del pieno coinvolgimento dei comandi.
La retorica delle “male marce” va allora esattamente rovesciata: perché nessuna mela buona si è messa di mezzo, ha rifiutato i pestaggi, ha denunciato i responsabili? Il punto è esattamente questo. Nei corpi repressivi non conta la coscienza di qualche singolo, ma lo spirito di squadra, la cultura della forza, l'obbedienza gerarchica al comando, la reciproca omertà e copertura come codice d'onore. Quella cultura che magari inneggia sui social alle prodezze della polizia di Bolsonaro e che fa di Salvini “Il Capitano” della Polizia.
Chi si dissocia, a maggior ragione chi denuncia, è l'“infame”, come nella malavita. È la ragione per cui “casi” come quelli in questione sono solo la punta dell'iceberg di ciò che realmente avviene in tante strutture carcerarie o questure, ai danni di soggetti deboli, marginali, ricattabili, spesso oggetto di pubblica esecrazione, e per questo maggiormente indifesi. È il mondo sommerso della delinquenza dello Stato, infinitamente più ampio di ciò che inquadrano le telecamere di sorveglianza.

“Ma la Costituzione...”. La Costituzione è un pezzo di carta, la vita reale è un'altra cosa. La Costituzione di De Gasperi e Togliatti, al pari di tante costituzioni borghesi, prevede formalmente il diritto al lavoro, alla casa, alle cure, persino l'uguaglianza, oltre che il rispetto della dignità di ogni persona. La vita reale della società borghese si fonda invece sullo sfruttamento e l'oppressione della maggioranza della società da parte di una piccola minoranza, che si regge sull'uso della forza. La Costituzione formale che declama i diritti serve a nascondere la costituzione reale della società che li calpesta. La democrazia borghese nasconde, da sempre, la dittatura dei capitalisti.

“Applichiamo la Costituzione...”. Ma per “applicare i principi della Costituzione” è necessario rovesciare quella società capitalista che la stessa Costituzione tutela, quello Stato borghese che la stessa Costituzione sorregge. Lo Stato è fondamentalmente un corpo di uomini in armi al servizio della classe sociale dominante, come scriveva Engels. La forza dello Stato è superiore alla sua legge formale, perché la sua legge reale è la forza, anche nella Repubblica più democratica.
“Lo Stato siamo noi!” gridavano gli agenti nel mentre massacravano i detenuti di Santa Maria Capua Vetere. Purtroppo è la realtà. Senza spezzare l'apparato burocratico e militare dello Stato, senza sciogliere i corpi repressivi, senza rovesciare la forza organizzata della borghesia, nessuna alternativa sociale è possibile. Solo una rivoluzione può cambiare le cose. Solo il potere dei lavoratori può realizzare una democrazia vera.

Partito Comunista dei Lavoratori

La mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere

 


La giustizia borghese: paradiso per i ricchi (e per i padroni), inferno per i poveri

Gli appartati repressivi, dalle forze dell’ordine ai tribunale al sistema carcerario, sono parte essenziale dello Stato borghese.
Come sappiamo da Marx in poi, questi apparati devono essere funzionali al mantenimento dell’ordine sociale borghese, fondato sullo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori da parte dei capitalisti.
L’amministrazione della giustizia, in un regime borghese, non può dunque contraddire questa funzione essenziale.

Le statistiche correnti sulla popolazione carceraria sono già esplicative: la maggioranza della popolazione carceraria è composta da autori di reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti; più di un terzo è immigrata.
Sono due condizioni che fanno trasparire la natura prevalentemente proletaria e sottoproletaria della popolazione carceraria, mentre i colletti bianchi (padroni, manager e grandi funzionari pubblici e privati) latitano e nella grande maggioranza dei casi, quando non assolti o prescritti, riescono ad ottenere sconti di pena e arresti domiciliari, grazie all’aiuto di apparati di difesa legale (interi studi di avvocati) posti al loro servizio grazie alle disponibilità economiche.

Già questo basta ampiamente ad illustrare la natura di classe dell’amministrazione della giustizia.
Dai numeri delle statistiche si può anche desumere che il sistema carcerario serva soprattutto a reprimere la cosiddetta devianza sociale, e non i crimini connessi all’esercizio dello stesso regime economico, come ad esempio i reati connessi alla mancata sicurezza sul lavoro, le molestie e il mobbing, i reati ambientali, eccetera.
Questi reati, tipici della classe capitalista e dei propri funzionari, vengono, a conti fatti, repressi in misura significativamente minore.

I fatti di cronaca a volte illuminano questa realtà spesso oscurata dai discorsi di abili retori del foro giuridico. È il caso dei fatti accaduti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020.

“Mi hanno ucciso di mazzate”. Così ha denunciato un ex detenuto del carcere. “Li abbattiamo come vitelli” è la frase impressa nella chat presente nei cellulari degli agenti della Polizia Penitenziaria accusati dalla Procura di santa Maria Capua Vetere di aver commesso “un’orribile mattanza”.
Questa mattanza è stata il frutto della vendetta ordinata ai secondini da parte dei propri superiori per punire i detenuti rei di aver protestato dopo essere venuti a conoscenza di una caso di Covid nel carcere, dove le misure di sicurezza e di prevenzione dal contagio, in carceri disumanamente sovraffollate, più che latitare spesso erano proprio assenti.

L’episodio peraltro si inserisce nella serie di rivolte carcerarie esplose tra il marzo e l'aprile dello scorso anno e che hanno provocato la morte di molti detenuti i circostanze mai del tutto chiarite.

Questi episodi, per le modalità descritte, con i detenuti costretti a passare tra due ali di poliziotti che li colpivano duramente con i manganelli alle spalle, ricordano tristemente le analoghe mattanze che avvennero alla scuola Diaz e presso la caserma di Bolzaneto in occasione delle contestazioni del G8 di Genova nel luglio 2001, e di cui ricorre il ventesimo anniversario proprio in questi giorni.

In definitiva, se nella società la classe lavoratrice è fatta oggetto, in ragione del rilancio dei profitti e del ciclo di valorizzazione capitalisti, di misure di macelleria sociale, licenziamenti, sfratti, precarietà e attacco alle condizioni di sicurezza sul lavoro, nelle carceri della giustizia borghese si completa l’opera letteralmente con una vera e propria “mattanza” per colpire i devianti, prodotti necessari dello sfruttamento e alienazione capitalistici.

Negli stessi giorni possiamo avere l’esatta controprova del carattere selettivo e classista della repressione.

Il compagno Adil Belakhdim è stato investito e ucciso da un crumiro, autista di camion, aizzato dal padrone dell’azienda. In questo caso si sono applicate le regole garantiste, consentendo immediatamente gli arresti domiciliari all’assassino, mentre la campagna di stampa deplora le violenze che si produrrebbero nel corso dei picchetti operai, ovviamente senza indicarne le responsabilità padronali e la complicità della polizia che sta a guardare.

La tragedia della funivia del Mottarone è stata senza dubbio provocata dalla più efferata trascuratezza delle minime misure di sicurezza, la cui responsabilità ricade sul gestore e il management, eppure in barba alle raccomandazioni della Procura il GIP ha scarcerato immediatamente proprio questi ultimi adendo alle misure di massima garanzia per gli imputati.
Proprio quelle misure di garanzia e di rispetto minimo dei più elementari diritti umani che corpi scelti di Polizia Penitenziaria pensano bene di poter trascurare a piacimento.

Il fatto che l’episodio emerga alla cronaca, e che per questo la Procura debba aprire l’indagine, dimostra soltanto che si tratta della solita punta dell’iceberg di un sistema di amministrazione della giustizia e della detenzione di chiara matrice classista.

Solo un governo delle lavoratrici e dei lavoratori che porti al socialismo sarà in grado di rovesciare questo sistema e di far rispettare i diritti e le garanzie per le proletarie e i proletari, i poveri e le classi popolari, punendo adeguatamente i terribili crimini commessi dai capitalisti e dai loro servi.

Partito Comunista dei Lavoratori

LA PRIGIONE DEL CONSENSO


Una fame bulimica di giustizialismo attraversa la società italiana. I manettari si moltiplicano, aiutati nel sostegno alle loro tesi da un certo genere di stampa e di politica. Il tema della giustizia dura e pura, che non guarda in faccia nessuno, è davvero in salute. Porta con sé un valore aggiunto che molto interessa il potere: genera una idea di efficienza, rendendo della dea bendata una immagine incorrotta e monolitica. Una giustizia forte legittima, forse è meglio dire evoca, istituzioni muscolose e integerrime.
Curiosamente, con una piccola indagine, che ciascuno di noi può compiere in proprio, è davvero facile trovare persone disposte a “buttare via la chiave” per somministrare punizioni esemplari verso i propri simili, a prescindere dal reato commesso, dalle condizioni di salute, dalla durezza della carcerazione. Questi tombaroli, sono però gli stessi, che come naturale, se incappati nelle maglie della giustizia, proveranno a ricevere la sanzione più benevola, sfruttando tutte le possibilità previste dalla legge, magari bordeggiando ai limiti. Pagheranno il migliore avvocato nella loro disponibilità, non indispettiranno in qualsiasi modo il giudice, rappresenteranno nel dibattimento la via del pentimento. Non troverete nessun tombarolo pronto a invocare per sé stesso il massimo della pena, la condanna esemplare, il supplizio peggiore fonte di massima espiazione.
Già questo primo aspetto della questione ci pone di fronte a un paradosso bello e buono. Non siamo tutti uguali di fronte alla legge. Per il soggetto deve essere clemenza, per l’altro da noi sia pure rigore. Io sono buono, tu sei il cattivo.
Di certo non è automatico apparire sani nel vigore e puri, al fine di generare consenso. Un consenso che nella abitudine odierna si tende a misurare attraverso indicatori diversi dall'esercizio del diritto elettorale. È una facilitazione per chi esercita il potere politico, dal momento che questi indicatori, corrispondenti allo strumento del sondaggio, all'agire dei social, e al consueto addomesticamento del contesto da parte dell’informazione televisiva, possono essere controllati e indirizzati arbitrariamente e senza efficaci forme di controllo.  
Il meccanismo più utilizzato per serrare le fila dell’opinione pubblica, o se preferite del popolo, o ancora dei singoli cittadini, è quello di costruire un nemico, assoluto e facilmente spendibile, da combattere almeno in apparenza, con rigore. Fino all'emergenza Covid hanno funzionato bene i migranti. Il passato governo giallo-verde ne ha costruito una rappresentazione di guerra che ha retto in maniera egregia e ha generato consenso.
Il nemico ideale deve essere inoffensivo, fragile, non avere appigli nel sistema, esecrabile nella diversità, e possibilmente generare sentimenti di sottinteso razzismo, non dichiarato esplicitamente. Il nemico deve essere diverso, non assimilabile, possibilmente reo di colpe più o meno precisate. Portatore di malattie, di illegalità, immorale, pronto a delinquere. Facile a essere passivo e sfruttato. La logica capitalista rimesta in politica, e al suo linguaggio si adatta bene. 
La pandemia ha interrotto questa comoda situazione. Mancavano i migranti, pur restando gli stilemi. Assenza di sbarchi, un lock down che guarda caso ha interessato anche le organizzazioni criminali, prime sfruttatrici del bisogno di emancipazione delle masse provenienti dai paesi sottosviluppati.
Si era per questo alla ricerca di un nuovo nemico. Quanto meno di un nuovo argomento in grado di accomunare le componenti più qualunquiste dell’opinione pubblica, di tenere in sordina una sinistra sempre più debole nel promuovere idee vicine a quella che dovrebbe essere l’identità ideale.
A cavallo dell’emergenza Covid, il tema della giustizia si è rivelato il luogo più adatto dove pescare. In particolare, per le caratteristiche di fragilità e impotenza dei soggetti che vi appartengono si è rivelato l’universo carcerario. Rigore dunque.
Un sondaggio pubblicato dall’Istat nel giugno 2018, e dedicato alla percezione d’insicurezza dei cittadini, indica che il 39,4% del campione si sente poco sicuro, fino ad arrivare a non uscire di casa. Il dato si articola in successive declinazioni. A fronte, solo il 6,4% del campione ha vissuto la paura concreta di essere sul punto di subire un reato. La differenza è notevole, indicando un terreno fertile dove cercare di cercare consenso. Come dire un pesce su due abbocca.

Ogni tempo ha la sua legge
Ettore Messana nell'aprile del 1941 diventa questore di Lubiana. Fino al maggio del 1942. Il fascismo vuole una Slovenia italianizzata. Messana organizza una rete di campi di concentramento, dove le vittime stimate saranno 19.000. La Commissione delle Nazioni Unite per i crimini di guerra ne chiede l’incriminazione. Nel 1945 anziché il carcere lo aspetta una promozione. Diventa Ispettore generale di pubblica sicurezza in Sicilia. Ulteriori dettagli e atrocità sul personaggio, se interessati, non mancano. 
Che a ogni tempo corrisponda una concezione specifica di giustizia è un fatto che non deve sorprenderci. Così come la soggettività e l’originalità del giudizio del colpevole anche all'interno del medesimo ordinamento. Oggi l’impunità del signor Messana, rappresenterebbe un evento insostenibile. Nel 1945 è stata possibile.
La mutazione dei valori sociali di riferimento fa variare l’entità del castigo. In altri casi, sporadici in termini di numeri, entrano in gioco considerazioni che esulano il postulato della legge. In Italia si parla molto e troppo si è parlato di riforma della giustizia. Il dibattito si concentra sui tempi. Nel 2016 il processo penale durava in media tre anni e nove mesi. In media. Questo è certamente un problema rilevante, che ha pure un risvolto classista. I meno abbienti, i poveri, difficilmente possono sostenere per un tempo così lungo le spese per la loro difesa. Faranno ricorso all'avvocato d’ufficio. In ogni caso la disponibilità economica condiziona la qualità della difesa di un imputato.
La legge è uguale per tutti, ma se possibile scegliete il miglior avvocato che potete permettervi. Per esempio.
L’unica primaria soluzione a questo stato di cose è quella di destinare risorse al meccanismo giudiziario. Informatizzare le procedure, ampliare le garanzie giuridiche, rendere i linguaggi adottati più consoni e comprensibili alle consuetudini odierne, semplificare i meccanismi che regolamentano le attività.
Il tema vero e forte è però un altro: la necessità di una rinnovata valutazione delle pene, legate oggi a una legislazione scaturita all'emergenza istituzionale della lotta alla mafia e al terrorismo. Oggi, 2020, da un punto di vista umanitario, e stante la situazione politica corrente, è ancora sostenibile l’entità di alcune condanne e la modalità della loro esecuzione all'interno dell’istituzione carceraria?
Questo si dimostra essere il vero punctum da discutere. Proprio ricordando il vecchio adagio che vuole la pena intenta a produrre gli effetti più intensi presso coloro che non hanno commesso l’errore. Focault, già nel 1975 centrava il problema. Il detenuto è ormai l’elemento annientato, qualsiasi sia il reato commesso. Seppure risultasse combattivo, irredento, aggressivo, violento, irriducibile, è sconfitto. Non dispone più del suo corpo, e la mente spesso vacilla. Il detenuto non conta più in sé stesso, ma vale il peso mediatico del simbolo che rappresenta. Un file da gestire, che sia oggetto di clemenza, oppure di accanimento. Quello che importa è il messaggio spedito verso l’esterno. La pena rimanda alla paura di subirla. E questo timore riguarda più l’innocente del colpevole. L’innocente porta in sé un doppio timore: della pena ingiusta e dell’errore. Il colpevole sta invece pagando un prezzo che ha messo in conto. È preparato al peggio.
Le leggi sono le condizioni colle quali uomini indipendenti ed isolati si unirono in società, stanchi di vivere in un continuo stato di guerra e di godere una libertà resa inutile dall'incertezza di conservarla.
Cesare Beccaria, non era uomo di spiccata vocazione democratica. Anzi. Però sull'esercizio della giustizia il suo pensiero utilitarista è ancora attuale.
Parafrasando. Se l’innocente ha doppia paura, la sua libertà è vissuta come un bene incerto e da conservare a qualunque condizione, come accadrebbe in guerra per la propria vita. La migliore condizione di tutela del bene è quella del consenso al più forte. Ovvero appartenenza al sistema, insieme alla speranza o alla presunzione di intangibilità.
Quello che viviamo oggi, rispetto all'amministrazione della giustizia, è il riflesso dell’impotenza della classe politica di generare decisioni autonome, probabilmente impopolari, ma lungimiranti, e portatrici di benefici per l’intera società. Nel dibattito regna poi l’incultura totale, obbligata o voluta non è dato capire, da parte dei diversi soggetti. 
Una guerra inizia e finisce. Vincitori e vinti. Armistizio e resa. Ricostruzione e prosperità. Questi sono i passaggi. Nel nostro paese la giustizia, è l’impressione di chi scrive, continua una guerra ancorata ai fantasmi del passato, che ha già vinto. Non ci si accorge che il nemico è sconfitto, o pesantemente ridimensionato. Si pugna verso i fantasmi, senza cogliere, forse a pieno, le priorità del presente.
S’intende che ci riferiamo a certe modalità di agire illegalmente, intese tali come comuni, mafiose o politiche, che appartengono al passato, e non sono certo assimilabili alle nuove forme di criminalità, che non intendiamo certo sconfitte, e tanto meno emerse nella loro completa geografia.
Con i dovuti distinguo, è forse il momento di attenuare eventuali livori, e iniziare a valutare un diverso atteggiamento dell’istituzione che possa essere assimilabile a iniziative di alleggerimento dei più duri regimi carcerari. Ci riferiamo in particolare all'applicazione del carcere duro, o 41 bis. Una misura emergenziale, che ha come obiettivo principale l’impedimento a mantenere contatti con l’organizzazione criminale di provenienza. Nei casi che citeremo più avanti, tra i vivi, questa necessità sembra essere venuta decisamente meno.
Per quanto la colpa sia stata grave, va sempre ricordato che ogni tempo ha la sua legge. L’opportunità che offre questo periodo storico allo stato è l’oggettivo riconoscimento della sconfitta di ogni manifestazione terroristica, e lo ripetiamo lo sbandamento di alcune fazioni appartenenti alla criminalità organizzata.
Tra i magistrati e i politici c’è chi sostiene che le leggi speciali e il carcere duro abbiano fortemente contribuito al successo dell’istituzione. È probabile. Ma forse ora è tempo di rivedere quei dispositivi, almeno nei termini che riguardano la quotidianità carceraria e l’entità delle condanne. Mostrare pietas verso chi è stato sconfitto, permetterebbe di avviare un percorso di pacificazione e comprensione rispetto a quanto accaduto negli anni di piombo. E soprattutto consentirebbe alla società civile, di aprire un vero dibattito sulle istanze che muovevano in quel periodo, e che sono rimaste sepolte dalla repressione della violenza. Il nostro paese ha una fame enorme di comprendere con chiarezza cosa è accaduto, storicizzando finalmente eventi che rimangono per sempre cronaca, e per questo soggetti a diverse interpretazioni. Anche la storia lo è, ma in misura minore, e maggiore è in essa l’immanenza di una verità condivisa.
Difendere gli indifendibili
Se proviamo a portare alla memoria le figure dei condannati che più frequentemente emergono dall'immaginario collettivo, troviamo Totò Riina e Giuseppe Provenzano, morti in carcere, rispettivamente nel 2017 e nel 2016, dopo lunga detenzione. Meno presente, in tutti i sensi, il fantasma di Matteo Messina Denaro, capomafia latitante dal 1993, e che certamente gode di importanti protezioni. Riaffiora ciclicamente il nome di Raffaele Cutolo. Sono difficili da rappresentare le vicende che riguardano la presunta trattativa Stato-mafia. Nell'ambito politico, alle cronache restano i nomi di Nadia Desdemona Lioce, più sfumati quelli di Roberto Morandi e Marco Mezzasalma, membri nel 2003 delle BR-Pcc. I viventi sono detenuti in regime di 41 bis.
Attenzione, chi scrive tiene a precisare, che i nomi sono citati in riferimento all'entità dell’emersione di una sorta di memoria collettiva. Ovvero, a parte il caso di cronaca presentato nel quotidiano da televisione e carta stampata, quanti di noi ricordano o conoscono con precisione, quei nomi e quelle trame delittuose, che a oggi dobbiamo ritenere essere ben più vive e pericolose?
Curiosamente, ed è giusto riflettere nel merito, nel paese dove la distrazione fiscale è stimata nell'ordine di circa cento miliardi di euro, la più alta d’Europa, se cerchiamo tra gli archivi della cronaca il nome di un grande evasore non lo troviamo. Così come è giusto domandarci quando conosceremo i colpevoli del crollo del Ponte Morandi, che il 14 agosto del 2018 ha causato 43 morti. Ancora è bene ricordare nell'elenco, i quattordici detenuti morti in carcere, durante le rivolte di marzo, generate dalla sospensione dei colloqui. La versione ufficiale parla di decessi causati da intossicazione da overdose. Tutti. Qualche commento? L’elenco, eterogeneo a dire il vero, potrebbe continuare, pur accolto con una certa distrazione da parte della pubblica opinione. Però subito l’attenzione si ravviva quando trattiamo di persone confinate nella loro immagine.
Non unica nel suo genere, la vicenda che ha interessato le sorti di Raffaele Cutolo è stata centrale nei giorni scorsi. La sua richiesta di arresti domiciliari ha sbancato nei talk, generato milioni di post nei social, sollevato le orde degli indignati a gettone di presenza. La ricordiamo brevemente, scivolando nella cronaca. Citiamo Raffaele Cutolo, proprio perché suo malgrado è giudicato un simbolo, e forse troppo facilmente può essere considerato un indifendibile. Di certo è un uomo di settantotto anni, recluso da oltre quaranta. Le sue colpe non si possono negare, il curriculum criminale è di tutto rispetto. Fino al 1982, e al trasferimento al carcere dell’Asinara Cutolo è stato un uomo potente. Ma da quella data inizio il suo declino. Oggi cosa ne resta? Un uomo malato, questo è accertato. Intervistato telefonicamente, l’avvocato Aufiero, il suo legale ne descrive così la condizione:
“… Cutolo viene ricoverato più o meno alle cinque del mattino, con massima urgenza il 18 febbraio. Per un 41 bis essere ricoverato alle cinque del mattino, significa che le condizioni di salute debbono essere particolarmente gravi. Esistono dei protocolli da rispettare, e se un detenuto viene portato in ospedale a quell'ora le sue condizioni sono particolarmente gravi. Riguardo a Cutolo, ne ho la certezza, avendo parlato con alcuni sanitari del carcere, nei giorni successivi. Mi è stato detto che è stato preso per i capelli. Anche se il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna, su questa mia affermazione non conveniva. Oltre questo aspetto sa qual è la diagnosi per la quale Cutolo veniva trasferito in ospedale? Glielo dico io: per episodi di incontinenza, e perché si sono verificati ripetuti episodi di caduta dal letto.
Io quando ho letto questo mi sono detto: Cutolo lo hanno portato in ospedale alle cinque del mattino perché era incontinente e cadeva dal letto?  Non mi sembrava possibile, e in effetti quando arriva in ospedale gli viene diagnosticata una polmonite bilaterale. Quando dico che il carcere di Parma non è idoneo a curare un detenuto di settantotto anni, non dico una cretinata. Mi ha riferito la moglie che già prima di Natale aveva questa tosse molto forte, e se lo ricoverano alle cinque del mattino perché bagna il letto, della polmonite evidentemente non si sono proprio accorti. Quando affermo tutto questo non dico una bestialità, ma porto dati oggettivi. Cutolo arriva alle cinque del mattino in gravi condizioni di salute, per me in fin di vita perché così mi è stato riferito. E se non fossero state gravi, non lo avrebbero ricoverato dal 41 bis, Cutolo Raffaele”.
 “… Che Cutolo abbia una condizione di salute incompatibile con il carcere, non lo dico soltanto io. C’è una nota della Direzione sanitaria del carcere del 15 aprile 2020, che anche il Tribunale di Bologna richiama, che afferma come lo stato di salute di Cutolo sia incompatibile con il carcere. L’Asl di Parma, con tre distinte note, dice che il carcere della città non è idoneo per curare una serie di detenuti, tra cui il mio assistito”.
Il Tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto il ricorso della difesa.
Chi scrive non intende commentare.
La vera questione è che in uno stato di diritto bisogna avere il coraggio di difendere gli indifendibili. Che loro malgrado rimangono simboli. Completamente svuotati del loro potere, ma utili a chi politicamente vuole alimentare vecchie e nuove paure.

Mario De Pasquale